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Weekend
Presentarsi l’uno a casa dell’altro non invitati non è una cosa che si verifica, tra loro.
Be’, Clark non si permette di presentarsi alla Casa sul Lago senza almeno chiamare prima, senza dare la possibilità a Bruce di evitarlo, se così dovesse scegliere. Batman si presenta non invitato quando e come vuole, sul tetto del Planet e nel soggiorno di Clark Kent, e metà delle volte Clark è convinto che Bruce non lo faccia tanto per passargli delle informazioni quanto per osservare Clark mentre lo fa.
Clark vorrebbe, a volte, cedere all’impulso di controllare il battito cardiaco di Bruce, stabilire dov’è e semplicemente volare da lui, senza altra emergenza che il desiderio di appoggiarsi alla sua spalla e non pensare a niente. Nessun mondo da salvare, nessuna verità da esporre perché è la cosa giusta da fare ma che finirà inevitabilmente per ferire qualcuno. Sarebbe bello.
Quella sera sarebbe esattamente quello di cui Clark avrebbe bisogno.
Ma a Clark hanno inculcato le buone maniere e sa che Bruce è fatto di regole e limiti e distanze di sicurezza. Perciò prende il telefono dalla tasca del mantello e chiama, prima di ogni altra cosa.
“Ehi,” saluta, e gli manca un po’ il fiato. “Volevo solo… sei a casa?”
Sono le due di notte e Batman potrebbe essere già di ritorno alla Caverna come appena all’inizio della nottata di lavoro. Ma se Bruce fosse stato appostato su un tetto non avrebbe risposto, no?
“Sono appena rientrato,” risponde Bruce, leggero.
Clark lo sente muovere per la casa, a giudicare dai rumori. Non sembra ferito (non che Bruce non farebbe di tutto per nasconderlo, in quel caso; ma Clark sta diventando bravo a leggerlo, anche senza superpoteri), ma potrebbe avere bisogno di riposo.
Clark esita, apre la bocca, ma Bruce lo precede: “Vuoi passare?”
Clark chiude gli occhi. “… sì,” sospira. “Sì.”
“Ti aspetto.”
Bruce è appoggiato allo stipite della porta finestra che affaccia sul molo, quando Clark arriva. Si fa da parte per lasciarlo entrare e chiude la porta dietro di sé. Il modo in cui si muove conferma a Clark che la nottata del Pipistrello non ha portato infortuni.
“Brutta settimana, mh?” offre a Clark.
Ovviamente Bruce sa che incubo è stata la settimana di Clark, perché lui sa sempre tutto, non c’è informazione su Superman o sui loro compagni di squadra che gli sfugga. Ma forse gli è bastato guardare Clark in jeans e camicia (senza occhiali, senza giubbotto, perché davvero non aveva testa per dettagli e travestimenti) nella penombra del suo soggiorno alle due e un quarto del mattino, perché Clark non abbia neanche bisogno di ribattere, di provare a scherzare, buttare lì un ‘almeno è venerdì’ o qualcosa del genere.
Clark copre la distanza tra loro e si appoggia a lui, il viso contro il suo collo, e a Bruce non serve altro.
Qualche tempo dopo, Bruce è finalmente dentro di lui, sopra di lui, lo tiene al sicuro tra lenzuola morbide e luce dorata nel suo letto immenso, lo stringe con reverenza e lo scopa lentamente, languido e dolce.
“Perfetto,” sospira Clark. Non riesce a smettere di sospirare, quella notte.
“Mh, così?” mormora Bruce contro la sua clavicola. Clark lo sente sorridere tra un bacio e l’altro. “Morbido e senza fretta?”
Clark rabbrividisce, concentrandosi sul calore umido che Bruce sembra spingere a fondo dentro di lui. “Sì, sì,” implora. “Non smettere. Fallo durare. Dio, tienimi qui tutto il weekend.”
Forse arrossirebbe se non fosse tutto così perfetto.
