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Cronache dall'Eden

Chapter Text


 

Definisci – Valuta – Analizza – Migliora – Controlla

Definisci: The calling, I'll find a way

 

M. Stilinski
Uomo
Umano
17 al momento dell’Inserimento
Bianco – origini polacche
Ebreo non praticante
A
Stati Uniti, California, Beacon Hills; territorio del Nemeton
Istruzione media superiore – Beacon Hills High School
Padre vivo, sceriffo
Madre morta, demenza frontotemporale
Branco McCall, alpha Scott McCall (fondatore, Alpha Originale, ancora nessun successore) – assenza di adulti, branco multi specie; attuale emissario dottor Alan Deaton, ex emissario del branco Hale, alpha Talia Hale – deceduta
Amico d’infanzia dell’alpha; ha rifiutato il Morso; futuro emissario?
Posseduto da una Nogitsune generata durante la Seconda Guerra Mondiale dalla kitsune Noshiko Yukimura – lo spirito oscuro ha duplicato il suo corpo, che è stato trapassato con una katana dalla kitsune Kira Yukimura, figlia di Noshiko, e Morso dall’alpha Scott McCall; una volta ripresa la sua forma da mosca, è stato imprigionato in un’urna fatta con del legno del Nemeton
Incapace di maneggiare un’arma o praticare combattimento corpo a corpo
Resistenza e forza fisica inferiore agli standard
Capacità di problem solving superiore agli standard
Mancanza di empatia nei confronti delle persone esterne alla propria cerchia; irrispettoso delle regole; tendenza alla disobbedienza e a mentire

Obiettivo: Trovare un soggetto che gli faccia da ponte con la comunità Eden, possibilmente esterno al suo branco, solo allora si potrà procedere ad apportare migliorie al soggetto principale in questione tramite condizionamenti, per potere poi procedere con la fase successiva.

 

 

Da quando l’intera faccenda della Nogitsune si era conclusa, Stiles si sentiva perennemente costretto a stare chiuso fra quattro mura, in posti in cui poteva essere sempre osservato – o controllato.

Suo padre aveva sempre faccende da fargli sbrigare a casa, oppure Scott aveva continue proposte per del divertimento a casa – come giocare ai videogame, o guardare un film tutti insieme – e quando non c’era niente in programma, all’improvviso la gente che lo circondava si scambiava delle occhiate sapute e circospette e dal nulla s’inventava per lui qualcosa da fare che lo costringesse a casa.

Stiles comprendeva benissimo le paure e le apprensioni di suo padre e dei suoi amici, ma stare chiuso sempre negli stessi posti lo stava rendendo pazzo. Era pure probabile che ormai scambiassero i suoi scatti di rabbia come conseguenza al trauma subito, quando in realtà un bella parte era anche dovuta alla mancanza di libertà.

Era alquanto frustrante vedere di continuo come tutti lo fissassero come se fosse sul punto di esplodere da un momento all’altro, o come se avessero paura di lui.

Stanco di non potere neanche guidare la jeep senza alcun accompagnatore, quel giorno decise di mentire a Scott dicendogli che sarebbe rimasto in casa a preparare la cena – e quindi poteva benissimo lasciarlo solo per andare a portare da mangiare a sua madre all’ospedale – per poi attaccare al frigorifero un post it giallo con cui annunciava a suo padre che si era appena lanciato in una nuova straordinaria avventura: fare la spesa.

Erano settimane che Melissa si presentava di colpo sulla soglia di casa Stilinski annunciando che per sbaglio aveva preparato da mangiare in più – seh – o per errore aveva comprato roba a cui Scott o lei erano allergici – seh – e che quindi se lui e suo padre ne volevano approfittare erano i benvenuti.

Stiles aveva sviluppato un’insana voglia di ingozzarsi di porcherie giusto per ripicca.

Non riuscì nemmeno a sentirsi in colpa quando mise in moto e lasciò il garage, anzi sentì le spalle rilassarsi man mano che la jeep avanzava lungo la strada. Non mise su della musica solo perché era stanco di sentirne a pacchi tutte le volte che era costretto a stare in camera sua.

Parcheggiò sul retro di un piccolo supermercato e sbadigliando si procurò un carrello per fare compere. Iniziò a percorrere le corsie fra uno scaffale e l’altro stando chino sul manico del carrello, su cui teneva le braccia mollemente appoggiate; sorrise pigro beandosi del senso di onnipotenza casalinga che dava fare la spesa da soli, e atteggiandosi come un gatto capriccioso e annoiato cominciò ad afferrare snack dolci e salati, lasciandoli cadere nel carrello.

Sbuffò infastidito quando sentì il cellulare avvertirlo della ricezione di un messaggio, e con un gesto lento, restando curvo sul carrello, controllò veloce chi lo stesse cercando.

Era Scott, ma a quanto sembrava nessuno ancora si era accorto della sua assenza, piuttosto l’amico gli stava raccontando delle ipotesi di Deaton sui proiettili trovati nel loft di Derek.

Derek adesso risultava ufficialmente rapito.

Scott qualche giorno fa, preoccupato perché Derek non rispondeva ai suoi messaggi, era andato al loft e aveva trovato dei segni di lotta e quei proiettili. Né Scott né lui ne erano rimasti entusiasti.

Chris Argent era ancora in Francia, Isaac era andato con lui e a quanto sembrava voleva stabilirsi lì – più volte Stiles lo immaginava rivolgere il dito medio a tutto il continente americano, con espressione impassibile quanto sarcastica. L’unica opzione era stata quella di rivolgersi a Deaton, nella speranza che ne sapesse quanto Argent di proiettili e armi da sparo.

Deaton però aveva fatto notare a Scott che comunque non era in grado di dirgli se Derek fosse ancora vivo o meno.

"Chiediamo aiuto a Lydia? Le facciamo toccare i proiettili?" concludeva il messaggio di Scott.

Stiles storse il naso, non rispose e rimise il cellulare in tasca; mise nel carrello un barattolo di gelato alla menta e cioccolato e si avviò verso lo scaffale degli utensili di plastica e dei tovaglioli.

Deaton non avrebbe potuto limitarsi a dare una risposta diretta, invece di insinuare altri dubbi atroci del cavolo?

Stiles capiva bene come mai Scott si sentiva così incerto sul coinvolgere Lydia o meno: l’ultima volta che lei aveva percepito qualcuno prossimo alla morte, Allison era rimasta uccisa. Farle provare a sentire se Derek era defunto o meno non era una richiesta propriamente delicata.

Stanco, si fermò davanti al ripiano dei cucchiai di plastica; si guardò attorno per controllare che non ci fossero dei commessi nelle vicinanze – o delle telecamere puntate su di lui – e cominciò a testare dei pacchetti di posate: li piegò per vedere se si spezzavano con facilità – sarebbe stato fastidioso se il cucchiaio gli si fosse rotto a metà in mano non appena lo avesse infilato nel gelato duro – e dopo aver distrutto con discrezione tre confezioni, decretò la marca di posate di plastica vincitrice.

Lanciò un pacchetto da dieci cucchiai bianchi nel carrello e avanzò verso la cassa.

Arrivato in fondo alla corsia, si accigliò: aveva avuto l’impressione di aver notato alla periferia della sua visuale qualcuno fissarlo con insistenza. Proseguì a passo appena più lento, poi si voltò di colpo guardarsi alle spalle, ma non vide nessuno; l’ambiente era invaso da una stupida canzone pop trasmessa dalla radiolina che aveva il commesso alla cassa, non c’era alcun suono prodotto da altri clienti – nessun rumore di passi o lo stridere di un carrello – strano. Inspirò a fondo scrollando la testa e andò a pagare.

Dopo una lotta passiva-aggressiva con il cassiere – sarebbe stato più veloce lui a fare il conto, o Stiles a impacchettare? Risposta: Stiles aveva perso miseramente – Stiles caricò la spesa nella jeep e mise in moto per andare al belvedere.

Fissò la strada per tutto il tragitto, lasciando che lo scorrere dell’asfalto e il succedersi dei semafori e dei cartelli stradali gli svuotassero la mente per un po’.

Una volta parcheggiato in un posto carino nel belvedere – abbastanza lontano però da dove di solito si appostano le coppiette per fare sesso – si stiracchiò contro il sedile, si munì di gelato e cucchiaio e cominciò a mangiare, pensoso.

Quando era stato posseduto dalla Nogitsune, stare da solo con i propri pensieri non era stata una bella esperienza, ma adesso gli stava mancando. Negli ultimi giorni aveva desiderato parecchio potere pensare senza delle voci di sottofondo, fissando qualcosa che non fosse una delle pareti di casa.

Lasciò sciogliere in bocca una grossa cucchiaiata di gelato perdendosi nelle proprie riflessioni mentre lo sguardo gli vagava sugli alberi circostanti.

Derek era stato di sicuro prelevato dal loft con la forza, e doveva essere stato ferito con proiettili di strozzalupo – e si sperava non in modo mortale. Chi lo aveva preso e perché era la domanda. Di certo si trattava di gente umana, visto che avevano usato delle armi e non della forza bruta – o zanne e artigli – e c’era un’alta possibilità che si trattasse di cacciatori, ma quali di preciso? E perché proprio Derek?

Avevano da poco perso Allison, era un pugno allo stomaco anche solo immaginare che un altro di loro li avesse lasciati. Non era il massimo del tatto cercare l’aiuto di Lydia, ma forse era davvero la loro unica opzione.

Infilzò il cucchiaio nel gelato restante – per tenere la posata ferma lì – e sospirando rassegnato posò il barattolo sul cruscotto. Non sarebbe stato facile rintracciare i rapitori di Derek. E nessuno ne sarebbe uscito indenne – quella ormai era una costante nelle loro vite.

Alzò lo sguardo passandosi una mano sulla fronte e proprio in quel momento dei rumori lievi catturarono la sua attenzione. Alzò lo sguardo e vide riflessi sullo specchietto retrovisore due SUV neri dai finestrini oscurati fermarsi dietro alla jeep; sorpreso, sbarrò gli occhi e posò subito le mani sul volante, ma notò che un altro SUV si era aggiunto ai due precedenti, e di fronte a lui c’era solo un dirupo.

Pensò che la gente che aveva buone intenzioni non provava a circondare qualcuno con dei mezzi simili.

Strinse i denti e cercò di rimettere in moto, con la vaga idea di provare a fuggire facendo retromarcia e colpendoli più volte con la jeep, ma della gente con il viso coperto – indossavano delle casacche nere e larghe con dei cappucci molto ampi – scese dai SUV cominciando a intonare quelli che sembrarono dei versi in una lingua dal suono antico, sconosciuta a Stiles.

Imprecò quando si accorse che l’obiettivo di quel canto era tenere ferma la jeep e fare aprire da soli gli sportelli.

Sapeva che sarebbe stato inutile, tuttavia non poteva mica arrendersi e stare fermo lì facendosi prendere senza nemmeno prima provare a combattere: con una sorta di ringhio gutturale, si lanciò fuori dalla jeep, cercando di correre verso gli alberi; si accorse troppo tardi che quella sorta di canto magico aveva anche reso le sue gambe pesanti, e prima ancora che potesse fare un secondo passo – se non poteva correre, almeno camminare… qualcosa doveva pur farla – sentì il dolore di una puntura.

Ormai terrorizzato quanto arrabbiato, si voltò a fissarsi la spalla e vi vide attaccata un’iniezione-proiettile: gli avevano sparato del sonnifero.

Desiderò urlare un insulto o una maledizione in direzione di chiunque lo stesse catturando, lo desiderò davvero tanto, ma nello stesso attimo in cui aprì bocca sentì il proprio corpo cadere preda di un profondo torpore.

Crollò a terra e chiuse gli occhi vagamente cosciente di aver preso una bella botta in testa durante la caduta, facendosi male da solo. Un classico.

 

 

 

Riprese i sensi sentendosi del tutto debole, privo di forze e molto, molto assonnato.

Si accorse all’istante che tutti i suoi arti tranne il braccio sinistro erano assicurati con delle grosse cinghie alla sorta di lettino su cui era sdraiato – non poteva vederle, ma nel vago tentativo di dare degli strattoni fiacchi per alzarsi e liberarsi era riuscito a percepirle.

Il lettino doveva avere delle ruote, lo stavano trasportando da qualche parte, e il leggero venticello del movimento di trasporto gli fece intuire di essere vestito solo di una sorta di tunica ospedaliera e che… Dio, gli avevano messo un catetere. L’ambiente attorno a lui era illuminato poco e probabilmente con delle luci al neon; la temperatura non era né troppo calda né troppo fredda.

Le persone che circondavano il lettino e che lo stavano trasportando erano sei, vestite come chirurghi e con una mascherina sulla bocca; quando notarono che lui era cosciente si scambiarono delle occhiate, ma non si mostrarono infastidite, né preoccupate.

Stiles cercò di parlare, di porre delle domande, ma si sentì la bocca molle e la lingua pesante; intuì che di certo era così che lo volevano: incapace di parlare e di muoversi.

Ancora non si fermavano, e lui ne approfittò per voltare appena la testa di lato e guardare cosa c’era intorno a loro: sbarrò gli occhi e sentì il fiato mozzarsi in gola dal puro terrore e dall’ansia quando vide che la stanza che stavano percorrendo era piena di lunghissime file di teche di plexiglass dentro cui c’erano sdraiati dei corpi umani.

Ogni corpo aveva delle flebo attaccate e sulle teche c’erano disegnati in nero e rosso dei simboli strani; c’erano anche dei tubi collegati e Stiles intuì che fosse per far circolare dell’aria pulita dentro, perché quei corpi non sembravano respirare in modo artificiale. Sembravano dormienti.

Nel panico, provò a dimenarsi non riuscendoci, e quando cercò di parlare tutto ciò che uscì dalla sua bocca furono dei mugolii indistinti e fiochi. Li vide fermarsi davanti a una teca vuota, e intuì subito che fosse per lui.

Aprì la bocca più che poté, si accorse che stava piangendo per la frustrazione, rabbia e paura, ma ancora una volta non riuscì a muoversi o a produrre alcun suono.

La sorta di chirurghi che lo circondavano, lo sollevarono insieme alla parte superiore del lettino su cui si trovava, per porlo dentro la teca con tutto il materassino e le cinghie che lo assicuravano a esso. E nonostante lui continuasse a piangere con espressione furiosa aprendo e chiudendo la bocca a vuoto, gli fecero delle iniezioni di chissà che roba.

Una dei medici gli mise una mano sul volto, appena sotto la mandibola, in un gesto che risultò l’imitazione di un freddo tocco di conforto e rassicurazione.

«Va tutto bene, signor Stilinski» gli disse inespressiva e atona, e da ogni sillaba trasudò all’istante che l’inglese non era la sua lingua madre: aveva un accento straniero pesante e dall’origine non molto comprensibile.

«Ha avuto l’onore di essere selezionato per il Progetto Eden» proseguì a informarlo, mentre gli altri continuavano ad armeggiare sul suo corpo e sulla teca in cui lo avevano infilato. «Il nostro è un progetto finanziato da oltre quarantatre paesi di tutto il mondo, il cui scopo è conoscere meglio il mondo sovrannaturale per capire come in futuro stabilire con esso una convivenza alla luce del sole».

Se Stiles fosse stato in grado di parlare, le avrebbe risposto acido "E per farlo rapite delle persone e le mettete in coma senza il loro consenso?!"

«I soggetti selezionati come lei» aggiunse la donna, «vengono sottoposti a un trattamento speciale frutto di precedenti studi incrociati fra medicina, tecnologia e magia: a livello tecnico i soggetti sono in una sorta di coma farmacologico, ma in realtà la loro mente e la loro coscienza vengono portate in un mondo alternativo in cui tutti i soggetti da noi selezionati vivono insieme».

«In questo mondo» continuò, sollevando il braccio di Stiles e portando alla sua attenzione la parte interna dell’avambraccio, «potete percepire tutto quello che in vita finora avete percepito, per questo la riproduzione del vostro corpo nel mondo alternativo è fedele all’originale e immutabile – nessun soggetto è sottoposto all’invecchiamento – e tutti e cinque i sensi seguono l’esperienza accumulata nella vita reale. Di conseguenza, potrebbe per favore guardare il suo avambraccio? Le abbiamo tatuato la data in cui lo stiamo inserendo nel progetto, in questo modo potrà anche ricordarla nel mondo alternativo e avere un senso del tempo che sta trascorrendo lì».

In nero sulla sua pelle adesso c’era scritto un mese e un anno.

Stiles non seppe se andare più nel panico per tutte le informazioni che gli stavano dando, per il fatto che lo avessero perfino tatuato contro la sua volontà, o per il fatto che l’ultima volta che era stato sveglio mancavano più di dieci giorni alla fine del mese, ma a quanto diceva il tatuaggio erano già al mese successivo: per quanto tempo lo avevano tenuto incosciente?

Quando la donna fu certa che Stiles avesse fissato il tatuaggio, procedette ad assicurare l’ultimo polso libero al lettino con una cinghia, e poi a preparare l’ago per una flebo. «Per qualsiasi altra informazione o spiegazione» aggiunse, «si ricordi che può consultare un manuale facendo questo movimento» fece un cenno secco con la mano destra, da sinistra verso la parte opposta, come se stesse scacciando via un insetto, «e all’istante comparirà una schermata su cui potrà consultare il manuale e tenere conto delle sue risorse».

«C’è un particolare importante che vorrei sottoporre subito alla sua attenzione» gli disse, puntando con freddezza lo sguardo nel suo. «Abbiamo inscenato un tragico incidente con la sua jeep, rendendo il suo cadavere irriconoscibile ed eliminando le nostre tracce, e al momento lei non si trova più in California. Per il mondo lei è morto, nessuno verrà mai a cercarlo».

Stiles provò quantomeno a serrare appena la mandibola e arricciare il naso piangendo, per mostrarle quanto fosse profonda la sua furia e disperazione.

«Il mondo in cui lo stiamo mandando si chiama Eden ed è stato fondato quarantadue anni fa. Per studiare meglio il comportamento e la psicodinamica del mondo sovrannaturale e degli umani vicino a esso, agli inizi abbiamo forgiato l’Eden come un mondo medievale povero e con poche risorse, per osservare come i soggetti avrebbero reagito e come si sarebbero evoluti in assenza di beni necessari e gerarchie sociali, ed è più o meno questo l’ambiente in cui si ritroverà non appena termineremo il trattamento in corso».

Stiles cercò di protrarre il collo all’indietro mostrando i denti, per rivolgerle una sorta di ringhio animalesco come quelli che a volte aveva visto fare ai licantropi, ma non ci riuscì molto.

«Un’ultima cosa» lo avvertì, mentre a quanto sembrava tutti gli altri suoi colleghi avevano finito di prepararlo e ora erano fermi attorno a lui, in attesa. «Nel suo caso, lo stiamo mandando nell’Eden con già una missione a carico che dovrà svolgere al più presto, pena l’espulsione dall’Eden tramite morte istantanea».

Stiles la fissò con più disgusto e rabbia possibile, giusto per mostrarle un’ultima volta cosa ne pensava di quello che gli aveva detto finora.

Lei finse di non aver notato la sua espressione. «Benvenuto ufficialmente nel Progetto Eden, signor Stilinski, le auguriamo buona permanenza».

Gli infilò un ago nel braccio e fu l’ultima cosa che Stiles vide prima di chiudere gli occhi cedendo alla sonnolenza e all’indebolimento.

 

 

 

Scattò a sedere annaspando, come se fosse appena tornato in superficie dopo aver rischiato di annegare, e sentendosi sudato; come prima cosa si guardò le mani contandosi le dita.

Dieci.

Con ancora il fiato corto, notò come adesso indossasse dei vestiti poveri di un’altra epoca: un paio di pantaloni marroni di stoffa robusta e un po’ ruvida, una casacca leggera bianca e una sorta di gilet di pelle marrone consunta che si chiudeva con dei lacci.

A occhio doveva trovarsi all’interno di una foresta, alle radici di un albero dalla chioma larga e folta che gli stava dando dell’ombra. Dalla luce che filtrava dalle fronde, intuì che dovesse essere su per giù tarda mattinata; la temperatura era calda ma sopportabile, e tutto intorno si sentiva solo il cinguettio degli uccelli e il ronzio degli insetti.

In un’altra situazione, il bambino che c’era in lui si sarebbe esaltato all’idea di stare in un simile bosco da fiaba.

Gli tornò in mente che gli era stato detto che in quel mondo avevano tolto dei beni di prima necessità: sospirando rassegnato quanto ancora un po’ impaurito e circospetto, si mise in piedi per andare alla ricerca di un ruscello.

Scoprì di non essere debole come quando lo avevano addormentato, e distorcendo il volto in un’espressione di rabbia, si chiese se avessero già chiuso la teca in cui lo avevano messo.

Vagò alla cieca cercando di tendere l’orecchio il più possibile, nella speranza di captare del rumore di acqua corrente, mentre con disperazione con la mente percorreva veloce i possibili modi in cui suo padre e gli altri del branco avrebbero potuto provare a cercarlo.

Davvero avevano reso il cadavere che avevano messo al posto del suo così irriconoscibile da rendere impossibile identificarlo perfino per un licantropo alpha?

Magari erano riusciti a prendere in giro suo padre, ma Scott? Aveva dei sensi super sviluppati, in qualche modo avrebbe potuto intuire che quello non era il corpo di Stiles… ma comunque quei tizi sembravano abituati ad avere a che fare con dei licantropi: Stiles, sbuffando amareggiato, si disse che c’erano poche possibilità che Scott avesse capito il trucco, perché di sicuro quei tipi avevano fatto in modo che neanche un licantropo si accorgesse dello scambio di corpi.

Il fatto che ci fosse un corpo con cui fare lo scambio, tra l’altro, implicava che ci fosse un cadavere, un morto da usare: forse dovevano avere ucciso di proposito qualcuno simile a lui – stessa altezza, stesso peso, stesso incarnato e colori – per usarlo, e ciò era un pensiero alquanto inquietante, ma per quanto a Stiles dispiacesse per il tizio in questione, la sua priorità più che altro era salvare la pelle a se stesso.

Forse Lydia poteva essere una possibilità: lei di certo non aveva avvertito la sua morte – perché in effetti non era morto – e forse quel dettaglio avrebbe attirato i sospetti del resto del branco…

A parte questo, gli avevano mentito o meno quando gli avevano detto che non si trovava più in California? L’accento forestiero della donna poteva essere stato solo un trucco per convincerlo di non trovarsi più negli Stati Uniti.

E poteva svegliarsi da solo? E una volta svegliato, quante possibilità aveva di uscire completamente da solo dalla teca in cui era chiuso e dal posto in cui si trovava prima che la sorveglianza lo beccasse?

Magari, se fosse riuscito a trovare altre persone che si svegliassero con lui, nello stesso momento…

Come evocato dai suoi ultimi pensieri, Stiles intravide fra gli alberi che qualcuno si stava dirigendo molto piano verso di lui, a cavallo.

Quando notò che la figura non era sola e che c’era anche un’altra persona con un altro cavallo, l’ansia di trovarsi rapito e in un posto sconosciuto, con due persone che non conosceva che stavano avanzando verso di lui a cavallo, si trasformò in paura quasi irrazionale, spingendolo a mettersi a correre per scappare.

Sentì a malapena una voce femminile acuta alle sue spalle urlare "Ehi!" prima di accelerare.

La corsa campestre, però, nella vita reale non era il suo forte – aveva una pessima resistenza – e di conseguenza non lo era neanche lì: a parte il fatto che si ritrovò subito sfiatato, inciampò clamorosamente su una grossa radice che sporgeva dal terreno, cadendo a terra di faccia e facendosi pure male.

Mentre mugolava dolorante e si voltava facendo leva sui gomiti, sentì i cavalli farsi vicini, e rassegnato guardò in faccia i suoi inseguitori.

Erano due donne, potevano avere su per giù la stessa età – più di venticinque anni, meno di trenta – e lo stavano fissando con aria indagatrice, ma non sospetta.

Entrambe indossavano quella che a occhio sembrava una specie di divisa militare nera, anche se non molto formale – in particolare risaltava la giubba a doppio petto che si chiudeva con una fila di alamari in pelle nera e metallo grigio, sul cui braccio destro, all’altezza della spalla, c’era una sorta di emblema ricamato in bianco – avevano con sé parecchie armi e un portamento che trasudava la disciplina a cui erano state sottoposte per usare suddette armi.

Quella più vicina a Stiles era fra le donne più alte che lui avesse mai incontrato; aveva la pelle pallida e molto ricca di lentiggini, un viso spigoloso che ne accentuava l’aria severa, gli occhi verdi e i capelli biondi chiari e boccolosi raccolti in una coda sulla nuca.

L’altra era più bassa, anche se di certo non minuta, il suo incarnato era chiaro ma non pallido, e i capelli neri e particolarmente folti erano di un taglio molto corto e scompigliato che metteva in evidenza i lineamenti morbidi del suo volto e gli occhi grandi rotondi e celesti.

«Ti sei arreso?» esordì la bionda, con tono derisorio velato di sarcasmo, scendendo da cavallo.

«Cosa vuoi?» le domandò secco, senza rialzarsi da terra.

Lei storse il naso mostrandosi seccata, afflosciò le spalle. «Sei americano» decretò.

Stiles restò stupito da quell’affermazione, scrollò la testa boccheggiando. «Cosa?»

«Solo i maschi americani bianchi fanno simili entrate in scena: si atteggiano da machi indomiti non disposti ad arrendersi e poi dicono cose come» proseguì con tono cupo, basso e virile, «"Cosa vuoi?"»

«Ripeto, cosa vuoi?» insisté lui.

«Ti informo che sono davvero molto razzista nei confronti degli americani, nella fattispecie degli statunitensi». Poi sospirò incrociando le braccia al petto, ostentando rassegnazione. «Sei nuovo, vero? Ti hanno appena Inserito».

Stiles, invece di risponderle, si limitò a fissarla negli occhi, inespressivo.

Lei sospirò di nuovo. «Io sono Marjorie, lei è Theodora» indicò con un cenno della testa l’altra ragazza, «e non parla anche se potrebbe farlo: cerca di fartelo stare bene, o ti taglierò la gola» minacciò, mortalmente seria.

Le replicò sbuffando una risata amara e sarcastica. «Ricevuto. Mi chiamo Stiles». La udì borbottare sottovoce "Gli americani e la loro abitudine del cazzo di dare dei nomi a cazzo per fare i fichi". «Cosa volete?»

Marjorie roteò gli occhi. «Aiutarti a orientarti. E ringrazia il fatto che non ti abbia risposto "La tua virtù e il tuo sangue"». Consegnò le briglie del proprio cavallo a Theodora, che nel frattempo era scesa anche lei dalla sella, e si sedette a terra di fronte a Stiles, anche se a debita distanza; Theodora si allontanò a piedi con i cavalli.

«Perché dovrei fidarmi di te?» gli chiese sospettoso.

