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Ghost Whisperers

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Williamsburg, New York



Il Williamsburg Diner puzzava di calzini sudati e ascelle fritte. E se si dava un’occhiata al cuoco ucraino, non era difficile capire il perché. La cameriera, una mora che avrebbe potuto stenderti con un colpo di tette in faccia tanto ce l’aveva grosse, arrivò con le ordinazioni proprio mente Sam tornava dal bagno.
«Cheeseburger con bacon?».
Dean si sfregò le mani.
«Oh, sì, vieni dal tuo paparino!».
Lei inarcò un sopracciglio.
«Non ti sembra di correre un po’ troppo?».
Dean sorrise.
«Dicevo al cheeseburger, ma se ti va di unirti a noi, nessun problema».
«Naah, non mi piace fare il bacon in un panino. Inoltre questo cheeseburger ha l’aria di essere un tipo geloso». Posò il piatto davanti a Dean. «Ecco qua, divertitevi. Insalata di tonno?».
«Qui, grazie», disse Sam sedendosi.
La cameriera gli porse il piatto e tornò al bancone, non prima di aver dedicato a Dean una lunga ed eloquente occhiata.
«Hai telefonato al tuo amico cacciatore?», chiese Sam.
«Seeh».
«E che ti ha detto?».
«Mi ha dato l’indirizzo di un tatuatore. Mi ha assicurato che è uno dei migliori qui a New York. Un tipo che fa il suo lavoro senza fare domande, non chiede cifre esorbitanti e ha lo studio in una zona abbastanza defilata. Meglio di così…».
Diede un morso al cheeserbuger senza perdere di vista la cameriera. Sam annuì.
«Bene. Sbrigati a mangiare, allora. Voglio andarci stasera, prima che chiuda».
Dean spostò lo sguardo su Sam, sbattendo un paio di volte le palpebre, come qualcuno che è appena rinvenuto da un incantesimo. Mandò giù il boccone e sbuffò.
«Veramente…». Ammiccò in direzione della cameriera. «Avevo altri programmi per la serata».
Sam roteò gli occhi.
«Scordatelo. Non mi muoverò di un singolo passo prima di avere quel tatuaggio. Siamo stati incoscienti, avremmo dovuto farlo subito dopo l’incidente in Minnesota con Jo».
«Non ti preoccupare, abbiamo gli amuleti di Bobby al collo, no?».
«Sì, ho visto come ci sono serviti ieri sera, con quel demone…».
Dean bevve un sorso di birra.
«Ma di che ti lamenti, Sammy? Tanto sono sempre io quello che si becca le mazzate!».
Ecco la tipica faccia da Stitico Tormentato di Sam.
«Non sei divertente, Dean».
Lui si strinse nelle spalle.
«Neanche tu. Decisamente».



«JD, sei ancora vivo?».
Darla passò un’ultima pennellata di nero sul mignolo, ci soffiò sopra e poi contemplò il risultato distendendo le dita sul bancone. Perfetto, pensò sorridendo. Chiuse la boccetta stando attenta a non rovinarsi le unghie laccate di fresco e agitò la mano per far asciugare in fretta lo smalto. Mancava mezz’ora alla chiusura del negozio e lei aveva un appuntamento.
«JD, devo chiamare i pompieri?».
L’interessato emerse dal magazzino proprio mentre la radio mandava Hooked on a feeling. Darla si mise a canticchiare, ammiccando.
«I can't stop this feeling, deep inside of me. Girl, you just don't realize what you do to me».
JD scosse la testa, sorridendo. Posò il grosso scatolone che reggeva tra le braccia davanti a Darla.
«Ho ufficialmente finito di mettere in ordine».
«Allora i miracoli esistono!». Darla diede una sbirciatina dentro lo scatolo. «Che c’è qui dentro?».
«Cianfrusaglie di Juno e di mio nonno Wile, stavano lì da una vita. Guarda se c’è qualcosa che ti interessa, del resto penso di disfarmene».
