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Elect the Dead

Chapter Text

«Se morirai, li ucciderò».

“Behind closes eyes lie
The minds ready to awaken you.
Are you at war with land
And all of its creature?
Your not-so-gentle persuasion
Has been known to wreck economies
Of countries, of empires, the sky is over”.
(Serj Tankian – Sky is over)

 

«Un elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela;

e trovando la cosa interessante, va a cercare un altro elefante…».

La ragazza dai capelli verdi corre.

Corre all’impazzata, corre disperatamente, corre contro il tempo.

La nenia cresce, gli animali si susseguono, sa che sono cinque, soltanto cinque.

Cinque come i secondi che la separano dalla fine.

La ragazza dai capelli verdi continua a correre.

Corre così forte che l’aria le entra nel naso con violenza, minacciando di squarciarle i polmoni.

«Tre elefanti si dondolavano sopra il filo di una ragnatela;

e trovando la cosa interessante, vanno a cercare un altro elefante…».

La ragazza dai capelli verdi corre come se avesse le ali ai piedi.

La voce si fa più sottile, mentre le labbra che sillabano la filastrocca si allargano.

Un sorriso balugina in mezzo alla nebbia scura che le offusca la vista.

Sembra un pallido e sfocato raggio di sole, pronto a morire al prossimo passaggio di una nuvola.

La ragazza fa un salto, ci crede, è sempre più vicina.

Ce la può fare.

Ce la possono fare, ce l’hanno fatta sempre, perché quella volta dovrebbe essere diverso?

E poi affonda.

Un piede affonda e l’altro viene tirato giù.

Impelagata in una pozza di sabbie mobili, comparse all’improvviso, comincia a sprofondare.

Ma lei non si arrende, continua a correre, mentre il sorriso – oppure è il sole? – si fa più lontano e tenue.

Non si guarda attorno, non abbassa lo sguardo, la sua meta è una sola, mentre il tempo scorre troppo rapidamente e il filo si assottiglia.

«Il ragno che li vide, pensò tutto in un botto:

“Un altro che ne arriva, cadiam tutti di sotto!”».

La voce si spegne e il sorriso scompare.

Qualcosa di caldo scivola lungo il suo braccio e la ragazza allunga la mano meccanicamente per pulirsi.

È… Sangue.

Il suo sangue?

Abbassa lo sguardo e finalmente le vede.

Teste.

Un mare infinito, anonimo e brulicante di teste e braccia che la afferrano, la tirano in basso, rallentano i suoi movimenti.

Non sono sabbie mobili.

Urla, la ragazza.

Urla con quanto fiato ha in gola, a costo di graffiarsi le tonsille a sangue per la violenza con cui emette l’aria.

Urla così tanto che quasi non la sente, la voce.

E così, l’ultima raccomandazione si perde nel vento.

Infine, di fronte ai suoi occhi spalancati, il filo si spezza in un crepitio elettrico.

E poi, il buio.

 

«Basta! Sta’ zitto!».

Zoroko spalancò gli occhi di botto, mettendosi violentemente a sedere come se avesse percepito l’arrivo di un pericolo incombente.

Gli occhi neri sondarono l’oscurità di fronte a lei, emergendo dallo strato di nebbia inconsistente dei sogni che non la abbandonavano mai. Era destino che dovesse rivivere quei ricordi, sia da sveglia sia nel sonno. La sua mente non sembrava mai stanca di tornare a mostrarle, più e più volte, la stessa scena beffandosi della sua impotenza.

Scosse la testa, mentre metteva a fuoco l’ambiente che la circondava: l’assito di legno marcio sotto le sue gambe, il muro sberciato alle sue spalle, la luce incerta del sole che filtrava da una finestrella alta e stretta e il rumore delle onde del mare così vicino da sembrare appena alle sue spalle le ricordarono finalmente dove si trovava. Era in un vecchio faro abbandonato, dove aveva trovato riparo per non trascorrere l’ennesima notte all’addiaccio. Era abituata a dormire all’aperto e sapeva che sarebbe stato un errore rifugiarsi tanto spesso in un luogo simile ma, dopo cinque anni, certi stupidi sentimentalismi tornavano ad assillarla con prepotenza. Quattro mura e un tetto potevano lontanamente ricordare una casa, per quanto non ci fosse più un singolo posto su quella terra maledetta che lei potesse considerare in tal modo.

