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Moments in Time

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Guy lanciò uno sguardo perplesso al sacchetto che Miriam stringeva in mano uscendo dalla farmacia.
- Non ti sembra di avere esagerato?
Miriam fece un piccolo sospiro.
- Stamattina Isabella ha detto di avere mal di gola. Se stasera dovesse venirle la febbre, entro due o tre giorni saremo tutti a letto con l’influenza. Preferisco avere in casa tutte le medicine necessarie, così quando Alicia ci dirà cosa prendere non dovremo nemmeno uscire di casa. Ho preso tutto quello che potrebbe servire: medicine per la febbre, per il mal di stomaco, antibiotici, farmaci per alleviare i sintomi del raffreddore, sciroppi per la tosse, un altro termometro così se Robin dovesse lanciarlo di nuovo per terra non rimarremo senza, pastiglie per la gola…
Guy ridacchiò e la attirò a sé per baciarla.
- Ti prendi sempre cura di noi. - Sussurrò in tono amorevole, e Miriam si strinse a lui sorridendo.
- Come potrei non prendermi cura della mia famiglia? Siete tutto per me.
Rimasero abbracciati per un po’, persi in un mondo tutto loro, poi Guy la baciò sulla guancia e sorrise.
- Se ci aspettano altri giorni di malattia, forse conviene fare anche un po’ di spesa, così non dovremo chiederlo a Fatma o ad Alicia.
Miriam annuì.
- E poi scommetto che vuoi anche fare un giro in libreria, così avrai qualcosa di nuovo da leggere se sarai costretto a restare a letto.
Guy ridacchiò.
- Ormai mi conosci. - Disse, poi si appoggiò a Miriam, colto da un capogiro improvviso.
- Guy? - Chiese la ragazza un attimo dopo. - Forse mi sto ammalando prima di quello che pensavo… Mi gira la testa.
Guy riaprì gli occhi di scatto e si guardò intorno.
- No, non credo.
Miriam sussultò: erano circondati dagli alberi di una foresta.
- Cosa è successo?! Dove siamo?!
- Nella foresta di Sherwood. Otto secoli fa.
Miriam lo fissò, terrorizzata.
- Nel tuo tempo?! Guy, perché siamo qui?! E i bambini?!
Gisborne la tenne stretta e le carezzò i capelli per rassicurarla.
- Torneremo da loro, stai tranquilla. Le altre volte che sono tornato indietro nel tempo era sempre per una ragione ben precisa.
- Ne sei sicuro?! E se non potessimo più tornare a casa?!
- Torneremo. I bambini sono al sicuro, Alicia penserà a loro mentre siamo via, ma probabilmente saremo di ritorno prima ancora che se ne accorgano.
Miriam appoggiò la testa sul suo petto e chiuse gli occhi, desiderando di credergli con tutto il cuore e Guy, molto meno tranquillo di quanto non si fosse mostrato davanti alla moglie, pregò di avere ragione.
- Dovremmo essere dalle parti di Locksley. Vieni, non possiamo restare qui.
Guy la prese per mano e si inoltrò tra gli alberi. Era preoccupato e si sentiva troppo vulnerabile: nella Nottingham moderna non serviva andare in giro armati, ma nel dodicesimo secolo senza una spada o un arco sarebbero stati alla mercé di qualsiasi criminale.
Come evocato dalle sue preoccupazioni, un fuorilegge gli intimò di fermarsi e di mostrargli il denaro che possedeva. Un attimo dopo il fuorilegge sbucò fuori dai cespugli puntando un arco verso Guy ed entrambi gli uomini emisero un verso di sorpresa.
- Allan! - Gridò Guy, incredulo. Nella sua mente i ricordi del giovane erano ancora confusi e sovrapposti. Ricordava di aver fissato il suo cadavere trafitto dalle frecce davanti al portone del castello di Nottingham e ricordava anche che Allan era stato presente quando lui era stato ferito dallo sceriffo ed era “morto” nella cripta sotterranea. Robin era riuscito a salvare la vita di Allan modificando il passato e ora il fuorilegge era decisamente vivo e in salute.
- Giz! - Esclamò Allan, altrettanto sorpreso. - Allora è vero che sei ancora vivo! Robin ha detto che lo eri e anche gli altri hanno detto di averti visto per un breve tempo dopo che abbiamo assistito alla tua morte, ma quello che raccontano mi è sempre sembrato così strano…
Guy annuì, incerto su cosa dirgli. Forse per Allan era meglio non sapere di essere vivo per miracolo. Decise che ne avrebbe discusso con Robin, prima di sbilanciarsi.