Lei lo prese in parola e si mise subito a frugare nella scatola. Aveva un debole per la roba usata, girare per i mercatini delle pulci era il suo secondo passatempo preferito. Cercare di ricostruire la storia di un oggetto attraverso i segni che il tempo aveva lasciato su di esso la faceva sentire come una piccola archeologa.
Riesumò un top colorato di Juno, ma le stava troppo stretto sulle tette e l’idea di indossare gli indumenti di una morta non la elettrizzava. In una cassettina di metallo mezza corrosa dalla ruggine, trovò un coltellino a serramanico, un anello e uno zippo entrambi d’argento. Sul fondo della scatola, invece, raschiò un set di pastelli, un pettine, un portacipria la cui cipria ormai si era pietrificata e un bracciale: le perline nere avevano la forma di teschietti. Ecco, questo sì che era più nel suo stile. Lo indossò subito e non riuscì a trattenere un sorriso compiaciuto constatando che stava da Dio con lo smalto nero sulle sue unghie.
«Era di Juno, questo?».
JD sollevò lo sguardo dall’agenda degli appuntamenti.
«Uhm, sì. L’aveva comprato in un negozietto indiano, mi pare».
«Sei sicuro di non volerlo tu? Sai… per ricordo».
JD scosse la testa.
«No, tranquilla. Tutto quello che volevo conservare di lei, ce l’ho già a casa. Terrei lo zippo d’argento, invece. Era di Wile».
Darla sorrise.
«Affare fatto, allora: prendo il coltellino, l’anello e questo».
Agitò il polso e il braccialetto tintinnò allegramente, poi mise il coltellino nella borsa e infilò l’anello al dito. Proprio mentre le Runaways intonavano Cherry Bomb, la radio prese a gracchiare e perse il segnale. Dannazione, adorava quella canzone!
«Cazzo, JD. In quanto tua dipendente che sgobba da mattina a sera chiedo formalmente di avere una radio decente. Butta via ‘sto catorcio, o giuro che vado in sciopero».
«Ma se funziona benissimo!». JD diede un colpetto alla radio e quella riprese a trasmettere normalmente. «Vedi? Bisogna solo saperci trattare».
Stone age love and strange sounds too,
Come on baby let me get to you.
Bad nights cause’n teenage blues,
Get down ladies, you’ve got nothing to lose.
Darla fece una smorfia.
«Giuro che un giorno di questi te la faccio sparire».
La porta del negozio si aprì all’improvviso.
«Spiacente, ragazzi. Stiamo per chiudere», disse JD.
«Non ci vorrà molto. Per favore, è piuttosto urgente», disse uno dei due.
«Questo posto già mi piace, ottima musica», disse l’altro.
Hey street boy, whats your style,
Your dead end dreams don’t make you smile.
I’ll give ya something to live for,
Have ya, grab ya til your sore.
Darla rivolse lo sguardo in direzione dell’ingresso e si leccò le labbra come una gatta con l’acquolina in bocca. Il tizio che aveva fatto l’apprezzamento sulla canzone, capelli biondi e occhi verdi, intercettò il suo sguardo e si esibì in un sorriso sghembo.
«Già, questo posto mi piace proprio tantissimo».
Hello Daddy, hello Mom,
I’m your ch ch ch ch ch cherry bomb.
Hello world, i’m your wild girl.
I’m your ch ch ch ch ch cherry bomb.



La cameriera dalle tette grosse era solo un ricordo lontano, adesso che aveva puntato lei. Caschetto nero, braccia tatuate. Una misera fascia nera che le copriva il seno. Una minigonna che lasciava intravedere l’ottava meraviglia del mondo. Due gambe chilometriche lunghe e snelle. Restava da capire se il tatuatore, un ragazzo dai capelli lunghi e tatuato dalla testa ai piedi, fosse il suo uomo o meno. Ma anche se lo fosse stato, da come se lo stava mangiando con gli occhi, Dean capì che per lei non faceva differenza.
