Work Text:
A Saint e Shin che si amano come amo io,
Agli SkyNani, che mi hanno riportato alle parole
Stupido cane ubriaco
Losses and crashes
Born from the ashes
Dreams and let downs
We're going to town
Nothing will stop us
We'll dance the night away
We're gonna dance
The night away
Il ragazzone fatto di acciaio era indenne a ogni tipo di colpo, tra pugni e calci, ma scoprì ben presto e nella maniera più semplice al mondo di non essere incolume alla birra.
Saint si trovava appoggiato con la testa al muro del bar in cui aveva trascorso la serata insieme a Ken e ai gemelli, gli occhi chiusi e il mondo attorno a lui che vorticava terribilmente veloce.
“Ai’Saint, sicuro di stare bene?” gli chiese Knot, lanciando sguardi preoccupati ai due amici accanto a sé. Nessuno di loro era nello stato di poter fare la morale, né tantomeno di permettersi di fare la persona responsabile e trovare un modo ragionevole di ritirarsi a casa in sicurezza. Saint mugolò soltanto, annuendo caoticamente e dondolando col busto avanti e indietro, rischiando quasi di scivolare all’indietro. Una forza invisibile, di certo non la gravità, lo tenne su. Voleva solo dormire, senza spendere più alcuna energia per quella serata. E se ciò significava dormire seduto sul marciapiede, all’aperto, esposto ai pericoli della strada di quel quartiere, non gliene poteva fregare nulla.
“Non puoi restare qui” affermò Ken, ciondolando sui propri piedi. I gemelli, ai suoi lati, erano ciò che lo tenevano in piedi.
“Mi…riprendo… e… torno… a… casa… andate voi” biascicò lamentoso Saint. Troppe energie sprecate anche per rispondergli.
Fossero stati meno alticci, probabilmente avrebbero preso la situazione più seriamente ma nessuno di loro era veramente nello stato di coscienza tale da comportarsi da vero amico e, semplicemente, scoppiarono a ridere. “Dio, amico, sei così ubriaco” esclamò Nate, col telefono in mano.
“Andiamo tutti, casa mia non è così lontana, resti a dormire da me” propose Ken. Saint dondolò nuovamente con la testa. Era fuori discussione: mettersi in piedi e camminare. “Vomito” bofonchiò, scaturendo altre risate.
“Almeno… hai scritto a qualcuno per farti venire a prendere? Non puoi metterti sul motorino in questo stato… e nemmeno restare qui, le zanzare ti mangeranno vivo”
Riuscire a tenere il passo di quella conversazione era veramente difficile, per tutti. Parlavano, ma era come giocare al telefono senza fili con il risultato finale totalmente fallimentare.
“Shin…”
La risposta di Saint tardò ad arrivare a tal punto che Knot, che aveva chiesto, si era dimenticato la domanda posta.
“Shin? Shin, cosa, amico? Shin domani ti farà il culo per esserti sbronzato? Ai’Saint, il tuo fidanzato ti tiene al cappio” lo bulleggiò Knot. Si divertivano sempre a ironizzare sulla loro amicizia, spesso Ken gli ribadiva quanto anche lui si sentisse legato ai gemelli, eppure non era mai arrivato ai livelli di stucchevolezza che Saint e Shin toccavano praticamente quotidianamente.
Ken lanciò poi uno schiaffo tra capo e collo a Knot, rischiando di inciampare nei suoi stessi piedi per quella azione avventata. “Shin, ha scritto a Shin, idiota” borbottò all’amico, che comunque sembrò non capire. Knot, con un cipiglio dipinto in viso, e la mano a massaggiarsi il punto colpito, guardò dapprima Ken, poi Saint. “Sto per farmela addosso, mi scappa la pipì” esclamò. Nate biascicò qualcosa, doveva avere anche lui dei problemi di vescica. Il bar in cui si erano ridotti in quelle condizioni era ormai chiuso.
“Andate” urlò Saint, piagnucolante. “Va tutto bene, ci… vediamo domani…”
C’era da ribadirlo: in una situazione migliore, nessuno di loro quattro avrebbe abbandonato un amico in quello stato. Ma la birra li aveva resi incoscienti e stupidi – più del solito, avrebbe precisato Shin fosse stato presente – perciò diedero retta alla rassicurazione di Saint e dopo averlo salutato, ciondolando a zigzag per le strade buie scomparirono nella notte.
Inizialmente, non seppe dirsi per quanto tempo, Saint rimase semplicemente fermo, occhi ancora chiusi, mezzo assopito, nella medesima posizione in cui si era accasciato una volta uscito dal locale.
Non aveva veramente scritto a Shin, la sua intenzione – perché era un fottuto testardo – era riprendersi grazie all’aria fresca e mettersi sul motorino per ritornarsene a casa. Dopodiché, tra un pensiero sconnesso e l’altro, aveva ponderato di lasciare il veicolo e mettersi in cammino a piedi, per evitare incidenti stradali. Ma stava troppo male. La testa era incredibilmente leggera e tremendamente pesante al medesimo tempo. Eppure non aveva bevuto così tanto. Ipotizzò che uno di quei tre maledetti amici avesse drogato un giro di birra, semplicemente per sballarsi maggiormente. Poi contò sulle dita di entrambe le mani i boccali che aveva buttato giù e… no, forse non c’era stato realmente bisogno di un aiutino in più per ridurlo in quello stato.
Oh, Shin lo avrebbe sul serio ridotto all’osso quando ne sarebbe venuto a conoscenza. Saint fece il broncio al vuoto di fronte a sé: ma Shin non era uscito con loro quella sera e forse il numero delle birre ingurgitate era dovuto anche a quello. Se avesse partecipato, forse Saint avrebbe avuto una scusa in più per essere responsabile del loro ritorno a casa… No, no… quel discorso non avrebbe potuto portarlo avanti né con Shin, né con se stesso perché sarebbe finito nel torto, in ogni caso. Mantenne però il broncio. Perché era legittimato a essere triste se il suo migliore amico rifiutava di passare una serata assieme a lui. Su questo, aveva tutte le ragioni del mondo. Anche se trascorrevano intere giornate insieme, tra scuola e tempo libero, una serata in assenza di Shin equivaleva a un mese di distanza forzata. Saint aveva perfino pensato di bidonare Ken e i gemelli, per restarsene a casa con Shin ma sapeva che era sbagliato anche in quel caso. Glielo aveva detto Shin, di andare, perché se non si arrabbiava lui allora sicuramente avrebbe dovuto gestire la rabbia di Ken. E non era mai un bell’affare, la collera di quel piccoletto. Sapeva vendicarsi in modi veramente… subdoli.
Un tuono spezzò il silenzio che lo circondava. Era troppo buio per averne la certezza guardando il cielo, ma quel suono gli fece intuire che presto avrebbe iniziato a piovere. Quindi, ora, i problemi aumentavano: dormire all’aria aperta, indifeso a qualsiasi tipo di pericolo, le zanzare che lo stavano già massacrando… e presto un temporale a inzupparlo da capo a piedi.
