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fammi capire se mi senti, mi vedi (chiama forte il mio nome o ricommetto l'errore di stare nascosto nel mio corpo)

Summary:

Lo sorprende, come questo corpo accolga, docile, il tocco di Manuel. Come se fosse fatto per questo. Ché quando Manuel lo tocca – quando gli dà un buffetto sul viso per prenderlo in giro, quando gli batte una pacca leggera sulla spalla prima di salutarlo dopo averlo riaccompagnato casa, quando gli appiattisce i capelli spettinati dal casco e gli sfiora la fronte per spostare i ricci che vi si erano incollati – allora a Simone pare che abbia senso esistere in questo corpo, anche solo per sentire il cuore che gli batte freneticamente nel petto e sapere di esserci.

Non lasciarmi andare, ti prego, vorrebbe dirgli. Ché se mi tocchi, forse esisto davvero. Ché se mi tocchi, forse sono io.

 

-- o: della strada che Simone percorre per tornare ad essere Simone.

Notes:

piccola premessa prima di iniziare: questa ff è il mio modo per dare senso alla svolta di trama che riguarda Jacopo, per cui si parla molto di lutto e della sua elaborazione. inoltre, si parla molto anche del legame tra corpo e identità; NON si parla di dismorfia o di immagine corporea, non è quello l'angolo da cui ho deciso di analizzare questo aspetto (motivo per cui non sono stati taggati), ma se siete particolarmente sensibili a uno qualsiasi di questi temi, take care of yourselves e mollate tutto, chi meglio di me - che ho scritto queste 15mila parole - può capirvi ♥

non ho molto altro da aggiungere, spero che questo delirio possa avere senso per voi come lo ha avuto per me ♥

Work Text:

È una bella giornata di primavera e i raggi del sole si intrufolano nel bagno attraverso la tenda leggera che ricopre la finestra, lasciata leggermente aperta. Si riflettono nello specchio posto sul lavandino e rimbalzano sulle piastrelle azzurrine che lo hanno accompagnato in ogni giorno della sua vita da che Simone ha memoria.

La consapevolezza del mondo attorno a sé arriva piano, in sprazzi: la luce calda del primo pomeriggio che invade la piccola stanza e la fa sembrare un’oasi dorata dopo settimane trascorse nel grigiore asettico della sua camera d’ospedale; la ceramica fredda del lavandino sotto il suo palmo quando vi si appoggia con la mano sana; le voci attutite di suo padre e sua nonna che, al piano di sotto, stanno parlando di qualcosa con la solita teatralità che li contraddistingue e che Simone è arrivato a considerare un po’ come un marchio di famiglia; il profumo delle rose che arriva dal giardino e che sembra riempire l’aria benché sia da poco passata la metà di Aprile.

E, ovviamente, il suo riflesso.

Di quello non riesce a non essere consapevole, neppure provandoci. Se lo sente un po’ come incollato fastidiosamente addosso, un rumore di fondo costante che disturba ogni suo pensiero.

Il suo cuore ha un sussulto quando incrocia lo sguardo del Simone dall’altra parte del vetro. Gli fa strano, vedersi tutti i giorni, ora, dopo aver passato due settimane in ospedale senza specchiarsi. Dovrebbe essere qualcosa di familiare a cui ritornare, finalmente – il volto che ha indossato in ogni attimo della sua vita; quello che ha visto cambiare e crescere nel corso degli anni, dalla dolcezza dell’infanzia all’affilata e incerta spigolosità dell’adolescenza; che è sempre stato Simone, parte imprescindibile della sua identità come la sua propensione per la matematica o la sua passione per il rugby –, eppure a Simone sembra di star guardando uno sconosciuto.

Sotto questa luce dorata, la pelle del suo viso sembra ancora più pallida del solito, quasi trasparente, tranne nei punti in cui i lividi che l’incidente gli ha lasciato brillano di un rosso-violaceo così intenso da far male alla vista. Anche i solchi sotto i suoi occhi sono scuri, quasi neri, e più pronunciati di quanto lo siano mai stati.

È una sensazione peculiare, questa che si insinua sotto la sua pelle e che preme contro il suo sterno. Un’ansia sottile e difficile da identificare, che Simone sente come un pizzicore che parte dalla sua nuca e si diffonde lungo la sua spina dorsale. Non c’è niente di diverso nel suo volto, ne è consapevole – un taglio all’altezza della tempia che riesce a camuffare un po’ coi capelli, un graffio sul labbro e qualche livido, certo, ma niente che, in fin dei conti, non abbia già visto dopo una partita di rugby particolarmente intensa, sebbene in misura minore – eppure Simone non saprebbe dire chi è, il ragazzo che lo sta fissando di rimando. Gli sembra che qualcuno abbia riarrangiato i suoi lineamenti in maniera confusa mentre era su quel tavolo della sala operatoria a farsi rimettere insieme e ora non ci sia più niente di lui nel riflesso che lo osserva e che sembra chiedergli qualcosa per cui Simone non ha risposte.

Il pensiero, improvviso e totalizzante, si fa strada nel suo petto come un proiettile.

–questo è il volto che avrebbe Jacopo, ora, se non fosse morto–

È strano da dire, probabilmente, ma non ci aveva pensato prima. 

Non realmente, almeno. 

Il dolore era stato come una marea che si era abbattuta su di lui senza preavviso e Simone si era ritrovato a inghiottire acqua senza avere il tempo di capire cosa stesse succedendo. In quelle ore confuse di cui conserva pochi ricordi – un prato in periferia e il freddo della notte di fine marzo che avanza; la moto che emette un rombo sotto di lui mentre corre su una strada poco illuminata; la voce spezzata di Manuel che gli dà del coglione e lo supplica di non fare cazzate; la vista che gli si annebbia e quell’incredibile sensazione di sollievo mentre il mondo inizia a svanire – non si era fermato a riflettere che con Jacopo non ha condiviso solo il sangue, due genitori, una stanzetta, dei giocattoli e ogni singolo giorno per tre anni della sua vita di cui non ha memoria, ma anche il corpo e il viso e tutto quello che lo rende Simone e che ora gli sembra così profondamente estraneo.

Che cosa folle, si ritrova a pensare, legare la propria identità alla pelle che ci si ritrova ad abitare. 

A cose come i suoi capelli ricci o i suoi occhi scuri o quelle fossette che raramente appaiono sul suo volto, perché sorride troppo poco. Alle sue gambe lunghe, alle spalle larghe, alle braccia allenate. Alla ruga che appare tra le sue sopracciglia quando si imbroncia. A quei due nei, uno sopra l’altro, sul lato destro del suo volto. A cose che ha sempre dato per scontate, che ha guardato nello specchio mille volte e su cui non si è mai soffermato, perché erano lì, inestricabilmente legate alla sua persona, come se gli fossero state cucite addosso prima ancora che lui ne avesse la consapevolezza. 

A cose che gli sono appartenute per tutta la vita in maniera incontrovertibile e da cui ora si sente come separato, come se qualcuno avesse improvvisamente reciso il filo che lo teneva legato al suo corpo e che faceva di lui Simone Balestra, una entità fisica che esiste in questo mondo.

Senza quel filo, ora, non saprebbe più dire chi è. 

Non sa come spiegarlo. Non riuscirebbe a dirlo neppure alla dottoressa De Santis, che, con infinita pazienza, una volta alla settimana, lo aiuta a sbrogliare questa matassa confusa di pensieri che ha preso possesso della sua mente, dandogli gli strumenti per mettere in parole quello che Simone ha sempre sentito, in maniera inconscia, ma che non si è mai permesso di affrontare. 

Ma come potrebbe mai spiegarle questo? Come potrebbe mai dirle che quando si guarda allo specchio non si vede più? Come potrebbe mettere in parole questa sensazione senza nome che si fa strada in lui, tale per cui a Simone sembra, improvvisamente, che tutto quanto di lui, incluso il battere frenetico del suo cuore, gli sia stato solo prestato, e che prima o poi dovrà restituirlo al legittimo proprietario? 

Si sente a disagio, come un ospite nella sua stessa pelle, come se avesse indossato i vestiti di qualcun altro di nascosto e fosse stato sorpreso con questi abiti addosso dalla persona a cui appartengono realmente.  

Ché quegli occhi, quei capelli, i tratti del viso, la forma delle labbra, le fossette sulle sue guance quando sorride e la ruga che si forma tra le sue sopracciglia quando si imbroncia e persino i due nei sopra la mandibola sul lato destro del suo volto non sono realmente suoi e non lo sono mai stati, ma appartengono a qualcuno che su questo pianeta non c’è più e di questa pelle Simone non riesce più a farne parte di sé, perché non è sicuro che ci sia un sé a cui tornare. Ché Simone non è realmente Simone, ma solo quello che è rimasto di Jacopo, come un coltello rigirato una ferita, e per un secondo, davanti a quel riflesso che non gli appartiene davvero, si chiede se forse per i suoi genitori non sarebbe stato meglio perdere entrambi, invece di averlo costantemente sotto gli occhi come un livido che non guarisce mai, ma continua ad emettere lo stesso dolore sordo del primo giorno.

Chissà se Jacopo avrebbe portato i capelli come lui o li avrebbe lasciati crescere o forse li avrebbe tenuti ancora più corti. Chissà se avrebbe indossato i suoi stessi maglioni e le camicie col colletto perfettamente stirato come lui, o lo avrebbe preso per il culo per questo. Chissà se anche il suo naso si sarebbe spellato d’estate, chissà se si sarebbe bruciato le  spalle sotto il sole come Simone, chissà se le labbra gli si sarebbero spaccate anche a lui d’inverno.

La mano sana lascia andare il bordo del lavandino e sale verso il suo volto. Tocca il suo viso, ne studia i tratti sotto i polpastrelli, ne sfiora la pelle con le unghie. Immagina di strapparsela di dosso, per sapere chi è realmente sotto questo strato superficiale che ora sente come di troppo

Come sarebbe bello, pensa, se potesse sfilarsi questo corpo come se fosse un maglione che gli sta troppo stretto o troppo largo e che non sente suo ; se ci fosse una cerniera lungo la sua spina dorsale che può aprire con le sue mani per uscire da questo involucro che non riesce più a guardare; se potesse esistere – se proprio all’esistenza è costretto – in maniera astratta, farsi così piccolo da essere invisibile, senza dover occupare un posto nel mondo che forse non è mai stato suo. 

Ché forse è sempre appartenuto a Jacopo, ed è stato un terribile errore, il fatto che sia stato lui a sopravvivere, e forse lo sapevano pure i suoi genitori, che hanno passato una vita intera ad abbandonarlo, in un modo o nell’altro. 

Dalla finestra, il rombo improvviso di una moto squarcia la tranquillità della villa e riporta Simone nel mondo reale con uno strattone.

Riconoscerebbe quel rumore ovunque, anche nella confusione – lo sente tutte le mattine quando vanno a scuola insieme; nei pomeriggi in cui Manuel lo accompagna dalla dottoressa De Santis; nelle sere in cui si presenta davanti alla porta-finestra che dà sul soggiorno con una scrollata di spalle, lo zaino con dei vestiti per il giorno dopo e un passavo de qua e ho pensato de fa’ ‘n salto e vede’ come stavi, anche se sanno entrambi che Manuel vive dall’altra parte della città rispetto a villa Balestra. Subito dopo, sente la porta di casa aprirsi, sente la voce di Manuel che, dal piano di sotto, saluta con imbarazzata cortesia sua nonna e scambia due battute con suo padre, sente il suo passo sicuro sulle scale mentre fischietta il ritornello di una canzone. 