«Perché non hai altra scelta?» sbuffò con tono annoiato. «Ti hanno detto come richiamare quello che noi chiamiamo la finestra dell’account personale, vero?» Accennò con la mano lo stesso movimento che gli aveva mostrato la dottoressa.

Lui annuì poco convinto.

«Richiama la finestra» lo invitò, «e puntala verso di me: ti mostrerà il mio nome, cognome e la Confraternita o Compagnia di cui faccio parte».

Seppur esitante, Stiles accontentò la sua richiesta.

All’istante, comparve all’altezza del suo petto quella che sembrava la scheda aperta di un browser con accesso veloce a più siti web.

«Puoi muoverla a mezz’aria alzandola o inclinandola usando le mani» lo avvisò Marjorie, rivolgendo il palmo della mano verso l’alto come a indicargli di mettere la mano sotto la finestra e spingere all’insù.

Stiles lo fece, rivolgendo la finestra verso la ragazza.

Sopra la testa di lei comparve il suo nome e cognome, Marjorie Bertrand, e sotto un’altra scritta, "Confraternita della Misericordia, Sorella Maggiore". A seguito, c’era una serie di quadrati colorati che arrecavano delle scritte in bianco – roba come "Donare", "Scambio contatti" e cose simili.

Stiles si accigliò, più incuriosito che sospettoso. «Cosa vuol dire "Confraternita della Misericordia, Sorella Maggiore"?»

«La prima è la Confraternita a cui appartengo, il secondo è il mio titolo: sono la leader».

Stiles inarcò un sopracciglio, sarcastico, come a mostrarsi per nulla impressionato.

Lei roteò gli occhi. «In questo mondo» gli spiegò, «spesso per aiutarsi a vicenda ci si organizza in Confraternite o Compagnie. La valuta dell’Eden sono le monete d’oro, d’argento e di bronzo, ma sono solo virtuali» fece un cenno col mento verso la finestra di Stiles. «Come puoi vedere lì puoi controllare quanti soldi hai nel tuo conto virtuale».

Stiles intuì che la finestra funzionasse più o meno come un tablet, e premette un dito sulla casella in alto che portava il nome di "Banca".

Si aprì una pagina con più voci, Stiles si concentrò solo su quella che diceva "Saldo attuale". Era a zero.

Le sopracciglia gli scattarono verso l’attaccatura dei capelli. «Come mai sono al verde? Come possono pretendere che io sopravviva qui senza darmi almeno un paio di monete di default o di… benvenuto?» concluse storcendo il naso.

«Questo è il loro modo carino di dirti di muovere il culo e guadagnarti da vivere» gli rispose senza mezzi termini. «Tutti noi qui siamo oggetti di studio: decidono che tempo che fa e se fare piovere o meno giusto per vedere che effetto ci fa vedere il raccolto rovinato o il bucato da rifare. Non ti danno neanche un soldo perché così possono osservare cose come… se sei tentato a rubare o meno, cosa sei disposto a fare per la fame, se ti cerchi subito un lavoro e che tipo di lavoro sei disposto a fare».

Stiles aggrottò la fronte. «Questa è una forma di tortura» sentenziò sicuro.

Marjorie ghignò sarcastica. «Sei un tipetto crudo e diretto, vero?»

Lui per tutta risposta ponderò veloce sulla situazione. «Quindi avete creato delle Confraternite e delle Compagnie per inventarvi dei lavori?»

Lei annuì. «E per aiutarci a vicenda, e anche per trasmettere i mestieri ai nuovi venuti, per "venderli" o "donarli" a chi vuole essere tuo apprendista o successore. Vedi» continuò gesticolando. «Tu puoi anche fare delle richieste a voce, del tipo che ti rivolgi vago al cielo e dici "Quanto mi costa imparare a coltivare un campo per bene?" Dopo non molto ti arriva la risposta via posta elettronica – dipende da quanto tempo gli scienziati pazzi che ci osservano impiegano a mettersi d’accordo sul prezzo da imporre. Alle volte il prezzo ha un costo reale in monete, tipo due monete d’oro, tre d’argento e quattro di bronzo; altre ha il costo di un’azione, per esempio sgozzare un agnello». Stiles deglutì a stento, e lei gli rivolse un’occhiata mortalmente seria. «Altre volte, invece, il costo è uccidere una persona».

Stiles boccheggiò. «Stai scherzando?»

«Una ventina di anni fa i nostri predecessori hanno chiesto quanto costava avere dell’acqua corrente, giusto per provare a vedere cosa avrebbero chiesto in cambio e se ne valeva la pena: la risposta è stata "Dieci di voi devono uccidere il proprio partner"».

Stiles si passò una mano tremante sul volto. «Tutto questo è pazzesco».

«Devi essere pronto a ricevere da un momento all’altro una richiesta simile, o essere la persona che qualcuno deve uccidere: prima o poi qui capita a tutti, è la prassi».

«Perché lo fanno?!» sbottò arrabbiato.

«Perché sono degli scienziati, degli studiosi e dei ricercatori, e sono finanziati da un numero incredibile di paesi diversi. Sperimentano su di noi, ci condizionano, osservano le nostre reazioni e come ci evolviamo in un ambiente non contaminato e da costruire» spiegò pacata e atona. «Noi li chiamiamo gli Osservatori, perché ci osservano come degli stalker» ironizzò, «e abbiamo solo una vaga idea di cosa se ne fanno di ogni risultato che ottengono».

«La tizia che mi ha steso ha detto che lo fanno per dare inizio a una convivenza alla luce del sole fra gli umani e la gente sovrannaturale».

Marjorie sbuffò una risata nasale e sarcastica. «E tu ci credi? Da più di trent’anni la Confraternita del Drago Scarlatto si occupa di scrivere ogni singola cosa che succede in questo mondo: hanno una biblioteca di pubblico accesso dove raccolgono le storie delle persone Inserite. È la nostra memoria collettiva, l’unico vero tesoro nazionale che riconosciamo: è così che man mano possiamo capire gli schemi degli Osservatori, perché li abbiamo registrati e possiamo notare come si ripetono, riusciamo a interpretarli».

«E cosa avete dedotto finora?» domandò, sentendosi strisciare addosso un orribile sospetto.

«Forse è vero, studiano anche come integrare il mondo sovrannaturale a quello umano, ma studiano pure come neutralizzare il sovrannaturale o renderlo più forte. O utilizzarlo» precisò. «E i mezzi e i tipi di condizionamento che usano sono diversi: finora abbiamo individuato almeno una ventina di gruppi di ricerca differenti, ognuno fissato su una certa specie o su certi casi sovrannaturali, ma non escludiamo che in realtà siano molti di più, visto che al progetto partecipano oltre quaranta paesi».

«E nessuno è mai riuscito a svegliarsi?» le chiese col cuore in gola.

«Credi che altrimenti a quest’ora saremmo ancora qui?» ribatté scettica.

Si passò le mani sul volto e si scompigliò i capelli. «E nessuno è mai venuto a cercarvi?»

«Non siamo rintracciabili, non sappiamo nemmeno fisicamente in che parte del mondo siamo dormienti, e comunque… siamo tutti morti».

Stiles deglutì a fatica. «Com’è possibile che questa… questa cosa vada avanti da ben quarantadue anni? Non hanno mai attirato i sospetti di nessuno?»

«Si sono evoluti e perfezionati con il tempo» sottolineò lei, «la tecnologia e la medicina di quarantadue anni fa non era la stessa di adesso, ma per loro è facile sostituire dei pezzi vecchi con quelli nuovi: nel giro di pochi anni i nostri corpi cedono, quindi basta togliere un morto e mettere un vivo» concluse con nonchalance.

Stiles si sentì scosso da un brivido freddo. «Cosa vuol dire che i nostri corpi cedono

Marjorie afflosciò le spalle e divenne di colpo seria, si avvicinò a lui e per un lungo attimo sembrò comprensiva quanto malinconica. «Stiles, lo sai che qualsiasi corpo in coma dopo un certo periodo di tempo subisce dei danni irreversibili, vero?»

Lui annuì a sguardo basso.

«Dipende anche da come è finito in coma, che danni ha avuto e se ha delle infezioni più o meno gravi, ma comunque da un certo punto in poi, anche se ci si risveglia, ormai il corpo… è assai danneggiato» gli spiegò, con cautela e delicatezza.

Stiles strinse le labbra e inspirò a fondo dal naso, prima di porle la domanda definitiva. «In quanto tempo la condizione di uno di noi diventa irreversibile?»

«Nel corso del tempo abbiamo stimato che dipende anche dalle condizioni in cui ci hanno preso, se durante la cattura siamo stati feriti in modo grave o meno, ma di solito un umano resta reversibile fino a circa un anno e mezzo o due di permanenza, mentre una creatura sovrannaturale due anni o due anni e mezzo».

Stiles aveva preso un colpo in testa. E ignorava quanto fosse stato grave. «Cosa succede, dopo?»

«Beh, in genere loro ti fanno sempre la cortesia di dirti quando il tuo corpo non è più reversibile – è l’unica concessione che ci fanno – e dopodiché… vivi fino a quando il tuo corpo non cede da solo» sospirò triste. «La magia e la medicina che ci mantengono in vita e alimentano questo mondo stressano moltissimo i nostri corpi, li consumano: a seconda dello stress subito e dallo stile di vita che si conduce qui, includendo gli anni in cui si è reversibili, nell’Eden gli umani vivono circa dieci-dodici anni, e le creature sovrannaturali circa undici-tredici anni».

In pratica gli restavano altri dieci anni di vita, se gli andava bene.

Stiles pensò a suo padre, che era rimasto da solo e stava piangendo la sua morte, non sapendo che in realtà lui era vivo ed era diventato il soggetto di un simile esperimento folle. Pensò ai suoi amici e come alla perdita di Allison adesso si fosse aggiunta la sua. Pensò a tutti i progetti che aveva fatto per il futuro, tutte le sue speranze, a come ogni cosa che in vita avesse fatto e detto adesso fosse andata in fumo perché non aveva più senso, non potevano più condurlo verso un obietto: era morto e costretto a vivere in un mondo non suo, dove degli scienziati avrebbero condizionato il suo comportamento.

Forse lo avrebbero costretto a uccidere.

Si accorse che era nel pieno di un attacco di panico e che delle lacrime gli stavano rigando il viso solo quando vide Marjorie stringergli le mani sulle spalle e dirgli con fermezza e pacatezza di guardarla in faccia.

«Sono qui per aiutarti a orientarti, ok? Riuscirai a cavartela. Respira con me. Puoi ancora lottare».

Avrebbe voluto mandarla al diavolo e dirle che non capiva come avrebbe potuto cavarsela, ma tornare a respirare in modo regolare era una priorità.

Tornò più o meno in sé sentendosi la testa girare, lei gli porse una borraccia d’acqua invitandolo piano e atona a bere a piccoli sorsi.

«Se rinunci a restare lucido» gli disse inespressiva, «se rinunci ai principi che hai avuto nella vita reale, se smetti di pensare che comunque le persone che là fuori ti amano ti vorrebbero ancora vivo e attivo, la dai vinta agli Osservatori».

Le replicò aspro. «Mi è un po’ difficile essere positivo».

«Da queste parti è l’unica cosa a cui ti puoi attaccare per sopravvivere» incalzò spiccia. Poi aprì la finestra del proprio account personale. «Riapri la tua».

Stiles notò stupito e perplesso che la sua era scomparsa.

«Se non la chiudi tu, svanisce da sé dopo venti secondi» gli spiegò. «Ti invio della roba per iniziare a farti ingranare».

La fissò dubbioso. «Non credo che ti potrò facilmente… ripagare?» concluse incerto.

Marjorie scosse la testa. «È quello che fa la mia Confraternita: lavoriamo anche come cacciatori di animali per rifornire di carne e pelli gli altri abitanti dell’Eden, ma usiamo grandissima parte del ricavato per aiutare i nuovi Inseriti. È la nostra missione».

Stiles si accigliò. «Perché proprio cacciatori? Lo eravate anche nella vita reale? Cacciatori di… sovrannaturale?» Aprì il proprio account.

«Io sì, ma la grandissima parte dei miei confratelli e consorelle no. Cacciamo perché si guadagna bene e perché ci aiuta a mantenere alto il numero di animali uccisi: ammazzare una creatura è un prezzo molto quotato quando si fa una richiesta agli Osservatori» gli disse con sarcasmo, tenendo lo sguardo sul proprio schermo mentre digitare qualcosa. «Cediamo un numero di uccisioni ai nuovi Inseriti, per permettere loro di fare degli acquisti. Accetta la donazione che ti ho inviato» lo esortò con un cenno della testa.

Stiles notò subito che sotto il nome di Marjorie c’era il tasto "Offerta" che si illuminava a intermittenza. Ci premette sopra un dito e subito dopo comparve un messaggio che lo informava del fatto che Marjorie Bertrand gli aveva appena donato tre monete d’oro e l’uccisione di venti animali. Anche se esitante, accettò l’offerta.

«Premi anche sul tasto "Scambio contatti"» lo invitò, «così potremo sempre scambiarci messaggi grazie alla sorta di posta elettronica dei nostri account».

Stiles lo fece, tanto valeva la pena farlo; subito dopo non restò stupito di notare che sullo schermo c’era anche una casella "Mercato".

«Cosa posso comprare da qui?» chiese inarcando un sopracciglio.

«Alcuni beni che si possono reperire solo comprandoli da lì, e altre piccole cose utili come dei vestiti o degli oggetti… ma per quest’ultimi ti consiglio di arrivare in una contea e visitare il suo mercato per fare acquisti» aggiunse, «perché lì si trova roba fatta dalla gente del posto che costa solo denaro e anche meno, rispetto al mercato virtuale».

Stiles annuì. «Hai qualche suggerimento su cosa comprare?»

«Qui i cavalli non si accoppiano, quindi non si riproducono, perché sono il nostro unico mezzo per spostarci su grandi distanze, quindi gli Osservatori hanno pensato bene di limitarli» commentò sarcastica. «Ti conviene comprare un cavallo e l’abilità di saperlo cavalcare».

Sospirando, Stiles cercò nel mercato virtuale la sezione dedicata al bestiame; poi sbuffo esasperato: c’erano decine e decine di specie fra cui scegliere. «Come cazzo faccio a sapere quale mi è più utile?!»

Marjorie roteò gli occhi, si alzò e andò alle sue spalle; cliccò al posto suo su una specie. «Questo qui costa poco ed è buono per viaggiare. Più in là magari te ne comprerai un altro. Ora puoi scegliere il colore del manto, il sesso e se dargli un nome».

Stiles deglutì a stento, perché non si poteva dire che non vedesse l’ora di ammazzare decine di animali, considerando come il cavallo più economico gli stava costando dieci uccisioni di animali.

Optò per un manto bruno con delle chiazze bianche agli zoccoli e sul muso; scelse che fosse un maschio e lo chiamò Roscoe come la sua jeep – che di certo doveva essere andata completamente distrutta. Sentì Marjorie sbuffare per il nome, ma non le prestò ascolto.

Non appena effettuato il pagamento, davanti a loro a mezz’aria ci fu una sorta di baluginio o interferenza: per qualche secondo in quel punto tutto sembrò disfarsi in una marea di pixel, che quando tornarono insieme composero magicamente il cavallo di Stiles, vivo.

E senza sella e senza briglie.

Stiles era esterrefatto. «Perché diavolo non ha una sella?»

Marjorie lo fissò scettica. «Credevi davvero che fosse compresa nel prezzo?»

Lui inspirò a fondo, spazientito. «No, mi sembra logico» borbottò, tornando a cliccare all’interno del mercato virtuale.

Una volta comprata tutta l’attrezzatura – che comparve all’istante sul cavallo – che gli costò quasi un quarto della somma che aveva ricevuto in dono, Marjorie lo invitò a comprare una borraccia, un coltello da caccia e una sacca di piccole dimensioni, dicendogli che presto si sarebbero recati a una fonte d’acqua per rinfrescarsi e che fino all’arrivo alla prossima contea lo avrebbero aiutato lei e Theodora a nutrirsi.

Alla fine, tutto quello che rimase a Stiles furono ottantatre monete d’argento e cinquantasei di bronzo.

L’abilità di cavalcare gli costò altre cinque uccisioni di animali, e Stiles cominciò a sentirsi grato a Marjorie: si chiese come se la cavassero gli Inseriti nuovi che non incontravano nessuno della Confraternita della Misericordia e che dal nulla, senza averlo mai fatto nella vita reale, dovevano uccidere con armi di fortuna degli animali.

Fare una cosa simile, e soprattutto guardare gli occhi di una creatura innocente prima di toglierle la vita, ti cambiava. Era diverso di comprare la carne a un supermercato. Chi li osservava indubbiamente puntava anche a questo, a vedere come reagivano a quelle uccisioni. Si sentì disgustato.

Theodora tornò da loro con gli altri due cavalli mentre Stiles montava in sella al suo.

«Non te l’ho ancora chiesto» esordì Marjorie con tono neutrale, salendo anche lei a cavallo, «ma… sei completamente umano? Non ti ho visto reagire in maniera inumana quando sei scappato da noi».

«Sì, umano al 100%» annuì. «Voi due?» chiese curioso.

«Siamo entrambe umane, ma Theodora ha il dono di saper spostare e maneggiare i metalli».

Stiles abbozzò un sorriso furbo e stupito. «Come Magneto?»

«Più o meno. È un tipo di strega» precisò. «Qui c’è qualsiasi tipo di creatura tu possa immaginare… e qualsiasi tipo di persona» concluse con tono cupo.

«Lo sospettavo» commentò sarcastico, cominciando a seguire le due a cavallo, stando al fianco di Marjorie. Theodora si stava mantenendo poco davanti a loro: sembrava essere concentrata sull’ambiente circostante, distante da loro.

Gli avevano detto che dopo la tappa al ruscello sarebbero andati alla contea più vicina per dargli un posto dove dormire per ora, e in tutta onestà Stiles si sentiva curioso di vedere com’era organizzata lì la civiltà.

«Ti hanno mandato qui con già una missione a carico?» gli domandò. «Alcune volte lo fanno, ma il conto alla rovescia per portare tutto a termine non scatta fino a quando per la prima volta non ti rifocilli: abbiamo stimato che è l’unico vantaggio che ti danno».

«Sì» si accigliò, «ma non mi hanno detto cosa».

Lei scrollò le spalle. «Lo scopriremo quando arriveremo al ruscello. Ti invieranno un messaggio nel tuo account».

«Quarant’anni sono tanti» osservò Stiles, «dubito che agli inizi tutto fosse strutturato come una sorta di MMORPG con realtà virtuale allegata».

«Te l’ho detto: hanno proceduto per tentativi ed errori. Grazie a quello che negli anni ha raccolto la Confraternita del Drago Scarlatto, sappiamo che al principio comunicavano con gli Inseriti facendo comparire scritte incise sui tronchi d’albero o su delle pietre» gli raccontò. «Poi man mano che la tecnologia si è evoluta hanno preso ispirazione dai videogiochi».

Stiles sapeva che la domanda che stava per fare era un po’ delicata, ma tuttavia non riuscì a esimersi dal porla. «Da quanto tempo sei qui?»

Marjorie sbuffò un sorriso sarcastico, e senza guardarlo si rimboccò fino al gomito la manica sinistra; gli mostrò l’interno dell’avambraccio, dove c’era tatuato un mese e un anno.

Era lì da nove anni.

Stiles boccheggiò. «Mi dispiace» le disse con tono incerto e roco.

Lei scosse la testa. «Mi sono sempre considerata ufficialmente morta a partire dal giorno in cui mi hanno comunicato che la mia condizione non era più reversibile. Ora attendo che il mio corpo si disfi da sé».

Lui si morse un labbro dalla rabbia e dalla frustrazione. «In quanti siamo qui dentro?»

Marjorie continuò a non guardarlo, fissando davanti a sé e sospirando. «Sei certo di essere pronto a volere una risposta? Perché è un tantino… stupefacente».

«Siamo quasi mille o giù di lì?» azzardò col cuore in gola.

Lei si voltò a guardarlo dritto negli occhi. «L’ultima volta che quelli del Drago Scarlatto hanno fatto un censimento eravamo poco più di tremila e duecento».

Stiles si immobilizzò e il suo cavallo si fermò. Non respirò per un lungo secondo, restando con gli occhi spalancati verso il terreno. Marjorie si fermò a qualche passo da lui, attendendo che si riprendesse.

Quando Stiles esortò Roscoe a camminare di nuovo, Marjorie riempì con le proprie parole il suo silenzio denso di sconvolgimento.

«Lo so» gli disse senza guardarlo, «ricordo anch’io quello che ho provato la prima volta che ho saputo in quanti eravamo. Ti chiedi come abbiano fatto a rapire così tante persone, e soprattutto capisci che se siamo in così tanti e nessuno si è accorto della nostra scomparsa, vuol dire che hanno coperto davvero bene le loro tracce, che i nostri cari ci credono davvero tutti morti. E che nessuno verrà mai a cercarci».

«Avete mai provato a cercare di svegliarvi?» domandò speranzoso.

Scosse la testa. «Esistono un paio di Confraternite che cercano di continuo soluzioni, ma ancora non hanno trovato niente. E di solito chi muore non torna mai a provare a liberarci, segno che quello che dicono nel manuale che ci forniscono è vero: se muori qui, muori proprio, è la loro regola».

Stiles aggrottò la fronte. «Come si muore qui? Oltre perché il proprio corpo non regge più, intendo».

«In genere in tre modi» e cominciò a elencare stendendo un dito della mano per ogni punto elencato. «Per ferita mortale, per infezione mortale o perché loro vogliono farti morire e quindi staccano la spina».

«E le malattie?»

«Solo quelle infettive, perché il contagio è una cosa che non sono ancora riusciti a riprodurre in questa realtà virtuale. E stessa cosa per i veleni: se il tuo corpo non ha mai sperimentato un veleno mortale – anche perché a quest’ora non saresti vivo – non riesce a riprodurre qui gli effetti di un simile avvelenamento, perché non ricorda com’è essere avvelenati. Quindi» e agitò le mani come se fossero i piatti di una bilancia, «qui puoi avere la polmonite e la febbre a quaranta, perfino la diarrea, ma puoi scopare quanto vuoi senza beccarti l’AIDS o sifilide!» concluse con trionfante sarcasmo. «Ovviamente, però, stiamo tutti trattenendo il fiato per il giorno in cui riusciranno a riprodurre qui anche il contagio».

«Mi sembra logico» le ribatté sul suo stesso tono. Poi divenne serio. «Ho sperimentato più volte il siero paralizzante di un kanima: pensi che mi ritornerà utile?»

«Uhm, credo di sì» ponderò ciondolando la testa. «Ci sono dei kanima da queste parti, li hanno Inseriti prima che trovassero un padrone, ma non si trovano in nessuna delle Contee Indipendenti».

«Buono a sapersi» ironizzò. Fu in quel momento che del rumore d’acqua catturò la sua attenzione.

Marjorie lo vide all’erta e fece un cenno in avanti col mento. «Siamo vicini».

Stiles proseguì con ansia quel poco di tratto che restava da fare: stava diventando estremamente consapevole della mancanza di risorse che c’era in quel posto, di come non ci fosse l’elettricità, l’acqua corrente o il necessario per mantenere il cibo inalterato. Se non avesse incontrato le ragazze non avrebbe nemmeno avuto il denaro necessario per portare con sé dell’acqua. Non avrebbe saputo nemmeno che fare.

Quando arrivarono al ruscello, per una seconda volta Stiles restò incantato dall’ambiente: tutto intorno era quasi interamente coperto di muschio, e il suo odore era forte nell’aria, e lungo le rive dove non c’era muschio c’erano grosse pietre grigie che sbucavano dal terreno; l’acqua era molto più limpida di quanto si aspettasse e il fondale era ciottoloso; gli alberi lì nei pressi erano molto rigogliosi e rendevano l’ambiente fresco e ricco di ombra. Sembrava davvero di essere dentro lo sfondo di una fiaba.

Lasciarono i cavalli ad abbeverarsi e pascolare, e si chinarono sulla riva del ruscello per bere e riempire ognuno la propria borraccia.

Lo stomaco di Stiles, però, in risposta all’acqua brontolò per la fame; lui fece una smorfia dall’imbarazzo.

«È solo naturale» lo rassicurò Marjorie, invitandolo con grandi cenni ad andare a sedersi accanto a lei sotto un albero, «tecnicamente non mangi da giorni. Vieni qua, spizzica qualcosa prima che ti vengano i crampi». Aprì la sacca che aveva con sé e ne prese più cose avvolte in strofinacci dall’aspetto pulito.

Erano pane e quella che sembrava della carne essiccata e salata.

«È roba buona» lo informò Marjorie, porgendogliene dei pezzi dopo averli tagliati. «La carne la teniamo da parte per quando durante il viaggio non riusciamo a cacciare: è aromatizzata con delle erbe che mascherano il suo odore agli animali predatori» s’indicò il naso, «così hanno una scusa in meno per attaccarci».

Stiles assentì masticando: la carne era dura e forse un po’ troppo salata per i suoi gusti, ma doveva essere una conseguenza che faceva parte del suo processo di mantenimento, e tutto sommato era buona. Non è che poi da quelle parti potesse pretendere chissà che roba da mangiare.

Marjorie lo fissò di sottecchi, sembrò sia sospettosa che dubbiosa. «Stiles… ricordi che ti ho detto che il tuo corpo percepisce solo quello che nella vita reale finora ha percepito, vero?»

«Sì» rispose perplesso, a bocca piena.

«Vale anche per il cibo: se ti sembra per esperienza o intuito che una cosa debba avere un certo sapore, secondo i tuoi sensi avrà quel determinato sapore» scandì con attenzione.

Stiles abbassò lo sguardo verso ciò che stava mangiando; deglutì a fatica. «Anche questo è buono a sapersi» borbottò. Poi sospirò stanco, provando a cambiare discorso. «Theodora non mangia con noi?»

Lei abbozzò un ghigno furbo e gli indicò con un cenno del mento di guardarsi alle spalle. «È impegnata a procurarci la cena».

Quando si voltò restò a lungo con la fronte aggrottata a osservare la scena che gli si parò davanti.

Theodora era accovacciata su una delle pietre più grosse che c’erano lungo la riva, e stava… pescando. In modo alternativo. Molto alternativo.

Stiles prima non lo aveva notato – era stato impegnato a notare altro – ma la giubba di Theodora all’altezza della vita aveva un sacco di buchi disposti lungo la circonferenza. Al momento, da ogni buco spuntava una catena di metallo che terminava con una sorta di punta di freccia molto appuntita; ogni catena si muoveva a mezz’aria e circondava Theodora come un amichevole serpente a sonagli ai suoi ordini. Erano cinque e ogni tanto una di loro scattava in acqua e riemergeva con pesce infilzato.

Marjorie sorrise divertita dell’espressione di Stiles. «Le porta nascoste sotto la divisa, avvolte attorno alla vita in modo lento. Sono quasi a tutti gli effetti i suoi animaletti domestici».

