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Incertezza

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Era stata una crepa sulla tazza ad allarmarlo, svegliando in lui un acceso ma cupo senso di incertezza, talmente estraneo da lasciarlo senza fiato.
Izuminokami Kanesada non aveva mai creduto alla fortuna o alla sorte. D'altro canto, lui era una spada. Era sempre stato utilizzato da mani esperte ed erano state queste le artefici del destino di entrambi, eppure quando la tazza si era crepata tra le sue mani, quel senso di malessere era andato a direttamente sul suo stomaco, chiudendolo.
Non riusciva a spiegarsi il motivo di quelle sensazioni. Aveva cercato di ignorarle ma, irrequieto, non era riuscito ad impedirsi di iniziare ad aggirarsi per la Cittadella attendendo con ansia il rientro della squadra inviata quella mattina in battaglia... cosa che gli permise di individuare la fonte del suo malessere.
Si ripeté più volte di non aver nessunissimo motivo di preoccuparsi per loro, erano tutti combattenti esperti in fondo, ma con loro c'era anche Horikawa Kunihiro e per dimenticare quelle sensazioni, Izuminokami sentiva di aver bisogno di lui.
Voleva sentire i suoi infiniti "Kane-san" e voleva vederlo al suo fianco in ogni spostamento nella Cittadella. Voleva farsi assillare e viziare dalle sue attenzioni, e voleva anche sentire i suoi rimproveri quando si permetteva di battere la fiacca.
Non sopportava quell’attesa né quel senso di incertezza che l’assenza del suo compagno gli stava causando.
Aspettò per quelle che gli sembrarono ore, camminando avanti e indietro per il giardino e guardando l’ingresso della Cittadella come un animale in gabbia.
Ripassò mentalmente gli ordini impartiti dal Saniwa quella mattina e non era prevista nessuna battaglia troppo impegnativa. Anzi: sarebbero già dovuti tornare. Ma allora: perché non erano lì?
Si morse le labbra, stringendo il pugno sul kimono all'altezza del petto, come se quello potesse dargli un po' di sollievo - ovviamente senza alcun risultato.
"E dire... che sarei dovuto esserci anche io", si disse nervoso. Incapace di controllare quel crescente senso di colpa che stava iniziando a dagli la nausea.
Sarebbe dovuto esserci anche lui in quella missione, accanto a Horikawa come tante altre volte. Eppure, l'ultima missione lo aveva sfiancato a tal punto che il Saniwa aveva deciso di lasciarlo alla Cittadella a riposo.
"Se solo non mi fossi stancato così tanto... ora sarei lì con lui e non qui ad aspettare..."
Scosse il capo cercando di calmare anche il suo stesso respiro, impazzito insieme al cuore.
Solo la voce squillante di Akita Toushirou con il suo: «Sono tornati!», riuscì a strapparlo da quella sorta di apprensione e voltandosi velocemente verso l'ingresso. Le porte erano aperte e subito il suo sguardo incontrò l'imponente figura di Iwatooshi. Dietro di lui, Tsurumaru Kuninaga e Ookurikara, accompagnati da Doudanuki Masakuni e Hotarumaru. C'erano tutti, ma i suoi occhi cercavano solo Horikawa che non era tra loro.
Erano feriti, e alle loro spalle solo poche tra le truppe scelte che erano state inviate stavano facendo il loro rientro nella Cittadella. Notò anche il cavallo di Horikawa, tenuto per le redini da Ookurikara ed il groppo allo stomaco di Izuminokami sembrò diventare più pesante, causandogli quasi la nausea.
«No...»
Non riuscì a muoversi, restando immobile nella sua posizione mentre i piccoli Toushirou, accompagnati da Ichigo Hitofuri, si fecero avanti per accoglierli.
«State tutti bene?», domandarono a Tsurumaru.
Erano preoccupati, forse spaventati dai vestiti sporchi di sangue di questo, ma Tsurumaru sorrise sorridere, forse per non farli rimanere troppo in ansia. Izuminokami lo osservò muovere le labbra con calma, sena però sentirne la risposta. Le sue orecchie avevano iniziato a fischiargli talmente forte da impedirgli di capire per davvero la risposta, ma gli parve di scorgere qualcosa nel suo labiale. Un: "abbiamo subito delle perdite", che impedì a Izuminokami di respirare per qualche momento.
Non capiva, o forse non voleva capirlo.
Quali perdite? Non si trattava di una battaglia complicata, non doveva esserlo... si era ripetuto talmente tante volte il piano del Saniwa da conoscerlo ormai a memoria. Da poter essere in grado di visualizzare passo dopo passo tutte le mosse che avrebbero potuto compiere i suoi compagni.
Non era assolutamente una battaglia compilata o pericolosa.
«Non ci aspettavamo l'arrivo del Kebiishi», commentò Tsurumaru e, quella volta, le sue parole arrivarono direttamente alle sue orecchie come una doccia gelida.
Il Kebiishi. No. Non l'aveva calcolato.
Prese un bel respiro e con gli occhi continuò a cercare la figura familiare di Horikawa, incapace di credere ai suoi stessi, terrificanti, pensieri.
Scorse solo qualche attimo dopo il Saniwa accorrere all'entrata della Cittadella, e gli apparve sin da subito pallido e preoccupato mentre raggiungeva velocemente Hotarumaru, il leader della squadra.
Izuminokami mosse un passo per raggiungerli, ma la nausea lo costrinse a fermarsi. Per quanto stesse cercando di ignorare quelle sensazioni, di cercare ancora Horikawa, la sua mente continuava a ripete incessantemente dei: "Dov'è Horikawa? Dov'è il suo resoconto dettagliato della missione?"