Il cuore di Simone ha un altro sussulto. Si sente un po’ come se qualcuno lo avesse riportato, con qualche difficoltà, nel corpo che sente estraneo. Questa volta, però, è quasi piacevole, questo martellare incessante contro il suo sterno. 

“Oh, Simo’,” lo sente dire quando apre la porta della sua camera con la stessa foga con cui fa un po’ tutto, una catastrofe naturale intrappolata nel corpo di un adolescente. “Senti me devi spiega’ sta roba de matematica, altrimenti è la volta buona che me bocciano de nuovo e poi chi la sente a mi’ madre, sinceramente me la risparmierei ‘n’altra cazziata–” 

La voce calda di Manuel riempie la piccola stanza con la stessa facilità con cui ha riempito tutto il resto della sua  vita, rimbalzando sulle piastrelle attorno a lui assieme ai raggi del sole. Simone lo vede affacciarsi alla porta del bagno che dà direttamente sulla sua camera, prima di fare qualche passo nella sua direzione 

Un piccolo sorriso gli increspa le labbra, disegna delle fossette sul suo volto, nascoste appena dalla barba. 

“Ehi,” sussurra, quasi dolce, quando lo vede lì, impalato, nel mezzo del bagno. “Tutto bene?”

Simone annuisce, a corto di parole.

Non scema mai del tutto, la sorpresa nel trovarselo davanti dopo tutto quello che è successo tra di loro. Ad essere sinceri, fa ancora un po’ di fatica ad abituarsi a questa versione di Manuel, che ha affondato la testa nel suo petto e pianto contro il camice dell’ospedale perché pensava di averlo perso – e che cazzo faccio io senza de te, Simo’, me lo dici tu, eh? –, e che ora gli sorride e si fa carico dei suoi problemi e del suo dolore come se fossero un po’ anche suoi e che lo aiuta, con pazienza incredibile per uno come Manuel – che è irruento e precipitoso come la scarica di un fulmine – a rimettere insieme i pezzi sparpagliati di quella che è la sua vita.  

Ma, allo stesso tempo, pensa che non vorrebbe portare avanti questo lavoro di vivere con nessun altro se non con lui.

Non convinto, Manuel gli si avvicina ancora di più. Simone ne può  vedere il riflesso nello specchio quando è ad un soffio da lui. Nel mondo di tinte tenui del suo bagno, Manuel è come una macchia di colore brillante con la sua orrenda canotta rossa, quella massa disordinata  di ricci che gli ricade sulla fronte e quegli occhi luminosi che lo guardano come se non volessero guardare altro. 

È la cosa più bella e più viva che Simone abbia mai visto. 

Lo ama un po’ di più in questo momento, se possibile.

“Sicuro?”

Nello specchio, Simone lo vede allungare una mano per sfiorare il braccio dello sconosciuto che lo sta fissando dal vetro. Gli arriva come una sorpresa, il calore del suo palmo, la scia di brividi che lascia lungo la pelle che abita, al di sopra del tessuto della sua felpa.

È la prima volta da quando ha visto il suo riflesso che sente una qualche sorta di fragile, impalpabile legame con la persona che lo sta guardando dall’altro lato dello specchio.

Lo sorprende, come questo corpo accolga, docile, il tocco di Manuel. Come se fosse fatto per questo. Ché quando Manuel lo tocca – quando gli dà un buffetto sul viso per prenderlo in giro, quando gli batte una pacca leggera sulla spalla prima di salutarlo dopo averlo riaccompagnato casa, quando gli appiattisce i capelli spettinati dal casco e gli sfiora la fronte per spostare i ricci che vi si erano incollati – allora a Simone pare che abbia senso esistere in questo corpo, anche solo per sentire il cuore che gli batte freneticamente nel petto e sapere di esserci.

Non lasciarmi andare, ti prego, vorrebbe dirgli. Ché se mi tocchi, forse esisto davvero. Ché se mi tocchi, forse sono io.

Invece, si limita ad annuire, piano. Si fa bastare questo tocco leggero e piega le labbra in un piccolo sorriso.

“Sicuro,” dice. Lancia un’ultima occhiata al suo riflesso, poi si allontana. “Dai, andiamo a studia’, che io non mi faccio bocciare assieme a te per passarti matematica pure l’anno prossimo.”

Manuel ride così come fa tutto – con una naturalezza disarmante che a Simone è sempre parsa un prodigio e una catastrofe al tempo stesso fin dal primo momento in cui lo ha visto. Un po’ lo invidia e un po’ lo ama, Manuel che cammina e ride e bacia e vive come se il mondo fosse suo, come se avesse preso pieno possesso della sua pelle e del suo corpo, come se sapesse quale è il suo posto nel mondo e non avesse alcun timore di occuparlo. 

A Simone appare come la più grande delle meraviglie.

“Te te approfitti troppo del fatto che non te posso mena’,” replica Manuel. In diretto contrasto con le sue parole, la sua voce assume un tono dolce, come una carezza.

Simone sente una piccola risata scoppiargli sulle labbra. Forse è la prima volta che ride davvero da quando si è risvegliato in ospedale. I muscoli del volto gli fanno un po’ male, come se avessero perso l’abitudine a piegarsi in qualcosa che non sia una smorfia di dolore.

Ride lo stesso.

“Come se non fossi in grado di dartele anche con un braccio ingessato,” dice.

Come se non fossi in grado di dartele anche con un braccio ingessato, gne gne gne,” Manuel gli fa il verso, arricciando il naso in quel modo che lo fa assomigliare ad un gattino irritato. “Non te sopporto, te lo giuro.”

Ma la sua mano cerca quella di Simone e quando intreccia le loro dita e preme insieme i loro palmi, Simone si sente un po’ come se, a dispetto del suo fluttuare lontano dal suo corpo, Manuel gli avesse appena insegnato a mettere radici.

 


 

Una leggera brezza scuote le chiome degli alberi e fa ondeggiare delicatamente le rose in fiore, ma sua nonna sembra non farci caso mentre traffica in giardino.

C’è una sorta di rassicurante – quasi banale – normalità nella scena che Simone, seduto al tavolo della veranda con il libro di fisica davanti a sé e nessuna voglia di concentrarsi a studiare, può vedere davanti ai suoi occhi. È un pomeriggio tranquillo e sua nonna ha addosso un cappello di paglia per ripararsi dal sole e dei guanti da giardinaggio bianchi, un po’ sporchi di terra dopo aver travasato una delle sue piante. Sta canticchiando a mezza voce una vecchia canzone francese che Simone ricorda di aver sentito partire dal vecchio giradischi che troneggiava nel salotto del suo appartamento in centro, e per qualche minuto è tutto così calmo e tranquillo e ordinario che a Simone sembra di aver quasi viaggiato indietro nel tempo.

Se chiude gli occhi, può immaginare che questa sia una giornata di qualche mese fa – magari una di quelle giornate assolate di inizio marzo, in cui il freddo sembrava essersi dissolto nel calore di quella primavera anticipata, quando era tutto così incredibilmente semplice anche se a lui sembrava difficile e la sua unica preoccupazione era sperare che Manuel si girasse a guardarlo e lo vedesse , per una volta.

Ora, Simone non sa neppure cosa voglia dire, essere visto. Non è sicuro che ci sia davvero qualcosa da vedere, in lui, ché è una cosa difficile, convincersi della propria esistenza, quando tutte le volte che guardi il tuo riflesso allo specchio vedi qualcuno che non c’è. 

La dottoressa De Santis gli ha detto che è normale aver bisogno di tempo. Simone sente che neppure tutto il tempo del mondo potrebbe mai farlo sentire di nuovo Simone. Come se l’assenza di Jacopo si fosse tramutata nell’assenza di .

È mentre Simone è chiuso in questi pensieri che sua nonna si schiarisce la voce e gli chiede, con aria distratta mentre innaffia una pianta, “Manuel non passa oggi?”

A queste parole, il suo cuore fa una strana capriola nel suo petto e Simone sente le guance ricoprirsi di un lieve rossore. Fa finta di leggere il libro di fisica, anche se le parole gli scorrono davanti in una successione priva di significato.

“Mica viviamo in simbiosi,” replica, imbarazzato, evitando di guardarla negli occhi. “Non passa mica tutti i giorni.”

Anche se non la può vedere, può benissimo immaginarsela, sua nonna che inclina la testa da un lato e che inarca le sopracciglia, guardandolo con fare divertito e consapevole allo stesso tempo. 

“Ah, no? Che sciocca, mi sembrava di sì, visto che trascorre più tempo qui che a casa sua,” dice, con tono distratto. E, prima che Simone possa reagire – o anche solo pensare a come affrontare questo discorso con sua nonna, ché non è di sicuro semplice trovare le parole per spiegare se stesso, soprattutto ora che non sa neppure chi è davvero –, sente il sorriso dolce che le piega le labbra quando aggiunge, “Peccato, gli avevo conservato una fetta di torta di mele.”

Non sa se sia il modo di sua nonna di dirgli che ha capito – che lo ha capito – e che non deve preoccuparsi, o se sia solo un sincero rammarico per la fetta di torta che è rimasta sul ripiano della loro cucina, coperta da un fazzoletto, in attesa di Manuel. Forse entrambi, ché Virginia Villa non si è mai risparmiata un solo sentimento nella sua lunga vita, e Simone un po’ teme di aver preso da lei, nella sua tendenza a sentire tutto in maniera così intensa. In ogni caso, si sente improvvisamente più leggero, e si rende conto solo ora che s’era portato il peso del mondo sulle spalle fino a questo momento.

Quanto è bello, pensa, liberarsene.

“Nonna?”

“Sì?”

La guarda avvicinarsi per posare l’innaffiatoio al solito posto, sfilarsi i guanti con gesti attenti per evitare di spargere terreno in giro, e posare il cappello sul tavolo. Simone sente un calore improvviso diffondersi nel suo petto, delicato come una primavera. 

“Niente,” dice. Le labbra gli si piegano in un piccolo sorriso. Non trova modo migliore per esprimere tutto quello che prova in questo momento se non con un, “Grazie.”

Sua nonna gli accarezza piano la schiena, gli posa un bacio tra i capelli, e Simone sente le lacrime affiorargli agli occhi a quel contatto. La luce del sole illumina di sbieco il portico, immergendoli nella sua tranquillità dorata, e nel vetro della porta-finestra della veranda, lasciata spalancata in questa calda giornata di fine Aprile, Simone riesce a vedere il loro riflesso – sua nonna, piccola e minuta rispetto a lui eppure così piena di vita, chinata a dargli un bacio, e lui, una macchia confusa lì dove dovrebbe esserci una persona. Dal vetro, non si riesce a distinguere molto di lui – la linea un po’ curva della sua schiena anche mentre sta seduto, come se il suo corpo fosse cresciuto di venti centimetri da un momento all’altro e lui stesse ancora cercando un nuovo baricentro; la massa disordinata dei suoi ricci, arruffata per tutte le volte che vi ha passato le dita; l’azzurro tenue della sua maglia e il bianco del gesso al suo braccio sinistro. Non si distinguono bene i suoi lineamenti, né si vede l’alone giallastro dei lividi che stanno finalmente svanendo. 

