Chapter Text
“Merda…”
Charles Leclerc si asciugó la fronte alla bell’e meglio con il dorso della mano, mentre con l’altra teneva stretta ancora la sua pistola d’ordinanza.
Sudore? Oppure era la pioggia che cadeva copiosa dal cielo, rendendo la città di Gotham ancora più cupa di quanto già non lo fosse. Forse un mix di entrambi.
La pioggia a Gotham era cosí. Non era quel tipo di pioggia che ripuliva tutto lo sporco e i peccati, limpida, che segnava rinascita. No. Era invece una rumorosa e sporca complice al degrado della città, e la copriva con una scura coperta. Piú scura della città stessa. L’asfalto bagnato era come uno specchio nero che rifletteva le soffuse luci al neon delle insegne di negozi di liquore da quattro soldi e tavole calde nella zona piú degradata.
Continuó a camminare in quel vicolo troppo buio, stretto, attento ad ogni minimo rumore provenire da ogni parte attorno a lui, nonostante la pioggia.
Sapeva come funzionava quella città, l’avevano avvisato più e più volte e lui era arrivato preparato, consapevole a cosa andasse incontro quando accettó quell’incarico.
Gotham è pericolosa, non puoi fidarti di nessuno.
Charles non era di certo lì per fare amicizia.
Sentì dei passi a pochi metri da lui. Poi un’ombra muoversi veloce davanti ai suoi occhi.
Eccolo lì.
Sparó due colpi in rapida successione, accennando un sorrisetto quando sentì dei lamenti provenire dall’ombra ormai accasciata sull’asfalto. Si avvicinó.
L’uomo era sanguinante, ma nulla di grave. Ancora cosciente. Si teneva una coscia con entrambe le mani, gemendo dal dolore. Eccolo, l’obiettivo di quella giornata. Il suo capo sarebbe stato contento se l’avesse portato in centrale in quelle condizioni. Assurdo quanta resilienza avessero le persone nate in quel posto.
Alzó una gamba verso il suo viso.
“No, no, no. Ti prego. Faró qualsiasi cosa—“
Troppo tardi.
I metodi normali lì non bastavano. Certe persone dovevano essere necessariamente prese con la forza.
Solitamente Charles Leclerc non era così violento e brutale. Era stato addestrato bene, dai migliori in effetti. Ma lui proveniva dal principato di Monaco, uno stato in cui era stato inculcato a tutta la popolazione sin da bambini a seguire le regole ed essere dei cittadini modello. Il tasso di criminalità era tra i più bassi e, francamente, c’erano troppe forze dell’ordine in giro per la città. Era un luogo tranquillo. Molto tranquillo.
Ma quindi perché trasferirsi dall’altra parte del globo per un lavoro che poteva essere svolto benissimo anche in Europa?
Non per il posto, di sicuro, né per la paga perché avevate mai visto in che condizioni era Gotham City?
No, Charles voleva mettersi alla prova. Scoprire di cosa fosse capace in un ambiente estremo come quello. Charles voleva dimostrare di essere all’altezza.
Charles voleva salvare quella città.
E voleva farlo eradicando il problema dalla radice.
A partire da Batman.
Vendetta, era come lo chiamavano per le strade di Gotham. Una persona fredda, brutale, calcolatrice. No, forse neanche una persona. Era più come un’ombra, creata soltanto con violenza e vendetta. Un fantasma fatto persona.
La presenza di quella figura faceva crollare ogni principio per il quale Charles era cresciuto e diventato quello che era oggi.
Gotham non era una bella città, soffocata in pioggia, crimine e bugie. Ma di certo non aveva bisogno di un vigilante mascherato ossessionato dal prendere a pugni i criminali. Di certo non ce n’era bisogno.
—•—•—
Arrivato in centrale, venne chiamato subito nell’ufficio del suo capo e cercó negli ultimi secondi almeno di domare quei capelli zuppi di acqua e togliersi il cappotto, prima di entrare in quella stanza.
Si diresse in quella direzione e una volta entrato il capo gli fece cenno di chiudere la porta. Poi si sedette di fronte a lui, solamente la scrivania a separarli.
“Leclerc.” Charles annuì. “So che sei nuovo qui, ma il crimine non aspetta nessuno, lo sai.” Gordon si mise a ridere. Il ragazzo si sforzó di accennare un sorriso a sua volta. “Vorrei assegnarti un caso, pensi di essere pronto?”