“Temo che l’intero weekend sia al di sopra delle mie capacità,” risponde Bruce, divertito.
Ma continua a scopare Clark per la buona parte di un’ora, trascinando il suo piacere finché a lui non sembra di star per perdere il senno. E una volta finito, permette a Clark di appiccicarsi alla sua schiena, di avvolgergli il petto con le braccia, e di addormentarsi così.
Clark si sveglia sentendo le lenzuola scivolare verso il basso lungo il suo torace, assieme alla punta delle dita di Bruce, assieme alla sua barba ispida e a un accenno di denti di tanto in tanto.
Quando apre gli occhi Bruce lo sta guardando, le labbra appoggiate sotto l’ombelico di Clark.
“Mi fai un po’ di spazio?” chiede, afferrando Clark sotto il ginocchio, spingendolo perché si giri sulla schiena.
Clark ghigna. “Buongiorno anche a te.”
Bruce prende con delicatezza tra le dita la base del suo pene e comincia a leccarlo.
Clark si morde le labbra. È quasi un’abitudine per Bruce, ormai, svegliarlo così. Ed è un ottimo modo di svegliarsi, Clark non si sognerebbe mai di lamentarsi, ma è anche un peccato. Perché vuol dire che Bruce è sveglio e, dopo aver regalato a Clark un pompino a cui lui ripenserà per tutto il giorno, probabilmente andrà a lavarsi per poi chiudersi in quell’immensa cabina armadio per emergerne vestito e pronto a uscire per occuparsi di qualcosa di importante (o assolutamente insensato: con Bruce Wayne non si può mai dire).
Clark decide di godersi l’attimo, comunque: passare la notte con Bruce ha fatto miracoli per il suo umore, si sente più saldo e più leggero.
Appoggia una mano dietro la nuca di Bruce e una sulla sua spalla e si permette di fare tutto il rumore che vuole, mentre Bruce comincia a succhiare la punta del suo cazzo. Se Bruce non lo prendesse subito a fondo, forse Clark noterebbe che è ancora troppo presto perché Bruce Wayne possa avere degli impegni di sabato: è mattina, ma è dicembre e fuori è ancora buio. Ma Clark ha gli occhi serrati e la bocca spalancata e Bruce deglutisce attorno a lui con troppa soddisfazione, quando a Clark sfugge un’imprecazione. Clark non può non tirargli un po’ i capelli e affondare nella sua bocca con attenzione, chiamarlo con un singhiozzo quando viene.
Bruce lo lascia scivolare fuori dalle sue labbra, lo afferra e lo masturba, insegue ogni goccia di sperma come se Clark volesse negarglielo. In quel momento, Clark non potrebbe negargli niente. Non ha più voce per mandare neanche un gemito quando Bruce, il respiro accelerato e due lacrime sulle guance, si allunga sul suo basso ventre per ripulire una striscia di sperma con la lingua.
“Oh, dio.” Prende il viso di Bruce tra le mani, gli asciuga le guance con i pollici. “Ho esagerato? Ti ho—”
“No,” lo rassicura Bruce, subito. Gli bacia il palmo di una mano. “Vado a fare una doccia,” annuncia, alzandosi.
Clark rimane dov’è, spento e senza ossa. Bruce non è duro e la cosa non stupisce, visto quanto hanno scopato la sera prima (o poco più di quattro ore prima, secondo l’orologio sul comodino). E Bruce è solo umano, e per usare le sue stesse parole: “Come dire, Clark… i giornali cominciano a definirmi maturo palyboy…”. Clark ridacchia.
Quando sente la porta del bagno aprirsi si alza con un balzo e raggiunge Bruce sulla soglia. Gli ruba un bacio e poi un altro. Bruce non si è ancora vestito e Clark ne approfitta per accarezzargli le spalle, i fianchi.
Bruce gli prende le mani. “Non capirò mai tutto questo entusiasmo la mattina presto, Kent.”
“Be’, qualcuno ha fatto in modo che mi alzassi col piede giusto,” ribatte Clark con un ultimo bacio. “Faccio in fretta,” aggiunge, entrando in bagno.
