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A Flame in the Lantern

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Guy si appoggiò al corrimano per scendere cautamente i gradini della sala grande. Le sue ferite erano molto migliorate e da qualche giorno Tuck gli aveva permesso di uscire dai propri alloggi, ma non aveva ancora ripreso del tutto le forze.
Quando lo vide, lo sceriffo si alzò dal trono di legno intagliato che una volta era appartenuto a Vaisey e gli andò incontro, con un sorriso.
- Sono felice di vedervi di nuovo in piedi, Sir Guy. - Disse, conducendolo verso il tavolo. - Ma ora sedetevi, frate Tuck si è raccomandato di non farvi stancare.
- Ora sto bene, mio signore. - Rispose Guy, ma gli obbedì comunque.
Sir Arthur annuì.
- Lo vedo, ma dovete comunque riguardarvi, le vostre ferite erano gravi.
Guy lo guardò.
- Voi come state, signore? - Chiese, serio.
Lo sceriffo rimase in piedi e gli voltò le spalle, fissando il fuoco del camino.
- Non è facile rispondere a questa domanda. - Disse, con un sospiro. - L’incubo è finito, non dovrò più svegliarmi nel cuore della notte tremando di terrore al pensiero di cosa potrebbe fare, chiedendomi se sarebbe riuscito a trovarci di nuovo…
- Ma era sempre vostro figlio. - Guy concluse per lui.
- Già. L’amore è un sentimento strano, Gisborne. Non si può smettere di amare a comando, anche quando sarebbe la cosa più giusta da fare.
- Questo lo so molto bene, signore.
Lo sceriffo si voltò a guardarlo e un lieve sorriso apparve a stemperare l’espressione addolorata del suo volto.
- Ho perso un figlio, ma ho ritrovato Elisabeth. Di questo posso essere grato.
- Non lasciate che si perda di nuovo, non lo merita.
Sir Arthur gli mise una mano sulla spalla e lo guardò negli occhi.
- Non succederà. Mai più. Ho ritrovato il coraggio di amarla grazie a voi, Sir Guy e ve ne sono grato. Non lo dimenticherò di nuovo.
- Lei sta bene? Mi è stata vicina quando ero sofferente per le ferite, ma è da qualche giorno che non viene a trovarmi.
Lo sceriffo sorrise.
- Oh, lo ha fatto di notte, mentre dormivate. Per quanto possa essere impegnata, Elisabeth non dimentica mai di venire a vegliare sul vostro sonno, anche se solo per qualche momento.
Guy lo guardò, incuriosito da quelle parole.
- Impegnata?
- Col bambino. Il figlio di Rowan e di quella donna…
- Cosa ne è stato di lei?
- Morta. Insieme al resto dei banditi. Il principe Giovanni li ha fatti giustiziare tutti prima di partire, per aver messo in pericolo la sua incolumità.
Guy annuì. Uccidere Rowan lo aveva rattristato per il dolore che aveva dovuto infliggere allo sceriffo e a Lady Elisabeth, ma non provava la minima pietà per la sorte della donna e degli altri criminali.
Anne si era approfittata del buon cuore di Adeline e aveva risposto alla sua generosità con l’inganno, cercando di uccidere sia lei che i bambini. Se ci pensava, Guy si sentiva ardere di rabbia, di quella furia oscura che a volte gli aveva fatto dubitare di essere dannato senza alcuna speranza di redenzione.
Se il principe non l’avesse fatta giustiziare, Guy avrebbe dovuto lottare con se stesso per impedire a quel lato oscuro di prendere il sopravvento e di esigere una vendetta sanguinaria contro la donna che aveva messo in pericolo la sua famiglia. Per fortuna quella tentazione non esisteva più perché non era sicuro che avrebbe trovato la volontà di contrastarla.
- Hanno avuto quello che meritavano. - Disse in tono duro e lo sceriffo annuì.
- Ma il bambino è innocente. Non ha colpa per essere venuto al mondo, ed è comunque nostro nipote. Elisabeth trova molto conforto nel prendersi cura di lui e credo che col tempo gli vorrò bene anche io, anche se avrò sempre il timore che crescendo possa seguire le orme del padre.