Stiles abbassò il tono della voce. «Se mi è lecito chiederlo… perché non parla

Lei sospirò diventando seria quanto dispiaciuta. «Ha fatto voto di non parlare più. Tutti noi qui abbiamo alle spalle delle vite particolari e delle esperienze particolari, dove "particolari" a volte è un eufemismo» sorrise sarcastica. «Ed è per questo che siamo stati selezionati dagli Osservatori, perché siamo particolari. Io sono fortunata, mi hanno preso solo perché la mia famiglia da decenni intreccia il proprio sangue con quello dei licantropi – pur essendo dei cacciatori abbiamo sempre avuto legami stretti con questa specie – ma Theodora… diciamo che gli Osservatori sono rimasti affascinati da tutt’altro tipo di dettaglio particolare della sua vita, rispetto al mio».

«Che dettaglio?» le domandò, perplesso quanto incuriosito.

Marjorie mandò giù l’ultimo boccone di pane, fissandolo negli occhi inespressiva. «E tu?» deviò il discorso. «Secondo te, per quale dettaglio sei stato scelto?»

Scrollò le spalle. «Il branco a cui appartengo è molto giovane e multi specie… forse perché il mio migliore amico è un Alpha Originale?» ipotizzò dubbioso.

Lei fece cenno di no con la testa. «Avrebbero preso lui, non te. E non penso che sia perché fai parte di un branco multi specie: qui ne abbiamo tanti come te. Tipo me».

«Non capisco cosa mai avranno visto di "speciale" in me, allora» sbuffò torcendo il naso.

Lei lo guardò come se stesse riflettendo sulle opzioni. «Sei capace di fare qualcosa di particolare? Ti è successo qualcosa di particolare?»

Stiles deglutì a stento. «Sono stato posseduto da uno spirito oscuro».

Lei sospirò come se nulla fosse. «Ok, allora abbiamo trovato il motivo per cui ti hanno preso».

Lui però ne fu scettico. «Come può essere l’essere stato posseduto una cosa più importante di essere un Alpha Originale?»

«Theodora è qui perché è stata posseduta» sottolineò. «Hai idea di quanto dal punto di vista psicologico possa essere intrigante osservare il comportamento di una persona sopravvissuta?» disse con una certa amara ironia. «Quello che vi è successo ha cambiato la vostra vita, l’ha capovolta e messa a soqquadro. Le vostre priorità, soprattutto, sono cambiate».

Stiles deglutì di nuovo a fatica. «Quindi mi pungoleranno di continuo per vedere come reagisco?»

«Può darsi» considerò atona, osservando Theodora con uno sguardo che trasudava senso di protezione. «O magari hanno in serbo per te qualcos’altro: dipende anche da che tipo di spirito sei stato posseduto».

«Era un trickster. Millenario» scandì a sguardo basso, serrando la mascella.

«Quello di Theodora era uno legato alla natura, pieno di vendette che non gli appartenevano. È una lunga storia» tagliò corto, agitando una mano e chiudendo così il discorso. «Il punto è che in genere loro si divertono molto a osservare il comportamento di gente come voi. Non abbiamo una precisa idea di cosa se ne fanno dei dati che raccolgono in questo caso specifico, ma scoprirai di non essere l’unico da queste parti ad avere avuto a che fare con spiriti oscuri».

«Magra consolazione» biascicò sarcastico.

Lei scrollò le spalle. «Forza, controlla se hai ricevuto della posta» lo esortò spiccia.

Stiles sospirò stanco e si preparò al peggio: cosa lo avrebbero costretto a fare gli Osservatori, tanto per cominciare?

"Sei stato Inserito insieme a un’altra persona che conosci. Dovete incontrarvi entro il secondo tramonto a partire da oggi, o entrambi verrete espulsi dall’Eden".

Basito, lesse il messaggio a voce alta.

«Vi vogliono insieme» ponderò Marjorie, riflettendo con sguardo vago mentre stendeva le gambe davanti a sé e incrociava le caviglie. «O pacchetto unico da due elementi, o niente».

Stiles si morse il labbro, frustrato. «Hanno preso Scott» sentenziò sicuro. «L’Alpha Originale di cui parlavo» chiarì, quando vide che lei lo stava fissando con aria interrogativa.

Marjorie scosse la testa. «Non esserne così tanto certo. Tu e lui siete minorenni?»

«Sì».

«E vivete ancora con i vostri genitori?»

«Sì».

«E quando ti hanno preso eri da solo?

«Sì».

«Allora non credo proprio. Eliminare così di colpo due minorenni a distanza ravvicinata avrebbe destato troppi sospetti» gli fece notare. «Per prendervi avrebbero dovuto inscenare due morti diverse nel giro di qualche settimana, e in più è risaputo che i genitori non si danno pace se un figlio muore giovane: avrebbero avuto alle calcagna troppa gente con la voglia di investigare e capire come potesse essere successa una cosa simile».

Stiles deglutì a stento pensando a suo padre. «Ma se non è una persona interna al branco…»

Marjorie aprì il proprio account personale, iniziò a muovere le dita come se stesse scorrendo una lista. «Sarà qualcuno di esterno: siete un branco di gente sovrannaturale, ne avrete incontrate di altre persone come voi nella vostra vita, no? Avranno preso qualche vostra conoscenza, rapendolo in modo diverso dal tuo» ipotizzò, con lo sguardo sullo schermo; aveva la fronte aggrottata, da come muoveva gli occhi doveva stare leggendo veloce qualcosa.

«Non capisco come possano pensare che sia facile trovare qualcuno, che non sai nemmeno chi è, in un posto in un cui non sei neanche mai stato!» sbottò Stiles, passandosi le mani sul volto. «Voglio dire, è…»

Si fermò sentendo il respiro mozzarsi in gola, perché se si parlava di rapire, conosceva qualcuno che era scomparso di recente…

«Derek…» mormorò, atono e incredulo.

Al suo fianco, Marjorie si sbatté forte una mano sulla coscia, trionfante. «Ah! Derek! Derek Hale! A circa una giornata di cammino da qui! Trovato!» Poi, non sentendolo aggiungere una sola parola, si voltò perplessa verso di lui. «È lui il Derek che hai appena nominato, giusto? Derek Hale» scandì bene.

Stiles boccheggiò sentendosi impallidire, non sapeva nemmeno cosa chiederle prima. «Da quanto tempo è qui? Come avete fatto a trovarlo?!»

Lei indicò con un cenno vago lo schermo. «Siobhán, una mia consorella, mi ha mandato un messaggio riportandomi l’Inserito che lei e Diego hanno trovato oggi, cioè questo Derek che a quanto pare conosci. Vedi» gli spiegò, «in questo periodo del mese noi della Misericordia pattugliamo in modo fitto la foresta, perché gli Osservatori rilasciano un sacco di Inseriti in questi giorni e di solito lo fanno sempre qui fra gli alberi… è per questo che io e Theodora ti abbiamo trovato, eravamo qui di proposito».

«È solo che non capisco… perché Derek?» borbottò incredulo.

Marjorie si accigliò. «E io non capisco perché stai reagendo così: questo Derek è una persona pericolosa? Se è così devi farcelo sapere: devo avvertire i miei confratelli e proteggere la mia gente».

Lui scosse la testa sorridendo isterico. «È brusco e fa scelte spesso avventate e sbagliate, ma è uno dei buoni, non uno dei cattivi».

«Allora che c’è?» incalzò un po’ spazientita.

«Derek finora ha avuto una vita di merda!»

«E dov’è la novità?» gesticolò indicando l’ambiente circostante. «Qui tutti abbiamo avuto o stiamo avendo una vita di merda» commentò pacata quanto convinta.

Stiles non smise di ridere isterico. «È solo che… non penso che Derek si meriti anche questo?» concluse incerto.

Lei scrollò le spalle. «Nessuno di noi si merita questo. Allora, com’è questo Derek? Di cosa devo avvisare Siobhán?» Le sue dita tornarono sullo schermo.

Stiles la fissò assottigliando lo sguardo, scettico. «Per caso Siobhán adesso sta interrogando Derek su di me come tu stai facendo con me su di lui?»

«Ovvio» gli rispose senza battere ciglio. «Dobbiamo confrontare le informazioni che ci date, verificare che persone siete: non vi conosciamo, siete appena arrivati qui, e noi dobbiamo proteggere la nostra gente» sottolineò decisa.

Stiles si passò una mano sulla fronte, stanco. «Comprensibile» sospirò. «Derek è più vecchio di me di circa sei-sette anni».

«E quanti anni hai tu di preciso?»

«Diciassette. Lui è uno degli unici tre elementi rimasti di un grande branco che per decenni ha vissuto nella mia città – Beacon Hills, California» proseguì a informarla. «Per un po’ è stato un alpha, poi il suo branco si è… disfatto» deglutì a fatica, scegliendo di fornire di proposito a Marjorie meno dettagli possibili, anche perché quelli erano fatti di Derek, non suoi, «e lui ha rinunciato al suo stato di alpha per guarire sua sorella minore, che stava morendo». Spero che quest’ultimo fatto riuscisse a colpire abbastanza Marjorie da convincerla che Derek non fosse un assassino. La vide inarcare un sopracciglio continuando a digitare quello che forse era il riassunto di ciò che le stava raccontando.

«È molto raro che un alpha sia disposto a rinunciare al proprio stato» commentò asciutta.

«Derek è una calamita per fatti rari e tragici» le replicò sullo stesso tono. La osservò leggere qualcosa. «Che dice Siobhán?»

Marjorie chiuse con un gesto secco il proprio account. «Derek le ha riferito pressappoco le stesse cose che tu ci hai detto su di te».

Stiles scrollò le spalle. «Io e Derek veniamo in pace, abbiamo già le nostre rogne».

Lei scrollò di nuovo le spalle. «Devo proteggere la mia gente» ribadì.

Lui roteò gli occhi. «Io e Derek non siamo dei serial killer psicopatici».

Marjorie gli rivolse un’occhiata scettica. «Chi ti dice che fra di noi non ci siano serial killer non psicopatici?»

Stiles di riflesso si strinse nelle spalle, indietreggiando inconsciamente contro un tronco d’albero. «Si può essere dei serial killer non psicopatici?»

Marjorie gli replicò sorridendo compiaciuta e cantilenando. «Qualcuno qui lo è».

«Beh, uhm» si schiarì la voce, notando di sottecchi come Theodora stesse sorridendo fra sé e sé – quasi ghignava. «Anch’io da posseduto ho ucciso delle persone. E non sono psicopatico».

«Robetta» sospirò stanca. «Non sai proprio con chi stai parlando».

Osservò Theodora radunare delle pietre e dei rami secchi, sembrò armeggiare per preparare un fuoco. «Già, non so proprio chi siete e dove sono di preciso» mugugnò.

Marjorie gli diede delle pacche consolatorie sul braccio. «Tranquillo, ragazzino: domani incontrerai il tuo Derek e poi potrete essere confusi in due. Sarà più divertente!» Non aiutò il fatto che il suo tono fu sarcastico.

Sospirò esausto delle proprie preoccupazioni e decise di svuotare per un po’ la mente guardando come Marjorie puliva i pesci mentre Theodora preparava una piccola pentola.

Il suo stomaco brontolò di nuovo per la fame. Beh, almeno una parte di lui era carica di aspettativa per qualcosa.

Chapter Text

 

I pesci che Theodora aveva preso avevano una brutta faccia, erano verdastri con il corpo sottile e delle pinne che si aprivano come ali di una libellula, ed erano ricchi di lische dallo spessore di un ago, ma il sapore della loro carne era assai delicato.

Stiles pensò che il buon profumino che avevano emanato durante la cottura avesse aiutato il suo senso del gusto a illudersi che fossero dei pesci davvero buoni, e che a sua volta l’odore buono fosse dovuto alla vista delle erbe che Theodora aveva messo in pentola, ma scelse di non farci troppo caso e di saziarsi e basta.

«Dobbiamo ridurre il fuoco per la notte e sistemarci per dormire a turno almeno un’ora» gli disse Marjorie, mentre rimettevano tutto a posto dopo aver mangiato. «Io e Dora pattugliamo la foresta senza sosta da un paio di giorni, ormai, abbiamo bisogno di rimetterci in sesto o non saremo in grado di condurti sano e salvo da Derek in tempo».

«Grazie per quello che state facendo» biascicò lui.

Lei scrollò le spalle – era una cosa che faceva davvero spesso. «È la nostra missione».

Theodora sbadigliò e si rannicchiò su di un fianco, quasi acciambellandosi come un gatto nella cuccia di coperte che aveva creato; Marjorie consegnò a Stiles il proprio mantello da viaggio, per usarlo per coprirsi, e andò a sedersi più vicina al fuoco.

«Posso prendere un turno di guardia» si offrì Stiles.

«Senza offesa» le rispose atona, fissando le fiamme e non lui, «ma non sei allenato, non hai completamente orecchio per i rumori della foresta, e da quanto posso intuire non sai combattere: preferiamo essere noi a guardarci le spalle a vicenda».

Stiles storse la bocca, ma dovette darle ragione. «Comprensibile» mugugnò. Stava per stendersi, quando gli balenò in mente un particolare. «Ma… qui si sogna?» le domandò esitante. «Cioè, in teoria siamo già dentro un sogno, quindi mi chiedevo… quando si dorme si sogna?»

Marjorie sbuffò un sorriso amaro. «No, facciamo dei sonni senza sogni. Ci hanno tolto la possibilità di sognare. Non lo trovi tragicamente poetico?» osservò aspra.

«Già» borbottò, stendendosi e usando un braccio piegato per cuscino, restando rivolto verso il fuoco perché preferiva non guardare il buio della foresta pieno di cose sconosciute. Senza fare rumore, pianse a lungo frustrato, addormentandosi serrando forte la mascella.

 

 

 

Fu svegliato da qualcuno che gli posò una mano sul braccio, scuotendolo piano ma con decisione.

«Sorgi e splendi, Bell’Addormentato» lo salutò la voce roca di Marjorie, «dobbiamo incamminarci per andare a incontrare il tuo Principe Azzurro».

Ancora a occhi chiusi, Stiles si passò le mani sul volto. «Potrei anche cominciare a imparare a odiarti».

«Ho dovuto convivere con di peggio» gli replicò cantilenando ironica.

Si rinfrescarono al ruscello e riempirono le loro borracce – Marjorie prima con gesti e termini crudi lo invitò ad andare a fare i propri bisogni qualche albero più in là – e infine salirono di nuovo a cavallo.

Stiles si appuntò come le due ragazze avessero con sé solo lo stretto necessario per campeggiare, ed ebbe cura di memorizzare tutti gli attrezzi e utensili che loro avevano e che di certo lui avrebbe dovuto procurarsi al più presto, se quella era la vita che lo aspettava da ora in poi.

Entrambe avevano dei pugnali nascosti negli stivali – Stiles intravide appena uno scintillio metallico che gli fece intuire quel dettaglio – e mentre Theodora sembrava solo armata delle sue catene, Marjorie aveva con sé una spada e un arco.

Quello che era ricamato sulla manica delle loro giubbe doveva essere il simbolo della loro Confraternita, uno scudo dagli angoli tondeggianti al cui interno c’era un giglio bottonato nero su campo bianco. Stiles era onestamente curioso di saperne di più su quelli della Misericordia e su cosa facevano.

Durante i tratti in cui non poterono galoppare ma andare al passo, Stiles ne approfittò per stare al fianco di Marjorie e porle delle domande su quel mondo.

Scoprì che gli Osservatori avevano risolto il problema della barriera linguistica che sarebbe di certo sorto fra tutti gli Inseriti in maniera abbastanza semplice: ogni Inserito percepiva come se tutti gli altri parlassero la sua lingua madre.

«Per me parlate tutti francese, per esempio» gli aveva detto Marjorie, con un sorriso compiaciuto.

Dovevano aver operato una sorta di incantesimo di traduzione istantanea, o roba del genere.

Altro particolare di cui lei lo informò fu che la terra dell’Eden non aveva confini esterni stabiliti perché era letteralmente impossibili tracciarli: si estendeva più in lungo che in largo e gli abitanti avevano calcolato che aumentava di circa un paio di miglia all’anno – per accogliere più Inseriti – e su un lato, quello occidentale, si estendeva pure il mare; una volta però arrivati all’ultima linea di alberi che c’era nell’ultimo tratto abitato, o nell’ultima striscia di mare, si aveva come la sensazione di camminare o navigare in tondo, perché misteriosamente si tornava sempre sui propri passi, non si andava mai avanti.

«È come se ci trovassimo su un grosso pezzo della costa ovest del tuo continente, hai presente?» provò a spiegargli Marjorie. «Solo che non sappiamo di preciso il punto in cui inizia e in cui finisce, e quello esatto in cui si trova».

Al suo interno, l’Eden era diviso in Terre Libere – dove si trovavano dei villaggi – Contee Indipendenti e un Regno.

Le Terre Libere erano pezzi di terra fra una foresta e l’altra: erano abitate solo da piccoli gruppi di persone che avevano deciso di stare per conto proprio formando dei piccoli branchi o comunità, colonizzando terre fertili non occupate prima del loro arrivo.

Le Contee Libere erano delle vere e proprie città circondate da mura, erano in buoni rapporti fra di loro ma erano l’una indipendente dall’altra. Ognuna aveva le proprie regole e in genere tutte si appoggiavano soltanto a un Consiglio composto dai Fratelli e Sorelle Maggiori delle Confraternite e dai leader delle Compagnie che risiedevano sul posto. Era il Consiglio a decidere in maniera democratica come distribuire le risorse accumulate e come punire chi disturbava la quiete della contea commettendo dei crimini.

«Solo un paio di contee hanno delle vere prigioni» gli spiegò Marjorie, «perché perlopiù crediamo che sia uno spreco dare da mangiare a chi non rispetta la vita, o chiudere dietro le sbarre chi ha braccia per poterci aiutare a coltivare la terra: abbiamo poche risorse, le centelliniamo bene».

Stiles intuì. «Condannate a morte gli omicida e al lavoro forzato gli altri tipi di criminali?»

«Grosso modo sì» annuì. «Spingiamo i ladri e i truffatori a riparare a quello che hanno fatto. E quello che ognuno di noi ha fatto nella vita reale, resta nella vita reale: conosco sicari e assassini che qui conducono una vita onesta e proteggono la nostra gente, perché essere qui ti cambia. Gli Osservatori ti cambiano» calcò bene le ultime parole con tono solenne.

«E comunque» proseguì Marjorie, distogliendolo dalle riflessioni in cui si stava insinuando, «voglio che tu sappia una cosa, prima che tu lo scopra nel momento sbagliato» disse seria. «A proposito dei condannati a morte…» e rivolse lo sguardo verso di lui. «Noi della Misericordia siamo anche dei boia e cacciatori di taglie, Stiles: le Contee Indipendenti si rivolgono a noi quando un assassino è scappato dalle loro mura e vogliono che riportiamo indietro solo la sua testa. E uccidiamo gli omicida catturati dalla stessa contea quando le persone più vicine alla vittima non se la sentono di ammazzare il colpevole».

Stiles distolse lo sguardo e deglutì a stento: ora si spiegavano un mucchio di cose sul comportamento di Marjorie e Theodora. In tutta onestà, però, Stiles non sapeva se essere in diritto di giudicarle o di avere una presa di posizione nei confronti della Misericordia, visto il mondo e la situazione in cui si trovavano. «E cosa ne fate dei soldi che guadagnate?»

«Li usiamo per aiutare i nuovi Inseriti a orientarsi, li sfruttiamo per migliorare i modi con cui proteggere la gente dell’Eden. Non dettiamo legge, proteggiamo solo le persone, è una delle nostre regole» sottolineò con tono pacato.

«E cos’altro fate?» le domandò, mantenendo lo sguardo su come si muoveva la coda del cavallo di Theodora, che camminava davanti a loro.

Lei inspirò a fondo, non c’era più traccia di sarcasmo nella sua espressione. «Alle volte le persone qui si stancano, si esauriscono. Questa che facciamo non è vita, Stiles, più del 70% della popolazione dell’Eden è già morta perché la sua condizione non è più reversibile, e a volte» continuò con voce appena incrinata, «le persone qui decidono che non vogliono più saperne niente, che gli Osservatori li hanno condizionati e studiati fin troppo, o che ormai non hanno più nulla da perdere, e quindi… ci chiedono di ucciderli…»

Con lentezza, Marjorie estrasse dal proprio stivale destro un pugnale dalla lama sottile e triangolare; glielo mostrò con cautela rivolgendo l’impugnatura verso di lui. «Questo è il tipo di lama corta da cui prendiamo il nome, la Misericordia: un tempo nel mondo reale veniva usato per concedere il colpo di grazia alle vittime di ferite mortali sui campi di battaglia, per non fare soffrire loro una lunga agonia».

Stiles strinse forte le labbra e assentì, come a lasciarle intendere di aver osservato bene il pugnale, e lei lo rimise a posto. «Perché non si uccidono da soli?» chiese atono e un po’ scosso, sentendosi la testa girare.

Stavolta lei riprese il solito tono sarcastico. «Gli Osservatori hanno studiato un modo interessante per osservare la natura umana presente qui dentro: ogni cinque del mese è il Giorno del 5x1. Sai cosa significa 5x1?»

Stiles scosse la testa con un cenno di diniego, ma il brillio che c’era negli occhi di Marjorie gli procurò un brivido freddo lungo la schiena. «No».

«Significa che quel giorno, da mezzanotte a mezzanotte, la tua vita vale cinque monete d’oro e chi ti uccide potrà averle» scandì bene e con tono affilato. Stiles sbarrò gli occhi. «E se hai un ruolo sociale particolare, come il titolo di Sorella Maggiore» proseguì Marjorie, «per quel giorno hai pure una cazzo di taglia a più zeri sulla testa!» cantilenò.

Stiles boccheggiò. «Questo è… è…»

«Diabolico? Crudele? Non dirlo a me: quel giorno la mia capoccia vale duecentocinquanta monete d’oro!» ghignò aspra. «Ma nessun cane mi ha mai presa! E Raleigh, il Fratello Maggiore del Drago Scarlatto» fece un lungo fischio di falso apprezzamento, «lui vale il doppio di me! Ma dubito che lo prenderanno mai». Lo disse però con estrema fierezza, e Stiles sentì Theodora sbuffare un sorriso.

«Ma la gente abbocca?» domandò, stupito e perplesso.

«Se abbocca?» sbuffò una risata sarcastica e nasale. «Esistono intere Compagnie, gilde di assassini che spendono il proprio tempo per prepararsi a questo giorno e assediare le Contee Indipendenti! Aiutiamo i nuovi Inseriti come te proprio per evitare che per disperazione e fame diventino come loro!»

Stiles deglutì a fatica. «E quanto tempo è passato dall’ultimo 5x1?» chiese giusto per farsi un paio di calcoli.

«Una settimana scarsa. Te l’ho detto, in questo periodo pattugliamo spesso le foreste in cerca di nuovi Inseriti, perché gli Osservatori ne rilasciano abbastanza dopo il 5x1, per pareggiare di nuovo il numero di abitanti, visto quanta gente viene uccisa».

«È come se fossimo un gioco per loro» sibilò fra i denti.

Marjorie scosse la testa e schioccò la lingua. «Non è come, lo siamo. Siamo il loro gioco preferito». Poi sospirò e la sua espressione diventò seria. «Comunque, come avrai intuito, chi sceglie di proposito di morire, di solito aspetta il 5x1 e contatta la nostra Confraternita, perché in questo modo può andarsene lasciando almeno qualcosa per chi ha ancora speranza – delle monete d’oro».

«Potreste pur sempre aiutarli a riavere speranza, invece che aiutarli ad ammazzarsi» ribatté aspro.

Lei scosse di nuovo la testa. «Non è così facile come sembra, Stiles. Sei stato posseduto, lo sai cosa significa vedere la propria vita gestita da qualcuno di crudele senza potersi ribellare, quindi non giudicare gli altri… E si tratta pure di persone dalle condizioni irreversibili, condannate alla non-vita: non aiutiamo mai a uccidersi chi è ancora reversibile, tranne rare condizioni come malattie infettive gravi o in stato troppo avanzato oppure ferite mortali che portano una lunga agonia prima di una morte inevitabile» specificò seria.

Stiles ancora una volta strinse i denti fissando il terreno che scorreva sotto gli zoccoli di Roscoe, perché davvero… non aveva il diritto di giudicare nessuno quando proprio lui stesso era stato a un passo dal soddisfare la Nogitsune e suicidarsi.

«Comunque» sospirò Marjorie, «questo era per evitarti strane reazioni, qualora tu dovessi sentire qualche simpaticone chiamarci "Boia" o "Messaggeri della Morte"».

«Capisco». Mantenne lo sguardo basso.

Lei sospirò ancora. «Spero che tu non sia mai costretto a uccidere qui, Stiles, anche se so che è una speranza inutile».

Stanco dell’argomento pesante, Stiles provò a voltare pagina. «E del Regno che mi dici?»

Lei si mostrò oltremodo annoiata. «Essenzialmente si può riassumere con "c’è un dittatore e vuole conquistare tutto l’Eden, e non è neanche sottile nel farlo"».

Stiles aggrottò la fronte. «Che senso ha in una vita simile conquistare delle terre e fare il dittatore?»

«Beh» sottolineò, senza smettere di mostrarsi annoiata, «se è per questo, che senso ha ammazzarci fra di noi?»

Stiles scosse la testa sospirando forte: non poteva darle torto.

«A parte ciò» aggiunse Marjorie, «per qualsiasi altra tua curiosità puoi sempre consultare il manuale: è una sorta di Wikipedia con delle informazioni striminzite sull’Eden, basilari ma utili». Lui assentì, lei gli rivolse un ghigno. «E guarda il lato positivo: fra non molto riabbraccerai il tuo Principe Azzurro».

«Non è…!» sbuffò forte, infastidito. «Sai cosa? Da adesso in poi cercherò di non abboccare più alle tue provocazioni».

Lei replicò agitando una mano, come se nulla fosse. «Fai come vuoi».

Ripresero a cavalcare veloci e per un lungo tratto per forza di cose non parlarono più.

 

 

 

Prima del tramonto si fermarono; Stiles aiutò in silenzio Theodora a preparare l’accampamento – andò molto per intuito, anche se perlopiù seguì la direzione degli sguardi della ragazza – mentre Marjorie era a caccia.

Mangiarono un paio di lepri arrostite sul fuoco, e fu informato che fra un paio di ore Siobhán e un altro della Misericordia di nome Diego li avrebbero raggiunti con Derek.

Stiles era abbastanza scosso e agitato dagli ultimi fatti riguardo l’Eden che Marjorie gli aveva rivelato: era stanco, ma non spossato e non aveva una briciola di sonno o voglia di addormentarsi. Passò il turno di guardia di Theodora facendole tacita compagnia leggendo il manuale.

Per prima lesse la voce della Confraternita della Misericordia, anche se non trovò altro che un riassunto di quello che Marjorie gli aveva detto. Per curiosità lesse com’erano di solito strutturate le Confraternite.