Quel pensiero lo riempì di emozione: aveva pensato che non avrebbe mai più rivisto Robin e gli altri membri della banda, che i secoli li avrebbero separati per sempre e, per quanto fosse preoccupato per la situazione in cui lui e Miriam si erano trovati, era sinceramente felice di poter rivedere i suoi amici.
Allan lanciò uno sguardo perplesso alla ragazza aggrappata a Guy.
- Marian? Perché sei qui? E come siete vestiti entrambi?
- Dov’è Robin? Al campo? - Lo interruppe Guy, distogliendo l’attenzione da Miriam.
Allan scosse la testa.
- A Locksley. Non siamo più fuorilegge, Re Riccardo ci ha perdonati e quando Giovanni è salito al trono dopo di lui, Robin ha dovuto giurargli fedeltà.
Guy lanciò uno sguardo ironico all’arco di Allan, sollevando un sopracciglio.
- Se non siete più fuorilegge perché hai cercato di derubarmi?
Allan sogghignò.
- Un uomo dovrà pur divertirsi ogni tanto, no?
Guy gli diede una pacca sulla spalla.
- Attento a non finire nelle segrete o sul patibolo mentre ti diverti. Ora portaci da Robin.
L’espressione di Allan divenne improvvisamente seria e Guy gli lanciò uno sguardo preoccupato.
- Cosa c’è? È successo qualcosa a Hood?
- Non te lo ha detto Marian? Vedo che ha pianto, credevo che te lo stesse raccontando. - Disse Allan, accennando a Miriam.
- Lei non è Marian.
- Sei ubriaco, Giz? Certo che è lei!
- Te lo spiegherò dopo, ora dimmi che è successo a Robin.
- I suoi figli stanno morendo.

Marian camminò da un lettino all’altro, appoggiando sulla fronte dei bambini le pezze bagnate con l’acqua fredda del pozzo, che i servitori continuavano a portare in continuazione.
Lei stessa era appena guarita dalla febbre che ora divorava i suoi figli e i guaritori le avevano detto di restare a riposo, ma come poteva riposare mentre i suoi bambini soffrivano?
Colta da un’improvvisa debolezza, fu costretta a sedersi per un attimo e scoppiò a piangere di nuovo, terrorizzata. Avrebbe voluto che Robin la stringesse, sussurrandole che sarebbe andato tutto bene e che aveva un piano per salvare i bambini, ma per la prima volta da quando lo conosceva, Robin di Locksley non sapeva cosa fare.
Non riusciva a stare in quella stanza, non poteva sopportare di vedere i suoi figli che soffrivano, non era capace di ascoltare il loro respiro debole e stentato o di guardare le loro guance pallide e arrossate dalla febbre allo stesso tempo.
Marian si rialzò e si avvicinò alla finestra per cercare il marito con lo sguardo: era ancora nel punto in cui lo aveva visto molte ore prima, intento a piantare una freccia dopo l’altra nel tronco di un albero, con gesti meccanici e ossessivi.
Marian distolse lo sguardo: sia lei che Robin avevano il cuore spezzato, anche se avevano modi diversi di affrontare il loro dolore. Si asciugò le lacrime e riprese a bagnare le fronti dei loro bambini, senza riposo. Ci sarebbe stato tempo per piangere dopo, ma per ora non era disposta a cedere i suoi figli alla Morte senza lottare.

Robin sentì il suono della freccia che colpiva il tronco e seppe anche senza guardare che si era conficcata nel punto esatto in cui aveva mirato. Ne prese un’altra meccanicamente e si preparò a scagliarla.
Le braccia gli facevano male e la corda dell’arco gli aveva arrossato la pelle, ma Robin non faceva caso al dolore. Il male fisico non era nulla rispetto a quello che aveva nell’anima.
Non scagliò mai la freccia perché la voce di Allan attirò la sua attenzione. Si voltò a guardarlo e sussultò nel vedere al suo fianco Gisborne e… Marian?
Robin lanciò uno sguardo rapido alla casa, chiedendosi quando sua moglie fosse uscita, ma non ebbe il tempo di trovare una risposta perché un attimo dopo Guy lo aveva raggiunto e lo aveva stretto in un abbraccio fraterno.
Robin si aggrappò a lui per qualche attimo, trovando in quella riunione inaspettata un po’ di sollievo alla sua angoscia.
- Non credevo che ti avrei rivisto, fratello mio!