«Ragazzi, come ve lo devo dire? È tardi!».
«Ti pagheremo il doppio», disse Sam. «Il triplo, se serve».
Il tatuatore scosse la testa.
«Non è una questione di soldi. È stata una giornata piena, sono esausto, e non ho intenzione di fare un lavoro a cazzo di cane solo perché voi due non avete la pazienza di aspettare un giorno».
«Sammy». Dean poggiò una mano sulla sua spalla e lo prese in disparte. «In effetti, ci serve che questo tatuaggio sia fatto come si deve».
Sam serrò le labbra in una linea severa.
«A te serve una scusa per tornare qui domani a rimorchiare quella ragazza», sibilò a denti stretti.
«Be’, e allora? Che c’è di male?», bisbigliò Dean. «Per colpa tua ho già perso l’occasione con la cameriera. Lo sai, no, che ogni lasciata è persa! Abbiamo gli amuleti, basterà starcene buoni al motel fino a domani».
«Se sapete già cosa volete…», intervenne la ragazza, richiamando la loro attenzione. «Potete lasciare lo schizzo a JD, così lui ci lavorerà con calma a casa. Domani sera c’è giusto un’oretta libera, intorno alle sette. Che ne dici, JD?».
Il tatuatore annuì.
«Per me va bene».
Sam fece per aprire la bocca, ma Dean fu più veloce.
«Anche per noi!».
«JD, se per te non è un problema, io andrei», disse la ragazza, prendendo la borsa. «Ho quell’impegno a cui non posso proprio mancare».
«Vai pure, Darla. Penso io a chiudere. Buona serata».
«‘Notte, JD».
Passò, anzi, sculettò davanti a Dean, sorridendo sotto i baffi. Probabilmente aveva intercettato la sua espressione delusa.
«Ti serve un passaggio, tesoro?», le chiese.
Lei si voltò a guardarlo per un istante con un sorriso da gatta sorniona.
«Stasera no, ma forse domani sì».
E si chiuse la porta alle spalle.
Dean fischiò.
«Che schianto. Come fai a startene buono con una così sempre accanto?».
JD scosse la testa.
«Siamo solo amici».
Seeh, ed io sono un angelo con le ali e l’aureola.
«Allora? ‘Sto disegno su cui devo lavorare?», chiese JD.
Sam tirò fuori dalla tasca del giubbotto un foglietto sul quale aveva disegnato un pentacolo circondato da un sole e glielo porse.
«C’è poco da lavorarci, in realtà. Deve essere fatto esattamente così com’è. Pensi di esserne capace?».
Gli occhi di JD si assottigliarono e divennero appuntiti come aghi. Ahia, pensò Dean, mi sa che si è offeso.
«Faccio cose del genere praticamente un giorno sì e l’altro pure. Giusto stamattina si è presentata una ragazzina col suo fidanzatino che ne voleva uno uguale. Scommetto che lo volete entrambi sul petto, all’altezza del cuore. Ho indovinato, piccioncini?».
Eh, già. Si era proprio offeso.
«Esattamente», tagliò corto Dean. «Ci vediamo domani, allora. Andiamo, Sam. Togliamo il disturbo».
Stava per aprire la porta, quando la radio cominciò a gracchiare, i neon del negozio fecero bzzzzzzz e la luce si spense all’improvviso.
«Cazzo, questa giornata non vuole proprio saperne di finire», si lamentò JD.
Poi un urlo agghiacciante li gelò all’istante.



Darla salì in auto, chiuse la portiera e infilò le chiavi nel quadro.
Brrrr, da dove arrivava tutto quel freddo improvviso?
