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Save Her

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Fu quell’uomo a interrompere la chiamata, dopo aver riso nel modo inquietante e cavernoso che ben ricordava. Per attimi interminabili Yakumo si lasciò pervadere dal silenzio ovattato, quasi lo aiutasse a negare l’evidenza. Ma come poteva ignorare la stilettata al cuore che aveva sentito? Come poteva ignorare la sua mente sconvolta che continuava a proiettare immagini a cui non avrebbe mai voluto assistere?

Quella. Quella non si era cacciata nei guai. Quella era finita in pasto al lupo!

Con letale calma allontanò il cellulare dall’orecchio, chiudendolo e riponendolo poi nella tasca dei jeans. Sentiva su di sé gli occhi incuriositi e preoccupati dei due ispettori, ma li ignorò.

L’aveva messa lui in mezzo.

Chiuse gli occhi deglutendo il fastidioso nodo alla gola. Lasciò uscire dalle labbra secche un lungo e lento respiro alla cieca ricerca della lucidità che sembrava averlo abbandonato. Non era che il solito sadico gioco, si ricordò, Avrebbe vinto, di nuovo.

Concentrato sulla prossima mossa da fare, non perse ulteriore tempo a crogiolarsi in quella fastidiosa sensazione di vuoto mista ad ansia. Aveva sempre superato tutte le prove a cui quell’uomo l’aveva sottoposto nel corso di quegli anni: ce l’avrebbe fatta anche questa volta.

Si voltò verso l’ispettore Goto e fermò la domanda che stava per porgli: «Ritorniamo al fiume» disse in tono imperioso e cupo, cercando di mascherare la preoccupazione.

Goto ormai lo conosceva abbastanza da poter affermare con certezza che qualcosa l’avesse appena turbato profondamente. Aveva assistito alla telefonata e, anche se Yakumo era di spalle, aveva colto il suo leggero sussulto.

«Yakumo».

Il ragazzo non rispose, ma si affrettò a uscire dalla clinica del dottor Kinoshita. Dovette fermarsi bruscamente quando venne afferrato e strattonato con forza da una spalla.

«Yakumo!» sbottò l’ispettore.

Fu allora che si voltò. «Dobbiamo sbrigarci! Non c’è tempo, lo vuole capire?!» quasi urlò. «Le spiegherò tutto in macchina, ma adesso… Adesso dobbiamo andare» terminò in modo secco.

Goto lo lasciò andare, colpito dalla sua ferrea determinazione e da quegli occhi freddi con cui l’aveva guardato. Fece un cenno a Ishii: non avevano più motivo di attardarsi lì. Quella telefonata l’aveva allarmato, era ovvio, e aveva il sospetto che c’entrasse quell’uomo della foto mostratagli dal vecchio pazzo.

«È in pericolo» li informò Yakumo, quando entrarono nell’abitacolo della macchina di Ishii.

I due ispettori si voltarono subito preoccupati in attesa di ulteriori spiegazioni, ma il ragazzo fu lesto a rimetterli in riga: «Metta in moto!», si rivolse a Ishii.

Quell’ordine concitato chiarì i dubbi dell’ispettore Goto: era successo qualcosa ad Haruka-chan. Merda!

«Accendi ‘sto cazzo di motore, Ishii!!» sbottò poco finemente e con impazienza. Il collega balbettò un’affermazione mista a delle scuse e, recuperando il sangue freddo, mise in moto il veicolo.

«Cosa è successo ad Haruka-chan? Chi era al telefono?» chiese l’ispettore impaziente una volta immersi nel traffico cittadino.

«Haruka-chan??» si allarmò Ishii.

«Tu pensa a guidare!» lo rimbrottò Goto: non era il momento di rischiare un incidente per la sua stupidità. «E accendi la sirena!»

Con gli occhi puntati al finestrino, fissi sul paesaggio che scorreva veloce, Yakumo aveva ben posizionato tutti i tasselli del puzzle. Il quadro era fin troppo chiaro e avrebbe avuto una cornice tragica, se non fossero arrivati in tempo. Non sarebbe stato quello il giorno in cui quell’uomo avrebbe vinto, ma…

Erano ancora in tempo per salvarla?

«Yakumo!» lo riprese Goto in attesa di risposte. «Yakumo, ascoltami!» esplose, voltandosi indietro. Gli afferrò il braccio per scuoterlo dall’apparente torpore in cui era caduto. «Qualsiasi cosa sia successa, non è stata colpa tua. Haruka-chan c’era già dentro nonostante l’avessi lasciata fuori. Mi hai capito, stupido moccioso?!»

Yakumo strattonò il braccio per liberarlo dalla sua presa e lo fissò con cupa determinazione. «La smetta di chiamarmi moccioso e stia a sentire! Le ho risolto il caso».

L’avrebbero salvata.