Da lontano, potrebbe essere chiunque.

Potrebbe persino essere Jacopo.

Si chiede quando tornerà ad essere Simone, se Simone è mai esistito.

Non si rende conto di aver parlato fino a quando non sente la sua voce, flebile e incerta, chiedere, di nuovo, “Nonna?”

Sua nonna si allontana un po’, abbassa lo sguardo per incrociare il suo e lo osserva per un secondo con quell’affetto misto a preoccupazione di cui Simone non si sente degno, come se fosse destinato a qualcuno che non è lui.

“Dimmi, tesoro.”

Gli tremano le mani e il respiro quando chiede, quasi sottovoce, “Com’era Jacopo?”

In queste settimane ha pensato così tanto a lui che ormai è diventato parte integrante della sua vita, vivo come non lo è stato per questi quattordici anni che hanno tracciato un confine invalicabile tra di loro. Se lo è immaginato seduto alla sua scrivania, a sfogliare i suoi libri con aria divertita, dicendogli che solo uno come lui poteva leggersi ‘ste cose depresse; lo ha visto in cucina di prima mattina, intento a prepararsi un caffè e a rubargli un pezzo di nastrina solo per fargli un dispetto e ridere della sua faccia imbronciata; ne ha ascoltato il respiro calmo e rilassato nel buio della sua stanza, pensando a come sarebbe stato averlo lì, su un letto accanto al proprio dove ora c’è solo uno spazio vuoto, a condividere anche le notti più difficili; e in tutto questo disperato cercare di riportarlo in vita attraverso ricordi immaginari che si è costruito per sopperire alla mancanza di quelli veri si è reso conto che di Jacopo non sa nulla, se non che lo vede ogni volta che si guarda allo specchio.

Gli sembra un crimine averlo dimenticato, non aver conservato niente di lui se non la pelle che si ritrova ad abitare.

Sua nonna rilascia un respiro profondo, preme le labbra insieme e le piega in qualcosa che non è proprio un sorriso, ma qualcosa di stanco che vi assomiglia.

“Testardo,” dice, poi. Quella piccola smorfia sul suo volto si allarga, assume un’aria quasi intenerita. “Più di te e tuo padre messi insieme, una cosa tremenda, te lo assicuro. Quando si metteva in testa qualcosa non c’era verso di fargli cambiare idea, assolutamente. E tu lo seguivi tutte le volte, eri la sua ombra.”

“Sì?”

Lei annuisce. “Sì. Se Jacopo faceva qualche guaio, tu eri sempre con lui. Facevate diventare vostra madre matta.”

Non riesce a trattenere una piccola, stanca risata che gli sale alle labbra. Dietro le palpebre, quando chiude gli occhi per un momento, vede Manuel e l’espressione sorpresa sul suo volto ogni volta che si è offerto di seguirlo in tutte le sue follie. 

“Non sono cambiato molto,” sussurra, poi.

Sua nonna lo guarda con una dolcezza che a Simone sembra una lama tra le sue costole, e porta una mano sul suo volto. Accarezza delicatamente la sua guancia.

“È una cosa bella,” gli dice. La sua voce è ferma, sicura – così diversa da quella di Simone, che trema sulle sue labbra – ma i suoi occhi sono un po’ lucidi. “È il tuo modo di volere bene.”

Forse Simone l’ha sempre saputo, che i vengo con te che ha pronunciato con naturalezza in questi mesi con Manuel erano il suo modo per dire ti amo, e forse ora ha finalmente senso, questa sua folle ostinazione a corrergli dietro. E se ha imparato a volere bene camminando nella scia di Jacopo e seguendolo ovunque andasse, non c’è da stupirsi che abbia fatto lo stesso con Manuel, ora. Ché questo è forse l’unico modo che conosce per amare e gli è servito Manuel – che è un miracolo e una catastrofe al tempo stesso – per realizzare, per ricordare che ne era capace.

“E Jacopo–” Sente la voce spezzarsi un po’. Le lacrime gli pungono gli occhi e Simone distoglie lo sguardo, per evitare di incrociare quello dolce e così terribilmente comprensivo di sua nonna. “Jacopo mi voleva bene?”

Per un secondo, immagina che lei rida di questa domanda sciocca, perché solo uno come Simone – che è sempre stato così disperato e affamato per un briciolo di affetto al punto da ricercarlo in maniera spasmodica in chiunque, anche in chi non aveva da dargliene – potrebbe chiedere qualcosa del genere. 

Invece, sua nonna gli spazza via le lacrime con un tocco gentile e gli dice, piano, come se fosse scontato, “Certo che te ne voleva.” 

Come se non fosse un miracolo, l’idea che Simone possa essere stato amato da qualcuno.

Si sente un po’ ridicolo, ma non gli importa. Chiede solo, “Davvero?”

L’espressione di sua nonna diventa quasi insopportabilmente dolce. Simone non l’aveva mai realizzato prima, che la tenerezza può essere il più affilato dei coltelli.

“Sì, tesoro.” Gli accarezza il volto con il pollice e Simone, quasi senza accorgersene, va incontro a quella carezza, ché l’ha capito solo ora che è sempre stato un po’ disperato per un tocco gentile, per una prova che gli ricordi che qualcuno lo ama . “Jacopo ti adorava. Eravate sempre insieme, dovevi sentire come urlava se qualcuno provava a separarvi per più di qualche minuto. E poi gli piaceva così tanto farti ridere, quando eravate insieme si sentiva la tua risata per tutta la casa.” Fa una pausa, anche lei sembra un po’ sul punto di piangere. “Era così bello sentirti ridere così, tesoro.”

Simone sente come un groppo in gola che gli rende difficile respirare. “Vorrei solo–” Scuote la testa. Deglutisce. “Vorrei solo ricordarlo.”

Vorrebbe ricordarlo, vorrebbe riaverlo, vorrebbe non averlo mai saputo, vorrebbe averlo saputo dal principio. Vorrebbe non sapere cosa significa essere la metà di niente, vorrebbe essere cresciuto con quella consapevolezza invece di doverci fare i conti ora senza sapere da dove iniziare. Vorrebbe tante cose inconciliabili e forse lo scopo della sua vita è scendere a patti con questo.  

Sua nonna porta l’altra mano tra i suoi capelli, glieli scosta dalla fronte, sfiora delicatamente il segno sulla sua tempia lasciato dall’incidente. Prende il volto tra i suoi palmi e gli fa alzare appena il mento, per incrociare il suo sguardo.   

“Lo so.” Gli accarezza dolcemente il viso, coprendo i lividi ormai sbiaditi. “Lo vorrei anche io. Ma non punirti ancora per questo, mh? Jacopo non lo vorrebbe.”

E Simone vorrebbe dirle che non sa come si faccia a smettere, ché da quando si è svegliato in ospedale gli sembra di sentire in modo vivido un’assenza che la tristezza e la rabbia e l’apatia di questi quattordici anni hanno solo camuffato e non sa come farci i conti se non facendola diventare il coltello puntato alla sua gola. Un po’ si odia per essersi permesso di dimenticare qualcosa di così importante e un po’ si odia per averlo scoperto e non sa cosa sia peggio, e se avesse anche solo un ricordo di Jacopo forse tutto sarebbe più facile e non si troverebbe qui, ospite nella sua pelle, a cercare un qualcosa che gli ricordi che il corpo che sta abitando è suo e solo suo. Forse se lo ricordasse, non si ritroverebbe ora, come un fantasma, ad infestare la sua stessa vita.

Si chiede cosa direbbe Jacopo, di tutto questo. Si chiede se sarebbe arrabbiato con lui, per avergli rubato la pelle e la vita, o se gli direbbe che questa vita è sua e che deve viverla tutta, come non si è concesso di fare fino ad ora. 

Deglutisce, poi annuisce. “Ci provo,” sussurra, che è un po’ il meglio che riesce a fare al momento.

Ché Jacopo si merita che Simone ci provi, affinché non rimanga sempre e solo il fantasma del suo specchio. E forse Simone merita di provarci anche per se stesso, se esiste un se stesso a cui tornare.

Sua nonna fa un piccolo sorriso, gli occhi ancora un po’ lucidi, poi gli dà un buffetto sulla guancia, così gentile che Simone quasi non lo sente. 

“Bravo,” dice, prima di lasciarlo andare.

Simone la guarda riporre gli arnesi per il giardinaggio con la cura che riserva a tutto, immerso nella calma ovattata di questa giornata di primavera. Cerca di respirare, di sentire su di sé il calore del sole, la brezza leggera che giocherella coi suoi ricci. Tiene gli occhi chiusi per qualche secondo, fino a quando il suo cellulare non gli segnala l’arrivo di un messaggio. 

 

 

Manuel (15.30)

non ce sto a capì niente de fisica se domani la girolami me interroga je posso ride in faccia al massimo

Simone sorride, sente una risata farsi strada su per la sua gola, scoppiargli sulle labbra. 

 

 

Simone (15.31)

Ma se t’ha interrogato la settimana scorsa e sei andato pure bene.

Prego comunque, eh.

 

Manuel (15.32)

seh grazie 

la statua la rimandamo a dopo gli scrutini però eh che nun se sa mai 

vabbè comunque nun ce sto a capì n cazzo

posso passà da te così me spieghi sta roba?

E Simone lo sa che i compiti di fisica c’entrano poco e niente, ché non crede Manuel non sia mai preoccupato di una interrogazione in vita sua e di sicuro non ha intenzione di iniziare ora, e che invece è solo una scusa per stare qui, con lui, ad assicurarsi che Simone stia bene, che sia vivo, che respiri. E sa che prima o poi dovranno discutere anche di cosa questo significhi, se significa qualcosa.

Ma per ora, si limita a pensare al tocco caldo delle mani di Manuel che lo riconducono a sé stesso quando intreccia le loro dita e pensa che gli basta.

 

 

Simone (15.34)

Va bene.

Nonna t’ha lasciato una fetta di torta di mele comunque.

“Manuel si ferma a cena?” 

Simone alza lo sguardo dallo schermo del cellulare per portarlo su sua nonna, che lo sta guardando con la stessa espressione eloquente di sempre. 

Apre la bocca. La richiude. La riapre e chiede, stupito, “Come facevi a sapere…?”

Lei ride, scuotendo la testa. “Te lo si legge in faccia,” replica, divertita, come se la sorpresa di Simone fosse una pièce particolarmente esilarante. Poi, si allunga di nuovo, lascia una carezza leggera sul suo volto. Il suo sorriso si intenerisce. “Ridi molto di più quando c’è Manuel.”

E Simone non se ne era accorto prima, ma sente i muscoli del suo viso che si aprono in un sorriso che un po’ gli fa male e un po’ gli fa bene e gli sembra assolutamente naturale, se non scontato, che l’unica strada che conosca per tornare a sé sia attraverso Manuel.