“Sempre, Capo.”
L’uomo gli porse una cartellina chiusa, che il ragazzo fu attento a prendere tra le mani. Lanció un’occhiata confusa all’uomo davanti a lui, ma quello sorrise leggermente e annuì in sua direzione. Poteva aprirla.
Dentro di essa nomi che non conosceva, foto di luoghi che non aveva mai visto totalmente depredati, distrutti, scritte sui muri in inglese e in altre lingue che non riconosceva. Poi corpi. Corpi e ancora corpi. Ferite vecchie, occhi senza vita, posizioni innaturali.
Charles aggrottó la fronte. Gordon inizió a parlare. “Questi erano gli atti di un gruppo che credevamo fosse sparito dalla circolazione vent’anni fa. Le ripercussioni che ha avuto sulla città sono visibili ancora oggi. Noi pensiamo siano tornati.”
Sempre poche informazioni, vero, Capo?
Il ragazzo posó gli occhi su una foto ai suoi piedi. Era caduta dalla cartellina che aveva tra le mani? La prese, attento a non farla vedere al suo capo. La mise in tasca.
“Cosa dovrei fare?” chiese. Le informazioni che l’uomo gli aveva dato erano praticamente inutili. Charles doveva partire da zero.
L’uomo scrolló le spalle. “C’è solo un modo per scoprirlo, no?”
Giusto. Era compito suo adesso. Era tutto nelle sue mani.
Fece per alzarsi, desideroso di andarsene in fretta da lì e tornare al suo appartamento per farsi una doccia bollente, nonostante sapesse già che l’indomani si sarebbe ammalato. Ma la voce del commissario lo fermó sul posto.
“C’è un’altra cosa, Detective.” Charles si sedette di nuovo, attento. “Batman.”
Il suo viso si incupì di botto. La sua voce diventó fredda, così come sentiva il suo corpo ancora coperto dai vestiti bagnati in quel momento. “Batman… cosa.”
“Ah… questa è una faccenda un po’ più personale. Quel vigilante, Batman. Che crede ancora di fare del bene. Hai presente, no?” Annuì, senza fiatare. “Vorrei indagassi su di lui. Scopri quali sono i suoi obiettivi. Se riuscissi a portarlo da noi. Anche con la forza, se è necessario.”
Non riuscì a trattenersi. Sbuffó una risata “Io? Portare qui Batman?”
IL Batman non verrebbe mai di sua spontanea volontà in una centrale di polizia, ancora meno trascinato con la forza. E Charles, per quanto lo desiderasse ardentemente, non ci sarebbe riuscito neanche se fosse stato Superman in persona. E poi, il vigilante verrebbe arrestato nel giro di tre secondi se solo azzardasse a fare un passo in quella direzione.
“Ho visto di cosa sei capace, Detective.”
Già. Quell’uomo riponeva fin troppa fiducia in lui. Charles aveva guardato abbastanza video dell’uomo mascherato in passato da sapere che non ce l’avrebbe mai fatta.
Tornó più serio che mai. “Ho capito, Capo. Ci proveró.”
Eppure… Charles non poteva indagare su Batman. Perché non c’era nulla su cui indagare, semplicemente.
Nessuna traccia della sua identità o delle sue azioni era segnata in alcun database di polizia o altro. Nessuno conosceva la sua vera identità e l’unico record di quello che il vigilante compiva in giro per la città era registrato solamente da alcuni notiziari locali e dalla miriade di video sgranati che Charles riusciva a trovare online.
Concretamente, nessuna informazione importante con la quale potesse lavorare. Secondo i registri di polizia, Batman non esisteva. E se c’era una traccia di lui, era come criminale. Un vigilante, una sorta di anti-eroe a tutti gli effetti.
Charles avrebbe dovuto quindi ottenere le sue informazioni su Batman in altri modi.
Come Charles facesse a conoscere Batman ancor prima di arrivare a Gotham? Beh, in realtà era abbastanza semplice. Charles faceva ricerche, leggeva i giornali, guardava i notiziari che parlavano degli Stati Uniti e di una città in cui l’oscurità e il crimine la facevano da sovrana.
Gotham sarà anche stata una città di moderate dimensioni, ma se ne parlava in tutto il mondo. Già da qualche anno.