Con una mezza smorfia, Saint provò a mettersi in piedi. Con scarso successo, si accasciò nuovamente a terra, completamente sdraiato. Girava ancora tutto. Troppo.
A quel punto, il nome del migliore amico, come tante stelline volanti, iniziò a vorticargli attorno alla mente.
Shin. Shin. Shin. Shin. Shin.
Solo lui poteva salvarlo in quella situazione. Ne avrebbe pagato le conseguenze, avrebbe sentito i suoi rimproveri, borbottamenti per settimane intere, ma non aveva alternative valide. Suo padre? Probabilmente era più ubriaco di lui, privo di sensi sul lettino del loro piccolo appartamento. E chi altro? Lui aveva solo Shin.
Solo quel nome contava veramente nella sua vita, solo a lui poteva affidare la sua vita ciecamente. E non importava che avesse solo lui, perché nel suo cuore Shin valeva come una intera popolazione mondiale.
Estrasse il telefono dalla tasca. Ci impiegò più del necessario perché ogni azione si rivelava essere incommensurabilmente difficile in quello stato. Quando finalmente strinse il cellulare tra le sue mani, alzato a pochi centimetri dal proprio viso fu abbagliato dalla luce dello schermo. Tenere gli occhi aperti si rivelò come l’ennesima difficoltà da affrontare. Per fortuna, raggiungere la chat di Shin fu un poco più semplice, era sempre il primo contatto nella lista: tra le ultime chiamate, gli ultimi messaggi, sui social… ovunque. Shin era sempre in cima.
Quando aprì la chat si rese conto che erano le due del mattino. Dio… gli avrebbe fatto prendere un accidente se avesse provato a chiamarlo, ne era sicuro. Per qualche assurdo motivo, ritenne che inviargli un messaggio fosse meno pericoloso. Non seppe, se per la vita del suo migliore amico, o per la propria.
Shin, ubriaco, vieni
Furono le tre uniche parole che riuscì a digitare. D’altronde, l’idiota tra i due era sempre stato lui. Mentre si abbandonava alla spossatezza e ai sensi in maniera definitiva, Saint si sentì consolato all’idea che il migliore amico non avrebbe avuto bisogno né della posizione, né di un messaggio più chiaro di così per trovarlo.
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Se ci avesse scommesso, Shin avrebbe vinto. Non solo quella sera, ma ogni volta che si trattava di Saint e della sua inaffidabilità. Nonostante fosse stravolto dagli allenamenti di calcio di quella sera e i muscoli delle gambe, ora, a freddo, gli ricordassero tutti i sacrifici che stava facendo per migliorare come calciatore, si era messo dapprima a studiare, anticipandosi qualche compito, e poi a leggere uno dei suoi fumetti preferiti. Perché poteva scommetterci, che Saint in un modo o nell’altro avrebbe chiesto il suo aiuto. Non era nemmeno una sensazione trascendentale, di una sola anima separata in due corpi, niente stronzate di questo genere: Saint era solo un fottuto idiota, e Shin lo sapeva bene. Non cedette nemmeno verso l’una, sebbene il sonno iniziasse a farsi sentire. Guardò un film sull’apocalisse zombie, unico genere che non lo faceva addormentare.
Poi, arrivò la prova della sua vittoria attraverso il trillo di una notifica sul cellulare.
Saint:
Shin, ubriaco, vieni
Shin non si sprecò nemmeno in maledizioni. Forse una parte di lui si aspettava semplicemente un messaggio da parte dell’amico che lo avvisasse che la serata si era conclusa nel migliore dei modi, che fosse troppo tardi per andare a dormire da lui e gli augurasse perciò la buonanotte. Una piccolissima, infinitesimale particina, forse, se lo auspicava. Ma la quasi totalità della sua persona, semplicemente, lo sapeva.
Si infilò in fretta una felpa, dopo aver chiamato velocemente un taxi, e prese una bottiglietta d’acqua e un ombrello perché lampi e tuoni minacciavano l’arrivo di un temporale.
Aspettò l’auto davanti al cancello, impaziente. L’idiota non gli aveva nemmeno dato la posizione, ma Shin la conosceva di già. Non c’erano segreti, fra loro, o forse Saint conosceva un minimo se stesso e si adoperava a far sapere all’amico ogni suo spostamento in caso di emergenza.
Quando salì sul taxi, Shin negava col capo “caso di emergenza il cazzo” borbottò tra i denti. L’autista, senza voltarsi, lo guardò dallo specchietto e gli chiese: “Come, prego?”
Shin alzò gli occhi al cielo ma si scusò, dandogli poi le indicazioni della meta. Arrivarono dieci minuti più tardi di fronte al bar dall’insegna ormai spenta. Shin utilizzò velocemente il proprio telefono per pagare l’autista e scese. L’ideale sarebbe stato farlo aspettare per tornarsene a casa allo stesso modo in cui era arrivato, ma Saint era uscito con il proprio motorino e sapeva di non poterlo lasciare lì, incustodito: non lo avrebbero sicuramente ritrovato l’indomani. Proprio quel veicolo fu la prima cosa che notò: Saint era stato lì. E si augurava ci fosse rimasto, altrimenti la ricerca si sarebbe complicata notevolmente.
Si avvicinò al locale guardandosi attorno. Quell’idiota doveva pur essere da qualche parte. Si rigirò ogni luogo, per poi trovarlo disteso a terra completamente, vicino ai cassonetti rosso e giallo dell’immondizia. Qualcuno avrebbe potuto considerarlo morto, Shin non si fece nemmeno venire lo scrupolo perché altrimenti avrebbe fatto di tutto per riportarlo in vita, con l’unico scopo di ammazzarlo con le sue stesse mani.
“Ai’Saint, porc-” quasi bestemmiò ma si trattenne, inginocchiandosi di fronte all’amico e abbandonando l’ombrello a terra. Gli picchiettò le guance nel tentativo di svegliarlo. “Saint, Saint… Svegliati!” Riacciuffò la bottiglietta incastrata nella tasca della felpa, depositò un po’ d’acqua sul palmo di una mano e gliela buttò in faccia. Saint fece solo una smorfia, ma non si destò.
Era vivo. Shin pensò di poterlo finire lì, perché tanto quella sarebbe stata la sua fine in ogni caso. Serrò una mascella e continuò a strattonarlo. “Ai’Saint, se inizia a piovere e siamo ancora qui come due coglioni, io ti giuro che non te lo perdonerò mai” lo maledisse. Allora, solo con quel tono di voce, Saint sembrò venir fuori dallo stato di incoscienza in cui era.
“Ai’Shin” esclamò con un sorriso.
“Ai'Sat” ribatté velocemente obbligandolo a bere un sorso d’acqua. “Ce la fai ad alzarti?”