L’odore salato e pungente del mare venne improvvisamente sovrastato dall’olezzo prepotente del sangue che impregnava il pavimento della stanza e ogni singolo indumento che indossava. Si sfiorò la lunga giacca, non più bianca e ormai logora, constatando come il sangue essiccato avesse nuovamente irrigidito il tessuto. Avrebbe dovuto lavarla ancora.

Che seccatura.

Lo sguardo saettò sul mucchio informe vicino al suo piede destro, che si rivelò essere null’altro che un cadavere. A poca distanza da quello ne giaceva un altro. Altri due stavano abbandonati contro il muro di fronte a lei, simili a bambole dalle fattezze grottesche.

Il puzzo della decomposizione era così forte da far girare la testa ma Zoroko non sembrava minimamente turbata. Era un odore cui, ormai, era tanto abituata da considerarlo familiare quanto quello del mare. L’unico odore capace di nausearla, dopotutto, era solo quello della carne bruciata.

«Guarda un po’ chi c’è qui!».

Quei quattro balordi si erano presentati all’improvviso all’interno del faro due giorni prima, credendo di coglierla di sorpresa durante il sonno.

In realtà, erano stati così rumorosi da averla svegliata prima ancora di attraversare la pineta che circondava l’edificio.

Avrebbe potuto sparire rapidamente. Non ci avrebbe messo molto a seminarli ma la voglia di uccidere era tanto forte e l’ultima caccia si era rivelata così infruttuosa, che non si sarebbe lasciata sfuggire quelle prede per nulla al mondo.

«La puttana sovversiva! Il Governo ci darà un sacco di soldi se gliela portiamo!».

Se non avessero commesso il tremendo errore di pronunciare quella parola, forse li avrebbe uccisi senza farli soffrire troppo. Ogni volta che sentiva nominare il “Governo”, fosse pure da un ignaro passante che nulla c’entrava con lei, le saliva il sangue alla testa.

La collera cieca e distruttiva che le montava dentro era tale e tanto forte da toglierle anche l’ultimo residuo di lucidità. L’esigenza di sfogare quella pressione fisica incontenibile era tale che le mani afferravano meccanicamente le else delle spade senza che neanche dovesse pensarci. Con sua immensa vergogna tutto l’auto-controllo della guerriera forgiata da innumerevoli battaglie svaniva e, in una foga animalesca che rendeva le sue mosse puramente brutali, cominciava a colpire con l’unico scopo di osservare le sue prede sanguinare.

Squarciare quei corpi fino a cavarne fuori le interiora era l’unica attività che, come una pezza fresca sulla fronte, alleviava quella febbre cronica che la perseguitava da anni. Uccidere. Ucciderli uno per uno era ormai diventato il mezzo principale per spegnere la sete e adempiere quella promessa, la terza della sua vita, cui aveva deciso di dedicare ogni singola energia in suo possesso, anche a costo di ridursi al lumicino.

Inspirò a fatica, appoggiando la testa contro il muro e lasciandosi scivolare nuovamente in un sonno greve e agitato, nella speranza che le sue ferite guarissero più in fretta. Neanche dormire era più un toccasana che alleviasse la sua stanchezza. Si trattava soltanto di cadere nell’incoscienza e sperare che quella voce non tornasse a perseguitarla troppo presto, svanendo nel nulla un attimo prima di riuscire ad afferrare l’unica frase che avrebbe voluto ricordare.

L’unica che in cinque anni si ostinava a rimanere nascosta in un angolo buio della sua mente congestionata dall’ira.

