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Castiel nel Bunker

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Ritrovarono Castiel sul ciglio della strada sulla loro via per il bunker. Stava fissando intensamente in su, verso il cielo, gli occhi spalancati e addolorati. Per molto tempo dopo che la sua essenza era stata strappata via dal suo corpo e tutti i suoi fratelli e sorelle erano precipitati dal cielo, Castiel era rimasto a guardare le stelle. Era in un tale stato di shock da non sentire l'Impala frenare di colpo dietro di lui. Dean corse fuori, urlando disperatamente il suo nome mentre Sam riposava, mezzo addormentato in macchina.

“Cas! Stai bene? Cos’è successo?” Dean scrollò gentilmente le spalle dell’altro uomo affinché mettesse a fuoco il suo viso. Castiel finalmente fissò Dean, inorridito.

“Se l’è presa”, Cas sussurrò, tremante. “La mia grazia. Se l’è presa… E’ colpa mia se sono caduti. Io ero l’ultimo pezzo. Ero io… Ancora… Ero io.”

“Cosa vuoi dire-?” Dean inspirò, sgomento a causa dell’angoscia negli occhi grandi, limpidi e blu di Castiel. Sapeva esattamente cosa volesse dire Cas, ma non era pronto a crederci. Metatron. “E’ stato Metatron a far questo”.

“Non mi sento molto bene. Essere umano è così tanto… stan… cante…” Castiel sbatté lentamente le palpebre prima di perdere i sensi.
“Merda! Merda, merda!” imprecò Dean, riuscendo a prendere Castiel prima che cadesse a terra. Sam sporse la testa fuori dal finestrino e vide suo fratello sostenere Cas passandogli le braccia sotto le spalle.

Castiel era senza grazia e Dean non sapeva cosa fare. Tutti gli angeli erano caduti e non sapeva cosa ne sarebbe stato di loro. Era più che furente con Metatron per avere ingannato Cas e averlo reso un guscio vuoto e indebolito di sé stesso. Piano, Dean rifletté tra sé e sé, “Sammy è nella macchina, forse sul punto di morire. Cas è umano.”

Un umano che era appena svenuto. Cas era svenuto.

“Deve essere Giovedì,” borbottò Dean e trascinò Castiel verso l’Impala. Lo depositò sul sedile posteriore e compose il numero di cellulare di Kevin per metterlo al corrente della situazione. Sam si mosse e chiese a Dean di Cas, ma stava ancora troppo male per prestare attenzione a lungo. Sam sentì la voce di Kevin urlare dall’altro lato della linea telefonica.

“Cosa significa che non avete chiuso i cancelli?!”

La conversazione che trapelava tra Dean e Kevin al telefono era stancante da ascoltare. Era piena di urla e di rabbia, ma quando raggiunsero il bunker, Kevin era pronto a riceverli. Quando vide Sam, Kevin si accigliò.

“Hai un aspetto di merda”, disse a Sam.

“Penso di stare per morire,” si lamentò piano e pateticamente Sam.

“Non stai per morire! Nessuno morirà! Non hai concluso le prove, quindi starai bene,” ringhiò Dean e si affrettò ad aprire la portiera per sollevare Cas dal sedile posteriore della macchina. Kevin sospirò pesantemente e si unì a Sam per aiutarlo a zoppicare verso il bunker. Era strano vedere così indifeso un uomo tanto gigantesco.

“Grazie, Kevin…” tirò su col naso Sam. “Mi dispiace. Avrei dovuto farlo comunque. Avrei dovuto andare fino in fondo. Tutto il lavoro che hai fatto per tradurre la tavoletta…”

“Risparmia il fiato,” replicò Kevin.

Questo non era ciò che Dean aveva immaginato sarebbe stata la conclusione della loro missione per chiudere i Cancelli dell’Inferno. Avevano controllato la chiesa dopo aver visto cadere gli angeli. Crowley era scomparso. Non sapevano se fosse umano o un demone o se fosse scappato da solo o con dell’aiuto.
Dean si sentiva a disagio a portare Castiel perché lui era di solito un essere così forte. L’ex angelo era completamente andato, per metà drappeggiato sulla sua spalla. Dean non poteva che essere grato del fatto che fossero ancora tutti vivi. Doveva credere che Sam si sarebbe ripreso e che sarebbe riuscito a tenere Cas al sicuro.
“Pensi davvero ci sia un altro modo?”

“Sì! Deve esserci, Kevin!”

Castiel si svegliò su quello che pensava essere un divano. Quando aprì gli occhi, capì che stava riposando su una chaise longue vintage che Dean aveva trascinato nella stanza principale del bunker. La struttura era di un legno scuro e intagliato e i cuscini erano color avorio con una fantasia d’edera ricamata sul tessuto. Gli Uomini di Lettere avevano senza dubbio stile.