Il Fratello o Sorella Maggiore non era il membro più anziano in assoluto, ma il depositario del sapere dalla Confraternita e una guida, colui che aveva il compito di tenere uniti tutti i confratelli e organizzare il lavoro della confraternita.

Ogni confratello veniva fin da subito molto responsabilizzato, perché dal momento della sua entrata nella Confraternita aveva la possibilità di diventare il prossimo Fratello o Sorella Maggiore. Alla morte del leader, infatti, per tradizione in tutte le Confraternite era sempre l’ultimo elemento arrivato a prendere il suo titolo, affinché tutto il sapere andasse sempre fra le mani della persona più giovane, forte e longeva della Confraternita, non a quella più prossima alla morte.

Considerando che nei fatti così a turno tutti almeno una volta diventano dei possibili eredi del titolo maggiore, ogni membro della Confraternita poteva esercitare il peso della responsabilità di essere una futuro leader e maturare al passo con gli altri, vivendo in un ambiente in cui tutti erano pari.

Questo fece riflettere Stiles su come lì la vera età di una persona fosse relativa: Marjorie dimostrava circa meno di trent’anni, ma era lì da nove anni, quindi in realtà doveva essere prossima ai quaranta. Stiles avrebbe potuto anche incontrare qualcuno che dimostrava diciassette anni come lui, ma in realtà ne aveva ventisette. E in più si viveva per un periodo di tempo assai limitato. Poteva capire perché le Confraternite agissero in questo modo.

Incuriosito dalla chiacchiere di Marjorie, andò a spulciare la voce della Confraternita del Drago Scarlatto.

Si chiamava così perché la biblioteca che custodiva era universalmente riconosciuta come un tesoro, e nel mito i draghi di solito stavano di guardia ai tesori, e spesso erano raffigurati come delle creature sagge.

Quelli del Drago Scarlatto, come chi nell’Eden svolgeva dei lavori per il sociale, erano pagati ogni giorno direttamente dagli Osservatori, e in più ogni tanto ricevevano delle offerte dagli abitanti del posto. Si occupavano di fare censimenti, di appuntare gli eventi successi nell’Eden, di raccogliere le storie più particolari ed elaborare statistiche su cui basarsi per delle ricerche o trovare delle soluzioni a dei fatti. L’accesso alla biblioteca era libero.

Trascrivevano i bestiari che i cacciatori ricordavano, ma non solo: trascrivevano anche i film, i telefilm, i libri e i fumetti che gli Inseriti ricordavano, affinché tutti avessero ancora dei libri da leggere, e quelli della Compagnia dei Cantastorie potessero andare in giro a raccontare nelle piazze i film, visto che lì non c’era il cinema – e gli Inseriti più vecchi logicamente non conoscevano i film più recenti. In pratica, quelli del Drago Scarlatto svolgevano un lavoro sociale a tutto tondo, ma visto che la biblioteca – che era un fottuto castello – era un tesoro da proteggere erano anche dei combattenti molto addestrati.

Il loro simbolo era un drago di bronzo che circondava un cerchio rosso scarlatto stringendolo fra le zampe. Il Fratello Maggiore attuale si chiamava Raleigh Simmons, ma come nel caso della Confraternita della Misericordia non c’erano informazioni precise sul leader – tipo la sua specie.

Stiles chiuse la finestra dell’account personale e sospirando si appoggiò di schiena al tronco dell’albero vicino a cui era seduto. Si concesse un momento per svuotarsi la testa di tutte le domande, le paure e ansie che aveva in quel momento per chiedersi come diavolo stesse reagendo Derek.

Se non altro almeno Stiles adesso sapeva perché Derek era stato rapito e dove fosse finito. Peccato che né Cora né gli altri del branco lo sapessero.

Derek era una persona spesso avventata, uno che prima uccideva e poi poneva domande: chissà come avevano fatto Siobhán e Diego a convincerlo a stare calmo e a seguirli. C’era stato dello spargimento di sangue? Probabile.

Dopo tutte le volte che Derek era stato manipolato, Stiles credeva davvero che non si meritasse di stare in un posto dove sarebbe stato condizionato e pungolato solo per vedere le sue reazioni. Al momento era pure in compagnia di persone che "graziavano", e lui aveva "graziato" Paige e… non doveva essere esattamente esaltante per Derek stare accanto a persone che andavano in giro a concedere l’eutanasia.

Vide Theodora andare a svegliare piano Marjorie, che le rispose con un mugolio d’assenso stanco; non appena quest’ultima fu ben desta, Theodora si sdraiò sotto le proprie coperte, facendosi piccola, e chiuse gli occhi.

Marjorie sbadigliando andò a sedersi accanto al fuoco, poi osservò Stiles: arricciò il naso e con un cenno brusco lo invitò a sedersi accanto a lui.

«Problemi a dormire?» gli chiese mormorando piano, probabilmente per non disturbare Theodora.

«Stamattina quando mi sono svegliato e mi sono accorto che niente è stato un incubo è stato un po’… traumatizzante».

Marjorie annuì con un mormorio d’assenso. «Conosco la sensazione». Poi gli rivolse un mezzo ghigno furbo. «Tu e Derek andate d’accordo? Non è che gli devi dei soldi, vero?»

Stiles accettò la sua offerta di alleggerire l’argomento sbuffando un sorriso. «No, non gli devo dei soldi. È solo uno che ho conosciuto in circostanze infelici, e continuiamo ad aiutarti in situazioni tragiche, così… è come se sapessi tutto e niente di lui, capisci?» Lei annuì di nuovo, vaga. «Conosco i fatti più drammatici della sua vita e lui conosce i fatti più drammatici della mia vita, ma nessuno dei due sa davvero come vive l’altro; ma ora siamo entrambi bloccati qui, in un posto in cui non conosciamo nessuno, in una situazione estrema e pericolosa».

«E sappiamo che di certo gli Osservatori trarranno grande gioia nello studiare come reagirete a questa convivenza forzata» aggiunse Marjorie, cupa.

«Già» assentì Stiles.

«Guarda il lato positivo» sospirò lei, «siete qui insieme, la stragrande parte degli Inseriti viene portata qui da sola. Tu stesso in questo momento di certo non sai quanto fidarti di me e Dora» affermò sicura ma senza risentimento, «ma sai comunque che di Derek puoi fidarti, no?»

«Beh, sì» mormorò.

«È già qualcosa» concluse per lui, scrollando le spalle.

Poi Stiles preferì tornare ad alleggerire l’atmosfera come aveva fatto prima Marjorie. «Quindi…» si schiarì la voce, «sei francese o di un paese francofono?»

«Francese» e fece un cenno della testa verso Theodora. «Lei, invece, è greca, quindi cerca di chiamarla con una T più dura, non» e mise la lingua fra i denti mostrandogliela in maniera eccessiva, «Fffffsssfffiodora, non è mica americana» sputacchiò.

Stiles si asciugò un occhio col dorso di un paio di dita. «Certo che ti stanno davvero sul cazzo gli americani».

«Puoi dirlo forte» ghignò.

«Non so se voglio sapere perché… Com’eri nella vita di tutti i giorni, prima di arrivare qui?» domandò incuriosito.

Lei scrollò le spalle, rispose con aria annoiata. «Mi piaceva truccarmi con colori scuri. Mi mancano i miei trucchi, soprattutto la mia matita nera per gli occhi. E il rum e coca. E le Marlboro».

«Ognuno ha le sue priorità» commentò asciutto.

Lei si toccò i boccoli con aria fiera. «Però qui riesco lo stesso a procurarmi un sacco di olii buoni per capelli: non mi piace per niente non avere capelli sani, lucenti e forti» arricciò il naso. Stiles assentì più che altro per farla contenta acconsentendo – non sembrava il tipo a cui piaceva essere contraddetta.

«Sono una grande appassionata di musica metal, mi piaceva andare ai concerti a pogare. Non mi piacciono i colori pastello perché mia madre da piccola insisteva sempre col mettermi vestiti carini e dai colori chiari» elencò vaga. «Non ho mai avuto gonne, ma possedevo una porche nera. Mi manca guidarla. La mia famiglia caca soldi».

Su quell’ultima affermazioni, Stiles tossicchiò ridendo perché sentì della saliva andargli di traverso.

«È vero» insisté lei, seria, «la mia famiglia è ricca da far schifo». Poi sospirò rassegnata. «Solo non so se a loro manco davvero».

«Non avevi un buon rapporto con loro?» indagò cauto.

«Non proprio… diciamo che non sono stata una figlia perfetta: mi piaceva la caccia» gesticolò come a indicare che si stava riferendo alla caccia sovrannaturale, «perché mi piace l’esaltazione e l’eccitazione dell’inseguimento e della ricerca di tracce, e mi piace catturare i cattivi, e in più mi piace molto lo sport, volevo provare a diventare una schermitrice o una tiratrice con l’arco professionista, quindi volevo entrare nell’Arma, perché così avrei unito le due cose insieme, capisci?» gesticolò. «Da me spesso l’Arma sostiene e promuove gli atleti… ma i miei preferivano che perseguissi l’altra attività di famiglia, che diventassi un avvocato».

«Ah» esalò Stiles.

«Già, ah». Storse il naso. «Odio fottutamente gli avvocati».

Stiles stava per aprire bocca e replicarle, ma lei all’improvviso si immobilizzò e alzando una mano gli fece cenno di tacere.

Stiles si mise subito all’erta, ma non sentì nulla di strano intorno a loro, ma come aveva detto Marjorie, lui non aveva l’orecchio allenato. Quando di sottecchi vide una delle catene sottili di Theodora strisciare a mezz’aria – senza che la proprietaria si muovesse o aprisse gli occhi – per attorcigliarsi piano e silenziosa attorno al polso di Marjorie – come a dare tacita conferma che aveva sentito anche lei qualcosa – Stiles si sentì in diritto di deglutire a stento e di essere terrorizzato.

Marjorie accennò ad alzarsi e subito la catena di Theodora lasciò il suo polso; poi, sfoderando la spada, Marjorie si guardò intorno con un ghigno sulle labbra. «Perché non vi fate avanti?» chiese con tono canzonatorio.

Stiles sussultò quando vide una catena di Theodora guizzare davanti ai suoi occhi porgendogli un pugnale come se fosse viva, ma si riprese all’istante accettando l’offerta, mettendosi subito in piedi ma restando dietro Marjorie.

Dalle ombre, di fronte a loro, emersero cinque uomini armati, che li circondarono.

Non apparivano molto più vecchi delle ragazze, ma sembravano aver sofferto di più la vita all’aperto, o forse vivevano girovagando da più tempo di Marjorie e Theodora. Non indossavano una divisa, ma ognuno di loro portava sulla giubba una toppa cucita alla meglio, su cui era raffigurato uno scudo dagli angoli spigolosi al cui interno c’era una X bianca su campo nero. Il fatto che quel simbolo fosse in qualche modo speculare a quello della Misericordia non fece presagire a Stiles niente di buono.

L’uomo più vicino a Marjorie, dai capelli biondi scuri e una barba corta ma folta, la salutò con un ghigno sfacciato.

«Il 5x1 è finito per questo mese, James» esordì Marjorie, con tono cauto ma carico di sospetto, «cosa ti porta di notte da queste parti?»

«Non far finta di non saperlo» le rispose sbuffando un sorriso sornione, «dopo il 5x1 per noi è tempo di una raccolta facile di risorse: mandano tizi nuovi e sprovveduti a bizzeffe, ci vuole poco per prenderli e derubarli».

Lei fece una smorfia triste. «Uh, povero ciccio, sono così dispiaciuta di vedere che i tuoi sensi da cacciatore si sono affievoliti così tanto da costringerti a una "raccolta facile"?»

James le mostrò i denti, irritato. «Non osare darmi del rammollito, non proprio oggi quando ho perso cinque dei miei per colpa di una cagna nuova!»

«Oh, quindi i nuovi arrivati non sempre sono così sprovveduti! E brucia quando viene fatta fuori gente propria, eh?»

«Non me ne frega un cazzo delle tue regole, solo delle mie, lo sai» le replicò asciutto, «come sai anche che andrò sempre a caccia della tua fottuta testa» e anche se lontano con la punta della propria spada fece un cenno vago verso la gola di Marjorie.

Lei però sorrise sfacciata. «Povero biscottino bruciacchiato, non hai portato con te dei mannari, vero?» James si perplesse, e Stiles con lui. «Perché io porto sempre con me dei mannari».

A quelle parole, una figura piombò dall’alto dal nulla, piazzandosi a terra fra Marjorie e James con un ruggito acuto e felino.

«Ne avessi avuto uno con te, avrebbe sniffato prima i miei rinforzi» gridò Marjorie, ridendo nel caos scatenato da quell’arrivo improvviso e avanzando verso James nel chiaro tentativo di attaccarlo.

Stiles provò a fissare meglio chi era arrivato di felino, ma una catena di Theodora lo sorprese alle spalle: si allacciò a più giri intorno alla sua vita e lo strattonò all’indietro fino a farlo andare a sbattere contro un albero di schiena, in un angolo al riparo.

«Ehi!» protestò offeso, ma prima che potesse aggiungere qualcos’altro sentì un ruggito familiare e vide avanzare nel buio un paio di occhi che brillavano di blu. «Derek» mormorò, stupito quanto sollevato.

Pochi secondi dopo, Derek avanzò nella lotta accanto a una ragazza dal naso adunco e i capelli castano rossicci ricci – che teneva in mano una sorta di lancia – e la lotta diventò parecchio violenta e sanguigna.

Vedere come Theodora combatteva usando le sue catene era ipnotico: a tratti sembrava una sorta di Ursula della Sirenetta della Disney in versione steampunk, però con dei tentacoli particolarmente lunghi, vivi e dalla punta appuntita e letale, che usava sia come fruste che come pugnali volanti.

Marjorie duellava con James con un impeto e una violenza incredibile, mentre la tipa dai capelli rossicci – che per esclusione doveva essere Siobhán – combatteva usando la lancia come un bastone che si rigirava fra le mani con espressione fredda e letale.

Poi c’era il coso felino che doveva essere un mannaro, che era minuto ma combatteva come un gatto indemoniato soffiando e sibilando. E c’era pure Derek che… che, beh, faceva Derek e lottava pure lui.

Stiles si limitava a stare nel suo angolino tenendo puntato in avanti il pugnale che gli aveva dato Theodora, e si sentiva parecchio patetico, ma non è che potesse fare molto, e non era neanche il caso di fare la cheerleader e urlare incoraggiamenti.

Dopo un paio di lunghi minuti in cui pensò circa tre volte "Moriremo tutti", la lotta si fermò con il suono di qualcuno che veniva strangolato.

Theodora aveva una catena intorno al busto e le braccia di un uomo, un’altra attorno al collo di suddetto uomo e un’altra ancora attorcigliata alle gambe di un tizio che era terra di schiena, e costretto a stare in quella posizione dal piede che il felino mannaro gli teneva premuto fra le scapole ringhiando. Siobhán aveva messo a terra un altro uomo, che ora aveva la schiena contro un albero e la punta della sua lancia puntata contro il cuore. Derek aveva la mano artigliata stretta attorno alla gola di uno che teneva bloccato contro un tronco. Marjorie guardava in cagnesco James, ma nessuno dei due si muoveva più.

Stiles, sullo sfondo, continuava a stare in piedi in un angolo con il pugnale puntato verso il nulla.

«Ti suggerisco di ritirarvi e di lasciarci in pace» sibilò Marjorie a James. «Per la centesima volta».

Lui arretrò di un passo e fece un cenno ai propri compagni, che bruscamente vennero rilasciati dagli altri e si affrettarono a raggiungerlo. «Non finisce qui» minacciò.

«Lo dici sempre» gli replicò Marjorie, ridendo sarcastica.

Tutti si rilassarono solo quando il felino mannaro tornò umano decretando «Se ne sono andati davvero». Il gruppo rinfoderò armi e artigli.

Stiles restò col pugnale in mano.

Derek riprese il suo aspetto umano e si avvicinò a passi incerti verso Stiles.

Stiles l’osservò accigliandosi, chiedendosi se anche lui stesso con addosso vestiti di un'altra epoca sembrasse un po’ strano come Derek.

Derek, aggrottando la fronte, fissò prima Stiles, poi il pugnale ancora puntato in avanti, poi Stiles e poi di nuovo il pugnale. «Stai bene?» chiese atono, in direzione della lama.

Stiles si schiarì la voce e abbassò il pugnale. «Più o meno. Tu?»

«Più o meno» ripeté incerto.

Passò un interminabile secondo denso di impaccio e imbarazzo, in cui Stiles poté percepire quanto tutti gli altri li stessero osservando giudicandoli tanto. «Quindi, uhm» farfugliò, «strano incontrarci qui, vero?»

Derek sospirò alzando gli occhi al cielo.

Marjorie ghignò ironica. «Quale incontro caloroso».

Stiles si passò una mano sulla fronte. «Stai zitta, ti prego». Poté notare di sottecchi come Theodora stesse sogghignando. Non avrebbe più pensato che quando combatteva era strafica.

Per fortuna, a rompere l’atmosfera goffa ci pensò il felino mannaro, che si avvicinò di scatto a Stiles porgendogli la mano sfoggiando un sorriso largo e radioso.

«Ciao! Io sono Diego e sono un margay mannaro, tu sei Stiles l’umano, vero?» si presentò entusiasta.

Era minuto e più basso di Stiles, poteva avere la sua stessa età se non di meno, e aveva dei lineamenti latini, pelle olivastra compresa, e i capelli neri corti lucenti e arruffati.

Per certi versi gli ricordò di com’era Scott prima del Morso.

Stiles ricambiò un po’ sorpreso la sua stretta di mano calorosa. «Beh, sì, sono io» replicò impacciato.

«È sempre bello per me incontrare un umano» continuò Diego, «qui c’è un sacco di roba, ma umani-umani ce n’è sono pochi, e io sono cresciuto in un branco che stava parecchio isolato, quindi, sai com’è!» gesticolò.

Stiles annuì anche se non sapeva per niente com’era – gli parve educato farlo – e poi Diego aveva degli occhioni tondi enormi e sembrava brutto deluderlo.

«Ops!» esclamò di colpo Diego, guardando verso Siobhán. «Dimenticavo, lei è Siobhán!» La ragazza fece un vago cenno di saluto con la mano verso Stiles.

Dopo Diego tornò a guardare Stiles, e sottovoce e con aria complice ed esaltata gli disse «È irlandese ed è una druida: quant’è fica questa cosa? Irlandese!» rimarcò, e agitò forte le braccia come a sottolineare ancora quanto fosse fico.

Stiles annuì di nuovo, inespressivo. «Fichissimo» mormorò.

«Diego» sospirò Siobhán esasperata, «non stressare Stiles ponendogli mille domande come al tuo solito: è arrivato qui da poco».

Diego afflosciò le spalle.

«No, ma non c’è problema» lo rassicurò Stiles.

Lui però abbozzò un sorriso scrollando le spalle. «No, ha ragione, sarai stressato. Tanto ne abbiamo di tempo per parlare!» e si allontanò agitando una mano. «Vado a recuperare i cavalli!»

Stiles osservò Marjorie avvicinarsi a Derek per presentare se stessa e Theodora, ringraziandolo in modo affettato di averli aiutati contro James e chiedendogli come stesse.

Derek scambiò un paio di parole con Marjorie lanciando di tanto in tanto occhiate rapide e nervose a Stiles, come se fosse in ansia; lei lo notò e, dandogli una pacca sulla spalla con fare annoiato lo invitò pure ad allontanarsi da lei.

Non appena Stiles vide Derek incamminarsi verso di lui, lui voltò le spalle e lo precedette avanzando in un angolo sicuro, a qualche metro dal retro del gruppo, anche se quasi al buio.

Quando furono faccia a faccia, Stiles sbottò passandosi una mano fra i capelli, sorridendo isterico e frustrato. «Non mi aspettavo davvero che nella vita prima o poi mi succedesse una cosa simile».

«Sei stato bene finora con quelle due?» gli domandò Derek, atono, inespressivo e diretto puntando gli occhi nei suoi, racchiudendo così in quella sola frase più domande – ti hanno fatto male? Ti hanno minacciato? Ti fidi di loro?

«Per adesso tutto bene» rispose con il suo stesso tono, «ma tanto non è che avessi altre persone a cui rivolgermi o sapessi dove altro andare… Tu?»

«Stessa cosa. Credi davvero che questo fantomatico Progetto Eden esiste da così tanti anni?» Ci fu dello scetticismo asciutto nelle sue parole, fu come se stesse più che altro chiedendo a Stiles se credeva che il progetto in sé esistesse sul serio o meno.

«Ho visto file di corpi dormienti e chiusi in delle teche simili a bare di plexiglass, prima che gli Osservatori mi Inserissero qui» gli raccontò Stiles, «il posto in cui in questo momento si trova il mio corpo non è stato di certo costruito dall’oggi al domani…»

«Io ho visto poco, mi hanno sedato in maniera pesante».

«Probabilmente perché sei un mannaro, avranno deciso che fosse meglio prevenire che curare» commentò Stiles, sospirando stanco. «Io e Scott sapevamo solo che eri scomparso, che forse eri stato rapito» gesticolò verso di lui. «Stavo riflettendo se fosse il caso di chiedere aiuto a Lydia per trovarti, quando hanno preso anche me».

Derek serrò la mascella. «Non sono stati loro a prendermi, almeno non in modo diretto».

Stiles aggrottò la fronte. «Allora chi?»

Lui parlò mostrando appena i denti, nello sforzo evidente di reprimere della rabbia. «Kate. Kate Argent».

«Cosa?» quasi urlò. «Ma è morta!»

Derek scosse la testa ridendo isterico. «Per niente. Quando Peter le ha squarciata la gola l’ha accidentalmente trasformata in un mannaro. In un giaguaro mannaro».

Stiles si passò le mani sulla faccia più volte, biascicando una lunga sequela di imprecazioni. «Com’è potuto succedere?! Abbiamo visto il suo funerale!»

«Non è solo il Morso di un alpha che può trasformarti in un mannaro, può succedere anche con un graffio molto profondo» rispose frustrato.

«Perché cazzo Peter deve combinare sempre casini e trasformare gente a caso?!» sbottò agitando forte le braccia.

«Non dirlo a me» sibilò Derek. «In Messico esiste una famiglia di cacciatori che ha dei legami stretti con gli Argent, i Calavera» gli raccontò. «La matriarca Araya è venuta a controllare se Kate fosse davvero morta, e quando ha notato che le erano già spuntati gli artigli ha preso il suo corpo e l’ha chiuso al sicuro, nell’attesa che riprendesse del tutto i sensi e si suicidasse come di solito fanno i cacciatori Morsi».

Stiles si accigliò. «E questo tu come lo sai?»

«Kate ama parlare molto, ogni volta che mi tiene prigioniero» rise aspro. «Mi ha raccontato di come si è liberata uccidendo gli uomini di Araya, e come durante la sua fuga qualcuno l’ha contattata dicendole che le avrebbe dato una grossa cifra, se fosse riuscita a prendermi e consegnarmi vivo a lui».

Stiles intuì e sbarrò gli occhi. «L’hanno contattata quelli del Progetto Eden».

Derek annuì. «A questo punto penso di sì. I Calavera comunque hanno seguito le sue tracce fino a Beacon Hills, hanno fatto irruzione nel loft per interrogarmi – ma io non sapevo nemmeno di chi stessero parlando, hanno chiamato Kate "la loba" – ma poi lei ha fatto irruzione e mi ha preso».

«Poi lei ti ha portato dal compratore» aggiunse Stiles ipotizzando, «ma invece è rimasta fregata: vi hanno presi entrambi». Sentì una morsa di terrore e rabbia intorno ai polmoni. «Kate è qui, hanno Inserito pure lei. Poco fa il tizio che ci ha attaccato parlava di come oggi ha perso cinque dei suoi uomini per colpa di una "cagna nuova"».

«Di tutto ciò questa è l’unica cosa che non mi meraviglia affatto» commentò Derek monocorde.

Stiles appoggiò la schiena contro un tronco e scivolò a sedere a terra passandosi di nuovo le mani fra i capelli. «Ci hanno preso e tolto dal mondo reale in tempi e modi differenti per non destare sospetti».

Fu il turno di Derek di accigliarsi. «In senso?»

«Io non sono stato ufficialmente rapito: prima di addormentarmi mi hanno detto che hanno inscenato un incidente mortale con la mia jeep. Là fuori mi credono morto» lo informò, fissando il terreno e deglutendo a stento.

Su di loro cadde un silenzio freddo e impacciato, rotto solo dai loro respiri forti. Erano entrambi dolorosamente a corto di parole. Infine, Derek si accovacciò di fronte a lui.

«Che facciamo?»

Stiles scosse la testa. «Non ne ho idea. Siamo sicuri al 100% di poterci fidare di loro?» fece un cenno verso le spalle di Derek, come a indicare il resto del gruppo. «Davvero non è possibile svegliarci? E anche se riuscissimo a svegliarci… di certo saremmo deboli, legati alle teche con delle cinghie, dentro un laboratorio con della sicurezza fitta, da soli e… non sappiamo nemmeno in che parte del mondo siamo!» rise sarcastico. «Ed è probabile che tutti ci credono morti. Nessuno verrà a cercarci, non possiamo sperare in possibili aiuti esterni».

Derek si passò una mano sulla fronte, sembrava sempre più stanco. «Magari l’unica cosa da fare è parlare con quelli che hanno già provato a scappare da qui, controllare se c’è una falla in questo fantomatico progetto…»

Stiles replicò atono e inespressivo. «In più di quarant’anni nessuno è mai riuscito a scappare».

«E se questo è quello che vogliono farci credere gli Osservatori?»

«Non lo so, non lo so!» sbottò, passandosi di nuovo le mani sulla faccia, quasi graffiandosi gli zigomi. «L’unica cosa che mi viene in mente è che Lydia potrebbe avere percepito che non siamo morti sul serio, perché è una banshee, ma ora che ci penso, la morte che hanno inscenato per me non è di tipo sovrannaturale, quindi forse… Non lo so» ripeté frustrato.

«Possiamo sperare» mormorò Derek.

Lui rise isterico e sarcastico rivolgendo gli occhi al cielo. «Già, sperare».

Trascorsero dei lunghi attimi senza parlare – Stiles fissando le stelle, Derek fissando il terreno – prima che Derek sospirasse e rompesse il silenzio. «Questa è stata una serata piuttosto movimentata. Meglio tornare all’accampamento. Hanno detto anche a te che domani c’incammineremo verso "la contea più vicina"?»

Stiles confermò annuendo. «Almeno lì in teoria potremo attrezzarci per sopravvivere qui» commentò asciutto.

Derek assentì sbuffando e poi si rialzò da terra, Stiles lo imitò e a passi lenti tornarono dagli altri.

«Tutto ok?» chiese loro Marjorie, inarcando un sopracciglio vedendoli arrivare un po’ scossi.

«Sì» le rispose Stiles vago, ciondolando la testa.