- Pregherò perché assomigli a voi invece.
Lo sceriffo lo ringraziò per quelle parole con un cenno del capo ed entrambi rimasero in silenzio per un po’, poi Sir Arthur tornò a rivolgersi a Guy.
- Quando pensavate di partire?
Gisborne lo guardò, sorpreso.
- Come…
- Come faccio a sapere che volete tornare a Knighton? Dopo tutto quello che avete dovuto subire in questo posto negli ultimi tempi non mi sorprende che vogliate tornare a casa vostra. Chi non lo desidererebbe? Il pericolo è passato e la vostra salute è migliorata, mi sarei sorpreso se non aveste preso la decisione di partire.
- Ho il vostro permesso, signore?
Lo sceriffo gli batté una mano sulla spalla in una pacca benevola.
- Come potrei negarvelo? Tornate al vostro maniero e recuperate salute e tranquillità, lo avete meritato. Anche se devo ammettere che il castello sarà un posto fin troppo tranquillo quando voi, Locksley e le vostre famiglie sarete partiti. Potrei addirittura rischiare di annoiarmi ora che non dovrò rimediare a tutti i vostri guai.
Guy sorrise, divertito.
- State dicendo che sentirete la nostra mancanza?
- Mi aspetto che torniate a lavorare per me non appena le vostre ferite saranno completamente guarite.
- Avete ancora bisogno di una fiamma per la vostra lanterna, allora? Anche se il buio ormai è stato dissipato?
Lo sceriffo sorrise nel sentire che Gisborne non aveva dimenticato il discorso che gli aveva fatto in un passato nemmeno troppo lontano, ma che ormai sembrava appartenere a un’altra vita.
- C’è sempre bisogno di luce, non dimenticatelo mai.

Guy spinse la porta dei propri alloggi con delicatezza, per evitare che cigolasse svegliando Marian e Seth.
La ragazza e il bambino erano ancora profondamente addormentati anche se era mattina inoltrata e Guy si appoggiò con la schiena alla porta e li guardò, preoccupato.
Anche dopo averlo rassicurato più volte che il pericolo era passato e che nessuno avrebbe più tentato di far loro del male, il sonno del bambino era agitato e tormentato dagli incubi e spesso si addormentava solo all’alba, sfinito, dopo aver passato la notte in lacrime.
Gisborne lo aveva lasciato dormire nel proprio letto, consolandolo ogni volta che si svegliava piangendo e lasciando una candela accesa per tutta la notte perché la stanza non fosse mai completamente al buio, ma la situazione non era migliorata.
Guy aveva paura che l’agitazione del bambino potesse disturbare il riposo di Marian, ma la ragazza dormiva pesantemente per tutta la notte e spesso era assonnata e priva di forze anche durante il resto della giornata.
Lui era preoccupato per entrambi e sperava che tornare a Knighton li avrebbe aiutati a sentirsi meglio.
Si avvicinò al letto in silenzio e si chinò a guardare il viso della moglie. Marian era troppo pallida e sembrava esausta e Guy sentì una stretta al cuore nel vederla così fragile.
Aveva il terrore che ora che il pericolo rappresentato da Rowan era passato, qualche scherzo maligno della sorte potesse portargliela via, distruggendo la sua vita per l’ennesima volta.
Guy si trovò in ginocchio accanto al letto, le mani giunte davanti al viso a pregare per la salvezza di Marian.
Quella posizione gli fece tornare in mente le sere della sua infanzia, quando lui e Isabella, prima di andare a dormire, pregavano Dio perché proteggesse la loro famiglia.
Guy si ritrovò a pensare che se quelle preghiere sincere e innocenti non erano servite a nulla, ora, con tutte le sue colpe e i suoi peccati, non poteva sperare di essere ascoltato.
- Padre?
Guy riaprì gli occhi e vide che Seth era sveglio e lo guardava, poi, un attimo dopo, il bambino si alzò in fretta dal letto e corse a usare il vaso da notte.
