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ONE MONTH LATER
Camminava in realtà senza una meta precisa, tra la folla di gente che andava di fretta quella sera, Charles. Il cappuccio del suo giubbotto sopra la testa a ripararsi dalla pioggia, ma ormai il freddo era impregnato nelle sue ossa, dentro di lui. Osceno e familiare, una dolce relazione tossica.
Il suo distintivo in tasca, al sicuro.
Gli avevano permesso di tornare al lavoro, ma da solo aveva detto di no alla posizione di capo della polizia. Dopotutto, ancora non era pronto. C’era molta esperienza che doveva ancora fare, la strada era lunga. Forse in futuro, se gliel’avessero richiesto in una posizione vantaggiosa e con anni di esperienza alle spalle, avrebbe anche potuto accettare.
Un mese era passato. Un mese da quando il museo era crollato sopra la testa di tutti i Curatori. Un mese da quando Batman, o Max Verstappen, era scomparso. Era passato anche troppo in fretta. Se Charles chiudeva gli occhi poteva ancora sentire le urla delle persone nelle orecchie, il rumore degli esplosivi e di Max che gli urlava di uscire da lí. I brividi che ancora provava quando immaginava la sua voce.
Dopo la vicenda del museo, dimenticarono tutti quello che era successo prima: i video della chiesa, il bacio nel fuoco, la lotta e le morti al teatro. I video andarono perduti per sempre, se qualcuno avesse voluto cercarli, avrebbe trovato immagini censurate dell’incendio, nessuna foto esplicita che ritraesse Charles Leclerc o Batman.
Batman. Max Verstappen. Nessuno sapeva dove fosse, neanche Charles. Molti pensavano fosse morto, quasi tutti. Pochi altri pensavano se ne fosse proprio andato via da Gotham, per riprendere la sua attività di Batman in anonimo, perché oramai tutti sapevano chi si nascondesse dietro quella maschera nera.
Charles no. Charles conosceva Batman. E conosceva Max Verstappen. Erano la stessa persona. Max Verstappen non si sarebbe mai arreso alla morte in quel modo penoso, no. Se ne sarebbe andato lottando, quello che sapeva fare meglio. O almeno, quello era il pensiero che spingeva Charles a fare ancora meglio, mentre lavorava a casi vecchi e scopriva misteri mai notati prima di allora, insieme a nuove informazioni, e le esponeva su internet per mostrare al mondo la mostruosità dell’essere umano.
No, Batman non era morto. Si ripeteva Charles ogni giorno perché sennò sarebbe impazzito. Non poteva essere morto, non poteva e basta. C’erano questioni che avevano lasciato in sospeso. Emozioni che Charles ancora teneva dentro, chiuse in una gabbia di cui soltanto una persona aveva la chiave. Solo una.
Gotham stava migliorando lentamente, o almeno era quello a cui Charles piaceva pensare. La criminalità era scesa di parecchio, dopo quella performance che rasentava il ridicolo dei Curatori. Si svegliarono tutti improvvisamente dal sonno profondo, rendendosi conto del fatto che in effetti era di un gruppo di assassini di cui si stava parlando, e che avrebbero distrutto tutta Gotham se non fosse stato per Charles Leclerc, per Max Verstappen e per il loro coraggio (letto come ‘stupidità’ e ‘vendetta’).
Ormai Gotham non viveva piú nel passato. Guardava al futuro, al progresso. E avrebbe dovuto farlo anche Charles a dire il vero.
E l’avrebbe anche fatto, se solo quella sera non avesse alzato gli occhi in alto e visto il segnale di Batman nel cielo, chiaro come il sole, e il suo cuore riprese a battere, come se fosse morto per un cazzo di mese intero e tornato in vita solo in quel momento. Finalmente, pensò.
Già sapeva dove trovarlo, e fu piacevolmente sorpreso quando lo incontrò, sempre sul tetto di quel palazzo pieno di gargoyle, e finalmente vestito come un normale essere umano, per una volta. Senza l’armatura, senza il mantello e senza la maschera. Un po’ gli era mancato guardarlo coperto in quel modo, doveva essere onesto. Gli dava le spalle, ma era sicurissimo che l’avesse sentito arrivare.
Fece un passo verso la sua schiena.
“Pensavo fossi morto.” disse in un sospiro.
Non poteva mica dirgli che per un mese intero aveva aspettato con ansia di avere sue notizie, di sentire anche per un secondo il suono della sua voce. Non poteva dirgli che ogni singolo giorno era rimasto a fissare il cielo in attesa del segnale, oppure la posta in attesa di una lettera, o anche i tetti dei palazzi per vedere una sagoma familiare sbucarci da sopra.
“Forse un po’ lo sono stato.” gli rispose sospirando Max. Si voltò finalmente a guardarlo, i suoi occhi chiari sembravano brillare al buio.
“Allora cosa ci fai qui, cos’è questo?”
“La parte dopo.” Aveva un’aria di finalità, quella frase. Una che Charles non capiva. Forse non voleva capire.