Si portò una mano al petto, cavando l’ennesimo respiro come se le costasse un’immensa fatica: sarebbe stato meglio sciogliersi la fascia che le comprimeva il seno ma, finché restava legata, poteva illudersi di non sapere che anche senza di essa non sarebbe cambiato nulla. Da tempo anche il respiro era diventata un’operazione difficoltosa.

Ma non era ancora arrivato il momento di abbandonarsi alla disfatta.

-

«E quindi? Cosa credi di risolvere andandotene?».

La voce di Namizo suonò pratica e spiccia come sempre, per quanto vi fosse ben avvertibile una nota di dolorosa impotenza.

Chi, fra gli occupanti della Thousand Sunny, poteva affermare di non provare sofferenza per quello che era accaduto?

C’era chi aveva sublimato la propria rabbia dietro un’espressione apparentemente imperturbabile, come Sanjiko e Nico Robert; chi, come Franky, semplicemente non aveva accettato di rassegnarsi a un’idea del genere; altri, come Usopp e Chopper, sembravano piangere anche per chi non aveva versato una lacrima, sentendosi più colpevoli degli altri per una presunta debolezza che aveva impedito loro di evitare quel disastro.

Namizo parlava per tutti, cercando di riempire i vuoti incolmabili che aleggiavano nell’atmosfera attorno a loro, simili a bolle condensate di sconforto e incredulità. Provava a riportarli alla ragione, invitando disperatamente alla calma e alla freddezza, pur essendo il primo che non riusciva a mettere in pratica tutte quelle belle parole. Da quel fatidico giorno, ormai, le mani gli tremavano al punto da non essere capace di tenere saldamente in mano neanche un pezzo di pane.

Chi non aveva dato segno di essersi accorta di nulla, lì in mezzo, pareva essere proprio Zoroko. Dal giorno della “sentenza”, come l’avevano ribattezzata i membri della ciurma, la ragazza si era chiusa in un silenzio ostinato, la faccia ridotta a una maschera inespressiva da cui non sembrava trasparire alcun sentimento coerente.

Rabbia? Rassegnazione? Prostrazione? Follia? Paura?

Nessuno di loro avrebbe saputo dire cosa girava per la testa della spadaccina.

Nessuno di loro avrebbe mai immaginato una reazione simile. Da quando l’avevano trascinata via, lacera e sanguinante, Zoroko si era ostinatamente rifiutata di comunicare con chiunque fosse. Non era riuscito a estorcerle quattro parole di bocca neanche Chopper, cui pure aveva dimostrato un atteggiamento quasi conciliante rispetto a quello che teneva col resto della varia umanità attorno a lei.

Namizo aveva insistito perché “quella testona” parlasse, fosse anche soltanto per sfogarsi e mandare tutti a quel paese, ma la ragazza si era limitata a passare cinque giorni nell’immobilità più totale, appoggiata all’albero della nave con le spade strette contro e lo sguardo perso nel vuoto. Non aveva mangiato, non aveva dormito, si era limitata a stento a bere. Gli occhi, sotto le sopracciglia perennemente aggrottate, erano diventati rossi per la stanchezza ma non per il pianto. Fra tutti i membri della ciurma, la vice-capitano, la prima compagna, non aveva versato neanche una lacrima né in pubblico né in un qualunque angolino nascosto della nave.

Al sesto giorno si era alzata e, ignorando i giramenti di testa, si era diretta barcollando all’interno della nave.

Sanjiko, Robert e Namizo l’avevano trovata nella cucina, piegata sul tavolo a mangiare più per tenersi in piedi che per il reale desiderio di farlo. Si stava letteralmente ingozzando come se avesse deciso di recuperare, in un solo pasto, tutto quello che non aveva consumato nei giorni precedenti.

«Dì un po’, ti sei impazzita?! Passi cinque giorni in quello stato e poi ti presenti in cucina come se nulla fosse?! E ascoltami, quando ti parlo!».

Zoroko si limitò a digrignare i denti, ignorandolo sfacciatamente, e ingollò mezza bottiglia d’acqua in una sorsata, prima di pulirsi la bocca con un braccio.

