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Illness

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Illness

 

 

 

ANTEFATTO

 

Roses die

The secret is inside the pain

Winds are high up on the hill

I cannot hear you

Come and hold me close

I'm shivering cold in the heart of rain

Darkness falls, I'm calling for the dawn

-Everytime you kiss me, Emily Bindiger-

 

 

 

Capitolo 1

 

 

Quando fui convocato dalla regina, mi chiesi immediatamente perché avesse bisogno di me. Non mi ero aspettato di ricevere una comoda sedia vicino al suo scranno. La sensazione di comodità mi era estranea da molto, in quel luogo tutto aveva il sapore del rimpianto e il freddo umido della morte e della dimenticanza. Nelle ombre nere vedevo i servi muoversi come spiriti demoniaci con sorrisi storti o smorfie di dolore che agivano come mille mani della regina, che nera e immutabile stava davanti a me, seduta sul suo trono di pietra nera e mi guardava con occhi scintillanti di verde intenso dietro i lunghi capelli neri.

Hela era pallida e scarna come l'immagine della morte. Il suo succinto abito verde smeraldo aveva drappeggi neri, eppure la visione di quel corpo sensuale anche se non rotondo e florido non mi destò nessun desiderio: avevo già perso ogni illusione di desiderio carnale. In me risiedeva solo freddo e immobile silenzio e la comprensione di dover passare i millenni nell'oscurità del regno dei morti. Sempre meglio delle fiamme diaboliche dell'inferno. Anche se dubitavo che sentire qualcosa sarebbe potuto essere per lo meno… più dinamico della impassibile immutabilità del regno dei morti che dura in eterno.

Hela rivolse i suoi occhi su di me e la sua immensa corona da cui ricadevano come lacrime di petrolio i suoi lisci capelli neri emise un tintinnio e si spostò da un lato seguendo il movimento della testa della regina.

«E dunque tu sei il principe di Asgard?» la sua voce era come il rumore di un eco che viaggiava attraverso il tempo e non lo spazio. Risuonò tra noi come mille sussurri.

«Si, mia signora» le risposi semplicemente.

«Mi è stato riferito da molti che le traversie che hanno condotto al tuo arrivo sono stante interessanti» la regina mise le mani intrecciate sul grembo e fece un leggero sorriso tirato. «Vorrei che me le raccontassi» continuò poi «Qui spesso ci si annoia. E mi da gioia vedere le sofferenze di Odino e della sua miserevole stirpe» il suo sogghigno mi avrebbe terrorizzato, se da morto fossi stato ancora capace di provare paura. Ma così non era per cui rimasi indifferente alla sua manifestazione d'odio. «Tu me ne parleresti?»

«Se così vuole la mia regina» risposi pacatamente «Non è con me che comincia, tuttavia, questa storia» ammisi prima di stendermi anche io maggiormente sulla sedia «né tanto meno ne sono il protagonista. Forse chi è veramente il centro di questo breve intreccio delle Norne è destinato a raggiungerci presto, forse no. Credevo che la morte mi avrebbe dato le risposte, ma così non è stato»

«Molti lo credono, tutti sbagliano» rispose la regina «Il disegno del destino è spesso incomprensibile. Noi non sappiamo perché ciò che accade è accaduto, né a cosa sarà destinato, ma tutto è connesso. Se per parlare della tua morte devi raccontare la vita di qualcun altro allora dimmi, e parla. Sono ansiosa di sapere le debolezze di Odino. L'odioso re che decise di lasciarmi a governare un regno morto, dove i morti dimorano. Io, che in realtà sono viva»

«Non sarai disillusa, allora mia regina. Tutto comincia proprio da Odino, e dalla sua sconfitta…»

 

La battaglia per il dominio della terra fu sanguinosa e lunga e per quanto Odino ci provasse, non era mai riuscito a ricacciare indietro gli Jotun. Essi avevano una forza e una ferocia che superava ogni desiderio di vittoria degli asgardiani: combattevano per il loro diritto alla vita e il diritto alla vita dei propri figli. Quando, ormai disperato, Odino tentò di maledire il letto di Laufey e del suo compagno Farbauti nemmeno lì riuscì a superare la forza pura di rinascita e vita dei giganti di ghiaccio, e i due re riuscirono nonostante tutto ad avere un terzo figlio.

Odino, d'altra parte, anche lui aveva avuto un erede. La guerra si era protratta così tanto a lungo che nessuna delle due parti sapeva più perché si combattesse. Alla fine, il grande Padre Tutto fu costretto a prendere atto delle proteste del suo popolo, dei soldati ancora lontani da casa, delle madri che aspettavano insieme ai figli, prima tra tutte Frigga, sua moglie, e suo figlio, Thor.

Così, alla fine, insieme a potenti Æsir decise di stipulare un trattato e di cedere una pace con gli Jotun. Ad essi fu permesso di mantenersi su Midgard, seppure nei limiti delle terre del ghiaccio a nord e a sud del pianeta, e di lasciare le zone umide e calde alla seconda razza nascente: gli umani.

Per assicurarsi che la pace fosse duratura e che i patti sarebbero stati rispettati Laufey disse, davanti al consesso dei re e dei nobili delle due razze che segnarono il trattato: «Non ti crederò fino a che non avrò la promessa che non ci attaccherai ancora, e che qualora tu lo facessi, noi potessimo difenderci al meglio»

E Odino gli rispose: «Non mi fiderò di voi fino a che avrete quell'arma micidiale che potrebbe causare la distruzione degli esseri mortali».

Dopo mesi di trattative tra le più grandi menti strategiche, fu Helblindi, primo figlio di Laufey e Farbauti, principe di Jotunheim ed erede, il più saggio e ponderato tra loro che risolse con un semplice scambio la grave questione che rischiava di riaprire la guerra: entrambe le parti avrebbero ceduto ciò a cui più tenevano, lasciandolo come garanzia ed ostaggio al nemico, prova di una pace duratura.

Nessuno degli Jotun fu felice di cedere lo Scrigno degli Antichi Inverni ad Asgard, e a parere di molti fu un immenso sbaglio e un tradimento affidare un tale cimelio della loro razza a mani nemiche che sicuramente non l'avrebbero più ceduto indietro. Ma tra le file del nemico le lacrime e i lamenti di Frigga non sciolsero il cuore del Padre Tutto quando lui le sottrasse il loro unico figlio per cederlo agli Jotun.

Lo scambio avvenne su uno dei grandi fiumi della Terra, gelato da spessi strati di ghiaccio, e al cospetto di innumerevoli testimoni.

Laufey cedette lo scrigno ma ricevette in cambio un bambino.

 

                                          *

 

A Thor Midgard non piaceva. Per lo meno non gli piaceva ciò che continuava a vedere: ghiaccio ovunque, blu, bianco, trasparente, rosa… ghiaccio dappertutto. Gli mancava il calore tiepido di Asgard. Er e Hoðr gli avevano detto che non tutto il pianeta era un tale deserto freddo, e il bambino si lagnava ancora di più non capendo perché dovesse continuare a rimanere lì quando invece i giardini di Fensalir erano perfettamente caldi e temperati. Non sapeva quanto tempo sarebbe dovuto rimanere lì. Odino non glielo disse. Nemmeno la dolce e vecchia Er glielo spiegò.

Di punto in bianco gli fu comunicato che aveva una grande missione, rappresentare suo padre e la sua razza davanti al nemico, nel suo castello, finché sarebbe stato necessario. Thor si era vantato per giorni, mentre sua madre si disperava in silenzio, davanti ai suoi più cari amici. Aveva detto a Fandral che nessun cavaliere sarebbe stato più coraggioso di lui. Aveva lasciato una ciocca dei suoi capelli a Sif, come aveva visto fare qualche volta di nascosto ai ragazzi più grandi. La bella bambina ne era rimasta colpita nel profondo – forse troppo sorpresa da quel gesto improvvisato – ma gli aveva detto che l'avrebbe custodito fino al suo ritorno.

Eppure quel giorno, su quel fiume ghiacciato, Thor aveva vacillato e per la prima volta in vita sua aveva avuto paura. Aveva sentito spesso dei giganti di ghiaccio… ma non pensava che fossero così alti. Aveva tremato di terrore e non di freddo quando un re dalla pelle blu aveva dato a suo padre uno strano cubo bianco e pulsante ricoperto da incisioni antiche e poi l'aveva lasciato lì con il gigante, accompagnato da Hoðr, sua guardia del corpo e da Er, la sua tata.

Si era voltato a chiamare il padre, ma Odino non aveva risposto.

Thor si era imposto di non piangere, durante il viaggio verso il castello dei giganti, verso la loro città, e ci era riuscito. Er lo teneva per una mano, e lui era pallido come la neve su cui camminava. Aveva prestato poca attenzione a ciò che vedeva, e quando poi si era ritrovato steso, su un letto di quercia spessa e ricoperto di pellicce calde e morbide si era sciolto in lacrime. Eppure non si era permesso di gridare quanto avrebbe voluto, si zittiva premendosi il cuscino sul visino tondo bagnato di lacrime, non voleva che Er lo sentisse, non voleva che nessuno accorresse a guardarlo.

Lui era Thor, figlio di Odino, principe di Asgard e dei Nove Regni. Lui era un re e come tale non avrebbe dovuto avere cedimenti di nessun tipo.

Ma dopo ore rimasto steso lì rannicchiato la schiena gli doleva e le lacrime ormai silenziose continuavano a rigargli il viso. Si alzò infilando immediatamente le sue scarpe di pelliccia spessa, alte diversi centimetri per tenerlo separato il più possibile dal pavimento di ghiaccio levigato. Camminò silenziosamente nella sua camera prima di arrivare nella zona del grande bagno. Quella stanza era illuminata. Er gli aveva detto che lì su Midgard, almeno dov'era stata costruita Nuova Utgarða, c'erano sempre sei mesi di notte e sei mesi di giorno. Non riusciva a pensare di riuscire a vivere per così tanto tempo senza vedere la notte e poi vedendo solo l'oscurità. Affacciandosi dalla finestra del palazzo di ghiaccio vide un giardinetto. Dovette salire su uno sgabello del bagno per arrivare a sbirciare oltre la finestra.

Così, vedendo il giorno e la libertà oltre quella immensa finestra sul mondo decise che doveva fuggire. Con la risoluzione e la testardaggine dei bambini si issò sul cornicione per sbirciare una qualche via di fuga. Vide uno scolo per la pioggia che stava proprio sopra di lui, come una grondaia e saltando una, due e poi tre volte riuscì ad afferrarne il bordo con le dita inguantate. Muovendosi poi piano verso destra arrivò al punto in cui la grondaia si piegava a novanta gradi e scendeva a terra e scivolò su di essa sbattendo sonoramente il sedere a terra sulla neve morbida. «Ahia» disse issandosi poi e massaggiandosi il posteriore che continuava a pulsargli. Si voltò camminando ancora in modo un po' incerto verso il centro del giardino circolare. Osservandolo meglio vide due porte alle due estremità, ognuna magistralmente scolpita nel ghiaccio, una… qualcosa che non riuscì bene a capire se era una fontana ghiacciata o una scultura di ghiaccio di volute eleganti, e strani alberi dalle foglie rosse e la corteccia blu intensa che decoravano il cortile. Risoluto e fiducioso si avviò verso una delle due porte.

«Che cosa vuoi fare?» chiese una voce cristallina alla sua destra. Voltandosi sorpreso e pronto a combattere vide una figurina minuscola che stava seduta su una panca di ghiaccio sotto uno degli alberi rossi. Era un essere strano, quello scricciolo lì che lo guardava con profondi occhi rossi. Era più basso di lui e aveva una chioma nera legata in una piccola treccia dietro la testa. Vestiva come gli Jotun (e un po' gli somigliava): piedi saldi negli stivali coperti di pelliccia, le spalle ammantate ma il torace nudo e coperto dalle tipiche braghe bianche che usavano gli Jotun. La cosa strana era che sembrava più un folletto buffo. Thor non riusciva a vedere se avesse le orecchie a punta, forse avrebbero provato la sua teoria. Invece quell'affare stava ancora lì fermo a guardarlo, con un libro aperto in mano ma che aveva smesso di guardare.

«Chi sei tu?»

Il piccolo essere fece una smorfia e girò la testa «Questa è una domanda che non mi fanno spesso. Pensavo di essere più famoso» commentò con acidità prima di voltarsi a guardare di nuovo Thor «E dimmi, figlio di Odino, che vorresti fare?»

«Voglio andarmene»

Il coso rise. Thor si corrucciò e strinse i pugni «Posso farlo. Posso sgattaiolarmene via. Non mi credi?»

«Io credo che ti faresti solo prendere» commentò l'altro ancora ridendo «E poi saresti solo punito in qualche modo. Spera che non sia il bastone. Mio padre non ha una mano leggera»

«Sei un bambino Jotun? Pensavo foste più grossi» commentò poi Thor.

Il bambino blu fece un'altra smorfia, chiudendo il libro in uno schiocco secco e portandolo sul petto incrociando le braccia «Non puoi fuggire da Utgarða» gli disse poi «Non ci riuscirai mai»

«Non mi spaventa nulla»

«Eppure noi Jotun lo facciamo»

«Beh» rispose Thor «Voi siete giganti di ghiaccio. Siete malvagi»

Ovviamente questa sua ultima uscita non piacque affatto all'altro bambino, il quale si alzò e gli andò in contro, per nulla intimidatorio nella sua misera furia alta nemmeno un metro e mezzo. «Sei un bruto irrispettoso e ignorante, tu come tutta la tua razza di presuntuosi»

«Io sono il figlio di Odino. Noi governiamo i Nove Regni»

L'altro fece un ghigno «Questo non vale niente qui, figlio di Odino» si allontanò un poco avvicinandosi a una delle due porte, quella che Thor all'inizio aveva scartato «Mentre venivi hai visto la città? Ti sei almeno accorto di dove ti portavano? Se non lo sai vieni a vedere, figlio di Odino!»

Così si avviò ridendo oltre la porta, e percorse per poco il lungo corridoio su cui affacciava, fermandosi davanti ad un balcone. Thor lo seguì poco convinto e sospettoso, finché non riuscì a guardare fuori dalla finestra e poi arretrò all'improvviso, colto da immenso moto di vertigine. «Cosa c'è, grande figlio di Odino? Non mi dirai che sei cieco. Guarda meglio Nuova Utgarða» ma Thor si appiattì contro il muro.

Si era improvvisamente reso conto di trovarsi sulla più alta costruzione che lui avesse mai visto: un’immensa piramide sottile come un obelisco, che svettava da una città di cui non vedeva i confini, fatta di strade di linee rette e case di ghiaccio opaco di mille sfumature del blu e dell'azzurro, immerso nel colore sanguigno delle piante dalle foglie rosse.

«Volevi provare a scappare da qui?» il demonietto con gli occhi rossi rise di nuovo «L'unico bambino asgardiano tra migliaia di Jotun. Su un pianeta lontano. Non credevi che saresti stato notato?»

«Io… io non dovrei stare qui!» rispose Thor «Io non sono un gigante di ghiaccio! Devo stare tra i miei simili, sul mio pianeta!»

«Peccato che sono stati i tuoi simili a lasciarti qui. Anzi, è stato lo stesso Odino. La verità, figlio di Odino, è che non ti vuole. Ti ha lasciato qui perché non servi a nulla!»

«Stai mentendo!»

«No, è la verità. Sei un figlio inutile, principe di Asgard… oh, aspetta, non sei più nemmeno quello. Né figlio di Odino né asgardiano. Thor, il senza terra, Thor il buono a nulla. Thor l'idiota, ecco che cosa sei»

Thor lo spinse via con le lacrime agli occhi e il bambino ruzzolò lontano gemendo quando raggiunse il pavimento con la schiena e tenendosi la testa tra le mani. «Bugiardo! Non ti credo! Bugiardo e invidioso! Se solo invidioso di ciò che io ho e che tu non avrai mai!»

«Oh, beh» il bambino si rialzò con difficoltà e andò a raggiungere il libro che era caduto lontano da lui «Certo, ti è facile dire così. Quello che tu hai? Cosa hai? Nulla! Non hai nulla, figlio di Odino. Mentre io sono Loki, figlio di Laufey e Farbauti principe di Jotunheim e Midgard. Mi pare, idiota, che io abbia una famiglia, una città, un popolo e una casa in più di te» lo fulminò con lo sguardo e si voltò, andandosene via cercando di mantenere una posa dignitosa.

Dandogli le spalle non vide le lacrime amare che Thor versò dopo le sue parole. Una volta girato l'angolo del corridoio, si appoggiò al muro, reprimendo i gemiti per il colpo alla schiena che aveva subito cadendo. Nelle sue mani, il libro sulla storia di Asgard aveva il segnalibro sulla genealogia dei re, ed ultimo – quasi cancellato dai colpi implacabili delle matite di Loki – c'era il nome di Thor Odinson.

*

La situazione non migliorò nei giorni a venire. Thor si rifiutò di uscire dalla sua stanza anche sotto la sollecitazione amorevole di Er «Sai, tesoro mio, Midgard non è solo un brutto posto di gelo e solitudine. C'è tanto da vedere anche qui». Ma il bambino rimaneva convinto nel perseverare nella solitudine.

«Insomma, mi potrai pur dire cosa ti è successo!» Hoðr si era andato a sedere sul suo letto e gli avevo carezzato la testa. Il suo sorriso era sincero e virile, nella corta barba bionda. Lui e Thor si somigliavano molto, per questo il bambino trovava rassicurante guardarlo: immaginava che un giorno, da adulto sarebbe stato anche lui così. Gli ricordava che non sarebbe finito sotterrato sotto la neve e la sua pelle non sarebbe diventata blu come quei demoni orribili che li circondavano.

«È vero che Odino mi ha lasciato qui perché non servo a nulla?»

«Ma che fesserie stai dicendo?» Hoðr sbottò genuinamente togliendosi la lunga pipa dalla bocca «Non servi a nulla! Sei qui proprio perché sei importante»

«Non mi mentire!» eruppe il bambino, mandando all'aria le sue coperte. «Loki ha detto che…»

«Loki? Il terzo figlio di Laufey?» l'adulto fece un’espressione sorpresa e poi si corrucciò «E quando vi sareste incontrati?»

«Ero in esplorazione» mentì Thor.

«Oh, certo» Hoðr gli diede un'altra pacca e rise «Beh non dovresti credere a quello che dicono gli Jotun. Sono bugiardi e cattivi, soprattutto un bambino malato come Loki» dicendolo prese un'altra profonda boccata dalla pipa e scosse la testa. «Avrà solo voluto ferirti»

«Come, è malato?»

«Se lo hai visto dovresti averlo capito. È anche più piccolo di un bambino umano. Non sarà capace di sopravvivere» si alzò dal letto e scosse la testa «Non pensare a lui. Potrà volerti ostacolare»

«Ma io non gli ho fatto niente!» anche Thor si era alzato dal letto «Perché dovrebbe comportarsi così con me?»

«Perché è un esserino malvagio, lui come tutta la sua razza»

Ci fu solo silenzio per un lungo attimo, poi il principe abbassò la testa a contemplare le linee irregolari del ghiaccio sotto i suoi piedi. «Però sono stato veramente lasciato qui»

«Thor» Hoðr si piegò sulle ginocchia per arrivare più facilmente alla sua altezza e poggiò a terra la pipa, per prendere con le sue le piccole mani del bambino «Sei qui proprio perché sei prezioso. Non ci rimarrai per sempre, sei pur sempre l'erede di Asgard. Ci sarà un tempo in cui tornerai a casa, non temere» gli strinse maggiormente le mani e poi aggiunse «Pensa a questo: la tua presenza qui contribuisce a mantenere la pace nei Nove Regni»

«Ma Padre avrebbe potuto sconfiggerli tutti»

«Nessuno è invincibile, bambino mio. E la vita non è solo guerra. Per essere un buon Re devi anche saper dare il giusto valore alla pace, e quando serve, alla politica e alla diplomazia. Se resisterai, se sarai forte allora quella pace che tuo padre cerca di costruire sarà definitiva e questo porterà alla prosperità tutti i Nove. Quando Odino ti disse che avevi un importante compito da svolgere non mentiva. Ha davvero affidato a te il compito più difficile e sa che anche qui, su questo piccolo pianeta lontano, da solo, potrai comunque mantenere alto il nome che porti ed essere la costante presenza che ricorderà agli Jotun che possono finire tutti morti in una guerra»

Thor rimase muto a quelle parole, ma sillaba dopo sillaba il suo piccolo torace iniziava a fare su e giù e la sua testa si alzava, finché non guardò il suo maestro con orgoglio, annuendo alle sue parole. «Sarò all'altezza. Farò quello che Padre desidera»

Hoðr sorrise e gli scompigliò ancora i capelli prima di alzarsi «Bravo bambino»

 

*

 

«Loki»

Il piccolo bambino alzò il viso dalla sua cena e intimorito guardò suo padre il Re. Raramente Laufey si preoccupava di parlargli, e quando lo faceva Loki sapeva che non era per dirgli nulla di bello. Cercò di non tremare pensando già a cosa avesse potuto contrariare il padre. Invece Laufey continuava a mangiare la sua cena, il grosso pesce arrostito che avevano sulla tavola mandava un buonissimo odore di spezie.

