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Sanagi

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01 – Shizuka na Yoru ni

“Leggermente amaro, il sapore della vita” [Flavor of life, Utada Hikaru]

Tokyo è un posto pericoloso se non sai dove andare.
Aveva sentito fin troppo spesso quella frase, e aveva sempre concordato.
Tokyo era una città con una splendida copertina, che nascondeva un marcio insanabile.
Partiva dalle sue fondamenta, partiva da un periodo della storia troppo antico perché si potesse ancora sperare di estirparlo.
Tokyo era un luogo meraviglioso, ma lui questa meraviglia non era mai riuscito a scorgerla.
Quand’era bambino, Chinen aveva sempre pensato che fosse troppo luminosa. I suoi genitori non avevano mai il tempo di portarlo troppo in giro, per cui quelle rare volte in cui capitava in zone come Shibuya o Ginza o Akihabara, pensava sempre che quelle luci fossero eccessive, e affatto necessarie.
Non era abituato alle luci, lui.
Aveva passato gli inizi della propria adolescenza, poco più di due anni prima, in un piccolo appartamento di San’ya, ed erano giorni che non ricordava con particolare piacere.
Quando usciva di casa per andare a scuola, si sentiva sempre come osservato, come se il pericolo fosse sempre in agguato, come se gli dovesse sempre accadere qualcosa.
Aveva imparato a convivere con quella paura e a superarla.
Aveva imparato ad andare avanti con quel poco che la sua famiglia aveva da offrirgli, e mai una volta si era lamentato per questo.
Dormiva in un futon malconcio steso alla bell’e meglio in quello che si avvicinava più alla definizione di sgabuzzino che di stanza, si era abituato a convivere con l’umidità e con gli scarafaggi, e in costante allerta che un giorno potessero venire a bussare alla porta e togliere loro tutto.
Ma non era sempre stato così.
C’era stato un periodo in cui suo padre era un uomo d’affari importante, e Yuri ricordava di come andasse fiero di lui, di come desiderasse di poter diventare come lui, un giorno.
Era da quando aveva dodici anni che quell’uomo era sparito.
Al suo posto c’era qualcuno che gli pareva sensibilmente più vecchio, con la barba che non veniva fatta da giorni, che si aggirava per casa sempre con la sua bottiglia di sakè, quella che sembrava non avere mai fine.
I bei mobili della loro casa a Meguro erano lentamente spariti. Era sparita la televisione, erano spariti i quadri, erano spariti i regali di nozze.
Era sparito il sorriso sul volto di sua madre, e Yuri aveva visto anche lei invecchiare a vista d’occhio.
Quando poi era sparita anche la casa, aveva compreso come fossero arrivati ad un punto di non ritorno.
Lui non doveva sapere niente. Doveva rimanere all’oscuro e pensare che la situazione fosse solo temporanea, che fosse tutto un errore, che presto sarebbe tornato tutto com’era prima.
Come se suo padre avesse ancora una dignità da mantenere, almeno con quella famiglia di fronte alla quale non si era mai mostrato debole.
E poi Yuri aveva cominciato ad alzarsi durante la notte, a mettersi dietro la sottile parete che divideva il luogo in cui dormiva dal salotto e ad ascoltare i suoi genitori parlare.
Parlavano, parlavano, parlavano sempre.
E lui comprendeva sempre meno.
Li aveva sentiti parlare di truffa. E poi di fallimento. Di debiti.
E di yakuza.
E quello che aveva capito alla fine, era che non sarebbe tornato nella sua confortevole casa, nel suo comodo letto, con gli amici e la vita priva di preoccupazioni che gli spettavano a quell’età.
Non aveva mai detto una parola. Aveva accettato i cambiamenti uno per uno, senza mai protestare, senza mai chiedere qualcosa in più.
Era rimasto in silenzio a guardare e a subire.
A subire i pianti ininterrotti della madre mentre il padre la picchiava.
A subire quelle stesse percosse, a imparare a nascondere i lividi perché gli altri non facessero troppe domande.
Ma si era ben presto reso conto che in quella realtà tutta nuova, a nessuno importava davvero fare domande.