«Io me ne vado».

Non ebbe bisogno di voltarsi per immaginare l’espressione scandalizzata che era apparsa sul volto del navigatore né quella appena turbata dell’archeologo.

Sanjiko, invece, l’affiancò per poi rivolgerle la smorfia più carica di disprezzo che conoscesse. Si diresse verso il piano della cucina e afferrò il grembiule, allacciandoselo in vita e cominciando a predisporre gli ingredienti per il pranzo.

«Cos’è, non mi hai sentita, cuocastra da strapazzo? Ho detto che me ne vado di qui! Lascio la ciurma» la richiamò Zoroko, ignorando le proteste di Namizo e la sua richiesta di spiegazioni.

La bionda afferrò uno dei lunghi coltelli da cucina e appoggiò un cetriolo sul tagliere di legno, cominciando ad affettarlo in rondelle pressoché identiche fra loro.

«E io ho il pranzo da preparare, stupida allocca. Se non hai niente di meglio da fare che starnazzare, vattene fuori. I rumori forti rovinano il sapore del cibo» concluse lapidariamente, senza neanche voltarsi.

La sedia grattò violentemente contro il pavimento di legno mentre la spadaccina si alzava di botto. Le tre spade appese al suo fianco cozzarono l’una contro l’altro, provocando un tintinnio metallico a sovrastare la voce di Namizo, che tentava di richiamarle all’ordine.

«Le uniche persone che danno fastidio, qui dentro, sono gli ipocriti come voi che continuano a tirare avanti fingendo che non sia successo niente!».

«Adesso piantala!» esclamò il ragazzo dai capelli rossi, afferrandola per un braccio e costringendola a voltarsi nella sua direzione.

«Credi forse che noi siamo felici di quello che è successo?! Stiamo soffrendo tutti quanti su questa nave, quindi ti consiglio caldamente di darti una calmata e smetterla con i tuoi colpi di testa!».

Namizo sapeva perfettamente che costringere la compagna a piegarsi agli ordini era un compito più arduo che addomesticare una pantera furiosa. Soltanto una persona ci era sempre riuscita senza troppi problemi e quella persona non era lui.

Zoroko si limitò a scrollarsi violentemente dalla sua presa, assumendo una posizione d’attacco e squadrando il compagno con una smorfia disgustata in volto.

«Non sono colpi di testa! Ho semplicemente deciso di fare il mio dovere, a differenza vostra!».

Il pugno della ragazza colpì la tavola, con tale forza da graffiarsi un polso. Non se ne curò, tuttavia, terminando la sua accusa con uno sguardo furioso che abbracciò tutti i presenti in una volta sola.

«E quale sarebbe il tuo dovere?! Scappare via e abbandonarci dimenticandoti dei tuoi doveri di vice-capitano?!» strillò il ragazzo, fronteggiando quella furia dai capelli verdi a pugni stretti, nel tentativo di dominarsi dal picchiarla.

Ma era estremamente difficile. Sapeva che Zoroko stava parlando sull’onda di quella stessa impotenza che provavano anche loro. Sapeva che, fra tutti i membri della ciurma, lei era sicuramente quella che stava soffrendo in maniera più intensa e profonda, perché forte era stato il suo attaccamento al loro capitano. Non era, però, una giustificazione sufficiente per usare parole così dure nei loro confronti.

«Doveri? Io non ho più alcun dovere! Non da quando la sentenza è stata eseguita!».

La voce della ragazza tremò appena, pronunciando quelle parole, ma si riprese prontamente.

«Mi è rimasta soltanto una promessa da rispettare! E non ha nulla a che fare con voi!».

«Non puoi lasciare la ciurma così! Prova a riflettere per uno stupido, misero istante! Tutto quello che abbiamo costruito, tutto quello che abbiamo vissuto insieme… Non possiamo dividerci in questo modo e ritornare alle nostre vite come se nulla fosse successo…».