“È sabato, Clark. Speravo di recuperare un po’ di sonno arretrato,” dice Bruce. Si lascia cadere di nuovo sul letto. “Devi lavorare?”
Clark si volta, una mano sullo stipite. “Niente di urgente…” Nessuno lo aspetta al Planet fino a lunedì mattina, quantomeno.
Quindi Bruce non deve andare da nessuna parte. L’idea di vedere Batman oziare gli dipinge sul viso un sorriso idiota.
“Allora nessuno ha fretta,” fa Bruce da sotto le lenzuola.
Clark annuisce, anche se Bruce non lo sta guardando. E anche se ora lui ha un sacco fretta di tornare a letto.
Clark sta quasi per riaddormentarsi. Ma il suo telefono suona con la suoneria riservata a Lois e lui decide di dare un’occhiata. Sa che è una brutta idea, dopo, controllare le notizie, ma semplicemente non resiste a sbirciare almeno qualche titolo.
Ributta il telefono in direzione dei suoi vestiti e si corica di nuovo, sbuffando un po’.
“Non stai ancora pensando all’affare Kramer, vero?” chiede Bruce, scivolando sul materasso viso a viso con Clark.
Lui sorride un poco. “No, non proprio. Ho fatto quello che ritenevo giusto. La verità può fare male, ma continuare a tenerla nascosta farebbe solo altri danni. Non sto… dubitando di me stesso, o altro.”
“È la Stampa il problema, allora?”
Clark si stringe nelle spalle: c’erano sempre notizie, articoli, polemiche su Superman. “Normalmente non mi disturba. Ma è la prima volta che anche Clark Kent è coinvolto. Siccome non posso essere sincero, su Superman, ho pensato di dargli delle opinioni forti su di lui.”
“E a qualcuno le opinioni di Clark Kent sono andate giù ancora meno delle azioni di Superman.”
“Già.”
“Ma non stai dubitando.”
Clark sorride un po’ di più. “Non sto dubitando. Sto bene, Bruce, davvero.”
Bruce lo guarda. “Ieri sera—”
“Ora sto bene.”
“Mmh,” mormora Bruce, annuendo, e chiude gli occhi. Scivola appena più vicino a Clark e lui fa lo stesso.
Ovviamente l’idillio non poteva durare.
Il mondo non smette di soffrire perché Clark si sente sopraffatto. Può ritagliarsi qualche ora quando proprio non riesce più resistere, chiudere i suoi super sensi al mondo esterno per un po’, concentrarsi solo sul silenzio della Fortezza della Solitudine, o sui lavori alla fattoria, o sulla vicinanza di Bruce, in questo caso. Sono momenti necessari, se quella che corre dev’essere una maratona: Clark fa del suo meglio per non sentirsi in colpa, quando succede.
Sta sonnecchiando quando sente un fragore d’acqua che precipita a valle, non più contenuta da una diga. Superman è nel cielo freddo del profondo Canada prima ancora che Bruce abbia registrato il movimento del materasso, probabilmente.
Valuta la situazione: bloccare l’acqua è impossibile, deviarla significherebbe scavare la montagna. Clark si accontenta di evacuare chi si trova sul suo corso.
È un avamposto di boscaioli, ci sono poche casupole, il danno più grave riguarderà la perdita dell’attrezzatura. Accettabile.
Porta al sicuro una decina di uomini che lavoravano nella valle e aspetta con loro l’arrivo dei soccorsi. Se la cava in fretta, dopo, perché non c’è bisogno del suo aiuto per ricostruire e sgombrare granché, toglie giusto un paio di rimorchi dalla cima degli alberi, ridacchiando tra sé. Poi è libero di tornare alla Casa sul Lago.
Sono le undici, ormai, e magari Bruce si è alzato, nel frattempo. Clark vuole passare ad augurargli buona giornata prima di lasciarlo in pace e tornarsene a casa propria.