Andavano tutti avanti per la propria strada, e né insegnanti né vicini sembravano preoccuparsi per quel ragazzino che di tanto in tanto presentava delle ferite sul volto.
Poco importava se c’erano giorni in cui il padre lo picchiava così tanto che non riusciva ad alzarsi.
Poco importava se a scuola i suoi compagni si preoccupavano di coprire quei lividi con ferite sempre nuove e sempre più profonde.
Era andata avanti così per circa un anno, sebbene lui avesse perso cognizione del tempo che passava.
Che senso aveva contare i giorni, in fondo?
Ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera... tutto era sempre uguale, e lui aveva smesso di sperare che qualcosa cambiasse, aveva smesso di pregare dèi nei quali non riusciva più a credere, aveva smesso di provare voglia di piangere.
E poi era arrivato quel giorno, e di nuovo lui aveva accettato che gli eventi seguissero il loro corso.
Era l’ennesima sera in cui spiava i suoi genitori, quasi ormai fosse diventata una routine.
Quando il campanello aveva suonato, si era lievemente insospettito, ma si era tranquillizzato quando non aveva scorto neanche la minima ombra di timore negli occhi di sua madre e di suo padre.
Ricordava perfettamente l’uomo che era entrato da quella porta.
Ricordava il suo sorriso viscido, ricordava la cicatrice poco sopra l’occhio.
Ricordava i loro occhi che si incontravano, e il brivido che gli aveva percorso la schiena.
Chinen aveva avuto paura, e non avrebbe nemmeno saputo spiegare il perché.
Aveva smesso di provare paura, no?
Aveva smesso di temere che gli potesse accadere qualcosa di peggio, perché si era convinto di aver finalmente toccato il fondo in quella caduta apparentemente senza fine.
Eppure, i fatti avevano dovuto smentirlo.
La madre aveva aperto la porta della stanza, scoprendolo a spiarli.
Non si era scomposta; l’aveva afferrato per un braccio, senza nemmeno degnarlo di uno sguardo, e l’aveva gettato per terra di fronte allo sconosciuto come avrebbe fatto con un cane randagio.
“Questo è il nostro pagamento.” aveva mormorato suo padre, con quel tono lievemente biascicante dato dall’ormai totale dipendenza dal sakè. “Abbiamo già preso i dovuti accordi... dovrebbe essere sufficiente, no?” aveva aggiunto poi, senza mai guardare il figlio, senza mostrare nemmeno un cenno di pentimento per quello che stava per fare.
E Chinen aveva compreso allora che la sua vita era finita in quel momento.
Si era lasciato trascinare fuori da quella casa, preso di peso e gettato con poca grazia in una macchina con i finestrini oscurati, grande, una bella macchina.
Somigliava a quella che aveva il padre, il suo vecchio padre, quello che non beveva e che non lo picchiava.
Non esisteva più quell’uomo, non esisteva più quella madre affettuosa e sempre sorridente che gli preparava il bento tutte le mattine, mettendogli il tamagoyaki salato, come piaceva a lui.
Non esisteva più tutto questo, e Chinen aveva cominciato da tempo a credere che fosse solo un parto della sua mente, che fosse solo un ricordo lontano che quel giorno, il giorno della fine della sua infanzia, doveva essere cancellato per sempre.
Perché quei genitori non potevano essere gli stessi che nemmeno l’avevano guardato negli occhi mentre uno sconosciuto lo trascinava lontano da loro, con la prospettiva di non rivederlo mai più.

***

Il posto in cui l’avevano portato puzzava.
Puzzava di sporco, di sudore.
E aleggiava un vago odore che Yuri non aveva collegato immediatamente, ma che con il tempo aveva imparato a riconoscere come l’odore del sangue.
Ce n’erano altri come lui. Decine di altri.
Ragazzini sporchi, denutriti, che a malapena si reggevano in piedi.
Alcuni avevano l’aria malata, e con il passare dei giorni Yuri vedeva uomini che entravano a prenderli, e non li vedeva più fare ritorno.