Cercò di non pensarci. Di non lasciarsi trasportare dall'incertezza che lo stava lentamente terrorizzando ma... quante volte aveva ignorato il suo compagno, mostrandosi annoiato e a volte seccato? Quante volte lo aveva dato per scontato?
Troppe. Troppe per essere considerate solo un caso isolato.
Si appoggiò al muro con una spalla. Chiudendo gli occhi e prendendo un lungo respiro, che suonò alle sue orecchie come un rantolo. Era certo di poter ancora sentire Horikawa ed il suo: "Kane-san!", ma in quel momento sapeva di essere sordo ad ogni cosa.
Cosa aveva fatto? Come aveva potuto... comportarsi in quel modo con Horikawa?
«Izuminokami».
Gli sembrò di sentire una voce, lontana, e quasi sussultò quando sentì una mano posarsi sulla sua spalla. Sgranò gli occhi, mostrandosi spaventato, e voltandosi incrociò lo sguardo preoccupato di Yamatonokami Yasusada.
«Stai bene?», gli chiese questo senza però ottenere una risposta.
Come poteva star bene? Si sentiva quasi fatto a pezzi, dilaniato dall'interno: era come se tutto dentro di lui si fosse congelato.
«Forse non avresti dovuto lasciare l'infermeria così presto», lo rimproverò Yamatonokami, «Vuoi davvero sentire Horikawa farti da mogliettina premurosa?», aggiunse con un sorriso che si spense quando Izuminokami, nel sentire quella battuta, assunse un'espressione dolorante.
«Ehi! Che succede? Perché piangi?», si allarmò subito e, istintivamente, Izuminokami si toccò il volto. Lo sentì umido, sentì le lacrime e non riuscì a fermarle.
Non ci sarebbe stato Horikawa che gli faceva da 'mogliettina premurosa'. Non ci sarebbe più stato Horikawa in nessun modo.
Quella realizzazione lo colpì in pieno petto come l'affondo di una lama.
«Horikawa... è...», mormorò con voce rotta, che sembrò quasi estranea anche alle sue orecchie.
«Horikawa cosa?», insistetté Yamatonokami.
Izuminokami scosse il capo, non riuscendo a dare voce a quel pensiero che gli sembrava così assurdo per poter essere vero.
Rivolse ancora lo sguardo verso il resto della squadra, dove il Saniwa stava dando loro varie direzioni per spostarsi in infermeria per permettere ai più gravi di sottoporsi alle cure mediche - Yagen Toushirou era già corso all'interno della Cittadella, lasciando i suoi fratelli insieme al maggiore e a Tsurumaru.
Il Saniwa era chiaramente preoccupato dalla piega presa da quell'ultima battaglia e dalla comparsa improvvisa del Kebiishi... ed fu lì che Izuminokami vide un corpo quasi esanime tra le immense braccia di Iwatooshi.
«Hori... kawa?», ripeté ancora.
«Se la è vista brutta», commentò Yamatonokami.
Izuminokami però lo ignorò, barcollando un poco alla ricerca delle forze necessarie e dell'equilibrio per spostarsi verso i compagni e quella spada dal corpo di un ragazzino.
Vedeva solo lui. Solo Horikawa.
Era ferito. La divisa rotta e insanguinata in più punti. Ma era vivo e, nonostante le sue condizioni, non appena i loro occhi si incrociarono, Horikawa gli rivolse un sorriso debole, muovendo le labbra in un impercettibile: «Kane-san».
"Stupido", gli avrebbe voluto dire. Ma la sua testa gli si era svuotata completamente e non riuscì a non sentire la voglia di piangere ancora, ma di gioia.
Era vivo. Horikawa era vivo ed era di nuovo lì con lui e i suoi "Kane-san".
"Non mi stancherò mai di sentire la sua voce pronunciare il mio nome", si disse con il cuore in gola e le labbra strette.
«Stai... piangendo, Kane-san?», mormorò Horikawa, preoccupato nonostante le sue condizioni. Non sarebbe mai cambiato e Izuminokami sorrise, asciugandosi il viso con la manica del kimono.
«No no! Non sto piangendo!», si difese.
«Certo, ed io sono una Tantou», commentò con un ampio ghigno Iwatooshi, scaricandogli tra le braccia Horikawa. Nonostante la sua mole e l'atteggiamento spesso al limite della follia, aveva trattato il giovane Kunihiro con delicatezza e quello, Izuminokami, lo notò subito.
«Portalo in infermeria», annunciò il Saniwa a quel punto, posandogli una mano sulla spalla prima di spostarsi per dedicarsi alle altre spade, e Izuminokami non poté far altro se non stringere a sé Horikawa come se fosse la cosa più preziosa al mondo. Ed era così, si disse: lo era per davvero per lui.
Gli era bastato vederlo per allontanare come una forte folata di vento le nuvole di paura e incertezza che lo avevano oppresso fino a quel momento, lasciando dinnanzi a lui solo un cielo di sicurezze, nel quale Horikawa Kunihiro era più importante di qualsiasi altra cosa e persona in quel mondo.
«Kane-san...»
«Sì?»
«Mi dispiace se... sono tornato in... queste condizioni», mormorò Horikawa e Izuminokami, sorridendo, non poté non scuotere il capo.
«Sono certo che ti sei battuto con onore», dichiarò senza mostrare alcun dubbio, «Sono...fiero di te».
Horikawa sorrise per quelle parole, mostrandosi in parte anche sorpreso.
«Davvero?»
«Certo. Non ti mentirei mai», confermò e Horikawa, annuendo, chiuse gli occhi, rilassandosi tra le braccia di Izuminokami per concedersi un meritato riposo.
«Ora… ci penso io a te…», aggiunse Izuminokami più per se stesso che per Horikawa, avviandosi lentamente verso l’Infermeria, ben deciso a non lasciarlo più neanche per un momento.