Ma quando atterra davanti alle vetrate, Bruce sta leggendo il giornale, appoggiato alla testiera del letto. C’è una tazza sul comodino accanto a lui.
“C’è del caffè in cucina,” lo informa Bruce, continuando a leggere.
E il pensiero che abbia preparato abbastanza caffè anche per Clark, dando per scontato (o sperando) che lui passasse di nuovo alla Casa sul Lago, per un attimo inchioda Clark sul posto. Ma è solo un istante.
Si leva l’uniforme, la lascia cadere in terra mentre marcia verso il letto. Allaccia le braccia attorno alla vita di Bruce, nasconde il viso sul suo ventre (gli stropiccia il fondo del giornale come un gatto fastidioso, anche) e inspira a fondo l’odore di pelle, caffè e inchiostro.
“Magari più tardi,” risponde con un sospiro.
Pranzano verso le due con dei sandwich che deve aver preparato Alfred mentre Clark era in Canada, e continuano a sprecare la giornata a letto.
Clark non riesce a non essere affascinato dal comportamento di Bruce. È una contraddizione: se anche incredibilmente non avesse niente di pressante da fare, Bruce normalmente detesta le attese, i tempi morti mentre aspetta che una ricerca dia risultati, che i componenti dei suoi gadget tecnologici vengano costruiti.
Come Batman, Bruce è impaziente, nonostante tutte le sue capacità e tecniche di meditazione e gli interminabili appostamenti. L’unico uso del suo denaro che sia valido è quello che permette di accelerare processi, spianare strade, perché Batman ha poco tempo e un lavoro infinito da fare. La sua non è mai stata una maratona, quanto una precipitosa fuga in avanti.
Mentre come Bruce Wayne il denaro non è che un mezzo per ingannare il tempo. Bruce Wayne ha più tempo libero di quanto sappia occuparne, ha la pazienza di guardare i giorni scivolare via senza scopo.
Ma quelle ore rubate, condivise con Clark, che significano? Chi c’è accanto a lui? Bruce Wayne ama sprecare il tempo, ma perché Bruce dovrebbe recitare la parte alla Casa sul Lago? A beneficio di chi? Ha già concesso a Clark di vedere oltre quella maschera, si è rassegnato alla sua insistenza dopo che Clark ha rifiutato di accontentarsi di un sorriso vacuo, una pacca sulle spalle, una battuta (“Ho comprato la banca.”).
In ogni caso, è un peccato perdere tempo a rimuginare sul perché Bruce sia lì con lui adesso, specie se Bruce lo guarda in quel modo intenso.
“Mi sto rendendo conto dei pericoli che comporta lasciare a un uomo d’azione come te troppo tempo per pensare.”
“Oh, davvero? Credevo che all’ultima riunione le tue lamentele riguardassero il fatto che mi butto nella mischia senza riflettere…”
“E senza tenere a mente il piano. Ma ho un’idea per darti qualcosa su cui concentrarti e far pratica a seguire direttive, se sei interessato.”
Clark sente un brivido. “Sono molto interessato.”
Le vetrate sono sempre più buie e Clark scopa Bruce, inginocchiato davanti a lui, mentre si aggrappa alla testiera del letto. Clark studia le sue spalle contratte, la sua testa rovesciata in avanti e il proprio cazzo che entra ed esce da Bruce, mentre lui gli ordina come muoversi, come fotterlo, con esortazioni a bassa voce e ringhi sommessi.
Il pensiero che Bruce abbia a disposizione Superman pronto a ubbidire a ogni suo ordine e lo usi per farsi scopare nell’esatto modo in cui lo desidera fa un po’ girare la testa a Clark e lo rassicura allo stesso tempo: quella è una cosa ancora relativamente nuova tra loro, e Clark ha bisogno di qualche indicazione.
Quando gli ordini di Bruce si stabilizzano in una serie di ‘sì’ soddisfatti, Clark lo afferra per i fianchi e si perde nel ritmo veloce ed elastico che hanno creato. Il suo cazzo esce da Bruce per metà ogni volta che Clark ritrae il bacino, scivola a fondo con un rumore osceno di pelle e lubrificante che sfregano ad ogni spinta.