Fu quindi molto semplice per il monegasco effettuare le sue ricerche sui motivi per il quale quel posto fosse così. Tutti gli articoli e i link facevano riferimento a criminali, talvolta dei veri e propri mostri, molti eliminati, altri ancora a piede libero per la città. E un nome in particolare catturó la sua attenzione: Il Batman. Il titolo leggeva.
Chi era questo Batman? E perché sembrava essere coinvolto in ogni singolo articolo di cronaca nera di Gotham City?
Non ci impiegó molto per scoprirlo, nonostante non ci fossero cosí tante informazioni su di lui. Un vigilante mascherato, mai visto in giro di giorno, con tuta e mantello. Rasentava il ridicolo. La violenza era il suo marchio di fabbrica, i suoi pugni il suo biglietto da visita. Quel Batman sembrava ossessionato nel combattere quelle persone. Violento, arrabbiato, ossessivo.
Quello non era il modo di fare giustizia. Specialmente in una città già consumata abbastanza come quella. Gotham non aveva bisogno di un altro criminale travestito da salvatore.
Charles, un paio di anni addietro fresco uscito dall’accademia come detective di primo livello, aveva dei sani principi. Credeva nell’ordine, nella legge applicata nel modo corretto, credeva fermamente alle regole, scritte e morali.
Il Batman non seguiva alcuna regola. Uccideva e basta. Quell’uomo mascherato credeva di fare “giustizia”, di salvare le persone utilizzando la violenza. La mera presenza di Batman era la prova schiacciante del declino di quella città, la dimostrazione che la legge non veniva più risposta da nessuno.
Charles lo odiava. Odiava il Batman. Odiava il significato che la sua figura portava.
Passó un paio di anni a leggere di lui, a guardare video delle sue “disavventure” nella città, talvolta riprese con cellulari talmente vecchi che Charles faticava anche a notare la sagoma nera del suo costume.
La sua opinione non cambió. Al contrario, si consolidó nella sua mente.
Quando trovó poi qualche mese prima della sua partenza un annuncio sulla pagina ufficiale della città di Gotham (assurdo come venisse ancora aggiornata, malgrado le condizioni della città) che richiedeva personale nella polizia della città, Charles Leclerc non ci pensó due volte prima di inviare il suo curriculum.
Ma quella città non era ancora senza speranza come Batman voleva far credere a tutti, pensando di fare del “bene” e di vendicare le persone.
Venne preso immediatamente. Era evidente che non ci fosse molta richiesta. Le persone fuggivano via da Gotham, non sceglievano di viverci. Né tantomeno sceglievano di lavorarci come poliziotti, a meno che non fossero del posto. Era da pazzi suicidi psicopatici decidere di lasciarsi alle spalle una vita di sicurezza per tentare di salvare una città che sembrava spacciata.
Forse Charles fuori di testa lo era un po’.
—•—•—
Neanche ebbe il tempo di iniziare le sue ricerche Charles (non che sapesse da dove iniziare, certo), che la mattina dopo si sveglió con una chiamata urgente dalla centrale. Un nuovo indirizzo nella tasca dei suoi pantaloni e un “Fa’ in fretta.” nelle orecchie.
Si precipitó fuori. Gotham anche di mattina sembrava fosse notte. Il sole era quasi costantemente coperto da nuvoloni grigi e cupi, che la città si portava appresso come un fiero mantello. O una maschera, per non essere riconosciuta. Ironico.
La scena del crimine davanti ai suoi occhi quando arrivó sul posto era brutale, forse più di tutte le altre che aveva visto nel corso del suo tempo da detective di più alto livello.
Attorno a lui raccoglievano prove, scattavano foto del corpo in ogni dettaglio, della scena e degli oggetti che si supponeva fossero stati utilizzati dalla persona che aveva fatto una cosa simile. Charles non riusciva a staccare lo sguardo dalla figura senza vita di fronte a lui.
Stranamente, si adattava perfettamente all’immagine e allo stile di quella città.
Il corpo si trovava in piedi, su un piedistallo, in una posizione… alquanto bizzarra, come se volesse emulare un’opera d’arte. Le palpebre erano chiuse, ma riusciva a vedere il sangue sceso sulle sue guance. In qualche modo inquietante quella posizione gli ricordava la Nike di Samotracia, la ricordava soltanto perché l’aveva vista un paio di anni prima in visita al Louvre.
Charles si avvicinó di un passo e lo notó.