Saint annuì, ma soltanto con l’aiuto dell’amico riuscì a mettersi maldestramente in piedi. “Che si fa?” ironizzò Saint ridacchiando brillo. Shin alzò un piede per calciare il suo didietro e maledirlo ulteriormente ma aveva a cuore di più che Saint rimanesse in piedi e il suo equilibrio era veramente precario. Lo trascinò, quindi, verso il motorino. Durante quella che sembrò una processione religiosa, Shin ponderò sul da farsi: lui non guidava, non aveva nemmeno la patente, ma lasciare farlo a Saint in quello stato era come desiderare di ammazzarsi. E lui voleva morto soltanto quello stupido cane idiota. Avrebbe potuto essere comunque pericoloso mettersi alla guida con quel ragazzone sulle spalle ma non aveva altre opzioni.
Shin gli infilò il casco, sistemò l’ombrello e la bottiglietta sotto il sedile. Almeno il cielo li stava graziando. Tuonava, ma la pioggia ancora non li aveva trovati. Mettere Saint sul motorino fu complicato. Richiese a Shin tutta la sua pazienza e la sua buona volontà, mentre il cretino continuava a ridere e sogghignare. “Ai’Shin come farei senza di te” gli diceva, cercando di abbracciarlo. Shin lo spingeva via e gli ordinava di alzare una gamba per salire sul motorino, ma dovette farlo più e più volte prima che Saint capisse.
Infine, si misero in viaggio. E fu un’avventura anche in quel caso. Saint era completamente abbandonato sulla sua schiena e lui doveva essere superconcentrato alla guida, per non rischiare qualche scivolata durante una curva.
Saint gli stringeva forte la vita con le sue braccia e questo lo distraeva dalla guida.
Gli respirava sul collo, addormentato, con la faccia su una spalla e anche questo lo distraeva dalla guida.
Era abituato a distrarsi a sua volta, perché Saint era una persona fisica e lui doveva necessariamente pensare ad altro per non focalizzare i pensieri su quella mano che gli stringeva un polso, o una coscia, o un fianco…
Si ridestò nervosamente, cacciando quei pensieri dalla testa mentre attraversavano il ponte vicino casa. Erano quasi arrivati. Incredibilmente ce l’avevano fatta.
Il cielo, purtroppo, decise di non supportarli più e iniziò a piovere proprio quando Shin parcheggiò di fronte al cancello di casa.
Cercando di dividersi tra le cose da fare e sostenere un Saint che non aveva alcun desiderio di rendersi utile, Shin riuscì comunque ad acciuffare l’ombrello e ad aprirlo. Si mise Saint al suo fianco, sorreggendolo e trascinandolo e maledicendolo. “Ti detesto, dannato stupido cane ubriaco” esclamò di fronte alla porta, poco prima di chiudere l’ombrello. Si concedette uno sguardo al viso di Saint. I momenti sotto l’ombrello, durante la pioggia, erano sempre stati tanto dichiarativi.
L’odio che provava era alla stregua dell’amore che si erano dichiarati reciprocamente. Ma decidere di avere nella vita Saint, significava anche questo: accollarsi nel bene e nel male tutta la sua persona.
Girò la chiave nella toppa e iniziò di nuovo un processo mentale su come arrivare nella sua camera senza svegliare nessuno.
C’erano le scale a rendere tutto complicato. Ordinò a Saint di togliersi le scarpe e, sorprendentemente, quel moribondo che gli respirava sul collo eseguì senza rimostranze. Ciondolarono perdendo l’equilibrio un paio di volte, ma non caddero, poi uno scalino alla volta arrivarono in cima. Shin si morse la lingua per non parlare, voleva continuare a lanciargli ogni tipo di offesa ma sapeva che se non fosse stata una caduta di Saint dalle scale a svegliare la madre e la sorella, avrebbe potuto essere lui stesso e non potevano permettersi, nessuno dei due, una ramanzina dalle donne di casa.
Arrivarono nella sua camera e abbandonare Saint disgraziatamente sul letto fu come una liberazione. Riprese fiato, guardandolo con le mani sui fianchi.
“Domani ti ridurrò in cenere” bofonchiò per poi togliergli la felpa. Successivamente, strattonò via il piumone sotto il suo corpo di marmo. Quei movimenti lo svegliarono, dapprima facendolo solo brontolare nel sonno, subito dopo, quando Shin lo stava comprendo delicatamente con la coperta, come quell’azione delicata fosse più violenta e inaspettata della brutalità che l’amico gli aveva riservato fino a quel momento, aprì gli occhi. E per un lasso di tempo indefinito lui e Shin si ritrovarono a fissarsi a una ridicola distanza di spazio. Saint si accigliò, spaesato: forse la sbronza che stava affrontando gli causava problemi alla memoria breve perché sembrò non riuscire a comprendere come ci fosse finito improvvisamente nella stanza del migliore amico.
“Mi sono perso il momento in cui mi hai strozzato con le tue stesse mani e questo è il paradiso?” domandò con voce biascicata, stropicciandosi un occhio. Shin abbozzò un sorriso.
“Ti faccio fuori domani, dormi tranquillo” lo rassicurò con un ghigno. Saint fece un sorriso enorme, “Ai’Shin…” disse dolcemente, ridacchiando e tossendo; non era molto presente a se stesso, quindi Shin avrebbe potuto approfittarne: sapeva, infatti, che Saint parlasse nel sonno, perciò se gli si ponevano delle domande, lui avrebbe risposto impossibilitato a filtrarsi o a mentire.
“Chi eravate stasera?”
Saint arricciò il naso, in una smorfia, e ciondolò con la testa a destra e a sinistra. “Ken, Knot, Nate… Shin” rispose, farfugliando.
Shin si accigliò. “Ai’Saint, io ero agli allenamenti. Chi altro c’era?”
“Tu…” insistette Saint, per poi battersi piano una mano sul petto. “Perché tu sei qui, sempre con me” affermò, sorridendo ampiamente, riaprendo gli occhi per guardarlo maliziosamente. E ridacchiò. Shin alzò gli occhi al cielo, si forzò a non sorridere mordendosi un labbro e sospirò un ‘Ai'Sat’, rimettendosi in piedi con le braccia sui fianchi. “Dormi, ora, è tardi perfino per le tue stronzate” ordinò. Saint brontolò senza dire niente di sensato e si rigirò su se stesso per mettersi d’un fianco. Nemmeno un minuto dopo e il respiro si era fatto profondo. Dormiva.
Shin aveva bisogno di una doccia calda, di distendere tutti i nervi tesi ma raggiunto il sollievo arrivò anche la stanchezza, quindi non fece altro che liberarsi dei propri abiti e infilarsi un paio di pantaloncini e una canotta per poi affiancarsi a Saint sul letto.