Clark rovescia la testa all’indietro, “B-bruce,” e gli ordini diventano ‘di più’, ‘più forte’. Lui ubbidisce, continua ad obbedire mentre viene, spinto oltre il baratro dal modo in cui il respiro di Bruce cambia quando il suo orgasmo si fa imminente, perché è un istante che Clark ha imparato a riconoscere, ed è una conoscenza che non scambierebbe con nient’altro al mondo.
Continua a spingere, seppellendo il proprio seme a fondo dentro Bruce, mentre lo sente venire a sua volta. Crolla contro di lui, svuotato, e ancora una volta è Bruce che lo sorregge. Clark appoggia la fronte sulla sua spalla sudata e Bruce gli passa le dita tra i capelli, lo rassicura mentre lui riprende fiato.
“Clark.”
Clark manda un gemito, poi deglutisce, esce da lui. La visione dei muscoli della sua apertura che si contraggono fa sobbalzare il suo cazzo, ancora semi-duro.
Bruce gli tira i capelli, gli fa premere il viso contro il proprio collo. “Vieni con me,” gli dice dopo un secondo e si alza. Prende Clark per mano e lo porta in bagno.
Clark lo segue, la testa che galleggia e i piedi troppo leggeri sul pavimento.
Bruce accende la luce sopra lo specchio, fa sistemare Clark sul tappeto soffice davanti alla doccia mentre apre l’acqua. Lo scroscio continuo sulle piastrelle culla i pensieri di Clark.
Bruce gli accarezza il polso con il pollice, lo studia con aria appena corrucciata. Clark reclina il capo all’indietro e si lascia guardare, come si lascia trascinare gentilmente sotto il getto, tra le volute di vapore. Bruce entra con lui, lo fa indietreggiare con la propria massa, vicinissimo anche se la doccia potrebbe ospitare mezza squadra di nuoto.
Clark si abbandona contro le piastrelle con un sospiro, il contrasto tra la ceramica fresca contro la sua schiena e l’acqua e il calore di Bruce contro il suo petto perfetti.
Bruce recupera del bagnoschiuma dall’odore pungente e comincia ad accarezzare Clark, sfregando le mani sul suo torace, attorno alle sue spalle e lungo le sue braccia, i fianchi, le cosce. Si inginocchia per farle scorrere sui suoi polpacci, gli stringe le caviglie. Gli solleva prima un piede poi l’altro, incoraggiando Clark a posargli le mani sulle spalle mentre lo lava.
Quando si alza si lava efficientemente a sua volta, poi porta Clark più sotto il getto e sciacqua via la schiuma profumata da ogni centimetro della sua pelle e ancora non smette di accarezzarlo.
Clark è ancora aggrappato alle sue spalle, sorretto dal petto di Bruce e dal muro ed è a malapena sufficiente, quando Bruce comincia a baciarlo, succhiandogli piano il labbro inferiore. L’erezione di Clark, di nuovo piena, sfrega facilmente contro il bacino di Bruce e per Clark sarebbe abbastanza restare così. Ma Bruce lo prende in mano, lo masturba lentamente, alo stesso ritmo con cui la sua lingua sfiora quella di Clark.
Clark non sa quanto tempo è passato, quando viene di nuovo: ogni respiro è una boccata d’aria umida e calda, una carezza contro la guancia di Bruce, milioni di gocce d’acqua che si infrangono attorno a loro e il riverbero delle luci sul cristallo della doccia.
Ci sono delle gocce d’acqua sulle ciglia di Bruce. Clark le cattura con il pollice, fissa Bruce finché lui non abbassa lo sguardo, fa un passo indietro e chiude l’acqua.
Avvolge Clark in uno di quei soffici accappatoi bianchi che ha sempre a portata di mano, nel bagno della Casa sul Lago, ma anche giù nella Caverna e Clark non può fare a meno di sorridere.