 


 

La porta del bagno si apre con un cigolio sospetto che rende lampante la più che decennale scarsità di fondi da destinare all’edilizia scolastica – ché, pur con tutti i lavori che ci sono stati, il liceo Da Vinci non è mai stato chissà quale capolavoro di architettura romana –, e Simone ha a malapena il tempo di ricomporsi, passandosi una mano sul volto, prima di veder spuntare dapprima la testa riccioluta di Manuel, poi le sue spalle e infine il resto del suo corpo. 

Il suo viso si distende in un piccolo sorriso quando lo vede. A Simone fa ancora un po’ girare la testa il pensiero che è quel sorriso è per lui.

“Oh, Simo’. Eccote qua.” 

“Ehi. Scusa, ora arrivo.”

Manuel lo guarda per un secondo – fermo davanti a uno dei lavandini, il respiro un po’ affannato, la mano sana che trema, prima che Simone ricordi di nasconderla nella tasca dei jeans – poi, senza dire altro, chiude la porta del bagno. Il lieve chiacchiericcio del corridoio si quieta all’istante, e Simone riesce a sentire solo il battito martellante del suo cuore quando Manuel gli si avvicina, piano.  

“Tutto bene?” chiede, preoccupato.

Simone sente quel familiare groppo in gola che gli rende difficile respirare. Si appoggia appena alla finestra dietro di sé, il sole di inizio maggio che gli scalda la schiena. Cerca di concentrarsi su quello – il calore della primavera che si intrufola sotto la sua camicia, preme contro le sue vertebre, gli sfiora la nuca in una carezza gentile –, ché se provasse a concentrarsi su qualsiasi altra cosa è abbastanza sicuro finirebbe per urlare o per rannicchiarsi per terra in un angolo a piangere, e non vuole che Manuel lo veda ancora in quello stato.

“T’ha mandato mio padre?” chiede, invece.

Manuel sbuffa, alza gli occhi al cielo con una teatralità che gli fa pensare che abbia passato troppo tempo assieme a sua nonna negli ultimi mesi.

“No, Simo’,” replica. Un angolo delle sue labbra si piega, esitante, verso l’alto quando aggiunge, “Sai, hanno inventato ‘sta cosa incredibile che se chiama libero arbitrio e che in sostanza te permette de fa’ quello che te pare, pensa te, ‘na roba assurda–”

Manuel,” lo interrompe, col tono lamentoso di un bambino che fa i capricci. “Vabbè che hai preso nove ma ti prego, pure la lezione di filosofia mo no. Mi basta mio padre.”

Una piccola risata scappa alle labbra di Manuel. Così, con la luce dorata del sole che gli illumina i ricci disordinati, conferendogli un’aureola arruffata, e un sorriso che gli fa curvare le labbra verso l’alto, a Simone pare quasi che splenda tra le pareti di questo bagno, come se Manuel fosse più fuoco che persona . Lo guarda scrollare le spalle e scuotere la testa senza perdere quel sorriso, e ne osserva affascinato ogni movimento, come se stesse osservando l’ondeggiare ipnotico di una fiamma. C’è una sorta di grazia distratta e inconsapevole nel modo in Manuel si muove nel mondo che lo lascia sempre senza fiato e che, fin dal primo momento, Simone ha percepito come un’attrazione gravitazionale, che lo ha spinto ad orbitargli intorno ancor prima che riuscisse a capirne il perché.

Anche adesso che lo sa ne sente il richiamo, più forte che mai.

“Stai a rosica’ perché ho preso più di te?” 

“No, ma se mi devi attacca’ un pippone filosofico ogni volta, ti preferivo quando prendevi tre.” 

Un’altra risata, calda come i raggi del sole che gli accarezzano la nuca. 

“Certo che sei stronzo.” Poi, Manuel alza lo sguardo per incrociare i suoi occhi e il suo sorriso diventa qualcosa di più gentile. Si stringe nelle spalle e dice, piano, “E comunque non era ‘n pippone filosofico. Era pe’ di’ che se uno fa’ ‘na cosa, è perché tendenzialmente la vole fa’, coglione.”

Simone ha come l’impressione che stiano parlando di qualcosa che non riguarda solo questo momento – qualcosa che, invece, ha a che fare con tutti i pomeriggi che Manuel trascorre con lui, con le volte in cui lo accompagna dalla psicologa, con i pomeriggi che passa in sala d’aspetto mentre lui è a fare fisioterapia, con i sorrisi che gli rivolge la mattina presto quando lo passa a prendere prima di scuola, con le loro dita intrecciate dopo che Simone ha avuto un incubo e, forse, anche con qualcosa che brucia come le luci rosse di un cantiere e i baci urgenti e disperati che Manuel ha strappato alla sua bocca, a cui non hanno più accennato da prima del suo incidente –, ma non sa bene cosa dire, come mettere in parole tutte le domande che gli affollano la mente e per cui vorrebbe una risposta che non sa se Manuel è pronto a dargli – e che forse lui non è pronto a ricevere –, per cui si limita ad alzare un sopracciglio e chiedere, “Tendenzialmente? T’è caduto lo Zingarelli in testa stamattina?”

Manuel ride di nuovo. Simone pensa che ci rimarrebbe tutta la vita chiuso in questo bagno della sua scuola, con l’intonaco che cade a pezzi, a sentire la risata di Manuel rimbombare attorno a loro.

“Simo’, non ne posso più, giuro che appena te togli ‘sto tutore te meno e poi vedemo se c’hai ancora voglia de fa’ lo spiritoso.” Si avvicina a passi lenti. In contrasto con le sue parole, i suoi movimenti sono esitanti, come se volesse dare a Simone la possibilità di allontanarsi. Simone non si sposta. “Mo me lo dici che c’hai o te devo minaccia’?”

Simone deglutisce. Le mani gli tremano un po’. Con la coda dell’occhio, riesce a vedere la macchia sfocata dei loro riflessi nello specchio – la sua camicia azzurra, i suoi capelli scuri, la canotta bianca e blu di Manuel, la massa confusa dei suoi ricci. Vede l’altro Simone che lo osserva, silenzioso, come un fantasma. Si chiede cosa vedrebbe nel riflesso dei suoi occhi se si girasse a fissarlo.

Si chiede cosa vedrebbe Manuel. Se ci sia qualcosa da vedere, in fin dei conti.

Scuote la testa. 

“Niente,” dice. “Volevo solo prendere un po’ d’aria.”

Le sopracciglia di Manuel spariscono sotto i suoi ricci. Lo fissa con l’espressione di chi ha detto troppe cazzate nella vita per credere a quelle di Simone.

“Certo, come no.” Incrocia le braccia al petto e gli riserva un’occhiata scettica. “La famosa aria benefica dei cessi del Da Vinci, ce viene gente da tutto il mondo pe’ farse le cure ristorative. Nun c’hai idea de la fila che ce sta fori.” 

Prima che Simone se ne accorga, una piccola risata gli sale alle labbra e riecheggia sulle mattonelle del bagno, limpida e cristallina come una giornata d’estate. Per un secondo, col sole che gli accarezza la schiena con dolcezza e Manuel che lo guarda, Simone si sente quasi leggero , come se potesse fluttuare al di sopra di tutto, ma con la certezza che Manuel sarà sempre il filo legato attorno al suo polso pronto a riportarlo a casa, in un corpo che forse, se è Manuel a vederlo e a sfiorarlo , un po’ gli appartiene.

“Ecco,” dice Manuel, piano. C’è una sorta di calore nella sua voce che prima non c’era, come una tenerezza inaspettata che fa impazzire il cuore di Simone. “Mo se ragiona.”

Simone batte le palpebre. “Cosa?”

“Niente.” Le labbra si aprono in un piccolo sorriso. “È che è bello vederte ridere, Simo’. Non c’hai idea di quanto è bello.”

Il cuore gli salta in gola. Sente la voce di sua nonna – ridi molto di più quando c’è Manuel – mischiata al ricordo della risata familiare e sconosciuta al tempo stesso di un Simone bambino nel vecchio filmato che ha visto nello studio di suo padre, e un po’ vorrebbe spiegarlo, a questo ragazzo impossibile qui di fronte a lui – che si è fatto carico del suo dolore e dei suoi giorni grigi con naturalezza disarmante, come se non avesse neppure dovuto pensarci – che è l’unica persona che lo fa ridere davvero, perché è l’unico che è riuscito a intrufolarsi, con la stessa disinvoltura con cui fa tutto, negli spazi vuoti della sua vita che Jacopo si è lasciato dietro, e che quando Manuel lo guarda, Simone si sente un po’ più se stesso.

Invece, scuote piano la testa. “Manuel–”

La mano di Manuel si posa sul suo braccio, delicata. Le dita scorrono lungo il tessuto leggero della sua camicia, su e giù, lasciando una scia di brividi sul loro percorso, e Simone sente la sua pelle come non l’ha mai sentita prima, come se non fosse qualcosa di cui vorrebbe liberarsi, ma qualcosa di bello , se è Manuel a sfiorarla. 

“Che succede, Simo’?” gli chiede, sottovoce, come se una parola detta appena un po’ più forte potesse rompere questa bolla delicata in cui sono immersi. “Non me devi parla’ pe’ forza, eh, lo so che c’ho la delicatezza de ‘n bulldozer. Ma sto qua, t’ascolto.”

Simone posa la testa contro la finestra, chiude gli occhi, si concentra su quello che riesce a sentire , come gli ha consigliato di fare la dottoressa De Santis quando si addentra troppo a fondo nella sua mente. Sprazzi di consapevolezza danzano dietro le sue palpebre – i raggi del sole contro la sua nuca, il calore del palmo di Manuel contro la sua pelle, il suono del suo respiro così vicino che Simone potrebbe scambiarlo per il proprio. Si sente un po’ come se Manuel lo avesse ancorato qui, a questo corpo e a questa vita, ricordandogli che è vivo.

Non s’era mai sentito vivo, prima. Non così. 

“È che a volte diventa tutto un po’ … troppo nella mia testa,” confessa a voce bassa.

Le dita di Manuel si curvano attorno al suo gomito senza fare pressione, come se volesse solo ricordargli che c’è .

“Lo so,” replica, piano, e Simone lo sa che lo sa e che non sono parole di circostanza, perché è Manuel che gli stringe la mano dopo un incubo ed è Manuel che, senza dire niente, lo porta a prendere un gelato quando lo vede uscire con aria scombussolata dallo studio della dottoressa De Santis, ed è Manuel che ora è in questo bagno invece che in classe a sentire la spiegazione della sua materia preferita. “Ma sto qua. Parlami. Famme entra’ nella testa tua. Magari ‘sto troppo in due è più facile da sopporta’, che dici?”

Simone un po’ vorrebbe piangere, un po’ vorrebbe baciarlo. Un po’ vorrebbe rifugiarsi tra le sue braccia e rimanere lì, lasciare a qualcun altro il compito di sbrogliare i fili attorcigliati della sua vita.

Invece, prende un respiro profondo. “È–è come se avessi un rumore di fondo costante,” spiega, la voce che trema. “Certe volte è sopportabile, ma altre volte– È come se qualcuno avesse alzato il volume al massimo e non riuscissi a concentrarmi su altro.”

Manuel non dice niente, ma stringe appena le sue dita attorno al suo braccio, come se così potesse far star zitti tutti gli altri pensieri che ronzano nella sua testa. 