L’amico dormiva profondamente, si mise d’un fianco per osservarlo nel silenzio della camera e col suono del temporale al di là della finestra. Un lampo gli diede la visuale di pochi secondi del profilo di Saint e Shin si destò dai propri pensieri, colpevole del brutto scherzo che i suoi occhi gli stessero facendo.
Fissarlo, sapendo di non essere scoperto, era sbagliato. Era pericoloso. Era… una doccia fredda: cacciò via una mano che si era allungata verso una ciocca dei capelli di Saint per spostargliela e quasi non se la schiaffeggiò.
“Sto impazzendo” bofonchiò, saltando sul posto per dare le spalle all’amico. Chiuse gli occhi di forza e mordendosi l’interno di una guancia, cercò di dormire.
Riuscì a farlo soltanto qualche minuto più tardi, ascoltando il respiro cadenzato di Saint dietro di lui.
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Quando Saint aprì gli occhi, tramortito da un rumore improvviso, vide tutto nero attorno a sé. Era ancora notte, ma era al chiuso e non più all’aria aperta, abbandonato a se stesso. Come ci fosse arrivato a ciò, però, non lo ricordava.
Andò a tastoni con una mano, era confuso ma gli sembrò di essere adagiato su un materasso: questa fu l’unica consapevolezza che riuscì a elaborare in quel momento. Era comodo, ma non ricordava di essersi messo in piedi e aver ritrovato la strada di casa. Blackout totale. Trovò il proprio cellulare nella tasca dei jeans che ancora indossava. La felpa, invece, dispersa, indossava solo una canotta nera. Quando lo sbloccò, sullo schermo c’era ancora la chat attiva con Shin. Non aveva ricevuto risposta, ma l’idea che l’amico potesse preoccuparsi l’indomani leggendo il messaggio lo fece agire e scrisse.
Shin, non venire, sono a casa
E col telefono ancora a un palmo dal viso, perse nuovamente i sensi.
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Si risvegliò per l’ennesimo rumore. Scattò sul proprio posto e stavolta seppe che il rimbombo di un tuono era stata la causa. Vide il lampo illuminare la superficie di una finestra, e poi sentì nuovamente il suono del temporale che si stava scatenando fuori.
Aveva fatto un incubo. Un campo da calcio, l’odore dell’erba umida, gli abiti fradici appiccicati alla pelle, i capelli bagnati sulla fronte, la rabbia cocente nel petto di una gelosia inspiegabile, ingovernabile. Due occhi neri, delusi, a fissarlo senza mai cedere per paura, che poi lo avrebbero tormentato per anni, e non solo in sogno. Odiava quell’incubo, prendeva spazio nel proprio inconscio fortificato dal suono dei tuoni, della pioggia battente sui vetri. Odiava quel ricordo, perché era successo, non era frutto della sua perversa e oscura immaginazione. L’ennesimo tuono lo agitò, ora sveglio, rievocandogli il rumore dei calci che il suo stesso piede aveva procurato ai danni di un’altra persona. E non una qualunque. Rabbrividì, l’udito gli fece il brutto scherzo di rievocare perfino il rumore dell’osso che aveva spezzato, e le urla, disperate, il suo nome urlato così tante volte, una fucilata per ogni sua colpa, e il pianto straziante della persona che amava così tanto, da non riuscire a contenere quelle emozioni così sbagliate. Un calcio in più, assestato nel modo sbagliato, e la sua anima si era spezzata. Non era stato più lo stesso, sotto quel cielo, quella pioggia, su quel campetto da calcio. Non era stato più lo stesso, e nemmeno la persona a cui aveva distrutto non solo una parte del corpo, ma anche tutti i suoi sogni.
Shin.
Si rese conto di aver trattenuto il fiato. Annaspò sgraziatamente ma era come se avesse disimparato a respirare. Il cuore iniziò una corsa impazzita nel petto, gli rimbombò nelle orecchie, disorientandolo. Si rigirò nel letto, come se potesse trovare aria attorno a sé e aspirarla in maniera meccanica e non naturale. Cercò di mettersi a sedere, ma non ci riuscì e nello stesso momento un suo braccio si scontrò con un altro corpo che era sdraiato accanto a lui. Sentì, allora, il respiro della persona che gli dormiva di fianco e solo in quel momento ricordò come si respirasse. Ma era agitato e aveva iniziato a sudare. Cercò di mettere a fuoco chi gli era vicino, ma la vista era offuscata e le tempie gli pulsavano così forte da fargli male. La persona al suo fianco dovette, in dormiveglia, rendersi conto delle sue difficoltà e Saint lo sentì muoversi.
“Ai’Saint?” lo chiamò, la voce impastata dal sonno.
Shin.
Shin.
Shin.
Shin.
Shin.
Come il rintocco di un orologio, ogni secondo evocava il nome del migliore amico e grazie a questo Saint riuscì a calmare il proprio panico. Un incubo restava semplicemente un incubo. Un temporale era solo un temporale. E sebbene, grazie alla calma ritrovata, il ricordo si spingesse sempre più lontano, il male al petto non diminuì. Con la mano salì lungo il braccio dell’amico fino alla spalla, poi si allungò verso il centro del petto, arrestandosi col palmo aperto all’altezza del cuore.
Thump. Thump. Thump. Thump.
“Shin” sussurrò. Poi la luce di un lampo, due secondi dopo il rumore del tuono. Saint tremò. E a quel punto la mano di Shin si arrestò su quella di Saint che lo toccava.
“Dormi, domani devi essere sveglio per quando ti prenderò a calci” lo rimproverò.
Saint arricciò il naso, con gli occhi ben chiusi. L’incubo tornò un po’ più vicino ai suoi sensi. “Non volevo farti male, Shin… non volevo-”
“Sei ubriaco. Stai blaterando…”
“Piove… pioveva” biascicò, strofinando una guancia contro il cuscino, come se ciò bastasse a spazzare via quei pensieri. Shin sbuffò.
“Saint, dannazione, di cosa stai parlando? Dormi!” gli ordinò seccatamente e con un gesto altrettanto spazientito gli allontanò la mano sul suo petto. Per Saint, quella mancanza di contatto fu una privazione dolorosa alla stregua di uno schiaffo in pieno viso. Perciò non ci impiegò molto a ritrovare la strada, con una mano, verso il cuore di Shin.
Thump. Thump. Thump. Thump.
Saint sorrise, quel suono percepito attraverso l’accostamento delle dita lo calmava come fosse camomilla.
“Come hai fatto a perdonarmi, Shin?”
“Se intendi per stanotte, non ti ho perdonato affatto, idiota” rispose Shin. Saint lo sentì muoversi tra le coperte: una mano andò a stringersi attorno al suo polso, per mantenere il palmo sul suo petto mentre si girava di un fianco.
“Ti ho picchiato, stanotte?” chiese Saint, confuso.