- Mi scappava tantissimo… - Disse Seth, con un sospiro di sollievo, dopo aver finito. - Però hai visto, padre? Stanotte non ho bagnato il letto!
Guy lo prese in braccio per dargli un bacio sulla guancia e sorrise nel sentire il bambino che si stringeva a lui con fiducia.
- Ho sognato ancora quell’uomo cattivo… - Confessò Seth sottovoce. - Mi inseguiva, ma poi sei arrivato tu a salvarmi.
Guy si sentì bruciare di rabbia come sempre nel ricordare il pericolo corso dal figlio e ancora di più al pensiero che Seth fosse ancora tormentato dagli incubi, ma si sforzò di restare calmo.
- Tuo padre ti proteggerà sempre, non devi dubitarne. - Disse Marian, dal letto e Guy si voltò a guardarla.
- Ti abbiamo svegliata? Mi dispiace…
La ragazza gli rivolse un sorriso con aria sofferente, massaggiandosi la spalla.
- Mi sarei svegliata lo stesso.
- Ti fa ancora male? - Chiese Seth, divincolandosi dalle braccia di Guy per tornare ad arrampicarsi sul letto, accanto a Marian.
- Matilda dice che è normale. - Disse Marian, con un sospiro.
Guy sedette anche lui sul letto e le scostò di lato i capelli per massaggiarle con delicatezza i muscoli doloranti, cercando di alleviare un po’ la sua sofferenza.
- Questo lo ha detto due settimane fa. Lascia che la chiami di nuovo.
Marian si voltò a guardarlo e gli mise un dito sulle labbra, seria, lanciando uno sguardo a Seth.
Guy annuì: per quanto potesse essere preoccupato, né lui né Marian volevano provocare altre paure al bambino.
- Passerà presto. - Disse Marian, cercando di sembrare convincente, poi guardò il contenitore appoggiato sul tavolo e sospirò. - Piuttosto dammi quella medicina, se proprio devo prenderla.
Guy si affrettò a versare la pozione in una piccola ciotola e la porse a Marian.
- Lo so che il sapore è orribile, ma i rimedi di Tuck sono molto efficaci di solito.
La ragazza arricciò il naso.
- Il dolore passa, è vero, ma poi ho la nausea per tutto il giorno.
- Potremmo provare ad aggiungerci un po’ di miele. Vuoi che vada a chiederne un po’ nelle cucine?
Guy fece per alzarsi, ma Marian lo fermò, vuotando la ciotola e appoggiandola sul comodino.
- Magari domani. Porta Seth a giocare un po’ all’aria aperta adesso, ha bisogno di distrarsi un po’… e anche tu.
- Io voglio restare con te.
- Guy, lo so e lo apprezzo, davvero, ma quando non sto bene il mio umore non è dei migliori, divento insofferente e irritabile e vorrei solo rintanarmi da qualche parte senza vedere nessuno.
- Ma…
Marian lo fissò, severa.
- Niente ma, andate. Guy, non preoccuparti, ho solo bisogno di riposare ancora un po’ e di restare tranquilla, vi raggiungerò più tardi quando la medicina avrà fatto effetto.
Gisborne esitò, preoccupato nel vederla pallida e sofferente, ma si rassicurò un po’ nel vedere che lo sguardo di Marian era sempre fiero e deciso e alla fine si decise ad obbedire.
Attese che Seth avesse finito di lavarsi e vestirsi, aiutandolo di tanto in tanto, poi lanciò un ultimo sguardo a Marian prima di decidersi a uscire dalla porta col bambino: la ragazza era seduta sul letto con la schiena appoggiata ai cuscini e respirava lentamente e a fondo.
Con un tuffo al cuore Guy pensò che il dolore alle braccia e alle spalle doveva essere ancora molto intenso e fu tentato di ignorare il discorso di poco prima e restare con lei, ma lo sguardo irritato e impaziente della moglie gli fece cambiare idea. Marian non aveva mentito, voleva restare sola e Guy aveva l’impressione che se non si fosse sbrigato a uscire con Seth, la ragazza gli avrebbe lanciato dietro il primo oggetto che avesse trovato a portata di mano.