Lui e Derek si accomodarono intorno al fuoco insieme agli altri, a esclusione di Diego, che se ne stava abbarbicato attorno a un ramo basso di un albero come un grosso felino pigro, sbocconcellando una mela. Intorno nessuno sembrava sorpreso di quella sua posa.

Marjorie spiegò a Stiles e Derek che li avrebbero accompagnati al mercato della contea per cercare dei lavori con cui mantenersi nel frattempo che decidevano dove sistemarsi e che impiego scegliere sul serio, e che comunque in quei primi giorni sarebbero stati ospiti presso il dormitorio della Misericordia.

La contea in questione si chiamava Namasté.

Stiles ne fu perplesso. «Ma non è un saluto indiano?»

Marjorie scrollò le spalle. «Chi l’ha fondata ha pensato che un nome così fosse di buon auspicio o roba simile, per quanto ne so. Tra l’altro l’ha creata e battezzata la stessa persona che ha fondato la Confraternita del Drago Scarlatto, la prima Sorella Maggiore: la contea si estende tutta intorno al castello che è la loro sede».

Stiles aveva letto che la sede principale della Misericordia era nella contea accanto, la Contea delle Arance, e si appuntò di chiedere prima o poi a Marjorie se per caso fosse stata fondata da un fan incallito di The O.C., perché… ci poteva stare.

Diego interruppe le sue riflessioni richiamandolo. «Ehi, Stiles!» sorrideva e stava steso di pancia sul ramo, tenendo una gamba a penzoloni.

Lui gli rivolse un’espressione interrogativa, invitandolo a dirgli pure cosa voleva.

«Mi domandavo… visto che sei umano, magari tu ne sai di più di sport, visto che nessuno dei nuovi Inseriti finora è riuscito a rispondermi…» Sembrava pieno di aspettativa ed eccitato.

«Magari sei stato solo molto sfortunato, dimmi pure» lo esortò, a questo punto alquanto incuriosito.

Lui si sistemò meglio sul ramo, ansioso. «Sono stato Inserito sette anni fa, quando avevo sedici anni, ma ricordo che era previsto un Mondiale di Calcio in Brasile: sai chi l’ha vinto?»

Fu una domanda del tutto innocente e assai semplice, ma il peso contenuto in ciascuna parola che la formulò schiacciò Stiles soffocandolo.

Perché Diego era stato preso quando era perfino più giovane di lui, e lì erano così isolati dal mondo esterno da non sapere neanche chi avesse vinto i Mondiali di Calcio – o forse nessuno dei nuovi Inseriti aveva avuto voglia di rispondere a un ragazzo fin troppo vivace come Diego – e altra gente come Diego era lì e si era ritrovata di colpo a smettere di seguire le proprie passioni e i propri hobby, o non aveva mai saputo come fosse finito un telefilm o una trilogia di libri.

Stiles deglutì a stento e si sforzò di rispondergli con un sorriso amichevole. «La Germania. Ha vinto la Germania».

Lui fece un mugolio dispiaciuto. «Che cosa triste, speravo vincesse una squadra sudamericana. Io sono venezuelano» aggiunse, a mo’ di spiegazione.

«L’Argentina è arrivata seconda» precisò, con voce incrinata.

Diego sospirò imbronciato. «Ci siamo andati vicini… Che cosa triste».

Stiles trasse un respiro tremante, si accorse di stare stringendo i pugni sulle ginocchia e che di sottecchi Marjorie lo stava osservando accigliata e preoccupata.

«Stiles, tutto bene?» gli chiese lei.

Lui si costrinse di nuovo a sorridere e agitò una mano come a minimizzare. «Sì, ho solo bisogno di un po’ d’aria lontano dal fuoco» e si alzò in fretta allontanandosi.

Camminò forse per una decina di metri, alla cieca e illuminato solo dalla luna, e quando si fermò alzò gli occhi al cielo notturno, respirando a fatica. Il pensiero che le stelle fossero finte purtroppo non lo aiutò.

Non restò sorpreso quando sentì dei passi dietro di lui, per poi vedere la figura di Derek alla periferia della sua visuale.

«Forse un giorno…» sospirò Stiles, sorridendo sarcastico. «Forse un giorno sarò come Diego: chiederò come nulla fosse a un nuovo Inserito se ha visto Star Wars: Il risveglio della Forza e come gli è sembrato, perché io non ho avuto neanche la possibilità di vederlo».

«Stiles…»

«E sarà normale» ripeté ridendo isterico. «Sarà fottutamente normale, e magari un giorno smetterò di chiedermi se Scott ha visto tutta la saga per commemorarmi, visto che mi pensa morto. E se mio padre beve pensando a me».

«Stiles» gli posò una mano sulla spalla.

«Non riesco a credere che ci sia successa una cosa simile. Non ci riesco

Si voltò verso Derek e si lasciò cadere in ginocchio a terra, facendosi pure male con delle pietruzze; continuò a ripetere cantilenando "Non ci riesco!" anche quando Derek si inginocchiò di fronte a lui. Stiles artigliò le mani nella casacca di Derek e disse ancora "Non ci riesco!" fino a quando non scoppiò in un pianto forte pieno di furia, nervosismo e frustrazione.

Derek lo lasciò fare posandogli le mani sulle spalle.

Stiles non seppe quantificare quanto tempo passò a piangere mentre Derek stava lì immobile, alla fine percepì un principio di mal di testa e si sentì svuotato e desolato.

«Non sei solo, ok?» mormorò Derek piano e cauto, quando lo vide placarsi. «Qualsiasi cosa ci aspetti da adesso in poi… io non lascerò te, tu non lascerai me. Troveremo un modo».

«Un modo per fare cosa?» gli domandò roco e scettico.

«Qualsiasi cosa ci serva» replicò vago e scrollando le spalle.

Stiles scelse con cura di accettare quella risposta.

«Torniamo dagli altri» lo invitò Derek, sospirando e stringendo un po’ di più le mani che gli teneva sulle spalle, «le ragazze erano preoccupate, e Diego si è dato la colpa del tuo stato: ti accorgerai come me che, da come reagisce, è difficile credere che in realtà ha ventitre anni» aggiunse con un sorriso.

Stiles suo malgrado rise. «Grazie» biascicò sottovoce, rialzandosi. Lui in risposta scrollò le spalle come se niente fosse e s’incamminò per primo.

Stiles si chiese come stesse reagendo in realtà Derek a quell’isolazione forzata e alla perdita di tutto. Quando si rese conto che in realtà Derek più volte nella vita aveva già perso tutto e ricominciato da capo, non si sentì più sorpreso di come Derek stesse sembrando reagire con più forza e rassegnazione di lui. Ne fu solo amareggiato.




Quello che meravigliò di più Stiles del cavallo scelto da Derek non fu il fatto che il suo manto fosse nero come la sua vecchia Camaro, con una macchia bianca sul muso, ma che lo avesse chiamato Patch.

Derek Hale aveva chiamato la versione animale della sua Camaro macchia.

Stiles si ritrovò a sbuffare una risata nasale.

Aveva dormito un po’ meglio rispetto alla notte precedente, forse perché si sentiva più sicuro adesso che aveva accanto qualcuno di conosciuto, e la cavalcata fino a Namasté si rivelò piuttosto piacevole, almeno nel paesaggio.

Nei tratti in cui non andarono al galoppo, scambiarono con il gruppo altre chiacchiere ricche di informazioni.

Derek e Stiles avevano precedentemente concordato fra di loro di avvisare Marjorie della presenza di Kate: anche se ancora di quel mondo ne sapevano poco, non era giusto omettere la pericolosità di Kate, quantomeno quelli della Misericordia meritavano di sapere che fosse un’assassina psicopatica con un background da cacciatrice, e ora pure un cazzo di giaguaro mannaro.

Marjorie accolse la notizia arricciando il naso e la bocca in un’espressione da una che è stanca di avere gatte da pelare, e ringraziandoli procedette ad aprire la finestra del proprio account personale per inviare un’email ai suoi confratelli per avvisarli di Kate.

La Confraternita della Misericordia era ancora di pattuglia per cercare i nuovi Inseriti e aiutarli – nuovi Inseriti come Kate – e già Kate aveva ucciso degli uomini di James: era meglio che da adesso in poi si muovessero con più attenzione verso i nuovi Inseriti biondi e di sesso femminile che avrebbero incontrato nella foresta.

Derek chiese di saperne di più su James e i suoi uomini.

«Sono la Compagnia del Raccolto» gli rispose Marjorie, storcendo la bocca. «Si fanno chiamare così perché "raccolgono", se capisci cosa intendo…»

«Raccolgono monete d’oro» biascicò Stiles, «vite umane».

Lei assentì. «Esatto. Sostanzialmente sono un largo e nutrito gruppo di banditi omicida, ne fanno parte sia uomini che donne, sia umani che creature sovrannaturali. La loro unica regola è non uccidere chi fa parte della Compagnia».

Stiles aggrottò la fronte. «Non capisco cosa può guidare delle persone a fondare delle Compagnie simili quando esistono già le contee che si aiutano a vicenda per soddisfare i bisogni primari».

Siobhán intervenne con la stessa espressione solenne che spesso Stiles vedeva sul volto di Deaton. «È la paura e l’avidità a guidarli» parlò fissando davanti a sé, monocorde. «In verità sono persone che temono in maniera costante che prima o poi le risorse che abbiamo finiranno, o che non verranno soddisfatti nel momento del bisogno. Così accumulano o cercano dei lussi, roba che qui non è facile permettersi, ma che ricorda loro la bella vita che facevano nel mondo reale».

«Per esempio?» incalzò.

Diego rispose con un ghigno largo. «Cannabis. Non ho nemmeno fatto in tempo a farmi il mio primo spinello, un po’ posso capirli!»

Marjorie roteò gli occhi. «Tanto non è che su di te avrebbe avuto effetto».

Lui protestò corrucciato. «Avrei potuto provare a metterci un po’ di strozzalupo!»

Lei rise sarcastica. «Già mi vedo i titoli sui giornali: "Giovane adolescente muore avvelenato al suo primo tentativo di drogarsi". Glorioso, non è vero?»

Diego le replicò con una smorfia che sembrò il grugno di un cinghiale; Theodora ridacchiò.

«Tanto» aggiunse Marjorie, con un ghigno malizioso, «sono convinta che la prima volta ti avrebbero spacciato origano, e tu non ti saresti neanche accorto della differenza, l’avresti fumato tutto contento credendoti strafatto per autosuggestione».

Diego squittì indignato, mentre stavolta Theodora rise apertamente; Stiles vide di sottecchi che Derek come lui stava provando a non ridere.

Siobhán li guardò per niente colpita, e inespressiva riprese a parlare. «Comunque, tornando a quelli del Raccolto, loro perseguono tutto ciò che è un lusso: droghe di ogni tipo, vini pregiati, buon cibo esotico… Sono tutte cose di cui le contee non si preoccupano molto, perché perlopiù preferiamo coltivare ciò che ci nutre, e le vendite di prodotti fra contee ci permette di comprare dagli Osservatori le droghe leggere che ci servono per guarire gli umani al momento del bisogno».

Stiles aggrottò la fronte. «Quindi, per riassumere, la Compagnia del Raccolto ammazza persone per non avere una vita noiosa?» asserì sarcastico.

Diego gli rivolse un largo sorriso ironico. «È solo gente che non sa divertirsi con poco e vuole rovinare la festa agli altri! Ehi, a proposito!» Spinse il proprio cavallo a introdursi fra quelli di Stiles e Derek. «Il prossimo fine settimana a Namasté c’è la festa araba: ci andiamo assieme? Eh? Eh

L’espressione perplessa di Derek fu talmente acuta da essere ilare. «Cos’è una festa araba?»

Marjorie fissò la sua faccia e poi gli rispose sorridendo divertita. «L’Eden è multi etnico quanto multi specie: alla gente piace non dimenticare le proprie origini e la propria terra, visto che di base ci hanno già tolto la nostra lingua» storse il naso, «quindi periodicamente organizziamo delle feste a tema all’aperto, almeno a Namasté. Le persone di una certa etnia o origine si riuniscono e preparano del cibo e dei balli tipici della loro tradizione. Per tutti».

Diego sembrava entusiasta. «Luigi è riuscito a produrre dei datteri

Stiles inarcò un sopracciglio. «Chi è Luigi?»

Marjorie rispose con espressione annoiata. «Un esaltato».

Siobhán la rimproverò con lo sguardo. «Il leader della Compagnia degli Agricoltori di Namasté: sono quelli che si occupano di coltivare la terra; c’è una Compagnia degli Agricoltori per ogni contea, insieme formano una lega, e si scambiano semi e abilità ricevute dagli Osservatori».

Diego non sembrò meno esaltato di prima. «Luigi dice che il suo prossimo obiettivo sono le noci di cocco

Siobhán roteò gli occhi alzandoli al cielo. «Luigi tratta la frutta, la verdura e gli ortaggi come se fossero livelli di un videogioco da scalare».

Marjorie rise divertita. «Beh, un po’ è così: più prodotti riesce a produrre, più guadagna; più guadagna, più semi e abilità riesce a comprare. Vorresti biasimarlo?» Lei le rispose sbuffando seccata.

«Allora» insisté Diego, tornando a rivolgersi a Stiles, «ci venite alla festa araba?»

«Beh» Stiles scrollò le spalle, «sembra interessante» assentì, e lo pensava davvero: i loro battibecchi lo avevano incuriosito. Derek, da parte sua, scrollò le spalle con aria vaga, ma Diego lo interpretò come un sì, perché sorrise soddisfatto.

Dopodiché ripresero a galoppare veloci, e quando gli alberi si fecero sempre più radi e all’orizzonte cominciò a stagliarsi una grande muraglia merlata, Stiles strabuzzò gli occhi.

Una volta usciti del tutto dalla foresta, si fermarono all’inizio di una grande strada sterrata che portava a quella che sembrava uno degli ingressi a ciò che c’era oltre la muraglia.

«Queste sono le mura di cinta di Namasté» spiegò loro Marjorie, «proteggono gli abitanti dalle varie Compagnie di assassini e dai ladri vagabondi. La loro costruzione delle mura delle contee è costata molto ai nostri predecessori» aggiunse cupa, «e costa altrettanto molto a noi ogni qualvolta che vogliamo allargarle per aggiungere un terreno da coltivare al loro interno».

Derek aggrottò la fronte. «È un lavoro abbastanza imponente e impressionante da svolgere in una manciata di decenni e in queste condizioni» osservò.

Marjorie sorrise furba. «Non se compri ogni pezzo di muraglia in un mercato virtuale e poi ti compare come ti si è materializzato l’altro giorno il cavallo» precisò. Le sopracciglia di Derek scattarono all’attaccatura dei capelli. «Su, andiamo!» li esortò a seguirla al galoppo fino al portone gigantesco.

Sulla muraglia, proprio ai lati della porta, c’erano due piccole torri di pietra – torri di guardia – da cui uscì un piccolo drappello di cinque uomini, non in divisa ma comunque armati.

Marjorie li salutò con un sorriso e agitando le braccia, e loro riconoscendola la salutarono allo stesso modo e si apprestarono a sollevare la grata di ferro che c’era prima del portone e poi il portone stesso.

Quando finalmente ebbero accesso a cosa c’era oltre le mura, Stiles sentì il fiato mozzarsi in gola.

Stiles non aveva mai lasciato Beacon Hills se non per qualche breve gita per andare al mare quando era ancora un bambino, non aveva mai visto delle coltivazioni dal vivo, né pensava che mai nella sua vita avrebbe visto quelli che al momento davanti ai suoi occhi sembravano dei campi sterminati carichi di frutta e verdura, che coloravano il panorama come una scacchiera multicolore.

Non restò stupito di vedere come anche Derek accanto a lui fosse ammutolito.

Quando però procedettero a proseguire lungo la strada sterrata che attraversava i campi e portava verso quello che, almeno da lontano, sembrava una piccola di città con case di pietra di un’altra epoca, il paesaggio si arricchì di nuovi dettagli.

L’aria, oltre a essere carica di profumi diversi, era piena di ronzii di insetti che Stiles non aveva mai sentito in città, e qua è là lungo la strada c’erano carretti trainati da cavalli o asinelli, carichi di ceste di vimini vuote o piene di prodotti. L’ennesimo tocco caratteristico era dato dalle persone che nei campi con vestiti e strumenti di un tempo lontano lavoravano la terra o raccoglievano frutti.

«La Confraternita della Fonte ci aiuta con le irrigazioni» gli spiegò Siobhán, «è formata da streghe e stregoni che sanno manipolare l’acqua e trovarla, e si occupano di costruire pozzi o trasportare con la magia l’acqua dove c’è più bisogno».

Stiles assentì restando sempre più silenzioso dalla meraviglia. Intuì che grazie al modo con cui gli Osservatori con la giusta retribuzione rendevano tutto possibile, la contea era riuscita a coltivare qualsiasi cosa – anche se comunque senza dubbio faticando, perché ce n’era di lavoro da fare a mano.

Stavano avanzando a passo lento – forse gli altri avevano capito che lui e Derek trovavano piacevole guardarsi lì intorno – quando furono sorpresi da una voce maschile cha attirò la loro attenzione.

«Namasté, gente!»

Stiles si voltò verso la direzione di quella voce, e vide che al limitare di un campo di pomodori rossi a grappolo c’era un ragazzo che sorridendo agitava ampiamente le braccia in loro direzione.

Non sembrava molto più vecchio di Marjorie, aveva i capelli castani raccolti in una sorta di chignon – dovevano essere abbastanza lunghi – e una barba fitta. Da come era vestito più che altro sembrava un boscaiolo in mezzo ai pomodori.

Stiles vide le ragazze e Diego sorridere di rimando cantilenando "Namasté", per poi dirigere i cavalli verso il tipo; lui e Derek li seguirono.

«Ehi!» esordì il ragazzo. «Avete portato gente nuova?»

Marjorie annuì. «Sono nuovi Inseriti». Si rivolse a loro due. «Stiles, Derek, lui è Luigi. Luigi, loro due sono Stiles e Derek» li presentò.

Si chinarono dai cavalli per stringere la mano di Luigi – aveva una stretta forte e calorosa – e si scambiarono dei saluti cordiali.

«Anglofoni?» chiese Luigi con aria sinceramente curiosa.

«Californiani» rispose Derek.

«Tutti e due? Quindi vi conoscete? Vi hanno Inseriti in coppia?»

«Sì».

«Wow» esclamò sorpreso, «è raro che Inseriscano una coppia di fidanzati!»

Dietro di loro, Theodora sbuffò un sorriso divertito, Marjorie scoppiò invece proprio a ridere.

Stiles si schiarì la voce. «A dire il vero non stiamo insieme. Ci conosciamo e basta».

Luigi mise le mani avanti. «Ah, chiedo scusa!»

«Non c’è problema» minimizzò Stiles, con voce un po’ strozzata. Di sottecchi notò che Derek stava guardando da tutt’altra parte.

«Convenevoli a parte» sospirò Luigi, avvicinandosi a un carretto lì accanto, «stavo per portare ai fornai incaricati per la festa araba i primi datteri raccolti, ma suppongo di poter dare una piccola porzione a qualcun altro» e facendo l’occhiolino porse a Siobhán un cesto piccolo quanto una mano, pieno zeppo di datteri che emettevano davvero un buon profumino.

Lei spalancò la bocca, sorpresa. «Sono già pronti da mangiare?» In risposta lui annuì soddisfatto. «Oh, grazie».

Diego allungò il collo e una mano verso il cestino. «Oh! Datteri!» squittì deliziato, ma Theodora gli schiaffeggiò la mano, guardandolo con aria sorpresa e severa, indicando con un cenno del mento prima Luigi e poi Siobhán. Marjorie rincarò la dose fissando Diego come se fosse stupido.

«Oh» sospirò Diego afflosciando le spalle, Siobhán però si schiarì la voce.

«Puoi prenderne se vuoi. Uno solo» precisò, mortalmente seria. Diego accetto l’offerta tornando a sorridere.

«Grazie» ripeté Siobhán a Luigi, abbozzando un sorriso; lui sembrò gongolare.

A quanto sembrava, da quelle parti la gente si corteggiava con della frutta.

«A parte questo» sospirò Luigi, guardando in direzione di Stiles e Derek, «se come prima sistemazione nella contea avreste voglia di aiutarmi con i trasporti» fece un cenno vago verso il carretto, «ve ne sarei davvero grato: avrei bisogno di una mano».

«Ci penseremo» lo assicurò Derek, anche se Stiles non sapeva se sul serio se la sentiva di stare lì a sole a trasportare roba pesante.

Si salutarono con un altro coro di "Namasté" – Stiles intuì che nella contea dovevano salutarsi in quel modo, se lo appuntò – e proseguirono verso il centro abitato.

La parte più popolata della contea a occhio doveva trovarsi al centro dei campi coltivati, e man mano che si avvicinarono a quel punto, le case e le costruzioni varie si fecero sempre più fitte.

Quando le chiacchiere della gente in strada divennero più forti e le abitazioni si susseguirono in modo stretto dando vita a strade – su cui si affacciavano anche botteghe e ostelli – Stiles si sentì percorso da un brivido di eccitazione, perché… erano davvero in una città di altri tempi, di quelle che aveva visto solo in film storici con dame e cavalieri. Certo, questo comprendeva anche l’olezzo proveniente dagli animali, ma era solo un piccolo particolare in quello scenario così pittoresco.

Una volta entrati in un largo piazzale nel cui centro c’era un grande pozzo, Marjorie si voltò verso Stiles e Derek rivolgendo loro un sorriso complice quanto scherzoso e caloroso.

«Benvenuti nella Contea di Namasté. Vi auguriamo un piacevole soggiorno».

Chapter Text


 

Si divisero in due gruppi: mentre Marjorie e Diego restarono con Stiles e Derek per mostrare loro dove lasciare i cavalli e più o meno come orientarsi nella contea, gli altri andarono a rintracciare un’altra squadra della Misericordia che era arrivato a Namasté con altri tre nuovi Inseriti, e a preparare il necessario per il viaggio di ritorno nella Contea delle Arance.

Mentre assicuravano i cavalli a una trave robusta, accanto a un grosso abbeveratoio, Marjorie spiegò loro cosa sarebbe successo da quel momento in poi.

«In pratica siete assolutamente liberi di fare quello che volete e andare dove volete» specificò, scandendo bene le parole. «Vi abbiamo portati qui perché era la contea più vicina, per darvi modo di rifornirvi e, se volete, cercarvi un lavoro fisso, ma per il resto» scrollò le spalle, «se lo desiderate potete anche vivere per conto vostro nella foresta, o come vagabondi, o vedere come ve la passate in altre contee: sta a voi scegliere cosa fare».

Stiles e Derek si scambiarono un paio di sguardi, prima di risponderle.

«Senza dubbio» disse Derek neutrale, «tanto per iniziare vorremmo stare in un posto sicuro, per avere tempo per riorganizzare le idee». Stavano avendo la possibilità di dormire sotto un tetto e fra delle mura che li avrebbero protetti da pericoli che ancora non conoscevano bene: non era un’offerta da rifiutare.

«Come preferite» esalò Marjorie. «Fino a quando non ruberete o ucciderete qualcuno potrete restare qui quanto volete. Andiamo a mangiare un boccone» con la mano fece loro cenno di seguirla, «poi vi porterò a vedere dove potrete dormire fino a quando non troverete una sistemazione fissa».

Durante il tragitto, Stiles non smise di guardarsi intorno per metà meravigliato ed esaltato e per metà preoccupato quanto in soggezione: era come stare dentro un libro fantasy, era impossibile non restare impressionati, stupiti ma anche intimoriti da come quella gente si era attrezzata – portando la civiltà in un posto dove fino a qualche manciata di decenni fa non c’era – ma allo stesso tempo l’eccitazione di stare in un luogo simile finiva a pezzi nel momento in cui ricordava che per quanto non fossero prigionieri a Namasté, di certo comunque erano prigionieri di quel mondo.

Stiles osservò incuriosito la bottega di un vero fabbro, e come un paio di porte dopo, seduta su un gradino c’era una donna che ricamava – a occhio quello su cu era seduta era l’ingresso di una sartoria. Le strade erano molto vive, piene di gente che camminava chiacchierando tenendo sottobraccio o in spalla una sacca di tela a mo’ di borsa – e tutti indossavano vestiti d’epoca e mantelli. Le costruzioni erano in pietra grigia e grossa, e sulle botteghe e sugli ostelli svettavano insegne di legno intagliato. Così come ogni tanto si sentiva la puzza dei cavalli, si poteva anche annusare qualche buon profumino che usciva dalle taverne e da un paio di forni, e si notava l’assenza dello smog.

Senza smettere di fissare tutto a bocca aperta, Stiles alzò lo sguardo verso l’alto, notando solo in quel momento come si stagliavano all’orizzonte un paio di torri larghe, basse e merlate che dovevano appartenere a un castello non molto lontano da lì – erano abbastanza vicini da vedere solo parte delle torri, non tutto il resto.

Marjorie lo pungolò su un fianco con un gomito. «Quello è il castello del Drago Scarlatto, la sede principale della Confraternita nonché la biblioteca che custodiscono» lo informò.

«È…» biascicò incerto, «interessante» non trovò altre parole migliori. Lei sbuffò una risata nasale.

«Vado al castello a salutare i ragazzi!» annunciò Diego, con un sorriso luminoso. «Mangerò con loro!» e si congedò agitando una mano e squagliandosela alla svelta.

Marjorie sospirò ostentando pazienza. «A volte non so se è un bene o un male il fatto che sia così legato a gente del Drago Scarlatto».

Derek aggrottò la fronte. «Perché?»

«Come tutte le Confraternite siamo entrambe delle organizzazioni di stampo paramilitare, quindi per certi versi c’è sintonia fra di noi, ma abbiamo obiettivi diversi, preserviamo cose differenti» sottolineò bene, «in ultima battuta, a volte possiamo capirci ma non essere d’accordo su come agire davanti a un problema».

«Capisco» borbottò Derek, mentre Marjorie rallentava il passo in direzione di un locale.

«Questa è una delle locande migliori della contea» li informò, puntando un dito verso l’insegna – Al Pony Nero.

Stiles aggrottò la fronte. «Perché proprio pony nero».

«Non lo so» gli rispose lei, con tono cupo quanto sarcastico, «l’attuale proprietaria ha ricevuto l’attività in regalo dopo aver lavorato lì dentro per un paio di anni. Per quanto ne so, passa di mano in mano già da due decenni».

Stiles distolse lo sguardo e deglutì a fatica. In pratica, il nome di quel locale era tutto ciò che era rimasto di una persona che circa vent’anni prima aveva vissuto nell’Eden fino a quando il proprio corpo aveva ceduto. Era una cosa… misera.