“Cosa? Non- oh…” esclamò piano Shin. Saint lo sentì muoversi ancora una volta, poi il respiro leggero fuoriuscente dalla bocca di Shin lo percepì scontrarsi sul suo viso. Era caldo. E vicino. Saint lo respirò come fosse linfa vitale e sospirò sollevato per la seconda volta.
“Saint…” disse ancora e Saint ebbe la certezza che i loro visi fossero a una prossimità ridicolmente vicina. “Hai fatto un incubo?” domandò. Non lo lasciò rispondere. “Perché?” chiese ancora. Saint sospirò. “Ti succede spesso?” alla terza domanda, il pollice di Shin iniziò ad accarezzargli il polso che ancora stringeva con una mano. Saint si mosse, avvicinandosi con una gamba a quelle di Shin. Ci si insinuò sapendo che l’amico glielo avrebbe permesso. Perché era così, come due metà perfettamente disunite nella vita, quando si cercavano si ritrovavano come due calamite attratte dai poli opposti. “Mh-mh” assentì semplicemente, abbassando un poco il capo e non sentendo più il respiro di Shin scontrarsi sulla propria pelle. Fu una privazione intollerabile, si infuriò con se stesso per essersi spostato. Quindi, rialzò il viso strusciando la guancia sul cuscino. “Non devi bere così tanto” lo rimproverò Shin.
“Il temporale” confessò Saint, allora. Si convinse che anche quello fosse un sogno. Lui era ancora appoggiato al muro di quel bar, completamente zuppo, ora, per via della pioggia, e abbandonato a se stesso, divorato dagli insetti. Non ricordava il tragitto verso casa. Non ricordava di essersi appoggiato con la testa su un cuscino, di essere avvolto dolcemente con una coperta sotto una sequela di rimproveri e borbottamenti. Aveva fatto un incubo, e ora era arrivato Shin, nei suoi sogni, a liberarlo da quel fardello che continuava a portarsi appresso da anni. Per questo si concesse un’ulteriore vicinanza: facendo leva con la gamba incastrata tra quelle di Shin, si mosse col bacino per avvicinarsi completamente al corpo dell’amico. Non c’era più spazio, né confini che determinassero dove iniziasse l’uno e finisse l’altro. Shin non dimostrò rimostranze.
“È come avere un cane, con te” si sentì sussurrare a un orecchio, mentre una mano iniziava ad accarezzargli i capelli. “Dormi, stupido cane ubriaco, il temporale sta finendo” lo sbeffeggiò. Saint guaì come l’animale a cui era stato associato. Se avesse avuto una coda, probabilmente l’avrebbe agitata, lieto di quella premura.
“Ai’Shin?” lo chiamò.
“Mh?”
È solo un sogno, questo. Poteva farlo, e sarebbe rimasto incastrato nei meandri dei suoi ricordi. Quelli che sembravano reali, ma non lo erano.
È solo un sogno, e lo avrebbe ringraziato per averlo portato via, lontano, dal suo incubo peggiore.
A quella vicinanza, incontrare con la propria bocca le labbra di Shin non fu un compito così arduo da fare. Era al buio, ma non era affatto difficile. Baciare il migliore amico, saziando desideri repressi, irrisolti e inconsapevoli era assolutamente impossibile da sobrio, ma lui era ubriaco. Uno stupido cane ubriaco. E poi era solo un sogno… Oh, i sogni non sono solo desideri incompiuti.
La mano che non ascoltava gelosamente i thump thump thump irrequieti del cuore di Shin si posizionò sul collo, senza stringere ma solo per accarezzare lievemente, con un pollice sul mento.
Impossibile, se stesse succedendo realmente, Shin non glielo avrebbe mai permesso. Lo avrebbe già calciato via, furibondo. Si discostò delicatamente dal viso dell’altro, dopo avergli sfiorato la bocca piano. “Grazie, Shin” gli respirò addosso. Se fosse stato abbastanza lucido, si sarebbe reso conto del fiato spezzato del ragazzo a cui aveva rubato un bacio, avrebbe preso consapevolezza dalla rigidità improvvisa del suo corpo e del tumulto che un gesto così semplice aveva causato. Il battito accelerato come fosse in procinto di uscire violentemente fuori dalla cassa toracica, per volare via. Ma Saint era ubriaco. Non si rese conto di nulla di ciò che era andato a compiere.
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Saint era un idiota, non si sarebbe mai reso conto, neppure completamente sveglio e vigile.
Era un idiota, punto.
Tsunami aveva raso al suolo chiunque avesse incontrato nella sua vita, per mezzo della violenza, ma Shin si rese conto della potenza di quel soprannome solo in quel momento. E si sentì piccolissimo. Aveva rubato il suo nome, negli anni in cui si erano persi. Aveva permesso che altri lo inneggiassero grazie alle sue gesta violenti contro i soprusi dei bulli. Ma Tsunami non era mai stato forte per un pugno o un calcio, neppure per una tibia rotta.
Il soprannome era nato per descrivere la sua imprevedibilità, la sua istintività scintillante e la sua follia. Niente che avesse a che vedere con Shin. Tsunami non era un movimento dell’acqua incontrollabile, per via di una sofferenza, di un dolore, di una tragedia, di un trauma causatogli da una amicizia finita nel peggiore dei modi. Tsunami era fuoco. Devastante.
La sua bocca ardeva, ora. C’erano pensieri che non gestiva, a cui non avrebbe voluto dare ascolto. Perché chiedevano di più, di quel semplice accostamento. Shin sospirò impazientemente. Erano troppo vicini. Troppo. Si sentì soffocare. Per quanto una forza lo spingesse ad allontanarsi in fretta da lì, ce n’era un’altra più violenta e incontrollabile che lo premeva ad avvicinarsi. Ancora. Ancora.
Ancora. Come potesse trapassare ogni strato di pelle, le ossa, gli organi e incontrarsi direttamente con la sua anima.
Serrò la mascella, immaginandosi nel tentativo di strozzarlo, se non fisicamente almeno spiritualmente.
Perché voleva baciarlo. Di più.
Quanto lo aveva desiderato, lo sapeva solo lui. Ne era fin troppo cosciente, ma a certi pensieri, a certi desideri col tempo aveva saputo venire a patti. Li aveva repressi, accantonati. E quando le loro strade si erano divise, allora confondere, coprire, celare tutto quanto con la rabbia era stato fin troppo facile. Lo odiava, non lo avrebbe amato più. In nessun modo potesse riuscire ad amarlo. Non lo avrebbe perdonato mai, per ciò che gli aveva fatto. Lo aveva abbandonato, perciò non meritava quei sentimenti, quella vulnerabilità delicata. Non l’avrebbe meritata mai più, Saint.
Eppure avevano fatto pace. E con quella, i sentimenti erano riaffiorati come un fiore nel cemento. In modo del tutto naturale. Poi, però, si era detto che avere Saint come amico fosse la cosa più giusta, essere amico di Saint fosse quanto di più semplice fra loro. Niente più complicazioni, solo pace. E ogni giorno, quando l’amico aveva una delle sue solite uscite melense, lui alzava gli occhi e sbuffava, o gli tirava uno scappellotto tra capo e collo, o lo ingozzava col pane pur di non dover affrontare i suoi desideri non più sopiti.