“Mia madre è morta. La mia ragazza è morta per questo!” Kevin inveì, non preoccupandosi se Sam era in uno stato orribile e che ascoltava ogni parola che diceva. La scusa che Sam sarebbe morto se avesse completato le prove non era stata ben accolta dal ragazzo che aveva perso le persone a lui più vicine per lo stesso obiettivo. “Senza offesa, Sam, ma se i nostri posti fossero stati scambiati, io lo avrei fatto.”

“Bé, adesso non possiamo tornare indietro!” ribatté Dean. Non aveva pensato minimamente ai sacrifici di Kevin quando aveva convinto Sam a non sacrificare la propria vita. Nonostante tutto, Dean non poteva provare rimorso nell’avere Sam vivo. “Quello che è fatto è fatto.”

“Quello che è fatto è fatto,” scimmiottò Kevin. “E adesso vuoi che io traduca un’altra tavoletta che finirai con l’ignorare.”

“Dean, va bene,” gemette Sam quando vide suo fratello pronto a cominciare un’altra invettiva contro Kevin. “Non è giusto, Kevin. Niente è giusto. Tornerei indietro in questo momento se potessi, ma non posso. Mi dispiace. Ma, tu sei l’unico che può aiutare adesso. Se quella tavoletta ha degli incantesimi anti-angelo come la tavoletta sui demoni aveva incantesimi anti-demoni, potremmo usarli contro Metatron – ”
La vista di Sam si offuscò momentaneamente. Sebbene continuasse a vivere, continuava anche a sentirsi male. Ipotizzò che gli effetti delle prove ci avrebbero messo un po’ a recedere.

“Stai bene?” Dean chiese a Sam e suo fratello annuì. Riportando l’attenzione su Kevin, Dean disse, “Abbiamo problemi più grossi di Crowley al momento. Questo Meta-stronzo ha preso il controllo del Paradiso. Devi aiutare.”

Infine, Dean si accorse che Cas era sveglio. Si irrigidì alla vista del suo amico da poco umano. Gli occhi di Kevin e Sam furono attratti verso la chaise longue, seguendo lo sguardo di Dean. Coscienti tutti insieme, alla fine, formavano un miserabile quartetto. Erano malati, infuriati, depressi, e confusi. Cas osservò Sam, penante su una sedia. Notò quanto Kevin fosse agitato e quanto contrariato e furente fosse Dean. La prima cosa che l’umano Castiel offrì alla conversazione fu nei confronti di Sam. “Sono contento che tu sia vivo,” disse.
Sam sorrise del più piccolo sorriso che riusciva a padroneggiare, “Altrettanto.”

“Va bene, lo farò,” borbottò Kevin. Occhieggiò Dean con sospetto. “Ma rimarrò qui e mi prendo la stanza grande.”
“Quella è la stanza di Sam!”

“E’ ok… Puoi averla,” disse Sam, sapendo che entrambi dovevano a Kevin più di quanto potessero mai ripagare. Non appena Sam fosse stato abbastanza bene avrebbe fatto il possibile per rendere il soggiorno di Kevin più confortevole. “Lo hai detto tu stesso, Dean. Avremmo dovuto farlo stare con noi molto tempo fa. E’ il profeta. Dovrebbe avere la stanza più grande. Abbiamo un sacco di stanze tra cui posso scegliere.”

“Se anche solo pensate di scaricarmi su un’altra barca, me ne andrò. Con la tavoletta.” Kevin sbuffò e si allontanò dagli altri uomini.
Cas si mosse con cautela, come se avesse paura di rompersi tutte le fragili ossa umane se avesse fatto anche solo una mossa sbagliata. Svenire era una sensazione inusuale. Si sentiva lento, debole, e disorientato. “Grazie…” Disse ad entrambi i fratelli. “Non eravate tenuti a prendermi con voi.”

“Col cazzo non lo eravamo,” Dean commentò.

“Ho appena causato un altro monumentale problema che avrà effetto sulla umanità su scala globale”.

“Non è stata colpa tua, Cas,” disse Sam. Sapeva che Cas non credeva di meritare asilo dopo aver avuto un ruolo nel causare ancora una volta così tanto scompiglio, ma Cas non era al proprio posto da nessun’altra parte. “Non sapevi che Metatron ti stesse manipolando.”
“Io sono sempre all’oscuro,” deglutì Castiel. “E’ esattamente per questo che è colpa mia.”

Naomi aveva avuto ragione, pensò Cas. Era sceso dalla catena di montaggio con una crepa nel telaio. Per essere così stupido, era sicuro di essere caduto e aver sbattuto la testa da bambino. Ripetutamente.

“Va bene, basta così. Non posso sopportarvi entrambi con tutto questo – ” Dean borbottò, indicando a gesti suo fratello e Cas, “Disprezzo per voi stessi. Sammy, tu sei vivo, e non ti vorrei in nessun altro modo. E, Cas – Cas, tu… Sono felice che tu sia qui. Scopriremo esattamente cosa sta succedendo e prenderemo Metatron, te lo prometto.”