“E quando succede– quando succede mi sembra che tutto sia improvvisamente lontano. È come se stessi vedendo il mondo dall’altro capo di un tunnel e non ne facessi davvero parte. La dottoressa dice che– che si chiama derealizzazione. Che è una risposta difensiva della mia mente a quello che è successo.” Scuote piano la testa, rilascia un respiro incerto. “A volte mi sembra di non esserci davvero. Che potrei scomparire, che forse sono già scomparso e non farebbe la differenza, perché non ci sono mai stato.” Distoglie lo sguardo, fissa il proprio riflesso che lo sta osservando di rimando. “A volte mi guardo allo specchio e mi sembra di non esistere.”

Sente il sospiro di Manuel, il modo in cui il fiato gli trema sulle labbra. Poi, sente la sua mano che sale lungo il suo braccio, sfiora il suo collo e si ferma sulla sua guancia, delicata ma decisa, costringendolo a voltarsi nella sua direzione. Il calore del suo palmo si fa strada sotto la sua pelle e gli scivola nelle ossa e Simone si sente inaspettatamente presente e radicato, per la prima volta da quando si è svegliato più di un mese fa in un letto d’ospedale.

“Invece stai qua,” sussurra Manuel, piano. Lo guida giù, alla sua altezza, fronte contro fronte, così vicino che Simone sente il fiato di Manuel infrangersi contro la sua guancia. “E fa la differenza che ce stai, ché io in un mondo senza de te nun ce voglio sta’. Stai qua con me, Simo’, capito?”

Il cuore gli frulla nel petto come una creaturina impazzita. Sente i polpastrelli di Manuel che disegnano piccoli cerchi sulla sua nuca, lì dove i suoi riccioli finiscono e il colletto della camicia che ha addosso lascia scoperta una piccola porzione di pelle, e gli sembra quasi che Manuel stia cercando di ricucire quel filo spezzato che un tempo lo teneva legato a questo corpo.

“Lo senti?” continua, in un sussurro. Le dita si infilano, gentili, oltre il colletto, sfiorano la base del suo collo, calde come i raggi del sole. “Che stai qua con me? Che esisti?

E Simone – Simone che si è sentito svanire per più di un mese, come uno scarabocchio a matita cancellato in maniera maldestra, di cui resta solo un alone incerto – annuisce, piano, contro la sua fronte. Gli sembra di non poter fare altro che sentire, come se la sua consapevolezza del mondo fosse ridotta a questo – Manuel che traccia disegni leggeri contro la sua pelle; il calore familiare del suo corpo che si intrufola nelle sue ossa; le parole di Manuel che si infrangono sulle sue labbra.

La voce gli trema quando dice, esitante, “Sì.” 

Lo stupisce, la realizzazione che non sta mentendo. Che esiste, in questo modo fisico e reale, sotto le mani di Manuel. Il rumore di fondo è ancora lì, come un ronzio nella sua mente, ma è come se il tocco gentile di Manuel lo avesse quietato per qualche istante. L’unica cosa che sente è questo momento – il suo essere vivo, il suo avere un corpo che è fatto per essere toccato, il battito frenetico del suo cuore che forse Manuel riesce a percepire, ma di cui Simone non si vergogna più.

“Dio, Simo’.” Manuel rilascia un sospiro tremante, scuote piano la testa, la fronte ancora poggiata contro la sua. “Me dispiace se c’ho messo così tanto per vederti,” dice. “So’ ‘n coglione.” 

E forse è un miracolo o forse è Manuel, o forse è Manuel stesso  ad essere una sorta di strano, inaspettato e contorto miracolo, ma Simone sente una risata affiorargli alle labbra.

“Non ho obiezioni su questo,” lo punzecchia.

Anche Manuel ride – una risata leggera e delicata, di cui Simone può sentire il riverbero, tanto corta è la distanza tra i loro corpi. Gli ricorda un terremoto, un incendio, un cataclisma.

E la ama.

Lo ama.

“Te pareva.”

“Oh, per una volta che ti do ragione,” replica, piegando le labbra in un broncio. “E poi un po’ te lo meriti.”

Manuel rilascia un altro sospiro, un po’ stanco e un po’ rassegnato.

“Lo so.” Anche l’altra mano sale sul suo volto, accarezza la sua guancia. Il pollice traccia la linea del suo zigomo, i tratti del suo viso, l’alone della sua fossetta, la curva della sua mandibola – come se Manuel morisse dalla voglia di studiare i suoi lineamenti per memorizzarne la sensazione sotto le dita. “Lo so, so’ stato una merda e non me meriterei manco de averte qua ora. Ma te vedo, Simo’, ti giuro che te vedo. Ti giuro che esisti . E ti giuro che so’ pronto a ricordartelo ogni volta che te senti così.” Le sue labbra si curvano in un piccolo sorriso. “Guarda che non te permetto de scompari’. Se pensi che sia così facile liberarte de me, me dispiace ma te devo da’ ‘na delusione, so’ pronto a venirti a prendere per i capelli.” 

E Simone sa che forse è ridicolo, ma non può fare a meno di andare incontro alle carezze di Manuel e chiedere, flebile, “Promesso?”

Il sorriso di Manuel s’intenerisce. “Promesso.” Il pollice gli sfiora di nuovo lo zigomo, la pelle che formicola sotto il suo tocco delicato. “Pensavo l’avessi capito. Dove cazzo vado senza de te, Simo’, eh?”

Per un momento restano così – fronte contro fronte nella luce dorata del sole di maggio, nel bagno della scuola dove chiunque potrebbe entrare da un momento all’altro e vederli. Ma a Manuel non sembra importare, anzi – la sua mano fa su e giù lungo la spina dorsale di Simone, il palmo premuto contro la colonna vertebrale come a tenerlo qui, a chiudere quella cerniera che Simone ha immaginato di aprire con le sue dita per liberarsi di se stesso. L’altra mano riposa lì, sul suo viso, il pollice che accarezza dolcemente la sua pelle e che traccia con lentezza i suoi lineamenti, come se li stesse pian piano ricostruendo. 

Se Simone si guardasse allo specchio, ora, forse riuscirebbe a vedere il suo volto.

Riuscirebbe a vedersi.

Ché forse, forse c’è un sé a cui tornare, anche se fatto di mille pezzi da ricomporre e di un volto che dovrà imparare a riconoscere come suo, un poco alla volta. Ché forse, può anche imparare a vivere, per la prima volta, invece di limitarsi ad esistere.

Si schiarisce la voce. “Manuel?” 

Manuel non smette di percorrere la sua colonna vertebrale con le sue dita, in movimenti lenti e delicati. “Mh?”

La voce gli trema un po’. Ci sono mille cose che potrebbe dirgli – di sé, di Jacopo, di tutti quei fili ingarbugliati che li tengono insieme anche dopo quattordici anni e una vita intera trascorsa senza ricordare, ché una perdita del genere non finisce mai di scavare nella tua esistenza e Simone si è ritrovato a vivere per anni attorno a queste voragini senza sapere cosa le avesse provocate – ma sente che, in qualche modo, Manuel già le conosce, tutte queste cose, perché conosce lui.

Per cui chiede solo, esitante, “Mi accompagneresti in un posto dopo scuola?”

Sa che Manuel ha capito. Ne ha la certezza quando si alza sulle punte per prendergli il volto tra le mani e posargli un bacio sulla fronte, tra i ricci.

“T’accompagno ovunque,” dice, contro i suoi capelli. “Sto qua, Simo’. Non sei più solo.”

 


 

I passi di suo padre sono leggeri contro il pavimento della cucina e le sue parole sono poco più di un sussurro quando gli chiede, incerto, “Non riesci a dormire?”

Simone non sobbalza neppure. Lo sorprende, la facilità con cui si è abituato alla voce di suo padre in soli pochi mesi, pur avendo trascorso anni senza di lui. Gli sembra di aver passato la sua intera vita a cercare di dimenticarla, questa voce, col segreto terrore di sentirla scappare dalle sue stesse labbra, come una trappola genetica pronta a scattare in un momento di distrazione. Invece, ora gli arriva quasi come una carezza.

Scuote piano la testa, osservando la figura di suo padre, in piedi davanti al tavolo della cucina. “No.”

Dante annuisce, con la stessa aria solenne di sempre, come se ogni conversazione – anche la più banale – fosse un dibattito filosofico che merita una lunga e profonda riflessione. Ha gli occhi stanchi e il viso un po’ stropicciato tipico di chi ha passato le ultime ore a rigirarsi nel letto senza riuscire a riposare. 

A Simone appare incredibilmente vulnerabile. Si chiede se anche lui abbia lo stesso aspetto, ai suoi occhi.

“Neanche io.” Lo sente rilasciare quel sospiro familiare che emette ogni volta che sta cercando di prepararsi a parlare con lui, come se stesse per affrontare una battaglia – e Simone è sorpreso di realizzare che lo fa anche anche lui, ché ha passato una vita intera a rifuggire l’eredità di suo padre e ora se lo ritrova nelle cose più banali –, e chiedere, “Posso?” indicando la sedia di fronte alla sua.

Lo guarda per un attimo, si morde le labbra. Mesi fa avrebbe risposto di no, perché l’idea di condividere uno spazio con suo padre dopo anni di assenza gli faceva venire voglia di spaccargli la faccia.

Invece ora annuisce.

Non serve a niente essere arrabbiati. Lo è stato per così tanti anni e tutto quello che ha fatto questa rabbia è stato mangiarlo vivo fino a non lasciare niente di lui. Simone non vuole vivere il resto di questa vita – terribile o meravigliosa che sia – a farsi spaccare da dentro, non più.

“Sì, certo,” replica, riportando lo sguardo sul bicchiere che stava studiando con inconsueta attenzione. “Fai pure.”

La sedia viene spostata con gesti accorti, senza far stridere i piedi contro il pavimento. Suo padre vi si siede senza dire niente e per la prima volta non cerca di colmare questo silenzio tra di loro con uno dei suoi maldestri e tardivi tentativi di fare il genitore o, peggio ancora, con una lezione di filosofia di cui Simone farebbe volentieri a meno. Invece, si limita a stare seduto davanti a lui, entrambi con le braccia poggiate sul tavolo, la schiena un po’ curva in avanti, i capelli arruffati e lo sguardo posato sul bicchiere che Simone sta tenendo tra le sue mani. Quando Simone alza gli occhi, si accorge che suo padre ha premuto, come lui, le labbra in una smorfia che gli accartoccia il viso.

Non si era mai accorto di quanto lui e suo padre fossero simili, prima di questo momento. Ha passato una vita intera a studiare il proprio riflesso allo specchio, con la paura di vederlo spuntare nei tratti del suo viso, e solo ora che fa ancora fatica a riconoscersi si rende conto di quanto in realtà sia uguale a lui nelle cose più semplici. Di come questo sangue che condividono li faccia sospirare nello stesso modo, disegni le stesse pieghe attorno ai loro occhi quando sorridono e la stessa ruga sulla fronte quando aggrottano le sopracciglia. Di come abbia affilato la loro mascella nella stessa maniera e faccia increspare gli stessi riccioli scuri in egual misura durante le giornate più umide. 

