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1.
La prima cosa di cui ha consapevolezza è un trillo incessante che proviene da qualche parte alla sua destra.
La sua coscienza impiega qualche secondo a riaffiorare dai meandri in cui si era persa, come se si fosse immerso così profondamente nel sonno da non essersi accorto di star dormendo. Il suo corpo gli sembra lontanissimo, come se lo avesse abbandonato per la durata di una notte e ne stesse lentamente riacquistando il possesso ora che si sta svegliando, e anche le palpebre gli appaiono terribilmente pesanti. Deve aspettare un minuto prima di riuscire a coordinare tutti i muscoli necessari per girarsi sul fianco destro, aprire gli occhi e allungare una mano nel vano tentativo di far tacere quel trillo fastidioso che continua a premere insistentemente ai margini della sua consapevolezza.
Per un attimo, il colore azzurrino delle pareti, le tende bianche e leggere, i trofei sulle mensole e l’ordine che regna sovrano in questa stanza che lo accolgono quando finalmente riesce a tenere le palpebre aperte per più di mezzo secondo lo sorprendono, così come la presenza di qualcun altro nel letto accanto al suo. Le informazioni visive corrono più veloci del resto delle sue capacità cognitive, e Manuel ha come la vivida impressione che ci sia stato un glitch, poi, mentre ascolta il suono del respiro che si leva dall’ammasso di coperte di fronte a lui, il resto della sua mente sembra risvegliarsi a sua volta, dare un senso a quanto sta vedendo e ricordargli che si trova a casa di Simone, nella sua camera, steso sulla brandina che Simone si è premurato di tirar fuori e sistemare per lui la sera prima, dopo aver smezzato una canna in giardino con lui e aver passato la serata a guardare le stelle distesi accanto alla sua piscina.
Solo allora, quando vede i ricci di Simone sbucare da sotto il piumone e le coperte sollevarsi e abbassarsi leggermente al ritmo del suo respiro, si concede di affondare di nuovo la faccia nel cuscino e biascicare, “Simo’.”
In tutta risposta, un mugugno indistinto si leva da sotto le coperte in cui Simone si è avvolto. Il trillo di poco prima continua a martellare, in maniera ben poco piacevole, nelle tempie di Manuel, rendendo il suo ritorno alla realtà, se non brusco, quantomeno seccante.
“Simo’,” ripete, strascicando la vocale finale in un lamento. Soffoca uno sbadiglio contro la federa; con la mano che ha allungato cerca senza successo di raggiungere Simone per scuoterlo, o, in alternativa, per dargli un pugno. “Simo’, la sveglia. Spegnila.”
Se Simone lo ha sentito – e non è detto che lo abbia fatto, visto che non pare granché propenso a dare cenni di vita che non siano dei versi incomprensibili – evidentemente non ha reputato l’istanza che Manuel gli ha appena presentato degna di interesse, perché emette un altro mugugno, più irritato del precedente, e si avvolge meglio nel piumone che lo copre, portandoselo fin sopra la testa.
Manuel vorrebbe dargli una testata.
Invece, con gli occhi ancora mezzi chiusi e il corpo intorpidito, si sporge fino a raggiungere il materasso di Simone, più alto rispetto al suo.
“Mado’, Simo’, che piaga che sei,” borbotta tra sé e sé, mentre batte le palpebre e cerca, tra le lenzuola spiegazzate del suo letto, il telefono di Simone, lì dove Simone deve averlo abbandonato prima di addormentarsi la notte scorsa. “Rompi le palle pure quando dormi, è ‘n cazzo de talento, il tuo.”
Simone, prevedibilmente, non gli risponde, se non con un verso di protesta.
Manuel si trattiene a stento dall’imprecare. Gli sembra che il suono spaccatimpani della sveglia ormai abbia bypassato i canali uditivi e abbia occupato direttamente una porzione consistente del suo cervello; arrivato a questo punto è abbastanza sicuro che lo sentirà rimbombare tra le sue tempie per almeno metà giornata. Continua a tastare il materasso; quando le dita si chiudono attorno al cellulare incriminato emette un sospiro di sollievo. Lo afferra e lo tira fuori dalle lenzuola; la luce brillante dello schermo gli ferisce un po’ gli occhi, ma fa scorrere ugualmente il dito sul comando che permette di rimandare la sveglia e la stanza piomba finalmente nel silenzio.
Butta di nuovo il cellulare sul materasso di Simone e si lascia cadere sul letto, sospirando rumorosamente. Senza la sveglia che risuona nelle sue orecchie, una pace delicata sembra avvolgere la villa, così diversa dal caos in cui Manuel si sveglia tutte le mattine – non si sentono i rumori del traffico qui, né quelli della giornata che inizia nelle case degli altri, e neppure sua madre che ascolta il TG a tutto volume dalla cucina. Al contrario, l’unica cosa che riesce a sentire è il cinguettio degli uccelli, e la brezza invernale che fa tremare leggermente gli infissi. La luce del sole si intrufola tra le veneziane chiuse, proietta ombre leggere sul soffitto e illumina la stanza, rimbalzando sui trofei lucidi e donando dei riflessi più chiari ai ricci disordinati di Simone, che sono più o meno l’unica cosa che Manuel riesce a vedere di lui quando si volta nella sua direzione, oltre alla sua fronte aggrottata, e alla linea quasi invisibile che compare tra le sue sopracciglia quando le corruga.
Soffoca una risata. Pensa che è assurdo che Simone Balestra sia in grado di imbronciarsi pure nel sonno, e per poco non cede alla tentazione di fargli una foto solo per mostrargliela più tardi.
Decide di evitare, solo perché non ci tiene particolarmente ad essere la prima persona deceduta per tentata presa per il culo.
Poi – in uno sprazzo di responsabilità che non gli si addice e che probabilmente è da imputarsi alla presenza sempre più frequente di Simone Balestra nella sua vita – getta un’occhiata distratta allo schermo del telefono di Simone per controllare l’orario. Simone sta inspiegabilmente ancora dormendo, benché la sveglia del suo telefono debba aver destato dal sonno qualsiasi essere umano nel raggio di due chilometri, per cui cerca di fare del suo meglio per non fare alcun rumore mentre si solleva dal materasso e, in punta di piedi, apre la porta della camera per sgusciare fuori. Se la chiude alle spalle, fa le scale in silenzio. Se anche non ricordasse bene come orientarsi in questa villa enorme, ad accoglierlo sull’ultimo gradino ci sono i rumori della cucina, il profumo di caffè e le voci del professor Balestra e di Virginia che stanno parlando di qualcosa che Manuel non riesce a captare.
Si fa strada verso di loro, i passi attutiti leggermente dai calzini.
“Buongiorno,” dice, nel tentativo di annunciarsi, quando varca la soglia della cucina.
Il professor Balestra e Virginia si voltano immediatamente verso di lui. Manuel abbozza un sorriso, agita una mano a mo’ di saluto, con l’altra giocherella con l’orlo della maglia che gli ha prestato Simone prima di andare a dormire, e che gli va un po’ larga. Non sa bene perché – forse è per via del sonno che gli è rimasto ancora attaccato addosso nonostante la sveglia di Simone abbia fatto del suo meglio per offrirgli un immediato ritorno al mondo reale, o forse è per via della presenza del suo professore di filosofia, che ora lo sta guardando al di sopra di una tazzina di caffè – ma si sente leggermente a disagio a starsene qui, nel suo pigiama improvvisato, nella cucina luminosa e ordinata di questa villa, sotto lo sguardo del padre e della nonna di Simone che lo conoscono appena, senza Simone al suo fianco. È una sensazione peculiare e difficile da spiegare: ha come l’impressione di essersi intrufolato, per il breve momento di questa mattina, in una vita che non gli appartiene, e per un folle attimo pensa di fare dietrofront e tornare in camera da Simone, scuoterlo fino a svegliarlo, chiedergli stupidamente di scendere con lui e di dargli il permesso di esistere nella sua cucina piena di luce, nella sua villa avvolta dalla tranquillità del primo mattino, nella sua vita ordinaria e monotona.
È strano: prima che Simone diventasse suo amico, non aveva mai pensato che la presenza di qualcuno al suo fianco potesse essere rassicurante.
Virginia, in piedi davanti ai fornelli, sembra percepire il suo disagio, perché gli offre un sorriso dolce e pieno di un affetto forse immeritato, visto che lo conosce da meno di dodici ore e Manuel non ha fatto assolutamente nulla per guadagnarsi la sua approvazione se non farle i complimenti per la pasta al forno la sera prima.
“Manuel, caro, buongiorno.” Gli fa cenno di sedersi, e scosta una sedia per lui, come a dirgli che è il benvenuto, in questa casa e nella loro vita. “Hai dormito bene? Com’era il materasso? Dico sempre a Simone che bisogna cambiare quella brandina, ma non mi ascolta mai–”
Manuel si affretta a rassicurarla. “Ho dormito benissimo,” dice, e piega le labbra in un sorriso, anche se effettivamente il materasso della brandina gli ha donato un lieve mal di schiena. Non se la sente di farlo notare, in ogni caso. “Mai dormito così bene in vita mia, croce sul core.”
Sia Virginia che Dante emettono una piccola risata, poi il professor Balestra chiede, un po’ confuso e un po’ curioso, “E Simone dov’è? Ha deciso di saltare la scuola oggi?”
Le labbra gli si curvano nel solito sorrisetto un po’ impertinente quando replica, “Professo’, la vedo difficile con lei come padre, eh. Poraccio.” Poi, prima che Dante possa protestare – Manuel se ne accorge dal modo in cui corruga le sopracciglia e piega le labbra in una smorfia come fa Simone quando Manuel dice qualcosa di particolarmente stupido –, aggiunge, “Comunque sta ancora a dormi’.”
“Ancora?”
Scrolla le spalle, si siede al posto che gli ha indicato Virginia, al tavolo della cucina apparecchiato per la colazione. Tamburella distrattamente con le dita contro il legno del tavolo e lancia un’occhiata a Dante, che se ne sta appoggiato al ripiano della cucina con la tazzina di caffè in mano. La sensazione di prima lo assale di nuovo. È strano, pensa, vedere il suo professore di filosofia così – con i capelli un po’ arruffati, l’espressione assonnata, la t-shirt che usa come pigiama.
Si sente un po’ come se avesse visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.
“Che le devo di’, professo’. Ieri notte c’ha messo ‘na cifra ad addormentarse,” spiega, ripensando a Simone e all’espressione imbronciata dipinta sul suo viso quando Manuel si è girato a guardarlo qualche minuto fa. Aggiunge, a mo’ di spiegazione, “S’è stato a a gira’ e rigira’ pe’ ‘n botto de tempo, a ‘na certa s’è pure alzato. Ho pensato che dormi’ dieci minuti in più je poteva solo fa’ bene.”