Dean si era preparato a non rivedere più Cas. Era preparato ad avere il suo migliore amico oltre a Sam sigillato in un’altra dimensione per sempre. Tutto quello che aveva voluto era chiedergli di restare, ma non lo aveva fatto. Adesso non era il momento di manifestare gioia ché invece di essere separato da lui per l’eternità, Cas era diventato umano. Dean sapeva che avere la sua grazia rimossa doveva essere un evento profondamente traumatico, ma doveva far vedere a Cas il lato positivo delle cose. “Hai noi. Vogliamo che tu rimanga qui,” disse Dean, “E essere un umano non è poi così male.”

“Alcuni dei miei migliori amici sono umani,” Cas rispose sarcasticamente in tono sommesso. Non riusciva a sentire le sue ali, nemmeno come protuberanze spezzate e bruciate. Cas aveva la sensazione che le sue ali fossero state rimosse chirurgicamente, senza lasciare traccia di essere mai state lì.

“Senti, ti riporteremo le ali,” Dean promise. “Ma nel frattempo, abbiamo un sacco di altre cose da fare. Non ti preoccupare, ti aiuteremo con, uh… le cose… da umano.”

“Sam ha bisogno di più aiuto di me,” constatò Cas e si alzò per avvicinarsi ai Winchester. Per quanto il suo cuore si fosse spezzato per aver perso violentemente una parte di sé, era più preoccupato per Sam che per sé stesso.

Sam si agitò quando Castiel invase il suo spazio personale. “Non ero sicuro di stare guarendo, ma non mi sento più come se stessi per morire. Stare seduto qui ha aiutato.”

Cas gli toccò il viso, desiderando di avere ancora i proprio poteri. “Sei caldo,” ribatté.

“Quella cosa che hai detto,” interruppe Dean. “Sul fatto che Sam è cambiato. Sull’essere più danneggiato di quanto tu possa riparare… Bene, adesso migliorerà, no? Ha smesso con le prove quindi dovrebbe essere a posto.”

“Non lo so, Dean,” Castiel rispose. “Non riesco più a sentire le cose come facevo prima. C’è speranza per lui. Sentirsi meglio è un buon segno. Mi dispiace non essere di aiuto… non più.”

Cas toccò di nuovo la fronte di Sam, cercando di costringere i suoi poteri a tornare. Non accadde nulla. Sotto le dita non sentiva che pelle sudata. Sam si corrucciò guardando Cas. “Forse dovrei soltanto dormire.”

Guarisci! Castiel aggrottò la fronte, punzecchiando Sam sulla guancia e poi sul collo. Dean lo fermò afferrandogli la mano. “Tutti i colpetti del mondo non porteranno indietro i tuoi poteri,” disse Dean. Amava Cas per aver provato, ma era triste a vedersi. “Anche tu hai bisogno di riposo. Sdraiati di nuovo sul tuo divano per svenimenti. Io vado a sistemare Sammy nella sua nuova stanza.”

“Divano per svenimenti?” chiese Castiel, sconvolto. Sam lanciò un’occhiata alla chaise longue.
“Sì! Non è così che li chiamano?” Dean sbatté le palpebre. “Perché le signore con i corsetti un tempo svenivano e avevano divani speciali solo per svenirci su. Ecco cos’è quella cosa.”

Dean indicò col dito il chaise longue. Si era ricordato qualche frammento di informazione che aveva imparato in una delle sue lezioni di storia prima di ritirarsi dal liceo. Il bunker era pieno di ogni sorta di oggetto storico e Dean era fiero ogni volta che riusciva ad identificarne uno nel modo giusto insieme alla sua importanza storica. “Storia, dannazione,” disse Dean, la cui frustrazione aumentava a causa della mancanza di interesse dimostrata da Cas e Sam. “Abbiamo un divano dei tempi antichi. Sapete cosa? Lasciate perdere.”

Cas si diresse di nuovo verso il “divano per svenimenti”, consapevole che uno dei suoi primi atti da umano era stato lo svenire. Le sue guance erano colorate di rosso, e si concentrò a fondo per rimanere vigile.
Dean aiutò Sam ad alzarsi dalla sedia. Prima che lasciassero la stanza principale, disse all’indirizzo di Cas, “Non andare da nessuna parte, ok? Rimani qui.”
Castiel progredì dallo svenire al piangere. Nello sforzo fatto per trattenersi dallo svenire di nuovo, Cas aveva focalizzato la mente sugli eventi terribili che erano accaduti. Pianse sommessamente, desiderando di aver fatto tutto diversamente. Era già stato responsabile della morte di così tanti angeli e adesso era responsabile anche per aver fatto cadere dal Paradiso tutti gli angeli restanti proprio come era caduto Lucifero. Anche quando cercava di mettere a posto le cose e di correggere i suoi precedenti errori, i suoi piani producevano l’effetto contrario. Era tutto un disastro.