Ora, Saint l’aveva baciato. Quell’idiota l’aveva baciato.
Come poteva restare impassibile? Non aveva più alcun controllo. Non poteva più. Semplicemente, non poteva.
“Ti odio, stupido cane idiota”
We're gonna
Set
Fire
To the night
Send
Bad vibes
Out of sight
Take our lives
Back into the groove
---
Saint avrebbe voluto che quel sogno non terminasse più. Probabilmente sotto la pioggia, mangiato vivo dalle zanzare, se non si fosse preso una semplice influenza, allora sarebbe perfino morto, incastrato in quell’interminabile notte stretto a Shin. Chissà, magari qualche malintenzionato lo aveva già aggredito, rubandogli ogni cosa. Ovunque fosse finito, la sua mente era con una mano sul cuore di Shin, l’altra sul suo collo, le gambe intrecciate a lui, ed era così… che voleva rimanere.
Shin lo baciò pochi secondi dopo che lui lo ebbe ringraziato. Forse prima era stato perfino maledetto, o gli aveva inveito qualche insulto ma non ebbe modo di elaborarlo, visto cosa stava accadendo.
Non ci fu niente di lieve, come il suo accostamento alle labbra di Shin. Assolutamente no, non c’era grazia, non c’era innocenza. E questo lo trascinò fuori dalla trance in cui era assorto per capitombolare in azioni, sensazioni molto più caotiche e profonde. Aprì un attimo gli occhi e si imbatté in quelli chiusi di Shin.
La bocca di Shin gli avviluppò un labbro e glielo morse. Indispettito. Come fosse un rimprovero.
Che tu sia dannato, idiota di un cane. Che tu sia dannato per avermi fatto una cosa del genere.
La mano di Saint, al collo di Shin, strinse piano ma non lo tirò indietro. La sua risposta, a quel morso, fu bagnargli le labbra con la lingua.
Se Shin sceglieva la violenza, Saint rispondeva con spavalderia.
Shin sembrò rabbrividire. Non per paura, non per sorpresa, Saint lo conosceva bene e quelle emozioni non gli appartenevano. Il suo corpo reagiva estatico per mera eccitazione. I loro nasi frizionarono tra loro, mentre i volti si piegavano a destra e a sinistra cercando un modo per essere più comodi e abbandonarsi a quella nuova vicinanza. E, allora, il bacio fu un bacio vero e proprio. Niente più ringraziamenti, rimproveri o assaggi. Un pasto completo, un banchetto a cui avevano assistito inermi e a stomaco vuoto per anni e a cui finalmente potevano rimpinzarsi senza esitazione, senza scuse.
Quando la mano di Saint raggiunse una guancia di Shin, quest’ultimo lasciò finalmente il polso che relegava l’altra mano di Saint sul suo petto, per andare a stringergli i capelli dietro la nuca con entrambe le mani. Voleva fargli male, fargli percepire un minimo il fuoco che bruciava violentemente sulla sua bocca. E Saint gemette a quella strigliata. Shin ne fu soddisfatto al punto da concedersi un momento e sorridergli sulle labbra.
Presero fiato, ma non diedero modo alle loro menti di elaborare l’errore compiuto perché ripresero a baciarsi con la stessa foga l’attimo successivo. La mano di Saint scivolò su un fianco di Shin, sotto le coperte, con l’unica intenzione di trascinarlo quanto più addosso gli fosse possibile. Si accasciò con entrambe le spalle al materasso e Shin gli fu sopra, di conseguenza. I movimenti che susseguirono furono per i loro corpi di adattarsi alla nuova posizione.
In affanno, non volevano smettere perché farlo significava anche rendersi conto delle azioni compiute. E le conseguenze non sarebbero piaciute a nessuno dei due. All’ennesimo morso di Shin, Saint lo prese nuovamente per la gola e lo allontanò leggermente solo per baciargli il mento e scivolare sul suo corpo con altri baci. Fu il turno di Shin, di gemere sommessamente. E a quel suono, la belva – altroché cucciolone! – rispose. Invertì agilmente le posizioni e gli fu sopra, sovrastandolo. Nel buio della stanza, i loro occhi si incrociarono a una vicinanza ridicola. Ingordi, profondi, pupille dilatate ricolme di una lussuria che avevano nascosto con battutine e frecciatine che, ora, si mostravano per ciò che erano state: campanelli d’allarme.
Hey Saint, sei così idiota che non lo capirai mai, vero?
Hey Shin, voglio esattamente quello che vuoi tu, quando lo realizziamo?
Saint appoggiò la propria fronte a quella di Shin e gli respirò addosso. Un momento di lucidità.
“Ai’Shin”
“Sta zitto, non parlare”
Saint acconsentì, baciandolo un’altra volta. Stavolta più dolcemente. Shin non sembrò gradire quell’improvvisa delicatezza e gli tirò i capelli dietro la nuca un’altra volta. Poi gli morse un labbro. Saint guaì e sorrise, leccandosi la zona come se si aspettasse di trovarci qualche goccia di sangue. Si accasciò completamente su Shin, premendogli il suo corpo contro, col solo intento di affondargli il capo nell’incavo del collo. E morse a sua volta.
Shin si lasciò scappare un gemito. “Ai'Sat, non- lasciare lividi”
“Non voglio farti alcun male, Shin”
“Ti ho detto che devi stare zitto” lo rimproverò.
Ci fu silenzio, mentre Saint tirava su il collo per fronteggiarlo. Shin gli vide, o si immaginò, a quel punto non ci capiva più nulla, un ghigno spavaldo dipinto in viso.
“Fammi stare zitto, allora”
Can't take my eyes off you
I'm caught up in the way that you move
Round and round you go
I'm losing my grip but I can't let go
Shin fu tentato. Avrebbe potuto attirarlo per quella breve distanza che li separava e baciarlo come ogni cellula del suo corpo bramava, ma scelse comunque la strada della violenza, avevano parlato troppo, si erano date troppe pause per far circolare il sangue non solo in una direzione e il cervello aveva iniziato a turbarlo con tanti “se”, troppi “domani”. Così gli diede un pugno all’altezza di un fianco e cercò di divincolarsi dalla morsa di quell’enorme ragazzo che gli si era posizionato addosso ingabbiandolo. “Togliti di dosso, big boy, non respiro più”
Saint si accasciò di fianco, con il fiato spezzato non tanto per il dolore quanto per l’improvviso capovolgimento degli eventi. Ridacchiò mentre si chiudeva come una conchiglia, al fianco di Shin. “Non intendevo zittirmi in questo modo…” mugugnò tristemente. Shin allungò la bocca in un sorriso a metà mentre guardava il soffitto e si scompigliava i capelli. Ogni cosa dentro di lui era sconvolta, sottosopra, ma cercava una innaturale compostezza perché col cazzo che avrebbe dato una tale soddisfazione a quell’essere che osava turbarlo ogni fottuto giorno in una maniera diversa.