Simone si sente un po’ come se fosse stato messo a tradimento davanti a uno specchio che gli sta mostrando il futuro. Si chiede se per suo padre sia la stessa cosa – se guardarlo voglia dire un po’ anche guardarsi. Se vede se stesso, quando guarda Simone, o se vede quello che Jacopo sarebbe potuto essere. 

Non sa cosa lo spinga a parlare – forse questo fragile legame che li unisce, forse la seduta di terapia di questo pomeriggio e le parole della dottoressa De Santis su come Simone abbia il diritto di permettersi di guarire, o forse il semplice, feroce bisogno che ha passato una vita a seppellire di sentire che suo padre c’è, per una volta.

Quello che sa è che si stringe nelle spalle, come a proteggersi, e dice, piano, “Sono stato al cimitero.” Resta per un secondo in silenzio, deglutisce. “Qualche giorno fa.”

Suo padre alza gli occhi. Sono un po’ sgranati, come se fosse stupito, forse dalle sue parole o forse dal fatto che Simone stia condividendo, in maniera spontanea, qualcosa di sé con lui per la prima volta in anni. Simone si sorprende, forse scioccamente, a scoprire che, benché un po’ più piccoli dei suoi, gli occhi di suo padre sono dello stesso marrone scuro. 

Si chiede se anche Jacopo avrebbe avuto gli stessi occhi. Se lo avrebbe guardato nello stesso modo. Ché se suo padre è il suo riflesso, lo è anche di Jacopo.

Anche se è rimasto solo a sopportarne il peso.

“Da solo?”

È evidente, la preoccupazione nel suo tono. Simone si sente quasi a disagio, come se questa preoccupazione fosse un regalo inaspettato a cui non sa bene come reagire, disabituato com’è all’idea che a Dante Balestra possa in qualche modo fregare qualcosa di lui. Pensa che ci vorrà un po’ per risanare la ferita che è la sua infanzia, ma per la prima volta gli appare come una cosa sanabile, prima o poi.

“No,” lo rassicura. Si stringe ancora nelle spalle, un po’ sorpreso dall’attenzione di suo padre, che ha passato anni a ricercare e a rifuggire contemporaneamente, disperato per un po’ di affetto e al tempo stesso incapace di sopportarlo. “Sono andato con Manuel.” E poi, alzando appena lo sguardo per osservarlo, si schiarisce la voce e chiede, “Sei arrabbiato perché non l’ho chiesto a te?”

La reazione è immediata.

“No, cosa dici? No, certo che no. Non le devi pensare queste cose, non potrei mai essere arrabbiato.” Dante allunga una mano, la posa sulla sua senza esitare neppure per un secondo. La stringe come se temesse di vederlo sparire e stesse cercando di fare del suo meglio per evitarlo, e Simone non sa come dirgli che sta svanendo da quattordici anni e che forse solo ora che ne ha preso coscienza sta esistendo. “Sono felice di sapere che non eri solo, questa volta. È tutto quello che conta per me.”

Simone annuisce. Rimangono per un po’ in silenzio. Suo padre non gli chiede come sta e gliene è grato, perché non crede di essere in grado di districare questa matassa ingarbugliata di dolore e senso di colpa e assenza che sembra pulsare, come un secondo battito, contro il suo sterno. 

È complicato. 

Forse non smetterà mai di essere complicato ed è una cosa con cui dovrà scendere a patti. 

Ma sente la presa di suo padre attorno alle sue dita. Sente il bacio che sua nonna gli ha lasciato sulla fronte, prima di andare a dormire. Sente il calore delle mani di Manuel sulla sua schiena, quando lo ha stretto a sé e lo ha lasciato libero di piangere tutte le lacrime che per anni non avevano trovato via d’uscita, e sente la dolcezza delle sue labbra premute contro la tempia, lì dove l’incidente gli ha lasciato una cicatrice, e forse è quello che lo rassicura, ora – il tocco caldo di Manuel che gli ricorda che è vivo e che è amato , anche quando Simone fa fatica a crederci.

È forse quello che gli dà il coraggio di chiedere, “Ci pensi mai a Jacopo?” Le parole gli escono in un soffio, la voce che gli trema nella gola. Fissa con insistenza il bicchiere d’acqua che regge nella mano, invece di suo padre, come se potesse andare in mille pezzi se solo ne incrociasse lo sguardo. “A come sarebbe ora se– se non fosse morto?”

Sente suo padre sospirare di nuovo, in quel modo che è tutto loro, che forse sarebbe stato anche di Jacopo, se fosse vissuto abbastanza a lungo. Percepisce dei movimenti ai margini del suo campo visivo, immagina che suo padre si sia portato una mano sul viso, come a mettere ordine tra i suoi pensieri o impedirgli di vedere il suo dolore. Vorrebbe dirgli di non farlo, di non nascondersi più – ché ora che sa tutto ha bisogno di sapere come si fa ad elaborare un dolore del genere, e come può farlo se suo padre glielo nasconde? 

Invece, resta in silenzio ad aspettare una risposta.

Quando Dante prende un respiro, Simone ne percepisce il leggero tremore. 

“Tutti i giorni,” replica, piano.

Simone annuisce di nuovo. Sente il suo cuore battere in maniera nervosa nella sua gabbia toracica e qualcosa stringersi attorno alla sua gola. 

“È per questo che te ne sei andato? Che ci hai lasciato?” Che mi hai lasciato? vorrebbe chiedere. La voce suona piccola, incerta alle sue stesse orecchie, e per un attimo non è un ragazzo di diciassette anni, ma un bambino di dieci che vede il proprio padre sparire da un giorno all’altro. “Per Jacopo?”

Perché vedi lui, ogni volta che guardi me? Perché io non ero una ragione abbastanza buona per restare? 

In risposta, suo padre stringe così forte la sua mano che Simone ha quasi il timore possa rompergliela e, con voce spezzata, “Simone,” lo richiama.

Gli ci vuole un attimo, per trovare il coraggio di alzare lo sguardo e incrociare gli occhi di suo padre. Ha paura di quello che potrebbe leggervi, di scoprire cosa suo padre sta vedendo – se il figlio che ha abbandonato come se non contasse niente o quello che ha perso quattordici anni prima. 

Quando finalmente riesce a guardarlo, scopre che suo padre ha gli occhi lucidi e il volto piegato in un una smorfia, come se stesse cercando di trattenersi dallo scoppiare a piangere. È la stessa smorfia che aveva quando Simone si è risvegliato in ospedale. 

Simone,” ripete. 

Suona disperato, e Simone ha come l’impressione che suo padre stia continuando a dire il suo nome nel tentativo di ricordargli chi è. Di trattenerlo qui. Di non lasciarlo più andare.

“Se me ne sono andato, se vi ho lasciati–” continua, la voce rotta. “È solo perché io e tua madre avevamo capito che ci stavamo rendendo infelici a vicenda.” Deglutisce. Si allunga un po’ sul tavolo, come se volesse essergli più vicino, come se quello che sta per dirgli fosse di vitale importanza. “Ma ti prego, ti prego, non pensare neppure per un secondo che me ne sia andato perché tu non sei Jacopo. Tu–” Stringe ancora di più la sua mano, così forte che Simone sente le dita formicolare. “Tu, Simone e nessun altro, sei la cosa più importante della mia vita. Capito?”

Un po’ vuole piangere, perché è da che ha memoria che si sente disperato per un briciolo di amore e da quando ha scoperto di Jacopo non fa altro che pensare di essere impossibile da amare, perché come si può amare qualcuno che ti ricorda solo ciò che hai perso? E forse Simone ha passato la sua intera vita a sperare di essere importante per suo padre senza concedersi il lusso di ammetterlo, che voleva contare qualcosa per lui, e forse permettersi di guarire vuol dire anche questo. Prendere per mano il bambino di dieci anni confuso e ferito che è stato e dirgli, dolcemente, Va bene sentire la sua mancanza, anche se sei arrabbiato. Va bene, Simone, va bene tutto. Non devi odiarti per questo. 

Non lo sa, non davvero. Ma forse va bene anche questo. Forse permettersi di guarire vuol dire anche accettare che a volte le cose sono complicate e non esiste una risposta semplice e che il lavoro di vivere è un continuo scendere a patti con questa realtà.

“Non pensi che–” Deglutisce, la voce che gli trema. “Che sarebbe dovuto sopravvivere lui al posto mio o–”

“No.” La voce di suo padre è incerta come la sua, ma le sue parole sono ferme, decise. “No, Simone, no. Non ci devi neanche pensare. Sei mio figlio, sei la cosa più bella che ho. Darei di tutto per riavere Jacopo, ma non te. Mai te.” E, la voce che gli si spezza, “Tu non hai idea del bene che ti voglio e so che è colpa mia, perché non sono mai riuscito a dimostrartelo. Ma non pensare neppure per un secondo che tu non sia stato amato in ogni attimo della tua esistenza.”

Simone ripensa ai compleanni mancati, agli appuntamenti mai rispettati, a quei giorni in cui suo padre tornava solo per andarsene di nuovo poco dopo, lasciandosi dietro solo un nuovo livido sul cuore già ammaccato di Simone. Ma ripensa anche a quelle giornate al mare, al tragitto fatto in moto, alla pizza che dividevano, alle partite a biliardino che suo padre gli lasciava vincere. Ripensa ai baci che suo padre posava tra i suoi ricci, alle sue braccia che lo stringevano, a quanto era bello quando il vento sfiorava loro la faccia mentre ridevano insieme. La sua infanzia è una ferita – sua madre che piange, suo padre che non lo guarda neppure mentre scappa via, un vuoto al suo fianco che non ha mai saputo spiegarsi – ma suppone di dover essere stato amato, almeno una volta.

Dice, piano, “Se me lo avessi detto prima– Se mi avessi detto tutto prima–” Gli occhi sono fissi sul tutore che ancora gli fascia il polso e nasconde la cicatrice dell’operazione. “Forse tutto questo non sarebbe successo.”

Le labbra di suo padre si piegano in un’altra smorfia, i suoi occhi sono lucidi. “Lo so,” replica. Rilascia un sospiro tremante. “Mi dispiace. Non mi perdonerò mai per gli errori che ho fatto con te.”

Il Simone di qualche mese fa gli avrebbe dato ragione e gli avrebbe ricordato che neppure lui lo avrebbe mai perdonato, ché ha passato una vita intera a vedere suo padre andare via e a chiedersi cosa avesse fatto lui di male, per non essere in grado di farlo restare, e non è giusto far portare il peso di tutto questo a un bambino di dieci anni che già si deve trascinare dietro un’assenza così presente. Ma il Simone di ora – quello che è in questa cucina alle due di notte a vedersi nel volto di Dante – conosce la verità e conosce il dolore che ha aperto una voragine tra di loro e pensa che portare rancore sarà anche il suo più grande talento, ma l’unica cosa per cui gli è servito è stata finire in un prato a ingoiare pasticche sperando di non risvegliarsi, e forse non è ancora in grado di perdonarlo davvero e forse ci vorrà del tempo prima che possa accettare tutto quello che è successo e forse non ci riuscirà mai del tutto, ma si merita almeno di provarci. 

Per se stesso e per nessun altro.