Helblindi non si era preoccupato di guardarlo quando era stato interpellato, perciò Loki era più fiducioso e si impose di stare ritto a sentire le parole del genitore. Farbauti invece masticava piano guardando il suo compagno, pronto a dare una parola più dolce al figlio nel caso quelle del Re fossero state troppo dure.

«Voglio che tu accompagni il figlio di Odino»

«Cosa?» la sorpresa e schietta risposta di Loki attirò l'attenzione sul suo piccolo corpicino. Alla tavola c'era la famiglia intera: Laufey e Farbauti erano uno di fronte all'altro, al bordo più lontano del tavolo di legno di un blu profondo, quasi nero. Subito di fianco a Laufey c'erano i suoi figli, in ordine Helblindi, l'erede del regno degli Jotun e poi alla sua sinistra Byleistr, il secondogenito, poi seguiva Loki. Davanti a loro, nel lato occupato da Farbauti c'era due posti vuoti dedicati ai compagni. Quello di Byleistr era ancora vuoto, come anche quello dell'ancora infante Loki. Di fronte ad Helblindi invece, esattamente di fianco al consorte reale c'era seduto Thiazi, il suo compagno per la vita. Erano la sua famiglia, quella famiglia di enormi, lontani giganti dai sentimenti di ghiaccio che ancora non capiva ma di cui si ostinava a voler far parte.

Non appena si rese conto di essere osservato con sorpresa abbassò immediatamente lo sguardo e si strinse le mani per non tremare. Mai in vita sua si era permesso di parlare così velocemente e replicare con un tono del genere al padre. Il silenzio continuò, come anche la pesantezza delle loro occhiate su di lui. «Perché» disse con una voce che gli sembrava troppo rotta e terrorizzata «dovrei accompagnare proprio lui?»

«È nostro ospite e ostaggio» commentò freddamente Laufey «Hai la sua età e quasi la sua taglia. Non vedo chi altro dovrebbe portasi dietro quella feccia Æsir se non tu»

Loki tremò, ma sentì le parole più calme di Farbauti «Sei l'unico che può accompagnarlo, Loki. Non si avvicinerebbe a nessuno Jotun, sicuramente. Sei il più indicato per questo compito»

«E perché?» Loki chiese con un po' di coraggio nella voce.

«Perché lui è come te» commentò Byleistr tornando a mangiare.

Quell'unica frase fu come un pugno tirato dritto in faccia. Loki alzò la testa e li guardò tutti, con il viso sfigurato dalla rabbia «No!» disse, sorprendendo di nuovo tutti. «Io lo odio! Mi avvicinerò a lui solo per tagliargli la gola! Lo odio, lo odio!»

Impassibile, Laufey rispose: «Questo è un tuo problema, non ci riguarda»

Un altro pugno dritto in faccia che fece tremare il piccolo bambino. Loki chinò la testa e nascose le lacrime. «Laufey…» lo ammonì Farbauti, ma il bambino comunque scese velocemente dalla sedia troppo alta per lui e scappò via prima che il suo pianto silenzioso fosse sconvolto dai singhiozzi.

«Loki!» era Helblindi che si era alzato a sua volta e lo rincorreva, riuscì a recuperare il bambino prima che sparisse nei meandri del castello.

Vedendo i due Jotun correre Lady Er degli Æsir lasciò tutto quello che stava facendo e si rintanò nella sua stanza gridando «Oh cielo!» ma Loki si fermò davanti alla sua porta, tirando un calcio al legno. «Che c'è, stupida asgardiana? Eh? Hai paura? Vattene allora, tu e il figlio bastardo di Odino!»

Da dentro la donna continuò a gridare sconnessi improperi e vari «Oh per le Norne!» e «Oh Cielo!»

«E beh? Che fai sei ancora lì?» altro calcio alla porta.

«Loki!» Helblindi afferrò il bambino e riuscì a sollevarlo per metterlo dall'altra parte del corridoio «Che cosa ti prendere?»

«Cosa mi prende?» Loki aveva ancora le lacrime agli occhi, e se il suo corpo avesse avuto la capacità di scaldarsi con la rabbia le avrebbe fatte tutte evaporare «Loro non dovrebbero essere qui! Mi hai sentito, stupida donna?!»

«Ohhh per carità delle Norne!» si sentì da oltre la porta.

«Loki!» Helblindi di gli diede uno schiaffo lieve ma abbastanza da fargli ruotare la testa e zittirlo. «È così che si comporta un principe? È così che porti rispetto a tuo padre?»

«Non me ne importa! Non lo farò mai!» Loki pestò i piedi e si impuntò stringendo i pugni «Non farò mai da balia a quel mostriciattolo! Mai! Piuttosto se solo prova ad avvicinarsi a me, giuro su Midgard intera che ammazzerò lui e tutta la sua razza di ipocriti maledetti!»

«Loki» suo fratello gli afferrò le braccia e lo scosse «Loki, smettila. Non puoi dare la colpa di quello che sei ad un bambino asgardiano. Questa rabbia non ti porterà da nessuna parte»

«Sì che lo farà!» Loki si divincolò dalla sua presa «Mi porterà a sputare sul suo cadavere!» e scappò via, prima che Helblindi potesse aggiungere qualche altra parola per riportare alla ragione il suo giovane fratellino.

«Oh per il grande Odino! Qui sono pazzi! Pazzi!» sentì poi dire con isteria dalla donna ancora barricata nella sua camera.

 

*

 

Così passarono i primi mesi della permanenza di Thor su Midgard, lui che girava per il castello, cercando di riuscire ad imprimersi la piantina nella mente, riuscendoci miseramente. Er si occupava della sua educazione e se fino a quel momento della sua vita aveva pensato che lo studio fosse noioso, ora stava sperimentando una nuova frontiera della noia.

La famiglia reale si era ufficialmente presentata a lui, e a volte gli era capitato di parlare con gli altri due figli di Laufey, certo entrambi estremamente inquietanti e terribili ma almeno non erano mal disposti verso di loro. In particolare Helblindi era molto affabile e dimostrava di conoscere molto bene le usanze di Asgard. Byleistr aveva invece mostrato un interesse più per il suo strano aspetto e per la loro lingua: aveva detto che gli piaceva molto studiare le colture delle altre razze dei nove regni, e che una volta raggiunta una conoscenza più approfondita avrebbe voluto fare l'ambasciatore della casa reale nei Nove.

Loki l'aveva visto di sfuggita qualche volta, a volte sedeva nei giardini a leggere, altre volte invece lo trovava a scrivere, o ad osservare intensamente le foglie rosse nei cortili, ma ogni qual volta che si incrociavano, si dileguava velocemente.

Passata la rabbia e la paura, a Thor rimaneva solo noia. Troppa, infinita noia.

Così Hoðr aveva proposto di allenarlo alle arti del vero combattimento, per la sua immensa e più sincera felicità. Il più delle volte finiva a terra a gambe all'aria o con la faccia schiacciata sul ghiaccio ma non si arrendeva mai e se non pensava alle tecniche di combattimento che l'adulto gli insegnava ci si esercitava e nel caso non facesse nessuna delle due cose forse ne stava parlando ad Er. Così riuscì a trovare qualcosa con cui riempire quegli immensi giorni di noia.

Evidentemente qualcuno doveva averlo notato perché tempo poche settimane di allenamento e fu invitato ad assistere ad una battuta di caccia tra Jotun.

Er era rimasta spaventata e aveva detto immediatamente di no, mentre invece Hoðr era stato d'accordo «Gli Jotun» aveva spiegato «Capiscono molto più la forza fisica che la determinazione della politica e delle emozioni. Per questo sono molto distanti e distaccati, e barbari. Ma anche chi tra loro ti può odiare di più apprezzerà e rispetterà sempre la tua forza, se gliela mostrerai»

Thor ci aveva creduto, quando erano partiti da Nuova Utgarða e tutti lo guardavano con un misto di curiosità e rispetto. Poi si era ricreduto quando proprio colui che lo odiava di più continuava a guardarlo come se lo volesse soffocare nel sonno.

Il regno degli Jotun, per legge con Asgard, non superava i ghiacci perenni. Dove il freddo si ritirava e poi riappariva faceva troppo caldo per loro ed erano zone anche abitate dagli umani. «I giganti di Ghiaccio» aveva cominciato Hoðr durante il viaggio «si sono ben organizzati su Midgard»

Stavano viaggiando in una carovana di quasi trenta esseri. Oltre alla famiglia reale vi erano alcuni nobili e cacciatori provetti, strani animali da caccia e strane cavalcature corazzate e completamente blu, con gli occhi rossi che trainavano la slitta su cui stavano comodi coloro che non potevano cavalcare uno di quei draghi di ghiaccio da soli, ovvero Thor, Hoðr e Loki. Quest'ultimo aveva il cappuccio tirato sulla testa e rannicchiato nell'angolo sembrava che dormisse.

«In che modo?»

«Hanno sicuramente importato molti animali e molte piante da Jotunheim. Tutto quello che è vivente e ne condivide i colori viene dal loro pianeta natio. Nuova Utgarða l'hanno costruita su una grandissima isola in mezzo all'Oceano, è il posto in cui siamo noi adesso, ma il gelo più a nord si fa più rigido, così come a Sud»

«Pensavo che a Sud ci fossero i deserti di sabbia bollente»

«Ancora più a Sud. Al all'altro polo del pianeta c'è un intero continente coperto dalla neve e non è solo una lastra di ghiaccio che galleggia sul mare. A quanto ho potuto sentire stanno costruendo moltissime altre colonie soprattutto lì. Qui ci sono ancora villaggi umani»

«Umani?» Thor si mise ritto sul suo posto, improvvisamente più attento «Vuol dire che potremo vederne alcuni?»

«Ne dubito fortemente» Hoðr si sfregava le mani e cercava di pulire la coppa della sua pipa anche con le mani gelate dal vento freddo. «Anche se due razze condividono lo stesso pianeta non vuol dire che siano in buoni rapporti. E pensa che gli Jotun hanno ucciso migliaia di loro durante la guerra. Certo, loro dimenticano in fretta: vivono per pochissimo tempo e le generazioni successive in qualsiasi razza sono sempre inclini a dimenticare, o perdonare. Adesso ci sono loro villaggi più vicini al confine degli Jotun, ma credo che sia più per una questione economica. Per quanto barbarici, i Giganti hanno una tecnologia e una conoscenza molto superiore a quella degli esseri umani, che sono ancora una giovanissima razza. È naturale che avvenga qualche genere di scambio tra loro. Suppongo, inoltre che ci sia un qualche tipo di commercio di carne di lusso»

«Come fa ad esserci una carne di lusso?»

«Ricordi quello strano animale che abbiamo mangiato quando siamo stati invitati a cena da Farbauti, qualche giorno fa? Non era sicuramente un orso, e nemmeno una renna o un lupo. Mi era parso più un pollo gigante. E certo non era animale di queste parti, probabilmente vive nelle terre calde, molto più a sud. L'avranno comprato dagli umani e penso anche che molti Jotun apprezzino i cibi proveniente da altre zone del mondo e li pagano in oro e pietre preziose per gli uomini» l'uomo aspirò forte dalla pipa e l'erba che vi aveva inserito dentro iniziò a fumare. Tossicchiò un poco per poi considerare ridendo: «E questa è proprio una fortuna, visto che su Jotunheim di gemme preziose e metalli luccicanti non sanno cosa farsene, li trovano ovunque e ne hanno le tasche piene»

«E come sono gli uomini? Er mi ha detto che sono pelosi e bassi come i nani!»

Hoðr scosse la testa «Non dare ascolto a quella donna, appezza più i pettegolezzi che la vera conoscenza. No, direi che gli uomini sono molto simili a noi, anche se non alti come noi ma certo non bassi come un nano! E direi che non sono nemmeno belli come i Vanir… come una brutta copia degli Æsir, direi. E vivono davvero poco, poco più di un quarto di secolo!»

Thor spalancò la bocca, impressionato «Nemmeno gli insetti ad Asgard vivono così poco!»

«Sicuramente» commentò infine Hoðr «La loro brevissima vita li fa riflettere molto di più sulle loro azioni. Non hanno molto tempo per rimediare agli errori»

Con questo genere di conversazioni, uscirono dalla città e si inoltrarono nella tundra ghiacciata. Erano cresciute foreste di alberi dalle foglie rosse d'ovunque. Thor ammetteva che la neve bianca adagiata sulle cortecce blu e sulle foglie rosse era davvero bella, il silenzio della foresta era profondo. Quando tutta la carovana si fermò gli piacque molto potersi sgranchire vicino alle grosse radici degli alberi, le gambe che sparivano nella felce rossa come il sangue venoso. Affondando nella neve aveva camminato fino a tenersi in disparte e da dove si trovava poteva vedere Loki sveglio che osservava con sguardo penetrante i suoi fratelli che invece cavalcavano le bestie, chi con una lancia in mano e chi con l'arco. Thor si aspettava che sarebbero entrambi stati lasciati indietro. Per quanto non gli piacesse l'idea di rimanere lì senza far niente ammetteva comunque che non aveva poi molta voglia di guardare un inseguimento tra giganti. Si accontentava di aver avuto l'occasione di uscire dal castello e vedere qualcos'altro oltre il ghiaccio levigato dei muri della reggia e soprattutto poter respirare aria libera.

Mentre i cacciatori – e dunque la famiglia reale - si inoltrarono nel bosco, molti altri rimasero lì dove si erano fermati, per preparare un accampamento. Thor osservò, seduto dalla grossa radice del suo albero, chi andava a tagliare la legna, chi montava le tende, chi preparava il mobilio per la cena con la cacciagione. L'atmosfera tra gli Jotun era molto allegra, e nessuno badava particolarmente a lui, forse perché aveva già smesso di essere una novità o più probabilmente perché tutti volevano godersi quello svago. Dall'alto delle finestre dei suoi alloggi Thor poteva vedere quanto ci fosse da fare nella città di Utgarða. Era sempre brulicante di Jotun al lavoro per la costruzione di nuovi spazi per la città, grandi palazzi dalle forme di obelisco crescevano davanti a lui come immense stalagmiti che emergevano dal terreno, affilate e taglienti come una lama, ma che scintillavano al sole quasi fossero fatti di diamante. «Si preparano per l'inverno» gli aveva spiegato Hoðr «Quando calerà la Lunga Notte e farà molto freddo»

Quindi, Thor non era osservato. Ormai aveva capito che gli Jotun provavano lo stesso senso di orrore per gli Æsir come questi ultimi per gli Jotun. Doveva apparirgli molto brutto, rifletteva seduto lì, così bianco e con i capelli dorati e basso come un nanetto. C'erano altri giovani giganti nella carovana. Aveva imparato ad identificarli perché non avevano ancora le corna sulla testa ed erano mediamente più bassi degli altri, anche se alti come Hoðr. Tra loro non era Thor quello strano, perché Thor era di un'altra razza. Gli sguardi che lanciavano a Loki, invece, erano diversi da quelli curiosi e supponenti e spesso boriosi che davano a Thor. Ciò che per pochi attimi brillava nei loro occhi era il disgusto.

È malato.

Non sopravvivrà a lungo.

Loki sembrava fin troppo consapevole della sua condizione. Lo vide scansare un altro giovane estremamente più alto di lui e chiedere scusa per essersi intromesso. Poi il giovane e piccolo principe si mise in disparte per non intralciare nessuna delle attività del campo, finché nascosto dalla boscaglia, sparì.

Thor notò che nessuno se ne accorse. Voltandosi verso Hoðr lo vide a sonnecchiare fumando la sua pipa sulla slitta, con il viso rivolto verso il sole, i piccoli cristalli di neve nella sua barba si erano sciolti e l'avevano inumidita, ma era così folta e lunga che l'uomo non se ne era nemmeno accorto.

Il principe asgardiano così decise di scendere silenziosamente dalla sua grossa radice d'albero e raggiungere Loki oltre il limite visibile della foresta. Camminando per un po' lo trovò arroccato su una sulla sponda di uno stagno ghiacciato, con un bastone di legno così blu da sembrare nero rompeva la sottile crosta di ghiaccio per disturbare i pesci al suo interno. Grazie al rumore della neve che si pressava sotto i suoi stivali con un suono morbido mentre camminava, Loki si accorse di lui. Si voltò appena per controllare chi fosse, ma non appena lo vide i suoi occhi si incupirono. «Che vuoi?»

«Te ne sei andato senza dire niente a nessuno»

«E ti interessa perché…?» chiese con acidità.

«Volevo dirti una cosa» rispose determinato il bambino biondo, dandosi coraggio e gonfiando il petto. Loki invece non sembrava per nulla incline a volerlo ascoltare. Fece una smorfia e poi alzò gli occhi al cielo prima di lanciare via il bastone di legno e allontanarsi in direzione opposta alla sua. «Io non ti voglio sentire»

«Mi devi sentire per forza!» Thor gli andò dietro, ma Loki sbuffò «Non direi proprio, figlio di Odino. Impiegherò le mie orecchie per sentire qualcosa di meglio che le tue parole»

«E cosa, il silenzio della foresta?»

«Sarebbe mille volte meglio di te»

«Non mi importa, mi starai a sentire lo stesso» gli corse vicino fino a mettersi davanti a lui e l'altro lo fulminò con gli occhi «Se pensi di darmi fastidio continuando a guardarmi in quel modo e a dire che mi odi ti sbagli, non mi fai nessuna impressione»

«Te ne faccio abbastanza da convincerti a venire qui a parlarmi, mi pare!» sbottò l'altro.

«No, semplicemente le cose le dico in faccia. Quello che mi hai detto quella volta è stato cattivo, ed era una bugia. Voglio che tu ti scusi»

Questo sembrò lasciare l'altro bambino piuttosto allibito. «Cosa dovrei fare?»

«Scusarti con me!» disse Thor con più decisione.

Loki scoppiò a ridere «Questa è proprio bella! Io scusarmi con te! Ma per le Norne! Non lo farò mai!» lo scansò con uno spintone poco deciso e continuò a camminare «Ho detto la verità»

«Non è vero! Hoðr mi ha detto davvero come stanno le cose!»

«Oh!» Loki si voltò con un gesto teatrale «E immagino che ti puoi fidare delle parole di chi tuo padre ha scelto per accompagnarti qui, non è per nulla di parte!» disse poi con sarcasmo graffiante.

«Dovrei invece fidarmi di te?» lo schernì Thor «Perché nemmeno tu che sei uno sgorbio sei di parte?» ma dopo averlo detto vide lo sguardo di Loki indurirsi e il suo piccolo corpo tremare. «Ripetilo, se hai il coraggio» gli disse con voce bassa e minacciosa, mentre avanzava raccolse il bastone che aveva lasciato a terra e lo strinse tra le mani. «Ripetilo!»

Thor non si mosse né arretrò, piuttosto sorrise «Che vuoi fare, sgorbietto, non vorrai provare picchiarmi? Ti ritroveresti a mangiare fango dopo nemmeno un secondo»

«Aaah!» Loki urlò e iniziò a prenderlo a bastonate sulla testa, ma Thor si protesse immediatamente con un braccio e con l'altra mano tirò via il legno dalle mani di Loki, spingendolo via fino a farlo crollare nella neve, ma quest'ultimo si rialzò e gli si avventò addosso, schiumante di rabbia.

Thor invece trovava la scena piuttosto comica: tenendo le braccia tese riusciva a tenere a distanza l'altro bambino, senza che l'altro potesse raggiungerlo, come un muro inamovibile di forza e aria tra loro due, finché Loki non gli morse un braccio così forte da farlo ritrarre. Thor ebbe un solo momento di smarrimento prima di ritrovarsi a ruzzolare nella neve insieme a Loki che cercava di colpirlo, ma non riuscendo a fargli praticamente nulla di male. Forse l'unico serio dolore gli era venuto quando aveva sbattuto la testa cadendo a terra.