“Eppure parli ancora, vuoi un altro pugno?” lo minacciò. Saint si appoggiò con la fronte all’avambraccio di Shin e in questo modo ebbe la certezza che stesse negando in risposta.
Rimasero così per qualche interminabile minuto, i respiri ormai placidi e sincronizzati. Entrambi credettero di essersi addormentati, per quanto impossibile visto quanto appena accaduto fra loro, ma parlare divenne sempre più difficile.
“Ai’Shin?” spezzò l’aria quel semplice richiamo. Shin guardava ancora il soffitto, non avrebbe chiuso occhio ma non poteva confessare una tale debolezza. Rimase in silenzio.
“Non so se sia un sogno, ma è stato bello” continuò Saint. Shin roteò gli occhi esasperato. Se per Ercole la fama era arrivata per mezzo di dodici estreme fatiche, allora non aveva avuto la -s-fortuna di imbattersi in Saint. Anche un eroe mitologico, di fronte a quell’estenuante essere umano così idiota avrebbe perso ogni ragionevolezza.
“Dormi, idiota” lo esortò, schiarendosi la gola pensando di poter trovare in questo modo un po’ di autocontrollo. Miseramente, stava fallendo. Saint aveva iniziato a viaggiare lungo il suo braccio con indice e medio, come passeggiando teneramente per trovare chissà quale strada… forse verso casa? Difatti, quando giunse a meta, il palmo si posizionò ancora una volta all’altezza del cuore di Shin.
Thump. Thump. Thump. Thump.
“Fun dee na”
Shin ridusse gli occhi a due fessure. Il suo controllo vacillante si appigliò con fatica alla debole convinzione che dovessero mettersi a dormire sul serio, evitando di incorrere nell’errore più enorme della vita di entrambi.
“O buon risveglio, non so esattamente dove mi trovo” continuò a farneticare, ora disegnando con un dito cerchi concentrici sul petto di Shin, la fronte ancora appoggiata a un suo avambraccio e l’intero corpo rannicchiato in posizione fetale vicinissimo a quello di Shin, che sospirava sommessamente.
“Domani te la farò pagare, stupido cane ubriaco” lo maledisse a denti stretti, torturandosi i capelli. Doveva tenere le mani impegnate, o altrimenti… Oh, la tentazione era così appetitosa.
“Mi bacerai ancora?” quel tono colmo di speranza fu veramente il limite di sopportazione per Shin che, di nuovo, si agitò sul posto per mettersi d’un fianco, ma stavolta dando le spalle a quel cucciolo di cane impazzito e fuori controllo.
“Non ho preso mica io l’iniziativa!” puntualizzò. Saint, improvvisamente strappato dalla vicinanza del calore del migliore amico guaì tristemente. Se non avesse passato quei secondi a sentirsi offeso per le spalle che ora Shin gli stava dando, in chiaro segno di chiusura, Saint avrebbe potuto rimbeccare che invece sì, era stato proprio Shin a prendere l’iniziativa: lui lo aveva ringraziato, un innocuo bacetto. Poteva essersi sbagliato, al buio, mirando a una guancia e beccando le labbra.
Ma Shin, oh… Shin aveva puntato a meta e segnato diversi goal.
Saint invece era un idiota e non si conquistò quella opportunità di smascherarlo. La sua priorità ora era toccarlo, avvicinarsi di nuovo e addormentarsi – o tornarsene alla realtà, ancora non era certo di cosa fosse vero o no – seguendo i battiti del cuore di Shin. Fece un piccolo movimento di bacino, aiutandosi con le gambe, come fosse un gamberetto fuori dall’acqua che stava annaspando, cercando di fare il meno rumore possibile. Shin era come un gatto in allerta e non era sicuro che se ne sarebbe stato fermo ad attendere di essere avvolto dalle sue braccia in maniera del tutto indifesa. Poteva perfino graffiarlo, Saint non aveva certezze. Quando l’urgenza di riassaporare il calore di quel corpo si fece insormontabile, però, danzò sul materasso agitando anche il corpo inerme di fronte a lui ma era troppo tardi per svignarsela in ogni caso e il braccio di Saint si avventò sull’addome di Shin attirandolo al suo petto. Poi una gamba si fece nuovamente spazio tra quelle di Shin, che sbuffò appena. Iniziò a respirargli su una spalla nuda e Saint sentì il ragazzo rabbrividire al contatto. Un altro sbuffo, nulla più.
Thump. Thump. Thump.
“Non vuoi proprio lasciarmi in pace, eh”
Saint allungò un sorriso, tirò su col naso inspirando l’odore di Shin. Le labbra erano ferme sulla sua pelle. Non un movimento, ma una presenza. Shin mosse la spalla per allontanarlo ma sembrava attaccato con la colla. “Saint, mi fai il solletico” sbuffò. “Io ti giuro che se ti ubriacherai un’altra volta, io… io…” ma nessuna minaccia, nella propria mente, sembrava valida messa a confronto col desiderio di quanto avrebbe voluto che Saint fosse sempre privo di inibizioni al punto tale da avere quel tipo di contatto. Quella consapevolezza, per Shin, era una tortura vera e propria. Lo detestava che lo riducesse in uno stato tanto pietoso.
“Mi bacerai ancora?” domandò Saint, ma non c’era ironia, non c’era sarcasmo. Non era una sfida, la sua, ma una vera e propria… supplica. Shin gli diede una gomitata all’altezza dell’ombelico. Saint tossì ma non disse nulla. Shin sbuffò.
“Le tue labbra sono morbide, Ai’Shin” il silenzio fu spezzato, poi, da Saint, non temendo affatto l’ira del ragazzo che teneva tra le sue braccia.
“Dio, ti prego, stai zitto” piagnucolò Shin.
“Mh, mh. Tu. Fammi stare zitto.”
Shin provò un’altra gomitata ma a quel punto la mano di Saint, posta sul suo petto, fu più veloce nell’impedirglielo afferrandolo per il polso. Iniziò a baciarlo nel punto in cui le sue labbra erano ferme e scese lungo tutta la spalla incontrando il collo. Baciò anche quello.
“Stupido cane in calore, la vuoi smettere?” esclamò Shin, scosso e tramortito da tutte quelle attenzioni. Il tono usato, però, non era affatto convincente. Se ci fosse potuto essere una traduzione a quelle parole, sarebbe venuto fuori qualcosa come: stupido cane in calore, ti ci è voluto tanto per entrare nella pubertà?
Quando Saint continuò il suo tragitto verso un orecchio di Shin, chissà per sussurrargli quali cose, qualcosa dentro Shin implose, si ruppe come una diga, permettendo all’acqua di scorrere in quelle strade poco esplorate. Se avessero causato uno Tsunami, pazienza, se ne sarebbero fatti una ragione!