Charles camminò ancora, fino a fermarsi accanto a lui. Guardava la città dall’alto, le luci degli appartamenti che iniziavano ad accendersi. Gotham che di notte si svegliava. Adorava quella vista. Non era come il tramonto sul principato di Monaco, certo, ma era pur sempre qualcosa e Charles aveva imparato ad amare anche quella parte di Gotham.
In quel momento, però, la guardava solo per non incrociare lo sguardo profondo dell’uomo accanto a lui. Era… un po’ in soggezione. Quegli occhi lo mettevano in soggezione.
Incrociò le braccia al petto. Aveva bisogno di protezione, una sorta di scudo. “Hai rovinato tutto. Sei sparito.” parló il detective.
“Era quello che volevi.” disse risoluto Max. No. Si sbagliava, si sbagliava di grosso, quello Charles poteva dirlo. Poteva negare.
“No.”
“Sí.” insistette Max.
“No.” Quella volta Charles fu piú deciso. Si girò di nuovo verso di lui, doveva farglielo capire. “Max, io—“ ma non riusciva a parlare. Gli morirono le parole in gola e non sapeva cosa dire. Sospirò e basta. Non voleva dirlo, oppure forse lo voleva anche troppo, ma non trovava le parole.
Max allungò una mano tra i loro corpi, per raggiungere la sua mano, il suo polso. Lo sfiorò in punta di dita, esitante anche a prenderlo nella sua mano.
Charles sospirò cosí profondamente da sembrare quasi disperato. Abbassó lo sguardo verso le loro mani troppo vicine. “Ti prego…” Non sapeva neanche lui per cosa lo stesse pregando, a dire il vero: se per fermarlo o per farlo continuare.
“Mi hai baciato.”
Chiuse gli occhi a quell’affermazione. Teneva ancora lo sguardo basso e Max gli teneva ancora la mano a sfiorare la propria. “Lo so. Me l’hai lasciato fare.”
“Sai che lo rifarei.” gli rispose con una decisione mai vista, Max. E sapeva fosse la verità, perché Max Verstappen non scherzava su quelle cose. Batman non scherzava su quelle cose.
Alzò di nuovo gli occhi Charles, ad incontrare quelli gelidi dell’uomo di fronte a lui. Il blu dei suoi occhi risaltava anche di piú quando pioveva. Dio, era… era tutto ancora cosí complicato. Max Verstappen era un casino, lo avrebbe rovinato. Ma l’aveva già fatto anche in passato. Cosa cambiava?
Charles deglutí, prima di riprendere parola. “Ti ho aspettato.” ammise. Gli ci volle una bella dose di coraggio per ammetterlo. Sentiva il suo cuore battere cosí forte che neanche riusciva piú a parlare normalmente.
“Mi serviva un po’ di tempo.”
Il monegasco annuí alle sue parole, ma non gli rispose. Lo fissava e basta, ancora e ancora. Alternava lo sguardo da un occhio all’altro, come ipnotizzato, poi passava alle labbra, in un loop continuo. Non sapeva cos’altro dire, o neanche cos’altro fare. Non allontanava la sua mano e neanche il suo corpo vicino a quello di Max.
Sospiró ancora. “Dovresti andare, adesso.” invece disse. Tutti i pensieri che aveva per la testa, tutto quello che voleva fare… nulla. Ignorò, ancora una volta, il suo cuore che batteva all’impazzata nella sua gabbia toracica.
Max effettivamente si allontanò da lui, iniziando a fare qualche passo indietro, tornando nel buio da cui era comparso. Allo stesso tempo, che Max Verstappen si allontanasse da lui era l’ultima cosa che Charles voleva. Non lo guardò mentre si allontanava. Restò a fissare la città. In qualche modo faceva male.
“Mi cercherai ancora.”
Lo sapeva anche Max. Charles Leclerc non riusciva a stargli lontano, non piú, non poteva piú resistere. Non voleva piú mentire.
“Lo sai.” Disse Charles, con tono di finalità. “Non sparire.”
Non sentiva i suoi passi dietro di lui. Passò un secondo. Poi due, tre, quattro, cinque. Avrebbe dovuto essere già via il vigilante, ormai. Già lontano, perché dopo tutto quel tempo passato a muoversi nel buio aveva imparato ad essere efficiente, a muoversi senza far rumore, come fosse lui stesso l’ombra.
Ma invece Charles sentí i passi avvicinarsi di nuovo a lui da dietro, un breve “Oh, andiamo, Charles.” sibilato a bassa voce, una presa forte al polso che lo fece girare di scatto e Max fece incontrare le loro labbra, tenendolo per il collo. Dolce, per una volta, assolutamente non da loro, deciso e disperato.
La cosa peggiore era il ‘finalmente’ che Charles pensò e il sorriso genuino che minacciava di uscirgli in viso.
Max Verstappen gli avrebbe rovinato la vita, Charles lo sapeva, ma per una volta non era preoccupato.
Merda.