- Nemmeno io. Grazie per i messaggi incisi nella cripta, è bello ricevere tue notizie.
Robin sospirò, affranto.
- Temo che non avrò buone notizie da darti… Allan te lo ha detto?
Guy annuì, triste per l’amico.
- Cosa è successo?
- Un’epidemia. In tanti sono guariti dalla febbre, anche io e Marian, ma i bambini continuano a peggiorare e nessun guaritore ci ha dato la minima speranza…
La voce di Robin si spezzò e Guy e Miriam si scambiarono uno sguardo addolorato, poi gli occhi di Guy si posarono sul sacchetto che Miriam stringeva ancora tra le mani.
Si staccò da Robin e si avvicinò alla moglie.
- Forse è per questo che siamo qui!
Lo sguardo di Miriam si accese di comprensione.
- Gli antibiotici! Ma funzioneranno?
- Quando sono arrivato nel ventunesimo secolo, su di me hanno funzionato. La mia ferita si sarebbe sicuramente infettata, altrimenti. Del resto cosa ci costa provare? Hai sentito cosa ha detto? I guaritori dicono che non ci sono speranze.
Robin gli afferrò un braccio.
- Di cosa stai parlando, Gisborne? - Guardò Miriam – Marian? Tu lo sai?
- Lei non è Marian. Te lo spiegherò, ma ora non c’è tempo. Abbiamo delle medicine con noi, medicine del futuro. Non posso garantirti che funzioneranno, ma forse sì.
- Stai dicendo che puoi salvare i miei figli?!
- Non lo so. Ma possiamo provarci.

Marian sussultò nel sentire rumori di passi pesanti che correvano per le scale. Guardò i bambini, pronta a difenderli da ogni pericolo, anche se non poteva fare niente per strapparli alla malattia.
Robin irruppe nella stanza ansimando per la corsa, seguito da altre due persone. Quando le riconobbe, Marian pensò di essere impazzita: davanti a lei c’erano Guy di Gisborne e lei stessa!
La donna che stringeva la mano di Guy era identica a lei in ogni minimo dettaglio, ma era vestita con abiti strani, insoliti come quelli che indossava Guy.
Gisborne era più vecchio di qualche anno rispetto a come lo ricordava, ma era inequivocabilmente lui. Più tranquillo e sereno, forse, senza più l’ombra cupa che di solito gli oscurava lo sguardo.
- Guy? - Mormorò, debole e affranta, e Robin corse a stringerla tra le braccia.
- Hanno delle medicine! Forse possono aiutare i nostri figli!
Marian fu attraversata da un brivido.
- Davvero? - Chiese, non osando sperare.
- Forse. - Rispose Robin, nello stesso tono disperato.
Si strinsero insieme in un angolo della stanza, non osando quasi respirare mentre Miriam si avvicinava ai bambini.
Guy le lanciò uno sguardo ansioso.
- Gli antibiotici basteranno?
- L’anno scorso tu eri ridotto anche peggio e dopo che Alicia ha iniziato la cura, in pochi giorni eri di nuovo in piedi. Dobbiamo sperare che questi antibiotici siano efficaci su questo tipo di malattia.
Guy annuì e la aiutò a far prendere le medicine a tutti e tre i bambini, con la pratica che ormai lui e Miriam avevano acquisito nel prendersi cura dei propri figli.
- E ora? - Sussurrò Marian, angosciata.
- Ora dobbiamo aspettare che la cura faccia effetto. - Le rispose Miriam, anche lei incantata a guardare l’altra donna identica a lei. Ora capiva perché all’inizio Guy avesse quello sguardo malinconico quando la guardava, perché lei era davvero uguale alla donna che un tempo aveva amato così tanto.
Miriam provò un guizzò di gelosia, subito estinto nel rendersi conto che da quando erano entrati in quella casa, ogni sguardo amorevole di Guy era stato diretto soltanto a lei e non al suo vecchio amore perduto.
Robin strinse a sé Marian e le baciò la fronte.
- Andiamo di sotto, Thornton guarderà i bambini e ci avviserà a ogni minimo cambiamento.
Marian esitò, riluttante ad allontanarsi dai figli anche per un solo istante, ma anche curiosa di parlare con Guy e di svelare il mistero di quella donna identica a lei.

Archer scese da cavallo, accigliato, e attese che arrivassero gli altri prima di entrare a Locksley.