Succedeva anche a coloro che ancora sembravano in salute, ma lui non si era mai voluto porre troppe domande.
Fino a quando non aveva stretto amicizia con uno dei ragazzi che stavano lì con lui, fino a quando non aveva deciso di aprirsi, fino a quando non aveva avuto la sua prima crisi isterica.
Semplicemente, aveva urlato.
Aveva urlato che non era giusto, che era stanco, che lo uccidessero se gli andava, ma che non lo tenessero più in quel capannone lurido, insieme agli altri, come se non fossero altro che carne da macello.
Uno dei ragazzi più grandi si era alzato in piedi e gli aveva tappato la bocca con decisione, tirandolo a terra e mandandolo a sbattere con la schiena contro il muro, con un’espressione feroce.
“Piccolo idiota!” aveva inveito, dandogli uno schiaffo. “Pensi che sia tutto uno scherzo? Pensi che ci guadagni qualcosa nel dir loro di ucciderti, se gli va?” aveva sibilato, sempre più furioso. “Quelli sono capaci di torturarti per giorni anche solo per noia, prima di ucciderti. Sono capaci di cose che non sei nemmeno in grado di immaginare. Per cui non ti conviene farli irritare.” aveva concluso, sciogliendo la presa che teneva il ragazzino contro il muro e sedendosi di fronte a lui, portando le gambe al petto.
Chinen si era leggermente stizzito, ma non aveva osato controbattere.
“Come ti chiami?” aveva chiesto invece, quasi sorpreso dal tono della sua voce. Salvo lo sfogo di poco prima, era da giorni che non parlava con altri esseri umani.
Anzi, gli sembrava che fosse da più di un anno che non parlava con nessuno.
“Daiki.” aveva risposto lui, sul chi va là, apparentemente poco propenso ai rapporti umani.
E Chinen poteva capirlo perfettamente.
“Yuri.” aveva detto, con il medesimo tono, poggiandosi più comodamente contro il muro senza mai staccargli gli occhi di dosso. “Mi dispiace per prima, ma pensavo di impazzire. Sono giorni ormai che sto qui dentro, e non credo di farcela più.”
Daiki aveva sorriso, ironico, poi aveva scosso la testa.
“Io ho perso il conto del tempo che ho passato qui dentro, ragazzino. Sì, forse all’inizio sembrava anche a me di impazzire, ma... ci si fa l’abitudine, fidati.” gli aveva spiegato, e Chinen non aveva potuto fare a meno di notare una certa rassegnazione nella sua voce.
“Che cosa ci facciamo qui?” aveva chiesto, dubbioso, come se non volesse davvero conoscere la risposta alla sua domanda.
Il più grande aveva sospirato, passandosi una mano davanti al volto e rivolgendo poi lo sguardo agli altri ragazzi nella stanza.
“Aspettiamo.” aveva detto, con voce roca. “Ogni tanto qualcuno si ammala e viene portato via perché diventa inutile, questo l’hai visto anche tu. Ogni tanto viene qualche uomo e ci guarda, ci tocca, e decide se c’è qualcuno che fa al caso suo. E ogni tanto...” si era morso un labbro, così forte che Chinen ricordava di aver pensato che cominciasse a sanguinare da un momento all’altro. “E ogni tanto qualcuno con parecchi soldi ha bisogno di... organi. Di parti del corpo. Ed è anche a questo che serviamo.” aveva spiegato, con una tranquillità che a Yuri era parsa assolutamente artefatta. “Non c’è un destino peggiore dell’altro, non c’è niente che tu possa sperare. Comunque vada a finire, è uno schifo.”
Chinen era rimasto in silenzio per tutto il giorno.
Era davvero finita, allora, era finita l’infanzia, era finita la speranza di un futuro ed il ricordo del suo sesso passato. Era finito tutto per lui.
Aveva pensato decine e decine di volte a quello che Daiki gli aveva detto, e alla fine aveva dovuto ammettere con se stesso che il ragazzo aveva ragione.
Non c’era una via di fuga e non c’era un destino che potesse dirsi migliore di un altro, non per loro.