Sarebbe stato difficile per Castiel riconciliare emotivamente questi avvenimenti nella sua forma angelica, ma il suo nuovo corpo umano non poteva tollerare il suo dolore e delusione senza avere una potente reazione fisiologica. Non si era mosso dal divano bianco perché aveva realizzato che qualsiasi decisione fatta per conto suo era una cattiva decisione. Cas non si fidava di sé stesso nemmeno per scendere dal divano ed esplorare il bunker senza causare un’altra situazione minacciosa per almeno uno dei piani di esistenza. Sedette da solo a piangere per lungo tempo, fino a quando gli stivali di Dean apparvero nel suo campo visivo.

La voce di Dean, calma e forte, raggiunse le sue orecchie.
“Vuoi parlarne?”

“Non riesco a smettere. Non so come farlo smettere,” gracchiò Cas, guardando verso Dean, pieno di panico. Era inorridito da sé stesso e sorpreso dalla mancanza di controllo che aveva sul proprio corpo. Si asciugò furiosamente la faccia. Dean annullò lo spazio tra loro e gli pulì il viso con la manica della sua camicia.

“Non devi smettere.”

Per qualche secondo, Castiel pianse più forte di prima. Dean crollò di fianco a Cas e silenziosamente lo lasciò piangere quanto voleva. Periodicamente, si girava per asciugargli il viso con la manica della sua camicia fino a quando le lacrime umane di Castiel avevano inzuppato a fondo tutta la stoffa. Dean era esausto. Era stanco di lottare, di preoccuparsi, di sentire il bisogno di aggiustare tutto. Non avrebbe provato sorpresa se Abaddon fosse entrata dal tetto cavalcando una palla di fuoco in quell’istante perché quasi tutto ciò che poteva andare storto, era andato storto. I loro problemi non finivano mai e tutti loro avevano fallito in modi molto diversi.

“E’ tutto ok, Cas,” disse Dean. Avvolse un braccio attorno alle sue spalle e lo trascinò vicino. “Piangi quanto vuoi.”

“Non voglio piangere affatto. Non lo farei se potessi controllarlo. E’ disgustoso.”

“Non intendevo in quel senso –” Dean sospirò. Certo che sapeva che Cas non voleva piangere. Fissò Cas negli occhi umidi. “Hey, non è disgustoso, ok? Ho pianto in passato. Sammy piange. Kevin piange. E’ solo un’altra cosa umana. Ti ci abituerai.”

“Non voglio abituarmici.”

“Neanch’io voglio che tu lo faccia,” ammise Dean. Con voce spossata, Dean chiese a Cas, “Come ti senti, in generale? Come va la zucca?”
“La cosa?” Cas inspirò intensamente e poi ricordò il trapano di Naomi. Il timore attraversò i suoi tratti per un istante e l’intero corpo gli si irrigidì. Meditò sulla la domanda di Dean. “Ancora connessa alla mia spina dorsale.”

“Quella è una buona cosa,” commentò Dean. Avevano davvero poche cose positive su cui concentrarsi al momento. Sapeva essere un argomento delicato, ma continuò. “Se sei umano, significa che sarai totalmente libero da tutta quella sollecitazione, vero?”

“Naomi è morta.”

“Bene, perfetto. Hai un tuo cervello allora. E se il tuo cervello vuole piangere, ti permetti di piangere.” Dean si forzò di sorridere. Si alzò e tese la mano verso alcuni fazzoletti che erano poggiati sul tavolo. Pulì il viso di Castiel più a fondo, arrivando persino a soffiargli il naso. “Hai bisogno di soffiare?”

Cas non capì la domanda. Increspò le labbra e soffiò velocemente un soffio d’aria sul fazzoletto. Dean scoppiò a ridere di una risata stridula e addolorata.

“Cosa ho fatto?” Castiel sbatté le palpebre confuso.
“Niente. Ti senti meglio?”

“Sì,” rispose Cas. Si sentiva aperto dentro – spiritualmente vuoto – ma le sue lacrime si erano fermate completamente. Si sentiva al sicuro in compagnia di Dean, come mai prima si era sentito al sicuro. “Starò bene.”

“Bene.” Dean si sdraiò sul vecchio divano per riposare gli occhi. Contro la sua volontà, scivolò in un sonno improvviso e affaticato. Castiel rimase sveglio a vegliare su Dean.
Quando Dean aprì gli occhi circa due ore e mezza dopo, fu sorpreso dalla vicinanza di Castiel. Cas era rimasto al suo fianco per l’intera durata del suo pisolino irregolare. Diversamente da tutte le altre volte in cui al momento del risveglio si era lamentato di Cas che lo guardava dormire, Dean era silenzioso e osservava Cas con curiosità. Questa volta era diverso perché Castiel era stanco in una maniera umanamente percepibile. Guardava in basso verso di lui non come un alieno osservava una specie affascinante, ma comeun infermiere esausto osservava un paziente amato.

“Ancora questa abitudine?” Dean si stropicciò gli occhi. “Continuerai a guardarmi dormire anche quando sei umano?”
“Sei stato tu a dirmi di rimanere qui.”