“Lo so,” risponde, a bassa voce. “Ma sei qui, ora.”

Sta un po’ piangendo, ma non importa, perché anche Dante sta piangendo. Gli sembra che non abbiano fatto altro in queste settimane, ma anche questo, forse, fa parte di quella cosa complicata che è il processo di guarigione.

“Sono qui,” ripete Dante. E, con voce rotta, aggiunge, “Sei la cosa più preziosa che ho. Tu, Simone. Nessun altro. Ti prego, cerca di ricordarlo quando pensi queste cose.”

Simone annuisce. Forse un po’ inizia a crederci, che in questa pelle c’è solo lui e non è più un fantasma che infesta la vita degli altri. Asciuga le lacrime rimaste col dorso della mano, guarda suo padre alzarsi, sente il bacio che gli posa tra i capelli come faceva quando era bambino e il calore della sua mano contro la sua spalla.

Per la prima volta, non si scosta. 

Per la prima volta, si lascia abbracciare da suo padre e lo abbraccia a sua volta e ha come l’impressione che alcuni di quei pezzi sparpagliati siano tornati al loro posto.

È più di quanto abbia avuto in quattordici anni.

 


 

L’acquazzone li sorprende pochi minuti dopo essere usciti da scuola, quando sono già sulla moto di Manuel. 

Nel giro di qualche secondo, Simone inizia a sentire rivoletti di pioggia scivolargli lungo la schiena, infilarsi nel colletto della sua felpa, bagnargli le guance. Gli indumenti gli si incollano addosso, mentre lui si preme con più insistenza contro Manuel nel tentativo di non perdere la presa – il petto contro la sua schiena, le mani che arpionano la sua canotta da basket, la testa sulla sua spalla.

“Simo’,” urla Manuel, al di sopra del frastuono della pioggia e del traffico. Simone, più che sentirlo, sente la vibrazione delle sue parole contro le sue mani, mentre il petto di Manuel si alza e si abbassa ritmicamente. “Qua ce famo ‘n bagno. Te porto a casa mia che è più vicina. Va bene?”

Annuisce. Stringe ancora di più la presa sulla canotta di Manuel con la mano sana. Riesce a sentire il battito frenetico del suo cuore sotto il suo palmo.

“Va bene,” urla, di rimando.

A casa di Manuel ci arrivano dieci minuti dopo, completamente zuppi. La pioggia batte, furiosa, contro i vetri dell’appartamento quando si affrettano ad entrare al riparo, lasciando una scia bagnata all'ingresso per cui Simone è abbastanza sicuro Anita li fucilerebbe in pubblica piazza, fosse qui a vedere lo scempio che stanno facendo del suo pavimento.

Per fortuna, Anita è al lavoro e lo sarà fino alla sera, Manuel lo rassicura, per cui non c’è nessuno a rimproverarli mentre si sfilano le scarpe e le lasciano lì, vicino alla porta. Simone non fa neppure in tempo a cercare di slacciare il casco che Manuel già si è allungato per liberarlo, come se fosse un gesto automatico, anche se gli hanno tolto il tutore qualche giorno fa. Lo lascia cadere per terra assieme al suo e gli sistema i capelli, scostando i ricci che gli si erano incollati alla fronte.

“Madonna, Simo’,” Manuel dice, piano. La mano scivola giù a sfiorargli il volto, il pollice che spazza via le poche tracce che la pioggia ha lasciato sulla sua pelle. “Pare che t’hanno messo ‘n lavatrice,” gli annuncia. 

La voce suona divertita, ma c’è un accenno di tenerezza nelle sue parole che elicita un delicato calore nel petto di Simone, nonostante sia zuppo dalla testa ai piedi e stia rabbrividendo per il freddo. 

Lo guarda – i ricci un po’ umidi ma perlopiù asciutti grazie al casco, la felpa più scura per via dell’acqua che ha preso, la canotta da basket che gli si è incollata al petto, il sorriso che fa comparire quelle fossette solo un po’ nascoste dalla barba. Simone sente le sue labbra piegarsi a sua volta. Pensa che non ha mai amato qualcuno così, come se fosse semplice

Non aveva mai pensato che fosse così facile, amare qualcuno. Non aveva mai creduto di esserne capace.

“Guarda che te non sei messo meglio,” ribatte.

Una risata scappa dalle labbra di Manuel, così calda che a Simone pare stia riscaldando le sue ossa intrizzite. 

“Polemico come sempre.” Ma la sua voce è dolce quando lo prende in giro. Poi, lo lascia andare con un sospiro e aggiunge, “Dai, annamo, prima che te viene qualcosa. Te presto qualcosa de mio da metterte addosso.”

Senza dire altro, recupera una felpa larga e un paio di pantaloni della tuta dal suo armadio, poi posa una mano sulla sua schiena per guidarlo nel piccolo bagno accanto al salone e chiude la porta dietro di sé, anche se sono soli in casa. Simone ha una visione fugace del proprio riflesso – la felpa scura incollata addosso per la pioggia, i capelli umidi che gli si arricciano attorno alle tempie, le guance rosse per il vento che ha preso – prima che la mano di Manuel salga sul suo volto, delicata, e lo inviti a voltarsi nella sua direzione.

“Oh.” Cerca il suo sguardo, gli offre un piccolo sorriso. Il pollice disegna cerchi lievi sulla sua pelle. “Stai qua?”

Simone annuisce. Sente il tocco della mano di Manuel, il calore del suo palmo contro la sua guancia. “Sto qua.” 

Il sorriso di Manuel diventa più grande, più luminoso. “Bravo.” Lo guarda per un secondo, come a leggere qualcosa nei suoi occhi, poi, “Posso?” chiede, esitante, portando le dita sull’orlo della sua felpa.

Il cuore di Simone batte freneticamente sotto la sua pelle. Non si fida della sua voce, per cui si limita ad annuire.

Manuel sorride ancora, con quel sorriso che fa spuntare le fossette sulle sue guance e gli illumina gli occhi. Le dita si stringono attorno all’orlo della felpa, si intrufolano sotto il tessuto per sfiorare la sua pelle, lasciandolo senza fiato. Non ricordava cosa significava, lasciarsi toccare in questo modo da qualcun altro. 

È bello, si sorprende a pensare.

Manuel lo aiuta a sfilare l’indumento con una delicatezza che a Simone pare quasi fuori luogo, per qualcosa di così ordinario e banale. Non è neppure la prima volta – in fin dei conti, in questi due mesi è capitato che Manuel lo aiutasse a vestirsi, dato che con un braccio fuori uso era un’operazione complicata da portare a termine da solo e Manuel s’è fatto carico anche di questo, come se prendersi cura di lui fosse un privilegio e non un peso. Ma è in qualche modo diverso, ora – ora che sono soli in casa, ora che Manuel sfiora la sua pelle con la punta delle dita in una carezza quasi impercettibile, ora che Simone non è più solo quella creatura spezzata che era due mesi fa, ora che il rumore ovattato della pioggia e il suono incerto dei loro respiri sono l’unica cosa che si può sentire in questo bagno.

Quando la felpa cade a terra, Simone a malapena ci fa caso. Tutto quello che riesce a sentire sono gli occhi di Manuel su di sé e le sue mani, inaspettatamente calde, che, invece di lasciarlo andare, si posano sui suoi fianchi, lì dove i lividi dell’incidente sono quasi sbiaditi. È un tocco esitante – a malapena fa pressione, come se temesse di mandarlo in frantumi – ma a Simone sembra quasi che Manuel lo stia rimettendo insieme, riparando la pelle sotto i suoi palmi.

È una sensazione peculiare, fisica e viscerale in un modo nuovo che non gli fa venire voglia di strapparsi questa pelle di dosso. Il pollice di Manuel traccia piccoli cerchi sul suo fianco e Simone lo sente , questo corpo che abita, come non crede di aver sentito niente in vita sua – sente la pelle d’oca sulle sue braccia, i brividi che corrono lungo la schiena, il cuore che frulla nella sua cassa toracica, una meraviglia di ossa e muscoli e sangue che è sua , e per la prima volta da quando si è svegliato in quel letto di ospedale, il suo corpo non gli appare come qualcosa di difettoso e incompleto che non riesce a sentire suo. Quando Manuel lo tocca in questo modo, con i polpastrelli che accarezzano delicatamente la sua pelle, sta toccando lui, lo sta rendendo reale.

Sotto le mani di Manuel, Simone si sente di nuovo Simone

“Simo’,” sussurra Manuel, quasi con reverenza, e il cuore di Simone perde un battito. Il fiato di Manuel si infrange sul suo collo quando gli si fa più vicino. “Te posso bacia’?”

È surreale che Manuel – Manuel che non ha mai chiesto il permesso di nulla; Manuel che, sotto la luce rossa di un cantiere, si è preso tutto di lui senza fermarsi a domandarsi se poteva; Manuel a cui Simone ha sempre offerto ogni cosa avesse senza che neppure lo chiedesse, anche quando non aveva che se stesso da offrirgli – stia qui, ora, davanti a lui, ad aspettare una sua risposta.  

Annuisce, piano. Sente il cuore che gli si arrampica su per la gola. 

“Sì,” mormora. La parola gli esce in un filo di fiato. “Sì,” ripete, con più convinzione. “Ti prego,” aggiunge.

È una cosa quasi devastante, la lentezza con cui Manuel si sporge verso di lui e lo bacia, piano. È un bacio diverso da quelli che gli ha strappato al cantiere, che sapevano di urgenza e rabbia e di un bisogno disperato che Simone poteva sentire, come un’eco, sotto la sua stessa pelle. Sotto quella luce rossa, Manuel lo aveva baciato come se avesse voluto divorarlo, come se avesse voluto dimostrare che poteva avere il controllo su questo, almeno, se non poteva averlo su altro, come se quei baci fossero un modo di reclamare un potere che sentiva di aver perso, e Simone lo aveva lasciato fare, gli aveva concesso di prendersi anche quel pezzo di sé senza opporre resistenza, ché tanto tutto di lui apparteneva già a Manuel. 

Questo bacio, invece, è lento e delicato e dolce – Manuel lo bacia come se avesse tutto il tempo del mondo a disposizione, come se l’intero concetto di tempo avesse perso significato e non ci fosse che questo attimo, con la pioggia che picchietta contro la finestra e i loro respiri mischiati. Simone schiude le labbra e Manuel sospira contro la sua bocca come se non avesse aspettato che questo per secoli , il cuore premuto contro il suo e le mani che si staccano dai suoi fianchi e che percorrono, in movimenti gentili, la sua schiena nuda. Simone può sentire le sue dita fare su e giù per la sua colonna vertebrale e così, sotto il tocco caldo e disarmante di Manuel, non immagina più una cerniera lungo la sua spina dorsale attraverso cui lasciarsi scivolare di dosso questo corpo che non sente suo. Al contrario, immagina che le mani di Manuel lo stiano cucendo insieme, riaggiustando quel filo che lo lega al suo corpo, e che gli stiano, in qualche modo, restituendo se stesso.

Manuel lo bacia, e Simone si sente a casa nella sua pelle.