La voce del ragazzo era stanca, come se provasse a cercare di convincere se stesso prima ancora che la compagna. Trovare una motivazione per stare insieme, ora che il capitano non era più lì con loro, era estremamente difficile. In un angolo oscuro della sua mente credeva che la possibilità, seppur minima, di continuare a lottare insieme esistesse ancora.

Zoroko parve però cogliere perfettamente quell’esitazione e ne approfittò per protestare sentitamente.

«Sei proprio tu quello che sta facendo finta che non sia successo niente! Per quale motivo sei salito su questa nave, eh? Per stare in compagnia di altra gente che ha obiettivi completamente differenti dai tuoi? O perché qualcuno te l’aveva chiesto?».

Namizo scosse violentemente la testa, comprendendo dove la ragazza volesse arrivare.

«Non c’entra! All’inizio vi avrò anche seguiti perché lui aveva insistito tanto ma poi… poi siamo diventati una ciurma! Io… Noi abbiamo il dovere di appoggiarci a vicenda! Non possiamo lasciarci così! Dobbiamo crederci nel sogno che non… non siamo ancora riusciti a realizzare…».

Il pauroso silenzio che seguì a quelle parole parve confermare l’espressione beffarda che aveva fatto capolino sul viso di Zoroko.

Namizo spostò lo sguardo da Robert a Sanjiko ma nessuno dei due sembrava disposto a offrirgli una sponda per quelle parole.

Se il vice-capitano si sottraeva al suo dovere, tutto il resto della ciurma lo avrebbe seguito cedendo via un pezzo alla volta, come un palazzo cui venissero a mancare improvvisamente le fondamenta.

«Bugiardo! Non ci credi neanche tu in quello che stai dicendo! Si vede benissimo!» esclamò vittoriosamente la ragazza, rivolgendole un sorriso che era colmo soltanto di amarezza.

«Noi siamo entrati a far parte di questa ciurma perché abbiamo fatto una promessa. Io ho fatto una promessa. E dato che l’uomo a cui l’ho fatta ci ha traditi, non ho alcuna intenzione di restare su questa nave per un altro istante!».

«Adesso è troppo!».

Namizo allungò la mano, afferrando la ragazza per il colletto della giacca e tirandosela contro.

«Ascoltami bene, tu…».

«Levami quella mano di dosso o ti ammazzo».

Il tono lugubre con cui erano state pronunciate quelle parole divenne ancora più minaccioso quando fu accompagnato dalla spada che la ragazza aveva prontamente sfoderato, puntandola contro la gola del compagno.

Il rumore del coltello che affettava le verdure si fermò, mentre Sanjiko si voltava silenziosamente, pulendosi le mani sul grembiule, e Robert si metteva in posizione per richiamare il potere del frutto Fior Fior.

Tuttavia Namizo sollevò un braccio, facendo loro cenno di fermarsi. Una lotta non avrebbe risolto la situazione, rischiando soltanto di farli separare in una maniera a dir poco cruda.

Deglutì, reprimendo un brivido feroce che gli attraversò la colonna vertebrale: sapeva benissimo di non valere un soldo bucato in un confronto diretto contro la spadaccina. Non aveva la sua agilità né il suo allenamento. Non possedeva quella ferocia testarda che le permetteva di andare oltre ogni limite, puntando sempre più in alto. Però aveva buona vista e sapeva guardare lontano. Capiva, osservando i volti delle persone lì riunite, che si stava giocando una partita decisiva: se avessero esitato in quel momento, non avrebbero più potuto restare insieme.

«Va bene… Va bene… Ho esagerato…».

Inspirò profondamente mentre mollava la presa sulla giacca della spadaccina, che si decise a liberarla dalla minaccia della spada solo nell’istante in cui il navigatore ebbe fatto un passo indietro, mettendo entrambe le mani avanti.

«Però, per piacere, ascoltami e piantala per un secondo di fare la testarda!».