“Sì, ma, quello è stato tempo fa. Aw, merda. Dovrei procurarti un letto.”
“Non sono stanco.”

Dean non gli credette per un secondo. Per allora erano probabilmente le prime ore del mattino, ma non avrebbe litigato con Cas se Cas non voleva dormire. Non gli dispiaceva passare le prime ore sveglio con Cas. “Vuoi una birra? Io mi prendo una birra.”

I due umani bevettero in due una confezione da sei, scambiando a malapena qualche parola. Dopo aver finito le birre, Dean aprì una nuova bottiglia di whiskey. Non stavano celebrando l’essere sopravvissuti. Stavano reagendo. Dean non aveva utilizzato l’alcool per reagire da quello che sembrava essere un tempo infinito, ma quel giorno sembrava essere una buona eccezione.

Continuava a pensare ai Cancelli dell’Inferno e a tutta la sofferenza che aveva imposto al fratello. Metatron, Abaddon and Crowley strisciavano nei suoi pensieri come incubi viventi.

“Dean, sono… Penso che questo whiskey sia… E’ più forte?” Castiel biascicò e ondeggiò, poggiando il bicchiere sul piano della cucina. “E’ sempre stato così? E’ buono.”

“Oh, amico, avevo dimenticato. Puoi ubriacarti adesso.” Dean si passò la mano sul viso e fece un largo sorriso. Aveva fatto ubriacare Cas senza nemmeno provarci.

“Non voglio essere ubriaco. No, aspetta. Lo voglio. Solo un po’.”

Castiel si allungò verso la bottiglia, ma Dean gli fermò la mano.
“Vacci piano, compadre. Ne hai avuto a sufficienza.”

“Mi piace bere. E’ buono.”

“No. Noh-oh. E’ tempo di chiusura.”

“Lasciami avere le mie cose da umano.”

Per quanto Dean amasse bere con Cas, scosse la testa e gli negò altro alcool nascondendo la bottiglia in alto dove Castiel non riusciva ad arrivare. L’ex-angelo ci provò, ma Dean gli bloccò l’accesso al ripiano con il suo corpo. Per una manciata di secondi, Castiel tentò di spingersi oltre lui invano. “Finiscila,” Dean ridacchiò, cercando di evitare che Castiel si arrampicasse su di lui per raggiungere la bottiglia che desiderava. Improvvisamente eccitato, Dean sospirò, “Sai cosa dovremmo fare?”

“Bicchierini di vodka?”

“No,” Dean poggiò le mani sulle spalle di Cas per trattenerlo dal palpeggiare la bottiglia di vodka più vicina che aveva attirato il suo sguardo. “Ti insegnerò a sparare.”

“Con una pistola?” chiese Cas. “Adesso? Ti sembra una buona idea?”
“E’ l’idea migliore.”

Dean si perse lungo la via per il poligono di tiro e diede la colpa al bunker per essere troppo grande. Era un labirinto, si lamentò Dean. La verità era che il whiskey stava avendo su di lui più effetto del solito. Dopo così tanti mesi in cui aveva bevuto con moderazione, Dean era più sbronzo di quando lo sarebbe stato normalmente, ma non avrebbe osato ammetterlo.

“Cas, sei umano adesso, ma ciò non significa che tu non possa prenderti cura di te stesso. Ciò non significa che tu sia debole.”

Dean ricordava il modo in cui una volta aveva detto a Cas che senza i suoi poteri non era altro che un bambino in un trench. Questa volta, era determinato a plasmare Cas in un vero cacciatore, proprio come loro. Dean rivelò un armadio pieno di armi. “Dovrai solo proteggerti secondo l’usanza umana. E’ una buona usanza.”

“Non posso usare la mia spada?”

“Userai la tua spada e la tua pistola! Domani sceglieremo per te due pistole, solo per te, ok?” Dean si tamburellò il mento, pensieroso. “Avrai anche bisogno di un tatuaggio, il più presto possibile.”

“Cosa? Perché?”

Dean si scostò la camicia, rivelando la parte di petto marchiata dal tatuaggio anti-possessione. La comprensione cadde su Castiel. “Oh.”
Inaspettatamente, la mani di Dean afferrarono sui lati il viso di Castiel. Il Winchester era assolutamente serio nel suo tono di voce, profondamente influenzato da orribili pensieri. “Cas, non so cosa ne sarebbe di me se tu venissi mai posseduto.”

Cas tremò al pensiero. La nausea datagli da quell'idea era maggiore di quella che avrebbe potuto dargli l'alcool nel suo sistema.“Dovresti esorcizzarmi.”

“No. Tu non sarai mai posseduto. Non permetterò che si arrivi a quello. Mi capisci?”

Cas annuì e Dean gli lasciò il viso. Stava già pensando a tutti in modi in cui poteva rendere più sicura qualunque stanza sarebbe stata la camera da letto di Castiel. L’intero bunker era protetto contro qualsiasi cosa, ma aveva reso sicure la stanza di Sam e la sua con doppie protezioni, non si sa mai. La stanza di Cas sarebbe stata allo stesso modo una fortezza impenetrabile.