A malapena si rende conto di quello che sta succedendo. Tutto quello che riesce a sentire è Manuel – Manuel che preme baci delicati contro la sua gola quando il fiato gli si fa troppo corto, Manuel che porta una mano alla base della sua nuca per sorreggergli il capo quando Simone inclina la testa per offrirsi alla sua bocca, Manuel che sfiora con le labbra la pelle tesa sulle sue clavicole come se le stesse venerando, Manuel che si spinge contro di lui senza fretta o urgenza, ma solo con la voglia di sentirlo contro di sé. 

Simone si sente un po’ come se stesse morendo di nuovo e un po’ come se stesse tornando a vivere. Si sente come se si stesse svegliando da un lungo sonno e stesse pian piano prendendo consapevolezza del suo corpo, ancora un po’ intorpidito.

“Simo’,” Manuel lo richiama, la voce ridotta ad un sussurro. Una mano gli sfiora la guancia, l’altra gli accarezza il fianco e a Simone pare che la sua vita inizi e finisca lì dove Manuel lo sta toccando. “Simo’, ehi. Stai bene?”

Simone annuisce. Porta una mano tra i capelli di Manuel, lascia che le dita scorrano tra quei ricci disordinati. Glieli sposta dalla fronte per incrociare il suo sguardo. 

“Sto bene,” mormora. “Sto bene con te.”

Il naso di Manuel sfiora la sua guancia in una carezza. Le sue labbra percorrono la sua pelle, posano un bacio lì, dietro il lobo del suo orecchio, e Simone sente le ginocchia tremare quando, con voce bassa, Manuel dice, “Voglio solo farte sta’ bene, Simo’. Ora. Domani. Sempre.”

Il mondo attorno a sé gli arriva in sprazzi di consapevolezza: la ceramica fredda del lavandino contro la sua schiena nuda quando arretra in cerca di un appiglio, trascinando Manuel con sé; il fruscio degli abiti di Manuel che finiscono per terra a far compagnia alla sua felpa; il modo in cui Manuel sospira quando le dita di Simone scendono lungo il suo collo e seguono il contorno dei tatuaggi sul suo petto, sul suo torace, sui suoi fianchi; i brividi che scivolano lungo la sua spina dorsale quando Manuel traccia una scia di baci leggeri che vanno dall’angolo delle sue labbra al suo petto prima di risalire a cercare un bacio che Simone gli concede; il rumore metallico della zip dei suoi jeans che viene tirata giù lentamente e il respiro spezzato che preme contro la bocca di Manuel quando sente le sue dita intrufolarsi oltre quel tessuto rigido e sfiorarlo da sopra i boxer.

“Simo’. Dio, Simo’.” Manuel ricopre il suo volto di piccoli baci – bacia la ruga che appare tra le sue sopracciglia quando si imbroncia, le sue fossette, l’angolo delle sue labbra, i due nei sopra la sua mandibola. “Te lo giuro, non te voglio fa’ male mai più, non me ne vado più, sto qua, te lo giuro.”

Simone annuisce frenetico, come a dire che lo sa, lo sa da mesi, lo sa da quando si è risvegliato in ospedale, l’ha sempre saputo in qualche modo, ché Manuel si è intrufolato negli spazi vuoti della sua vita in maniera così naturale che l’idea di vederlo andarsene, per Simone, è sempre stata inconcepibile.  Vorrebbe sussurrarglielo contro le labbra, ma le carezze di Manuel gli strappano il fiato dalla bocca e l’unica cosa che può fare è spingersi contro di lui, chiedergli di più, lasciare che Manuel lo faccia sentire intero mentre lo fa a pezzi nel modo più dolce che abbia mai conosciuto.

La pioggia continua a cadere fuori dalla finestra mentre Manuel abbassa i suoi boxer e chiude le dita attorno a lui. Il resto del mondo sembra svanire – ci sono solo lui e Manuel, lo schiocco dei loro baci, la mano di Manuel che, incerta, si muove su di lui, il rumore dei loro respiri strozzati, le parole che Manuel preme direttamente contro la sua gola, la sua spalla, lo spazio tra le sue clavicole, come se volesse inciderle sulla sua pelle in un altro tatuaggio.

“Non me ne vado più, non te lascio più,” ripete, come una litania. “Te lo giuro, non te lascio più, non è vero che non esisti, Simo’, so’ mesi che esisti solo tu.”

E se al cantiere i baci di Manuel e i movimenti frenetici della sua mano erano stati un prendere, un sottrarre, un afferrare tutto ciò che Simone gli stava offrendo fino a non lasciargli più niente che gli appartenesse davvero, allora questo – questa cosa lenta e disarmante nel piccolo bagno di Manuel, con Manuel che si muove piano, che non chiede niente in cambio se non di prendersi cura di lui, che lo bacia e lo tocca come se questo atto così umano e anche un po’ impacciato fosse qualcosa di sacro – a Simone appare un po’ come un restituire, come un riconsegnare Simone a se stesso e ridargli tutto ciò che di lui Manuel aveva reclamato per sé mesi fa.

Ché se al cantiere il suo unico desiderio era stato appartenere a Manuel, ora si stupisce a realizzare che quello che vuole – quello che Manuel gli sta dando – è appartenere a se stesso.

È diverso, quello che stanno facendo. Diverso da tutto ciò ha conosciuto fino ad ora. Manuel gli lascia decidere il ritmo senza pretendere nulla da lui, come se gli bastasse questo, e Simone non si è mai sentito così vivo, così reale, come se la materialità del suo corpo non fosse più una prigione o una condanna o il riflesso di qualcosa che non esiste, ma qualcosa di bello. È bello il modo in cui la sua mano affonda nei capelli di Manuel e tira appena per esigere un bacio da lui. È bello il modo in cui il petto gli si solleva in respiri affannati che gli scappano dalle labbra e che rimbalzano sulle piastrelle del bagno. È bello il modo in cui le gambe gli tremano, è bello il martellare del suo cuore, è bello il calore che sente propagarsi sotto la sua pelle a partire dal punto in cui Manuel lo sta sfiorando, sono belle persino le lacrime che gli pungono gli occhi perché è tutto così vero e intenso che quasi gli fa male, in quel modo peculiare in cui ti fanno male le cose più dolci.

“Manuel–” Il nome gli esce quasi come una preghiera. “Manuel–” 

La mano libera di Manuel percorre delicatamente la sua spina dorsale per arrivare alla sua nuca e affondare nei suoi ricci. E non c’è quella agognata cerniera, non c’è quel disperato desiderio di strapparsi la pelle di dosso, non c’è niente se non il tocco incandescente di Manuel, che lo brucia e lo sana al tempo stesso.

“Sto– sto qua,” mormora. La voce gli si spezza, come se il piacere che Simone sente crepitare sotto la pelle fosse anche suo, in qualche modo. Gli porta una mano sul volto, gli accarezza lo zigomo con il pollice. “Sto qua.”

Simone stringe appena la presa sui ricci di Manuel. Il cuore gli trema nel petto. 

“Per favore, guardami,” supplica, senza fiato. “Per favore, per favore–”

Vedimi.

Vedimi come non mi hai visto l’ultima volta.

Ché se tu mi vedi, forse posso imparare a vedermi anche io.

E Manuel lo guarda. Lo vede, come non ha fatto al cantiere. Gli sorride, gli scosta i capelli dal viso, lo attira a sé, fronte contro fronte, occhi negli occhi, senza scappare, senza sfuggire al suo sguardo, senza nascondere il volto nell’incavo del suo collo come l’ultima volta. Le sue dita danzano sulla sua pelle – tracciano il contorno del suo tatuaggio, sfiorano i lividi sul suo torace, accarezzano i segni che l’incidente gli ha lasciato e quelli che, invece si porta dietro da anni di rugby, da cadute in bici quando era più piccolo, da quella volta in cui la gatta di Laura gli ha piantato le unghie nel braccio, e a Simone quasi pare che gli stia dicendo, Sei tu. Sei tu, in questo corpo. E io ti vedo. Ti sento. Esisti.

“Sto qua,” ripete, piano. “Stai qua,” aggiunge, con la voce che gli trema, come a rassicurare entrambi. “Stai qua con me, Simo’, te lo ricordi? Stai qua co’ me, non ti lascio andare.”

E Simone è davvero qua – in questa vita, in questo bagno, in questo corpo , a tremare sotto il tocco di Manuel quando i suoi movimenti si fanno più veloci; ad aggrapparsi a lui quando le gambe sembrano non reggerlo più; a lasciare che il suo nome gli sfugga dalle labbra come una supplica quando sente che qualcosa sta per scoppiargli nel petto; a guardarlo negli occhi quando finalmente – finalmente – la tensione che sembra aver preso possesso di lui si infrange e Simone viene nella mano di Manuel con un gemito spezzato, e pensa, distrattamente, che è incredibile come certe volte rompersi in mille pezzi sia necessario per diventare interi.

I secondi – o forse i minuti, le ore, i giorni, eternità intere – che seguono scorrono via in maniera confusa. Simone crolla contro Manuel, affonda il volto nell’incavo del suo collo, respira affannosamente contro la sua pelle e lascia che Manuel percorra con le dita la sua spina dorsale, lentamente, come fa ogni volta che cerca di calmarlo. Sente le lacrime affiorargli agli occhi ed è sicuro che stia un po’ piangendo, anche se non ne è davvero consapevole. Tutto quello che sente è il rumore di un cuore che batte frenetico, che non sa se sia il suo o quello di Manuel. Non che faccia alcuna differenza – ha come la sensazione che ormai lui e Manuel siano legati in maniera così inestricabile che il suo cuore sia anche quello di Manuel, che quello di Manuel sia un po’ anche suo.

“Oh, Simo’,” lo richiama Manuel, dolce.

Le parole sembrano sfuggirgli. Tutto quello che esce dalle sue labbra è un, “Mh?” premuto contro la pelle di Manuel.

Manuel rilascia una piccola risata, posa un bacio contro la sua tempia. Poi, sfiora la guancia con la punta del naso in una carezza gentile.

“Stai bene?” chiede. “Me dispiace, volevo fa’ le cose pe’ bene pe’ ‘na volta, volevo dirte mille cose, anna’ con calma, te lo giuro, ma so’ ‘n coglione, scusa, scusa–” 

Simone ride contro la spalla di Manuel, una risata un po’ divertita e un po’ annacquata. Una sottile euforia si propaga sotto la sua pelle. Si sente vivo. Si sente amato.

“Manuel.” Lascia un bacio sulla sua spalla. “Sto bene.”

Le labbra di Manuel gli sfiorano i ricci. Premono una scia di baci delicati che vanno dalla sua tempia alla sua guancia.

“Sicuro?”

“Sicuro.”

È sorpreso di realizzare che è vero – che sta bene, in questo corpo e in questa vita. 

Solo dopo – dopo, quando dei loro vestiti non sarà rimasta che una scia che va dal bagno alla camera di Manuel e Manuel avrà baciato ogni singolo centimetro della sua pelle, come a cucirgliela addosso di nuovo – Simone si rende conto che, per tutto il tempo, non ha prestato alcuna attenzione al suo riflesso allo specchio.

E forse non durerà per sempre, forse questa cosa di vivere non s’impara in una volta sola e forse gli servirà ancora del tempo per vedersi davvero. 

Ma ora, in questo pomeriggio piovoso di fine maggio, si sente vivo. 

E gli basta.