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I lie awake and watch it all it feels like thousand eyes

Chapter Text

i.

La prima volta che Costantino lo vede, Augusto ha i gomiti appoggiati sul legno scheggiato del tavolo di una bettola alla periferia di Bisanzio — e tutto in lui urla disperazione e voglia di affogare qualsiasi siano i suoi pensieri in vino pessimo.

Costantino lo osserva affascinato, come potrebbe osservare un esemplare di qualche animale esotico esibito al mercato. Come potrebbe osservare una di quelle splendide sete o di quei meravigliosi tessuti preziosi che non ha mai potuto e mai potrà permettersi — fino a quando Augusto non solleva la testa, forse sentendo quello sguardo su di sé, e lo fissa dritto negli occhi.

Costantino rimane immobile e in silenzio, cercando in tutti i modi di distogliere lo sguardo da lui e scoprendo di non riuscirci neanche per qualche secondo. Neanche quando è certo che Augusto lo stia guardando proprio per quel motivo; neanche quando si vergogna di essere stato colto in flagrante a comportarsi in quel modo.

Augusto ha la bellezza di un’anima tormentata e Costantino non può fare a meno di chiedersi quali siano i suoi pensieri, che cosa lo spinga a rifugiarsi in quel luogo tanto sporco e indecente, dove nemmeno il vino ha il sapore che dovrebbe avere e tutto quello che le labbra riescono ad assaggiare sono lacrime e rimpianti.

 

ii

La seconda volta è il proprietario della bettola — nonché il proprietario della vita di Costantino, che è costretto a passare ogni singola sera in quel luogo orribile, a rispondere agli ordini di quell’uomo altrettanto orribile — a decidere gli eventi della serata. Nota il modo in cui Augusto lo osserva, nota il suo non riuscire a distogliere lo sguardo e senza dire niente lo spinge tra le sue braccia, in modo che Costantino finisca seduto sulle sue gambe.

Augusto lo guarda per qualche istante senza capire, prima di scuotere la testa e biascicare che non vuole nessun orientale, quella sera. Costantino lo fissa suo malgrado e nei suoi occhi legge il desiderio che sale — e non comprende, non riesce a conciliare il suo rifiuto e il desiderio che scorre prepotente dentro l’uomo che ha di fronte. Augusto lo fa alzare, lo scosta forse un po’ troppo bruscamente da sé e Costantino si ritrova senza la minima idea di cosa fare.

Il suo sguardo annega negli occhi chiari di Augusto e la sua volontà di esistere viene sommersa pian piano dalla stanchezza che legge nell’uomo che ha di fronte. Improvvisamente sente la paura dentro di sé avvolgere tutti i suoi organi vitali e spirare come fumo nei suoi polmoni. Tutto quanto sparisce — tutto quanto scompare nel nulla — e davanti a lui rimane solo Augusto.

 

iii.

Sente come se fosse l’inizio di un’altra vita — una vita in cui tutto è un po’ più facile, una vita dove ha la possibilità di fare quello che desidera, una vita in cui non è costretto a vendersi per ripagare debiti che nemmeno sono suoi — lo sguardo di Augusto che, dopo la terza sera, si posa finalmente su di lui. Lo sente come se fossero le sue mani forti e callose, lo sente e sente le sue mani — ed è tutto nella sua mente eppure Costantino deve trattenersi dal sospirare — scendere dalla sua nuca lungo tutta la schiena fino a posarsi sui fianchi. Lo sente soffermarsi su di essi e scendere ancora di più fino a sfiorargli soltanto con la punta delle dita — e dunque a fermarsi soltanto per qualche singolo istante — le natiche. Lo sente come se Augusto fosse dietro di lui, premuto contro di lui. Lo sente come se Augusto l’avesse appena piegato su quel tavolo sporco di vino per spingersi contro di lui, per prenderlo senza fare domande — e non sa perché si senta così, non capisce che cosa l’abbia reso improvvisamente tanto folle. Forse è il vino che sa di lacrime e rimpianti e desiderio di una vita piena di attenzioni e amore e calore umano. Forse è solo solitudine che, lenta e costante, preme alla porta della sua anima per portarlo via.

 

iv.

La quarta sera Augusto accetta la proposta del proprietario della bettola e prende Costantino per un polso, portandolo senza domandare e senza alcun riguardo in una delle stanze del piano di sopra. Costantino trema nell’attesa di qualcosa che sotto sotto lo spaventa da morire, trema nell’attesa del momento in cui tutte le sue fantasie verranno spazzate via dalla crudeltà dell’ennesimo soldato — perché Augusto è un soldato, l’ha capito fin dal primo istante e ne ha avuto la conferma dalle voci degli altri avventori. Lo vede muoversi con la stessa durezza di una marcia militare, lo osserva prenderlo per i fianchi e buttarlo sul letto con la precisione e la forza che potrebbe riservare ad un nemico sul campo di battaglia, lo sente spalancargli le gambe e non può fare altro che chiudere gli occhi e aspettare il momento esatto in cui odierà Augusto come ha odiato tutti gli altri prima di lui, come odierà tutti gli altri che verrano poi.