Forse era codardia da parte sua, ma non se la sentiva di affrontare il dolore di suo fratello e di Marian senza la compagnia degli altri. Much fu il primo ad arrivare, insieme a Eve e poco dopo arrivarono anche Tuck e Little John, quest’ultimo accompagnato da un ragazzino dai capelli scuri intento a cantare le lodi di un cavallo particolarmente bello che aveva visto al mercato il giorno prima. Arrivato in prossimità della casa, il ragazzo smise di parlare e assunse un’espressione solenne, adatta all’atmosfera triste.
Dei membri della banda, solo Kate era assente. La ragazza aveva preferito trasferirsi altrove insieme alla sua famiglia quando Robin era tornato e aveva annunciato di aver sposato Marian.
- Ci sono notizie? - Chiese Much, ansiosamente.
Archer scosse la testa.
- Anche io sono appena arrivato.
Il gruppetto entrò a Locksley e si fermarono sulla soglia, allibiti nel vedere Guy di Gisborne seduto accanto al camino insieme a Robin e ben due Marian.
- Sei un padre anche tu? - Stava chiedendo Robin, e Guy annuì con un sorriso. - Tre anche noi. Due femmine e un maschio.
- Come si chiamano? - Chiese Marian, e fu Miriam a rispondere, perché Guy aveva distolto lo sguardo, un po’ imbarazzato.
- Isabella, Robin e Meg.
Robin scoppiò a ridere, compiaciuto.
- Hai chiamato tuo figlio come me!
Guy gli lanciò uno sguardo irritato, ma Marian fu svelta a interrompere il marito, con un sorrisetto divertito.
- I nostri si chiamano Edward, Malcolm... e Guy.
Stavolta fu Gisborne a sogghignare e alzò lo sguardo, accorgendosi solo in quel momento della presenza degli altri.
- Archer! - Esclamò, alzandosi a salutare prima il fratello e poi gli altri membri della banda.
Miriam rimase a guardare, contenta che il marito avesse avuto l’occasione di rivedere gli amici che pensava di aver perduto per sempre e preoccupata al pensiero di non poter tornare a casa dai suoi figli. Ma forse Guy aveva ragione e loro erano finiti lì per salvare i bambini di Robin.
Guardando gli altri, Miriam notò il ragazzino che era rimasto in disparte, tranquillo e pensieroso, e si accigliò, osservando i tratti del suo volto.
Incontrò gli occhi di Marian e la interrogò con lo sguardo, e la ragazza lanciò un’occhiata prima a Guy e poi a Robin.
- Robin, credo che dovresti dirglielo. - Disse, accennando al ragazzino. L’ex fuorilegge annuì e strinse una mano sul braccio di Guy per attirare la sua attenzione.
Guy si voltò a guardarlo, interrogativo.
- A dire il vero tu di figli ne hai quattro. - Disse Robin, quietamente.
Gisborne annuì, un po’ triste.
- Sì, ma il primo non lo conoscerò mai.
- Girati. - Disse Robin, con un sorrisetto, e Guy rimase a fissare il ragazzino, allibito.
- Lui?
- Se n’è accorta anche Miriam. - Disse Marian. - Vi somigliate molto.
Seth fece qualche passo verso di lui, fissandolo.
- Voi siete mio padre? Zio Robin mi ha parlato di voi.
Guy annuì, commosso, e allargò le braccia, come per invitare il ragazzino ad abbracciarlo, ma senza avere il coraggio di prendere l’iniziativa.
- Mi dispiace di non essere stato presente nella tua vita, ho commesso molti errori in passato.
Il ragazzino scosse la testa e corse ad abbracciarlo e a dargli un bacio sulla guancia.
- Mi sono sempre chiesto come fosse mio padre. - Disse Seth, sorridendo, poi lanciò uno sguardo preoccupato a Guy. - Però non porto il vostro nome, porto quello del mio padre adottivo.
Guy gli sorrise per rassicurarlo.
- È comprensibile, non sono mai stato un padre per te. Annie si è sposata?
Il bambino guardò Little John, sorridendo.
- Sì, con lui. Mi chiamo Seth Little ora.
Robin sorrise nel vedere lo sguardo stupito di Guy e l’imbarazzo compiaciuto di Little John.
- Quando il re ci ha concesso la grazia, John ha iniziato a occuparsi dell’orfanotrofio di Clun che si trovava in pessime condizioni. - Spiegò Robin. - Quando Annie e Seth sono tornati a Nottingham dopo aver saputo che Vaisey era morto, Annie ha iniziato ad aiutare John a occuparsi degli orfani e qualche anno dopo si sono sposati.
- Sei felice, Seth? - Chiese Guy, e il ragazzino sorrise.