In breve tempo, Dean aveva selezionato una pistola e stava mostrando a Castiel tutte le caratteristiche più importanti.

Gli mostrò la sicura e gli diede alcune nozioni basilari su come brandire con attenzione l’arma. Dean era un professionista. Poteva maneggiare qualsiasi arma in modo competente sia mezzo morto che mezzo ubriaco. Conosceva ogni arma che possedevano accuratamente ed era totalmente a proprio agio nella spiegazione. ‘Mira e spara’ non era più un’istruzione sufficiente per allenare Cas all’uso delle armi. Dean gli diede una spiegazione approfondita.

“Ti ricordi quel canne-mozze che ti ho prestato una volta?” chiese Dean. “La stessa cosa, più o meno. Ma oggi, spareremo a quel bersaglio di carta a forma di uomo invece che ai mostri. Più facile che rubare le caramelle a un bambino.”

Dean caricò la pistola e la preparò per Castiel. Lo guidò alla line di tiro e mise giù la pistola. Nervoso, Cas si agitò sotto lo scrutinio di Dean.
Tutto ciò che stavano facendo era per lui estraneo. Gli angeli non si allenano usando le pistole. “Dean, sei sicuro di ciò?”

“Puoi farcela.”

Castiel prese in mano l’arma da fuoco e osservò il bersaglio. Velocemente, mise di nuovo giù la pistola. Si strattonò la cravatta.
“Sento caldo.”

“Cosa?” Dean lo fissò, aggrottando la fronte. “Non stai cercando delle scuse, vero?”

“No, è solo che io… Io riesco a sentire le temperature. E’ strano. Non ci sono abituato.” Cas si leccò le labbra screpolate. Dean vide un sottile strato di sudore sopra il suo labbro superiore.

“Hai indosso troppi dannati strati. Questa non è tempo di cappotti. Non devi indossarlo tutto il tempo.”

Dean iniziò ad aiutare Castiel a togliersi il trench. Una volta libero dal cappotto ingombrante, si sentiva più a suo agio, ma non abbastanza da riprendere l’arma. Cas grugnì e si strappò di dosso la giacca del completo. Non si preoccupò di piegarla per bene. Piuttosto, la gettò sul pavimento, sbuffando per il sollievo.

“Oh, così va meglio.”

Senza il cappotto e la giacca, Dean pensò che Cas sembrasse nudo. Il Winchester osservò, incantato, mentre Cas si arrotolava le maniche. “Vuoi toglierti anche la cravatta?”

“No, va bene. Sono pronto adesso.”

Cas fece un passo avanti ed afferrò audacemente la pistola. Strizzò gli occhi verso il bersaglio e sparò una volta. Il proiettile si conficcò nel muro a circa trenta centimetri dalla carta.

Dean pensò che Cas sembrasse un sexy agente segreto da film, ma certamente non sapeva sparare come uno. Si sforzò di non ridere o prendere in giro Cas. “Hey, è ok. Non male per la prima volta. Ci riuscirai.”

Nonostante le parole di Dean, il colpo mancato frantumò la sua fiducia in sé stesso. L’arma era scomoda nelle sue mani. Non era sicuro di come posizionarsi o come prendere la mira, anche dopo le istruzioni. Dean avanzò nel suo spazio per aiutarlo, proprio quando stava contemplando la resa. Dean avvolse la propria mano attorno a quella di Castiel per aiutarlo a mirare e tener ferma l’arma. Aggiustò la postura di Cas poggiando gentilmente la mano sul suo fianco. Dean era abbastanza vicino perché Cas potesse sentire i suoi respiri sfiorargli la pelle mentre spiegava come posizionarsi in maggiore dettaglio. Involontariamente, le dita di Dean tracciarono un percorso sino a metà del tronco, accarezzando la pelle dell’addome. Cas non si era nemmeno accorto che la sua camicia si era sollevata attorno al tronco fino a quando non sentì le dita calde di Dean sfiorargli lo stomaco.

“U-um,” Cas deglutì. Dean lo aveva toccata molte volte in passato, ma mai aveva indugiato così a lungo, specialmente non con la sua mano sulla vita. I suoi tocchi leggeri gli davano sensazioni migliori di quanto avrebbero dovuto, pensava Cas. Ogni nervo sbocciò beatamente in modo non familiare.

“Shh, concentrati. Ce la puoi fare.”

Determinato a non sprecare invano le lezioni di Dean, Cas si concentrò ad uccidere il suo nemico di carta. In futuro avrebbe dovuto prendersi cura di sé stesso cosicché Sam e Dean non avrebbero dovuto. Aveva bisogno di imparare come maneggiare l’arma barbarica e poco sofisticata che era nelle sue mani al meglio delle proprie capacità. Sparò.