Un calore improvviso si diffonde alla base della sua nuca, leggero e delicato. Manuel realizza con qualche secondo di ritardo che è Virginia che gli sta lasciando una carezza gentile tra i capelli.
“Sei un bravo ragazzo,” gli dice.
Il pensiero che qualcuno – qualcuno che conosce Simone Balestra, la cui foto, secondo il parere di Manuel, dovrebbe essere messa nel dizionario alla voce bravo ragazzo – possa considerarlo tale lo sorprende e lo confonde al tempo stesso, forse un po’ lo fa sentire anche in colpa. Non sa bene come reagire – una parte di lui vorrebbe negare, e fornire invece a Virginia un elenco esaustivo di tutti i motivi per cui non lo è affatto; un’altra parte di lui vorrebbe, ingenuamente, cullarsi nell’idea che sia vero, anche se solo per un attimo.
È troppo presto, decide, per avere una crisi esistenziale, per cui ride e scuote piano la testa.
“Ma mica per lui, eh,” ci tiene a precisare. “È che quello già è intrattabile de suo, se nun dorme va a fini’ che je piglia male peggio del solito e poi me lo devo subi’ io. Mica so’ scemo.”
Dante annuisce in maniera solenne, come se questa fosse una lezione di filosofia, e Manuel avesse fatto un’arguta osservazione sul tema del giorno, poi conviene, “E pure questo è vero.”
“Dado!”
Dante, in risposta, alza la mano che non sta reggendo la tazzina, come a proclamarsi innocente.
“Che c’è? Se c’ha ragione, c’ha ragione. Mica gli posso dire che non è vero, scusa.” Inarca le sopracciglia e inclina appena il capo di lato per osservare meglio Virginia. A Manuel ricorda ancora di più Simone, e il modo in cui piega la testa quando vuole prenderlo per il culo, anche se è abbastanza sicuro che, se solo facesse presente a Simone questa somiglianza, rischierebbe di essere lanciato dalle scale. “Ti devo ricordare com’è Simone prima del caffè? Hai provato a parlargli durante la colazione di recente?”
Virginia sembra rifletterci per un attimo, poi emette un profondo sospiro e scuote la testa.
“Certo, è un po’ irritabile–”
“Sembra che sia pronto a staccarti la testa a morsi, mamma.”
“Ma guarda che anche tu eri così alla sua età. Anzi, eri anche peggio,” aggiunge Virginia, riservando al professor Balestra uno sguardo eloquente che lo zittisce. Poi, evidentemente soddisfatta da come si è messa la discussione, si volta nella direzione di Manuel e, con un sorriso, gli chiede, “Ti verso un po’ di caffè?”
“Posso prenderlo io, non c’è bisogno, mi dica dove posso–”
“Manuel. Caffè?”
Manuel annuisce, un po’ imbarazzato. “Sì, grazie.”
Virginia ride di nuovo. Manuel la sente trafficare da qualche parte alle sue spalle – deve aver recuperato una tazzina da uno dei mobiletti, per poi versarci del caffè. Sta posando la tazzina davanti a lui assieme alla zuccheriera – Non so quanto zucchero ci metti, caro. Questi due lo prendono amaro, gli sta dicendo, scuotendo la testa con fare volutamente esasperato, come se l’idea che Simone e Dante possano bere il caffè non zuccherato fosse per lei inconcepibile –, e gli sta lasciando un’altra carezza tra i capelli, quando un rumore di passi si fa largo nella stanza e–
“Buongiorno,” mugugna Simone, quando appare sulla soglia della cucina.
È uno spettacolo un po’ buffo: ha i ricci gonfi e arruffati che gli ricadono in maniera disordinata sulla fronte; il volto piegato una smorfia infastidita, come se gli avessero fatto personalmente un torto a inventare il concetto di mattina; e sulla guancia gli è rimasto il segno del cuscino, lì dove deve aver affondato il viso nella federa. Ha addosso una felpa che deve aver recuperato dal suo armadio prima di scendere, e si è tirato su la zip fino al collo. Gli va leggermente grande, e Manuel riesce a intravedere solo le sue dita che spuntano dalla manica quando Simone si passa una mano sul viso, e poi soffoca uno sbadiglio contro il palmo.
“Ma allora sei vivo,” gli dice, inarcando le sopracciglia e piegando le labbra nel solito sorriso da schiaffi che Simone stesso ha cercato di cancellare in maniera piuttosto violenta dalla sua faccia solo qualche settimana fa. “Pensavo de dove’ allerta’ le autorità se manco quella sveglia de merda che c’hai te buttava giù dal letto.”
In tutta risposta, Simone emette l’ennesimo verso incomprensibile – a cui Manuel ormai si è abituato, visto che non ha ottenuto altro da parte sua stamattina –, recupera una bottiglia di latte dal frigo e una scatola di cereali da un mobiletto della cucina, poi si lascia drammaticamente cadere sulla sedia accanto alla sua e sospira. È una visione insolita e diversa, lontana dal Simone che ha conosciuto e con cui ha litigato in questi mesi di scuola – il ragazzo con il colletto della camicia perfettamente stirato, i capelli in ordine, la mascella serrata e l’espressione attenta e un po’ tesa come se si aspettasse di essere attaccato da un momento all’altro è sempre lì, sotto la sottile superficie di questo momento, ma ha contorni meno netti, meno precisi; Manuel trova divertente – e forse anche un po’ carina – l’espressione imbronciata che gli fa arricciare il naso e piegare le labbra in una smorfia, e la naturalezza con cui abbassa le spalle, normalmente così rigide, e si rilassa contro la sedia della cucina.
Gli piace, pensa, questo Simone che risponde a Lombardi per difenderlo e gli ruba le versioni, si smezza una canna con lui a bordo piscina, si lascia vedere per quello che è. Se lo avesse conosciuto prima, forse avrebbe perso meno tempo a litigarci.
“Allora,” inizia Dante, sollevando la tazzina che sta ancora reggendo a mo’ di saluto alla volta di Simone. “Siete pronti per il compito di latino di oggi?”
Simone emette un verso lamentoso, si passa di nuovo una mano sul viso.
“No, ti prego, no,” borbotta, mentre versa il latte nella tazza. È, sorprendentemente, la frase più articolata che Manuel gli ha sentito pronunciare da quando si è svegliato questa mattina. “La lezione di filosofia di prima mattina no, per favore.” Si volta nella direzione di Manuel, indicandogli la bottiglia di latte. “Vuoi?”
Annuisce. “Seh, grazie.”
“Nessuna lezione di filosofia, stavo solo facendo una domanda. Mi pare che questo mi sia ancora permesso, no?” chiede Dante, inarcando le sopracciglia e studiandoli con aria attenta mentre Simone versa il latte nella tazza di Manuel, poi gli porge la scatola di cereali. “Mi chiedevo se per caso la notte ti avesse portato consiglio, tutto qua.”
Virginia rivolge uno sguardo eloquente al professor Balestra. “Dado–”
Rimane, prevedibilmente, inascoltata, perché–
“Sono fatti miei,” borbotta Simone, che, nella limitata esperienza di Manuel, pare non essersi mai imbattuto in una ragione per prendersela a male che non abbia voluto assecondare, ed evidentemente non ha intenzione di iniziare ora alle sette del mattino di un mercoledì di metà febbraio. “Non vedo perché tu debba intrometterti.”
“Sono tuo padre, mi pare normale che ti faccia delle domande.”
“Ah, sei mio padre?” Simone pronuncia la parola come se l’avesse appena scoperta e stesse cercando di memorizzarla. “Strano che ti venga in mente, pensavo te lo fossi dimenticato. Sai com’è, è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che hai provato a fare il padre–”
“Sei sempre il solito esagerato–”
“Io esagerat–”
“Ma che è ‘sta roba?” interviene Manuel, un po’ per evitare che la situazione precipiti e lui finisca per iniziare un’altra entusiasmante giornata ritrovandosi a dover separare padre e figlio mentre si rotolano sul pavimento della cucina tentando di darsele, e un po’ perché è genuinamente disgustato dalla cucchiaiata di truciolato mascherato da cereali che ha appena masticato. “Simo’, ma che cazzo te magni?”
Un improvviso silenzio cala sulla cucina. Simone si interrompe nel mezzo dell’ennesima replica piccata che stava per pronunciare, e si volta verso di lui, irritato e confuso al tempo stesso. Manuel quasi s’aspetta che gli faccia un occhio nero, o che gli rovesci la tazza di latte in testa.
“Sono cereali proteici,” dice, col tono di voce di chi sta offrendo una prelibatezza raffinata a un palato poco abituato a tali sapori. “Sono ricchi di fibre. Guarda che sono buonissimi.”
Ci sono tanti aggettivi, pensa Manuel, che utilizzerebbe per descrivere questa deliziosa manciata di compensato che ha buttato giù, ma buonissima, con tutto il bene, di sicuro non è uno di quelli.
“Come no, ‘sto retrogusto de morte è proprio quello che ci vuole pe’ inizia’ bene la giornata.” Emette un verso disgustato mentre guarda i cereali galleggiare nella sua tazza di latte. “Ce credo che te piglia sempre a male, poi.”
Simone gli rifila un’occhiataccia. Dice, con tono indispettito, in un’ironica contraddizione che Manuel trova estremamente divertente, “Non è vero che mi piglia a male.”
In tutta risposta, Manuel batte le palpebre, lo osserva – le sopracciglia aggrottate, le labbra piegate in una smorfia, la linea sottile che compare tra le sue sopracciglia. È evidente che sia ancora irritato dalla discussione che stava avendo con suo padre, perché ha la mascella serrata e una leggera tensione sembra aleggiare attorno a lui, come se il Simone serio e nervoso di tutti i giorni fosse riemerso da dove il sonno l’aveva cacciato. Si sorprende a realizzare che gli manca il Simone sereno e rilassato della sera precedente, quando hanno guardato le stelle mentre si passavano la canna e lo ascoltava parlare di filosofia, e che gli piacerebbe trovare il modo di farlo uscire fuori più spesso.
“Ah, quindi–” È abbastanza sicuro che le sue sopracciglia abbiano preso ormai vita propria. “Me stai a di’ che questa–” Indica il volto di Simone con la mano che non sta reggendo il cucchiaio. “–è la tua espressione normale quando nun te piglia a male?”
“Perché, che c’ha che non va?”
“Niente, pe’ carità.” Solleva una spalla. “Pare solo che te sei ‘nfilato ‘na scopa su per il cu–”
Tre voci esclamano, contemporaneamente, “Manuel!” e, nonostante tutto, Manuel si congratula con se stesso per essere riuscito a dire qualcosa che mettesse d’accordo Simone e il professor Balestra, un’impresa non da poco visto che Manuel li ha sentiti litigare anche per il condimento migliore da mettere sull’insalata, e piuttosto che concordare con suo padre, Manuel è abbastanza sicuro che Simone si farebbe ammazzare.