- Molto. E ora che ho conosciuto anche voi lo sono ancora di più! Da grande spero di diventare un cavaliere come mio padre.
- Spero che ci riuscirai, ma la cosa più importante è che diventi una brava persona come il tuo padre adottivo.
Little John guardò Guy, sorpreso per quelle parole, e i due uomini si scambiarono un sorriso.
- Grazie per quello che fai per lui, John. - Disse Guy e l’ex fuorilegge fece un grugnito di assenso.
- Seth è un bravo ragazzo, sono contento di averlo come figlio.
- Per favore, dite ad Annie che mi dispiace, sono stato molto ingiusto con lei.
Gisborne tornò a sedere accanto a Miriam e la moglie gli prese una mano. Con una leggera stretta e un piccolo sorriso gli fece capire di non essere gelosa di quel bambino che Guy aveva avuto con un’altra donna. Seth prese uno sgabello e sedette tra Guy e Little John, contento di poter avere accanto entrambi i suoi padri, almeno per quella notte.
Marian si alzò per andare a controllare i figli e tornò poco dopo, pensierosa.
Robin la guardò, angosciato e speranzoso allo stesso tempo.
- Come stanno?
- Dormono. Mi sembrano un po’ meno caldi di prima.
- Abbiamo dato loro una medicina per abbassare la febbre e un’altra per combattere la malattia. Sapremo se funzionano entro uno o due giorni, ma credo proprio di sì. - Disse Miriam, cercando di usare un tono rassicurante. - Vieni, ti spiegherò come usarle e come darle ai bambini, così se io e Guy dovessimo tornare a casa all’improvviso, sapreste cosa fare.

Gisborne guardò la luce dell’alba che iniziava a filtrare dalle finestre e sbadigliò. Tutti loro avevano vegliato tutta la notte per condividere con Robin e Marian quelle ore di angoscia e speranza.
Era stata una notte di racconti, di lacrime e di sorrisi, ma soprattutto era stato un modo per stringere ancora di più dei legami tra persone, amici e famiglie, separati da oltre otto secoli.
Miriam si era addormentata tra le sue braccia e Guy la tenne stretta, pensando ai loro bambini che li aspettavano a casa.
Anche gli altri dormivano, rannicchiati sulle sedie intorno al camino o stesi come Seth sulle panche della sala. Solo Robin e Marian erano ancora svegli, oltre a lui.
Marian era salita al piano di sopra a controllare i bambini per l’ennesima volta e Robin era seduto in silenzio a guardare le fiamme, il volto segnato dall’ansia e gli occhi cerchiati di stanchezza.
- Si salveranno. - Disse Guy. - Se io e Miriam siamo qui, deve essere per questo.
Robin gli strinse la mano, grato.
- Lo spero, fratello mio, lo spero davvero.
Un attimo dopo, Guy si ritrovò seduto a terra, sul marciapiedi di fronte alla farmacia, ormai chiusa.
Scosse Miriam per svegliarla e la moglie si guardò intorno, incredula.
- Siamo tornati?!
Guy la aiutò a rialzarsi e la strinse a sé.
- Andiamo a casa. - Sussurrò e Miriam annuì.
Si presero per mano e corsero dai loro bambini.

Alicia entrò in casa usando la sua copia delle chiavi e appoggiò la spesa sul tavolo senza fare rumore per non svegliare Guy, profondamente addormentato sul divano.
Aveva quasi finito di mettere via le ultime provviste, quando Guy la raggiunse, ancora assonnato.
- Ciao Alicia. Alla fine ti disturbiamo sempre...
La dottoressa gli sorrise, allungando una mano a toccargli la fronte.
- Non hai più la febbre, mi pare. Ti senti meglio?
Guy sedette al tavolo della cucina e prese una mela, addentandola con tutta la buccia.
- Direi di sì. Grazie per la spesa.
- Sarei passata comunque per visitarti e poi Peter ha detto di darti questa. Voleva spedirtela sul cellulare, ma è riuscito a rompere il suo. Di nuovo.
Alicia mise sul tavolo una busta che conteneva la fotografia di un’altra incisione che il marito aveva appena scoperto nei sotterranei nel castello.
Guy la prese e la esaminò, mentre un ampio sorriso si allargava sul suo volto.
- Belle notizie?
Gisborne le porse la foto e Alicia vide che la scritta consisteva di una sola parola.
Grazie.
- Cosa significa?
- Significa che è andato tutto bene. - Disse Guy e diede un altro morso alla mela.