“Che c’è?” chiede Bruce, anche lui con un mezzo sorriso, mentre asciuga i capelli di Clark e poi i propri. Indossa anche lui un accappatoio bianco, mentre Clark scuote la testa.
“Niente. È solo…” Allarga le braccia. “Credo che questo sia l’epitome del lusso, nella mia mente. Il massimo dell’indulgenza, hai presente? Un accappatoio morbidissimo per oziare in qualche camera d’albergo a cinque stelle…” È certo che l’immagine venga da qualche film, ma la trova calzante per Bruce Wayne.
“Mmh. Non è brutto modo di viziarsi,” risponde Bruce, infatti. “Manca qualche dettaglio, però.” Contempla il letto, una volta tornati in camera. “Lenzuola pulite,” suggerisce.
Rifanno il letto ed è un momento così domestico e impensabile, con Batman, che Clark non riesce a levarsi un ghigno idiota dalla faccia tutto il tempo.
“Champagne,” continua Bruce dopo qualche minuto, ritornando da mettere a lavare le altre lenzuola con un secchiello di ghiaccio e una bottiglia.
“Sei serio?” ride Clark.
“Ovviamente.” Bruce lo raggiunge sul letto. “Vediamo, cos’altro… un film, compagnia, l’assoluta, decadente intenzione di ignorare qualunque meravigliosa città ci sia oltre il raggio d’azione del servizio in camera…”
“Ignorare il mondo intero,” sussurra Clark.
Bruce gli porge una flûte. “Esatto.”
Clark scuote di nuovo la testa. Si accoccola accanto a Bruce e cerca un film da guardare sul maxischermo a scomparsa sopra il letto: Bruce si astiene dal commentare, ma riesce a fargli capire quanto poco sia colpito da suoi gusti cinematografici con la sua sola espressione. Clark ride e sceglie l’opzione più ridicola solo per infastidirlo. Guardano ‘Mamma, ho perso l’aereo’ e un altro paio di film, prima che Clark si addormenti.
“Dov’è Alfred?”
“Giorno libero. Era da troppo che non si prendeva un po’ di riposo” Bruce è intento a tagliare della frutta per la colazione, in attesa del caffè. Si gira di tre quarti, guarda Clark con un sopracciglio sollevato: “Non hai fiducia nelle mie capacità culinarie?”
“In effetti, no,” ghigna Clark, alzandosi dal bancone e raggiungendolo. Allaccia le mani attorno alla sua vita e gli bacia uno zigomo.
Indossano ancora gli accappatoi. Clark potrebbe fare un salto al suo appartamento e recuperare dei vestiti. Anche se la situazione attuale ha i suoi vantaggi, pensa, infilando le dita sotto la spugna: Bruce è così accessibile.
“Ti ho promesso una colazione completa per rifarci di ieri sera. Sono un uomo di parola.”
Lo champagne (e 7up per Clark, dopo il primo bicchiere di vino, perché Bruce lo conosce) e i cookie dough bites al burro d’arachidi della sera prima non possono essere considerati una cena.
“Voglio solo dare una mano.”
“Allora puoi occuparti dei pancakes. Non sono esattamente il mio cavallo di battaglia,” confessa Bruce.
Clark ride. “Ci penso io.”
Clark immagina di non aver altri che se stesso da biasimare, mentre Bruce gli preme il viso, il petto contro le vetrate che affacciano sul lago, sfregandogli la sua erezione tra le natiche: Clark ha passato tutta la colazione a provocarlo.
“Dimmi che lo vuoi,” ringhia Bruce nel suo orecchio, afferrandogli i capelli.
“Lo voglio,” ansima Clark. “Dammelo, ne ho bisogno, Bruce.”
Sì, Clark non ha nessun altro da biasimare ed è piuttosto soddisfatto di sé, quando Bruce gli dà esattamente quello che vuole, lo sbatte contro le vetrate, la mano tra i suoi capelli che lo costringe ad inarcare il collo, l’altra sul suo fianco che lo tiene fermo a prendere il cazzo di Bruce, finché Clark non viene contro il vetro con un urlo.