Il primo sparo colpì all’interno della spalla del bersaglio. Dean lo aiutò a regolare il colpo, rimanendo vicino senza che ce ne fosse la necessità. I successivi tre spari atterrarono più vicini all’interno del petto del bersaglio. Dean esultò, “Ottimo lavoro! Adesso prova a colpire la testa.”

Cas colpì l’occhio del bersaglio e ridacchiò di felicità. Sparò di nuovo e colpì l’angolo del cranio. Quando posò l’arma, Dean decantò le sue lodi. “Bellissimo! Visto! Te l’ho detto che ce l’avresti fatta!”

“E’ stato… divertente,” Cas pronunciò la parola come se fosse un concetto nuovo per lui. “Più divertente di quanto pensassi.”

All’improvviso, Dean stava abbracciando Castiel. Non disse nulla. Strinse soltanto fermamente Cas al suo petto. Dean non riusciva a ricordare l’ultima volta in cui Cas aveva detto che qualcosa era divertente. Forse non lo aveva mai fatto. Dean era sopraffatto da molte emozioni, incluse quelle risvegliate dal pensiero di essere in grado di mostrare a Castiel dei modi in cui divertirsi. Dopo aver sofferto tanto, Cas meritava dell’onesto divertimento da essere umano.

“Dean?” Castiel si girò tra le braccia di Dean. Ricordava il modo in cui Dean lo aveva abbracciato in Purgatorio. Aveva provato lo stesso sollievo nel vedere Dean quanto Dean ne aveva provato nel vedere lui. Questa volta, lo abbracciò a sua volta. Sospirò la sua gratitudine sentita dal profondo del cuore e profumata di whiskey. “Grazie.”

Dean lo strinse più forte, desiderando avere il coraggio di chiedergli di non andarsene mai più.

“Quando ho visto come era il cielo, ho pensato a te,” ammise Dean, incapace di lasciare andare Cas. “Sono così felice che tu stia bene. Sono felice che tu non… che tu non sia bruciato.”

Cas nascose il viso nel collo di Dean. Non aveva il cuore di dire a Dean che era caduto vorticando dal cielo proprio come il resto della sua angelica famiglia. Conosceva il loro dolore perché era stato avvolto dalle fiamme per parte del suo viaggio verso la terra. Fortunatamente, era rimasto incosciente per la maggior parte della caduta.

“Sarai sempre un angelo per me,” sussurrò Dean.
Dopo quello che aveva fatto al Paradiso, Cas non era sicuro di meritare il titolo di ‘angelo’. Castiel cercò disperatamente di non piangere di nuovo. Non era sicuro di potersi controllare se Dean avesse continuato a parlare, così cambiò argomento. “Credo che dovrei ritornare al divano per svenimenti.”
Dean insistette che il divano non sarebbe andato bene. Fecero diverse deviazioni lungo la via per trovare a Cas un posto dove stare. Prima, si fermarono davanti alla porta della nuova camera di Sam per sbirciarlo. Stava dormendo profondamente e il colore stava cominciando a ritornare sul suo volto. La vista di Sam che riposava li fece sentire più rilassati. La stanza di Kevin era adiacente a quella di Sam. La luce era accesa, ma la porta era chiusa fermamente. Dean era sicuro che Kevin era probabilmente sveglio, ma non lo disturbò. Non aveva mai avuto l’intenzione di tagliare i ponti con il giovane uomo e sapeva che avrebbe dovuto rattoppare al più presto la loro relazione se volevano avere qualche speranza di lavorare come una squadra.

Quando Cas espresse il desiderio di farsi una doccia, Dean lo condusse nella sua stanza. Originariamente, Dean aveva lasciato che Sam prendesse la stanza più grande nel bunker in cambio di avere la stanza con il più bagno più grande ad essa attaccato. C’erano docce comuni nella struttura, ma la stanza di Dean aveva un bagno privato enorme e decorato, adatto ad un re. Prima di permettere a Cas di entrare, Dean nascose i suoi rasoi, ricordando che Cas aveva espresso una volta pensieri suicidi. Dean voleva proteggere la recente mortalità del suo amico, ma non si fidava nemmeno di Cas per radersi da solo. Quella sarebbe stata una lezione per un altro giorno.

“Ok, eccola.” Dean indicò con un gesto della mano la stanza finemente decorata.

“E’ impressionante.”

“Uomini di Lettere, giusto?” Dean fece spallucce. Indicò il portasciugamani. “Quello blu è mio. Tu puoi avere quello con la ‘C’ di sopra.”
Cas sbatté le palpebre guardando l'asciugamano appeso appositamente per lui. L'asciugamano con monogramma era bianco con una ‘C’ elaborata e incurvata cucita in un angolo con filo nero. Dean si schiarì la gola. “Non l’ho comprato io. Suppongo che qualche tizio che viveva qui avesse un nome che cominciasse con una ‘C’.”

Charles? Cameron? Chester? Calvin?

“E’ conveniente,” disse Cas, onestamente. Umano per meno di un giorno e aveva già il suo asciugamano.