La locanda all’interno aveva un grosso camino dirimpetto all’ingresso, e tre file verticali di tavoli e panche fatte di legno molto robusto e un po’ rovinato da graffi. Su di un lato c’era una porta che doveva portare alla cucina e forse alla lavanderia, e dall’altro c’era una scala che portava una balconata interna – Stiles intravide altre porte al piano di sopra, dovevano essere quelle delle stanze in cui dormire. C’era odore di vino e di spezzatino; lo stomaco di Stiles gorgogliò e Derek gli rivolse un’occhiata scettica inarcando un sopracciglio; lui mise le mani avanti come a scusarsi, anche se con poca convinzione.

«Namasté!» sentirono cantilenare una voce femminile alla loro destra.

Si voltarono entrambi in quella direzione e videro venire verso di loro una donna dalle forme generose e il viso pieno, che teneva fra le braccia una cesta con delle piccole scodelle di terracotta sporche di cibo. Aveva i capelli raccolti in una cuffietta di stoffa bianca, ma da un paio di riccioli sfuggiti alla presa si poteva vedere che erano castani; non dimostrava più di quarant’anni.

«Namasté, Ludmila!» la ricambiò Marjorie con un sorriso. «Questi sono Stiles e Derek» li presentò. Loro ricambiarono la donna con un salutò mugugnato e un cenno impacciato della mano – Stiles – e un mezzo sorriso costipato – Derek.

«Sono dei nuovi Inseriti» aggiunse Marjorie.

«Oh» sospirò Ludmila, «accomodatevi pure a un tavolo. Vi porto subito da mangiare! Offre la casa, naturalmente!» Diede delle pacche veloci ma affettuose alle spalle di Derek e Stiles e poi la videro andare verso la cucina.

Loro due rimasero un po’ sorpresi e perplessi da quel comportamento, ma Marjorie si limitò a indicare loro un tavolo libero a cui sedersi insieme.

«È buon costume offrire un pasto caldo a un nuovo Inserito che arriva nella contea» spiegò loro Marjorie. «Sappiamo tutti come ci si sente all’inizio, è un gesto naturale divenuto tradizione offrire qualcosa da mangiare» scrollò le spalle.

Derek assentì come a lasciare intendere che aveva capito, Stiles invece non riuscì a smettere di guardarsi intorno: se c’era un particolare che avevano in comune tutte le persone non assassine che finora avevano incontrato nell’Eden, era il senso della condivisione. Lì la gente era portata a condividere tutto, da quello che poteva vedere: offrivano cibo, acqua e consigli come nulla fosse; forse perché sapevano fin troppo bene com’era perdere tutto di colpo.

Restarono in silenzio per un po’, mentre Marjorie digitava qualcosa sulla finestra del proprio account personale e loro due si guardavano intorno o fissavano il tavolo. La stanchezza della lunga cavalcata stava cominciando a farsi sentire.

Quando Ludmila tornò da loro accompagnata da un altro cameriere, portando scodelle piene, posate di legno, bicchieri e una brocca d’acqua, Stiles quasi mugolò di piacere alla vista dello spezzatino con patate. Osservò Marjorie pagare il proprio conto usando l’account personale come quando gli aveva donato delle monete d’oro, e poi iniziarono a mangiare a grossi bocconi.

Stiles provò a ignorare ancora una volta come i sapori che sentiva fossero delle suggestioni frutto di ricordi ed esperienze passate.

«Quindi» mugugnò Stiles a bocca piena, «per adesso possiamo stare nel vostro dormitorio?»

Marjorie scrollò le spalle. «Abbiamo un piccolo dormitorio in ogni contea, con circa cinque posti per dormire: li usiamo come rifugi per i nuovi Inseriti» spiegò. «Quello di Namasté è custodito perlopiù da Diego e Siobhán».

Derek assentì. «Però sta a noi cercare un modo di essere indipendenti».

«Esatto» sospirò lei. «Qualunque cosa intendiate fare, però, vi consiglio di mettere prima da parte un po’ di grana, per potervi muovere meglio e… perché no, visitare le altre contee e decidere dove sistemarvi. Nel manuale troverete in genere quanto pagano giornalmente gli Osservatori per ogni tipo di lavoro; il guadagno ricavato da ciò che si produce comunque resta al produttore. È così che siamo riusciti a progredire» concluse, reprimendo male un rutto.

Stiles aggrottò la fronte. «Suppongo che comunque le cifre incassate siano basse…» Con i mezzi di trasporto che avevano e le tempistiche tipiche di un ambiente simile, l’economia doveva essere piuttosto lenta.

«In effetti viviamo molto di più di quello che guadagniamo con le vendite, che con lo stipendio che ci danno gli Osservatori: quello è solo un incentivo molto minimo, giusto per avere qualche moneta in saccoccia». Bevve un sorso di vino. «Per arrivare a ricevere poco più di una moneta e mezza d’argento al giorno, si deve fare parte di una Compagnia o di una Confraternita, e più è alto il tuo ruolo all’interno di essa, più guadagni».

Stiles aggrottò la fronte. «Tu quanto ricevi dagli Osservatori?» chiese diretto.

«Due monete d’oro al giorno, ma perché ho superato il primo quinquennio di carica. Tutti i Fratelli e le Sorelle Maggiori ricevono una moneta d’oro al giorno».

«Ma la tua testa ne vale duecentocinquanta» obiettò Stiles, perplesso.

Ghignò compiaciuta. «Perché sono duecentocinquanta volte più fastidiosa del normale».

Derek interruppe lo scambio di battute intromettendosi con espressione pensierosa. «Quindi il modo più veloce per guadagnare una somma discreta è far parte di una Compagnia o di una Confraternita?»

«Esatto» gli rispose Marjorie, annuendo a bocca piena; deglutì. «Crediamo che sia un modo poco sottile da parte degli Osservatori per promuovere la cooperazione e allo stesso tempo vedere come lavoriamo insieme».

«In pratica» mugugnò Stiles atono, fissando la propria scodella, «non esiste nessun nostro comportamento che non sia frutto di un loro condizionamento».

Marjorie emise un lungo mormorio pensoso. «È vero che a certe cose non puoi ribellarti perché ti sono necessarie per vivere – per esempio, non puoi evitarti di frequentare certe persone ed essere influenzato da loro, nonostante non sia mai un caso se gli Osservatori ti fanno finire in un determinato posto, accanto a certe persone – ma questo non vuol dire che tu non possa vivere ogni giorno a modo tuo».

L’osservazione di Marjorie, però, aveva insospettito e reso perplesso Stiles, e notò che anche Derek al suo fianco si era irrigidito.

«Che vuol dire che non è mai un caso quando gli Osservatori ti fanno finire in un certo posto?» chiese Stiles, atono.

Lei sospirò, posò il cucchiaio e gli parlò cauta. «Stiles… l’Eden è limitato, ma è vasto, e nonostante tutto ti hanno fatto materializzare proprio nella foresta più vicina a Namasté. Sappiamo per esperienza che roba simile non è mai un caso».

Derek s’intromise, monocorde e con la posa rigida. «Non è neanche un caso che voi siete state le prime persone che abbiamo incontrato?»

Lei mise una mano avanti. «Onestamente, questo non posso dirlo con certezza, perché potrebbe anche darsi che vi abbiano messo dove noi eravamo di pattuglia solo perché così avreste avuto un aiuto a orientarvi, perché a Namasté avreste potuto arrivarci anche da soli, presto o tardi – è pur sempre la contea più prossima alla foresta in cui vi trovavate» sottolineò. «Quello che non so è se per caso gli Osservatori volessero che incontraste proprio noi perché credono che interagire con qualcuno del nostro gruppo in qualche modo vi influenzerà».

«Influenzerà a fare cosa?» insisté Derek.

«Non lo so» sospirò stanca. «Non conosco con precisione le vostre storie personali, non posso fare ipotesi… e non voglio rischiare di influenzarvi stando indirettamente al gioco degli Osservatori. Quello che è certo è che loro vi vogliono a Namasté».

«Potremmo pur sempre lasciare la contea oggi stesso» sibilò Stiles, rabbioso e frustrato.

Lei scosse la testa portando alla bocca un bicchiere di vino. «Non è così che funziona, Stiles. Puoi lasciare un posto, ma prima o poi troveranno sempre il modo per riportarti lì. È un classico».

Derek si passò una mano sulla fronte. «Hai idea di cosa ci possa essere di così importante qui da motivare la nostra presenza?»

Lei sorrise sarcastica quanto malinconica. «Credo che Raleigh vi risponderebbe che il motivo è la cosa più magica che si trova nell’Eden: le persone» con il bicchiere in mano indicò l’ambiente circostante. «Vi hanno mandato proprio a Namasté perché è qui che secondo loro c’è la gente che potrebbe influenzarvi di più, quella che potrebbe rendere l’esperimento che siete davvero interessante».

Stiles sbuffò una risata nasale scettica e amara. «Quindi l’unica soluzione è cucirsi la bocca e non parlare con nessuno?»

Marjorie aggrottò la fronte, infastidita e stanca. «Non impedirti di interagire con gli altri, rischieresti solo di impazzire. Cerca solo di essere cosciente che il loro condizionamento è sempre presente, ma sei tu e solo tu a scegliere quale opzione seguire fra quelle che ti si parano davanti».

«Più facile a dirsi che a farsi» obiettò duro.

«Imparerai» esalò malinconica. «Tutti abbiamo imparato, prima o poi». Rovinò la solennità del momento ruttando di nuovo.

In quel momento Stiles sentì e intravide qualcuno correre verso il loro tavolo, e alzò gli occhi; era una ragazza più o meno adolescente – o forse appena ventenne – che si fermò davanti a loro riprendendo fiato a fatica.

«Namasté! Diego mi ha detto che vi avrei trovati qui!» Li salutò con sorriso cordiale e agitando la mano con un cenno vago. La sua voce sembrava quella di uno scoiattolo.

A parte quel dettaglio così ilare da essere sconcertante, aveva dei tratti che rivelavano le sue origini indiane, una statura minuta dalle forme molto piene e un viso rotondo contornato da lunghi capelli neri ondulati, folti e lucenti; il nasino a patata le conferiva un’aria affabile.

Ciò che però attirò l’attenzione di Stiles fu che indossa quella che dall’aspetto sembrava una divisa.

Portava dei pantaloni marroni dello stesso tono e materiale del gilet che indossava, e una casacca con cappuccio il cui colore ricordava quello delle pergamene antiche. Sul petto del gilet c’era ricamato un simbolo che lasciò pochi dubbi a Stiles sull’appartenenza di quella ragazza.

Era un drago di bronzo che circondava un cerchio rosso.

Marjorie le rivolse un sorriso affettuoso. «Ehi, Bhanuja!»

«Ehi» ripeté lei, agitando di nuovo la mano, impacciata, e protraendosi a presentarsi a Stiles e Derek porgendo la mano. «Sono Bhanuja!»

Loro la ricambiarono dicendole i loro nomi con dei sorrisi cortesi.

«Sono della Confraternita del Drago Scarlatto» aggiunse, aveva ancora un po’ il fiato corto, «posso farvi qualche domanda?»

La guardarono un po’ perplessi perché sorpresi, ma lei sembrò giungere alla conclusione sbagliata, perché li fissò afflosciando le spalle. «Giuro che non voglio vendervi niente» li rassicurò.

Marjorie sbuffò una risata nasale.

Stiles si schiarì la voce. «No, è che… siamo un po’ sorpresi. Cosa vorresti chiederci?»

Bhanuja si tolse la tracolla dalla spalla e si accomodò di fronte a loro. «Sapete già di cosa ci occupiamo noi del Drago Scarlatto?»

Le assentì, Derek ciondolò invece la testa, come a dire "più o meno".

«Facciamo anche delle statistiche per provare a interpretare il comportamento degli Osservatori e prevenire le loro mosse» proseguì Bhanuja, «e i risultati sono disponibili per tutti. Per questo organizziamo anche dei censimenti, e pensiamo sia utile raccogliere dei dati basilari sui nuovi Inseriti – con il loro consenso, ovviamente – per controllare per esempio cose come se nel tempo l’età minore dei nuovi Inseriti aumenta o diminuisce. Giuro che sono solo pochissime domande, non appunterò nemmeno il vostro nome».

Stiles si voltò a scambiare uno sguardo con Derek che assentì scrollando le spalle. «Va bene» le rispose infine, e lei gli rivolse un sorriso radioso aprendo subito la propria tracolla.

Ne prese un’agenda che senza dubbio era stata fatta a mano – era semplice e la carta era gialla, ma Stiles la trovò interessantissima – e a sorpresa una penna stilografica dallo stelo blu scuro. Stiles fissò quest’ultima accigliato, ma Bhanuja sembrò non notarlo, partendo subito con le domande.

Chiese loro roba abbastanza semplice e neutrale, tipo se fossero umani o creature sovrannaturali – non volle sapere nel secondo caso di che specie fossero – il loro continente di provenienza e se nel loro paese d’origine fossero considerati minorenni o meno. Alla fine li ringraziò e cominciò a soffiare sull’inchiostro fresco, anche se Stiles non sapeva se ciò fosse davvero una cosa utile.

«Potete venire a consultare la nostra biblioteca in qualsiasi momento dall’alba al tramonto» li informò con tono pratico ma non freddo, «vi basterà solo dichiarare la vostra identità all’ingresso. E ah! Purtroppo non prestiamo nessuno dei nostri libri, spiacente» scrollò le spalle. «Un’ultima cosa: per le nostre ricerche e per i nostri studi comparati ci è molto utile sapere anche le storie personali degli Inseriti, ma è una scelta esclusiva di ogni Inserito decidere se raccontarci i fatti propri o no… quindi, se volete, potete venire da noi al castello quando volete per sostenere un’intervista molto più approfondita di quella che vi ho appena fatto, ma vi garantisco che non sarà mai resa pubblica senza il vostro permesso: vi avranno accesso solo i membri della Confraternita, per poter proseguire le nostre ricerche e avere nuovi dati».

«Ok» sospirò Stiles, «ci penseremo» anche se non sapeva se lui o Derek avrebbero avuto quantomeno voglia di pensarci.

Lei conservò le proprie cose e si alzò dal tavolo. «Va bene! Grazie ancora e arrivederci!» si congedò.

«È una brava ragazza» commentò Marjorie sospirando, «a volte sembra un cartone animato, ma è una brava ragazza».

Derek aggrottò la fronte. «Capisco».

Marjorie si alzò dal tavolo e li invitò a fare altrettanto. «Andiamo, vi mostro i punti più importanti della città e poi vi porto al dormitorio».

Indicò loro dove ogni settimana si teneva un mercato a cui partecipavano dei commercianti di altre Contee Indipendenti, e dove andare per rifornirsi d’acqua in maniera gratuita. Li portò a vedere dall’esterno l’edificio dove si riuniva ogni sette giorni il Consiglio di Namasté, e suggerì loro i posti dove andare per acquistare a buon mercato altri vestiti e altri beni di prima necessità.

Quando passarono di fronte al portone aperto del castello del Drago Scarlatto, lo sguardo di Stiles indugiò a lungo sulle bandiere con l’emblema della Confraternita che sventolavano sulle torri e dalle finestre del primo piano, e sui confratelli in divisa che armati facevano la guardia all’ingresso. C’erano infinite cose dentro quelle mura che Stiles voleva sapere, delle informazioni che forse potevano essere vitali, e lui voleva metterci le mani sopra. Al più presto.

Quando giunsero alla meta erano ormai stanchi morti.

Il dormitorio aveva l’aspetto confortevole di una locanda e allo stesso tempo quello solido e sicuro di una base militare. Appena entrati c’era un grosso camino, un tavolo e delle panche, e poi di lato una scala di pietra che portava alle camere da letto – tre doppie e tre singole.

Stiles e Derek scelsero una stanza doppia senza neanche prima consultarsi – semplicemente non era il caso di dormire separati, non quando nonostante tutto erano ancora in una terra sconosciuta.

Marjorie scambiò i suoi contatti con Derek, li ringraziò ancora per le informazioni che le avevano dato su Kate e, invitandoli a contattarla pure nel caso avessero bisogno di qualcosa – oppure a chiedere pure a Diego e Siobhán, custodi del dormitorio – li salutò dicendo loro che comunque si sarebbero rivisti nel fine settimana.

Non appena lei chiuse la porta, Derek crollò a sedere su un letto, e Stiles si appoggiò allo stipite di una finestra, fissando dall’alto la strada su cui si affacciava l’edificio, senza vederla realmente.

«Che facciamo?» chiese Derek, atono.

Gli rispose senza neanche voltarsi a guardarlo. «Non lo so. Di solito sono sempre io quello che ha piani su piani da svolgere, ma stavolta non so proprio come scappare da qui» sbuffò una mezza risata sarcastica.

«Possiamo pur sempre andare a parlare con quelli che stanno provando a studiare un modo per farlo» propose Derek, poco convinto; Stiles dal riflesso sul vetro della finestra lo vide passarsi le mani sul volto.

«Sto cominciando sempre più a pensare che sia inutile… Quarantadue anni e la gente non è mai riuscita a scappare. Quarantadue anni e nessuno nel mondo reale sa dell’esistenza del Progetto Eden. Credo che questo più di qualsiasi altra cosa ci dia delle risposte» biascicò monocorde quanto amaro. «E anche se riuscissimo a svegliarci… loro ci osservano, pensi che non siano costantemente preparati ad addormentarci di nuovo? Sanno sempre prima di noi quando stiamo per svegliarci, hanno di certo occhi e orecchie ovunque».

«E quindi?» sbottò Derek, anche se in modo quieto.

Stiles inspirò a fondo e andò a sedersi sul letto disposto parallelo a quello di Derek, sistemandosi di fronte a lui. «E quindi abbiamo due anni scarsi di tempo per scovare l’impossibile?» esalò incerto e inespressivo. «Quando mi hanno rapito ho sbattuto forte la testa, Derek» lo informò atono, e lo vide irrigidirsi, «non ho idea se ci siano state delle conseguenze serie, se il mio corpo è stato danneggiato. Non ho idea di quanto durerò, ciò che è certo è che, a meno che tu non venga ferito mortalmente, io morirò prima di te».

Derek strinse i bordi del materasso fino a rendersi le nocche esangui, puntando lo sguardo in basso. «Non c’è niente di accettabile in tutto questo».

«Forse è proprio per questo che tu in parte hai già cominciato a rassegnarti, vero?» non lo disse con risentimento, o con tono pungente, ma comunque vide Derek immobilizzarsi, come punto sul vivo.

Stiles sospirando si stese di schiena sul letto; rivolse lo sguardo al soffitto. «Non ti sto accusando di niente, Derek, solo ormai so che hai la tendenza ad adattarti in maniera passiva a ciò che di tragico ti succede intorno».

Ne aveva di reazioni di Derek nel mondo reale con cui fare comparazioni: da come aveva reagito alla scoperta che Peter aveva ucciso Laura, a come si era comportato dopo la fuga di Boyd ed Erica, cercandoli da solo con Isaac e con evidente amarezza; da come aveva sfoggiato un silenzioso controllo che trasudava furia e rassegnazione dopo la scoperta che Jennifer era il darach, a come aveva affrontato Stiles stesso quando era posseduto.

Lo stile di Derek nell’affrontare le cose era rassegnarsi a esse in maniera amara e poi cercare un confronto diretto di petto, infelice e scornato. Il primo passo era sempre la rassegnazione. L’adattamento alla nuova situazione era poi quasi un obbligo categorico, il prezzo per agire senza essere appesantiti dal dolore per cui si lottava – più era leggero, più poteva avanzare veloce verso la contromossa.

«Questo però non significa che non voglio tornare a casa» obiettò Derek, frustrato.

Stiles continuò a fissare il soffitto. «Lo so. Sto solo dicendo che stai maturando della rassegnazione, e magari è quello che ci vuole: potrebbe rendere più distesi entrambi, aiutandoci a schiarirci le idee». Sospirò. «Al momento, l’unica soluzione che mi viene in mente è che qualcuno nel mondo reale arrivi a scoprire il Progetto Eden, ma come?» Si coprì gli occhi con un braccio. «Avevo pensato che magari con Lydia hanno commesso un passo falso, che lei potrebbe accorgersi che non siamo morti, ma… come dicevo prima, gli Osservatori hanno occhi e orecchie ovunque, forse dicendo ciò ad alta voce ho bruciato la nostra unica possibilità».

«Non credo davvero che non avessero provveduto a coprire questo dettaglio fin dall’inizio» osservò Derek, «non sarà la prima volta che hanno a che fare con qualcuno che ha legami con una banshee».

«Questo è vero» borbottò Stiles. «Anche se sperare non nuoce?» chiese dubbioso. Derek non rispose.

Stiles espirò a fondo e si stese meglio, a stella marina. «Rifletti. Può darsi che ci hanno Inserito insieme proprio per questo, perché sapevano che tu ti saresti rassegnato e ciò avrebbe aiutato entrambi a stare meglio, a renderci più rilassati».

«Gli Osservatori operano condizionando» biascicò Derek. «Io condiziono te. Tu condizioni me».

«Esatto» sospirò Stiles. «Mi sa che è così che funzioneremo da ora in poi, condizionandoci a vicenda. Temo che siamo legati. E questo è, tipo, catastrofico». Lui si limitò a rispondergli con un mormorio di assenso.

«Quindi» continuò Stiles, girando la testa per guardare Derek in faccia, «qual è il piano per ora? Adattarci per rilassarci e provare a schiarirci le idee?»

Derek scrollò le spalle, e fu lo specchio della rassegnazione. «Più o meno».

Stiles tornò a fissare il soffitto, inespressivo. «Andata».

 

 

 

Il primo passo fu procurarsi un lavoro, perché senza quello avrebbero dovuto approfittare dell’ospitalità della Misericordia a oltranza, e non era onesto, e altrimenti non avrebbero potuto neanche procurarsi dell’eventuale attrezzatura per viaggiare.

La sera a cena discussero con Diego e Siobhán che tipo di offerte lavorative c’erano nella contea, oltre alla proposta che Luigi aveva fatto loro, ma Siobhán consigliò loro di cominciare con qualcosa di semplice e piccolo e magari di prestare servizio in più posti, perché così avrebbero potuto osservare in modo diretto come si lavorava a Namasté, e se nel caso desiderassero diventare degli apprendisti presso qualche bottega.

Derek finì comunque per accettare la proposta di Luigi – e Stiles pensò che fu anche per sfogare lo stress, dato tutta la forza fisica e resistenza che avrebbe dovuto impiegare per il trasporto dei prodotti dei campi – mentre Stiles grazie a Diego trovò un posto come aiutante presso la locanda di Ludmila e un altro in una taverna di nome La pipa di Tokien, che perlopiù era attiva dal tramonto il poi.

Da quando Claudia era morta, Stiles e suo padre avevano sempre dovuto cavarsela da soli in casa, e più Stiles era cresciuto, più aveva dovuto affrontare spesso in solitudine la consapevolezza che una volta tornato da scuola avrebbe dovuto cucinare per sé e pulire la casa, perché con i turni che aveva suo padre non sempre riuscivano a incontrarsi all’ora dei pasti. Aveva maturato dell’autonomia in maniera un po’ più precoce rispetto agli altri bambini e adolescenti, ma almeno in quella situazione infelice ciò giocava a suo favore: poteva aiutare davvero alla locanda e alla taverna.

Diego, inoltre, gli aveva chiesto se poteva mandargli gente della Compagnia dei Cantastorie: i nuovi Inseriti erano sempre a conoscenza di film e libri che le persone dell’Eden non avevano ancora visto o letto, e i Cantastorie davano sempre delle ricompense a chi dedicava loro il proprio tempo per raccontare trame nuove da poter impiegare nei propri spettacoli.

Stiles trascorse la sua prima mattinata nella cucina del Pony Nero a pelare patate mentre raccontava i primi due film di Captain America a un ragazzo che lo ascoltava prendendo appunti con furia e concentrazione. Fu ridicolo, ma il tizio lo pagò e gli chiese quali altri genere di film di solito vedesse nel mondo reale, e se poteva mandare da lui i suoi colleghi di Compagnia esperti in quei generi. Stiles gli rispose "Perché no?" scrollando le spalle.

Derek gli inviò un messaggio avvisandolo che sarebbe rimasto a mangiare ai campi, e Diego trascinò Stiles a mangiare con lui "la focaccia più buona della contea"; si sedettero in un angolo ombreggiato della piazza centrale, masticando mentre osservavano quelli della Compagnia dei Cantastorie montare un piccolo palchetto per l’esibizione di quella sera.

Diego parlava in modo vivace e senza sosta, gli indicava dei passanti e gli raccontava annedoti, e Stiles provava a non lasciarsi trascinare dalle sue parole, perché sapeva che gli Osservatori non volevano altro che lui interagisse con gli altri e che venisse influenzato, ma allo stesso tempo credeva che da lì a poco sarebbe impazzito, se non avesse parlato con qualcuno. Si ostinava a replicare a Diego annuendo di tanto in tanto, ed era certo di emanare irritazione, ma comunque Diego sembrava ignorare la cosa con serenità.

La pipa di Tolkien era una taverna che aveva alle spalle quindici anni di attività, e finora alla sua guida si erano susseguiti due gestori. L’attuale proprietario – che aveva ricevuto il locale in regalo dal suo predecessore morto – era un licantropo nerboruto di nome Oscar, di origini tedesche e dai capelli rossicci. Si era presentato a Stiles in maniera molto pratica, ma non spiccia, educata ma non farcita di cordialità inutile. Aveva un modo di porsi molto diverso da Ludmila, ma considerando come quest’ultima sorridesse a tutti i clienti per poi passare il tempo in cucina a borbottare irritata, Stiles a pelle pensava di preferire nettamente l’atteggiamento schietto e diretto di Oscar.

Per quanto la Pipa di Tolkien fosse più viva e rumorosa della locanda, il lavoro lì si rivelò meno frenetico perché la gente andava lì per rilassarsi e intrattenersi, non per nutrirsi in fretta per tornare a lavoro o ripartire, e la mancanza di stress nell’aria rendeva Stiles più calmo.

Passò la serata a pulire tavoli e lavare piatti, e quando tornò al dormitorio della Misericordia all’istante crollò di faccia sul letto.

Derek nel letto accanto era già che dormiva, e aveva l’aria esausta. Stiles non lo svegliò, e quel giorno finirono col non parlarsi.

I giorni successivi furono più o meno uguali: Stiles e Derek si parlarono poco, e Stiles non tardò a capire che fosse perché in sostanza ognuno di loro era chiuso nella personale rielaborazione di tutto ciò che avevano perso.

Stiles non sapeva che dire a Derek, perché non sapeva nemmeno che dire a se stesso, ormai. E di mattina in mattina il risveglio non mancava mai di essere un puntuale pugno allo stomaco, perché era la conferma che quello che stava vivendo non era un incubo, ma la realtà.

Al Pony Nero l’atmosfera frenetica rendeva Stiles un fascio di nervi, e in tutta onestà lui stava aspettando ormai una scusa per mollare il posto e lavorare fisso da Oscar.