Prese il bambino per mano e si affrettò a uscire dalla stanza.

Robin osservò Gisborne per un po’, senza farsi vedere: l’amico era insieme a Seth e padre e figlio camminavano insieme tra i banchi del mercato, lentamente. Ogni tanto Guy indicava qualche oggetto in vendita, un giocattolo o un dolce appetitoso, cercando di attirare l’attenzione del bambino, e Seth si aggrappava alla sua mano fiduciosamente, osservando tutto, ma senza mai allontanarsi di più di qualche passo dal fianco del padre.
Il bambino sembrava aver perso un po’ della sua solita vivacità, ma Robin era più preoccupato per Guy, che gli sembrava ancora troppo pallido e teso.
- Gisborne! - Chiamò, decidendo di rivelare la sua presenza, e Guy si voltò verso di lui con un sussulto, poi gli sorrise, un po’ imbarazzato per la sua reazione iniziale.
- Hood, non perdi mai il vizio di sorprendere la gente, vedo.
- Non era mia intenzione spaventarvi, eri tu a essere distratto.
- Ti sembro spaventato?
- No. Preoccupato, piuttosto. Marian non si è ancora ripresa?
Guy lanciò uno sguardo ansioso al figlio prima di rispondere.
- Ha ancora un po’ di dolore, ma sta meglio. - Disse cautamente, cercando di mostrarsi tranquillo, ma Robin intuì che la sua calma era solo apparente e si ripromise di sollevare di nuovo l’argomento non appena fossero rimasti soli.
- Ti va di venire a giocare un po’ con Ghislaine? - Chiese, rivolgendosi a Seth e il bambino guardò Guy.
- Posso, padre?
- Certo. Guarda, i dolci di quel banco erano i preferiti di Isabella quando aveva la tua età, potremmo portargliene qualcuno. E anche qualche frittella al miele. Su, vai a scegliere quelli che preferisci.
Gisborne fece un segno d’intesa al venditore per fargli capire che poi avrebbe pagato lui i dolci scelti dal bambino. Non appena Seth si fu allontanato per esaminare attentamente ogni tortina e frittella in esposizione, Guy si rivolse a Robin.
- A dire la verità non sono tranquillo. Matilda ha detto che il dolore alle spalle non sarebbe passato in fretta, è vero, ma non è solo quello. È sempre stanca e nervosa e gli infusi di Matilda le tolgono l’appetito.
- Quando tornerete a Knighton andrà meglio. Anche Isabella non vede l’ora di allontanarsi dal castello. Dopo quello che è successo non riesce a sentirsi del tutto al sicuro: a volte si sveglia di notte all’improvviso e anche io confesso che a volte devo alzarmi per controllare che Ghislaine stia dormendo tranquillamente nella sua culla.
- Ho parlato con lo sceriffo stamattina. Spero di poter partire domani o tra due giorni al massimo.
Robin sorrise.
- Bene, anche Isabella ne sarà contenta. Non vuole tornare a Locksley prima di sapere che stai abbastanza bene da tornare a Knighton anche tu.

- Stanno arrivando! Stanno arrivando! - Gridò Mary, entrando in cucina e Alice uscì immediatamente dalla cucina, rassettandosi il grembiule.
- È tutto pronto: il pranzo potrà essere servito non appena Sir Guy lo desidererà, l’acqua per il bagno e per i catini si sta già scaldando, le stanze sono state arieggiate e la biancheria è fresca di bucato, mentre Jack ha già riempito le mangiatoie nelle stalle.
- Chissà se Seth bagna ancora il letto… - Si chiese Mary e la madre le lanciò uno sguardo di rimprovero.
- Non prenderlo in giro, quel povero piccolo ha sofferto anche troppo nella sua vita. Chiunque avrebbe gli incubi se avesse subito tutto quello che ha passato lui.
- Oh, ma io non ridevo di lui, mi chiedevo soltanto se non fosse meglio mettere nella sua stanza un po’ di lenzuola di ricambio e qualche camicia da notte in più, così, in caso di incidenti non rischierà di restare bagnato per tutta la notte.