Il suo corpo… era come stato aperto, in un lungo taglio che iniziava all’altezza del manubrio dello sterno e terminava al livello in cui avrebbe dovuto esserci l’ombelico. Il taglio era stato ricucito con una precisione minuziosa, come se la persona che aveva effettuato quel “lavoro” fosse esperta del settore. Charles rabbrividì al pensiero.
Supponeva, quindi, che gli organi fossero stati rimossi. Per essere un taglio e una ricucitura tanto precisa, quella persona doveva sapere anche come rimuovere un organo in modo corretto.
Spostó lo sguardo anche se gli risultó difficile, un po’ anche con un sospiro di sollievo bloccato in gola, da quel corpo per puntarlo dove si erano radunate almeno tre persone a parlare tra loro e scattare le loro foto. Si avvicinó ad esse, già temendo il momento in cui avrebbe visto di cosa si trattasse. Le altre persone gli fecero spazio.
Effettivamente non rimase deluso. Vasi e barattoli di vetro contenenti ognuno un organo differente riempivano la zona appena alla sinistra del piedistallo dove il corpo era collocato.
Era un’immagine grottesca. Era inquietante. Chiunque l’avesse fatto, aveva chiaramente bisogno di un supporto psichiatrico.
Era come se volessero, in qualche modo malsano, trasformare le persone di quella città in arte. Creare opere d’arte con i loro corpi, il loro sangue. Con la loro vita.
Gli ci volle un po’ per riprendersi, e dovette ricordarsi di essere effettivamente sul luogo di lavoro e di star lavorando in quel momento. Inizió a fare domande in giro. Chi era la persona uccisa, se aveva dei nemici, se una cosa del genere fosse mai capitata da quelle parti, se già fosse successo loro di trovarsi la morte trasformata in arte davanti agli occhi.
Quella persona non era nessuno, scoprì. Era innocente. Non era morta per alcuna vendetta. Nessuno aveva mai visto nulla del genere. Neanche gli altri agenti che lavoravano con lui. Forse neanche il suo capo.
Questo rendeva le cose ancora più difficili.
Quando decise finalmente di tornare a casa, poi, prese la strada più lunga. Doveva schiarirsi le idee, fare mente locale. Quella città non poteva già influire sul suo stato mentale e fisico. Non adesso. Aveva appena iniziato.
Se si sentì osservato per l’intero tragitto verso il suo appartamento, decise di ignorare quella sensazione. Una volta a casa gli passó l’appetito. Chiese comunque al sovrintendente di poter indagare su quel caso. In qualche modo era attirato. Anche se non sapeva ancora da cosa.
—•—•—
Com’era che aveva detto il suo capo? Il crimine non dorme mai? Oppure no, forse era ‘il crimine non aspetta nessuno’.
L’aveva già dimenticato.
Il caso volle che, passata abbondantemente la mezzanotte, Charles ricevette un’altra chiamata. Una seconda chiamata per omicidio nel giro di meno di ventiquattro ore? Magari sarebbe potuto essere un record anche per quella città.
Forse era Gotham a non dormire mai.
Charles quella volta era da solo. Ancora nessun fotografo, nessun agente di polizia in giro, soltanto lui, il rumore della pioggia sull’asfalto e la donna appesa a mezz’aria in una posizione innaturale e legata con delle corde doppie intrecciate e posizionata come se stesse cadendo. Come quelle ragazze di quello sport, com’era che si chiamava? Pole Dance? Tessuto aereo? Qualsiasi cosa fosse.
Sull’asfalto sotto il suo corpo il suo sangue sembrava espandersi in disegni e ghirigori e il tutto mescolato con la pioggia lo rendeva inquietantemente bello. E orribile, allo stesso tempo. Ancora una volta, i brividi si fecero largo sulla sua pelle, e non erano dovuti al freddo della pioggia, quella volta.
Inizió a prendere appunti come meglio poteva nonostante la pioggia, cercando di memorizzarsi quell’immagine nella testa per ritornarci non appena ne avesse l’occasione. Ogni dettaglio doveva essere precisamente conservato nella sua mente prima che la stampa decidesse di smontare il tutto e creare un’altra storia da zero, inventandola di sana pianta.
Si sentì osservato. Di nuovo come quella mattina. Si guardó intorno in modo estremamente lento, estraendo la pistola dalla fondina.