In un insieme di braccia e gambe che cercavano di agguantarsi alla fine Thor riuscì a rotolare via e separarsi da Loki, stravolto e con il viso sconvolto dalla rabbia della prima lotta della sua vita. Al principino asgardiano somigliava ad un gattino spelacchiato appena uscito dal bagno, tremante e in disordine. «Non sono io a dover chiedere scusa, figlio di Odino ma tu e tutta la tua dannata razza che dovete chiederla a me!» gli lanciò della neve che aveva raccolto nel pungo «Tu e tuo padre potete finire a marcire in Hel! È solo colpa vostra!» si alzò di nuovo e con le lacrime agli occhi iniziò a tirargli addosso tutto quello che riusciva ad afferrare, qualche pietra, delle foglie, soprattutto neve. «È tutta colpa di Odino e tu, stramaledetto figlio perfetto, dovevi morire prima di nascere!»

Thor sopportò la sua ira disperata senza capire, con lo smarrimento negli occhi. «Ma di cosa accidenti stai parlando?!» Loki gli lanciò un sasso che riuscì prontamente a schivare prima di urlare di rabbia.

«Nemmeno lo sai» si calmò quasi immediatamente, ma la sua ira non più esplosiva era ritornata ad essere freddo e distaccato odio. «Nessuno si è dato nemmeno la pena di dirtelo, né quell'imbecille del tuo tutore, né quella cagna di tua madre né quell'assassino di tuo Padre»

«Non ti azzardare a parlare così di loro! Sono la mia famiglia!»

«Una famiglia di ladri e ipocriti!»

«Pensa alla tua, di famiglia, quella che nemmeno ti guarda!» ma nell'esatto momento in cui finì di dire la frase se ne pentì amaramente. Si morse le labbra come se potesse rimangiarsele indietro, ma ormai avevano raggiunto Loki, che era rimasto impietrito sul posto, con gli occhi spalancati.

«Loki… aspetta…» gli disse avvicinandosi un poco prima di vederlo girarsi e afferrarsi il viso con le mani. «Io, scusami, non volevo…» provò ad afferrargli il braccio ma quello si voltò solo per osservarlo dritto negli occhi. I suoi erano talmente rossi da sembrare neri, contratti in una smorfia di disgusto e d'odio che fece tremare Thor. Loki scostò la sua presa sopra la spalla, la mano del principe scivolò sulla pelliccia morbida ma bagnata dalla neve.

«Mi fai ribrezzo, figlio di Odino. Io ti odio» lo disse con un tale senso di verità che la sua voce tremò e fece tremare tutto il corpo di Thor. Mai in vita sua il principe era stato guardato in un modo simile: su Asgard aveva trovato ragazzi invidiosi, bambini a cui non piaceva che spesso facevano battute o cercavano di sminuire tutto quello che faceva, ma in ognuno di loro c'era qualcosa che li aveva sempre resi meno cattivi, meno… dolorosi da sopportare: la riconoscenza, anche nell'invidia e nell'antipatia, del suo ruolo e delle sue capacità. Nessuno l'aveva mai odiato e mai avrebbe pensato che sarebbe davvero riuscito a farsi odiare da qualcuno.

Indietreggiò come se quell'unica espressione fosse stata più forte di ogni suo pungo.

Loki se ne andò, verso il bosco più fitto, e non si voltò più.

*

Thor rimase lì per lunghi minuti, a contemplare la superficie crepata dello stagno che stava per ricongelarsi. Le sue acque erano nere e i pesci erano come sottili presenze che smuovevano un tessuto scuro. Con le gambe rannicchiate sul petto e con sguardo mesto si malediceva per quello che aveva detto.

Sicuramente Loki aveva sbagliato per primo a dirgli tutte quelle cattiverie e Thor credeva che fosse legittimo pretendere delle scuse, però l'altro gli aveva detto che c'era qualcosa che non sapeva e questo qualcosa doveva essere una sua colpa… Non immaginava a cosa potesse riferirsi. Era stato immobile a pensarci su per molto tempo, mordendosi le labbra dandosi dello stupido per quelle parole che aveva detto. Di certo un Re non doveva farsi odiare, suo padre ne sarebbe stato deluso, come anche sua madre. Aveva saputo solo reagire alla rabbia con altra rabbia. Pensava che forse era proprio quello che Loki voleva da lui: che anche Thor si arrabbiasse tanto da ripagarlo nel suo stesso modo così da poter essere legittimato nel continuare il suo teatrino melodrammatico del personaggio odiatore che lanciava occhiatacce e maledizioni al personaggio odiato. Non era stato un comportamento da Re e nemmeno da Principe di Asgard.

E mentre ci ripensava e si rigirava tra le mani un sassolino lo sentì: un urlo acuto, singolo, morto strozzato. Era la voce di Loki, dopo la sfuriata di prima avrebbe potuto riconoscerla ovunque.

Si alzò immediatamente e seguì le sue orme nella neve tra la boscaglia, correndo tra gli alberi per diversi minuti ancora, nella sua mente infinite possibilità si erano dipinte: poteva essere caduto in un buco coperto dalla neve ed essersi spezzato il collo, o venire aggredito da un orso, o un albero poteva aver ceduto sotto il peso della neve e averlo schiacciato.

Poi arrivò invece in una piccola radura, un fuocherello era stato spento da poco, a terra c'era una grande quantità di orme mischiate al fango, però vicino al fuoco poteva vedere due zone di neve piatta e intatta, come se qualcuno avesse steso una coperta sul fuoco per riscaldarsi. Ne contò tre, e più in là inconfondibile orme ad U di ferro di cavallo.

Guardò nella direzione in cui sparivano e poi dietro di lui, da dove era arrivato. Considerò per un attimo che forse la cosa più prudente da fare sarebbe stato tornare indietro e avvisare qualcuno, a cui probabilmente sarebbe importato poco di Loki. Guardò di nuovo avanti e verso le orme di cavallo, oltre il bosco. La seconda opzione era andare a cercare da sé Loki per redimersi delle sue parole insensate.

Il fuoco scricchiolò ed emise l'ultima scintilla di vita prima di cominciare a far fumo.

Un bambino sarebbe tornato indietro ma un principe sarebbe andato avanti.

Capitolo 2

 

Hoðr si riscosse da suo torpore quando il cielo si annuvolò e il tempore dei raggi del sole si interruppe. Aprì gli occhi e sbadigliò. Vide che intorno a lui il fermento si era calmato e questo probabilmente aveva conciliato il suo sonno. Strofinandosi il viso con le mani gelate si guardò intorno per rintracciare Thor, ma non lo vide. Corrucciato, si alzò dalla slitta e guardò meglio, prima di cominciare a camminare per tutto l'accampamento per cercare il bambino. Dopo aver perlustrato tutto rimase interdetto e preoccupato.

«È andato dietro a Loki» gli disse uno Jotun con un grugnito, grattandosi una delle due corna e indicando con un cenno della testa la direzione in cui andare. Hoðr ringraziò velocemente e andò a seguire le impronte nella neve, ma quando arrivò allo stagno non vide nessuno, se non un grande imbroglio di tracce e neve sollevata in più punti.

Poi con un fragore, gli Jotun andati a caccia emersero dalla boscaglia, le bestie di Jotunheim battevano le zampe facendo tremare la terra. «Hoðr» disse una voce familiare. Helblindi si avvicinò sulla sua cavalcatura, dietro la schiena c'era un cinghiale grande quanto un lupo che sanguinava sulla neve smossa. «Cosa ti porta così avanti rispetto all'accampamento?»

«Cercavo Thor e Loki» disse brevemente, senza nascondere l'agitazione. «Si sono allontanati fin qui ma le tracce non sono più chiare»

«Noi non li abbiamo visti, asgardiano» rispose il principe «Altrimenti li avremmo immediatamente riportati indietro. Forse si nascondono tra gli alberi»

«Ho controllato e non c'è traccia di loro, la neve è immacolata»

«Mio principe» fu Thiazi ad avvicinarsi ai due ed affiancarsi al compagno «Abbiamo visto un accampamento umano non poco distante da qui, forse cacciatori anche loro, ma è stato smantellato in fretta»

«Ci avranno visti» disse un altro Jotun armato di lancia, i vestiti pregiati lo identificavano come un nobile «Dobbiamo averli spaventati e si saranno dileguati per non mettersi sulla nostra strada»

«Oppure» specificò Thiazi più caustico «Hanno visto due bambini molto strani e hanno pensato che la caccia fosse finita»

Helblindi lo guardò con un misto di terrore e agitazione. «Le Norne non vogliano!» esclamò Hoðr.

«Date l'allarme, adesso!» ordinò il principe «Non possiamo perdere il figlio di Odino nel nulla, né permettere che Loki cada in mano agli umani! Cercateli! Lasciate tutto e cercateli!»

*

Thor aveva seguito le tracce correndo nel bosco, oltre il suo limitare. Le orme di cavalli andavano verso le colline e si affrettò a superarle. Dalla loro sommità poté però vedere un fiordo roccioso e frastagliato che poi si apriva nel mare scuro e blu. Al suo interno, un porto e un villaggio di legno, piccole figure grigie si muovevano al suo interno.

Umani.

Vide la compagnia di quattro cavalli che stava seguendo lungo la strada che conduceva alla porta di ingresso. Da quella distanza non riusciva a vedere i loro volti, ma identificò le loro prede di caccia appese di lato ai cavalli e un sacco di lana grezza posto lateralmente sul dorso di uno dei cavalli che poteva essere grande abbastanza per infilarci dentro Loki, e a da come ondeggiava per l'andatura del cavallo si identificava una sagoma al suo interno.

Il principe si affrettò quindi a scendere dalla collina, facendo attenzione nel farlo all'ombra in modo da non essere riconosciuto. Mentre camminava aveva visto un carro che seguiva poco distante i cavalieri e quando gli passò vicino, Thor vi si buttò dentro, nascondendosi sotto il telo che copriva le botti del carico. Dall'odore doveva essere birra e anche molto alcolica, visto l'aroma pungente. Spiando dal telo si accorse di essere entrato nel villaggio e sgusciò via prima che il carro si fermasse e che venisse scoperto.

Dopo che un paio di persone lo guardarono intensamente, capì quello che aveva voluto dirgli Hoðr dicendo che gli umani sono come la loro brutta copia: bassi e scuri erano piuttosto brutti e, soprattutto, sporchi. Comprese di essere troppo vistoso, con le sue pellicce costose, il viso tondo e pulito e i capelli dai riflessi dorati.

Così abbassò la testa e si infilò in un piccolo vicolo. Qui si tolse gli strati più costosi e superflui di pelliccia e li buttò dentro una finestra, poi si rotolò a terra per sporcarsi i vestiti, prendendo una manciata di fango bagnato se la spalmò sui capelli per mascherare il loro colore splendente.

Puzzava.

Ottimo.

Quando uscì dal vicolo nessuno fece più caso a lui. Fortunatamente era ancora un bambino e non aveva raggiunto la sua piena altezza, perciò non si doveva preoccupare di stare curvo per non spiccare come un omaccione alto più di due metri tra tutti quelli umani.

Il villaggio non era nemmeno così grande, facendo il giro delle due case riuscì ad identificare di nuovo i quattro cacciatori che ridevano e sghignazzava tra loro. Uno di essi aveva su una spalla il sacco con dentro Loki, gli altri invece si preoccupavano di tenere l'altra cacciagione, ma parlavano concitatamente con un quinto individuo che indicò loro la direzione del porto, poi si strinsero le mani. Thor cercò di avvicinarsi a loro ma quelli sparirono di nuovo via, verso il porto.

«Signore» disse al tipo con cui avevano parlato «Cosa ha detto a quegli uomini?»

«Gli ho detto quale nave salpa per prima»

A Thor si gelò il sangue. Lo ringraziò velocemente cercò di barcamenarsi attraverso il villaggio per arrivare al porto, dove erano ormeggiate tre navi vichinghe, due uguali, una terza appena entrata che sbarcava pesce in quel momento. Guardando preoccupato intorno a sé non vide più i cacciatori.

Rimase a girare per le tre banchine per un po' cercando di non destare attenzione, finché non li vide, ma nessuno aveva più in mano nulla, anzi, contavano insieme del denaro, seduti vicino ad una casa, ridendosela allegramente. Se non fosse stato più urgente trovare Loki, Thor sarebbe andato lì a picchiarli tutti.

E poi, come se tutta la situazione non bastasse vide le altre due navi che si preparavano a lasciare gli ormeggi.

Preso dal panico corse verso una di esse urlando «Aspettate! Aspettate! Dove state andando?»

«In Islanda, ragazzo» rispose un omone dal petto largo che arrotolava le corde degli ormeggi. «Partiamo adesso»

«Anche l'altra nave va nello stesso posto?» Thor ignorava dove fosse l'Islanda, e come fosse fatta o dove si trovasse, ma non poteva lasciare che Loki ci arrivasse.

«Si, andiamo nello stesso luogo, portiamo uomini e notizie, ma riportiamo indietro cibo e altra roba buona» il tipo rise mettendosi la corda intorno al braccio «A te cosa importa?»

«Fatemi salire sulla nave!» Ovviamente non gli andava affatto di arrivare fino in Islanda, ma se avesse avuto il tempo di trovare e liberare Loki sarebbero potuti scappare.

«E che ci vuoi fare, sulla mia nave, bambino?»

«Venire in Islanda!» mentì Thor, anche piuttosto male, infatti il tipo non ci credette e gli rise in faccia.

«E perché dovresti partire?»

Questa volta non fu difficili mentire, alla fine era quello che Thor davvero pensava: «Ovunque è meglio di qui»

L'uomo si lisciò la barba in contemplazione e annuì, come se sapesse benissimo quello di cui stava parlando. «Non posso farti salire senza pagare. Se puoi darmi qualcosa, allora va bene, io me ne lavo le mani. Altrimenti smamma e non farmi perdere tempo»

«Ma io non ho oro…»

«Allora vai via e cercati un lavoro da fare prima di decidere di andartene» l'uomo si voltò e si avviò in lontananza sul pontile, gettando le corde nella nave.

«Aspetta» Thor lo disse con un filo di voce, stringendosi il petto «Io… ho qualcosa che però posso darti»

L'altro si fece attento, ma con molta difficoltà e col dolore nel cuore Thor si sfilò dal collo un ciondolo istoriato che Frigga gli aveva dato prima di partire. Era un oggetto molto bello, perché di foggia asgardiana, sua madre gliel'aveva donato con le lacrime agli occhi. Raffigurava i giardini di casa, erano il ricordo materiale che proveniva da lì e che un giorno ci sarebbe ritornato.

Lo tenne stretto tra le mani, guardandolo un’ultima volta e poi lo cedette al capitano. L'uomo lo prese con delicatezza, quando vide che il bambino glielo porgeva con tanta reverenza e se lo rigirò tra le mani rozze ed escoriate dal lavoro, osservandolo con attenzione.

«Dove lo hai preso?» gli chiese ma Thor non rispose. Allora l'adulto gli fece segno con la testa di salire a bordo, dove già altri uomini si stavano preparando al viaggio.

Guardò per l'ultima volta il capitano della nave che si infilava il ciondolo al collo e si voltò per cercare Loki, col cuore pesante, ma si diceva che aveva fatto bene, che era ciò che avrebbe fatto un vero Principe, non attaccarsi alle cose materiali. Fensalir gli sarebbe rimasto nel cuore e nella mente, del ciondolo poteva farne a meno.

E poi, come se non avesse avuto abbastanza danni in una sola giornata, una volta salito sulla nave e averla percorsa in lungo e in largo, non trovò Loki. La nave stava per separarsi dal molo, e Loki non c'era. L'irritazione e lo sconforto lo colsero, prima che potesse precipitarsi fuori dalla nave.

Si diede dell'idiota presuntuoso per aver creduto di poter salvare Loki da solo, del vanaglorioso borioso e soprattutto irrispettoso per aver ceduto il cimelio di sua madre con tanta facilità per colui che lo odiava. E poi, quando alzò la testa per scendere alla barca vide la seconda che era già partita, era già più avanti nel fiordo. Uno degli uomini aveva un sacco familiare sulla spalla e lo stava adagiando in posizione fetale ai suoi piedi.

«Oh, ma le Norne vogliono prendermi in giro!»

 

*

 

E così si era ritrovato ad affrontare giorni di navigazione, su una barca primitiva su un pianeta lontano dal suo, ad anni luce di distanza da chi lo conosceva, tra persone di una razza diversa ad inseguire una nave in Islanda per salvare una persona che lo odiava.

Perse il conto di quante volte si diede dello stupido. Sperava almeno che Hoðr e gli Jotun avessero cominciato le ricerche e che li stessero inseguendo con le loro navi, altrimenti davvero non immaginava come riportare indietro Loki da qualsiasi posto stessero per andare a visitare.

Le navi umane erano un disastro, scricchiolavano e ballavano a destra e sinistra sulle onde del mare, provocandogli violenti mal di mare. Quando per la prima volta da giorni riuscì ad arrivare così a sud da vedere la notte il sollievo fu effimero, poi arrivò il freddo e si diede ancora dello stupido per aver abbandonato le pellicce. Poi fu la volta della tempesta e ne uscì terrorizzato, bagnato come un pulcino e con lo stomaco ormai atrofizzato e la bocca che sapeva dell'acidità del vomito.

Alla fine, dopo estenuanti giorni, arrivarono in vista della terra e Thor sentì di nuovo parlare, gli animi degli umani si rialzarono e tutti furono in fermento per scendere al porto.

Si chiese come se l'era cavata Loki durante il viaggio ma si scopriva a non volerlo sapere davvero, troppe implicazioni emotive in cui non aveva più voglia di andarsi a buttare. Che Loki fosse instabile lo aveva capito e si aspettava anche che dopo averlo salvato probabilmente si sarebbe rifiutato di andare con lui. Thor si preparava all'eventualità di dargli un colpo in testa e trascinarselo via a forza.

Sta di fatto che arrivarono finalmente in Islanda.

Anche qui approdarono in un fiordo, profondo e imponente, nel cui nucleo più interno c'era una città fortificata in pietra, con basse mura merlate e una torre svettante sul mare. Thor dalla nave riusciva a ben vedere le sentinelle armate di lance rudimentali che sorvegliavano gli ingressi e scrutavano verso l'entroterra. «Chi è che governa queste terre?» chiese poi al comandante della nave che aveva scoperto chiamarsi Dort.

«Il re ovviamente. Ma se vuoi sapere chi c'è lì» e indicò il castello con un cenno della testa «Allora ti posso dire che ci sta Erik il rosso. Non un tipo affabile. Se paghi quello che vuole ti lascia stare. I problemi sorgono quando non hai niente, come la maggior parte delle persone qui. Sono molti quelli che fanno debiti»

Thor non poté non fissare gli occhi sulla seconda nave che li aveva affiancati nel viaggio mentre approdava nel fiordo e si attraccava al secondo distante pochi metri da quello in cui si stavano dirigendo loro. Con gli occhi stretti e attenti ad ogni movimento vide quel sacco venire prontamente caricato su un carretto dalla stessa persona che l'aveva portata sulla nave.

«Beh, ragazzo» Dort gli spettinò i capelli e li fece strada sul pontile «Spero che tu possa trovare un modo di vivere qui o altrove» poi afferrò il ciondolo che gli aveva donato come pagamento e lo mise al sicuro dentro una sacca, nascondendolo alla vista degli altri paesani. «Grazie per questa, mi permetterà di pagare il mio, di debito»

«Grazie, e possano le Norne tessere una vita felice per te»

«Che gli Æsir e i Vanir ti soccorrano in caso di bisogno» rispose lui come una formula religiosa. Thor lo trovò abbastanza strano, visto che lui stesso era l'Æsir che stava accorrendo in caso di bisogno e che piuttosto sperava nell'intervento degli Jotun, ma comunque gli sorrise anche solo per la sua gentilezza oltre alla sua risposta esilarante. Si strinsero la mano e poi il ragazzino corse verso il carretto caricato con Loki che intanto stava venendo portato oltre le mura interne, dritto verso il maschio del castello.

Infiltrandosi in paese cercò di entrare nel palazzo, ma le guardie lo fermarono immediatamente, deridendolo e scambiandolo per un mendicante.