“Che c’è?” chiede, battendo le palpebre con aria stupita, come se fosse sinceramente sorpreso da questa reazione, quando a lui pare semplicemente di aver ribadito l’ovvio. “Qualcuno glielo doveva di’, no? Magari ora ‘sta scopa se la lev–”
“Vi suggerirei–” interviene Dante, mettendo fine a questa interessante discussione e posando la tazzina di caffè – ormai vuota – nel lavello, prima di avviarsi verso la porta della cucina. “–di darvi una mossa, se non volete prendervi un ritardo.”
“Ma abbiamo filosofia alla prima ora,” protesta Simone, confuso.
Dante si volta nella loro direzione, li guarda. Inarca un sopracciglio. “Appunto,” dice, serissimo, prima di sparire nel corridoio.
Restano per qualche secondo a fissare il vuoto dove fino a qualche attimo fa c’era il professor Balestra, poi Simone sbuffa, alza gli occhi al cielo e scuote la testa con esasperata drammaticità, e borbotta, “Sempre il solito stronzo.”
Per una volta nella sua vita, Manuel sceglie, saggiamente, di non commentare. Invece, recupera un’altra manciata di cereali dalla sua tazza e li guarda con aria afflitta. Pensa con nostalgia ai frollini del discount nel mobile della sua cucina che, comunque, al netto del loro prezzo, svolgono egregiamente il lavoro per cui sono stati prodotti e decide che non ha più intenzione di fermarsi a dormire a casa Balestra senza essersi prima accertato che ci sia cibo commestibile dagli esseri umani il giorno dopo a colazione.
“Comunque fanno cagare,” dice, infine, alla volta di Simone.
In tutta risposta, Simone sospira, dà un colpetto al suo piede con la punta della sua pantofola. Quando Manuel si gira a guardarlo, gli pare quasi che stia facendo del suo meglio per nascondere un sorriso. Le spalle non sono più così rigide e la tensione di poco prima sembra averlo abbandonato per un istante.
È la cosa più vicina al Simone che ha intravisto per il breve spazio di una canna ieri sera, e, pensa con una sorpresa che lo disarma un po’, gli piace.
Non l’avrebbe mai detto.
2.
Quando esce dal bagno che dà sulla camera di Simone ha appena il tempo di battere le palpebre, prima di ritrovarsi davanti alla visione surreale di Simone intrappolato nella felpa grigia che sta cercando di indossare senza successo.
Ma che cazzo, pensa.
Simone non sembra essersi accorto della sua presenza. Le sue braccia sono alzate nel tentativo di far scivolare il tessuto oltre l’ostacolo del gesso e la testa è coperta, sparita da qualche parte all’interno dell’indumento, in modo tale che tutto quello che Manuel riesce a vedere di lui sono le sue gambe lunghe coperte dai jeans e parte del busto, avvolto in una t-shirt bianca che si solleva appena ogni volta che Simone allunga ancora di più le braccia senza riuscire nel suo intento.
“Simo’,” lo richiama, un po’ divertito e un po’ confuso. Si appoggia allo stipite e osserva la creatura mitologica, metà uomo e metà felpa, in cui Simone Balestra ha deciso spontaneamente di trasformarsi questa mattina. “Me spieghi che cazzo stai a fa’?”
La voce di Simone è leggermente attutita dal tessuto quando dice, “Mi sto vestendo.”
Nonostante tutto – e nonostante il fatto che sia momentaneamente incastrato in una felpa senza riuscire ad uscirne e che si stia dimenando come un pazzo nel tentativo di liberarsi – riesce a suonare vagamente snervato, come se Manuel avesse appena fatto una domanda molto stupida.
Manuel non sa se sentirsi offeso, o se scoppiare a ridere. Gli chiede, incrociando le braccia al petto e inarcando le sopracciglia, “E de solito la felpa la metti così?”
In tutta risposta, Simone sbuffa, chiaramente esasperato dalla sua mancanza di collaborazione. Se non fosse completamente immobilizzato, Manuel è certo gli avrebbe rivolto un dito medio. È uno spettacolo un po’ ridicolo mentre se ne sta in piedi, al centro della sua camera, con le braccia intrappolate nella felpa e l’espressione corrucciata che Manuel non può vedere, ma che è certo gli stia piegando le labbra in un broncio e gli stia facendo corrugare le sopracciglia, mettendo in mostra quella linea leggera che gli compare sulla fronte ogni volta che si acciglia. Manuel ha immaginato spesso di distenderla con la punta delle dita negli ultimi tempi – quando Simone mette su un’espressione confusa davanti a un suo gesto gentile, come se non fosse abituato ad essere trattato con cura da parte sua; nelle notti che trascorre sulla brandina accanto al suo letto e lo vede aggrottare le sopracciglia nel sonno, forse per via di un incubo; persino nei pomeriggi che ha trascorso con lui in ospedale, mentre lo guardava tentare di decifrare gli appunti che gli aveva preso la mattina stessa a scuola, prima di arrendersi e voltarsi verso di lui con un sospiro per chiedergli di tradurre la sua pessima grafia in qualcosa di intellegibile dagli esseri umani – e si ritrova a immaginare di fare la stessa cosa ora, mentre lo osserva allungare le braccia per cercare di uscire dalla morsa che ha fatto della sua felpa.
Un calore leggero e delicato si fa strada nel suo petto e preme contro il suo sterno, e per la prima volta da quando Simone si è schiantato sotto la sua finestra due settimane fa – regalandogli un attacco di panico, la tendenza a sobbalzare ogni volta che c’è un rumore un po’ più forte e un incubo ricorrente da cui si risveglia col fiatone e il cuore a mille quasi tutte le notti – sente che la banale, ordinaria, rassicurante normalità di prima è qualcosa di raggiungibile, e che può esistere – anzi, che forse è l’unico modo in cui può esistere – anche nei momenti che di quella normalità hanno poco e niente.
Vorrebbe avere il potere, pensa, di donare questo a Simone, in fin dei conti: un attimo di stupida, spensierata tranquillità.
Simone muove ancora le braccia, le allunga. La maglia che indossa sotto la felpa si solleva, permettendo a Manuel di intravedere la pelle bianca del fianco costellata dei lividi che l’incidente gli ha lasciato.
Poi, si ferma.
Sospira.
“Sono rimasto incastrato,” ammette, infine.
Manuel ride, piano.
“Lo vedo.” Si dà una spinta per spostarsi dallo stipite, fa qualche passo nella direzione di Simone. Aggiunge, con una gentilezza che non sapeva neppure di possedere prima che Simone arrivasse nella sua vita e lo costringesse a scendere a patti con chi è davvero, “Dai, vie’ qua. T’aiuto io.”
C’è un secondo di silenzio. Poi–
“Qua dove?” chiede Simone.
Questa volta, la sua risata è un po’ più decisa, e rimbalza tra le mura della stanza di Simone.
“C’hai ragione, scusa, aspe’–”
Fa un altro passo nella sua direzione, poi, quando si ritrova davanti a lui, poggia una mano sul suo fianco, piano, come se non sapesse bene se ha ancora il permesso di toccarlo dopo tutto quello che è successo, dopo tutto quello che gli ha fatto. Non fa pressione – le sue dita sfiorano appena la pelle sotto il suo palmo in una carezza lieve, eppure Simone sobbalza ugualmente.
“Scusa,” gli dice, in un sussurro. Alza lo sguardo, e sente, acuta come non l’ha mai sentita prima di questo momento, la mancanza degli occhi di Simone. Vorrebbe studiare il suo sguardo, il modo in cui le sue labbra si piegano, i più piccoli e impercettibili cambiamenti nella sua espressione, per sapere se sta sbagliando ancora, o se sta facendo qualcosa di giusto, per una volta. Invece chiede, “T’ho fatto male?”
Anche se è ancora intrappolato nella felpa, Manuel riesce a sentire il movimento che compie Simone quando scuote la testa.
“No, cioè–” Esita appena. Così da vicino, può sentire il respiro che gli si fa incerto per un attimo, e il modo in cui si rilassa sotto il suo tocco quando espira e aggiunge, “Hai le mani fredde.”
Manuel annuisce, anche se Simone non può vederlo. Sanno entrambi che non è vero, ma sceglie di non farglielo notare.
“Scusa,” ripete, ma non lo lascia andare.
Invece, col pollice accarezza piano la sua pelle, traccia piccoli cerchi contro il suo fianco, come a rassicurarlo, facendo attenzione a non sfiorare i lividi. Si chiede se stia rassicurando lui, o se stesso, e non ha davvero una risposta, così come non ha una risposta quando si ferma a domandarsi perché lo stia facendo, perché gli sembri così istintivo e naturale. Decide di non pensarci, ora – di accantonare i suoi dubbi, che in fin dei conti assomigliano sempre più a certezze, lasciarli fuori la porta della stanza di Simone, e permettersi di sentire quello che si agita nel suo petto senza il bisogno di dargli un nome.
Porta anche l’altra mano sulla vita di Simone. Questa volta, Simone non sobbalza.
“Sei troppo alto,” borbotta, arricciando il naso. Lo guida lentamente verso il letto. “Te devi mette’ a sede’ o non riesco a liberarte.”
Simone rilascia un qualcosa a metà strada tra un respiro profondo e un verso esasperato, ma si lascia sospingere da Manuel, si siede placidamente sul bordo del materasso, e allarga appena le gambe per permettere a Manuel di farsi più vicino.
“Non è colpa mia se sei basso.”
“Allora, finimola co’ ‘sta storia. Nun so’ basso, è che vicino a te pariamo tutti alti un cazzo e un barattolo.”
A queste parole, Simone ride, piano. È un suono caldo, dolce, un po’ esitante, e incredibilmente inaspettato, che elicita un calore nuovo nel petto di Manuel. È la prima volta che sente la sua risata da quando è entrato nella sua stanza d’ospedale due settimane fa ed è felice, si ritrova a pensare, che Simone sappia ancora ridere, anche se è una risata incerta, anche se dura troppo poco, anche se – al meglio delle sue possibilità, considerando che è intrappolato nella felpa – si stringe nelle spalle come se l’idea di poter tornare a ridere dopo quello che ha passato fosse una colpa da espiare.
È abbastanza, per ora. Il resto possono affrontarlo insieme.
Senza aggiungere altro, lascia che le sue mani raggiungano le braccia di Simone. Arrotola il tessuto della felpa tra le sue dita e aiuta Simone – insolitamente docile sotto il suo tocco – a far scivolare prima un braccio, poi l’altro nelle maniche. Poi, le mani corrono lungo la felpa, la tirano giù per permettere finalmente alla testa di Simone di sbucare dal colletto.
“Ecco,” gli dice, quando il volto di Simone fa capolino dalla felpa. Sente gli angoli delle labbra che gli si piegano in un piccolo sorriso, che è diverso da tutti gli altri sorrisi che mette su di solito, e che è solo per Simone. “Mo se ragiona.”