Un’ombra era ferma tra i balconi nella strettoia tra un vecchio palazzo e un altro. Una sagoma che sembrava imponente nel buio e nella pioggia di quella notte. Cosa c’era da nascondersi come ratti? Era il killer ancora sulla scena del crimine?
Puntó la pistola in alto verso quella sagoma.
“Esci fuori di lì. Lentamente.”
L’ombra fece un salto direttamente verso l’asfalto, atterrando accasciandosi a pochi metri da lui. Poi si alzó, molto lentamente. Come se volesse prolungare quel momento il più possibile.
La sua armatura era lucida di pioggia, il mantello che, nonostante fosse bagnato, veniva comunque spinto dal vento, in una forma che ricordava delle ali, inquadrando il suo corpo come un dipinto. La maschera scura e lucida, illuminata dai fiochi lampioni a led e dalla luna era come l’ascia di un boia in quel silenzio.
Batman.
Il cuore di Charles saltó un battito alla vista. Riuscì a tenere comunque la presa salda sulla sua pistola. La sua voce era, a sua stessa sorpresa, ferma. “Avrei dovuto aspettarmelo. Era da un po’ che mi sentivo osservato.”
Dovette parlare a voce più alta. In qualche modo, con il Batman di fronte a lui, la pioggia sembrava cadere ancora più violentemente, riempiendogli le orecchie di rumore.
Assurdamente, in più di tre mesi di servizio in quel luogo, era la prima volta che incontrava il Batman da vicino. O che aveva una conversazione con lui. Temeva che quel giorno sarebbe mai arrivato.
“Sei in ritardo, Detective.” Il suo tono di voce spiccava chiaramente nella notte. Gli si addiceva. Batman fece un passo verso la sua direzione, ma poi si voltó verso il corpo senza vita a mezz’aria. “Hanno già rilasciato la loro dichiarazione alla città. Prendere appunti non servirà a nulla, perdi tempo. Il prossimo sarà diverso.”
Almeno cinque passi li separavano. Abbassó la pistola. “Cosa c’è, sei venuto a prendere spunto per il tuo prossimo attacco?” Una pura e genuina provocazione dettata dal suo odio viscerale verso di lui. Voleva l’attenzione del Batman su di lui, voleva eliminarlo.
Il vigilante si voltó verso di lui. Con quella maschera scura non riusciva a capire la sua espressione. Sperava fosse arrabbiato. “Sei nuovo, presumo. Non ti consiglio di restare qui a lungo.”
Charles fece un sorrisetto. Era tutt’altro che divertito, uscì più come una smorfia. “Questo è il mio caso. Se avessi voluto arrendermi non sarei venuto fin qui.”
“Le vostre regole non salvano nessuno, Detective. E mai lo faranno.”
Il suo tono di voce era sempre così basso e monotono, ma forse, per la prima volta quella sera, ci lesse anche una punta di sentimento. Di odio. Ma verso chi?
“I tuoi metodi sono quelli giusti, non è così, Batman?” Sibiló il suo nome come una bestemmia. Fece qualche passo verso la sua direzione. Il Batman non si mosse. “Giochi con le vite di questi cittadini di continuo.”
“Io faccio quello che è necessario per la città. È una cosa che quelli come te non capiranno mai.”
Necessario per la città? Picchiando tutti i criminali di Gotham come se quello servisse a qualcosa?
Charles non ci vide più dalla rabbia. Gli puntó la pistola esattamente al centro tra i suoi occhi, sulla maschera. E caricó il colpo.
Per la prima volta vide Batman in azione, successe tutto in un batter d’occhio. Gli torse il polso con una presa, facendogli scivolare la pistola dalle mani, mentre con l’altra lo spinse fino a farlo scontrare violentemente contro il muro di mattoni di un palazzo. Gli teneva l’avambraccio contro la gola.
L’impatto gli tolse il respiro e il polso gli pulsava dal dolore. Nonostante ciò, Charles utilizzó tutta la sua forza di volontà per non distogliere lo sguardo dal suo e, anzi, guardarlo quasi con aria di superiorità.
“Non lo ripeteró. Stanne fuori.” La voce profonda di Batman e la rabbia nel suo tono lo colpirono in pieno viso.
Charles gli rivolse un sorrisetto sornione. “Se ti trovo di nuovo sulla scena del crimine non ti daró il tempo di dire neanche una parola.” Sibiló a denti stretti.
Un secondo. Due secondi. Batman lasció la presa e il ragazzo inizió a tossire, con gli occhi lucidi dallo sforzo.