«Non c'è posto qui per te!» dissero «Vai via»

Oh, se solo avessero saputo… Thor era tentato di dire a tutti chi era. Però sapeva che nessuno gli avrebbe creduto. Lo stomaco gli doleva per la fame, la testa girava per la stanchezza del viaggio e ormai si stava facendo notte. Si sedette così ad un angolo della strada, a sorvegliare le grate del castello, le quali vennero prontamente chiuse al calar della sera. Una delle guardie l'aveva guardato a lungo e quando se ne andò per la fine del suo turno gli lanciò un pezzo di pane. «Non concluderai nulla standotene qui» gli disse «Vai al mercato, Erik il Rosso non fa carità»

Thor raccolse il pezzo di pane da terra e lo pulì dal fango, grato di poter mangiare qualcosa, finalmente. Si strinse di più nei suoi vestiti consumati e bagnati e si rannicchiò al suo posto. Mentre mangiava quel pezzo di pane – disgustoso, inutile dirlo, niente a che vedere con quello che facevano a casa - osservava il castello fintanto che c'era luce, per trovare un modo per entrare, ma alla fine, la stanchezza e il sonno prevalsero.

 

*

 

Era difficile cavalcare quella bestiaccia, Hoðr doveva ammetterlo. Gli avevano dato una bestia di Jotunheim per facilitare anche a lui le ricerche, ma quel mostro doveva essere davvero ottuso o fin troppo intelligente per non capire e seguire i suoi ordini. Aveva rischiato di venire disarcionato un paio di volte ma per fortuna si era aggrappato abbastanza bene da rimanerci attaccato addosso.

«Non lo ripeterò un'altra volta»

Avevano perlustrato praticamente tutto il bosco, facendo arrivare rinforzi da Utgarða ma senza successo. La naturale conseguenza era stata spaventare quei poveri umani nel loro piccolo villaggio.

Helblindi era fin troppo intimidatorio, lì sulla sua cavalcatura che masticava il cavallo di un pazzo che aveva cercato di abbattersi contro di lui, il quale ora giaceva a terra a macchiare di rosso il fango. Minacciò con la sua lancia tutti i presenti e urlò: «Chi ha visto due bambini, uno simile ad uno Jotun e uno biondo?»

Tutti avevano negato di aver visto chiunque, nessuno sapeva niente, e il peggio era che probabilmente davvero nessuno di loro sapeva nulla. Una volta tornati indietro come avrebbero fatto a dirlo a Laufey? Cosa avrebbe detto lui ad Odino? La sua testa sarebbe finita su una picca. Perdere un principe perché aveva fatto un sonnellino: perseguibile a vita nel modo peggiore.

«I-io…» si fece avanti una piccola donna che alzò una mano.

«Iðr, no! Cosa fai!» suo marito provò a zittirla e la riportò nel ammasso stretto degli esseri umani terrorizzato.

«Lasciala parlare, umano, e forse vi lascerò vivere» intimò Helblindi, terribile e minaccioso.

Iðr si fece di nuovo avanti, con la testa basta e con aria servile e reverenziale, oltre che impaurita. «Mio grande signore» disse, con la voce che le tremava «Nessuno ha visto un bambino con la pelle blu. N-noi, siamo molto pochi e il villaggio è piccolo e tutti lo avremmo notato… però io ho visto l'altro… il bambino biondo»

«Siano ringraziate le Norne! Dov'è?!» esclamò Hoðr improvvisamente sollevato.

La donna scosse la testa «Io… l'ho visto che pagava il vecchio Dort per la barca che portava in Islanda…»

«Che cosa?! In Islanda?»

«Però!» la donna alzò il viso verso Hoðr che evidentemente non le incuteva timore e aggiunse «Prima l'ho visto parlare con Bjorn! Gli ha detto qualcosa!» e dicendolo indicò un tale che scosse la testa, ma due Jotun lo afferrarono dal mucchio e minacciarono con le loro lame di ghiaccio. La folla urlò.

«Parla, uomo, se non vuoi dover raccogliere le tue interiora da terra»

«Io… io non pensavo fosse il bambino che cercavate voi… sembrava un medicante qualunque»

«Io l'ho visto. L'ho visto sporcarsi i capelli dorati e la faccia!» aggiunse Iðr «Non voleva farsi riconoscere»

«Mi ha chiesto cosa mi avevano chiesto loro!» e indicò quattro uomini in disparte «Loro! I cacciatori! Loro hanno detto che avevano qualcosa da vendere al conte Erik il Rosso in Irlanda! Lo hanno detto al suo ambasciatore!»

Se possibile, Helblindi divenne ancor più minaccioso quando scese dalla sua cavalcatura e andò ad afferrare uno dei quattro per la testa, alzandolo di diversi centimetri da terra «Inutile essere umano, che cosa hai fatto, parla se non vuoi morire!»

«Io… Non è colpa mia! Non è stata mia l'idea, ci ha pensato lui io…» Helblindi strinse la mano sulla sua testa e quella si fracassò come un pezzo di pergamena stropicciata. «Non ho bisogno di chiacchiere» e scosse la mano per pulirsela dal cervello del disgraziato.

La folla urlò impazzita e si dileguò lontano dagli Jotun, mentre quest'ultimi afferravano i tre superstiti. «Allora? Ancora non volete parlare?»

«Noi non sapevamo fosse importante, l'abbiano trovato e abbiamo pensato che…» anche quest'ultimo fu ucciso prima che riuscisse a finire la frase, lo Jotun che lo teneva, sotto un cenno del principe gli spezzò il collo.

«Tu invece hai qualcosa da dirmi?»

«Per favore, no… abbiamo i soldi che abbiamo ricavato…» e venne trapassato da una lama di ghiaccio.

«Allora? Tu vuoi parlare? Perché se non lo fai sarò costretto a torturarti a lungo, e sarò famoso per la mia pietà per gli umani, ma tu non ne vedrai nessuna, uomo»

«Va bene ve bene!» iniziò quello, alzando le mani «Noi stavamo cacciando e questo essere blu ci si è parato davanti mentre camminava nella foresta. Non sapevamo fosse un bambino Jotun, lo giuro su tutto quello che vuoi, abbiamo pensato fosse qualche folletto del bosco venuto da Jotunheim! Lo abbiamo catturato e venduto al conte Erik il Rosso per avere i soldi per comprare la carne per la lunga notte! Ti prego, ti prego… ti ho detto tutto quello che volevi, io non ho più colpa!»

«Certo… non hai colpa. Volevi solo prepararti all'inverno»

«Sì! Ti prego, risparmiami» pianse quello, in ginocchio, con le mani sporse verso Helblindi.

«Oh, sicuramente» gli rispose, prima di aprirgli la gola in due e girarsi prima di vederlo crollare a terra agonizzante. «Ti risparmio il problema» risalì poi sulla sua cavalcatura e disse a Byleistr che nel frattempo aveva guardato il tutto in silenzio: «Va da nostro padre e spiegagli l'accaduto. L'asgardiano sarà andato ad inseguire Loki. Io vado a preparare la nave» i due fratelli si diedero uno sguardo di intesa e poi si divisero.

Hoðr rimase un attimo a guardare quei cadaveri che Loki si portava sulla coscienza. Si voltò anche lui e seguì Helblindi.

 

*

 

Thor fu svegliato da un getto d'acqua addosso. Si alzò urlando per lo spavento. «Sloggia, bambino, i conti non devono sentire la tua puzza quando arriveranno» Thor sbatté le palpebre e improvvisamente gli ritornò addosso la consapevolezza di dov'era e di cosa stava facendo. Guardò la vecchia che stava spazzando cortile davanti all'ingresso del castello e che l'aveva scacciato.

«Sta per arrivare il conte?»

«Ma dove hai vissuto, ragazzino? È la festa del Conte, verranno tutti i suoi parenti dagli altri fiordi! Ci sarà un gran trambusto qui, meglio se te ne vai! Al conte potrebbe venire l'idea di farti impaccare solo perché sei brutto! Su su, vai via!»

Thor indietreggiò e si spostò dal cortile, aggirando una ragazza che imprecava «Non ne ho trovati!» disse alla vecchia che stava lì a spazzare. «Questo posto è pieno di orribili deformi!»

«Nemmeno qualche schiavo? E ora che si fa?»

«Non lo so proprio! Anche se un paio di schiavi li ho chiesti in prestito a qualcuno che già conoscevo… ma sono pochi! Me ne servirebbero minimo altri tre o quattro… Certo però il Conte poteva farsi venire questa idea qualche giorno prima! Dove li trovo dei bei valletti per la festa in questo posto dimenticato dagli dei?»

Thor si girò e sorrise. Non è propriamente dimenticato dagli dei, ci sono qui io!

Rincuorato dalla sua fortuna corse fino al fiordo ancora quasi deserto per l'ora mattiniera. Si guardò intorno e cercò se poteva trovare qualcosa che potesse servirgli… e dopo un po' vide un giovanotto uscire dalle stalle e spazzolarsi le mani, un possessore di una bella tunica rossa. Il principe gli si avvicinò «Scusami?» gli chiese da dietro e quando quello si voltò gli menò un pugno dritto in faccia che lo fece stramazzare al suolo. Senza difficoltà lo spogliò della tunica e delle brache e gli lasciò le sue logore dal viaggio, ma se fossero stata rammendate a dovere e pulite sarebbero tornate ad essere belle «Ringrazia le Norne, piccolo umano» gli disse e si gettò poi nudo nell'acqua gelata del fiordo.

Si lavò velocemente togliendosi di dosso tutto il lordume del viaggio e della dormita all'aria aperta e si infilò i vestiti rubati. Specchiandosi nell'acqua dell'abbeveratoio dei cavalli si sistemò i capelli tornati biondissimi e poi si schiaffeggiò un po' la faccia mordendosi forte le labbra. «Sif diceva che le donne facevano così, ora vediamo se funziona» e infatti subito le sue guance divennero rosee e le labbra di un bel colore.

Si agghindò un altro poco, compiaciuto di potersi definire davvero bello, anche se somigliava ancora troppo ad una bambinella ma si riteneva soddisfatto.

Così fece la strada a ritroso e chiamò la vecchia che ancora stava lì a sistemare l'ingresso. Quando si voltò lo osservò bene e non lo riconobbe e gli sorrise apertamente «Buon giorno, giovincello. Cosa fai qui così presto?»

«Mi hanno detto che cercate valletti per il banchetto»

 

 

Capitolo 3

 

 

Quando Loki venne capovolto e sfilato via dal sacco in cui era rimasto per tutti quei giorni dovette prima di tutto abituarsi alla luce. Poi l'aria fresca e pulita dell'esterno gli investì i polmoni costringendolo a tossire. Quella sotto le sue gambe era ruvida pietra, quindi nulla di familiare.

La testa gli girava e lo stomaco contratto aveva smesso di brontolare per la fame. Completamente privo di energia si accasciò a terra, i muscoli gli tremavano per l'immobilità, se provava ad alzare la testa sentiva solo dolore lungo tutta la schiena. Anche se la vista turbinava e la luce del mattino gli feriva gli occhi riuscì a riconoscere una sagoma che gli si avvicinava.

«Un folletto dei boschi, dici?» era una voce bassa, ma non profonda e roca come quelle familiari che conosceva. Riuscendo a distinguere le forme che lo circondavano, Loki vide troppi colori: il marrone scuro del legno, la pietra grigia, una macchia gialla di una persona con un abito sgargiante.

Umani. La paura lo riscosse abbastanza da permettergli di acuire i sensi, il cuore batteva all'impazzata e il sangue gli fluiva nel corpo che tremava ma era pronto allo scatto e alla fuga. Ma a cosa sarebbe servito? Dov'era? A casa non c'erano castelli umani con costruzioni in pietra, e lui sapeva di essere stato su una barca per lunghi giorni.

Una mano gli teneva la testa, afferrandogli i capelli, dall'odore pungente riconobbe l'uomo che l'aveva portato con sé fin lì e che, sulla barca, ogni tanto, lo pungolava nel sacco per sapere se fosse ancora vivo.

Invece c'era un uomo davanti a loro, su basse scale che portavano ad un trono. Forse era l'essere umano più strano che gli fosse mai capitato di vedere: non tanto basso come tutti gli altri, e non con i capelli scuri, ma di una strana tonalità di rosso chiaro. Aveva la barba folta, intrecciata in modo bizzarro. Anche i suoi abiti lo erano: era lui la macchia gialla che aveva visto, abiti dorati e bordati di complicati riami color bronzo, lo stava guardando come si analizza un incredibile animale.

«E lo hanno trovato nei territori degli Jotun?» il ricco umano scese le scale e iniziò ad esaminarlo. Aveva in mano una mazza intagliata, forse simbolo di potere, che usò per toccare Loki e fargli girare la testa per osservarlo meglio. «Sì, mio signore» rispose l'altro umano che lo teneva ancora per capelli.

«Certo non è uno Jotun» considerò il nobile «E più piccolo persino di mio nipote, ma non credo sia un qualche folletto. Tu pensi che porti fortuna?»

«No, direi proprio di no. Abbiamo dovuto affrontare una tempesta durante il viaggio e molte volte il vento aveva smesso di soffiare»

L'uomo con la barba rossa fece una piccola smorfia per poi incrociare le braccia «Forse ha qualche tipo di magia. Se l'avesse avrebbe avuto tutti i motivi per farvi affondare tutti» rimase così fermo a guardare Loki per qualche secondo ancora, poi si chinò un poco «Sa parlare?»

«Non ha detto nemmeno una parola»

«Tu» apostrofò Loki «Capisci quello che dico?»

Loki rimase muto come una tomba ma lo guardò con la peggiore delle espressioni che riuscisse a fare. Non avrebbe permesso a nessuno di sapere chi fosse o quanto prezioso potesse essere. Se invece pensavano che lui non potesse capirli, tanto meglio: li avrebbe ascoltati silenziosamente scoprendo il più possibile su dove si trovava e come poteva andarsene.

La mano lo strattonò indietro quando si dimenò «Mio signore Erik, non credo che ci capisca».

Il nobile si rimise dritto e si rigirò tra le mani il suo scettro intagliato. «È un mostriciattolo bizzarro, ma non abbastanza brutto da spaventare i miei ospiti» Considerò il conte «Penso che le dame non ne sarebbero spaventate, se lo vedessero» Tornò ad osservare meglio Loki ancora una volta e poi tornò a sedersi sul suo scanno. «Ho deciso» disse «Che potremmo tenerlo qui durante il banchetto. Sarà un buon divertimento e un argomento di conversazione decente, per lo meno. Dagli una ripulita e rendilo presentabile… ah, e non copritelo troppo. Se viene da Jotunheim non sentirà sicuramente freddo, e sarebbe più d'impatto mostrare quei segni sul corpo» poi, con un gesto della mano liquidò la faccenda tornando poi a leggere delle carte che si era lasciato di fianco allo scanno.

L'uomo che lo teneva rimise Loki nel sacco di tela, con più difficoltà di quanta ne avesse impiegata per togliercelo e se lo portò dietro nel castello fino a lasciarlo a tre donne umane, ma preoccupandosi prima di legargli la bocca e le mani per evitare che mordesse o facesse del male alle umane.

Le tre poi si infilarono dei guanti di tessuto spesso per evitare di toccarlo. «Non congela al tocco come gli Jotun» gli aveva detto l'uomo ma loro non ci avevano comunque creduto e timorose, mentre due gli rovesciavano acqua addosso e gli strofinavano il corpicino per pulirlo, l'altra stava lì armata con pugnale pronta a ferirlo alla prima ribellione.

Loki rimase calmo, seppur nella rabbia e nell'umiliazione cocente, mentre lo pulivano e gli toglievano i vestiti. La spazzola che stavano usando gli graffiava la pelle ma non emise nemmeno un gemito, nemmeno quando il sapone cominciò a pizzicargli gli occhi e a bruciare come un’ustione.

Lo asciugarono poi velocemente con un panno e gli infilarono delle braghe corte di tessuto nero, sistemandogli i capelli in una treccia dietro la testa. E dopo di ché Loki si ritrovò con anelli d'oro tra i capelli, bracciali sonanti alle braccia e alle caviglie, agghindato come un animaletto esotico, o uno schiavo di lusso.

Gli chiusero una catena al collo e lo legarono ad una parete, per poi lasciarlo solo nella piccola stanza, con una minestra poltigliosa dentro una coppa e un cucchiaio di legno. Loki si costrinse a mangiarla, anche se l'odore non gli piaceva, come nemmeno il sapore e nello stomaco faceva male. Si rannicchiò nell'angolo in cui era stato legato, a tenersi l'addome e a trovare tutte le forze che aveva per non rimettere quel poco che aveva mangiato. La rabbia e la determinazione alla sopravvivenza lo aiutarono a sopportare il cibo umano che non conosceva, che forse non poteva mangiare. Ma quando i crampi allo stomaco finirono e la fame si fu calmata quella rabbia sfumò via.

Il silenzio della camera si fece pesante, gli entrò nella mente, e si coprì la faccia con le ginocchia per non farsi vedere nemmeno dalle pietre delle pareti mentre iniziava a piangere.

*

La sala in cui l'avevano portato era evidentemente la sala più grande di tutto il piccolo castello. Era gremita di umani, quanti non ne aveva mai visti prima. Loki la osservava seduto vicino allo scranno del Conte, alla cui base era stato legato. C'erano diversi tavoli disposti ad U, il punto centrale nel posto del proprietario del castello, circondato da quella che doveva essere la sua famiglia, la quale condivideva i suoi stessi capelli rossi. Da dove si trovava poteva venir osservato da tutti e non mancava chi lo indicasse e parlasse di lui a gran voce.

Anche se la sua espressione era arcigna, pareva non spaventare nessuno: molte donne si erano avvicinate a lui e l'avevano guardato con curiosità, dicendogli qualche parolina scema che lui finse di non capire. E i bambini umani! Per carità, li avrebbe uccisi tutti se ne avesse avuto l'occasione, loro che lo punzecchiavano o che gli lanciavano cose addosso per attirare la sua attenzione, fino a che il Conte Erik non li ammoniva di lasciar stare il suo animaletto, il suo folletto, il suo coso, qualsiasi cosa fosse. Bastava che specificasse che fosse di sua proprietà, che lui l'aveva comprato, che lui possedeva questa novità che nessuno in quel buco umano aveva mai visto.

E poco importava se il suddetto animaletto avesse lo sguardo basso, non era divertente se non guardava male i presenti; se si dimenava, la corda tornava stringergli il collo. Ma Loki poteva resistere: continuava a ripetersi che poteva sopportare tutte le umiliazioni che quei miseri umani sarebbero stati in grado di immaginare, lui era Loki figlio di Laufey. Sperava, sperava con tutto sé stesso che qualcuno lo stesse cercando, che suo padre non si fosse limitato ad alzare lo sguardo e dire che non gli importava cosa gli fosse successo, che almeno suo fratello Helblindi - non sperava nemmeno in Byleistr - ma almeno lui lo stesse pensando, che lo stesse cercando.

Loki per primo non sapeva dove si trovasse, lui per primo non sapeva se doveva rimanere fermo lì a subire quella prigionia o cercare di scappare e tornare indietro. Ma lì, in quel momento, quando Erik il Rosso gli gettò ai piedi un pezzo di carne neanche fosse un vecchio cane promise a sé stesso che non si sarebbe mai ridotto allo stesso modo. Avrebbe ucciso, disonorato, tradito tutto quello che c'era di più sacro in quel mondo pur di non rimanere così, per non tornare ad essere così schifosamente… debole… e fragile e inutile e orribile agli occhi di Umani e Jotun e Æsir, non avrebbe pianto davanti a loro, né avrebbe raccolto quel pezzo di carne che anche se la fame aveva tornato a mordergli l'anima, non avrebbe accettato. Diede un calcio a quell'avanzo perché lui non era uno scarto, lui non era un avanzo. In qualche modo l'avrebbe dimostrato ai Nove, che Loki Laufeyson non era una nullità.

E poi una mano bianca gli lasciò un piatto con del pesce arrostito vicino al piede ingioiellato con quelle ridicole campanelle e Loki alzò lo sguardo. Un paio d'occhi azzurri, che avrebbe potuto riconoscere ovunque, gli sorrisero. Thor gli aveva lasciato forse l'unico tipo di cibo non stranamente elaborato che non avrebbe fatto male al suo stomaco. Rimase solo per un attimo a spingergli il piatto più vicino e poi a lasciargli un boccale d'acqua prima di riprendere il giro dei tavoli tornando a versare vino nei broccali.

Loki, ammutolito e sconvolto lo seguì con lo sguardo come se avesse visto il sole dopo mesi di notte buia e senza stelle. Lo vide chiedere cortesemente ad una signora se volesse qualcosa da bere e lei gli sorrise stringendogli una guancia, ammirata.