Simone ha le guance un po’ rosse, forse per via del calore o forse per l’imbarazzo, e i ricci gli ricadono, leggermente disordinati, sulla fronte, coprendo appena il livido sulla tempia che gli ha lasciato l’incidente e che non si è ancora riassorbito del tutto. Gli occhi sono grandi nella luce del primo mattino, e attenti, forse ancora un po’ spenti, ma le labbra sono piegate in un piccolo, tremolante sorriso.
Il suo cuore ha un lieve sussulto, e Manuel si sente un po’ come se tutto quello che aveva messo momentaneamente da parte la sera dell’incidente fosse tornato a farsi spazio nel suo petto, come il sangue che torna a fluire, in maniera improvvisa e a tratti dolorosa, in un arto addormentato. Simone getta appena il capo indietro per incrociare il suo sguardo, lasciando che i raggi del sole che si intrufolano dalle veneziane illuminino parte del suo viso, e questa volta Manuel non sente il bisogno di mettere una distanza tra di loro.
Questa volta, resta qui, in piedi nello spazio tra le gambe di Simone, e gli scosta gentilmente i ricci arruffati dalla fronte.
Simone emette una risatina. “Ti mancava questa faccia di cazzo?”
Gli sembra la cosa più naturale del mondo, dire la verità.
“Stranamente, sì.”
Solleva una spalla, con la disinvoltura di chi ha appena detto qualcosa che considera ovvio, e invece Simone lo guarda come se lo stesse vedendo per la prima volta. Manuel vorrebbe ridere, o forse piangere. Forse anche darsi un pugno.
“Sì?”
C’è una sorta di speranza incerta e impalpabile nelle linee del viso di Simone. Non pensava di vederla più, dopo l’incidente, e gli sta così bene addosso che Manuel vorrebbe che questo momento non finisse mai.
“Seh. Però mo’ non te monta’ la testa, eh,” replica. Arriccia il naso, ma sa che sta sorridendo, con un sorriso un po’ dolce e un po’ ridicolo, ma non fa nulla per mascherarlo. Allunga le mani per sistemare il cappuccio della felpa di Simone con la stessa cura con cui di solito lo fa sua madre prima di lasciarlo uscire; poi lascia un buffetto leggero sulla sua guancia, il pollice che gli sfiora lo zigomo in una carezza lieve, e dice, “Annamo a fa’ colazione, va’, che nun c’ho intenzione de subirmi du’ ore de Lombardi a stomaco vuoto.”
Un verso infastidito scappa dalle labbra di Simone quando butta la testa indietro con fare melodrammatico.
“No, oddio, che palle,” si lamenta, e per un attimo assomiglia più al ragazzo scontroso e perennemente arrabbiato che ha conosciuto il primo giorno di scuola che al fantasma evanescente di questi giorni grigi e incerti. “Mi ero scordato che abbiamo latino oggi.”
Ridacchia. “Te sei scelto proprio un bel giorno de merda pe’ torna’ a scuola, eh.”
Simone sbuffa e arriccia il naso, come se Manuel gli avesse appena ricordato che questo sarà il suo primo giorno di scuola dall’incidente, anche se sanno entrambi che nessuno dei due l’ha dimenticato neppure per un istante. È, in fin dei conti, il motivo per cui Manuel si è presentato a casa sua la sera prima alle undici, lo zaino sulle spalle, i capelli arruffati dal casco, un sorriso un po’ spavaldo e un po’ dolce sulle labbra, e un, Ho pensato de passa’, così te accompagno io domani. Se per te va bene sussurrato, a mo’ di spiegazione, sulla soglia della porta-finestra che dà sulla veranda. Simone, già in pigiama e con l’aria di chi era era stato trascinato giù dal letto quando Manuel lo aveva chiamato per evitare di svegliare il resto della casa e gli aveva chiesto di aprirgli la porta, non aveva detto niente; gli era parso, però, che avesse abbassato un po’ le spalle, come se si fosse dato, per la prima volta in chissà quanto tempo, il permesso di rilassarsi.
Aveva accennato un sorriso, e l’aveva lasciato entrare con una naturalezza disarmante, come se, invece di intrufolarsi in una vita che non gli apparteneva, Manuel stesse tornando a casa.
Manuel si era sistemato da solo la brandina; aveva indossato la t-shirt e i pantaloni della tuta che Simone gli aveva prestato, e si erano stesi in sui rispettivi materassi, senza dire nulla. Il silenzio gli era parso bello mentre se ne stava lì – così diverso dal silenzio opprimente e angosciante della sua camera, che gli ricordava solo quei momenti nella sala d’attesa dell’ospedale, in cui non sapeva se avrebbe mai potuto chiedere scusa a Simone per tutto quello che gli aveva detto, o se si sarebbe dovuto trascinare quel pensiero per sempre. Per qualche minuto era rimasto ad ascoltare il suono rassicurante del respiro di Simone nel buio della camera, poi aveva sentito un fruscio leggero e Simone si era voltato verso di lui.
Grazie, aveva detto.
La luce fioca della luna che entrava dalle veneziane aveva donato una sfumatura argentea ai ricci un po’ disordinati, e il gesso che gli avvolgeva il braccio sinistro era parso, agli occhi di Manuel, ancora più bianco del solito. Il sorriso che gli aveva riservato era piccolo e un po’ incerto, ma era comunque un sorriso.
E de che, aveva risposto, voltandosi su un fianco per osservarlo meglio, come a memorizzare ogni dettaglio di lui – dal neo sulla punta del naso alla piccola fossetta apparsa sul suo volto, al livido che gli tingeva la pelle chiara e delicata della tempia di viola. Aveva sorriso, e aveva sentito l’improvviso bisogno di allungarsi e cercare la sua mano, assicurarsi che fosse reale. Invece aveva aggiunto, Guarda che mica è gratis ‘sto servizio. Come minimo me devi paga’ la benzina, eh.
Simone aveva sbuffato, si era sporto per dargli una spinta con la mano sana.
Ma vaffanculo, aveva borbottato, ma le sue labbra erano ancora piegate in un sorriso, e Manuel l’aveva lasciato fare.
Gli avrebbe lasciato fare qualsiasi cosa.
Poi, col coraggio che forse solo il buio può donare, aveva afferrato la sua mano, l’aveva stretta per qualche secondo, ne aveva accarezzato il dorso con il pollice, se l’era premuta contro il petto, lì dove il suo cuore sembrava incidere un nuovo tatuaggio contro il suo sterno. Aveva alzato nuovamente lo sguardo, e aveva visto Simone riservargli un’occhiata confusa. Non aveva smesso di tracciare forme sconclusionate contro la sua pelle, e gli aveva offerto un sorriso di scuse, senza sapere se si stesse scusando per avergli preso la mano, o per tutte le volte in cui non aveva avuto il coraggio di farlo. Simone aveva battuto le palpebre, ma, dopo qualche secondo – che a Manuel erano parsi lunghi quanto un’eternità –, aveva sorriso a sua volta.
Un po’ della tensione che si portava dietro come un peso costante sembrava averlo abbandonato. Quando si era addormentato, l’aveva fatto con il braccio sano che penzolava dal letto, le sue dita che sfioravano il dorso della mano di Manuel, lì dove l'aveva posata sul materasso.
Ora, Simone ride, piano, con la stessa risata che gli fa spuntare le fossette sul viso e piccolissime rughe ai lati degli occhi.
“Sono molto tentato di fingere un’improvvisa emicrania dovuta al trauma cranico e rimanere a casa,” dice.
“Eh, no. M’hai promesso che ce venivi e mo ce vieni, me serve il supporto morale.”
“Ma se di solito passi tutta la giornata a scarabocchiare sui miei libri.”
“Ecco, appunto. Sul libro de chi me metto a disegna’ se nun ce stai? Alzate, dai, altrimenti col traffico che ce sta nun arrivamo manco per la quinta ora.”
Simone sbuffa di nuovo, ma si lascia trascinare su senza protestare. Questa volta, non sussulta quando la mano di Manuel sfiora il dorso della sua con la punta delle dita; invece, la gira appena, e Manuel capisce – fa scivolare, con tutta la naturalezza del mondo, le sue dita nello spazio vuoto tra quelle di Simone, e Simone sembra rilassarsi appena, come se il calore del suo palmo avesse il potere di calmare, almeno per un attimo, lo sciame frenetico dei suoi pensieri.
È semplice, pensa Manuel. Gli sembra giusto che – dopo tutte le stupide, terribili complicazioni che la vita ha messo loro davanti – ci sia qualcosa di semplice.
La cucina è immersa nella luce del sole di metà aprile quando entrano, e il profumo delle rose – già in fiore – sembra essersi intrufolato in ogni angolo di questa stanza, mescolato a quello del caffè che proviene dalla moka lasciata sul fornello. Tutto sembra assolutamente normale e ordinario, come se le loro vite non avessero subito una brusca deviazione – le tende sono mosse appena da un lieve venticello primaverile, la tavola è apparecchiata per la colazione, e Dante è seduto al tavolo, una tazzina di caffè davanti, immerso in quello che a Manuel pare, da lontano, un libro di Nietzsche.
“Buongiorno, professo’,” lo saluta, mentre scosta la sedia dal tavolo per Simone e lo invita a sedersi.
“Buongior–” Dante alza, evidentemente sovrappensiero, lo sguardo dal libro che stava leggendo, si interrompe e rimane a fissare Manuel – che sta aprendo l’anta di uno dei mobiletti della cucina alla ricerca delle tazzine da caffè – come se fosse la prima volta che se lo ritrova in casa e non sapesse bene cosa ci faccia qui. “Manuel?”
“Seh,” replica Manuel, con la testa immersa nel mobiletto che ha aperto. “Quello è il nome mio. So’ contento che se lo ricorda dopo quattro mesi de scola.” E poi, tra sé e sé, “Ma ‘ndo cazzo–”
“Le tazzine sono nell’altro mobile,” interviene Simone in suo soccorso.
Manuel annuisce, accenna un sorriso. “Giusto, me lo dimentico sempre.”
“Manuel, scusa–” Dante batte le palpebre, con l’aria confusa di chi è ancora troppo assonnato per escludere del tutto la possibilità che quello che sta succedendo non sia una sua allucinazione. “Non mi fraintendere, questa è anche casa tua e siamo sempre molto felici di averti qui con noi, ma esattamente tu–” Unisce le dita della mano, la agita nel tentativo di comunicare perplessità. “Da dove sei sbucato?”
In tutta risposta, Manuel si stringe nelle spalle, come se la domanda non lo toccasse minimamente.
“So’ passato ieri sera,” dice, a mo’ di spiegazione.