Digrignò i denti anche a costo di spaccarseli e represse l’ennesimo impulso di reagire con violenza all’atteggiamento sfrontato della ragazza. Stava cercando di provocarli per fuggire senza affrontarli. Namizo non lo avrebbe permesso.

«Lui non ci ha traditi! Lui si è sacrificato per salvarci! Se non fosse stato per lui…».

«Bugie, bugie e ancora bugie! Altro che sacrifici! Sapeva benissimo a cosa andavamo incontro se ci avesse abbandonati! Ed è quello che ha fatto. Lui ci ha abbandonati e non mi interessa sapere il motivo!».

Il modo in cui Zoroko scosse la testa, con un accenno quasi isterico nei movimenti, era il chiaro sintomo che quelle parole non erano altro che un tremendo sfogo dopo giorni di ostinato silenzio. La spadaccina aveva un assoluto bisogno di credere che tutto quello che era successo fosse uno sbaglio, sporcando quel gesto perché la sua consapevolezza non diventasse troppo dolorosa da sopportare.

Anche la sua testa si rifiutava di ricordare fino in fondo. Ogni stortura, ogni bruttezza risaltava nella sua mente con una nettezza impressionante ma l’unico particolare che avrebbe voluto conoscere, l’ultimo desiderio che il suo capitano le aveva rivolto, restava ostinatamente sepolto nel buio turbinoso della sua furia.

«Però, io non sono una che si tira indietro!», riprese, afferrando la sua Wado Ichimonji e sguainandola verso il soffitto della cucina.

«Io ho giurato che avrei ucciso chiunque fosse riuscito a sconfiggerlo. Ed è quello che ho intenzione di fare!».

Persino l’espressione sempre compassata di Robert si tramutò, per qualche istante, in una smorfia di sorpresa. Sanjiko, dal canto suo, si limitò a prodursi in un verso scettico mentre cavava fuori dalla tasca una sigaretta, apprestandosi a sostenere il momento più pesante della conversazione.

«Che cosa hai detto?! Ti rendi conto di chi stiamo parlando?! Non è stata una banda di pirati qualunque a finirlo!» esclamò Namizo con voce sconvolta, avvicinandosi al tavolo e sbattendoci sopra il palmo della mano.

La sua incredulità di fronte all’incoscienza della compagna aveva ormai raggiunto il limite. Non aveva intenzione di veder cadere un’altra persona, di fronte ai suoi occhi, senza riuscire a fermarla.

«Qui stiamo parlando…».

«… Del Governo Mondiale».

La frase venne completata dalla cuoca, che si concesse di espirare il fumo con una boccata volutamente lunga, prima di proseguire nella sua spiegazione.

«Hai forse intenzione di ucciderli tutti, Testa d’Alga? Dai Cinque Astri di Saggezza all’ultimo mozzo della Marina?».

Nonostante l’apparente pacatezza del suo tono, la tensione nelle mosse di Sanjiko era chiaramente palpabile. La sigaretta troppo stretta fra le dita, il fumo che sfuggiva dai denti serrati, lo sguardo torvo che stava rivolgendo alla compagna, tutto indicava che sarebbe bastata soltanto un’altra di quelle affermazioni per far precipitare la situazione.

«Esattamente!».

Gli occhi neri della cuoca fissarono per qualche istante il viso della spadaccina, cercandovi qualcosa che quasi si aspettavano di trovarvi. Seguì una violenta scossa della testa, che fece sobbalzare l’alta coda bionda da un lato e dall’altro.

«Che inutile spreco!».

Prima che Zoroko potesse protestare in qualche modo, la ragazza proseguì decisamente nella sua filippica.

«Il nostro capitano è davvero morto per nulla! Se lo avesse saputo prima, avrebbe evitato di dare la vita per un’ingrata, chissà!».

«Ingrata?! Non sono io quella che ha già deciso di arrendersi in partenza perché pensa che sia troppo difficile punire quei bastardi!».

La voce della spadaccina si era ridotta a un raschiare rauco e contorto, così lontano persino dal suo solito tono brusco. Che in quel momento fosse completamente fuori di sé, era un dato di fatto che tutti i presenti potevano appurare senza neanche bisogno di aguzzare troppo la vista.