Si girò fronteggiando Saint che, sperando fosse in suo favore, glielo lasciò fare, anche se così facendo rischiava una probabilità molto alta di essere preso a schiaffi. Le mani di Shin però si posarono entrambe sulle spalle del ragazzone, carezzandole veloce in tutta la loro imponenza, salirono sul collo e con i pollici tratteggiarono le linee serrate della mascella di Saint e solo a quel punto, lo agguantò sulla nuca per attrarlo vicino alla sua bocca.
Saint gemette, sollevato di poter sentire nuovamente la morbidezza di quelle labbra. Anche se Shin aveva un modo tutto suo, a tratti violento, di baciarlo. Era come se anche lui gradisse la consistenza piena della bocca di Saint e lo assaggiasse, lo mangiasse avido come se le sue labbra fossero fragole di stagione avvolte nello zucchero.
Si baciarono per un ridicolo lasso di tempo, le luci dell’alba si facevano mano a mano sempre più spazio nella stanza ma loro non davano alcun segno di volersi fermare. Più riuscivano a mettere in luce parti di loro, più esploravano con mani, bocca, lingua e denti. Per troppo tempo, singolarmente, in gran segreto, ci avevano fantasticato su e ora, con quell’opportunità, si erano ritrovati ad esserne fin troppo ghiotti.
Saint si dedicò al collo di Shin, inerme con gli occhi chiusi, come volesse marchiare quella zona considerandola di sua proprietà.
“Il tuo odore è buono”
“Tu puzzi di birra, quindi sta zitto” lo ammonì tirandolo su con le mani sulle sue guance per farlo tacere tamponandogli le labbra con la sua bocca. “Taci” gemette allontanandosi di poco e per poco tempo per poi ficcargli la lingua in bocca per non permettergli di rispondergli.
“Devi stare zitto, non devi parlare più. La tua bocca usala solo per questo” e gli mordicchiò un labbro. Saint sospirò, per poi guardare Shin negli occhi forse per la prima volta. Shin sostenne lo sguardo a fatica. Più di ciò che stavano combinando sotto quelle coperte, quel paio di occhi dritti e fissi nelle sue pupille, lo mandarono in tilt. Stava arrossendo, molto probabilmente, e quell’idea non poté sostenerla. Stava per attirarlo a sé per un altro bacio, pur di interrompere quello scambio di sguardi quando la porta della sua stanza cigolò appena avvertendoli dell’ingresso di qualcuno.
E allora fu il panico. Shin lo spinse via, furiosamente e si coprì con la coperta per nascondersi, mentre Saint scivolava d’un fianco, mezzo scoperto e totalmente sconvolto.
ChingChing fu alle sponde del letto qualche attimo dopo, con il peluche stretto tra le braccia, i capelli scompigliati e gli occhi assonnati ma pieni di lacrime.
“P’Shin, P’Shin…” piagnucolò, camminando velocemente dalla parte del letto dove dormiva il fratello. Shin riemerse da sotto le coperte, fingendosi frastornato e sonnolente. “Che succede, ChingChing?”
“P’Shin, ho fatto un incubo, litigavi di nuovo con P’Saint e io non potevo mangiare più i noodles con lui. Posso dormire con voi?”
Litigare con quell'idiota, forse era l'unica alternativa valida per impedirgli di saltargli al collo e continuare in quella serie infinita di sbagli. Shin sospirò, afflitto.
Né lui, né Saint seppero classificare quella svolta degli eventi come una fortuna o una sventura ma Shin alzò leggermente la coperta per fare spazio alla sorella e non disse niente, la abbracciò strettamente a sé come se lei fosse il suo peluche di conforto.
Allo stesso modo, Saint, nella posizione in cui era, non si finse risvegliato dall’ingresso della bimba e rimase immobile come una statua dalla sua parte del letto.
Qualche minuto più tardi, i loro respiri erano l’unica apparenza di pace che vigeva nella stanza.
The nights we shared
The efforts we made
Nothing but ashes and I think we're to blame
In the heat of the night
Like a moth to the flame
Paris is burning
And we're to blame
Because we're fighting flames with fire
They just keep getting higher
It's a little bit concerning
We're running out of time
Everything is burning
---
Saint si svegliò a mattina inoltrata, in uno stato confusionale e un mal di testa lancinante. Si rigirò nelle coperte alla ricerca della presenza di qualcuno accanto a sé, ma non trovò nessuno. Era a casa di Shin. Come ci fosse arrivato un vero mistero.
Cercò e poi raccolse il proprio cellulare, abbandonato a terra e lo accese. La schermata era ancora aperta sulla chat con l’amico.
Saint:
Shin, ubriaco, vieni
Saint:
non venire, sono a casa
I messaggi erano stati visualizzati. E, ora, un nuovo messaggio attendeva di essere letto poco sotto quelli di Saint.
Shin:
Ti ho portato io a casa.
Stupido cane ubriaco.
Saint sorrise, arruffandosi i capelli e sbadigliando. Si mise a sedere e si guardò attorno.
Stupido cane ubriaco.
Quell’epiteto ebbe la capacità di suscitargli alcuni brividi di una emozione che non seppe spiegarsi, una reminiscenza di un sogno che probabilmente al risveglio aveva già dimenticato. Aveva bevuto troppo. Aveva perso la cognizione del tempo, ma sapeva che non sarebbe dovuto andare a scuola quel giorno. Puntò i piedi a terra e si mise in piedi. Acciuffò la felpa e la indossò. Poi si avvicinò alla finestra e guardò fuori.
Shin entrò nella stanza, silenziosamente, pochi momenti dopo. Trovò Saint in piedi e se ne stupì, piantonandosi sul posto. Non gli disse nulla.
Saint si voltò appena, gli sorrise e “Buongiorno” gli augurò. Shin lo studiò per un po’, come aspettandosi una reazione diversa al loro incontro mattutino, e come deluso alla fine lo vide negare col capo e maledirlo con una serie di insulti.
“Stupido cane idiota” riuscì a decifrare tra un borbottio e l’altro mentre scuoteva il piumone del letto con una violenza che, presto o tardi, avrebbe potuto usare anche su di lui.
Saint ridacchiò e tornò a guardare fuori dalla finestra. Notò le strade bagnate e la gente passeggiare con un ombrello sul braccio.
“Deve essere piovuto stanotte” commentò semplicemente.
La risposta di Shin arrivò precisa e mirata: un cuscino lo colpì sulle spalle e la nuca.
E quello, pensò Saint, era solo l’inizio dello spettacolo che lo vedeva come lo sfortunato protagonista preso di mira dal migliore amico solo per essersi ubriacato una sera con gli amici.
We're gonna leave it all behind
For the short space of a night
Close our eyes
And dance this night away
We'll set this night on fire
On fire