Recupera due tazzine, vi versa il caffè – ancora caldo; Virginia deve averlo fatto da poco –, poi ne porge una a Simone, che la afferra con la mano sana, prima di voltarsi di nuovo verso la cucina per cercare la zuccheriera – È sullo scaffale sopra il lavello, gli ricorda Simone, senza neanche girarsi, come se sapesse già cosa Manuel stava cercando –, versare due cucchiaini abbondanti di zucchero nel suo caffè, e tornare al tavolo.
“Ieri sera,” ripete Dante, come se le due parole avessero acquisito un nuovo senso mentre lui dormiva e ora stesse cercando velocemente di adeguarsi.
“Eh, sì, professo’, ieri sera.” Sguscia nella sedia accanto a Simone. Si allunga per versargli il latte, nonostante le proteste di Simone, e in cambio Simone gli passa la scatola di cereali che Dante deve aver lasciato sulla tavola per lui. “Era tardi, m’ha aperto Simone,” aggiunge distrattamente, come se fosse una cosa scontata – come se ormai avesse passato così tante notti a casa Balestra da trovare bizzarra l’idea di dover fornire una spiegazione per la sua presenza lì, al tavolo della colazione il giorno dopo.
Il professore Balestra non sembra essere dello stesso avviso perché, “Ah,” dice, come se fosse genuinamente sorpreso dalle sue parole. Annuisce, poi si volta verso il figlio, gli chiede, “Gli hai aperto tu?”
Simone annuisce mentre gira il latte nella tazza. “Beh, sì. Mica potevo farlo attaccare al campanello e rischiare di svegliare tutti alle undici di sera.”
“Poi la signora Virginia me ammazzava pe’ averle rovinato il riposo di bellezza, meglio evitare.” Osserva con aria rassegnata i cereali che Simone gli ha passato, poi scrolla di nuovo le spalle e agita la scatola per farne cadere una manciata nella tazza. “Comunque, sa com’è, ho pensato che me mancava troppo magna’ ‘sta segatura e ho fatto ‘n salto.”
Anche senza vederlo, può sentire Simone che alza gli occhi al cielo con aria esasperata. “Continuo a ripeterti che sono buonissimi.”
“Eh, come no. ‘Na prelibatezza. Ho sempre sognato de magna’ ‘n mobile dell’Ikea.”
“Non è colpa mia se tu sei abituato a mangiare schifezze–”
“I Choco Pops non sono schifezze–”
“Sanno praticamente solo di zucchero–”
“Scusate,” interviene Dante ancora una volta, mettendo fine a questo interessante dibattito filosofico. Manuel un po’ se ne dispiace, sia perché, pur di aver ragione, era disposto a prendere Simone per sfinimento; sia perché, nei brevi attimi in cui si ritrovano a battibeccare come facevano prima che quella notte di fine marzo cambiasse tutto, Simone gli sembra molto più vivo di quanto si permetta di essere nel resto del tempo. “Lungi da me mettere fine a questa interessantissima discussione, ma ancora non ho capito cosa ci faccia Manuel qui, a parte lamentarsi della nostra offerta per quanto riguarda la colazione.”
Manuel fa roteare i cereali nella tazza col cucchiaino, li guarda sconsolato. Dice, “Sto’ a girà ‘na puntata de 4 Hotel ambientata a Roma, hanno deciso de prende’ me al posto de Barbieri–”
“Manuel.”
“Lei me fa ‘ste domande ovvie, però, professo’. Secondo lei che ce faccio qua? So’ passato perché pensavo de accompagna’ io Simone a scuola, stamattina.” Gli appare istintivo voltarsi e osservare Simone, studiare la sua reazione – la linea dritta delle sue spalle, i suoi occhi seri e attenti che lo scrutano, la curva impercettibile delle sue labbra quando incrocia il suo sguardo –, poi aggiunge, “Se Simone se la sente.”
Sente il sospiro di Dante. La preoccupazione è evidente nel suo tono di voce – come se anche lui, come Manuel, fosse tormentato dal terrore di veder il tempo riavvolgersi davanti ai suoi occhi come una di quelle vecchie videocassette che sua madre conserva ancora e tornare di colpo a quella lunga, terribile notte in ospedale –, quando dice, solo, “Manuel–”
Si volta nella sua direzione, osserva per qualche secondo la ruga che appare tra le sopracciglia di Dante. Assomiglia a quella che compare sulla fronte di Simone quando mette su un’espressione corrucciata, ma è più profonda, più accentuata, come se la vita e gli anni e i dolori avessero scavato un solco nella sua pelle, e per un attimo Manuel si chiede come sarà quella di Simone tra venti, trent’anni – se sarà ancora più profonda, o se avrà finalmente trovato il modo di distendergliela. Se, invece di quella linea tra le sopracciglia, gli avrà fatto comparire rughe più evidenti ai lati degli occhi e della bocca per averlo fatto ridere troppo.
Spera che vada così.
“Professo’, giuro che faccio attenzione.” Le parole gli scappano dalle labbra ancor prima che ne abbia consapevolezza. “Vado pianissimo, nun becco manco ‘na buca–”
“Per le strade di Roma?” chiede Simone, mentre recupera un’altra cucchiaiata di quel castigo divino che si ostina a chiamare colazione. Ha inarcato le sopracciglia, ed è evidente che sta facendo del suo meglio per mascherare un sorriso dal modo in cui la faccia gli si contorce un po’. “La vedo difficile.”
Manuel allarga le braccia, con una tendenza al melodramma che non possedeva prima di conoscere Simone Balestra.
“Simo’, e manco a fa’ così però. Come faccio a convincere tu’ padre se nun m’aiuti?”
“Stavo solo puntualizzando.”
“Seh, l’hobby preferito tuo. Se te devi mette’ a puntualizza’ pe’ tutta la strada, te la fai a piedi, t’avviso.”
La cucina pare farsi un po’ più luminosa, un po’ più viva, quando Simone si stringe nelle spalle e ride, piano. È ancora un suono incerto e delicato, un po’ soffocato, ma Manuel non riesce a distogliere lo sguardo da lui – dalle spalle un po’ più rilassate, dalla mano sana che regge ancora il cucchiaio carico di cereali inzuppati di latte, dalla fossetta sulla sua guancia, e dalla leggerezza esitante, nelle linee del suo volto, che Simone si è permesso così poche volte da quando lo conosce, e mai da quando si è risvegliato in ospedale.
Pensa che è la seconda volta che riesce a farlo ridere, e che si sente un po’ un miracolato.
“Va bene,” dice Dante, riportandolo alla realtà. Quando Manuel si volta nella sua direzione, confuso, vede che li sta già osservando, con un luccichio negli occhi che Manuel – forse per via della luce del sole che arriva dalle finestre, o forse perché sente la stessa dolorosa meraviglia davanti alla risata di Simone – potrebbe quasi giurare siano lacrime trattenute, e l’angolo delle labbra piegato verso l’alto in un piccolo sorriso, un po’ dolce e un po’ triste. “Simone può venire con te, se se la sente di salire in moto.” Si volta verso suo figlio, gli chiede, con la preoccupazione impacciata di un padre che sta imparando ad esserlo, “Te la senti?”
Simone annuisce, piano. Offre un sorriso rassicurante al padre, poi si volta nella direzione di Manuel, lo osserva per qualche secondo. Il sorriso diventa un po’ più ampio, un po’ più dolce, un po’ più vero. Non assomiglia ancora a quel raro sorriso di Simone Balestra che gli illumina gli occhi e lo fa sembrare più vivo, ma, pensa Manuel, possono lavorarci insieme.
“Me la sento,” dice.
Manuel gli sorride a sua volta, e per un secondo la vita gli sembra incredibilmente leggera.
3.
“Fai piano! I gradini scricchiolano!”
“Simo’, sto a fa’ piano.”
“Beh, fai più piano o svegli mio padre!”
Sono appena le otto del mattino, e sulla villa regna il silenzio dolce e pigro tipico di quelle giornate di fine estate in cui il tempo sembra rallentare fino a fermarsi in un eterno mezzogiorno. Qualcuno – probabilmente Virginia, che Manuel, nel dormiveglia, col volto affondato nel cuscino di Simone, ha sentito canticchiare in giardino un’oretta fa, mentre innaffiava le piante – ha lasciato le veneziane aperte, e la luce del sole riempie ogni angolo della casa. Tutto gli appare placido e indolente, immerso in una calma dorata che Manuel sente corrergli sottopelle, arrampicarsi su per la sua colonna vertebrale, premere piacevolmente contro la sua nuca.
È ancora troppo assonnato – e un po’ stordito, deve ammetterlo, dal caldo di questa giornata e dalla vicinanza di Simone, che al momento sta premendo una risatina contro le sue labbra – per riuscire a racimolare la prontezza necessaria per far notare al suo ragazzo che la persona che sta emettendo ultrasuoni in grado di svegliare chiunque nel raggio di dieci chilometri, al momento, non è lui e che trova piuttosto ingiusto e completamente gratuito il trattamento riservatogli, visto che sta solo cercando di scendere le scale che portano alla cucina per andare a fare colazione, se il suo ragazzo glielo permette.
Certo – pensa mentre porta una mano alla nuca di Simone, affonda le dita nei ricci disordinati e gonfi per via dell’umidità, li stringe appena per tirarselo contro e cercare di nuovo la sua bocca – il fatto che ogni due gradini si fermi per attirarlo a sé e lasciare che Simone lo intrappoli tra il suo corpo e il corrimano per strappargli l’ennesimo bacio probabilmente non aiuta, ma non gli pare che Simone stia facendo granché per impedirglielo in ogni caso.
“Pe’ fa’ più piano devo solo vola’,” sussurra, a un soffio dalle sue labbra.
Simone soffoca una risata, divertita ed esasperata al tempo stesso, poi poggia la fronte contro la sua in un gesto sorprendentemente intimo, disarmante in quel modo dolce e silenzioso in cui solo Simone Balestra sa esserlo. Così da vicino, Manuel può contare le piccole rughe che compaiono agli angoli dei suoi occhi quando sorride, e un calore leggero e dolce, che ha poco a vedere con l’estate e tutto a che vedere col ragazzo che ridacchia, piano, tra le sue braccia, si fa strada nel suo petto.
“Giuro che ti faccio volare io dalle scale,” gli dice Simone, ma sta sorridendo così tanto che Manuel fa fatica a sentirsi minacciato.
Invece, lascia che l’altra mano raggiunga il fianco di Simone e si intrufoli sotto la t-shirt che ha indossato quando si è alzato, pochi minuti fa. Col pollice, disegna cerchi leggeri contro la sua pelle, con una naturalezza che ormai non lo sorprende più. Stare qui, fronte contro fronte, le sue dita che sfiorano la pelle calda di Simone gli sembra la cosa più facile del mondo, come se avessero fatto questo per una vita intera e non stessero insieme, invece, da appena un paio di settimane.
“Non trovi che sarebbe alquanto controproducente per il tuo proposito de fa’ piano?”