Ecco, Thor era bellissimo e perfetto in quel luogo: la chioma dorata e il viso pulito che catturavano chiunque come se fosse stato il più bello e il più amabile dei valletti, non lo avrebbero mai incatenato ad una sedia, non l'avrebbero mai toccato con i guanti, non l'avrebbero rapito se l'avessero visto camminare da solo perché strano o diverso. Lui era solo migliore, qualcosa che Loki non sarebbe mai stato.

A quel pensiero gli salirono le lacrime agli occhi e un groppo al cuore che cercò di ingoiare, mangiando il cibo che gli aveva portato con una voracità che pensava di non avere. Tutto il suo corpo, dalla bocca alla mente, si rilassarono a quel sapore familiare e conosciuto.

«Peccato che il demonietto non sappia parlare, ci potrebbe raccontare com'è Jotunheim» disse qualcuno all'improvviso.

«E cosa vuoi che sia? Un posto ghiacciato pieno di giganti! C'è bisogno di chiederlo? Vai oltre il mare e puoi vederlo!» fu un'altra voce a rispondere, la quale suscitò grande ilarità.

«Secondo me quel coso nemmeno l'ha mai vista Jotunheim» rispose un altro uomo. «I giganti sono qui da secoli ormai. Sarà nato qui»

«Lo credo anche io» commentò poi una donna vicino a Loki e gli lanciò un’occhiata «è sicuramente un cucciolo, insomma guardatelo»

«Tu dici, mia cara?» Erik il rosso si voltò e abbassò la testa per guardare Loki «Cosa ti fa pensare che sia un cucciolo?»

«Uomini! Non li sanno nemmeno riconoscere i bambini!» risate femminili generali.

«Se proprio dobbiamo considerarlo tale… i bambini sono solo umani» considerò poi un vecchio che sedeva sempre al tavolo del conte.

«Ma anche gli dei hanno bambini»

«Certo, sono dei! Cosa posso fare invece i giganti di ghiaccio? Magari si creano da soli dalla neve dei ghiacciai!»

«Ignorante!» lo apostrofò un altro lanciandogli qualcosa addosso, scatenando altre risate «Che vuoi saperne tu che non metti nemmeno il naso fuori dalla finestra! Lo sanno tutti che gli Jotun fanno i figli, solo che crescono subito enormi come sono loro!»

«Non si è mai vista una donna Jotun, da nessuna parte! Sono tutti grandi e grossi e con le corna!» commentò un'altra donna. «Non oso immaginare come possano essere brutte le loro femmine!»

«Ma va là!» rispose lo stesso che aveva gridato poco prima «Non ci sono gigantesse perché non ne hanno!»

Un vociare confuso si diffuse per la sala «Ma scusami, amico mio, hai appena detto che si riproducono come noi!» Erik calmò gli animi parlando più forte.

«Perché sono tutti sia femmine che maschi!»

«E tu come lo sai?»

«Prova a passargli sotto le gambe la prossima volta che ne vedi uno!» altre risate generali e ilarità si diffusero nella sala. Loki teneva gli occhi bassi sulle sue ginocchia per cercare di estraniarsi dalla conversazione e non arrabbiarsi di più per il tono che stavano usando contro la sua razza.

«Allora forse il folletto lì è uno dei loro cuccioli» disse qualcuno e tutti tornarono a guardarlo. «… che forse non è ancora cresciuto»

«È forte come un gattino e pericoloso come una pulce!» commentò Erik «E poi questo andrebbe contro la tua idea di Jotun che sono sia maschi che femmine. È visibilmente un maschio»

«Io credevo fosse una femmina, a dire il vero» disse un altro uomo.

«Anche io pensavo fosse una femmina!»

«Ma no, che dici è un uomo!»

Altra confusione nella sala, chi urlava «Maschio!» e chi altro che diceva «Ma no, ma no! È una femmina!»

«Basta, basta, amici!» un uomo con un calice in mano si alzò da tavola e urlò sul vociare degli altri invitati «È facile sapere quali delle due… perdonate, tre teorie è la verità! Prendete il folletto e vediamo!»

Molti annuirono e altri batterono le mani «Io scommetto!» gridò qualcun altro «Chi scommette con me?»

E a quel punto Loki non poté più fare la parte di chi non capiva. Guardò terrorizzato Erik che dava un cenno a due uomini che si diressero verso di lui e cominciò a tremare, rannicchiando le gambe contro il petto e stringendole a sé come a volersi chiudere in un guscio impossibile da aprire, allontanandosi dallo scanno tentando di fuggire via «No!» urlò «Lasciatemi!»

«Il coso parla!» urlò qualcuno, prima che uno dei candelabri legati al soffitto crollasse sulla testa dei due uomini. Ci furono urla e chi pronto a sguainare la spada si avviava a raggiungere i compagni caduti a terra mentre una zazzera dorata correva verso Loki.

«Ragazzino, che stai facendo?!» gli intimò Erik alzandosi dalla sua sedia ma Thor lo spinse a terra per arrivare a Loki e con le sue mani forti riuscì anche se con difficoltà a spezzare la corda che lo teneva legato. «Corri!» gli ordinò, e insieme corsero nella sala, guidati dalla precedente esperienza di Thor, verso le cucine.

Si infilarono nei corridoi della servitù, Thor aveva in mano un vassoio con cui spostava i poveri sorpresi che si trovavano sulla loro strada. Una volta arrivati alla cucina riuscirono a sgusciare sotto i tavoli, oltre i camini accesi poi dritti oltre la porta verso l'uscita del castello, oltre lo spiazzo dell'ingresso, fin quando non furono fermati da una muraglia di soldati di guardia all'ingresso.

«Fermateli! Fermateli!» gridava chi accorreva dietro di loro.

«Vieni con me!» ordinò Thor afferrando la mano di Loki e tirandoselo dietro scappando via di lato. Loki ebbe un brivido non appena la mano dell'altro lo toccò, ma non ebbe il tempo di sorprendersi di quel tocco che fu trascinato dietro di lui sulle scale. «Thor» diceva con il fiatone, la testa che girava «Thor, non ce la faccio»

Allora il principe asgardiano fece forse l'unica cosa che potesse ancora sorprendere Loki: si voltò velocemente verso di lui e se lo caricò sulle spalle come una sacca da viaggio. «Tieniti» gli disse afferrandogli le gambe sottili mentre Loki si avvolgeva intorno a lui come una piovra, aggrappandosi forte alle sue spalle mentre l'altro continuava a correre.

«Questo sarà un po' scomodo» avvisò, buttandosi poi nel canale di scolo delle acque piovane che circondava lo spiazzo. Si appiattirono uno contro l'altro nel canale prima che Thor lo rialzasse a forza e se lo ricaricasse sulle spalle correndo via per le strade laterali della città «Meno male che sei così piccolo, altrimenti non ci saremmo passati»

Loki non rispose, ma si aggrappò ancora più forte a lui finché il biondo non si nascose dietro un carretto azzoppato all'angolo di una strada, acquattandosi contro il legno «Va bene. Ora troviamo qualcosa con cui coprirci e poi ripartiamo, va bene?» Il cuore di Loki martellava così forte che riusciva a sentirlo sulla schiena.

Lo fece scendere delicatamente ma rimase sconvolto. Lo osservò ad occhi aperti, ammutolito e con la bocca spalancata. «L-loki?» chiese, ma non era un piccolo Jotun quello che lo stava guardando con grandi e spalancati occhi azzurri.

Era un ragazzino pallido con i capelli scuri stravolti intorno al viso tondo e bianchissimo, unica macchia di colore erano le guance arrossate per il respiro pensate e la paura. «Cosa c'è?» chiese il bambino prima di rendersi conto, guardando una delle sue mani, di non avere più la sua pelle scura.

Urlò, ma Thor riuscì a tappargli la bocca prima che potesse essere sentito. Con il viso praticamente coperto a metà dalla sua mano Loki lo guardava terrorizzato «Loki, calma, calma. Non abbiamo tempo di pensarci adesso. Più tardi ci penserai. Adesso dobbiamo solo pensare di andarcene. Dobbiamo…»

Ma un corno d'allarme lo fece ricredere sui suoi piani di fuga. Con un suono metallico il cancello di ingresso fu chiuso, come la scure sul collo di un condannato a morte.

I due bambini rimasero immobili mentre la città veniva sigillata e le sentinelle si moltiplicavano tra le vie della città

«Thor… ho paura»

L'altro si voltò a guardare il bambino dalla pelle mutata che si teneva a lui come se stesse per precipitare. In quel momento erano solo loro contro il mondo. «Va tutto bene, Loki. Andrà tutto bene, ci sono io adesso»

 

*

 

Alla fine fu Loki a suggerirgli di nascondersi sul tetto di una capanna, con la notte che scendeva erano abbastanza protetti dalle decorazioni di legno dalla vista delle sentinelle sulle basse mura, e completamente invisibili a chi era a terra. Thor si stringeva nella sua tunica rimpiangendo ancora una volta di aver lasciato indietro le sue pellicce. Non che le avrebbe tenute, sarebbero state molto più utili a Loki in quel momento, con l'esile torace scoperto era piegato su sé stesso ed era impressionante quanto poco spazio occupasse. A dividerli c'erano pochi passi.

«Grazie» sussurrò Loki, dal suo posto, senza alzare la testa. «P-per essere venuto»

«Era il mio dovere»

Loki scosse piano la testa, ebbe un tremito «Invece no». Thor riuscì a capire, anche se distante e flebile, che la sua voce era rotta «No-non me lo meritavo dopo quello che ti ho detto» stava piangendo.

Thor si mosse senza accorgersene, gli fu immediatamente più vicino, gli accarezzò la testa, in un gesto che non credeva che sarebbe mai stato capace di fare «Non è colpa tua» gli disse, sperando che potesse aiutare. L'altro invece alzò la testa e la scosse per scrollarsi di dosso la sua mano. Gli occhi ora azzurri erano arrossati dal pianto «Invece è colpa mia» disse con voce bassa e arrochita per le lacrime «se non fossi nato così, se fossi un vero Jotun non sarebbe successo niente. Quegli uomini mi avrebbero temuto e sarebbero scappati via. Invece hanno riso di me e si sono divertiti a cercare di afferrarmi, come fossi un… gioco»

«Non sapevano, non ti conoscevano. Non hai scelto tu di nascere così»

«No, infatti» Loki arretrò e il suo sguardo ritornò freddo quando lo guardò in faccia «è colpa di tuo padre. Se Odino non si fosse intromesso, ora sarei normale»

Thor trattenne il respiro. Era quella la verità a cui aveva accennato giorni prima, nella foresta. Adesso davanti a lui si spalancavano diverse possibilità, le vedeva: poteva arretrare e farsi indietro, scegliere di credere che suo padre non c'entrasse nulla, che era solo il delirio rabbioso di un bambino invidioso, oppure poteva rimanere lì, esporsi. Ascoltarlo.

Si irrigidì, come se si preparasse ad affondare un colpo «Cosa ha fatto mio padre?»

Loki lo guardò intensamente, gli occhi che cambiarono espressione con le mille emozioni che li attraversavano e poi si abbassarono sulle sue mani strette in grembo «Durante… quando c'era la guerra» cominciò «Odino ha maledetto i miei padri, ha fatto in modo che non potessero avere più figli. Ma mio padre Laufey… lui non voleva che Odino avesse tanto potere su di loro, perciò ha fatto un rito proibito con Farbauti» si zittì ed emise un singhiozzò, abbassando anche la testa «Loro hanno… hanno sacrificato un elfo bianco e Laufey ha bevuto il suo sangue e mangiato il suo cuore… per togliere la maledizione. Però non è bastato. Loro ancora adesso non posso più avere figli, però» altro singhiozzo «Però poi sono nato io» un gemito lo fece contrarre e rannicchiare su sé stesso «Sono nato così… perché c'era la maledizione. Non sono uno Jotun… e mio padre si vergogna di avermi avuto. Ha detto che avrebbe preferito non fare quel rito, che sarebbe stato meglio se non fossi nato»

«Loki…»

«Stai zitto» gli disse con improvvisa rabbia «Che ne vuoi sapere tu? Sei il figlio perfetto di Odino, tu sei esattamente come loro ti vogliono! Cosa vuoi capire? Non voglio la tua pietà né nient'altro da te» abbassò la testa e poi aggiunse: «Io ti ringrazio per essere venuto a cercarmi. Non potrò mai sdebitarmi. Ma meglio uno sguardo di sufficienza piuttosto che quello della pietà»

«Non ti sto guardando» rispose silenziosamente Thor, sedendosi vicino a lui, senza toccarlo. Loki gli lanciò una breve occhiata ma poi nascose di nuovo il viso, dopo che si fu accertato che Thor guardava davanti a sé.

Passarono così molti minuti, il calore della pelle che si percepiva a poca distanza. Alzando gli occhi, sulle stelle non ancora coperte dalla luna, Thor pensò che dovesse esserci Asgard, dorata, bella e calda da qualche parte. Ripensò a casa sua e al calore dolce dell'affetto di Frigga e gli si chiuse lo stomaco con una capriola.

Dopo un po' però aggiunse: «Io non sono mio padre» e anche lui si rannicchiò le ginocchia vicino al viso, prima di appoggiarvi la testa per cercare di dormire. «E tu non sei Laufey» concluse poi.

Loki ebbe un fremito e lo guardò, la chioma folta splendeva di mille riflessi anche nell'oscurità. «Lo so»

 

*

 

Fu Loki a svegliarsi per il familiare suono di un corno che fendeva l'aria della notte morente. Alzandosi con difficoltà con le braccia e le gambe che dolevano per la rigidità e il freddo si sporse dal tetto verso il fiordo. A vista d'occhio ancora non c'era nulla, ma quel suono era indubbiamente una tromba Jotun che annunciava l'arrivo. Erano strumenti potentissimi ed enormi e con il fiato di un gigante potevano essere uditi da leghe e leghe di distanza.

«Thor! Thor svegliati!» lo scosse poi tornò a guardare il mare quando un altro squillo seguì il primo. «Cos'è? Ci hanno scoperti?» ancora frastornato dal sonno Thor si alzò anche lui dopo aver ascoltato il suono. «Sono Jotun?»

«Sì! Sì, è Helblindi!» Immediatamente Loki fu riempito di speranza e determinazione «Dobbiamo andarcene, dobbiamo raggiungerli!»

«Ma stanno per arrivare qui! Non sarebbe meglio aspettarli?»

Già.

Loki si disse che sarebbe stato meglio. Tornò a rannicchiarsi in ginocchio, le sue mani ancorate al bordo del legno erano ancora pallide, le unghie appena rosate e perfettamente disegnate. Perché non aspettarli lì nascosti finché Helblindi non fosse entrato sventrando le mura?

«Uccideranno tutti» commentò piano.

Thor si voltò verso di lui «Dici sul serio?»

«Sì. Li uccideranno tutti e raderanno al suolo questo villaggio non appena vi entreranno» si voltò a guardare Thor e disse piano «Ma se rimanessimo qui sarebbe più sicuro. Ci troveranno subito e torneremo a casa. Come hai detto tu, è meglio se rimaniamo qui» tornò a guardare l'orizzonte «Ci troveranno e li uccideranno tutti»

Thor rimase in silenzio e guardò anche lui l'orizzonte prima di sbuffare con determinazione e voltarsi verso di lui tendendogli la mano «Allora andiamocene. Raggiungiamoli prima»

Loki guardò la sua mano tesa verso di lui e considerò: «Vale la pena salvare questi uomini?»

«Vale la pena salvare chiunque. Anche chi ti odia e chi tu odi»

Loki spalancò gli occhi e lo vide colorarsi dei colori del rosso e dell’oro quando il sole che sorgeva lo colpì con i primi raggi. Lì sul tetto, vestito di rosso e pronto a salvarli tutti era più regale di mille eroi, più imponente di tutti gli Jotun… saggio come una divinità. Loki sentì un fremito nel suo cuore sotto quello sguardo fiducioso e deciso, quello di chi non bada alle conseguenze di fare la cosa giusta, quello di un principe.

Thor è migliore di me in tutto, considerò, ma invece che di rabbia e invidia come era stato pieno fino a quel momento si riempì solo di rispetto reverenziale e fiducia, la fiducia di sapere che con lui dopo tutto questo sarebbe stato capace di andare fino ad Hel e ritorno. Annuì con decisione ed afferrò la sua mano che lo issò in piedi e lo guidò poi a scendere il tetto, nel vicolo dietro la casa.

«Non lasciare la mia mano» gli ordinò e Loki gliela strinse maggiormente come segno che aveva capito. Silenziosamente si aggirarono per le strade ancora deserte ma pattugliate da qualche sentinella. Scivolarono fino alle mura con il favore delle ombre che ancora si annidavano negli angoli. «Come facciamo ad uscire?» chiese Loki.

«Non lo so» ammise Thor, guardando fissamente le mura dal loro rifugio. «Non sono troppo alte… se cadessimo dall'altra parte…»

«Mi romperei tutte le ossa del corpo»

«Non se ti afferrassi io» disse Thor, guardandolo convinto «Se riusciamo a salire sopra la passerella posso scendere prima io e poi potrei riuscire a prenderti»

«Pensi di esserne capace?»

«Non l'ho mai fatto ma ci posso sicuramente provare. Non vedo altre vie» si sistemò meglio la mano di Loki nella sua e insieme sgattaiolarono fuori dall'ombra e verso le scale che portavano sulle mura. «Aspetta» si appiattirono lì aspettando che la sentinella sopra le loro teste passasse. «Quanto ci metterà a tornare?»

«Non molto» commentò Loki, guardando in alto «Dobbiamo fare di fretta»

«Allora andiamo?» poi lo guardò intensamente «Ce la fai a salire le scale e correre senza fermati o inciampare?»

«Devo farcela per forza» annuì Loki.

Allora i due si precipitarono sulle scale, salendole con le punte dei piedi per non farsi sentire. Erano arrivati a circa metà quando Loki, col fiatone inciampò e cadde sonoramente a terra. «Loki!»

«Sono lì!» urlò una sentinella. Altre li notarono e quelle nel villaggio accorsero verso di loro, mentre le altre si avvicinavano al punto in cui volevano arrivare sulla passerella delle mura. «Andiamo!» Thor lo rialzò velocemente e lo tirò con velocità verso l'alto. Quando finì di fare le scale però la stessa sentinella che avevano visto passare poco prima lo afferrò per un braccio e lo tirò via «Eccoti qui ragazzino!»

«Lascialo!» urlò Loki tirando a sua volta l'altro braccio di Thor il quale gemette per la presa, scalciando e tirandosi via «Lascialo adesso!»

E fu quando Loki si sporse verso l'umano per graffiarlo e tirarlo in qualche modo che successe per la prima volta in vita sua qualcosa di straordinario: percepì una strana vibrazione sotto la pelle, come una pressione che rischiava di fargli esplodere i tessuti, un sapore strano sulla punta della lingua e poi come un’eruzione di coscienza che veniva dal centro del suo piccolo corpo. Era un’energia verde che scagliò la sentinella via da loro come se una mano invisibile l'avesse spinta via con forza impensabile.

Per un attimo il mondo si oscurò e quando riaprì le palpebre era a terra sulla fredda pietra con Thor che cercava di rialzarlo in piedi «Loki! Loki, dobbiamo andare!» diceva.

Quando alzò la testa vide un gruppo di due umani armati che si avvicinavano a loro dal pontile e altri che arrivavano dalle scale. La mano che aveva premuta a terra per rialzarsi era tornata di un blu sgargiante. Guardò con occhi rossi Thor e lo spintonò via «Allora vai, idiota» gli disse spingendolo fuori dalle mura.

Quello cadde all'indietro con un urlo sorpreso. Loki riuscì ad alzarsi e aggrapparsi ad un merlo di pietra, le gambe che facevano male, il freddo gli arrivava fin dentro le ossa, aveva così poche energie che era una fatica incredibile rimanere sveglio solo per pochi momenti.

«Ti abbiamo preso, demonietto!» disse un umano mentre protendeva una mano. A quel punto non gli importava, non gli importava se Thor fosse atterrato illeso, se stavano tornando per tornare a casa, voleva solo che ognuno di loro sparisse e che potesse svenire in pace.

Si lasciò cadere dalle mura, quella mano si protese ancora verso di lui, insieme ad altre, lo sfiorarono appena mentre si sporgeva nel vuoto e cadeva… sentiva di precipitare come da mille anni e non era importante se nessuno l'aveva afferrato.