Indossò frettolosamente la giacchetta primaverile che teneva dentro la borsa e si sfregò le braccia nel tentativo di scaldarsi. La situazione, però, non migliorò affatto. Aveva le dita intirizzite, così ci soffiò sopra per scaldarle, ma l’unico risultato che ottenne fu una nuvoletta di condensa che fuoriusciva dalla sua bocca.
Intorno a lei i vetri si stavano appannando velocemente, come un fitto banco di nebbia che sale dal mare e sommerge tutto quello che incontra sul suo cammino. Darla provò una spiacevole sensazione di claustrofobia. Il che era assurdo, sarebbe potuta uscire dall’auto in qualunque momento. Giusto?
Provò ad accendere l’aria calda per spannare i vetri e dare un po’ di sollievo alle dita ghiacciate, ma quella non voleva saperne di funzionare. Allora tentò con i tergicristalli. Nada. Girò la chiave per mettere in moto la vettura. Dal motore ottenne soltanto un catarroso colpo di tosse e nient’altro. La batteria era morta.
Darla diede un pugno al volante.
Fottuta bastarda, proprio stasera dovevi metterti a fare i capricci?
Fu in quel momento che lo sentì. Una specie di swiiiiii continuo e lento. Come quando da bambina faceva scivolare il dito sul vetro delle finestre per fare dispetto a sua madre che le aveva appena pulite.
Swiii. Swiii
Darla sollevò lo sguardo sul parabrezza e sgranò gli occhi. Una K stava prendendo forma sul vetro, lentamente, una stanghetta alla volta. O, meglio, qualcuno si stava divertendo a scrivere una K sul suo parabrezza. Perché doveva esserci per forza qualcuno lì fuori, no? E lei non lo vedeva perché il vetro era appannato, non c’era altra soluzione.
Swiiiiii.
I.
Swiiiiii. Swiii.
L.
Swiiiiii. Swiii.
Un’altra…
Vaffanculo!
Darla non aveva idea di che cazzo stesse succedendo, di sicuro però non aveva intenzione di starsene buona buona ad aspettare che la spiegazione cadesse dal cielo. Si attaccò alla maniglia della portiera per aprirla, ma uno stock secco le mozzò il fiato come una ghigliottina.
Le sicure si erano chiuse.
Da sole.
Cazzo, se è uno scherzo, non è divertente!
Con tutta la forza che aveva in corpo, tentò invano di disinserire le sicure della portiera. Perché cazzo non si lasciavano sollevare? Era colpa del freddo, sì, ovvio, il freddo. Il freddo le aveva fatto perdere sensibilità alle dita che quindi non avevano abbastanza presa per sollevare i fermi. Sì, era per quello. Perché l’unica altra spiegazione contemplabile era che qualcosa le stava tenendo bloccate e non era umanamente possibile, no?
Darla cominciò a picchiare il pugno contro il vetro, col cuore in gola e il fiato corto. Sentiva un freddo del diavolo, eppure stava sudando come un maiale. E il sudore ghiacciato che colava lungo la schiena e sotto le ascelle le faceva sentire ancora più freddo. E il freddo non faceva che metterle una paura fottuta addosso. Era terrorizzata e non sapeva nemmeno perché. Sapeva solo che lì fuori non c’era nessuno di minaccioso, anzi, non c’era proprio nessuno; che lo swiiii se ne infischiava se fuori non c’era nessuno e continuava inesorabile; che ormai sul parabrezza si leggeva benissimo la parola killer seguita da una J; e che di sicuro non era un buon segno. E soprattutto che non era il caso di rimanere lì.
«Aiuto! AIUTO! Sono rimasta chiusa dentro!».
Poi il freddo sparì all’improvviso. E il motivo di tale inspiegabile fenomeno fu presto detto.
La parte anteriore dell’auto aveva preso fuoco.



«Porca puttana, quella è l’auto di Darla!», urlò JD.