Simone ride, piano. “ Alquanto controproducente,” ripete, inarcando le sopracciglia. Il volto gli si apre in un sorrisetto un po’ dolce e un po’ perculo. “I progressi del tuo vocabolario continuano a stupirmi.”
“Pregi de sta’ co’ la versione umana dello Zingarelli, che te devo di’.”
Non può fare a meno di ridere quando Simone riesce ad alzare gli occhi al cielo senza allontanarsi da lui, un’impresa resa possibile, probabilmente, solo dalla sua irrinunciabile propensione al melodramma.
“Madonna, quanto ti piace parla’,” gli dice, arricciando appena il naso, senza smettere di sorridere.
“Mh,” commenta Manuel, alzando appena la testa per sfiorare il naso di Simone col suo. “Mai quanto me piace fa’ questo, però.”
E, prima che Simone possa protestare, applica una leggerissima pressione sulla sua nuca per tirarlo giù alla sua altezza e lo bacia, piano, a lungo, con tutta la calma del mondo, come Simone Balestra merita di essere baciato. Le mani di Simone corrono in maniera istintiva al suo volto, il pollice che preme, in maniera delicata, contro la sua mandibola per fargli inclinare un po’ di più la testa e baciarlo meglio, e Manuel lo lascia fare. Gli piace, pensa, la naturalezza con cui Simone sembra toccarlo, senza più incertezze o dubbi, e gli piace la facilità con cui i loro corpi si incastrano; gli piace la sensazione del cuore di Simone che batte contro il suo petto; il calore del suo corpo che si fa strada sotto la sua pelle; i brividi che corrono lungo la sua spina dorsale quando Simone porta una mano alla base del suo collo, il pollice che sfiora l’incavo della sua gola; gli piace anche il sospiro che Simone preme contro la sua bocca quando le sue dita si spostano, tracciano una scia delicata che va dal suo fianco alla parte bassa della sua schiena, il palmo che preme contro la colonna vertebrale per stringerselo ancora più vicino.
Gli piace, pensa, essere innamorato di Simone.
Immagina di dirlo al Manuel dello scorso autunno – che con Simone Balestra aveva condiviso dei lividi, qualche insulto e, al massimo, uno snervante quarto d’ora in presidenza dopo l’ennesima scazzottata, e che non sapeva neppure che gli potessero piacere i ragazzi –, e gli viene da ridere nel bacio al pensiero della sua reazione.
Simone deve accorgersene, perché si scosta appena – le labbra un po’ gonfie e i ricci disordinati, lì dove Manuel deve avervi affondato le mani, sorprendentemente imperfetto e per questo ancora più bello – e lo guarda con aria interrogativa.
“Che c’è?” chiede, confuso.
Quella linea sottile che Manuel ha ormai memorizzato compare tra le sue sopracciglia, e questa volta può lasciare che la sua mano salga verso il suo volto per cercare di distenderla, un po’ maldestramente, con la punta delle sue dita. Simone lo lascia fare, senza dire nulla, ma senza neppure perdere quel sorriso che gli piega gli angoli delle labbra verso l’alto. La luce che proviene dalle finestre attorno a loro fa risaltare la costellazione di lentiggini che è comparsa sul suo viso in queste giornate d’estate, e fa sembrare i suoi occhi ancora più grandi e più intensi, e, in qualche modo, più vivi. La tristezza di qualche mese fa non è scomparsa del tutto, e Manuel la può ancora percepire nell’aria attorno a loro nei giorni più difficili, come l’arrivo improvviso e inaspettato di un temporale estivo, ma sono diventati bravi, in questi mesi, a maneggiarla, a farsene carico insieme, a portarne in due il peso e a considerarla non come qualcosa di cui disfarsi, ma come qualcosa con cui imparare a convivere passo dopo passo, accogliendola nella loro stupida, banale, quotidianità come farebbero con qualsiasi altro sentimento, e a trovare sprazzi di spensierata normalità anche in quei momenti.
Ora, Simone si concede di sorridere più spesso, senza nascondersi come se fosse una colpa da scontare. L’estate ormai agli sgoccioli è, nella mente di Manuel, un mix un po’ sfocato di momenti luminosi, e quello che ricorda con maggiore chiarezza è la risata di Simone quando lo ha trascinato con sé in acqua durante una giornata al mare; l’abbraccio incerto in cui l’ha stretto quando Manuel lo ha accompagnato a Fiumicino per salutarlo prima che partisse per Glasgow, e quello lunghissimo in cui Manuel si è sentito quasi sparire – o forse si è sentito esistere per la prima volta, come se Simone, con la sua presenza, avesse ricomposto i pezzi un po’ disastrati della sua persona – di quando è tornato due settimane dopo; il verso un po’ sorpreso che si è lasciato scappare quando Manuel si è sporto, mentre erano seduti sul suo terrazzo a guardare il cielo stellato e a smezzarsi una canna, e lo ha baciato; il breve secondo di incertezza prima che Simone lo baciasse a sua volta; la facilità con cui Simone ha portato una mano sulla sua nuca e ha approfondito il bacio; i sorrisi un po’ dolci e un po’ imbarazzati di quando si sono separati, e le infinite prese per il culo di Simone quando Manuel si è accorto di aver bruciacchiato l’orlo dei suoi pantaloncini con la canna che stava ancora reggendo tra indice e medio.
Sa che ci vorrà tempo e che non sarà facile, ma gli sembra che Simone sia sulla strada buona per permettersi quella leggerezza che ha solo intravisto in lui, e che è certo gli stia terribilmente bene addosso. Manuel non vede l’ora.
“Niente,” replica. Scuote la testa, gli dà un buffetto leggerissimo. “Annamo a fa’ colazione?”
Ritrovarsi in cucina con Simone sa di una familiarità rassicurante in cui è facile scivolare. Simone recupera la moka da uno dei mobiletti, riempie la parte inferiore d’acqua, poi dosa attentamente il caffè. Manuel lo guarda avvitare la caffettiera e accendere il fornello, e pensa distrattamente a tutte le volte in cui l’ha visto compiere questo stesso gesto, e a come ormai faccia parte della sua quotidianità, a come si muova in questa cucina con la stessa sicurezza con cui si muoverebbe nella propria, a come ormai sia abituato alla visione di Simone con i capelli arruffati, il volto un po’ stropicciato dal sonno, e un sorriso pigro sul volto che lo guarda dall’altro lato del tavolo.
Simone si volta verso di lui, inclina la testa. Chiede, “Metti tu la tavola?”
“Certo che il servizio in questo albergo lascia proprio a desidera’, eh,” replica, ma si sta già allungando per cercare le tovagliette nel mobiletto in basso a sinistra. “Devo fa’ tutto io.”
In risposta, Simone gli rifila un dito medio.
Manuel recupera le tovagliette; le piazza sul tavolo in corrispondenza di quelli che ormai considera i loro posti; prende due tazzine dal mobiletto e si allunga a recuperare anche la zuccheriera. Poi, apre l’anta del mobile dove di solito ci sono i cereali di Simone e rimane per un attimo interdetto quando, accanto alla familiare scatola bianca e rossa, ne vede un’altra, altrettanto familiare ma insolita in questa cucina.
“Simo’,” lo richiama, confuso. “Ma da quando te magni i Choco Pops?”
“Mica sono per me,” replica Simone, distrattamente, senza alzare gli occhi dalla caffettiera. “Sono per te.”
Manuel rimane fermo con la mano a mezz’aria, nell’atto di afferrare la scatola di cereali proteici come mille altre mattine prima di questa. Batte le palpebre, lo fissa come se il senso di quelle parole fosse scritto sul volto leggermente arrossato dal sole di Simone.
“Eh?”
Simone si volta nella sua direzione, evidentemente confuso dal suo stupore. Aggrotta appena le sopracciglia e inclina la testa, e se Manuel non fosse momentaneamente occupato a chiedersi cosa cazzo stia succedendo, lo troverebbe anche tenero, con la t-shirt un po’ larga che usa come pigiama, i ricci sparati in mille direzioni diverse e l’espressione accigliata di chi ha appena sentito una risposta molto stupida a una domanda molto semplice.
“Beh, stai sempre a lamentarti dei miei cereali,” dice, sollevando una spalla, come se tutto questo fosse assolutamente normale. “Ho pensato che ti poteva fa’ piacere, visto che praticamente stai sempre qua a fa’ colazione. E poi almeno così non ti devo senti’ nelle orecchie.” E poi, sgranando appena gli occhi come se gli fosse appena venuto in mente qualcosa, “Ma non vanno bene? Ho sbagliato marca?”
Manuel apre la bocca, la richiude. La riapre, e guarda Simone come se lo stesse vedendo per la prima volta. Vorrebbe dirgli tante, troppe cose – che non ha sbagliato marca, che sono i cereali giusti, e che non sa come reagire davanti all’idea che ci sia una confezione dei suoi cereali preferiti a casa di Simone. Che forse una cosa del genere non dovrebbe stupirlo così tanto, ma non ha mai saputo cosa significhi appartenere ad un posto o ad una persona così come Simone gli fa sentire di appartenere alla sua vita, e che per un attimo gli è parso di intravedere, impalpabile ma bellissimo, un futuro in cui le sue cose condividono lo spazio con quelle di Simone, e non ha mai neppure immaginato di volerlo, eppure in quel momento ha sentito il cuore battere più forte al pensiero – ma non sa come articolare tutto quanto, per cui annulla la distanza tra di loro, afferra Simone per la t-shirt e lo trascina giù in un bacio.
La caffettiera inizia a borbottare, ma il rumore arriva ovattato e lontano alle orecchie di Manuel. Il mondo gli pare fatto di sprazzi di consapevolezza – il verso sorpreso di Simone, come se non si aspettasse di essere baciato; le sue mani sui suoi fianchi, al di sopra del leggero tessuto della sua canotta; la risata un po’ incredula che Simone preme contro la sua bocca; l’ A saperlo che mi bastava comprare dei cereali l’avrei fatto molto prima invece di provare a baciarti al museo sussurrato tra un bacio e l’altro, e il suo Sarebbe stato comunque meglio de ‘n tentato limone ‘n mezzo agli animali morti in risposta. Simone si scosta appena per arricciare il naso e ribattere, imbronciato, ma–
“Ragazzi.” Una voce familiare si fa largo nella cucina. “Vi suggerirei di prestare attenzione al caffè.”
Simone si scosta da lui così velocemente che Manuel ha appena il tempo di rendersene conto. Un secondo prima era tra le sue braccia, e un secondo dopo si sta sistemando la maglia, stropicciata lì dove Manuel l’ha afferrata, e si sta passando una mano tra i capelli nel tentativo vano di dare loro un po’ di ordine. Il suo volto è così rosso che Manuel è abbastanza sicuro finirebbe per scottarsi se allungasse una mano per sfiorare la sua guancia.