Bruce lo lascia e lui abbandona la fronte contro la superficie fredda e cerca di riprendere fiato. Ma Bruce non gli lascia che un secondo: trascina Clark al letto, ce lo butta sopra, lo piega quasi a metà. Clark si ritrova con le ginocchia ai lati delle orecchie e Bruce riprende a scoparlo, brutale e senza tregua fino a ridurlo a uno straccio singhiozzante. Viene dentro di lui, il respiro che si mozza per un istante, e quando esce da Clark lo tiene fermo, osserva il proprio sperma che imbratta la sua apertura. Clark viene di nuovo, all’improvviso, quando Bruce usa il pollice per rispingerne un po’ dentro di lui.
Qualche minuto dopo, Clark getta un’occhiata alla vetrata: si riconoscono impronte delle sue mani (tantissime, dappertutto, come se avesse cercato freneticamente un appiglio), della sua guancia, del suo petto e più in basso, oh dio.
“Dobbiamo pulire quello,” dice a Bruce, che ha appena finito di passare un asciugamano umido sul suo ventre e sui suoi pettorali.
Bruce si gira a guardare. “Mh. Non lo so. Potrei tenerlo come ricordo per qualche giorno,” dice, serio. Poi ride quasi fino alle lacrime all’espressione sconvolta di Clark.
Clark, seduto a gambe incrociate, lavora alla bozza di un articolo sul suo portatile, che è passato a prendere assieme a qualche vestito che non ha ancora avuto occasione di indossare, e messaggia con Lois di tanto in tanto.
Non si sente granché in colpa a portarsi avanti con il lavoro della settimana: è saggio, dato che dovrà con ogni probabilità subire gli strascichi dell’affare Kramer, ed è quasi certo che Bruce stia guardando registrazioni di filmati di sorveglianza sul proprio cellulare. Il suo stinco preme distrattamente contro la natica di Clark, di tanto in tanto.
Mano a mano che il pomeriggio avanza Bruce si fa più serio, più affilato, più taciturno. Sta scendendo la notte, e il Pipistrello chiama.
Il telefono di Bruce suona per un avviso dalla Caverna e Clark chiude il suo portatile. Si gira del tutto verso Bruce, che ha indossato dei vestiti, l’ultima volta che si è alzato. “Devi andare,” dice Clark.
Bruce fissa il telefono con la fronte aggrottata, concentrato, ancora per un secondo. Poi incontra gli occhi di Clark e la sua espressione di fa un po’ imbarazzata. “Sì. Io… Ti ho detto che l’intero weekend non era fattibile—”
“È tutto a posto,” lo interrompe lui. Sorride, alzandosi per vestirsi. “Ti lascio lavorare.”
Quando è pronto, la borsa col portatile a tracolla, Bruce gli si avvicina. “Clark…”
“È stato fantastico. Grazie per… avermi dedicato tutto questo tempo. So quanto è complicato.”
E Bruce distoglie lo sguardo, come se di tutto quello che hanno fatto quel weekend sia questo a renderlo timido. “Devi solo chiedere,” mormora.
Clark lo stringe tra le braccia, gli preme il viso contro la gola. “Lo so.”
Potrebbe dire a Bruce che lo stesso vale per lui. Ma Bruce non chiede, è la cosa che più gli riesce difficile. Clark lo sa e non dice nulla. Lo lascia, perché ora Bruce appartiene a Gotham: Clark può dividerlo con la città, se ogni tanto, quando ne ha bisogno, quando entrambi ne hanno bisogno, può rubare qualche ora, ignorare il mondo intero assieme a Bruce.
Bruce gli fa un cenno del capo. “Chiama, domani sera. Se vuoi,” dice, già dandogli le spalle.
Clark lo fissa, stupito per un istante, poi sorride. “Certo.”