Invece Augusto rimane immobile sopra di lui, le mani a stringerli le ginocchia per tenergli le gambe aperte, fino a quando qualcosa in lui sembra rompersi e Augusto si lascia scivolare sopra a Costantino, poggiando la testa contro il suo petto e rimanendo immobile ed in silenzio.

Passano le ore e nessuno dei due trova dentro di sé il coraggio di parlare.

 

v.

Il silenzio diventa, con il passare delle sere, l’unica costante del loro rapporto — se rapporto è il modo giusto per definire qualsiasi cosa succeda tra di loro. Costantino non ha idea di quale sia la parola giusta per descrivere quello che fanno e c’è una parte di lui che non riesce a non essere spaventata alla sola idea che non ci sia nessun modo per capire quello che succede — una definizione, di solito, è un buon modo per cominciare a comprendere un fenomeno.

Augusto torna tutte le sere, paga tutte le sere i pochi solidi al proprietario della bettola e tutte le sere prende Costantino per mano e lo conduce in una delle stanze.

Ogni volta si ripete quello che è successo la prima notte: Augusto lo stringe tra le proprie braccia, lo blocca sotto di sé, si spinge tra le sue gambe e sembra sempre sul punto di prenderlo — e si ferma, poi, si ferma proprio nel momento in cui tutte le speranze di Costantino cominciano a cedere, si ferma e lo guarda negli occhi e qualcosa in lui sembra spezzarsi.

Si ferma, lo guarda negli occhi e si lascia andare sul suo petto, lasciando che Costantino lo stringa e gli accarezzi i capelli e addormentandosi così dopo ore e ore di silenzi.

 

vi.

Succede una sera che Augusto provi davvero a prenderlo, tenti in qualche modo di portare avanti quell’atto che nessuno dei due desidera — non in quel modo, non con quelle premesse, non con le conseguenze che potrebbe avere. Augusto lo stringe e lo blocca sotto di sé e lo bacia e Costantino avverte la fame in quel bacio, la smania di trovare qualcosa in cui affogare quello che sente dentro — e Costantino capisce più di quanto non abbia mai capito prima, perché è esattamente quello che prova lui, perché non c’è nulla che capisca più del desiderio di liberarsi di quello che si agita dentro di lui. È certo che il momento sia giunto — il momento in cui odierà Augusto come tutti gli altri, il momento in cui finalmente potrà ricominciare ad odiare anche se stesso — eppure c’è una parte di lui che quasi spera che Augusto lo stia per fare. Se è questo che gli serve, se è questo che necessita per andare avanti con il dolore — qualsiasi esso sia — che prova nella sua esistenza, Costantino potrebbe quasi essere felice nell’aiutarlo. Se fotterlo su quel letto sfasciato e quei pochi cuscini squarciati è la soluzione ai problemi della sua anima, Costantino è felice di aiutarlo.

Per la prima volta da anni, per la prima volta da quando è proprietà di un altro uomo, Costantino vorrebbe concedersi liberamente a qualcuno — con dolore, sì, con sofferenza, sì, ma liberamente.

Augusto finisce per guardarlo più intensamente di quanto non abbia mai fatto e bisbiglia qualcosa che Costantino non comprende — qualcosa che somiglia ad un ti ho già conosciuto — prima di crollare di nuovo sul suo petto e abbandonarsi ad un pianto che Costantino non comprende.

 

vii.

Dopo quasi due settimane, Costantino ha smesso quasi del tutto di temere che Augusto possa effettivamente fargli male: si sente strano, come se qualcosa non fosse al posto giusto, come se qualcosa davanti a lui fosse troppo sfocato per poterlo vedere con la chiarezza necessaria. Augusto continua a tornare, continua a pagare per passare la notte con lui, continua a spendere tutti i suoi soldi per dormire sul petto di Costantino e rimanere in silenzio.

Costantino non osa chiedere, non ha il coraggio di domandare ad Augusto quali siano i suoi pensieri — e quale sia il sapore del vino nella sua bocca, se avverta più il retrogusto delle lacrime o quello dei rimpianti o perfino quello della violenza. Non osa chiedere e non domanda mai, fino a quando non è lo stesso Augusto a fare una semplice domanda: «come ti chiami?»

«Costantino» è l’unica risposta che riesce a dare, l’unica che dovrebbe dare mentre dentro di sé si agitano mille domande diverse, mille desideri che non sa spiegarsi.