Quando Charles si voltó verso dove si aspettava di trovarsi ancora il vigilante, lui era sparito.
—•—•—
Tornato al suo covo, il vigilante neanche si curó di spogliarsi del suo costume, prima di sedersi alla console. Doveva capire chi era quel nuovo Detective, perché raramente l’uomo si trovava di fronte facce nuove in quella città.
Nessuno veniva a Gotham di propria spontanea volontà. Nessuno.
Con la tecnologia che il suo covo gli offriva, ed anche con il fatto che avesse hackerato il database della polizia, non ci impiegó nulla per scoprire chi fosse quella nuova recluta.
Le sue dita si muovevano velocemente sulla tastiera, il click dei tasti riecheggiava nel vuoto e nel buio della caverna. Curiosità, agitazione, rabbia nei suoi movimenti. Era piú concentrato che mai.
Charles Leclerc. Ventiquattro anni. Nato a Monaco, nel Principato, in Europa. La sua fotografia prendeva almeno la metà del suo schermo principale. Insopportabile, il suo viso. Rumoroso, e anche sfortunatamente interessante. Rapiva la sua attenzione.
Era un detective di alto livello. Aveva esperienza, a Monaco. Era bravo. Ne stava acquisendo anche a Gotham. Non sembrava avesse altre attività o interessi se non quello di svolgere bene il suo lavoro alla centrale di polizia.
Controllò le sue finanze, il suo registro telefonico. Nulla di sospetto. La sua carriera scolastica e universitaria, il suo tempo all’accademia di polizia. Sembrava una persona perfettamente normale.
Batman tagliava via e studiava strati su strati della vita del Detective con una facilità disarmante.
Trovò il suo indirizzo di casa a Monaco ed anche quello di Gotham. Aprí l’immagine satellitare su quest’ultimo. Il suo appartamento modesto, cosí come l’edificio in cui abitava.
Nel giro di mezz’ora conosceva tutta la superficie di Charles Leclerc. Non lo conosceva personalmente, però. Non sapeva da dove provenisse quel suo sorrisetto e la sicurezza in sé stesso, o neanche l’odio viscerale nei suoi confronti, che aveva letto nei suoi occhi chiari.
“Cosa sei venuto a fare qui, Charles Leclerc?” sussurró tra sé e sé.
Aveva dedotto non fosse di Gotham, il suo stile, il viso nuovo e il suo modo di fare letteralmente parlavano per lui. Ma addirittura dall’Europa?
Cosa ci faceva lì? Credeva di sapere meglio di lui come comportarsi in quella città e come trattarla? Credeva di poter comandare la sua città? Arrivare lì, dettare legge e pensare che la gente lo stesse a sentire?
Avrebbe dovuto sapere bene come funzionava a Gotham.
“Alfred.” Il suo maggiordomo si materializzó a dieci passi da lui. “Teniamolo d’occhio.”
“Certo, signor Verstappen.”
Nel bagno si tolse la maschera con un sospiro bloccato sul fondo della gola. I suoi capelli biondo cenere, scompigliati, andavano da ogni parte, tranne quella che voleva lui.
Il suo respiro affannoso riempiva il silenzio di quella stanza troppo piccola e altrimenti buia se non fosse stato per la piccola lampadina sulla sua testa.
Il suo viso scoperto riflesso allo specchio era come se volesse prenderlo in giro. Due occhi chiari, le pupille ancora estremamente dilatate, lo fissavano, contornati dal trucco scuro che utilizzava per coprirsi. Oramai si era macchiato anche il resto della faccia. I segni rossi sul suo viso dati dalla maschera, così come quelli sul suo corpo, sulle sue spalle per il peso dell’armatura, parevano ridere di lui.
Non ci credo che lo stai ancora facendo, Max.
Digrignó i denti. Si trattenne dal tirare un pugno al suo riflesso che sembrava ridere di lui, ma mantenne il lavandino con una presa salda. Quella volta lo specchio non cadde a terra in mille pezzi.
Si sciacquó il viso con acqua congelata, così come i capelli che passó sotto al getto. Goccioline nere scendevano lungo tutto il suo viso e cadevano nell’acqua del lavandino.
Non si guardó più allo specchio. Non sapeva sarebbe stato pronto ad affrontarla già, quella versione pulita e umana di lui dal suo riflesso.