Sarebbero comunque morti, avrebbero comunque sofferto, in un modo o nell’altro. E non c’era speranza, non c’era salvezza da tutto quello.
Yuri continuava a vedere l’immagine dei suoi genitori poche sere prima, quando l’avevano portato via, e non poteva fare a meno di odiarli.
Era allora che aveva deciso.
Avrebbe dovuto cercare di sopravvivere, in un modo o nell’altro.
Avrebbe avuto la sua vendetta, avrebbe visto il loro dolore così come loro lo avevano condannato al suo.
Si trattava di stringere i denti e andare avanti.
Da quel giorno, non aveva più pianto e non si era più lamentato.
Andava avanti e basta.

***

Era successo improvvisamente.
Uno di quegli uomini, diverso da quello che era andato a prenderlo a casa sua, si era avvicinato a loro con un sorriso.
Aveva fatto cenno a Daiki di andare con lui, con un sorriso malevolo in volto.
E Daiki l’aveva seguito, perché non c’era altro che potesse fare. Aveva lanciato un ultimo sguardo a Yuri prima di uscire dal capannone, ma il più piccolo non avrebbe saputo interpretare i suoi occhi.
Non c’era paura, non c’era rassegnazione.
Non c’era niente in quegli occhi. E lui si era chiesto se sarebbe stato anche lui così, quando fosse arrivato il suo turno.
Si era illuso per delle ore e poi per giorni, e tendeva il collo verso l’entrata ogni volta in cui sentiva la porta aprirsi, ma le sue aspettative venivano puntualmente deluse.
E alla fine smise di sperarci.
Daiki non sarebbe tornato mai più.
Probabilmente era già morto. Probabilmente era già stato fatto a pezzi.
E più si ripeteva che non doveva crogiolarsi in questo tipo di pensieri, più gli sembrava di impazzire all’immagine di lui morto, di lui che non sarebbe tornato, di lui che l’aveva lasciato solo.
Non gli dispiaceva la sua compagnia. Era l’unica che aveva in fondo, e con il passare del tempo aveva scoperto che era semplice parlare insieme al più grande, che era semplice con lui dimenticare in che tipo di situazione si trovassero.
Ora era abbandonato. Di nuovo.
Ma non lo fu a lungo, e ancora non sapeva se considerare questa sua particolare condizione un bene oppure l’ennesima maledizione che si era abbattuta su di lui.
Ricordava con esattezza il momento in cui l’aveva visto.
Era giovane, non gli avrebbe dato più di venticinque anni.
Aveva un’aria annoiata e strafottente, come Yuri ne aveva viste fin troppe ormai.
I tacchetti dei pesanti mocassini in pelle che portava ai piedi risuonavano nel vuoto del capannone, come un’eco di morte, un suono che ormai tutti loro avevano imparato a riconoscere come un segnale.
E Yuri era rimasto a guardare, senza nemmeno pregare che anche questa volta non toccasse a lui.
Quello era stato il giorno dell’inizio della sua nuova vita.
Quel giorno, lo avrebbe ricordato per sempre.
Non avrebbe mai saputo dire come lo ricordasse, non avrebbe mai saputo dire se conoscere quell’uomo fosse stato un bene o un male per lui, sapeva solo che era stato trascinato fuori da quel posto, e che di quello era grato.
L’odore del sangue e della morte erano spariti.
Non per sempre, ma almeno gli era stato concesso di prendere un po’ d’aria, ed era tutto quello di cui aveva bisogno.
Non avrebbe ringraziato il suo carnefice, non l’avrebbe fatto mai.
Ma mentre veniva portato a casa sua da quegli uomini che continuavano a fissarlo come se fosse carne da macello, non aveva potuto fare a meno di chiedersi che cosa ci avesse visto in lui e nella sua aria menefreghista, nei suoi modi di fare poco inclini ad essere piegati.
Chinen si era chiamato una sfida per lui, e non ci aveva pensato oltre.
Non gliene fregava più niente della sua vita, del resto.
Non esisteva più una vita che potesse chiamare sua.
Era appena stata comprata da uno yakuza chiamato Takaki Yuya.