Diego non lo lasciava mai da solo, lo portava sempre a mangiare con lui, anche se perlopiù mangiavano all’aperto o alla Pipa di Tolkien. Nei giorni successivi al primo, ai pasti spesso si unirono a lui e Diego altre persone, come Siobhán, oppure Bhanuja e un altro tipo del Drago Scarlatto di nome Ismail.

Ismail era un umano di colore, sembrava nei suoi primi vent’anni ed era uno che parlava gesticolando molto e citando spesso Martin Luther King, nonostante girasse con due spade a lama corta attaccate alla cintura. Nei confronti di Diego e Bhanuja si atteggiava come un fratello maggiore accomodante e paziente, laddove Siobhán alzava gli occhi al cielo, e tutto sommato sembrava un tipo a posto.

Intanto, Derek continuava a restare quasi tutto il giorno ai campi. Stiles lo immaginava sollevare ceste cariche di frutta serrando la mascella con espressione passiva-aggressiva.

Dopo il quarto giorno, osservando le piccole abitudini di Ludmila e dei ragazzi del gruppo, Stiles si rese conto di una cosa: quelli della Misericordia non erano ben accolti nella locanda. Erano accettati come clienti, Ludmila comprava la selvaggina cacciata da loro senza battere ciglio e li salutava come fossero sempre i benvenuti, ma in realtà lei sfoggiava con loro solo sorrisi di circostanza e ricchi di falsità.

Ludmila aveva sempre fretta di disfarsi della presenza di quelli della Misericordia, e quando loro erano lì lei sorridendo lanciava occhiate calcolatrici intorno, come a controllare in quanti stessero notando la presenza dei ragazzi.

Da parte loro, i ragazzi della Misericordia di rado stavano più del necessario alla locanda, e oltre a Marjorie il primo giorno, nessuno di loro aveva mai mangiato lì.

Gli tornarono in mente le parole di Marjorie: "Qualora tu dovessi sentire qualche simpaticone chiamarci Boia o Messaggeri della Morte".

Stiles si morse un labbro e di sottecchi osservò Diego e Bhanuja, seduti poco più in là accanto a lui a sbocconcellare una focaccia mentre discutevano animatamente di sport nazionali asiatici. Tutto il loro gruppo era seduto a un tavolo e una panca sistemati appena fuori l’ingresso della Pipa di Tolkien, in attesa che iniziasse il suo turno di lavoro, e Ismail era seduto di fronte a lui, impegnato a pulirsi le dita sporche di olio.

Stiles richiamò la sua attenzione, provando a non coinvolgere nella sua domanda gli altri due – non aveva voglia di rattristarli.

«Ehi». Ismail alzò lo sguardo verso di lui, con aria interrogativa. «Correggimi se sbaglio» aggiunse Stiles, «ma… a Ludmila non stanno molto simpatici quelli della Misericordia, vero?»

Lui in risposta arricciò il naso abbozzando un sorriso triste. «In molti hanno dei pregiudizi nei confronti della Misericordia, per via di quello che fanno… in alcuni casi si tratta pure di roba alimentata dalle superstizioni» sospirò stanco. «Luigi dice che la gente spesso evita quelli della Misericordia come nel mondo reale in molti evitano i becchini».

Stiles ciondolò la testa. «Capisco il paragone e da dove nasce questo atteggiamento, ma per me resta senza senso».

«Anche per me» assentì lui. «Soprattutto perché trovo molto ipocrita che poi queste persone piene di pregiudizi si servano da loro quando hanno bisogno di selvaggina e pelli di animali, ma tant’è…» scrollò le spalle. «Purtroppo è un modo di pensare così radicato da rendere il numero di confratelli della Misericordia abbastanza basso: sono poco più della metà di noi del Drago Scarlatto, ma per quello che fanno dovrebbero essere almeno il doppio».

Stiles storse il naso. «A quanto pare, la gente stupida è davvero ovunque».

Lui scrollò le spalle con un sorriso. «Non è stupida, è solo ignorante. Ha bisogno di essere educata. Anche perché la strada non è mai l’odio: come diceva Martin Luther King, "Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi"».

Gli replicò aggrottando la fronte. «Non pratico il sadomaso». Lui si limitò a rispondere sorridendo e scuotendo la testa, portando alla bocca dell’acqua da bere.

Diego e Bhanuja sembravano ancora impegnati a discutere di croquet, quindi Stiles pensò di approfittare di quel momento per chiedere a Ismail altre informazioni più delicate, ricordando come Marjorie gli avesse detto anche qualcosa a proposito di assassini e sicari che ora proteggevano le contee: voleva sapere se per caso nei dintorni c’era qualcuno con un passato simile. Così, per prudenza.

«Uhm» esordì incerto e grattandosi la nuca, «a proposito di non-violenza: Marjorie diceva che stare qui cambia molto le persone, che ci sono assassini che hanno smesso di… assassinare» gesticolò vago.

Ismail gli rivolse un sorriso sornione. «Vuoi sapere la storia di uno di loro, o vuoi sapere se in questi giorni hai già incontrato uno di loro?» intuì. «Sei un tipo fin troppo curioso».

«Beh, entrambe le cose?» rispose, stringendosi le spalle come a scusarsi. «Sono nuovo di queste parti, il concetto di "assassino redento per il bene superiore" su di me non ha alcuna presa».

Ismail scosse di nuovo la testa ridendo, sembrò ostentare pazienza. «Conosco due persone così» gli disse, stendendo due dita mentre con l’altra mano, enorme e dalle dita lunghe, giocava col bicchiere. «La prima è la Guardia Personale del mio Fratello Maggiore, la seconda è un mio confratello ed è un wendigo».

Stiles lo fissò inespressivo per un lungo secondo. «Hai idea di quanto questo mi lasci con dei dubbi terrificanti sulla tua Confraternita?»

Lui osò ridere divertito. «Sono brave persone».

«Beh, uno di loro mangia brave persone» precisò secco.

«Le mangiava» lo corresse, puntando un dito verso di lui con fare sentenzioso e deciso. «Ha una nuova dieta, adesso».

«Ed è una cosa davvero possibile?» argomentò scettico.

Ismail sospirò con aria stanca. «Vedi… era da sempre che gli Osservatori cercavano di Inserire dei wendigo, ma come puoi immaginare finora non avevano mai ottenuto successo».

«Non stento davvero a crederlo» biascicò Stiles inespressivo.

Lui proseguì facendo finta di non averlo sentito. «Ogni volta che Inserivano un wendigo, veniva ucciso perché non appena arrivato cominciava a nutrirsi di persone, spesso non gli si dava neanche il tempo di parlare: lo si uccideva e basta. E credimi» mise le mani avanti, «posso ben capire la paura delle contee: si tratta di cannibali, non mangiano altro tipo di cibo, è la loro natura».

«Ma hai detto che la sua dieta è cambiata» obiettò perplesso.

Lui annuì. «Isobel, la Sorella Maggiore da cui il mio Fratello Maggiore Raleigh ha ereditato il titolo, nei suoi anni di carica ha provato a fare degli studi e delle ipotesi, per provare a integrare i wendigo che ci mandano, e Raleigh ha provato a mettere a frutto le sue ricerche chiedendo che il prossimo wendigo Inserito non fosse ucciso, ma catturato e portato in un luogo sicuro».

Stiles non era meno perplesso di prima. «Non riesco però a capire come fa allora a sopravvivere senza cibo…»

Ismail gli mostrò un piccolo sorriso furbo e trionfante. «Perché non ha smesso di nutrirsi. Le ipotesi di Isobel si sono rivelate valide: un wendigo può sopravvivere se si nutre di animali carnivori su cui è stato sparso del sangue umano».

Stiles ebbe un’immagine mentale di quel pasto e a stento represse la voglia di rimettere. «Oh Dio. Questo è disgustoso e non dovevamo discuterne a pranzo».

Lui scrollò le spalle, divertito. «Me l’hai chiesto tu».

«A parte ciò» tossicchiò un paio di volte battendosi una mano sul petto, «quindi adesso… non è più pericoloso?»

«È stato un processo molto sofferto» puntualizzò Ismaael, «perché anche se Logan – il wendigo – ha accettato subito la proposta di Raleigh, il suo corpo ha impiegato un mese ad accettare il suo nuovo tipo di dieta, ma adesso sono quattro mesi che non aggredisce nessuno, nemmeno per sbaglio. Ed è l’attuale erede del titolo di Fratello Maggiore, perché è l’ultimo arrivato» aggiunse con un sorriso soddisfatto.

«Scommetto che questo rende felici un mucchio di persone» borbottò Stiles.

«Puoi dirlo forte!» sbottò. «È solo che… non capisco: quante volte una persona deve dimostrarti di essere cambiata prima che tu lo accetti? C’è chi è disposto a perdonare un assassino a sangue freddo, ma non uno che ha ucciso per nutrirsi».

«Forse perché a volte le motivazioni di un omicidio fanno più paura di un omicidio in sé?» ipotizzò Stiles. «Uccidere degli umani per nutrirsi è inquietante, ammetterai che il ribrezzo è giustificato».

«Può darsi, ma comunque Logan è entrato nella Confraternita apposta per lavorare per la società, per proteggere il nostro tesoro, ma per molti quello che fa non è ancora abbastanza, e tutti noi pensiamo che ne stia soffrendo più di quanto dia a vedere». Scosse la testa, triste. «Prima, nel mondo reale, non era così: camminava alla luce del sole e, anche se era consapevole di essere un mostro, nessuno lo guardava come se lo fosse. Ora lo guardano tutti come se fosse un mostro, apertamente».

Stiles abbassò lo sguardo diventando di colpo malinconico. «Conosco un paio di cose sull’essere considerati dei mostri e sull’essere un mostro».

Ismail lo guardò comprensivo. «Hai conosciuto mannari che si consideravano a torto dei mostri?»

Scosse la testa. «No. Diciamo che per un breve periodo della mia vita non sono stato del tutto… umano».

Lui inspirò a fondo annuendo. «Capisco. Ma non devi giustificarti: quello che è successo nella vita reale, resta nella vita reale, qui è la regola. A meno che tu non voglia proprio il contrario».

Stiles sbuffò un sorriso sarcastico. «Credo che prima o poi dovrò averci a che fare con quello che mi è successo nella vita reale, visto che mi sa che è per questo motivo che sono stato Inserito».

«Averci a che fare sì, ma non sei costretto a raccontarlo a chiunque» sottolineò Ismail, «quindi in parte è come se restasse nella vita reale».

Quella conversazione era diventata troppo pesante, Stiles non intendeva proseguirla, ma… gli mancava parlare con le persone, e Ismail era semplice e affabile, e per quanto bruciasse che così facendo faceva il gioco degli Osservatori non riuscì a fare a meno di aprire bocca e lasciare esplodere i suoi pensieri e le sue ansie.

«Facevi parte di un branco? Ti manca mai la tua famiglia?» gli chiese atono, perché lì la gente sembrava comportarsi come se la realtà non le mancasse, come se dovessero solo muoversi avanti e basta. Poteva essere irritante, certi momenti.

Ismail abbozzò un sorriso malinconico. «Conoscevo il sovrannaturale per vie traverse, vivevo con mia madre e quattro fratelli più piccoli di me. Da quando avevo tredici anni lavoravo in un pub frequentato da… parecchia gente poco raccomandabile, diciamo» sorrise di nuovo al ricordo. «Alcune gang usavano dei licantropi come corrieri, perché sono veloci, a prova di proiettile normale e sanno sniffare subito quanto sia pure la coca che devono trasportare. Conoscevo la "fauna" del posto, spesso mi sono prestato come informatore».

Stiles aggrottò la fronte intuendo un dettaglio. «Non hai finito la scuola?»

Lui scosse la testa. «No, ho mollato il liceo a metà. Non mi piaceva studiare e avevamo difficoltà a mantenere i miei fratelli, che però al contrario di me amavano studiare, così ho lasciato perdere, per mettere soldi da parte per loro, per il college» spiegò come se nulla fosse.

«Ma adesso lavori… in una biblioteca» evidenziò Stiles, perplesso.

Ismail sorrise furbo. «Ho detto che non mi piace studiare, non che non mi piace leggere e che non ho un’ottima memoria, o che non sappia scrivere velocemente» specificò. «So riassumere molto bene, mi bastano pochi secondi per memorizzare ogni singolo dettaglio di una scena: è roba che porto con me dai miei anni come informatore e che è utile se vai in giro a raccogliere dati per conservarli. E proteggere i miei confratelli è come continuare a proteggere i miei fratelli».

Stiles storse la bocca, dispiaciuto di aver toccato con forza un punto così delicato. «Ti mancano davvero tanto» affermò sicuro.

Lui annuì. «Ma potrei mai rinunciare al resto della mia vita chiudendomi solo nel pensiero triste di quanto mi mancano? No! Per andare avanti mi chiedo "Loro sarebbero fieri di me in questo momento?" e provo a migliorarmi. Non penso che a loro piacerebbe vedere che sto rinunciando alla mia vita».

«A volte qui non riesco nemmeno a pensare a cosa fare di me stesso» ammise Stiles, sarcastico, «figurati pensare se mio padre sarebbe fiero di me».

Ismail assentì come se lo capisse. «Perché devi ancora assestarti. Devi trovare un posto dove stare meglio, una ragione per muoverti e andare avanti. Qui se stai fermo, se non trovi qualcosa in cui mettere il tuo impegno, ti spegni. Devi andare avanti» lo incoraggiò.

All’improvviso, Stiles capì che forse tutta quella gente che a Namasté si comportava come se non stesse vivendo dentro un sogno artificiale e non fosse cavia di un esperimento sociale lo infastidiva solo perché al contrario di lui loro avevano degli impegni e delle motivazioni per andare avanti – dei lavori, dei progetti, il desiderio di aiutare i nuovi Inseriti e quello di aiutare gli altri in generale.

Stiles inspirò a fondo stendendosi all’indietro contro la panca, e stropicciandosi gli occhi nel vano tentativo di non mostrare quanto fossero lucidi per il magone che aveva in gola. Quando riaprì gli occhi, vide Ismail sorridergli con comprensione.

«Ricorda cos’altro diceva Martin Luther King» aggiunse Ismail.

«Cioè?» biascicò ironico quanto inespressivo.

«"Ogni uomo deve decidere se camminerà nella luce dell'altruismo creativo o nel buio dell'egoismo distruttivo". Vai avanti, Stiles, trova dove mettere il tuo impegno e vai avanti» sorrise incoraggiante.

«Beh» sospirò, «tanto per cominciare, potrei smettere di puntare il mio impegno verso quella bigotta di Ludmila».

Ismail rise scuotendo la testa.

«Su una nota più leggera» riprese Stiles, assumendo un’espressione più ironica, «chi è l’altro elemento assassino della tua confraternita?»

Sul manuale, alla voce "Confraternita" aveva letto che la Guardia Personale del Fratello o Sorella Maggiore era scelto da quest’ultimi, ed era in genere considerato da molti il combattente più abile e/o forte della Confraternita; seguiva il leader nei suoi viaggi proprio come una vera guardia del corpo, ed era a tutti gli effetti il suo braccio armato.

E Raleigh aveva scelto come sua Guardia Personale una persona assassina. Dire che era interessante era poco.

«Linda» rispose Ismail gesticolando. «Lei è… un tipo intimidatorio più o meno sullo stile di Marjorie e Theodora, hai presente?» Stiles annuì e lui proseguì la descrizione. «Solo che Marjorie ti guarda come se di te non potesse fregargliene un cazzo, Theodora come se fosse un gatto che pensa che sei un idiota, Linda invece… ti guarda costantemente come se da un momento all’altro avrà la conferma che ammazzarti potrebbe essere un’ottima idea».

«Ah» esalò inespressivo.

«Non conosco la sua storia personale» continuò Ismaael, «ma nella contea è conosciuta come una che picchia a morte gli uomini che osano trattare male le donne, ed è risaputo che nel mondo reale uccideva stupratori». Abbassò di più la voce con aria cospiratoria. «All’inizio pensavo che fossero solo pettegolezzi messi in giro dagli uomini che aveva preso a botte, ma quando gliel’ho detto lei ha preso il registro dov’è appuntata la sua storia e mi ha indicato la riga dov’è scritto che uccideva stupratori, sorridendo compiaciuta».

«Questo è abbastanza inquietante» borbottò Stiles.

Lui scrollò le spalle. «Siamo una Confraternita abbastanza particolare. E non hai ancora conosciuto Raleigh!»

«Non vedo l’ora» mormorò inespressivo. E non fu del tutto una bugia.

 

 

 

Lavarsi senza acqua corrente era… complicato e irritante. Nel dormitorio avevano una stanza usata soltanto per lavarsi, dove tenevano un’enorme tinozza da usare come vasca, e riscaldavano l’acqua da usare nel camino principale. Così, oltre a dovere aspettare che l’acqua fosse calda al punto giusto, si doveva trasportare l’acqua. E poi non è che ci fossero grandi possibilità di risciacquarsi. E l’acqua trasbordava cadendo ovunque.

Stiles si era ormai rassegnato all’idea che avrebbe sempre un po’ puzzato.

Quella sera, dopo essersi lavato e aver sistemato la stanza per i bagni, si accoccolò sul letto in attesa che Derek tornasse da lavoro. Nei campi si stava fino a quando c’era luce naturale, ma poi si procedeva a sistemare i prodotti raccolti per bene dentro i fienili e i magazzini usando delle lampade a olio o delle fiaccole: Derek poteva anche tornare dopo di Stiles.

Quando lo vide entrare, Stiles si tirò a sedere facendo leva sui gomiti, ed esordì diretto con un «Possiamo parlare?»

Derek sembrò colto di sorpresa e perplesso, ma annuì asciugandosi la faccia sudata con la manica della casacca che indossava; si sedette sul proprio letto in attesa che Stiles proseguisse a parlare.

«Ci stiamo evitando, vero?» biascicò con un punta di imbarazzo.

Derek si limitò a replicargli espirando a fondo e afflosciando le spalle, a sguardo basso.

«Non possiamo continuare così, Derek» sospirò stanco. «Non so cosa dire per fare stare meglio te o me, ma c’è pure da aggiungere che forse in questi giorni sono stato un po’ egoista?» disse incerto. «Tipo, non ho pensato che l’ironia della sorte vuole che Kate ti perseguiti anche in un altro mondo?» sottolineò impacciato, vedendo di sottecchi come Derek irrigidì la mascella. «O che non sono solo io fra noi due quello che in passato è stato manipolato o condizionato a fare qualcosa e che adesso si trova dentro un esperimento in cui sarà condizionato da Osservatori senza faccia né nome?»

«Non è una situazione facile per nessuno dei due» commentò Derek asciutto.

«Sì, ma… in tutta onestà, se in questo posto dovessi stare fermo a pensare solo a me stesso, credo che già domani sarei più che a fondo nel lato più distruttivo di me. Credo». Gesticolò nervoso a sguardo basso. «Non sono abituato a importarmene di gente che non conosco, posso essere curioso delle loro storie personali, ma può anche non fregarmene un cazzo di loro come persone, perché… non sono miei amici. Qui non ho Scott a dirmi che non posso uccidere Jackson solo perché è un kanima: ho solo te, quindi posso… importarmi di te?» chiese impacciato, alzando appena lo sguardo verso di lui. «Può importarmi di te, senza che sia strano e nessuno dei due pensi che da qualche parte gli Osservatori battano le mani contenti e fieri di noi? Possiamo parlare in modo normale?»

Derek fissò un punto del pavimento a lungo, restando con la fronte aggrottata, prima di rispondergli. «Sì».

«Oh, bene» esalò Stiles con finto tono distratto, dando delle pacche immotivate alle coperte del proprio letto. «Quindi, pensavo… possiamo mangiare insieme domani?»

«Certo» concordò Derek, anche se non sembrò molto convinto.

Stiles provò a intavolare un discorso. «Come ti trovi a lavoro? A volte hai l’impressione che gli altri siano… invadenti

Derek lo guardò perplesso. «Non proprio. È vero che Luigi e gli altri mi chiedono sempre se voglio uscire con loro la sera, e che Diego molto spesso mi ronza intorno raccontandomi annedoti, ma penso che sia perché sanno cosa vuol dire essere appena arrivati qui».

Stiles annuì mordendosi un labbro. «Diego lo fa anche con me, la cosa di ronzarmi intorno, dico. Cerca sempre di coinvolgermi in quello che lui e gli altri fanno e, voglio dire» si grattò la testa, «lo so che non lo fa per essere fastidioso, capisco il principio, ma il più delle volte finisco col dirmi che così facendo, interagendo lui, faccio il gioco degli Osservatori, e non mi va. Così mi irrita» confessò, sentendosi un po’ in colpa.

«Forse basta solo che tu gli dica in modo chiaro che vuoi un po’ di spazio anche se apprezzi il pensiero» gli suggerì Derek. «Non perché Diego è così ingenuo da non accorgersi che hai bisogno di spazio, ma perché in realtà è iperprotettivo: è cresciuto in un branco molto piccolo e dai legami molto stretti» gli spiegò, «è estremamente abituato all’idea che in un gruppo bisogna prendersi cura l’uno dell’altro e proteggersi a vicenda».

«Non lo sapevo» mormorò Stiles, sentendo un’altra fitta di senso di colpa al petto.

Derek scrollò le spalle. «Non credo che sia un argomento che con lui viene spesso a galla: con me ne ha parlato perché da alcuni suoi atteggiamenti ho intuito che è cresciuto in un branco-famiglia, come me, e dopo un semplice scambio di battute leggere me ne ha parlato».

Stiles inspirò a fondo abbracciando le ginocchia al petto. «Mi sto rendendo conto che, da come si muovono qui le persone, è facile dimenticare che anche loro possono provare delle malinconie forti, perché le vedi sempre andare avanti».

«Forse non vanno così tanto "avanti" come credi» sospirò Derek, «forse qui continuano a camminare accanto agli stessi fantasmi che li accompagnavano anche nel mondo reale». Alzò lo sguardo verso Stiles, serio. «A questo punto, non penso che Diego ti abbia detto come mai fa parte della Misericordia».

Lui scosse la testa. «No».

«Il suo branco era piccolo e l’unico formato da margay mannari in tutto il Venezuela, vero, ma con loro c’era un umano, suo zio» gli raccontò. «È stato colpito da una malattia degenerativa incurabile che ha reso impossibile trasformarlo in un mannaro senza danni permanenti, e riusciva a non stare in agonia solo se sotto forti dosi di morfina. Una notte si sono svegliati di colpo per il suono di uno sparo: lo hanno trovato in camera propria, con un buco alla testa. Si era suicidato».

Stiles si morse forte il labbro sentendosi gli occhi lucidi; ebbe dei flash degli ultimi giorni di vita di sua madre.

Derek continuò parlare. «Diego vuole aiutare gli altri come non ha potuto aiutare suo zio, non vuole che l’agonia e la disperazione li porti a uccidersi in malo modo e da soli. Cammina con un fantasma, non sta andando poi così avanti come sembra all’apparenza».

Stiles si passò una mano sulla fronte. «Forse dovremmo camminare anche noi con i nostri fantasmi» mugugnò con amara ironia.

Derek face scattare gli artigli di una mano, li guardò pensoso. «Potrebbe essere una soluzione».

Fissò il tipo di malinconia che Derek aveva negli occhi e, con una sequenza di pensieri e associazioni mentali così veloce che per un lungo secondo gli fece girare la testa, arrivò a intuire ciò che Derek stava pensando. «Non starai pensando mica di unirti alla Misericordia?» boccheggiò incredulo.

Lui esalò a sguardo basso. «Non ho mica criticato il fatto che Diego cammini con i suoi fantasmi».

«Ma non vuol dire che debba farlo anche tu, visto che sappiamo entrambi che non è mica una cosa sana!» sbottò irritato. «Derek, vuoi andare sul serio in giro a fare quello che hai fatto a quindici anni per la tua prima ragazza?»

Lui storse il naso e serrò la mascella. «Non voglio nemmeno sapere come fai a saperlo».

«Peter».

«Un classico» sbottò atono.

«Non puoi davvero volere questo, Derek».

«Forse lo voglio proprio perché ho imparato a quindici anni com’è» replicò duro. «Quelli della Misericordia aiutano le persone, soccorrono i nuovi Inseriti e proteggono i piccoli villaggi autonomi i giorni del 5x1… non sto dicendo che sto andando a unirmi a loro, ci sto solo riflettendo sopra, ma vuoi biasimare davvero la mia voglia di rendermi utile?» concluse con un pizzico di amarezza e frustrazione.

Stiles afflosciò le spalle. «Ascolta» gli disse con tono più basso e calmo, «tu qui sei l’unica persona di cui mi importa: puoi biasimare me se mi preoccupa vederti indugiare in qualcosa che ti porta a scavare in brutti ricordi?»

Derek si limitò a continuare a fissare il pavimento, e Stiles lo interpretò come un silenzio-assenso.

«Ci sto solo riflettendo sopra» borbottò infine Derek.

«Lo so» esalò Stiles, per niente convinto e tanto per chiudere la discussione. Poggiò il gomito su un ginocchio e posò il mento sul palmo della mano. «E, uhm» aggiunse con poca nonchalance, «alla festa araba… ci andiamo?»

Derek scrollò le spalle. «Non so… non è che possiamo proprio stare qui e non fare mai niente».

Stiles assentì piano: Derek non sembrava il tipo da avere una grande vita sociale, ma lì non c’erano neanche piccole cose con cui intrattenersi da soli. «Niente libri, niente TV, luce scarsa… Rischiamo di uscire fuori di testa a breve. Penso che fra non molto mi mancherà pure sentire il ticchettio di un orologio».

Derek grugnì il proprio assenso.

«È solo che…» sospirò Stiles, «a volte temo che Diego, Bhanuja e gli altri potrebbero prendere il posto del branco e… è un pensiero che mi irrita» ammise.

«Comprensibile» mormorò Derek.

«Ma non possiamo davvero stare da soli» affermò con una buona dose di rassegnazione. «Quindi… andremo alla festa araba?»

Derek rispose annuendo, e poco dopo Stiles storse il viso in un’espressione di puro fastidio.

«Che c’è?» gli chiese Derek, perplesso e allarmato.

Lui sbuffò seccato. «Odio fottutamente quando mi viene da pisciare: qui farlo è un’impresa

Derek scoppiò in una risata isterica, ma considerando che era la prima volta che Stiles lo vedeva ridere così, lo prese come un passo avanti.

 

 

 

Il giorno dopo, per la pausa pranzo Stiles si sentì un po’ goffo e in imbarazzo a stare in piazza ad aspettare Derek, ma si erano detti che si sarebbero incontrati lì perché era più breve e rapido che incontrarsi al dormitorio per poi andare a mangiare alla Pipa di Tolkien, quindi Stiles provò a stare lì cercando quantomeno di non attirare troppo l’attenzione altrui.

Quando vide entrare in piazza un carretto guidato da Luigi, si sentì sollevato.

Sul retro intravide della roba verde ammucchiata e tre persone: un ragazzo, una ragazza e Derek.