Eppure un paio di braccia e poi un corpo intero lo presero e non sentì la terra sotto di sé, ma il corpo di Thor che aveva ceduto e si era abbandonato preferendo che cadesse su di lui invece che nel fango. Poi le sue braccia gli circondarono la vita e fu di nuovo con la sua schiena contro la sua guancia, la testa abbandonata sulla spalla. «Loki non svenire ti prego!» gli disse.

Era davvero una strana cosa: udire una preghiera da un dio. Loki pensava che nemmeno avesse quel vocabolo nella sua lingua, invece ora dalla sua voce sembrava fin troppo disperato. Non sapeva se sarebbe riuscito a rimanere sveglio ma girando appena la testa vide che gli uomini erano usciti dalle mura e ora li inseguivano oltre le case di legno del porto, mentre Thor andava sul pontile. «Fermati, ragazzino!» gli urlavano, ma furono sovrastati dal suono del corno degli Jotun. Girandosi verso il fiordo Loki la vide lì, appena entrata, una nave dal legno blu che solcava le acque senza abbassarsi a toccarle, un’energia impalpabile ne increspava la superficie. Era bellissima e familiare ma ancora distante, anche se aveva aumentato la velocità.

Thor si fermò al limitare del pontile, oltre il quale non poteva più andare se non buttandosi nel mare congelato. Ma non poteva nuotare con Loki così debole e nudo sulle spalle, non aveva abbastanza forza per arrivare così lontano. Si voltò e vide gli umani imboccare il molo: il legno sotto i suoi piedi scricchiolava. «Andatevene!» urlò, facendo un gesto veloce con la mano «Andate via!» ma gli umani non gli diedero ascolto.

Loki sentì la sua angoscia fin nel cervello che stava lentamente andando alla deriva, spegnendosi sotto il peso di una stanchezza indicibile che andava contro ogni sua cellula che voleva continuare ad essere vigile, pronta a scappare ancora. Dovevano andarsene e quegli stupidi umani dovevano fare altrettanto. Li osservò correre e pensò che non si sarebbero fermati se non col fuoco, che finché non avessero visto la morte non sarebbero scappati.

Allora alzò la mano e il legno sotto di loro scricchiolò, poi una piccola scintilla e un fuoco verde esplose tra loro e gli umani, relegandoli a pochi passi dalla terra, e con uno schianto le fiamme consumarono il legno del molo che si staccò con un fragore dal terreno e andò alla deriva nel fiordo.

«Loki! Loki!» era Thor che lo chiamava, che lo toccava ma ormai lui era sprofondato nelle profondità di un'oscurità che non pensava di avere.

 

 

 

Capitolo 4

 

 

Aperti gli occhi Loki si ritrovò in una familiare stanza dalle pareti di ghiaccio, debolmente illuminata dalla luce che riusciva a filtrare attraverso i cristalli d'acqua. Sbattendo un paio di volte le palpebre immaginò di aver sognato tutto quello che gli era successo, e pensò che era meglio, alla fine, essersi immaginato tutto. Eppure quando si girò sul fianco per rannicchiarsi tra i cuscini morbidi vide il viso tondo e pulito di Thor, che sonnecchiava anche lui appoggiato ad una poltrona poco distante.

L'unica possibilità che aveva l'asgardiano di ritrovarsi nelle sue stanze era che tutto quello che aveva immaginato un sogno fosse reale. Ebbe un brivido lungo la schiena e affondò la faccia nella pelliccia della coperta per nascondersi, ma fece un soffuso rumore di strofinio che fece aprire un occhio a Thor il quale evidentemente non si era completamente addormentato. Si guardarono per un lungo attimo, ma poi il bambino si mise seduto sulla sedia e gli sorrise in un modo così genuino e sincero che fece male al cuore di Loki. Il piccolo Jotun si sentì ancora peggio.

«Ti sei svegliato, finalmente!» esordì Thor scendendo dalla poltrona e andandosi a sedere sul suo letto. «Non ce la facevo più ad aspettare, e nemmeno Hoðr, a dire il vero. Ha detto che rimaneva fuori a fumare, ma credo che sia andato a farsi un giro»

«Forse dovrebbe stare più attento. La prima volta perché dormiva tu mi sei venuto dietro e siamo finiti dall'altra parte del mare» commentò Loki con il broncio. In realtà non aveva davvero voluto dire quelle parole con tanta acidità e cattiveria, ma gli uscirono fuori dalla bocca in quel modo senza che se ne rendesse conto. Affondò ancora di più il viso e si nascose da Thor che invece, stranamente, si mise a ridere.

«In effetti sì, è terribilmente sbadato. Fortuna che sono un bambino calmo e responsabile» commentò continuando a sorridere, ma poi si fece più serio «Come stai?»

Loki sporse un occhio rosso, grande e tondo oltre il suo nascondiglio di coperte e disse «Bene… anche se penso che potrei mangiarmi una balena intera»

Thor sorrise «Farbauti ha detto che se dicevi di avere fame dovevamo far portare immediatamente del cibo. Ha detto che ti saresti svegliato molto debole»

Loki sporse la testa e poi aggrottò le sopracciglia «Che cosa è successo?» chiese.

«Come che è successo? Non ti ricordi?» Thor sgranò gli occhi e poi cominciò a raccontare tutto eccitato: «Hai scaraventato via quell'uomo solo TOCCANDOLO! Io non ci credevo! Poi mi hai buttato di sotto, ma accidenti è stata una cosa incredibile, non avevo mai visto fare una cosa del genere fino a che… poi hai acceso quel fuoco e lì davvero ci sono rimasto "Cosa sta succedendo?!" e poi tu hai sporto la mano da sopra la mia spalla e tutto ha tremato e c'era questa cosa verde e dorata che si riusciva a vedere…»

«Ma di cosa stai parlando?» sbottò Loki «Io non ho fatto niente»

«Certo che hai fatto qualcosa! Per le Norne è stata la cosa più assurda che abbia mai visto! Hai usato il seiðr!» concluse poi il bambino biondo come se fosse una cosa ovvia e bellissima che andava rivissuta un centinaio di volte per analizzarla a tutti i livelli e poi proclamare quanto degno di nota fosse.

Loki lo guardò cinico «Io non ho il seiðr. Se l'avessi avuto si sarebbe manifestato molto tempo fa, sono troppo grande. E poi non mi ricordo niente di ciò che dici»

«Ok, se non mi credi» Thor scese dal letto determinato a farsi credere «Possiamo fare un'altra prova. Farbauti ha detto che ora che hai trovato l'accesso al seiðr sarà più facile usarlo. Su» poi prese un vaso e glielo mise davanti, poggiandolo sul letto «Fallo andare in pezzi»

«Come se potessi»

«La smetti di essere così pessimista? È irritate. Provaci e basta!»

«Ti ho detto che non posso, non è che se ci penso succede! Ho provato altre volte a vedere se avevo il seiðr ma non ce l'ho»

«Io ti ho visto usarlo, l'ha visto Helblindi, l'hanno visto quegli umani e tutti gli Jotun che stavano venendo a salvarci! Ce l'hai!»

«Ti dico di no!»

«Sì!»

«No!»

«Ma provaci!»

«E tu la vuoi smettere?»

Trac

 Un rumore secco li sorprese e i due ragazzini si voltarono verso il vaso che ora avevo una grossa e vistosissima crepa lungo un fianco. Continuarono a guardarla e quella si crepò ancora fino a ché con un tintinnio si fece in mille pezzi.

«Cosa ti avevo detto?» gongolò Thor, tornando a guardare Loki che era sgomento e tremava «Ti avevo detto che ce la potevi fare» e sottolineò il suo sostegno dandogli una pacca sulla spalla e scompigliandoli i capelli.

Loki era troppo sconvolto per ritrarsi: non gli capitava mai di venire toccato da altre persone e quei tocchi confidenziali che gli stava dando Thor erano sconvolgenti e strani come quando lo aveva preso per mano in quel cortile nel castello oppure quando se l'era caricato in spalla senza dir nulla e senza chiedere. Se fosse stata una situazione diversa forse gli avrebbe spiegato che non gli piaceva che lo toccasse in quel modo – come credeva che facessero su Asgard - ma era troppo sconvolto da quello che aveva fatto per dire una sola parola.

Ricordava quella sensazione, una pelle sotto la pelle che riusciva a fremere e a pizzicare e ad espandersi in ogni direzione. Guardò con occhi grandi e shoccati l'altro bambino «Ho il seiðr…»

«Sì, Loki. Non sei contento?» Thor si preoccupò dell'occhiata che stava ricevendo, fino a quando Loki stesso non crollò di nuovo sul letto, quasi svenuto.

«Oh per Asgard, dimenticavo che dovevi mangiare prima!» si ricordò immediatamente. Cercò di mettere Loki più comodo nel letto mentre lui cercava di ritornare completamente cosciente e corse urlando per i corridoi: «Hoðr! Hoðr! Mi serve una balena! Una balena!»

 

*

 

Quindi il piccolo Loki possedeva dei poteri. La notizia non poté suscitare più sorpresa di quella che ne seguì. Lo strano, piccolo debole folletto, figlio di Laufey aveva una qualche abilità inusuale. Certo, alcuni credevano dipendesse dal suo sangue anche in parte elfico, altri ritenevano che l'influenza del grande mago Farbauti nei suoi geni si fosse fatta sentire nel momento del bisogno, ma rimase il fatto che Loki così cominciò lo studio dell'arte del seiðr e ancor più stranamente scoprì che era qualcosa che gli piaceva enormemente.

Suo padre Farbauti e il suo ex allievo Thiazi – ora compagno di Helblindi –si dedicavano alla sua istruzione, facendosi spesso seguire dal bambino che era sempre disposto ad apprendere tutto quello che gli veniva spiegato, con una caparbietà e una perseveranza che nessuno dei suoi fratelli aveva ma che era un esclusivo retaggio di Laufey.

«Ti somiglia in modi che nemmeno riesci ad immaginare» gli aveva detto una volta Farbauti mentre l'aveva trovato ad osservare il loro figlio che stava studiando nel giardino, con Thiazi che spiegava delle formule rudimentali e di base su un libro. Laufey aveva scrollato le spalle e se ne era andato, come se la cosa non gli interessasse. Farbauti era rimasto lì ad osservare l'unico figlio che aveva l'opportunità di seguire le sue orme.

Loki aveva cominciato a passare molto tempo in biblioteca e spesso andava a dormire con gli occhi che bruciavano e completamente privo di energie per tutte le volte che aveva provato e riprovato un incantesimo: non sarebbe stato capace di contare il tempo passato a ripetere a memoria tra sé e sé le formule o le basi per un incantesimo solo perché la notte e il giorno si alternavano in mesi interi.

Portava in camera libri sempre diversi e lo studio gli era piaciuto fin da subito: apprezzava leggere storie ma ora si interessava davvero a tutto quello che gli passava tra le mani nelle grandi eppure ridotte biblioteche di Midgard. Sapeva che su Jotunheim c'era ancora la conoscenza di migliaia di anni sepolta sotto la neve nella vecchia e quasi disabitata Utgarða.

Per questo aveva chiesto ai suoi genitori di poter avere accesso a una maggiore conoscenza ed ecco che si erano moltiplicati i suoi insegnanti: chi per una materia, chi per un'altra si avvicendavano nella vita del ragazzo portando sempre qualcosa di nuovo che rimaneva nella mente di Loki con facilità.

E dalla scoperta di queste sue abilità derivava una profonda felicità e orgoglio per sé stesso che non aveva mai provato in vita sua: il sapere di essere bravo in qualcosa, di poter raggiungere il massimo in un aspetto della vita anche se quello non fondamentale per la loro razza gli era di gran conforto e quando leggeva di storie antiche e di vecchie battaglie e antiche razze si sentiva meno strano, meno diverso, meno sbagliato di quello che era e di quello che appariva agli occhi degli altri. Iniziò ad avere una sicurezza nel repertorio delle sue conoscenze che gli dava incredibili soddisfazioni e una capacità di comprendere molto di più chi gli era intorno, una conoscenza che non si fermava ai libri ma alle persone stesse e al loro modo di pensare.

Bevendo da questa fonte inesauribile iniziò a cambiare radicalmente, a smettere di essere solo il ragazzino magro e basso, ma cominciò ad essere conosciuto per la sua precoce e sorprendete capacità oratoria, per l'abilità con cui usava la sua lingua per ferire chi feriva lui con lo sguardo. Iniziò ad essere più sicuro di sé stesso, a camminare ritto e con la testa in alto, non abbassava più lo sguardo davanti ai suoi padri né si impauriva dei fratelli. Abbandonò la convinzione di essere inferiore e abbracciò il profondo significato di essere diverso: con la comprensione di essere unico nei Nove Regni arrivò anche l'autorevolezza.

Seppur continuando a rimanere un scricciolo magro e basso, riusciva a sentire di non essere più inutile e indifeso.

Due cose che invece Thor non era mai stato.

Loki spesso si trovava a studiare quando lui si allenava, a volte si sporgeva fuori dalla sua finestra e si fermava per poterlo guardare esercitarsi con Hoðr all'aperto, poi Thor veniva buttato a terra da una nuova mossa, da qualcosa di inaspettato, e lo notava, e si salutavano da piani di distanza, Loki facendo un cenno, Thor – come al solito – sbracciandosi e urlando il suo nome, cercando di costringerlo ad urlare anche lui qualcosa per fare una conversazione come due popolani qualsiasi.

Thor non condivideva affatto il suo amore per lo studio. A volte osservava i suoi libri quando si ritrovano nella sua camera e li rigirava per le mani «Non c'è nemmeno una figura, come fai a leggere?»

E Loki gli rispondeva «Sei un idiota» come al solito.

Hoðr aveva portato con sé da Asgard tre casse piene di libri che Thor doveva studiare per conoscere le usanze del suo paese e la sua storia, la sua arte e il suo modo di pensare. Il povero asgardiano cercava di spiegarglieli cercando un modo interessante per non far scappare la sua estremamente labile attenzione, che rimaneva ferma solo in racconti di guerra, ma se subentrava la politica si estraniava e pensava a tutt'altro «Perché non puoi cercare di imitare Loki e provare a farti piacere un po' lo studio?»

«Perché dovrei stare seduto a studiare se posso stare in piedi e combattere la cosa di cui devo studiare?» rispondeva lagnandosi Thor. Infatti era di gran lunga più portato per la lotta e il combattimento, sul campo d'allenamento riusciva molto più di chiunque altro ad apprendere ogni mossa e ogni trucco o strategia, complice la sua poderosa forza fisica che non si era attardata a mostrarsi. Così Thor fu estremamente orgoglioso di potersi allenare con i giovani Jotun, imparando, nell'arena, a combattere e a confrontarsi con un avversario che non fosse sempre e solo Hoðr.

Allenandosi al freddo, temprando il suo fisico con le attività più estreme e soprattutto mangiando come un orso prima di andare in letargo, diventò più alto, le sue spalle persero la rotondità infantile e le sue braccia mostravano la pienezza dei muscoli che potevano diventare sempre più grandi e forti, il torace si allargava me se ancora non raggiungeva la grandezza di quello di un uomo adulto, ci si avvicinava molto.

«Loki!!!! Loki! Guarda! Guarda!» si era precipitato una volta nelle sue stanze come una tempesta in arrivo, un turbine violento che aveva mandato all'aria tutte le carte su cui era piegato il povero Jotun, imponendosi a mani aperte sul tavolo e indicandosi il mento.

«Cosa?!» aveva sbottato l'altro raccogliendo le cose cadute, ma l'altro lo afferrò e se lo mise vicino «Guarda con più attenzione» sottolineò poi con più enfasi «Non vedi proprio niente?»

Loki aveva stretto gli occhi e poi aveva scosso la testa «Cosa dovrei vedere?»

«Qui! Guarda! È la mia barba!»

«Io direi che sono solo due peli bianchi che si vedono a malapena» commentò sarcastico Loki. «Ma se vuoi chiamarla così…» risistemò le sue carte e si mise a ridere «Già, voi maschi avete gran cura dei vostri peli facciali»

Thor rabbrividì «Si chiama barba, e la mia sarà fantastica quando mi crescerà tutta»

«Non lo metto in dubbio» ma lo stava prendendo in giro. Thor gli aveva spettinato i capelli e gli aveva intimato di uscire più spesso a prendere aria piuttosto che stare lì a diventare cieco su quei libri.

E poi c'erano state volte in cui era stato Thor ad andare da lui a chiedergli spiegazioni per qualcosa che doveva studiare per forza, e altri giorni in cui Loki l'aveva seguito nell'arena solo per guardarlo combattere. In quelle occasioni, in quelle volte che i loro occhi si incrociavano, nasceva qualcosa che faceva sorridere e che scaldava il petto: era quella sensazione che pervadeva Loki quando si sdraiavano sulle pelli del tappeto alla luce delle candele nella Lunga Notte e Thor lo guardava con quegli occhi ammirati quando lui spiegava semplicemente ciò che c'era su quel manuale antico asgardiano, era quel calore che afferrava il petto di Thor quando Loki applaudiva, lì seduto dal bordo dell'arena e si complimentava con lui quando lo raggiungeva.

Era il sapersi indispensabili, in un certo modo. Senza Loki la vita di Thor su Midgard sarebbe stata piatta. Senza Thor, Loki non avrebbe scoperto molte cose di sé e si sarebbe annoiato e isolato nella sua torre con i suoi libri e le sue fantasie come uniche compagne.

E così si ritrovarono a parlare l'uno dell'altro quando l'altro non c'era, a chiedersi cosa l'altro stesse facendo, a ricordarsi qualcosa che avrebbe dovuto dire all'altro, a cercarsi per mangiare insieme, per passare il tempo libero tra le strade di Utgarða, nei grandi parchi, nelle infinite logge del palazzo, nei boschi al di fuori delle mura.

La complicità iniziale divenne comprensione e la comprensione divenne amicizia. Thor non faceva nessuna fatica ad ammettere che Loki fosse il suo più grande amico: con lui aveva condiviso cose che non aveva condiviso con nessuno, pensieri che non diceva ad Hoðr e Er, e Loki aveva unito quella solitudine alla sua indissolubilmente, creando una specie di filo che non riusciva a tenerli separati per più di un certo tempo fino a che entrambi non si cercavano.

Era capitato dopo un intenso allenamento di Thor, quando si erano ritrovati nel corridoio, mentre uno andava a trovare l'altro. Era successo quando Loki era stato male e Thor era rimasto con lui facendo saltare tutti gli altri suoi doveri, rimanendo con lui per fare stupidaggini e passare quella convalescenza a non far altro che ridere e fare battute idiote.

Quando Thor aveva insistito per insegnare a Loki le basi rudimentali per difendersi da un aggressione fisica e combattere. Quando Loki lo era andato a trovare di punto in bianco, svegliandolo una mattina perché si era deciso a mostrargli finalmente cosa sapesse fare con la sua magia.

Ed entrambi, anche se non l'avevano mai detto con le parole, trovavano quello che sapeva fare l'altro magnifico ed unico, accecante come la luce del sole, misterioso e arcano come l'oscurità della notte: se non c'erano parole, bastavano gli sguardi.

Quello sguardo che li faceva sorridere stupidamente perché Loki era orgoglioso che Thor fosse così rudemente sincero e solare e Thor era orgoglioso che Loki fosse così elegante e magnetico quando eseguiva le sue magie. Erano diventati amici e seppur non se l'erano mai davvero detto non c'era giorno che non ci pensassero.

 

*

 

Thor era piuttosto frustato dal fatto che Skor non fosse andato quel giorno all'arena. Aveva chiesto agli altri giovani Jotun che avevano alzato le spalle e risposto: «Non si vedrà per un bel po'». Così il principe asgardiano aveva dovuto allenarsi prima da solo e poi con qualcun altro. Il punto era che combattere con Skor gli piaceva molto: non era sempre detto che vincesse e anzi un sacco di volte si ritrovava a cadere di faccia nella neve. Era uno Jotun molto dotato e orami era quasi adulto, la sua stazza non era quasi più quella di un giovane gigante ma si faceva sempre più grande e alto ed era uno dei pochi avversari che non si faceva remore ad andarci pesante con Thor. Anche se quest'ultimo trovava molti disposti a battersi con lui e tanti apprezzavano le sue abilità, difficilmente Thor si faceva davvero male combattendo con gli altri. Aveva il dubbio che non combattessero nel pieno delle forze o che non cercassero davvero un modo per metterlo in difficoltà.

Non fosse mai che il figlio di Odino, prezioso ostaggio di Laufey, finisse ammazzato per gioco.

Però Thor si innervosiva quando vinceva troppo facilmente e non vedeva l'ora di diventare abbastanza grande da potersela vedere con Jotun adulti, da pari a pari. Con Skor era diverso, imparava davvero qualcosa quando combatteva con lui.