L’auto in questione era avvolta dalle fiamme. Dean e Sam si scagliarono immediatamente fuori dal negozio. Non si vedeva nulla attraverso i finestrini a causa del fumo e delle fiamme, si sentivano solamente le urla della ragazza e i colpi del suo pugno contro il vetro.
«Ehi, ragazzi!».
Dean e Sam si voltarono contemporaneamente appena in tempo per afferrare al volo rispettivamente una mazza da baseball e una da golf. Era stato JD a lasciargliele: nell’altra mano reggeva un estintore che utilizzò immediatamente sulle fiamme, nel tentativo di domarle. Dean e Sam si scambiarono un’occhiata.
«Al tre», disse Dean.
Sollevò la mazza da baseball sopra la testa come se stesse per colpire una palla. Sam fece altrettanto con la sua.
«Uno».
«Due».
«TRE!».
Nell’esatto istante in cui le mazze colpirono il finestrino, Dean scorse il riflesso di una sagoma scura andare in frantumi insieme al vetro.



A furia di sbattere il pugno contro il finestrino, le si erano sbucciate le nocche e sul vetro erano rimaste delle lunghe ditate di sangue. Anche in bocca sentiva il gusto ferroso del sangue, urlava con tutto il fiato che aveva in petto ed era come se qualcuno le stesse strappando via i polmoni a colpi di rastrello. Le fiamme avevano raggiunto l’interno dell’abitacolo, colpi di frusta roventi la colpivano sul braccio, il calore e il fumo erano un cuscino incandescente che premeva contro il suo viso, soffocandola senza pietà.
Darla stava per mollare, convinta che sarebbe bruciata viva, quando il vetro della portiera le esplose in faccia. Poi qualcosa o qualcuno la afferrò per le braccia e la tirò fuori dall’abitacolo attraverso il finestrino rotto. I cocci di vetro le si conficcarono nella carne, ma non se ne accorse nemmeno. La patina bagnata e scivolosa dell’asfalto che le si appiccicò addosso era così fresca sulle scottature che Darla scoppiò a piangere per il sollievo.
Era viva e al sicuro.
Lanciò un’occhiata all’auto per assicurarsi di essere abbastanza lontana dal fuoco e sbarrò gli occhi. La vettura era un ammasso di lamiera fumante, JD stava spegnendo gli ultimi focolai con l’estintore del negozio.
«Stai bene?».
Darla si voltò e attraverso una cortina tremolante e sfocata mise a fuoco il volto del ragazzo biondo con gli occhi verdi. Non sapeva nemmeno come si chiamava, le venne in mente stupidamente. Il suo amico dai capelli castani era armato di mazza da golf e la guardava con espressione corrucciata.
«Ehi, mi hai sentito? Stai bene?».
«S-sì, credo di sì».
«Cosa è successo?», chiese il suo amico.
Scuotere la testa le fece venire una vertigine.
«Non lo so… io… non ne ho idea».
JD, bianco in volto come un cencio, le si inginocchiò accanto e le esaminò il braccio con delicatezza.
«Hai bisogno di un medico».
C’era una brutta ustione che correva lungo tutto l’avambraccio, il fuoco le aveva corroso la pelle e i tatuaggi. JD la aiutò a sfilarsi l’anello e il bracciale con i teschietti e fu come se le stesse sbucciando la pelle dalla carne. Dovette mordersi la lingua per non urlare di dolore.
«Ce la fai ad alzarti?».
«Sì, penso di sì».
«Allora ti porto al pronto soccorso».
Darla si fece aiutare a mettersi in piedi. Prima di salire sulla Ford di JD, guardò un’ultima volta la sua auto ormai ridotta a un rottame e scoppiò a ridere come un’isterica. Il ragazzo biondo con gli occhi verdi la fissava stranito. Ancora non sapeva come si chiamava, pensò di nuovo.
«Si può sapere che c’è da ridere?», le chiese.
Lei si passò il dorso della mano sana sugli occhi.
«C’è che sei fortunato, domani il passaggio mi serve di sicuro».