- Potrebbe essere una buona idea, in effetti. - Ammise Alice con un sorriso. - Ora vieni, andiamo ad accogliere Sir Guy.
La donna prese la figlia per mano ed entrambe uscirono dal maniero per attendere l’arrivo del loro lord. Oliver, il marito di Alice, stava già aspettando all’esterno, mentre Jack arrivò di corsa dalle stalle, un po’ affannato.
- Avevo dimenticato di mettere da parte una mela per il cavallo di Sir Guy. - Disse il ragazzino, allegramente.
Mary ridacchiò, mostrandogli il frutto che aveva in mano e che teneva nascosto dietro la schiena.
- Io ho scelto la mela più bella per Sir Guy!
Alice sorrise tra sé nell’ascoltare i discorsi dei figli, pensando che avrebbe dovuto dir loro di essere più rispettosi nei confronti di Lord Knighton. Per fortuna Guy di Gisborne sembrava apprezzare l’entusiasmo infantile di Mary e non si sentiva offeso da quell’eccesso di confidenza.
Finalmente il carro con le insegne di Gisborne si fermò davanti al maniero, seguito subito dopo dal cavallo di Allan.
Il giovane si affrettò a smontare di sella e raggiunse la porta del carro proprio mentre un servitore si affrettava ad aprirla e Gisborne ne scendeva.
- Tutto bene, Giz? - Allan gli chiese a bassa voce, lanciandogli uno sguardo preoccupato e Guy annuì leggermente prima di voltarsi verso la porta del veicolo per porgere una mano a Seth.
Il bambino si aggrappò alle dita del padre e saltò giù con un gridolino di gioia nel rivedere il maniero dopo essere stato via per così tanto tempo, poi corse a ritrovare tutti i luoghi che gli erano familiari, salutando allegramente tutti quelli che incontrava sul suo percorso, che fossero servitori, animali od oggetti.
Nel frattempo Allan aveva aiutato anche Adeline a scendere dal carro e la balia si affrettò a raggiungere Seth, appena in tempo per impedirgli di cadere nel fango dopo aver cercato di salutare con troppo entusiasmo anche i maiali nel loro recinto.
Guy sorrise nel guardare l’entusiasmo del figlio e sperò che tornare a Locksley lo aiutasse a dimenticare le brutte esperienze vissute al castello. Lui di sicuro si sentiva sollevato nel tornare a casa dopo così tanto tempo.
Se solo Marian fosse più in salute… Pensò, voltandosi per aiutare la moglie a scendere dal carro.
Alla luce del sole, Marian sembrava anche più pallida del solito e Guy si affrettò a scortarla dentro casa, dopo aver salutato Alice, Oliver e aver accettato con piacere le mele e il caloroso benvenuto di Mary e Jack.
Guy fu colpito dalla tavola apparecchiata a festa e commosso nello scoprire tutte le piccole attenzioni che i servitori avevano preparato per il loro ritorno al maniero, Marian invece impallidì ulteriormente alla vista del cibo e si avviò in fretta verso le scale che portavano al piano superiore.
- Marian? - Guy la seguì, preoccupato.
La ragazza sedette sul letto con un sospiro.
- Non credo di poter mangiare ora. Il viaggio mi ha stancata così tanto e tutti quegli scossoni mi hanno fatto venire la nausea.
- Vado a chiamare Matilda. - Disse Guy, facendo per avviarsi alla porta, ma Marian lo fermò mettendogli una mano sul braccio.
- Hai ragione, credo di aver bisogno di lei, ma manda Allan, anche tu non sei ancora guarito del tutto.
Gisborne la guardò per un attimo: vederla così pallida e sofferente gli faceva venire voglia di saltare in sella e correre a cercare la guaritrice senza perdere neppure un istante, ma si costrinse a mantenere la calma. Marian aveva ragione, anche lui stava ancora subendo le conseguenze delle ferite da cui era appena guarito e probabilmente non era ancora abbastanza in forze per cavalcare al galoppo come avrebbe desiderato.
- Aspetta solo un attimo, - disse a Marian e uscì dalla stanza per cercare Allan e ordinargli di andare in cerca di Matilda, con uno sguardo abbastanza minaccioso da mettere a tacere sul nascere ogni possibile protesta.