«Ingrata. Lo dico e lo ripeto senza problemi. Non solo stai buttando via quello per cui il tuo capitano si è sacrificato. Stai persino calpestando le sue volontà. E dire che ha conservato le sue ultime parole proprio per te, ben sapendo come avresti reagito! Ha sprecato fiato, te lo dico io!».

Namizo e Robert si posizionarono sulla difensiva, già prevedendo l’ennesimo e devastante scoppio d’ira della spadaccina, ma nulla accade.

Zoroko si limitò ad abbassare il braccio che reggeva la spada. Il tremito che le attraversò i muscoli dimostrava quanta difficoltà facesse per trattenersi dal devastare la cucina con tutti i suoi occupanti.

Quelle parole avevano il raro effetto di prostrarla ancor più della situazione in cui versava. Non c’era vergogna più grande, a parte l’aver fallito nel suo compito, che non rispettare le volontà del suo capitano. Non riusciva a ricordarle. L’istante in cui lui aveva aperto la bocca era completamente cancellato dalla sua memoria. Se avesse avuto un briciolo di superbia in meno, avrebbe chiesto alla cuoca che cosa precisamente avesse sentito. Forse, per la memoria del loro capo, avrebbe persino chinato la testa e si sarebbe umiliata a compiere un simile gesto. Ma l’orgoglio che l’animava era tanto invincibile da superare persino la fedeltà ai suoi doveri. Mai si sarebbe abbassata a domandare l’aiuto di quella donna.

«Chi sta sprecando fiato, qui, sei tu! Non ho alcuna intenzione di dare altre spiegazioni sul mio comportamento. Io me ne vado. Ho una promessa da mantenere. Voi, fate quello che vi pare. Il destino della ciurma, da questo momento in poi, non è più affar mio!».

Zoroko si voltò, accennando un movimento verso la porta, ma venne bloccata da Namizo, che la afferrò per un braccio intimandole di fermarsi.

«Che razza di assurdi discorsi sono?! Non… puoi abbandonarci e pretendere che ce ne stiamo buoni a vederti andar…».

«Lasciala andare».

«Se è questo quello che vuole, lasciala andare, Namizo».

La voce di Sanjiko parve raddolcirsi appena nel pronunciare il nome del navigatore, mentre il suo sguardo si posava, non senza preoccupazione, sulla mano della spadaccina già scattata verso l’elsa di una delle spade.

«Sanjiko, ma… Non possiamo…».

Zoroko si scrollò rapidamente dalla presa mentre il ragazzo, ancora senza parole, cercava di trovare una motivazione convincente perché la vice-capitano non abbandonasse la Sunny.

La risposta della cuoca fu quasi un sospiro, che spuntò lento dalle sue labbra insieme alla boccata di fumo che aveva inspirato qualche istante prima.

«Non abbiamo più nulla da spartire con una vigliacca che scappa con la coda fra le gambe».

La reazione successiva fu così rapida e fluida da risultare quasi invisibile, nella sua dinamica, a occhio nudo. La lama fendette l’aria in un sibilo e, contemporaneamente, la cicca di una sigaretta precipitò verso il basso. Prima ancora che avesse toccato terra, però, la gamba della cuoca era scattata, intercettando il colpo e bloccandolo a metà della sua traiettoria.

«Sanjiko! Zoroko! Adesso basta!».

Il richiamo incollerito del navigatore echeggiò in un’atmosfera carica di tensione. Persino un respiro compiuto nel momento sbagliato rischiava di spezzare completamente l’ormai fragile equilibrio su cui si reggevano le loro intenzioni concorrenti.

«Dieciséis fleur».

Quasi a sottolineare il rimprovero del ragazzo, Nico Robert si intromise nella conversazione, usando i suoi poteri per bloccare i movimenti delle due ragazze.