Manuel, intanto, sventola una mano a mo’ di saluto con la faccia tosta di sempre e dice, con tutta la tranquillità del mondo, come se non fosse stato quasi beccato a limonare Simone come se ne andasse della sua vita, “Buongiorno, professo’.”
Dante, accanto al bancone della cucina, li guarda con aria impassibile. Senza dire nulla, si allunga, spegne il fuoco e, con una presina, sposta dal fornello la caffettiera che stava borbottando inascoltata.
“Buongiorno, ragazzi,” dice, infine, inarcando un sopracciglio.
“Non–” Simone si schiarisce la voce. Porta una mano alla base del collo, se lo massaggia nervosamente. Ha ancora le guance rosse. “Non pensavo fossi già sveglio.”
Dante annuisce, pensoso.
“Infatti stavo dormendo, ma qualcuno–” Lancia loro un’occhiata eloquente. “–ha fatto una confusione tremenda sulle scale e non sono più riuscito a riaddormentarmi.”
Quasi se l’aspetta, l’occhiataccia che gli lancia Simone, unita ad un Te l’avevo detto mimato con le labbra. Solleva una spalla, la ignora, e, “Sarà stata la signora Virginia che andava ad innaffiare le piante,” commenta, con la tranquillità più assoluta.
“Certo. Sarà andata di sicuro così.” Dante inarca ancora di più un sopracciglio, con la calma serafica che, probabilmente, può donarti solo una vita passata a ponderare questioni esistenziali, poi aggiunge, “Fatemi indovinare–” Il suo sguardo si posa su Manuel, che se ne sta appoggiato al bancone con disinvoltura, come se la cosa non lo toccasse minimamente. “Hai accompagnato Simone a casa ieri sera.”
Annuisce, con la stessa aria solenne che ha visto Dante mettere su a scuola. “Esatto, professo’. Poi ho visto che s’era fatto tardi–”
“E Simone t’ha detto di rimanere qui, invece di rimetterti a guidare,” finisce per lui il professor Balestra, spostando lo sguardo sul figlio, che, al momento, ha tutta l’aria di voler correre a tutta velocità verso il giardino per scavare una buca e seppellirvicisi vivo. “Di nuovo.”
“Beh, non potevo mica lasciarlo salire in moto a quell’ora, ad Anita sarebbe preso un colpo se lo avesse saputo–”
“Ah, certo, ci mancherebbe.” Le sopracciglia di Dante si sollevano ancora di più. “Molto gentile da parte tua preoccuparti per la salute di Anita, te ne sarà grata.” E, come se gli fosse appena venuto in mente, “Strano, però. Sono passato davanti alla tua camera prima e non mi è parso di vedere la brandina.”
Simone apre la bocca. La richiude. La riapre e dice solo, “Io– Cioè– Noi non–”
Dante inclina la testa e lo guarda come in attesa. È evidente, a giudicare dal modo in cui gli angoli delle labbra minacciano di sollevarsi verso l’alto, che si stia divertendo tantissimo a tormentare Simone, e Manuel è combattuto tra l’istinto di mettersi a sedere e godersi questa scena e quello di intervenire prima che Simone possa morire per la mortificazione di essere stato beccato da suo padre col suo ragazzo, dopo aver passato gli ultimi otto mesi a rompere le palle a suddetto padre per via delle sue frequentazioni. Ironico. Se solo non avesse lasciato il cellulare sul comodino di Simone, Manuel farebbe partire Alanis Morissette.
Poi, sospira. Decide magnanimamente di salvare il suo ragazzo e, “Eh, sa com’è, s’era fatto tardi, eravamo stanchissimi. Alla fine il letto di Simone è grande, no?” E, prima che Dante possa fare qualche altro commento, aggiunge, “Le possiamo offri’ ‘n po’ de caffè? Se siede a fa’ colazione co’ noi?”
Se Dante nota l’assurdità di invitarlo a sedersi nella sua stessa cucina a fare colazione, non glielo fa presente. Invece, li guarda per qualche istante con l’aria di chi, forse, avrebbe preferito vederli prendersi a pugni su questo stesso parquet, poi si passa una mano sul viso.
Sospira. “Vado a farmi prima una doccia, va’, che vi vedo piuttosto… presi.” Non dà loro il tempo di giustificarsi – e Manuel gliene è grato, visto che non ci sarebbero riusciti in ogni caso, e almeno Dante ha risparmiato loro la mortificazione di doverci provare – , perché si avvia di nuovo verso la porta con la velocità di chi vorrebbe essere da tutt’altra parte in questo momento. Aggiunge, “Per favore, non fate saltare in aria nulla. E rifate quel caffè, che sarà di sicuro bruciato.”
Lo guardano allontanarsi in silenzio per qualche secondo. I suoi passi risuonano per un breve attimo nel corridoio, poi, una volta essersi assicurato che sia salito al piano di sopra, Simone – ancora un po’ rosso in viso – si volta verso di lui e gli chiede, serissimo, “Secondo te l’ha capito?”
Manuel batte le palpebre. “Che stamo insieme?” chiede, confuso. “Simo’, se non l’ha capito, direi che è tempo de fa’ fa’ a tu’ padre ‘na visita oculistica.”
Prevedibilmente, Simone alza gli occhi al cielo, esasperato. Allunga una mano, gli dà una spintarella leggera, ma Manuel lo afferra per il polso e lo trascina con sé, tirandoselo addosso. Simone lo lascia fare e scivola verso di lui senza protestare, posando una mano sul bancone dietro le spalle di Manuel, mentre l’altra rimane stretta alla sua, le loro dita intrecciate. Col pollice, accarezza, delicato, il tatuaggio che gli corre attorno al polso.
“Coglione,” borbotta, ma gli angoli delle labbra gli si sollevano verso l’alto e gli occhi gli brillano un po’. Poi, inclina la testa come a studiarlo, come se volesse leggere qualcosa direttamente nelle linee del suo viso, e chiede, un po’ esitante, “E… ti sta bene? Che lo sappia, intendo.”
Il calore dolce che Simone sembra elicitare con la sua presenza si fa nuovamente largo nel suo petto. Manuel non sa bene come mettere in parole tutto quello che prova in questo momento – questo groviglio confuso di amore, riconoscenza e sorpresa per essere trattato con così tanta cura e delicatezza –, per cui si limita a portare una mano sulla nuca di Simone, le dita che giocherellano pigramente con i ricci disordinati.
“Beh–” inizia. Inarca le sopracciglia, il volto gli si apre nel solito sorriso un po’ insolente. “Di sicuro non pensavo de fa’ coming out co’ tu’ padre mentre te ficcavo la lingua in gola– ahia! Ma che modi so’?” Lancia un’occhiataccia a Simone che, con la mano libera, gli ha tirato leggermente i capelli. “Sta’ fermo co’ ‘ste mani– dicevo, non pensavo di farglielo capire in questo modo– va bene messa così così?– però sì–” Traccia linee leggere contro la nuca di Simone e gli rivolge un sorriso un po’ meno sfrontato e un po’ più dolce. “Me sta bene.”
Gli occhi di Simone sono enormi, e incredibilmente limpidi, anche se ancora un po’ esitanti. “Sicuro? Guarda che mio padre non sa tenersi ‘n cecio ‘n bocca, l’altra volta poco ci mancava che metteva i manifesti con me. Se lo dice a tua madre–”
La sua mano finisce sul volto di Simone. Con il pollice, gli accarezza piano lo zigomo, un po’ arrossato per via del sole che ha preso. “Che problema c’è? Mi’ madre lo sa già,” gli dice.
Simone sorride, con quel sorriso che gli fa comparire le fossette sulle guance, mette in mostra lo spazietto tra i denti, e gli illumina gli occhi, e Manuel sente una tenerezza feroce farsi strada nella sua gabbia toracica al pensiero di questo ragazzo che non gli ha mai chiesto niente, e che ha accolto la matassa ingarbugliata delle sue paure con naturalezza disarmante, aiutandolo a sbrogliarla con tutta la pazienza del mondo.
“Sì?”
Annuisce. “Seh. Gliel’ho detto ‘n paio de giorni fa. Ovviamente già sapeva tutto, ma so’ convinto che è perché c’ha i poteri.” Sorride al ricordo dell’espressione un po’ divertita e un po’ commossa di sua madre quando le ha detto, qualche sera fa, Non m’aspetta’ pe’ cena, rimango da Simone. Ah, ma’, comunque io e Simone stamo ‘nsieme mentre si infilava le scarpe e si dirigeva verso la porta e al suo Lo so, Manuel, non sei così furbo come credi mentre Manuel oltrepassava la porta con le chiavi della moto già tra le dita; poi ripensa alle parole di Simone, storce il naso. “Però tu’ padre potrebbe impara’ a farse ‘na bella dose de cazzi suoi, eh.”
“Vedi? È quello che dico anche io.”
Ridono entrambi. La cucina è immersa in una luce dorata, e una felicità quieta e delicata aleggia attorno a Simone. Le sue spalle sono rilassate, e le labbra piegate in un piccolo sorriso, ed eccolo – il Simone imperfetto e vivo che Manuel ha intravisto una sera di mesi fa, mentre erano distesi sul bordo della sua piscina a guardare le stelle e a passarsi una canna, e che non è più riuscito a togliersi dalla testa. Pensa che lo ama, e che non vede l’ora di dirglielo, quando verrà il momento giusto.
Per ora, si limita a sorridergli quando si siedono al tavolo, e a dare un colpetto al suo piede con la sua pantofola, solo per rompergli le palle. Simone lo colpisce di rimando, e passano metà del tempo a mangiare la loro colazione, e l’altra metà a prendersi a calci. Il caffè, quando lo assaggiano, è bruciato come aveva previsto Dante, e Simone si lamenta, piega le labbra in una smorfia di disgusto, lo incolpa per averlo distratto.
Manuel si sente la persona più fortunata del mondo.
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Quando scende le scale, arriva in cucina e vi trova Manuel, seduto al tavolo con addosso quella che, da lontano, gli pare una felpa di Simone, e intento a mangiare quella che sembra essere una tazza di cereali al cacao con tutta la tranquillità del mondo, come se fosse a casa propria, Dante – che ormai ha iniziato la giornata con questa visione più volte di quante ne possa contare sulle dita di entrambe le mani, e si è abituato a considerare Manuel come il quarto inquilino, non pagante, di questa casa – non si stupisce nemmeno più.
Si limita a scrollare le spalle e a pensare, Una qualsiasi domenica mattina in questa casa.
“Buongiorno, professo’,” lo saluta Manuel, quando lo vede sulla soglia della cucina, col solito sorriso insolente che ormai Dante ha imparato a conoscere, e che suscita in lui un misto di affetto e di esasperazione che, prima di avere a che fare con Manuel Ferro, Dante non pensava potesse essere in grado provare.
Solleva un po’ la mano a mo’ di saluto. “Buongiorno, Manuel.” Si dirige verso il fornello, versa il caffè ancora caldo – segno che Manuel deve averlo fatto da poco – in una tazzina. “Sei tornato con Simone ieri sera?”