«Ti ho sognato, Costantino» risponde Augusto, senza poi aggiungere altro. Costantino non capisce e rimane in silenzio, lasciando che per l’ennesima volta Augusto si addormenti sul suo petto, tra le sue braccia, nella tranquillità pesante e pieno di dolore.

 

viii.

«Ti ho sognato, Costantino» ripete Augusto per notti e notti, per settimane e settimane, e Costantino non trova mai il coraggio di chiedere che cosa voglia dire quella frase. Ha paura della risposta, teme più di ogni altra cosa che quella situazione già tanto precaria possa mutare ancora — non sa come comportarsi adesso, non ha idea di quello che stia succedendo adesso e la sola idea che possa diventare più complicato ancora lo spaventa da morire.

Per questo rimane in silenzio e non risponde a quell’affermazione che sa di domanda, per questo gli prende piano il viso tra le mani e lo bacia con tutta la delicatezza di cui è capace, guidandolo e rassicurandolo e tenendolo al sicuro dai suoi stessi pensieri.

Apre le gambe tremando, conducendolo tra di esse, mostrandogli e mostrando a se stesso un modo completamente nuovo di fare quello stesso atto che per tutta la sua vita ha disprezzato — e Augusto sospira a bassa voce, gli stringe i fianchi con quelle mani grandi e ruvide, lo spinge sotto di sé con una delicatezza del tutto nuova e, allo stesso tempo, con l’impetuosità di cui Costantino ha bisogno.

Lo prende piano, gli scivola dentro con fatica e lentezza e Costantino si aggrappa alle sue spalle, chiudendo gli occhi e trovando il tempo di abituarsi tra gli attimi in cui Augusto rimane immobile, con lo sguardo fisso, come se aspettasse qualcosa.

«Ti ho sognato, Costantino» ripete Augusto e Costantino rimane di nuovo in silenzio, pregandolo di non dire più nulla con lo sguardo, supplicandolo di continuare e non parlare di qualcosa che potrebbe rovinare quel breve attimo di pace dell’anima.

 

ix.

«Com’è la guerra, Augusto?»

«Peggio di quanto tu possa immaginare».

«È per questo che hai smesso di combattere? Vorrei capirti meglio».

«La guerra è terribile però in un certo senso io le appartengo — voglio smettere ma non potrò mai smettere davvero del tutto. Non so fare nient’altro, Costantino, combattere e uccidere e sopravvivere è tutto quello che sono bravo a fare. È quello che ho imparato quando ero giovane ed è quello che ho sempre fatto fina da ragazzo. Non esiste altro al di fuori della guerra e della battaglia e del sangue e della sopravvivenza».

«La vita è fatta così, è così anche per me e non ho bisogno di un nemico per vivere ogni giorno la mia guerra e le mie battaglie».

«Ti ho sognato, Costantino. Ti ho conosciuto in un altro mondo, in un altro tempo».

«Credi davvero che sia possibile?»

«Tu eri felice, io ero un soldato ma ero felice. Non ero rotto. Tu non eri rotto».

«Esiste un mondo, un tempo in cui stiamo bene?»

«Eravamo insieme. Tu mi amavi. Io credo che esista».

«Mi basta a compensare tutto quello che non ho ora».

«Davvero ti basta?»

«No. Non davvero. Ma non abbiamo alternative, questo è il mondo e il tempo in cui dobbiamo vivere — e non c’è modo di fuggire. Dimmi perché mi amavi».

«Prima di ogni altra cosa ho amato la tua voce e il tuo modo di esistere e di cambiarmi e di rendere la mia esistenza piena di significato».

«Raccontami perché ti amavo».

«Non l’ho mai capito davvero. Per un miracolo, immagino».

 

x.

Costantino non piange quando Augusto scompare e non torna più: piangere sarebbe inutile e insensato, piangere lo farebbe soltanto stare peggio e non cambierebbe nulla nella sua esistenza. Non ha mai pensato che la sua vita potesse cambiare davvero — a volte le cose sono destinate a rimanere uguali, a volte non c’è nulla che si possa fare per cambiare perfino gli aspetti peggiori. Non ha mai pensato che la sua vita potesse cambiare davvero e non l’ha mai desiderato con così tanta intensità come nei momenti in cui Augusto era con lui.

Augusto se ne va senza dire addio, lascia per sempre quel posto orribile senza che nessuno tranne Costantino se ne accorga, fugge da Bisanzio senza lasciarsi indietro nulla. Non lascia indietro un cuore sofferente come qualcosa prova a suggerire a Costantino, non lascia indietro un cuore spezzato come malignamente suggerisce il proprietario della taverna, no: Augusto se ne va portandosi dietro tutto quello che aveva a Bisanzio. Augusto se ne va portandosi dietro anche il cuore di Costantino — che non soffre più, no. Non sente più nulla.