«Lasciami immediatamente, stupido archeologo impiccione, o faccio fuori anche te!» urlò la spadaccina, minacciando di spezzare quella trappola anche dando fondo a tutte le sue energie, se necessario.

«Non finché non avrai ripreso un minimo di controllo. Su questa nave ci sono stati abbastanza morti, non abbiamo alcuna intenzione di veder versare altro sangue».

La pacatezza con cui l’archeologo pronunciò quelle parole suonava così tetra da far gelare il sangue ma ebbe il solo effetto di far infuriare ancora di più Zoroko.

«Perché devi essere così testarda?!» la rimbeccò Namizo, scuotendo risolutamente la testa. «Quando fai così, sei persino peggio di quel testone di R…».

«NON… Non pronunciare quel nome!».

La spadaccina voltò la testa a fatica, ancora costretta dal potere di Robert all’immobilità quasi totale. Il navigatore sgranò gli occhi di fronte allo sguardo febbricitante, intriso di pura e semplice follia omicida, rivoltole dalla compagna.

«Non nominarlo. Non comportarti come se fosse ancora vivo! Ci hanno portato via il nostro capitano e voi non sapete far altro che cercare di tornare alla vostra stupida normalità! È per questo che non ho alcuna intenzione di restare in mezzo a questa ciurma per un altro secondo!».

Ignorando i tentativi di liberarsi della ragazza, la stretta dell’archeologo si fece più forte.

«Non hai intenzione di rimangiarti quello che hai detto, non è così? Pensaci bene, Zoroko. Tu stai parlando sull’onda della rabbia, se adesso provassi a calmarti e a rifletterci a mente fredda…».

I tentativi di Namizo si facevano via via meno convinti e più disperati e Nico Robert non poté trattenere uno sguardo quasi pietoso di fronte a quell’ennesima preghiera, vuota e priva di senso. La rabbia non c’entrava: erano stati tutti perfettamente consci, nel momento in cui avevano messo piede su quella nave, che soltanto il loro capitano avrebbe potuto tenerli uniti. Dopo di lui, le loro vite tornavano irrimediabilmente a separarsi.

«Non c’è proprio niente da riflettere! Piantala di assillarmi! E tu! Lasciami immediatamente!» esclamò la spadaccina, per poi voltarsi e lanciare uno sguardo di fuoco all’indirizzo dell’archeologo.

«Non ho alcuna intenzione di ammazzare la sua ciurma. Ma se vi mettete in mezzo, non garantisco niente».

Passarono dieci lunghissimi secondi, durante i quali Zoroko e Robert si affrontarono in un muto duello, fatto soltanto di sguardi ostinati e occhi chiari che scavavano sotto la superficie di quel viso contratto dalla rabbia, cercando una traccia di verità in quella promessa che sapeva molto di minaccia.

All’improvviso, gli occhi dell’archeologo si chiusero bruscamente, mentre l’incanto del frutto Fior Fior veniva via, lasciando le due contendenti finalmente libere di muoversi.

Sanjiko abbassò la gamba, tenendosi tuttavia pronta a scattare al primo accenno di aggressione. Non accadde nulla. Zoroko si limitò a rinfoderare la spada, lanciando un’occhiata sprezzante ai presenti, prima di voltarsi e avviarsi a grandi passi alla porta.

«Zo…».

La mano della cuoca scattò, afferrando il navigatore per un braccio e facendogli cenno di tacere. Di fronte alla schiena ostinatamente voltata, la bionda si limitò a osservare la giacca bianca e sdrucita della ragazza prima di replicare seccamente: «Quanta arroganza. Non andrai molto lontano portandoti tutto quel peso addosso, allocca».

La spadaccina si fermò e le spade, al suo fianco, tintinnarono in maniera tanto netta da fendere l’aria stessa. Non si voltò ma si limitò a stringere convulsamente i pugni, prima di riprendere a camminare.

«Fottiti, strega».

Con quelle parole Zoroko, la cacciatrice di taglie, si congedò definitivamente dai tre membri della Ciurma di Cappello di Paglia.