Manuel annuisce, ingoia la cucchiaiata di cereali che stava masticando. “Esatto,” replica. “Ho riaccompagnato Simone dopo la festa de Aureliano e poi ho deciso de rimane’.”
“Mh.” Si siede di fronte a lui, sorseggiando il caffè. È leggermente bruciato – di nuovo, tanto per cambiare – e Dante ha come la sensazione che Manuel debba essersi distratto mentre la caffettiera era sul fornello. Non vede traccia di Simone in cucina, ma è abbastanza sicuro che, in qualche modo, questa deliziosa gastrite che sta bevendo sia imputabile a suo figlio. “E dimmi, ogni tanto la spedisci ‘na cartolina a tua madre per dirle che sei vivo?”
Prevedibilmente, Manuel non si scompone. Invece, scrolla le spalle, come se la cosa non lo toccasse affatto. La felpa di Simone – ora Dante la riconosce chiaramente – gli va un po’ larga e gli cade da una spalla, ma Manuel allunga una mano e se la sistema come se avesse fatto questo gesto mille altre volte prima di questa.
“No, professo’, le ho mandato direttamente ‘na foto mia col giornale de oggi e le ho scritto che se me vuole rivede’ deve paga’ il riscatto a lei.”
“Immagino che ti abbia chiesto di riferirmi che ti posso pure tenere.”
“Questo–” Manuel agita appena il cucchiaio nella sua direzione, le sopracciglia corrugate in un’espressione leggermente infastidita. “–me ferisce. Però sì,” aggiunge, sollevando una spalla. “M’ha detto proprio così.”
“Povera donna, inizio a capirla.”
“Professo’, però, manco a fa’ così però. So’ le otto de mattina, ‘n po’ de umana pietà, la prego.”
Dante ridacchia della sua espressione indignata e del modo teatrale con lui allarga le braccia. È certo che debba aver preso questa nuova, inaspettata tendenza per il melodramma da Simone, e un po’ lo intenerisce il pensiero che ormai le loro vite si siano intrecciate così tanto da non riuscire più a distinguersi, e se Manuel ha rubato una certa esasperata teatralità a Simone, allora Simone ha fatto sua un po’ della leggerezza di Manuel negli ultimi mesi, e ha imparato a indossarla e a sentirsela addosso in maniera un po’ impacciata, ma incredibilmente bella. Se n’è accorto persino Dante, che – non se lo perdonerà mai – non può esattamente vantare chissà quale presenza nella vita del figlio tale da poter notare i più infinitesimali cambiamenti nella sua persona – eppure è evidente, il modo in cui il ragazzo taciturno e serio, dagli occhi tristi, che ha conosciuto lo scorso gennaio sembra aver lasciato il posto al Simone di ora, che sorride più spesso, che ride senza più trattenersi, che si concede di vivere ogni cosa, sia quelle brutte che quelle belle, e che si permette di lasciarsi guardare per quello che è, anche nei momenti più difficili, senza più nascondersi.
Ci sono tanti fattori per questo cambiamento, lo sa – c’è il percorso di terapia che ha intrapreso dopo l’incidente; c’è il loro maldestro tentativo di ricucire un rapporto quasi inesistente; c’è la consapevolezza di quel vuoto, nella sua esistenza, che Simone ha sempre sentito ma che non ha mai capito davvero, e che ora può affrontare per quello che è –, ma, allo stesso tempo, sente una profonda, quasi dolorosa, gratitudine nei confronti di Manuel, che ha preso per mano Simone durante tutto questo percorso e non l’ha più lasciato andare, gli ha insegnato a camminare al suo passo e a prendere la vita con la leggerezza, dando alle cose il giusto peso, senza portarsi dietro macigni sul cuore.
Scuote la testa, cerca di ricacciare indietro le lacrime che sente pungergli gli occhi. Sei diventato ‘n vecchio sentimentale, immagina che Simone gli dica, piegando le labbra nel sorrisetto un po’ affettuoso e un po’ di scherno che ha preso a mettere su in questi mesi quando parla con lui, come se non fosse del tutto pronto a perdonarlo, ma stesse cercando di fare del suo meglio per provarci. Dante ride al pensiero, ma non trova in sé la voglia di dispiacersene più di tanto.
Ha pianto a sufficienza in passato per tutti i dolori che la vita gli ha riservato; è giusto, pensa, piangere per le cose belle, ora.
“E Simone?” chiede, schiarendosi la voce. “Sta ancora dormendo?”
Manuel sbuffa. “Macché. Quel pazzo di suo figlio– non me ne voglia, ma solo così lo posso chiama’–” dice, prima che Dante possa protestare – cosa che Dante non avrebbe fatto in ogni caso, visto che Simone effettivamente possiede una certa dose di follia che probabilmente è peculiarità di famiglia. Nonostante tutto, Manuel sorride mentre parla, come se non ne potesse fare a meno quando si tratta di Simone, ed è uno spettacolo dolce e buffo al tempo stesso. “Dicevo, quel pazzo di suo figlio è annato a correre.”
Rinuncia a bere il caffè, posa la tazzina sul tavolo. Inarca un sopracciglio e chiede, “Di domenica mattina?”
“Gliel’ho detto che è pazzo.”
“Non t’ho mai dato torto su questo.”
“Di che state parlando?”
La porta-finestra della veranda che dà sul soggiorno si apre, e la voce di Simone riecheggia nel salotto, prima di arrivare in cucina. Un paio di secondi, e Simone compare sulla soglia della porta, con il volto rosso, i ricci un po’ disordinati, e un’espressione curiosa e confusa al tempo stesso, come se avesse captato solo uno stralcio della loro conversazione. È evidente che abbia terminato da poco di correre, perché ha il respiro leggermente affannato e sta ancora stringendo il telefono, mentre si sfila distrattamente le cuffie dalle orecchie.
“Niente,” si affretta a dire Manuel, riservando a Simone il solito sorriso da schiaffi, che fa immediatamente roteare gli occhi a Simone. “Com’è andata, amo’? Sei pronto per le Olimpiadi?”
La risposta di Simone è, prevedibilmente, uno sbuffo esasperato. “Cretino.”
“Oh, ma io dico sul serio,” insiste Manuel. “Guarda che ormai me so’ affezionato all’idea, me lo vorrei proprio anna’ a fa’ ‘sto giretto a Parigi.”
A queste parole, Simone alza gli occhi al cielo, arriccia il naso e piega le labbra in una smorfia che assomiglia vagamente a un sorriso esasperato e dolce al tempo stesso. Poi, gli riserva un dito medio. Manuel fa finta di trattenere il respiro, a metà tra l’indignato e il sorpreso, e in men che non si dica la cucina si riempie delle voci dei due ragazzi; dei loro battibecchi; del lamento che Manuel emette quando Simone lo raggiunge dall’altro lato del tavolo e si abbassa appena per posargli un bacio sulla tempia per salutarlo, perché Ma che schifo, Simo’, stai tutto sudato; della risata di Simone davanti alla sua faccia un po’ disgustata, e del suo, Non mi pare che tu ti sia mai lamentato più di tanto, che gli fa guadagnare una spintarella da parte di Manuel, così lieve che Simone neppure si sposta. Ridono insieme di qualcosa che non può, e probabilmente non deve, capire, e delle linee quasi invisibili compaiono ai lati degli occhi di Simone.
Dante sa che forse lo sta immaginando, ma gli pare quasi che siano un po’ più pronunciate, come se questi mesi avessero tracciato un leggerissimo solco sulla sua pelle.
Ripensa a tutte le volte in cui è stato in questa stessa cucina, in passato, seduto a questo stesso tavolo a sentire solo il rumore incessante dei suoi pensieri e a guardare, dall’altro lato, il viso triste e serio che non si apriva mai in un sorriso di un Simone bambino; e a tutte le volte, invece, in cui non c’è stato affatto, quelle in cui è scappato, quelle in cui se n’è andato prima di incrociare gli occhi spenti e arrabbiati di Simone. Lo guarda ora, questo ragazzo che sta diventando un uomo, e rivede in lui il bambino che è stato e, allo stesso tempo, quello che sarebbe potuto essere se la vita gli avesse risparmiato qualche dolore, ed è felice di notare che non ci sia più niente di trattenuto in lui; che abbia trovato un suo equilibrio, che si permetta di essere, finalmente – dopo una vita intera passata a farsi così piccolo da essere invisibile –, Simone.
“Pa’? Ci sei?”
È la voce di Simone a riscuoterlo. Dante scuote la testa e riporta lo sguardo su suo figlio, che lo sta guardando con un’espressione preoccupata sul volto.
“Sì, scusa, m’ero distratto,” lo rassicura, piegando le labbra in un piccolo sorriso che sembra avere l’insolito potere di rilassare Simone, e distendere le sue sopracciglia. “Che stavi dicendo?”
“Stavo dicendo– vado a farmi una doccia,” spiega, velocemente, passandosi una mano tra i capelli, arruffandoli ancora di più. “Manuel rimane a pranzo,” aggiunge, come se non ci fosse neppure bisogno di chiedere e fosse dato per assodato.
Riporta lo sguardo su Manuel, che sta posando la tazza ormai vuota nel lavandino e si sta pulendo le mani su uno strofinaccio. “Manuel, levami una curiosità, ma non hai una casa tua?”
In tutta risposta, Manuel solleva una spalla. Incrocia lo sguardo di Simone, e il suo volto si apre in un sorriso così delicato che Dante si sente quasi di troppo a vederlo, come se si trattasse di un momento privato in cui si è intrufolato.
“Sì, professo’,” dice, con semplicità disarmante. “Però a casa mia nun ce sta Simone.”
Un lieve rossore si diffonde sul viso di Simone. Ride, un po’ imbarazzato, e una tenerezza inaspettata si fa largo nel petto di Dante davanti a questa scena. Poi dà una spinta leggera a Manuel, scuote la testa. “Coglione.”
Manuel afferra la sua mano, intreccia le loro dita. Arriccia appena il naso, ma sta sorridendo così tanto che è difficile prenderlo sul serio quando dice, “Oh, io ho detto ‘na cosa carina. Nun me pare giusto ‘sto trattamento.”
“Seh, come no. Ti stai solo a ingrazia’ mio padre.”
“Se volevo ingraziarme tu’ padre je citavo Kant, non me mettevo a fa’ il romantico, Simo’.”
Dante rimane seduto al tavolo della cucina col suo caffè bruciato davanti, li guarda mentre escono dalla stanza e si incamminano verso il corridoio, senza smettere di punzecchiarsi nemmeno per un secondo. Le loro dita sono ancora intrecciate, e non si separano neppure quando arrivano alle scale. Spariscono alla sua vista, ma può sentire chiaramente la risata di Simone che riecheggia dal piano di sopra.
Gli sembra il suono più bello del mondo.