“Allora, questo è lo shampoo e lì dentro c’è del sapone…” Dean spiegò aprendo la doccia per spiegare tutto a Cas. “Questo è per l’acqua calda.”

Castiel poggiò una mano sul braccio di Dean e piegò la testa con incredulità. “Sono umano, non stupido.”

Dean tirò su un respiro. “Lo so quello. Me ne stavo solo assicurando.”

“Grazie, Dean. Posso occuparmi del resto.”

“Se hai bisogno di qualcosa – qualsiasi cosa – sarò qui fuori.” Dean arrossì e si sbrigò ad uscire dal bagno. Lasciò la porta aperta e Cas non sentì la necessità di chiuderla. Avere la porta aperta tranquillizzava davvero il Winchester anche se fare la doccia non era un’impresa di per sé pericolosa.

Ok, vestiti. Avrà bisogno di vestiti. Dean ascoltò l’acqua che iniziava a scorrere e poi andò verso il suo cassettone per cercare vestiti adatti a Cas. Possedeva una quantità anormale di quadrettato, ma in qualche modo pensava che il quadrettato non donasse a Cas. Decise per una maglietta color grigio scuro e una camicia blu. Selezionò un paio di vecchi jeans ed esitò davanti al cassetto della biancheria intima. E’ strano se indossa le mie mutande?

Dean si arrovellò sulla questione con apprensione. Lasciare che Cas indossasse le sue mutande avrebbe significato portare le cose un passo troppo oltre. Eppure, portavano più o meno la stessa taglia ed aveva molte paia di riserva. Alla fine, ne tirò fuori un paio e lo mischiò al resto dei vestiti che aveva scelto per Cas. Solo per questa volta!

Dean pensò che il culo pulito di Cas meritasse mutande pulite. In un altro giorno avrebbero potuto permettersi di prendere a Cas delle cose solo sue, ma non avrebbe fatto male a nessuno vestirlo con il suo guardaroba per adesso. Castiel evidentemente non aveva pazienza per le lunghe docce. Emerse con l'asciugamano attorno alla vita pochi momenti dopo che Dean gli aveva scelto i vestiti.

Non appena vide Castiel nella luce tenue della sua stanza, il respiro di Dean gli si fermò in gola. Cas era o pigro o incompetente ad asciugarsi perché i suoi capelli e buona parte del suo corpo erano ancora bagnati fradici. “Questo è… Questo…” Dean afferrò i vestiti puliti e li spinse in direzione di Cas. “Puoi indossare questo. Dovrebbe starti.”

Cas prese i vestiti con un sorriso e un ‘ti ringrazio’ e li posò sul letto. Quando si tolse l'asciugamano, Dean scappò via dalla stanza come se ci fosse un incendio. “Torno subito.”

La privacy è una cosa umana. Deve imparare. Tu devi imparare. Dean fece avanti e indietro nel corridoio prima di correre in cucina a prendersi dell’acqua. Per allora era quasi completamente sobrio. Pensando a Cas, versò un secondo bicchiere d’acqua per assicurarsi che lui non avrebbe avuto i postumi della sbornia l’indomani. Dean fece ritorno e bussò piano alla porta prima di aprirla gentilmente. Vide la tovaglia di Cas appesa a una sedia e l’uomo accomodato nel letto. Ci mancò poco che Dean facesse cadere a terra i bicchieri che aveva tra le mani.

“Cas!”

“Sì, Dean?” rispose, intontito. C’era solo un cuscino e se lo era preso lui. Dean chiuse la porta ed entrò nella stanza per poggiare i bicchieri sul comodino. Cas stava osservando la foto che Dean aveva di sua madre.

“Questa è la mia stanza.”

“Lo so.” Cas aggrottò la fronte, non vedendo dove fosse il problema.

“Ti stavo solo lasciando usare la mia doccia. Ti avrei sistemato da qualche altra parte. Hai bisogno di una stanza tua. Dove dovrei –” Più Dean discuteva con Cas, meno voleva cacciarlo via. Le palpebre di Castiel stavano crollando e sembrava così a proprio agio nel suo letto. Adorabile. I suoi capelli avevano già bagnato il cuscino.

Dannazione.

Avevano dormito fianco a fianco in Purgatorio. Sebbene a Dean fosse piaciuto, pensò che il piano terrestre dovesse lavorare con regole separate. D’altra parte, la sua stanza era la più protetta tra tutte a parte quelle di Sam e Kevin. Se Castiel fosse rimasto con lui, Dean poteva stare certo che non sarebbe stato in pericolo. Dean deglutì. “Ok, puoi rimanere.”

“Era quello il piano,” rispose Cas. Dean non era sicuro di come interpretare la cosa, così rispose con ansia.
“Solo, non dirlo a nessuno!”

“Buona notte, Dean.”

Impotente, Dean guardò Cas chiudere gli occhi. Strinse il pugno ed esitò prima di prendere posto dall’altro lato del letto. “Notte, Cas.”