Finì che quel giorno si annoiò terribilmente, continuando a pensare perché mai il suo solito avversario si fosse assentato. Ripose la spada nel fodero sbuffando, rimettendosi il mantello rosso sulle spalle per combattere il freddo. Il cielo era scuro, ma non era ancora scesa la notte, forse tra qualche giorno: il crepuscolo aleggiava da ore all'orizzonte tingendo le nuvole di rosso infuocato.

«Cosa c'è che non va?» chiese una voce conosciuta dietro di lui. Loki stava sporto dalla prima linea di spalti e lo guardava con il mento appoggiato alle mani incrociate. Come al solito era molto curato nel suo aspetto: i capelli pettinati all'indietro erano raccolti in una treccia che spariva nella pelliccia di lupo che aveva sulle spalle, quando invece portava le braccia e parte del petto scoperto. Bracciali dorati ornavano gli avambracci, con gli stessi disegni incisi dei fermagli che aveva di lato alla testa.

Thor lo salutò con un sorriso «Dimmi tu, piuttosto. Dov'è quell'incantesimo di focalizzazione su cui stai perdendo tutte le ore del giorno? Pensavo di essere diventato meno importante, a questo punto» Loki scosse la testa e sospirò «Avevo bisogno di una pausa, altrimenti mi sarebbe esplosa la testa. Ma me la sono concessa solo perché sono già a buon punto e l'ho quasi imparato tutto» seguì con lo sguardo Thor che saliva le grandi scale per raggiungerlo.

«Mi farai vedere anche questo quando l'avrai finito?» chiese mentre si incamminavano insieme.

Loki si mise a ridere, affiancandosi a lui «Non credo che ti piacerebbe, non ha nulla di eccezionale. Serve solo ad incanalare energia, niente di così scenografico» poi alzò un po' la testa per incontrare il suo sguardo «Cosa è successo a te, invece?»

Le strade di Utgarða erano molto trafficate, tutti gli Jotun erano in fermento per la preparazione alla lunga notte, facevano tutti grandi provviste. Loki e Thor che si aggiravano per le strade non erano più una novità così sconvolgente da distrarre i passanti da quello che stavano facendo, per cui nessuno più li notava se non per scansarli quando passavano vicino.

«Skor non è venuto quest'oggi» lo informò Thor. «Mi sono piuttosto annoiato, a dire il vero, e adesso indubbiamente appena arriverò a castello Hoðr mi rapirà per un'altra noiosa lezione sull'economia di Asgard. Passi la storia, le usanze… ma l'economia? Perché mai dovrei pensare a certe inutilità?»

«Thor» Loki sorrise sarcastico «Mi risulta che dovresti diventare Re, un giorno. Forse sapere qualcosa su come si manda avanti un regno ti potrebbe servire per non far morire il popolo di fame»

«Per quello chiamerò te» sorrise Thor «Faresti molto meglio di me. Ti lascerei tutte queste cose noiose e io andrei in guerra»

Loki alzò gli occhi al cielo «Certo, è proprio così che si affrontano le proprie responsabilità» rise e si sistemò il mantello sulla testa che gli era sceso a causa del vento freddo «Nemmeno io ho molta voglia di tornare a studiare, ammetto» considerò poi «Vieni nelle mie stanze»

«Come se non fosse il primo posto in cui Hoðr verrà a cercarmi»

«Dirò che non ci sei»

Thor rise «E così che avrò sulla coscienza la tua carriera come bugiardo mentitore, grazie mille» Arrivarono parlando così a castello dove riuscirono a rintanarsi nelle stanze di Loki prima di venire avvistati da Er o da Hoðr.

Gli appartamenti di Loki erano vasti quasi quanto quelli di Thor, e condividevano le stesse proporzioni: stessa altezza del letto e delle sedie, del tavolo e dei divani scavati nel ghiaccio. Thor si tolse tutti gli strati di pelliccia che aveva addosso e li gettò sul letto di Loki prima di raggiungerlo al suo grande tavolo dove regnava il caos primordiale tra le carte, i libri, calamai di inchiostro rosso intenso, candele sciolte abbandonate nelle bugie.

Il giovane Jotun stava facendo un po' ordine tra le sue cose, ma Thor lo interruppe prendendolo per le spalle «Lascia perdere» gli disse, costringendolo a seguirlo alle sedie vicino alla grande finestra che dava sulla città.

Loki aveva smesso di sobbalzare ogni volta che lo toccava e non era più strano avvertire quel calore sulla sua pelle ma anzi si sentiva bene quando Thor dimostrava il suo affetto in quel modo rude, come a dargli la prova che davvero di lui si fidava, quando invece non si avvicinava a nessun'altro Jotun. Loki poteva congelare con il tocco delle mani, ma Thor non lo sapeva e questo regalava sempre un po' di rassicurazione ogni volta che gli dava la mano o gli batteva un colpo sulla spalla oppure gli scompigliava i capelli.

Loki si sedette alla sua sedia e afferrò la scatola di legno del gioco da tavolo che a volte giocavano, ma Thor scosse la testa «Non mi va»

«Sei annoiato, Thor. Se continui a non far nulla ti annoierai di più»

«Comunque non voglio giocare» lo guardò e fece un gesto veloce con la mano «Raccontami qualcosa, parliamo, non ci siamo visti molto ultimamente» si appoggiò allo schienale e scosse la testa «Per esempio, prova a pensare ad un motivo per cui Skor sarebbe dovuto assentarsi. L'arena non è uno degli impegni principali di ogni giovane Jotun?»

«A dire il vero» Loki abbassò lo sguardo e se possibile, quasi arrossì «Era piuttosto evidente perché si fosse assentato. Non credo che tornerà nell'Arena e comunque se lo facesse non lo farebbero mai combattere con te»

«E perché mai?!» sbottò Thor, improvvisamente scoraggiato.

«Ecco… come dirlo…» lo guardò per un attimo poi aggiunse con nervosismo: «Ma davvero non lo sai? Non te l'ha spiegato Hoðr o Er…»

«Di cosa stai parlando?» Thor si corrucciò «Così sembra che tutti mi abbiate tenuto segreta una grande verità!»

Loki sospirò e scosse la testa «Non avrei pensato di dovertelo spiegare io» lo guardò di traverso «Anzi, sono tentato di non farlo e di mandarti da Hoðr»

«Si può sapere cos'è questa cosa così scandalosa che non vuoi dirmi?»

«Va bene, va bene» Loki alzò le mani e poi le intrecciò sotto il mento «Allora… è che davvero non so come spiegartelo» passò qualche minuto di silenzio e poi Loki abbassò lo sguardo «Tu non sai come ci riproduciamo noi Jotun, o sì?»

«Ah» Thor rimase un po' sconvolto dalla piega che aveva preso la conversazione. Arrossì violentemente «Ah… beh so che… insomma, non avete differenze di sesso perché» deglutì a vuoto «Insomma, perché siete sia maschi che femmina» sbottò poi di getto, ammutolendosi subito e abbassando lo sguardo.

«Sì… possiamo dire così, o per lo meno mi fermerò a spiegarlo così perché non voglio scendere nei dettagli, che comunque non credo capiresti» Loki osservò intensamente l'intarsio del bracciolo della sedia e continuò «Non abbiamo solo questa caratteristica, in effetti. Arrivati alla maturità succede una cosa, a tutti gli Jotun: noi lo chiamiamo il Søk. È una condizione per nulla piacevole che continua fino a che non si è trovato il proprio compagno. Il compagno è uno solo, non so se riesci a capirmi» ma lo sguardo di Thor era piuttosto confuso.

Allora Loki sospirò di nuovo e riprese a spiegare «Il Søk è un po' come…» si fermò per un attimo per cercare le parole adatte «è un richiamo, è come una domanda che riesci a sentire qui, nella tua mente. È come un prurito dentro la testa e un brusio nelle ossa quando senti quello di qualcun altro. Se il Søk si è completamente formato senti una domanda nella testa, come se l'altro Jotun potesse leggerti e parlarti nel pensiero, invece non può è solo… una sensazione, diciamo. In effetti, è più forte di una sensazione. Sta di fatto che alla domanda di uno Jotun può rispondere uno e un solo altro Jotun. Serve per cercare un compagno adatto per fare figli più forti. Mi hanno detto che il Søk è tanto più forte quanto più forte è lo Jotun che lo sta avendo. Mi hanno raccontato che quello di Helblindi riuscivano a sentirlo da leghe di distanza, come quello di Farbauti. Alla fine solo Laufey e Thiazi hanno risposto»

«Quindi erano cosa, predestinati?»

Loki sorrise «Sì, c'è chi crede che siano proprio le Norne a scegliere gli Jotun quando filano la trama del destino» poi sospirò di nuovo «Il problema è che non tutti riescono a trovare il proprio compagno e il Søk è quasi come una malattia… fa male quando lo si ha e rende gli Jotun molto più violenti, e se passa troppo tempo e non si trova un compagno si impazzisce. Era una cosa che durante la guerra succedeva molto spesso perché molti Jotun ancora bambini morivano, lasciando i propri compagni da soli»

«Questa è una cosa davvero strana» considerò Thor «Incredibile senza dubbio, ma davvero strana!»

«Non strano quanto uscire fuori dalla pancia di un essere con il seno» Loki fece una smorfia. «Sarebbe davvero disgustoso»

Thor rise. «Ad ognuno il suo, quindi» poi strinse gli occhi «Quindi è questo quello che è successo a Skor? Ha avuto il Søk? E tu come lo sai?»

«Perché era così palese, Thor! L'ultima volta che l'ho visto era davvero vicinissimo ad averlo, ogni volta che si muoveva sentivo un ronzio nelle orecchie»

«Io non l'ho percepito. Sarà forse perché non sono uno Jotun»

Loki scosse la testa «Il Søk può venir sentito da tutti, non dipende dalla razza»

«Aspetta» Thor alzò una mano «Questo vuol dire che, se fosse, uno Jotun potrebbe unirsi a qualcun altro che non è uno Jotun?»

«È successo, ma è piuttosto raro. Il Søk cerca un pari per il proprio Jotun, qualcuno che possa essere perfetto per lui e se non è un altro Jotun allora così sia. Una volta che si è risposto, si crea un legame che giuridicamente è simile al vostri concetto di "matrimonio" ma per noi va molto aldilà di questo. Vuol dire che due anime sono legate e che non si abbandoneranno mai, e nei mondi dopo il Ragnarok si troveranno di nuovo nella prossima vita»

«Questo è ancora più strano! Non immagino come un altro essere possa stare con uno Jotun… un mortale o un Vanir, pensa a come dovrebbe essere strano con un nano!» anche Loki rideva «Ancora più strano se dovesse succedere con un asgardiano! Farebbe diventare pazzi tutti, ad Asgard»

«In realtà è già successo» commentò Loki «Una volta che un grande guerriero rispose al Søk di un potente mago Jotun e per lui quest'ultimo cambiò pelle e si nascose tra gli asgardiani»

«Chi è stato?»

«Oh» Loki scosse la testa «Questo davvero non posso dirtelo io. Forse un giorno te lo diranno. Noi, comunque non ricordiamo più il suo nome dopo un editto di mio padre, lo ritiene ancora adesso uno Jotun che ha tradito la sua razza disconoscendoci tutti»

Thor rimase in silenzio insieme a Loki, contemplando quella scoperta, e dopo averla metabolizzata gli sorrise «Allora questo vuol dire che prima o poi mi presenterai un compagno?»

Il sorriso di Loki scemò immediatamente e lui chinò la testa.

Thor si accorse di aver detto qualcosa di sbagliato «Cosa c'è?»

«Non so se hai avuto abbastanza attenzione per guardarmi, Thor» rispose Loki con nervosismo «Ma non sono proprio uno Jotun come tutti gli altri» si alzò dalla sedia e andò alla sua scrivania, riprendendo i libri che aveva messo via.

«Loki, aspetta… io non volevo…» si alzò anche lui e gli andò vicino «Mi dispiace, non pensavo che ti saresti offeso»

«Offeso, Thor?» Sbatté un libro sul tavolo e si voltò, dovette alzare la testa per guardarlo negli occhi «Non sono offeso. Solo non voglio parlarne più. Perché dovrei offendermi se quello che ho non mi permetterà mai di avere il Søk e trovare un compagno? Questo non mi offende» si voltò di nuovo e riaprì il libro dove l'aveva lasciato «Mi rende solo a questo mondo. E perdonami se cerco di dimenticarlo»

Thor rimase impietrito sul posto e mormorò piano «Ci sono io, qui»

«Te ne andrai» rispose lapidario Loki aprendo la boccetta di inchiostro «Non è quello che ripeti sempre? Che quando sarai abbastanza grande tornerai su Asgard, lì sarai Re e nemmeno nominerai ai tuoi simili asgardiani di aver passato tanto tempo con me»

«Loki!» Thor si innervosì e lo prese per le spalle per voltarlo e parlargli in faccia «Non mi scorderei mai di te, né tanto meno mi vergognerò della vita che ho fatto qui» gli prese il viso fra le mani e sentì Loki sussultare come faceva un tempo quando lo toccava «Non ripeterlo più, se lo dici vuol dire che non mi conosci affatto. Se non ci fossi stato tu qui, avrei vissuto come un prigioniero arrabbiato»

Loki si scostò piano dalla sua presa, senza dire nulla voltandosi di nuovo, e Thor continuò a parlare, questa volta con un mezzo sorriso «E poi non è così male vivere non sapendo chi è il proprio compagno. Tutto il resto dei Nove Regni cerca di scoprirlo in tutta una vita»

«Non faccio parte del resto dei Nove Regni» rispose secco Loki.

«Ma sei libero di poter stare con chi vuoi»

Queste parole lo fecero voltare, gli occhi contratti dalla sofferenza «È facile dirlo se a parlare sei tu che potrai stare con chi vorrai e tutti vorranno stare con te. Io non sono libero di stare con chi voglio se altri non vogliono stare con me!»

Thor si incupì ancora «Io con te continuo a stare»

Loki rimase fisso a guardarlo «Non è la stessa cosa»

«Si che lo è»

«Mi pare che tu sia costretto a stare con me» continuò l'altro con sarcasmo «Non hai poi molta scelta, tra la compagnia di cui puoi disporre su Midgard, non è vero? Io sono solo quello che è stato più facile avvicinare»

E dopo quelle parole Thor fece qualcosa che non aveva mai fatto in vita sua, né aveva mai pensato di fare: gli diede uno schiaffo. Fu così secco e repentino che fece voltare velocemente la testa a Loki che si trovò ad osservare sconcertato il tavolo sotto la sua mano appoggiata sul suo bordo. Si sfiorò con le dita la guancia offesa e si voltò a guardarlo con rabbia «Come ti permetti?»

«Mi permetto fin tanto che dirai stupide bugie» gli si avvicinò di più e gli fu tanto vicino che Loki riuscì a sentire il suo calore addosso insieme al suo sguardo infiammato di rabbia «Diventare tuo amico è stata la cosa più difficile che abbia fatto in vita mia!» Loki si scosse sentendo quella parola. Ammutolì e rimase immobile come messo all'angolo mentre Thor continuava «Continuare ad esserlo richiede tutta la forza che ho perché, per le Norne, sai essere davvero odioso. Non passo sopra il tuo sarcasmo e le tue battute cattive perché sono uno stupido senza cervello o peggio perché ho paura di rimanere da solo. Sai Loki, a volte, come questa volta, sarebbe meglio stare da solo, soltanto per non sentirti buttarmi addosso bugie e rabbia. Non sarò certo perfetto né costante o affidabile, ma piuttosto che rinnegare qualcuno a cui tengo preferirei che mi tagliassero la gola»

E dopo averlo detto si scostò da lui per andarsene.

Loki rimase lì per un attimo, con la mano ancora sulla guancia a cercare di capire come era stato possibile che tutta quella situazione fosse cominciata e si diede dello stupido. Vide Thor che stava per uscire dalla stanza dopo aver raccolto le sue cose e venne preso dal panico. Quanto sarebbe rimasto arrabbiato?

Senza nemmeno rendersene conto gli corse dietro e gli afferrò un braccio prima che aprisse la porta. Thor lo guardò con rabbia, ma poi la sua espressione si trasformò quando lo vide spaventato, così tolse la mano dalla serratura e lasciò che Loki gli stingesse forte la mano.

«Mi dispiace» gli disse il moro, abbassando lo sguardo «Sono stato un ingrato, perdonami» tornò a guardarlo, costernato «Mi ero solo innervosito per l'argomento della conversazione, non volevo farti arrabbiare» prese anche con l'altra mano la sua e la tirò verso di lui «Ti prego, non essere arrabbiato con me»

Thor sospirò e scosse la testa «Mi è già passata» lo tirò a sé e lo abbracciò senza stringerlo troppo forte. Non l'aveva mai fatto, come Loki non l'aveva mai toccato intenzionalmente. Tra le sue braccia il suo amico era sottile quasi non esistesse e riusciva a poggiare il mento sulla sua testa nera. «Scusami, è stata anche colpa mia, non dovevo parlare a sproposito»

Per tutta risposta Loki lo circondò con le sue esili braccia.

 

 

Capitolo 5

 

 

Il cielo era puntinato di mille stelle sopra le loro teste, l'oscurità stava calando come un manto scuro che avvolgeva non il mondo ma la loro terra. Gli ultimi raggi del sole stavano morendo oltre il ghiacciaio e illuminavano il cielo di rosso intenso mentre ad ovest l'oscurità montava.

Loki aveva spesso sentito dire ai suoi fratelli che la prima volta che videro sorgere il sole molti di loro non riuscirono ad uscire dalle loro case per la luce accecante che provocava, quando invece la notte era una tenebra completa. Su Jotunheim la differenza tra alba e il tramonto era labile, i giorni duravano più dei sei mesi che lì subivano su Midgard.

Spesso, quando Loki si era trovato a scendere più a sud aveva fatto una fatica incredibile ad abituarsi al cambiamento così veloce e radicale del ciclo tra notte e giorno: Thor invece lo riteneva più familiare e sostenibile, anche se non soffriva di isterismi come gli umani quando non vedeva il sole per molti mesi.

Il suo compagno stava risalendo la parete di ghiaccio sotto di loro: vi si era buttato come un pazzo per poi cercare di scalare la muraglia. Loki lo stava aspettando lì in cima, le cavalcature che mangiavano i frutti ghiacciati degli alberi intorno a loro le cui radici si insediavano nel ghiaccio e creavano venature blu sotto la terra come una rete sotto i loro piedi. Un fuoco scoppiettava debolmente a destra, dove aveva scaricato tutte le loro cose, disposte per prepararsi al tramonto. Thor aveva detto che voleva approfittare degli ultimi raggi di sole per fare l'ultima folle cosa lì su Midgard.

Con i piedi a penzoloni sul ghiacciaio, Loki lo guardava salire: era vicino a lui e stava per arrivare, forse sarebbe riuscito a salire poco prima che il sole tramontasse completamente. Gli anni l'avevano cambiato troppo: non c'era più niente del bambino che l'aveva salvato quel lontanissimo giorno dalle mani degli uomini, ora era un Æsir adulto, con la chioma bionda come il sole di mezzo giorno e delle spalle forti che riuscivano a rivaleggiare con i migliori Jotun adulti, che riuscivano a fronteggiare Helblindi come se non fosse nulla di cui preoccuparsi.

Quando lo vide immediatamente sotto di lui, Loki spostò le gambe e si allungò in giù per tendere una mano al suo compagno che sorridendo gliel'afferrò e si issò sulla vetta del ghiacciaio, stendendosi a terra, senza fiato, vicino a lui.

«Sei un pazzo idiota» gli disse Loki ridendo e addentando l'ultimo morso del frutto che aveva consumato nel mentre «Uno di questi giorni ti romperai l'osso del collo»

«Per quello» rispose Thor ancora con il fiatone «Vengo qui con te» gli sorrise issandosi anche lui a sedere come lui, appoggiandosi con le mani all'indietro e guardando il tramonto spettacolare della morte di quel sole che lo rappresentava così bene. Aveva la barba corta coperta di cristalli di neve, così come i capelli completamente bagnati. Si voltò per poco verso di lui e concluse dicendo: «Se non mi salvi tu chi lo farebbe?»