***

Quando aveva messo piede per la prima volta in quella casa, era stato quasi sorpreso.
Aveva riconosciuto a malapena la zona, e forse la conosceva più di fama che per esserci mai realmente stato.
Si trovavano a nei pressi di Kabukichou, a Shinjuku, lontani dalle vie principali.
Fu spinto dentro quello che avrebbe definito come un bell’appartamento.
Non bello come la casa che aveva a Meguro, ma una reggia in confronto a quella di San’ya.
Il paradiso in confronto a quel capannone.
I due uomini che l’avevano portato lì se ne erano andati subito, ghignando e toccandolo un po’ troppo per i suoi gusti, ma non se ne era preoccupato.
Quello che gli premeva sapere in quel momento, era che cosa ne sarebbe stato della sua vita da quel momento in poi.
Yuya era seduto sul divano del piccolo salotto che dava sull’ingresso, con le gambe accavallate e un sorriso in volto.
Non si era alzato in piedi. Gli aveva solo fatto cenno di raggiungerlo sul divano, e Chinen così aveva fatto.
Che senso aveva ribellarsi? Che senso aveva provare a fare qualcosa, provare a dire di no, provare a fare qualcosa di diverso da quanto ordinato?
Si era sistemato accanto a lui sul divano, e aveva atteso.
Takaki si era voltato in sua direzione, prendendo a sfiorargli il volto con un dito, lentamente, squadrandolo da capo a piedi.
“Ho davvero buon gusto, non trovi?” gli aveva chiesto, con un sorriso sornione. “Non sei affatto male. Quegli altri ragazzini che c’erano in quel buco mi sembravano troppo denutriti e avevano l’aria malaticcia. Dovrei seriamente protestare per come vengono tenuti, se continuano in questo modo non saranno buoni a molto.” aveva continuato, come se quella fosse una normale conversazione, come se Yuri fosse un suo pari.
Il più piccolo non si era illuso di scamparla per quella notte. Stava solo aspettando che lo yakuza facesse la sua mossa, e sapeva che era soltanto questione di minuti.
Prima che lo portassero via, Daiki aveva avuto modo di spiegargli con dettagli fin troppo precisi e cruenti quello che aspettava a coloro che venivano portati via in quel modo, a quelli che erano destinati a diventare gli schiavi sessuali di qualcuno.
Chinen non poteva fare a meno di provare paura, in qualche modo, ma si controllò bene abbastanza da non darlo a vedere.
“Non avrei saputo che farmene del resto di un ragazzino che ci fosse rimasto secco al primo uso, ti pare?” aveva aggiunto, ridendo, probabilmente godendo di quello sguardo nervoso negli occhi del più piccolo.
Ma ancora, Chinen non aveva fatto una piega.
E non aveva fatto una piega quando l’aveva preso di peso e portato in camera da letto.
Non aveva fatto una piega quando gli aveva tolto i vestiti di dosso.
Non aveva fatto una piega quando l’aveva fatto stendere con il viso contro il materasso e si era spinto dentro di lui.
Yuri non ricordava di aver mai provato così tanto dolore.
Aveva riportato alla mente tutte le volte che il padre l’aveva picchiato, così forte da fargli sputare il suo stesso sangue, quando i compagni a scuola si divertivano ad usarlo come affilacoltelli, quando c’erano mattine in cui si svegliava e gli sembrava che il suo intero corpo andasse in fiamme.
Ma non c’era fra le sue memorie qualcosa di peggiore di quel dolore. Non c’era nei suoi ricordi qualcosa che superasse la sensazione dell’erezione di Takaki dentro di lui, delle sue spinte violente, del sangue che gli scorreva fra le gambe, del suo respiro nell’orecchio e delle mani artigliate sul suo corpo che lo graffiavano, che aggiungevano sempre più dolore in ogni momento in cui lui pensava che non potesse andare peggio di così.
Quando aveva raggiunto l’orgasmo, Yuri aveva tirato un sospiro di sollievo.
Era stato abbandonato sul letto, con lo sperma che si mischiava al sangue fra le sue cosce, con la sensazione di non riuscire a muovere nemmeno un muscolo.