La guaritrice sollevò cautamente il braccio di Marian e le disse di piegare il gomito.
La ragazza obbedì senza protestare, ma senza molta convinzione.
- Fa male così? - Chiese Matilda.
- No, ma…
- E così? - La guaritrice spinse il braccio di Marian un po’ più in alto. Guy, appoggiato al muro con le braccia incrociate sul petto non si lasciava sfuggire il minimo movimento.
- Appena appena… - Disse Marian e Matilda annuì.
- Mi sembra tutto a posto. Le braccia sono praticamente guarite, dovrai solo evitare di sforzarle per un po’, il dolore passerà completamente col tempo…
- Questo lo sapevamo anche noi! - Sbottò Guy e Matilda lo guardò, un po’ confusa.
- Perché mi avete mandata a chiamare allora? E in quel modo poi? Allan è arrivato di corsa e mi ha praticamente trascinata via da un altro paziente.
- Per tutto il resto! Non vedi come sta?! È sempre stanca, dorme per buona parte del giorno e quando è sveglia non sta bene! Spesso non riesce a mangiare e quando lo fa ha la nausea e ogni tanto ha dei mancamenti!
Matilda li guardò entrambi: Guy aveva parlato con foga ed era pallido e teso e Marian, seduta sul letto annuiva alle sue parole con un’espressione preoccupata sul volto.
- Siete seri? Mi state prendendo in giro, vero? - Chiese Matilda, e Guy le rispose con un mezzo ringhio.
- Ti pare che potrei scherzare sulla salute di Marian?!
La guaritrice gli scoppiò a ridere in faccia, guardò le loro espressioni stupite e rise ancora più forte, tanto da essere costretta a sedersi sul letto per riprendere fiato.
- È così divertente?! - Chiese Guy, irritato, e Matilda si asciugò le lacrime per guardare lui e Marian con tenerezza.
- Sì, caro. Avete affrontato prove terribili nella vostra vita eppure siete ancora degli ingenui, adorabili sprovveduti. Davvero eravate così preoccupati per questo?
Marian la guardò, con le lacrime agli occhi.
- Matilda, non mi sono mai sentita così, non è normale.
La guaritrice ridacchiò.
- Perché non hai mai aspettato un bambino prima d’ora.
- Cosa… - Mormorò Guy, allibito e Marian gli fece eco, egualmente stupita.
- Un bambino?
Matilda li guardò, intenerita.
- Davvero non lo avevate capito? Pensavo che lo sapeste già e per questo sono stata così cauta nel curarti, cara. Temevo che lo sforzo fatto su quel tetto potesse compromettere la gravidanza e per questo ti ho costretta a riposare, poi per fortuna ho visto che tutto procedeva bene…
La guaritrice si interruppe perché Guy aveva preso Marian tra le braccia ed era scoppiato in lacrime, sfogando nel pianto tutta la tensione e la paura che si era sforzato di reprimere negli ultimi tempi.
Anche la ragazza singhiozzava col viso premuto contro il petto del marito, abbandonandosi a un miscuglio di emozioni dove gioia e sollievo si intrecciavano a nuove paure.
Sorridendo, Matilda li strinse entrambi a sé. Sicuramente in futuro ci sarebbero stati momenti difficili e preoccupazioni da superare, ma la guaritrice sapeva bene che era inutile pensarci ora. Lei sapeva anche troppo bene quanto potesse essere imprevedibile il destino e come la vita di una persona potesse cambiare completamente nel bene o nel male nel giro di pochi attimi e aveva imparato ad apprezzare fino in fondo i momenti belli e ad aspettare con pazienza che quelli più duri passassero.
Adesso era un momento di gioia e Matilda era sinceramente contenta per Guy e Marian e anche un po’ commossa dalla loro emozione. Li tenne stretti, accarezzando con tenerezza la schiena e i capelli di entrambi.
- Siete due asini, - commentò con affetto, scuotendo la testa con un’altra risata divertita, - ma fa sempre piacere vedere due asini felici.