Loki scosse la testa e si sporse in avanti con le mani lungo il limite del ghiacciaio «Non dovrei più farlo. Fai le cose più assurde solo pensando che io possa alla fine tirarti fuori dai guai con qualche parolina magica»

Thor rise e gli scompigliò i capelli come faceva di solito quando voleva chiudere un discorso o cominciarne un altro. Si avvicinò a lui e poggiò la testa contro la sua, come al solito poteva appoggiare il mento sulla sommità della bassa testa di Loki che sbuffava ogni volta che lo faceva. «Sarà così noioso senza di te» gli disse «Mi mancherà così tanto sentirti dire che sono un idiota»

«Continuerò a dirlo anche se non mi sentirai» scherzò Loki.

«Potrei sentirti lo stesso. Mi fischieranno le orecchie a tutte le ore del giorno!»

«Beh» Loki si scostò e gli diede un colpetto debole con un gomito «Non ti penso così tanto»

«Non è per nulla vero, bugiardo. Per lo meno mi penserai tanto come ti penso io. Mi sembra giusto, non credi?»

«E tu penseresti a me tutto il giorno?» Loki alzò un sopracciglio e rise, anche Thor lo fece ma i suoi occhi erano seri «Ogni minuto»

Loki scosse la testa e sbuffò «Non sarà possibile. Avrai tantissime cose da fare ad Asgard, prima tra tutte dimostrare che non sei diventato uno Jotun»

«E secondo te lo sono diventato?»

«Sei la cosa più lontana da uno Jotun che uno Jotun possa avere come amico»

«Se lo dirai tu a mio padre con queste parole, allora sono sicuro che ci crederà» lo sguardo di Thor era ancor più serio di prima.

«Thor…» Loki sospirò: avevano già fatto troppe volte quella conversazione, ma fu interrotto da una mano dell'altro che afferrò la sua e la strinse. «Non c'è nulla che ti impedisca di venire con me»

«Sì che c'è, Thor»

«No. Se io parlassi con la tua famiglia forse Laufey farebbe resistenza ma sono sicuro che Farbauti, Helblindi e Byleistr riuscirebbero a convincerlo»

«Avrebbe ragione a non farmi venire ad Asgard» Loki strattonò la sua mano ma non riuscì a liberarsi dalla sua presa. «Sarebbe Odino a non volermi»

«All'inizio potrebbe pensarlo, non ci sono altri Jotun da noi, ma se venissi potresti cambiare questo loro modo di pensare!»

«Non sono lo Jotun esemplare da mandare come rappresentante su di un altro Regno. Tu lo sei» Guardò avanti il sole che ormai era completamente sparito oltre l'orizzonte.

Davanti a loro si dispiegava il paesaggio di una tundra di alberi radi dalle foglie rosso sangue che seguivano il percorso di un fiume liquido che viaggiava appena sotto una lastra di ghiaccio. Le ultime tinte di rosso stavano sparendo dal cielo per cedere il posto al blu del tramonto e poi alla notte alle loro spalle.

«Questo non è vero»

«Ora sei tu che menti» Loki sospirò e scosse la testa «Non verrò su Asgard»

Thor si innervosì e lasciò la sua mano come se l'avesse ustionato: lo guardò con astio prima di alzarsi dal suo posto e andare verso le loro cose intorno al fuoco «Se non vuoi venire dillo semplicemente, e mettilo in chiaro!» afferrò la sua borsa e cercò di rimettervi dentro la sua coperta che aveva steso a terra.

Loki, più innervosito di lui gli lanciò il torsolo del frutto che aveva appena mangiato dritto in testa. «Ahia! Che accidenti hai?» Thor si voltò massaggiandosi la testa lì dove l'aveva colpito.

«Idiota!» Loki gli si avvicinò e diede un calcio al suo zaino, impedendogli di continuare a fare i bagagli «Idiota! Idiota! Come ti permetti di insinuare che io non voglia venire con te?» lo fulminò con uno sguardo carico di rabbia «È il mio buon senso e la mia responsabilità che parla al posto della tua che ha visibilmente lasciato la tua testa perché sei troppo idiota per comprendere che è tutto finito!» urlò tanto l'ultima parola che fece spaventare le loro bestie e Thor abbassò la testa come colpito da un pungo. Loki sapeva difendersi molto meglio con le parole che con le mani ma faceva forse anche più male.

«Devi accettare che non sarà più possibile passare gli anni che abbiamo avuto qui! È finita l'infanzia e tu ed io non possiamo cambiare questo fatto. Dovresti anzi aprire gli occhi e renderti conto che le cose sono molto più difficili di quelle che appaiono! Ai miei occhi sei il mio amico, sei l'unica persona con cui ho condiviso la vita finora ma agli occhi del mondo sei mio ostaggio! Non potrò venire su Asgard perché minerei completamente la tua reputazione, e non ti aiuterei minimamente a ristabilire i contatti con il tuo popolo, che non si fiderà di te e ti metterà alla prova per scoprire a chi va la tua fedeltà. E se verrò con te non dimostrerai null'altro che debolezza»

«Loki, tu non sei la mia debolezza! Attraverso te sono diventato quello che sono!»

«Lo so» Loki si raddolcì e fece un sorriso amaro «Lo stesso vale per me, ma il resto dei Nove non lo comprenderà, e vedrà riflessa in te la mia debolezza. Non posso venire su Asgard» abbassò lo sguardo e fissò il fuoco e continuò con voce triste: «Né tanto meno continuare a vivere su Midgard»

Thor spalancò gli occhi e lo afferrò per le spalle «Cosa hai architettato senza dirmi nulla? Dove diavolo vuoi andartene?»

Loki lo guardò, gli occhi non erano più tondi come erano stati da bambino, ma molto più adulti, forse più adulti e consapevoli di quelli di Thor «Credi che sarei stato capace di rimanere qui vedendo arrivare il tuo sostituto e sapendo che non scenderai mai più qui?» abbassò la testa e sorrise «Cosa dovrei fare se tuo fratello Baldr ti somigliasse? Come pensi che mi sentirei?»

Thor ritrasse le mani e lo guardò con dolore «Dove vuoi andare?»

Loki emise una risatina amara «Se tu seguirai il tuo addestramento per diventare Re dei Nove su Asgard allora io seguirò mio padre Farbauti su Jotunheim per studiare le vie del seiðr» lo guardò incrociando le sopracciglia e abbozzando un sorriso «Mi era sembrata la cosa più ovvia da fare per non rimanere qui» poi scosse la testa «Perché debole lo sono davvero, Thor. Sono debole dentro come lo sono fuori, solo tu mi hai trasmesso un po' della tua forza di vivere per andare avanti con dignità»

«Questo non è vero. Il tuo seiðr ti ha dato la capacità di agire come prima non avevi e…»

«E chi credi che me l'abbia mostrato?» si accasciò a terra e si raggomitolò vicino al fuoco e lo attizzò con un bastone di legno «Io nemmeno credevo di poter fare qualcosa nella mia vita finché tu non me l'hai capovolta completamente. Immagina che essere triste e oscuro sarei diventato da solo» lo guardò per un attimo, alzando gli occhi «Puoi benissimo fare a meno di me, Thor. Sono io che devo trovare la forza di fare lo stesso»

Thor si sedette di fronte a lui vicino al fuoco e scosse la testa «E secondo te perché voglio così tanto che tu mi segua?» gli chiese, concitato «Perché credi che non me ne voglia andare senza di te? Puoi reputarmi grande e forte, se vuoi ma proprio tu sai che non lo sono. Le tue parole mi hanno sempre smascherato. Non ho mai permesso a nessun'altro di vedere le mie debolezze, di vedere le mie lacrime e la mia solitudine e non lo farò mai più» si strofinò la faccia e così facendo disperse i cristalli di neve che aveva ancora sul viso «Diamine, Loki! Baldr potrà anche essere mio fratello ma io non l'ho mai visto, non so nemmeno chi è e a malapena mi ricordo di pochi miei amici, ho smesso di ricordarmi il viso di mio padre, il profumo di mia madre… e tutto è stato sostituito da te. Non sei solo mio amico, sei mio fratello!» lo disse con la voce spezzata e dall'altra parte del fuoco si sporse in avanti «E non vorrei separarmi da mio fratello nemmeno se me lo chiedesse mio padre»

Vide gli occhi di Loki aprirsi e spalancarsi dall'altra parte del fuoco, illuminati dalle fiamme che spiravano in alto e colorati di mille sfumature di rosso. «Thor… anche io ti reputo mio fratello» gli rispose «Ma non cambia nulla di ciò che ho detto»

Thor fece una risata quasi isterica, sul punto di rompersi in lacrime «Vedi? Se lo fossi davvero, se fossi davvero mio fratello non ti permetterei di andare da nessuna parte senza di me. Sei così tanto più saggio e responsabile… se finissi a fare il Padre Tutto lo saresti con me perché non saprei a chi altri chiedere consiglio» alle sue parole Loki aggirò il fuoco e gli prese la testa prima che Thor si piegasse in due sciogliendosi in un pianto silenzioso. Erano sempre state rare le sue dimostrazioni d'affetto verso chiunque anche se con Thor aveva cercato di aprirsi il minimo per ripagarlo delle sue attenzioni, eppure ogni volta che lo vedeva crollare per qualsiasi cosa sentiva qualcosa crollare anche dentro sé stesso, e come sempre lo raggiungeva per dargli quel contatto fisico che sapeva che Thor necessitava per non andare in pezzi. Infatti l'altro gli circondò le spalle e rimase lì a piangere con poche lacrime e senza emettere un suono, e per quello era forse il pianto peggiore di tutti.

«Anche se finissimo per non vederci mai più sarai comunque mio fratello, Thor» gli disse per rassicurarlo. «Finiremo agli estremi di Yggdrasill ma rimarrai mio fratello, te lo giuro»

Thor si scostò da lui e lo guardò negli occhi «Puoi unirci sul serio?» gli chiese, senza che l'altro capisse «Puoi renderci fratelli, non è vero? So che lo sai. Me ne hai parlato tempo fa» Loki si ritrasse, comprendo con orrore quello che voleva che facesse «Thor, non è una cosa che va presa alla leggera, non è…»

«Ma puoi farlo»

«Potrei» rispose Loki «Ma non è consigliabile» aggiunse poi «Un patto di sangue è qualcosa di troppo complesso, ha tante di quelle implicazioni che…»

«Dovrei farti sangue del mio sangue» rispose Thor «Dovrei giurare di non tradirti mai e viceversa»

«È una cosa che non puoi davvero promettere! Cosa faresti se questo dovesse andare contro gli interessi che avrai in futuro?»

«Non me ne importerà nulla»

«Sei un pazzo idiota idealista, Thor!»

«Loki», gli prese il viso tra le mani «è tanto difficile per te dirmi che mi vuoi bene?»

«Per le Norne, Thor» lo sguardo di Loki era pura sofferenza «Smettila. Ovvio, ovvio che ti voglio bene, ma non puoi giurare che sarà per sempre! Non puoi prevedere che sarà una cosa che durerà così a lungo, che…»

«Lo faccio, lo sto facendo!» rispose Thor afferrando il suo pugnale e tagliandosi il palmo della mano davanti a lui. Le gocce del suo sangue stavano colando sul fuoco, dense e rosse. «E ti dico che continuerò a farlo, lo giuro su tutto quello che vuoi»

Loki non poté non rimanere colpito da tale gesto e si sporse immediatamente verso alla sua mano, aprendo il palmo, pronto a medicarlo «Cosa fai?!»

«Non mi sta facendo male, posso sopportarlo: se per renderti mio fratello devo soffrire solo questo mi va più che bene»

Sopra le loro teste si accese il cielo di mille luci verdi e viola, un’aurora boreale che ondeggiava nel cielo, come mille gocce di sole che filtravano nell'atmosfera e ballavano insieme. Illuminò debolmente i due ragazzi chini sul fuoco. I due alzarono la testa, Thor rimase a contemplare quello spettacolo più a lungo fino a poi incrociare lo sguardo di Loki e stringergli le mani che lui aveva poggiato sulla sua ferita. «Voglio farlo, Loki. Voglio poterti ricordare come parte di me stesso quando me ne sarò andato»

Loki rimase a guardarlo, il cuore che stava cedendo e che diceva alla sua mente: perché no? Sai fin troppo bene che non ci sarà mai qualcun altro che influenzerà così tanto la tua vita, che porterai nei ricordi con te come la base su cui costruirai il tuo futuro. Perché avere paura ora?

Perché non si può sapere cosa le Norne hanno in serbo per noi, fu la necessaria risposta della sua mente razionale, pronta a chiudere la questione con parole feroci e rabbiose. Se l'avesse ferito, se l'avesse rifiutato allora si sarebbe dimenticato di lui? Avrebbe rinnegato tutto quello che erano stati in quegli anni?

«Va bene» si sentì dire senza che avesse davvero deciso, come se il suo corpo stesso avesse articolato quelle parole prima che la sua mente e il suo cuore fossero pronte a farlo. «Va bene»

Vide Thor aprirsi in un sorriso luminoso e sporgersi in avanti per baciargli la testa scura, cedendogli la lama con la quale si era tagliato.

Loki afferrò uno dei loro boccali e raccolse del sangue dalla mano di Thor prima di ferirsi a sua volta e mischiare il suo sangue con il suo.

Dopo che ebbe detto le parole giuste, che si proclamarono insieme stessa carne e stesso sangue, il loro sangue mischiato aveva un sapore strano di metallo e di ghiaccio, l'odore di una bufera di neve.

 

*

 

Thor non aveva visto Loki quando era partito. C'era una grande delegazione nella piazza grande di Utgarða che aspettava l'ora giusta dello scambio dell'ostaggio, la nobiltà intera e la famiglia reale schierata in una manifestazione di potenza ancor più terribile di quella che l'aveva ricevuto il primo giorno su Midgard. Loki non c'era e la sua assenza rendeva quell'amalgama di giganti rigidi e sanguinari incolori e indistinti. Persino coloro che lui conosceva avevano perso di spessore, di brillantezza. Ma comprendeva le sue motivazioni.

Seppur non avrebbe mai immaginato che Loki si potesse assentare al suo addio a Midgard, immaginava il perché, e forse lo sapevano tutti quegli Jotun silenziosi che lo stavano guardando fieramente, in un muto addio che aveva il gelo di Midgard e di Jotunheim.

Eppure la sera precedente si era presentato nelle sue stanze. All'ombra delle candele aveva versato del vino e gliel'aveva offerto, steso vicino a lui sul letto e l'avevano condiviso tra il silenzio e sguardi carichi di emozioni, completamente incapaci di dirsi addio, di formulare anche solo una parola che potesse rendere più reale la loro separazione.

Loki aveva giocato con le ciocche dei suoi capelli lunghi e le aveva arrotolate intorno alle dita mentre l'altro lo guardava silenziosamente, cercando di imprimersi addosso e nella mente il suo aspetto, il suo odore. Poi l'aveva lasciato, scivolando silenziosamente via, scendendo dal letto e aprendo la porta.

«Loki» gli aveva detto, raggiungendolo all'uscita. Lui si era voltato e l'aveva guardato silenziosamente per poi alzarsi sulle punte, allungare le mani per fargli abbassare la testa e baciargli la fronte come Thor stesso aveva fatto quel giorno, sotto l'aurora boreale. «Buona notte, Thor» gli aveva detto per poi sparire nei meandri del castello.

Non gli aveva dato fastidio. Adesso pensava che fosse il migliore addio che potesse ricevere, come una frase normale, eppure con un gesto gentile e intimo, con il suo nome come ultima parola.

Il Bifrost si aprì e nella pioggia color arcobaleno si intravide una figura, non alta ma che si stava sviluppando.

Thor aveva con sé l'ormai anziana Er che lo seguiva, mentre Hoðr sarebbe rimasto lì ad accompagnare suo fratello Baldr. Lo salutò un’ultima volta con uno sguardo e prese sotto braccio la sua vecchia tata andando verso il vortice del ponte dell'arcobaleno: si scambiò con suo fratello e lo vide quando si incrociarono.

Con un solo scambio di occhiate lo vide: bellissimo come lo era sua madre, il volto più tondo e armonioso del suo, i capelli ricci e gli occhi luminosi, lo sguardo spaventato.

Lo sorpassò velocemente e tutto si richiuse dietro di lui, come risucchiato in alto da un vento che non smuoveva nulla; tenne a sé Er e dopo un risucchio familiare che si mescolava tra il sonno e il ricordo lontano approdò ai piedi del Bifrost, un giovane dall'armatura splendente era lì che azionava il portale e lo guardava sorridendo con occhi gialli e incredibili.

La figura silenziosa del guardiano del ponte gli fece un inchino e poi gli indicò armoniosamente di andare avanti. Er gli tolse velocemente gli strati della pelliccia che indossava su Jotunheim e lo lasciò con la ricca tunica che portava al di sotto.

Thor aggirò i comandi del grande Bifrost e si sporse. Un convoglio era lì ad attenderlo, una lunga schiera di guardie che continuava fino all'ingresso della massiccia e dorata Asgard gli fecero il saluto alzando le alabarde.

Quando percorse in silenzio le strade della città piena di folle urlanti che salutavano il suo passaggio non distolse lo sguardo dalla reggia immensa, e quando vi entrò, al cospetto di tutti i nobili Æsir riuniti ebbe un tremito.

Arrivato sotto il trono del padre, Frigga, bella come lo era stata il giorno in cui l'aveva salutata, gli corse incontro e lo abbracciò piangendo tra le urla di approvazione dei presenti.

Thor ed Odino si incontrarono a metà strada sulle scale del suo trono, il suo unico occhio che lo guardava come se lo stesse esaminando fin dentro nell'anima.

Si strinsero un avambraccio, e forse suo padre disse qualcosa alla folla, Thor non riuscì a comprendere le sue parole: troppo chiasso, troppe persone, troppa luce.

I suoi amici che a stento riconobbe nella prima linea dei nobili, sua madre che gli teneva le spalle.

La mano dove aveva quella cicatrice prudeva terribilmente.

 

*

 

«Vogliamo andare?» Farbauti gli faceva segno con la testa verso la carovana che stava caricando le loro cose: abiti più pesanti, tantissimi libri.

Loki guardava l'aurora boreale sopra le loro teste e si chiedeva se esistesse qualcosa del genere anche su Asgard, se Thor potesse guardarla e ricordarsi quel giorno. Si stava strofinando con un pollice la cicatrice blu intenso che aveva sulla mano sinistra e pensava a cosa sarebbe stato poi della sua vita, se la gente rimasta su Jotunheim sarebbe stata disposta a condividere un po' della propria sapienza con lui.

«Arrivo, padre» si strinse nel mantello verde e seguì il padre sulla nave che fluttuava nel cielo, pronta a partire per la loro terra natia.

Insieme presero posto lì tra chi li accompagnava. Loki continuava a guardare il cielo, e sotto di esso Midgard che si incurvava nell'orizzonte. «Sei stato sgarbato a non venire a salutare il principe Baldr al suo arrivo» Farbauti si chinò su di lui per analizzare la sua reazione «Cosa ti ha trattenuto?»

«L'inutilità del tutto» si strinse il mantello e continuò: «Non lo vedrò mai in vita mia, né avremo alcunché da spartirci, perché dovrei interessarmi a lui?»

«Ho sentito che ha grandi qualità e che su Asgard era molto amato, forse il più amato di tutti»

«Questo non mi fa nessun effetto»

«Sarà» commentò sornione suo padre «Eppure avresti almeno dovuto avere la curiosità di volerlo vedere in faccia»

«Non c'è cosa che potesse interessarmi di meno»

«Somigliava a Thor, devo dire, anche se è decisamente più brutto, con tutti qui capelli e quelle lentiggini sul naso!» il re consorte rise «Sembrava un topino spaventato, immagina. Suo fratello non ha mai dato quella impressione»

Loki lo guardò intensamente: «Non accumunarlo con Thor» poi si accorse della violenza con cui l'aveva detto e dello sguardo di rimprovero del padre. Abbassò la testa e aggiunse «Non hanno nulla in comune se non l'utero dal quale sono usciti»

«Potrebbe essere vero» commentò poi suo padre «Ma preferirei che non parlassi male di lui. Sono sicuro che riuscirai a farlo, se sei riuscito a farlo per Thor»

«Non so, padre. Non te lo posso promettere» rispose Loki. Con Thor era diverso. Con Thor sarebbe sempre stato diverso.

Mentre la nave partiva per il cielo e Midgard diventava un puntino dietro di loro, Loki si passò la lingua sulle labbra che la sera prima avevano sfiorato per l'unica e ultima volta la fronte di suo fratello.

Poi strinse il pungo, e si voltò verso le stelle, dove Jotunheim silenziosamente girava intorno alla sua stella lontana, verso la sua vera e lontanissima casa.