Aveva capito che cosa intendesse lo yakuza.
Aveva avuto modo di notare quale fosse lo stato di parecchi dei ragazzini che erano insieme a lui al capannone.
Probabilmente, molti di loro non sarebbero sopravvissuti nemmeno al “primo uso”, come aveva detto lui.
Aveva sperato che lo lasciasse in pace, almeno per quella sera.
Quando invece l’aveva visto tornare in quella stanza, con l’erezione nuovamente dura fra le gambe, non aveva potuto fare a meno di singhiozzare.
Non era certo che sarebbe riuscito a sopportare un’altra volta tutto quello, non così presto.
“Non piangere.” sibilò il più grande. “Prima mi hai detto che non avevi paura di me, vero? E allora non c’è bisogno che tu pianga.” gli aveva mormorato poi nell’orecchio, spingendosi nuovamente dentro di lui.
E Chinen aveva urlato, di nuovo. E aveva singhiozzato, di nuovo.
Ne era certo, a quel punto, non poteva fargli più male di quanto non gli stesse già facendo.
Perché non piangere, allora? Perché non singhiozzare?
Che dignità aveva ancora da mantenere mentre il più grande continuava a spingersi dentro di lui, sempre più a fondo, mentre gli tirava i capelli e lo tirava contro di sé, mentre lo feriva per l’ennesima volta?
“Mi dispiace, davvero non vorrei...” aveva detto, con la voce segnata da gemiti ogni volta che spingeva i fianchi contro di lui. “Ma devi imparare in qualche modo, no? Dovrò pure testare la merce, e abituarti a quello che ti aspetta.” aveva spiegato, e anche se non riusciva a vederlo in viso Yuri sapeva che stava sorridendo, così come sapeva che non c’era traccia di pentimento in lui. “Sei meglio di quanto credessi, sai? Pensavo che a questo punto saresti già svenuto per il dolore. E sarebbe stata una vera seccatura. Non è un granché scoparsi un corpo inerme, sai?”
“No, certo.” aveva ribattuto Chinen con un filo di voce, quella poca che gli rimaneva. “Suppongo che stuprare qualcuno che non ha la minima possibilità di difendersi sia molto più eccitante.”
Non era riuscito a trattenersi.
E si era pentito di quella frase, ma in fondo valeva la soddisfazione che si era tolto nel vedere il sorriso sparire dalle sue labbra.
Takaki l’aveva voltato, cominciando a prenderlo a pugni, prima di spingersi nuovamente dentro di lui, con ancora più forza.
Chinen aveva cercato di estraniarsi, di fingere di non essere lì, di non pensare a quello che gli stava accadendo, ma sapeva che era di gran lunga meglio se cominciava ad abituarsi a tutto quello, perché era certo che sarebbe seguito di ben peggio, perché era certo che finché Takaki non si fosse stancato di lui, ogni giorno della sua vita sarebbe stato simile a quello.
Quando lo yakuza si era stancato l’aveva spedito sotto la doccia, dicendogli che non aveva intenzione di dividere il letto con lui così sporco.
Si era trascinato sotto l’acqua, cercando di lavare via i segni di Takaki dal suo corpo e non riuscendoci.
E alla fine, aveva rinunciato.
Che senso aveva?
La sera dopo, o forse anche prima, ne avrebbe avuti di nuovi. E poi ancora, e ancora, e ancora.
E comprese allora che quei segni sarebbero diventati parte della sua quotidianità, e che piuttosto che combatterli avrebbe fatto meglio ad accettarli.
Quella notte dormì di fianco a Takaki, e ricordò di aver impiegato secoli a prendere sonno.
Non gli piaceva il rumore del suo respiro, non gli piaceva il calore della sua pelle a contatto con la propria.
Ma era quanto gli veniva offerto dalla vita, e non avrebbe voltato le spalle di fronte a quella prospettiva.
Continuava a chiedersi se non fosse meglio morire, ma alla fine forse Daiki aveva ragione.
Non c’era un destino peggiore dell’altro.
C’era solo la capacità di sopportare qualsiasi cosa gli fosse destinata.