Non appena il carretto fu fermo, Stiles si avvicinò facendo un saluto impacciato con la mano, e Luigi in maniera calorosa gli presentò gli altri due – lui e Derek invece si scambiarono un piccolo cenno con la testa.

«Guarda quanto sono belle!» esclamò Luigi, indicandogli la piccola piramide di angurie dalla forma allungata che c’era sul retro del carretto. «Sono le prime che raccogliamo, le ho portate qui per assaggiarle!» Nello sguardo aveva così tanto entusiasmo da mettere soggezione.

Stiles annuì cercando di essere convincente. «Uhm, sì, sembrano appetitose». Intravide Derek sorridere scuotendo la testa.

Luigi comunque era troppo preso dall’entusiasmo da notare la sua perplessità; Stiles l’osservò prendere una delle angurie, posarla su un muretto basso della piazza e poi cercare qualcos’altro sul carretto: una sorta di sciabola molto corta.

Con un gesto preciso e sicuro, Luigi spaccò l’anguria a metà, e alla vista di tutta quella polpa rossa e gocciolante, Stiles non poté fare a meno di annusare l’aria, riempiendosi le narici dell’odore zuccherino tipico dell’anguria. Mentre Luigi scambiava degli sguardi soddisfatti con gli altri, Stiles si rabbuiò per un lungo attimo pensando come quell’odore fosse solo frutto di suggestione, ma le sue suggestioni vennero interrotte dal suono di altri colpi di sciabola: Luigi divise metà anguria a grossi spicchi, che cominciò a distribuire ai presenti.

«Assaggia! Assaggia!» l’esortò Luigi, porgendogli uno spicchio. «Dimmi se è buona!»

Stiles dubitava che il suo senso del gusto gli avrebbe lasciato percepire l’anguria come poco saporita, visto l’ampio modo in cui i colori del frutto lo avevano suggestionato, ma non se la sentì davvero di fare il guastafeste, considerando quanto Luigi e gli altri della sua Compagnia avevano di certo lavorato sotto il sole per coltivare quella roba.

Accontentò Luigi mentre Derek faceva lo stesso, e in effetti l’anguria era ottima.

«È davvero buona» riferì a Luigi, con un sorriso.

Lui gli rivolse un’espressione luminosa e contenta. «Già, del resto poi, quando si produce qualcosa da soli, è sempre migliore di quella comprata da altri, perché c’è la soddisfazione di essere riusciti a farla, no?» commentò compiaciuto.

E su quella frase Stiles si morse il labbro, intuendo quello che forse doveva essere nell’Eden il segreto per provare ancora piacere nel mangiare e nel percepire le cose in generale: quello che dava ancora un odore e un sapore alle cose era la soddisfazione in sé di essere riusciti a farle, la cura e la dedizione che si erano messe nel processo.

Quell’anguria era così buona perché Luigi e quelli della sua Compagnia l’avevano coltivata con amore e con impegno assoluto, era per questo che era così bella a vedersi, e di conseguenza così saporita.

Sorrise un po’ commosso e continuò a mangiare.

«Qui a Namasté è la prima volta che seminiamo e raccogliamo angurie» gli raccontò Luigi a bocca piena. «Se il ricavato della loro vendita ai mercati delle contee vicine sarà abbastanza buono, potremo finalmente dedicarci al nostro super obiettivo, quello definitivo!» proclamò, con un brillio negli occhi che lo fece somigliare a un gamer delirante prossimo alla battaglia con un super boss.

«Cioè?» chiese curioso, inarcando un sopracciglio.

Gli rispose dopo un attimo di suspance, con aria solenne. «Cacao».

Stiles sbarrò gli occhi. «Mi stai dicendo che qui non avete il cioccolato?!»

Luigi assentì con aria misera. «Lo so, quarantadue anni di lutto! Ma i semi costano davvero una cifra astronomica, per non parlare di quanto costa il cacao in polvere…» poi si riscosse. «Adesso però siamo a un passo dal poter provvedere!» concluse esaltato.

Stiles sospirò comprensivo.

Finirono l’anguria scambiando altre chiacchiere, poi si separarono per andare a mangiare in posti diversi, dandosi appuntamento a più tardi in quello stesso posto.

Mentre camminavano verso la taverna, Stiles urtò scherzosamente e con affetto la spalla di Derek con la propria. «Ti piace lavorare con Luigi e gli altri. Ho visto quanto eri rilassato quando siete entrati in piazza».

Derek trattenne male un sorriso. «È qualcosa di abbastanza semplice, rispetto a quello a cui siamo abituati».

«In effetti sì» sospirò Stiles, «qua non ci sono continue minacce sovrannaturali da sventare. Cioè, ci sono delle minacce, ma sono di altro tipo» si corresse. «La vita qui per certi versi è meno complicata».

«E nessuno deve nascondere la propria natura» aggiunse Derek.

«Già» esalò, guardandosi intorno: si chiese quanti umani ci fossero in quella strada in quel momento, e che tipo di creature sovrannaturali lo circondassero, dato che tutti preferivano stare con i propri tratti umani. A nessuno importava davvero sapere se eri umano o no – Stiles aveva scoperto soltanto il giorno prima che Bhanuja era un ghepardo mannaro – e si accorse che in fin dei conti non importava neanche a lui, se non per mera curiosità "scientifica".

«Quindi, un punto a favore per l’Eden?» mugugnò Stiles.

Derek assentì, anche se mostrando della velata rassegnazione. «Un punto a favore per l’Eden» ripeté.

Qualsiasi tipo di lato positivo andava bene pure di avere un po’ di sollievo.

Stiles entrò nella taverna precedendo Derek di un passo e salutando Oscar, dicendosi che alla lista delle cose positive poteva anche aggiungere che da oggi in poi avrebbe gustato il cibo senza più deprimersi, anche se era ancora lunga la strada per adattarsi davvero a quella nuova vita.

Chapter Text

 

Il cuore della contea era illuminato a giorno da miriadi di torce sparse per le strade e da un paio di grossi falò; le taverne erano chiuse, ma le botteghe che vendevano prodotti locali erano aperte, e anche se fra la folla qualcuno ogni tanto spingeva troppo, tutta la gente sembrava su di giri e con la voglia di fare festa.

Le varie Compagnie e i commercianti avevano fornito agli organizzatori della festa araba i mezzi adatti e i prodotti giusti per indire quella serata, portando così nella contea l’aria delle loro terre natali per una notte – Bhanuja aveva spiegato a Stiles che a turno ogni etnia indiceva una festa una volta al mese – e in ogni angolo si potevano vedere e annusare i colori e i profumi dell’oriente arabo.

Gli abitanti e gli ospiti non si erano limitati solo ad esporre banchetti con del cibo e delle bevande tradizionali, ma avevano anche organizzato in giro per la contea angoli pubblici in cui si potevano prendere brevi lezioni di balli tipici come la danza del ventre, e la Compagnia dei Cantastorie si stava prestando per narrare su un palco delle storie e delle leggende arabe. Al centro della piazza principale della contea era pure stata allestita una sorta di pista da ballo, su cui la gente si scatenava danzando a ritmo di canzoni sconosciute a Stiles ma indubbiamente di lingua araba.

Stiles si accigliò. «Perché sto sentendo una lingua diversa dalla mia?» chiese, indicandosi l’orecchio e rivolgendosi a Diego, che strattonandolo per una manica lo stava trascinando in avanti fra la folla – Stiles ogni tanto si girava per controllare che Derek li stesse ancora seguendo guardandosi attorno perplesso quanto costipato, tenendo Siobhán a braccetto.

Diego gli sorrise. «Perché i tizi che cantano non sono arabi, ma conoscono lingue arabe: l’incanto sulla lingua scritta e parlata si rompe se ne parli o ne scrivi con intenzione una diversa dalla tua, o se sei poliglotta» gli spiegò, continuando a guidarlo fra la folla.

«Dove stiamo andando?» chiese Derek, urlando quel tanto che bastava per sovrastare il rumore della folla in festa.

«Al banco dei tè e degli infusi! Marjorie ci ha dato appuntamento lì!» rispose Diego indicando con un gesto vago un punto davanti a loro.

Per fortuna, dopo non molto arrivarono alla meta, trovando Bhanuja in compagnia di Marjorie, Theodora e un’altra ragazza che Stiles non conosceva – era strano vederli tutti senza divisa e con abiti più casual, anche se sempre poco moderni, e nessuna delle ragazze indossava una gonna.

Bhanuja stava osservando con occhi pieni di curiosità come un uomo al banco stava preparando quello che Stiles intuì essere tè marocchino alla menta, ma quando li vide arrivare li salutò agitando ampiamente le braccia. «Namasté!» trillò, saltellando.

«Namasté» biascicò Stiles, annuendo un po’ incerto all’uomo del banco che gli chiese se desiderasse anche lui del tè. Era da quando era uscito dal dormitorio che della gente dai tratti arabi e con dei banchetti lungo la strada gli piazzava davanti agli occhi roba da mangiare e da bere gratis, e temeva che di quel passo sarebbe tornando al dormitorio rotolando sulla pancia, ma non che non comprendesse l’eccessivo entusiasmo con cui quelle persone festeggiano le proprie origini ricordandole in quel modo.

«È fantastico, vero?» gli disse Bhanuja, con gli occhi brillanti. «Ogni mese aiutiamo sempre qualcuno a non avere nostalgia di casa, ci sosteniamo a turno!»

«La festa più noiosa è quella statunitense» sottolineò Marjorie con sarcasmo. «È solo una sorta di fiera da McDonald’s».

A Stiles andò di traverso un sorso del tè che stava bevendo. «Namasté anche a te, Marjorie» la salutò sul suo stesso tono, quando finì di tossire.

«Namasté a voi» gli replicò con aria annoiata, facendo un cenno delle testa sia a lui che a Derek. «Vi trovo bene. Siete riusciti a orientarvi e a potere fare delle compere? Vi siete comprati delle mutande? Perché con quanto poco si riesce a lavarsi qui rispetto a quanto si suda, potere indossare delle mutande pulite è come rinascere» li assicurò seria.

Stiles ringraziò il fatto che non stesse bevendo. «Sto cominciando ad avere un debole per i tuoi consigli» ironizzò aspro.

«Mettiti in fila» borbottò lei. Non sembrava di buon umore, ma prima che Stiles potesse chiederle che aveva, lei indicò a lui e Derek la ragazza accanto a lei. «Questa è Linda» la presentò spiccia.

Per un attimo, Stiles provò la sensazione che gli occhi gli stessero per uscire dalle orbite.

Non si aspettava di certo di incontrare per la prima volta Linda "l’assassina" in quel modo.

Era difficile intuire le sue origini, perché aveva dei lineamenti misti – occhi scuri dalla forma allungata, pelle olivastra, labbra grandi e piene e fisico atletico – così come era difficile capire la sua età – più vecchia o più giovane di Marjorie? – ma in cambio la sua aura intimidatoria era perfettamente percepibile al primo sguardo. Aveva il fascino letale di chi sembra che faccia il sicario per guadagnarsi da vivere, il che nel suo caso in parte poteva pure essere vero.

Linda li squadrò dalla testa ai piedi – il laccio di cuoio con cui teneva i capelli neri legati a coda alta ciondolò appena, guidato dal peso delle pietruzze dai colori caldi e dalle tonalità molto scure che c’erano ai capi – prima di porgere la mano prima a Stiles, e poi a Derek. Non appena però il suo palmo tocco quello di Derek, lei assottigliò gli occhi rivolgendo a Derek un accenno di ghigno soddisfatto – o forse sadico – e fissò Derek illuminando le iridi di rosso.

Era un licantropo alpha.

Stiles s’irrigidì sorpreso e preoccupato, nonostante gli altri intorno a loro non sembrassero per niente allarmati di quella mossa. Accanto a lui, però, Derek si immobilizzò altrettanto, e con la mascella serrata sostenne per un paio di secondi lo sguardo di Linda, illuminando gli occhi di blu. Quella sorta di contest di resistenza fra licantropi per fortuna però si concluse nel giro di poco: Derek e Linda si lasciarono la mano con espressione pensosa, anche se Linda non aveva smesso di sorridere compiaciuta – Derek era più difficile da leggere, al momento.

L’unica cosa che trattenne Stiles dal mormorare a Derek di dirgli il significato di quello scambio di sguardi, fu che gli altri mannari presenti e Linda stessa lo avrebbero sentito.

Diego si rivolse a Marjorie, corrucciato. «Ma cos’hai? Ti annuso irritata».

Dal canto suo, lei stava sorseggiando del tè con espressione passiva-aggressiva. «Ho litigato con Raleigh».

Stiles vide che Bhanuja emise un piccolo "oh" dispiaciuta, Siobhán alzò lo sguardo al cielo inespressiva, Theodora scrollò le spalle come a dire "che ci vuoi fare?" e Linda sbuffò una risata nasale scuotendo la testa.

Siobhán si mise a visionare degli eleganti bicchieri da tè di vetro, alti e decorati in argento, in vendita accanto a delle teiere di metallo più lunghe che larghe, interamente incise con strani arabesque. «E stavolta perché?» chiese con aria annoiata.

Lei bevve un lungo sorso di tè facendo parecchio rumore, poi le rispose fissando la folla. «Il villaggio indipendente presso cui era ospite è stato attaccato da un drappello della Compagnia della Resistenza; io sono intervenuta con i miei ragazzi, ma lui non ha voluto lasciare la casa in cui era se prima non avesse recuperato tutti i libri che aveva con sé».

Siobhán la guardò come una madre che ostenta pazienza. «È a capo di una biblioteca, cos’altro vorresti aspettarti da lui?»

«Più amore per la sua vecchia pellaccia da avvocato americano di ‘sto cazzo» borbottò atona.

Siobhán e Theodora si scambiarono uno sguardo e poi sospirarono stanche.

Ismail interruppe quella strana conversazione avanzando verso di loro trascinando dietro di sé un ragazzo dall’aria reclutante. Era molto pallido, con una zazzera di capelli biondo sporco che gli adombrava gli occhi castani; aveva spalle larghe e i muscoli in evidenza, anche se coperti dai vestiti. Non poteva essere molto più vecchio di Stiles.

«Scusate» esalò Ismaael, «ma ho impiegato un po’ a farlo andare oltre la soglia del castello» puntò un pollice all’indietro verso l’altro ragazzo, seccato.

Bhanuja sporse il labbro in un broncio e strattonò per la manica il tipo biondo, per costringerlo a stare al suo fianco. «Logan! Avevi promesso che stavolta saresti venuto!»

Logan. Logan il wendigo.

Stiles non riuscì a non fissarlo morbosamente curioso quanto preoccupato.

Logan per tutta risposta si guardò intorno come se stesse insultando tutta la folla circostante usando lo sguardo. «Alla gente non piace quando vado in un posto in cui si mangia: si chiede se sono venuto a mangiare anch’io».

Bhanuja si mostrò indignata. «Non mangi nessuno da oltre quattro mesi: la gente dovrebbe smetterla di aspettarsi di vederti arrivare con un braccio sanguinante che ti pende dalla bocca!»

«Grazie per l’immagine mentale vivida e a colori» borbottò Stiles, monocorde.

Marjorie roteò gli occhi sorridendo divertita, e s’intromise con tono leggero. «È bello vederti qui, Logan!» gli porse la mano per salutarlo.

Stiles lo vide sorridere felice fissando la mano di Marjorie, e per un intenso e terrificante attimo pensò che fosse perché aveva visto del cibo, poi si ricordò delle parole di Ismail e di come forse nessuno volesse porgere la mano a Logan, e si sentì molto in colpa.

Logan strinse la mano di Marjorie e lei continuò a parlare. «Sono felice di poter finalmente vedere un wendigo integrato nella nostra comunità».

Lui le replicò emanando impaccio. «E io sono felice di non sentire l’urgenza di mangiarti, perché mi sei simpatica».

Bhanuja sospirò paziente passandosi una mano sulla faccia e lo strattonò di nuovo a sé, mormorandogli di non parlare così spesso delle sue urgenze di mangiare umani.

«Voglio del cuscus!» annunciò Marjorie all’improvviso, con l’espressione di una bambina petulante. «È il mio piatto preferito di sempre, andiamo a cercare un banchetto che lo vende».

Linda sembrò illuminarsi di colpo, indicò una direzione. «Ne ho intravisto uno di là».

«Oh, bene!»

«Noi facciamo degli acquisti» disse Siobhán, riferendosi a lei stessa e Ismail – stavano acquistando dei bicchieri dal banco del tè e degli infusi. «Poi vi raggiungiamo».

Camminarono verso il banco del cuscus mentre Diego stava fra Stiles e Derek, indicando loro dei dettagli della fiera e raccontando annedoti con entusiasmo, mentre davanti a loro Bhanuja teneva a braccetto un ancora reclutante Logan, impegnato a insultare in silenzio con lo sguardo ogni passante. Marjorie e Linda chiacchieravano, ma più che altro la prima sembrava esaltata all’idea di riempirsi la pancia.

Quando Diego si allontanò per andare per un attimo a impicciarsi allegro in una conversazione fra Logan e Bhanuja, Stiles attirò l’attenzione di Derek sbattendo piano la spalla contro la sua. Derek lo guardò interrogativo.

«Ma cos’è stato quello scambio di sguardi con Linda?» sibilò Stiles sottovoce.

Lui scrollò le spalle con aria di sufficienza. «Credo che volesse avvertirmi che è un’alpha solo perché può farlo».

Stiles roteò gli occhi. «Licantropi!»

«TU!» risuonò nell’aria.

Lo sguardo di Stiles schizzò verso Marjorie: la vide avanzare in direzione un banco puntando un dito verso qualcuno, e la sua intera posa trasmetteva furia. «Tu!» urlò di nuovo. «Tu lo sapevi che il cuscus è il mio piatto preferito, e sei qui apposta per farmelo andare di traverso!»

Una voce maschile dal tono solenne quanto pieno di meraviglia le rispose ignorando la sua accusa. «Marge! Ti trovo bellissima stasera, quanto un terrificante incendio boschivo!»

Stiles sbarrò gli occhi e provò subito a inquadrare meglio quel tipo.

Era un uomo dall’età indefinita fra i trenta e quarant’anni, dai tratti orientali – cinesi? Giapponesi? Coreani? – più alto di Marjorie – doveva sforare i due metri – e dal fisico prestante. Quello che però spiccava di più della sua persona era che… non poteva essere un comune umano, non poteva esserlo davvero, perché emanava eleganza in maniera del tutto sovrannaturale, da come subito risaltava come il suo corpo fosse curato e allenato a come sorrideva e guardava Marjorie, passando da come stava in una posa composta e precisa dietro un banale banchetto di cuscus tenendo un mestolo in mano.

Dovette fare la stessa impressione a Derek, perché Stiles lo vide subito fissare quell’uomo tenendo le iridi illuminate di blu, come se lo stesse scansionando.

Stiles non aveva mai incontrato una creatura sovrannaturale dalla presenza così forte da essere percepita anche dagli umani.

Marjorie, da parte sua, non sembrava per niente affetta da quel tipo. «Tu» incalzò ancora, voltandosi poi verso Linda, «e tu» indicò anche lei, «tu lo sapevi, mi hai guidata qui apposta! Mi hai tradita

Linda si limitò a guardare il cielo stellato ostentando nonchalance.

«Questa è una congiura per rovinarmi il cuscus!» sibilò Marjorie.

«Marge» le disse il tizio orientale, sorridendo adorante e paziente, «ho partecipato alla festa con del cuscus proprio perché so che è il tuo piatto preferito! L’ho fatto per te

«Non sei neanche arabo!»

«Ma ho vissuto in Tunisia per un incredibile ammontare di tempo, e la mia ricetta personale del cuscus è così buona che ha fatto commuovere la commissione della festa araba al primo assaggio, così mi hanno invitato a partecipare!»

«Questa è appropriazione culturale indebita e corruzione sfacciata! E comunque sei americano!» insisté lei.

«Non proprio. Se dovessi scegliere, direi che sono giapponese».

«Hai vissuto gli ultimi tuoi decenni negli Stati Uniti, quindi sei americano, stai zitto!»

«Ma Marge…»

«Non chiamarmi Marge: non sono una cazzo di Simpson!»

«Perla, allora» la chiamò adorante e sorridente.

Lei inspirò a fondo dal naso emettendo un lungo lamento di frustrazione. «Questa è una cosa che hai pianificato!»

Lui si mostrò corrucciato. «È vero, ma c’eravamo appena rappacificati quando ho pensato di farlo. È stato dopo che abbiamo bisticciato perché non ti ho detto che mi ero rotto due costole e perforato un polmone, ricordi?»

«Perché sei un’incredibile testa di cazzo! A volte mi dico che preferisco ucciderti io che continuare a chiedermi quando qualcos’altro lo farà al posto mio!»

«Ma sono guarito subito, non te saresti neanche accorta se Linda non avesse fatto la spia! E ti ho fatto il cuscus, ne vuoi? L’ho fatto proprio perché ti piace tanto: vivo solo per poterti rendere felice».

«No, tu vivi solo per farmi dannare e farmi venire l’acidità di stomaco e i capelli bianchi! Quando imparerai ad avere più cura del tuo cazzo di culo peloso?!»

Lui sorriso malizioso. «Ora, mia perla, mi tocca correggerti: sai benissimo che il mio sedere è perfettamente glabro».

Marjorie assottigliò gli occhi e lo fissò con furia, lui sostenne il suo sguardo continuando a sorridere compiaciuto. Alla fine, lui le porse una piccola scodella colma di cuscus, lei la afferrò con forza, girò sui tacchi e andò via a grandi passi infilandosi un cucchiaio di cibo in bocca.

Salvo poi tornare indietro e dirgli a bocca piena e arrabbiata che «Il cuscus è ottimo, ma ciò non vuol dire che questo round l’hai vinto tu!»

Lui sorrise raggiante. «Tutto quello che vuoi, mia perla».

Stiles osservò Marjorie marciare via sentendosi… confuso.

«E poi dicono che sono io quello strano» borbottò Logan.

Il tipo sembrò notarli proprio in quel momento: si rivolse loro allargando le braccia, sorridendo cordiale. «Oh! Voi due dovete essere i nuovi Inseriti che non ho ancora conosciuto! Venite, venite!» fece loro cenno di avvicinarsi tornando a riempire scodelle di cuscus.

«Namasté, Fratello Maggiore!» trillò Bhanuja, mentre Logan salutava l’uomo con un cenno del capo.

E Stiles si sentì gelare.

Quello… quello era…

«Raleigh. Raleigh Simmons» si presentò, porgendo loro prima la mano e poi una scodella piena ciascuno.

Era il Fratello Maggiore dalla Confraternita del Drago Scarlatto. Quello che aveva per la prima volta integrato nell’Eden un wendigo e poi l’aveva preso nella propria Confraternita. Quello che aveva un’assassina di stupratori licantropo alpha come Guardia Personale. Quello che era a capo della biblioteca tesoro nazionale dell’Eden.

E che probabilmente andava a letto con Marjorie.

Ora si spiegavano un mucchio di cose. O forse anche no.

Derek pronunciò il proprio nome atono e con espressione neutrale, Stiles invece biascicò il suo nome quasi a fatica.

Raleigh lo guardò interrogativo, anche se sorridendo.

«No, è che…» Stiles provò a inventarsi una scusa, «con un nome simile mi aspettavo qualcuno di più… occidentale?»

Lui sorrise bonario. «Nella mia lunga esistenza ho avuto molti nomi, ma questo è l’ultimo che adottato prima di finire qui, e ho pensato di tenerlo. Comunque» sospirò guardandoli entrambi, cordiale, «benvenuti nell’Eden, terra multi etnica e multi specie in cui, di conseguenza, si riesce a sopravvivere solo se ci si fa i fatti propri!» annunciò con allegra nonchalance.

A Stiles quasi andò di traverso il primo boccone di cuscus che stava facendo.

«Grazie» mugugnò Derek, perplesso.

Raleigh riempì delle scodelle anche per Bhanuja e Linda – Stiles preferì ignorare perché non servì anche Logan – e Stiles e Derek si scambiarono uno sguardo d’intesa e ne approfittarono per congedarsi dicendo che andavano a fare un giro da soli.

Non appena furono abbastanza lontani, Stiles non perse tempo. «Che razza di creatura è Raleigh?!» chiese a Derek, sbottando. «Voglio dire… l’ho percepito pure io che non è umano!»

Derek aggrottò la fronte. «Ho provato a vedere se ha un’aura, ma credo che sia abbastanza forte e allenato da saperla tenere costantemente a bada. Ho poche idee su cosa sia».

«Ok, esponile» lo esortò, riempiendosi la bocca di cibo, perché anche se Raleigh era una creatura ignota, di certo sapeva come fare bene del cuscus.

«Penso che sia qualcosa di molto…» sembrò cercare con cura la parola da usare, «antico».

«Quindi qualcosa di appartenente a delle leggende davvero molto vecchie?»

«Non proprio in quel senso, o forse non solo: credo che sia molto vecchio come età».

«Vecchio quanto?»

Derek strinse forte le labbra assottigliandole, prima di rispondere. «Di secoli».

Stiles boccheggiò, poi trasse dei respiri profondi riflettendoci sopra. «Pensi che sia un drago

Derek lo fissò inespressivo, per nulla colpito.

«Ehi» protestò Stiles, sulla difensiva, «è il Fratello Maggiore di una Confraternita che si chiama Drago Scarlatto!».

«Non può essere un drago» gli replicò sarcastico. «È una specie estinta».

«Cos..?! Aspetta, vuoi dire che un tempo i draghi esistevano davvero?!» chiese sorpreso.

Derek alzò gli occhi al cielo. «Il punto è che non può essere un drago».

Stiles gli pungolò il petto con un dito. «Mi stai solo prendendo in giro, vero? I draghi non sono mai esistiti».

«Non è comunque un drago» evitò ancora una volta di dargli una risposta diretta. Bastardo. «Ma non può essere niente di pericoloso, se ha un ruolo così importante». Poi sembrò riflettere. «Il suo odore è… intenso».

«Di cosa sa?» domandò curioso.

«Terra. Terra asciutta ma non arida, sa di terra compatta ma anche di terra appena arata. Personalmente, non ho mai sentito una cosa simile in vita mia, ma in qualche modo è familiare».

Stiles scrollò le spalle. «Domani chiederò lumi a Bhanuja».

«Oppure» aggiunse Derek con un sorriso furbo, «potresti fare la persona matura e non chiedere in giro che creatura è: non ne discutevamo proprio l’altro giorno a pranzo di come qui a nessuno importi a quale specie appartiene il proprio vicino di casa?»

Stiles inspirò a fondo e sbuffò seccato e sconfitto, tornando a mangiare con aggressività il cuscus – era davvero buono, cazzo.

Per una buona mezz’ora girovagarono per le strade da soli, fermandosi di tanto in tanto a dei banchetti di vendita di manufatti arabi – su curiosa richiesta di Stiles – e accettando offerte di bicchieri colmi di infusi rinfrescanti e dissetanti. Era un po’ come stare dentro una fiera che era anche una grande festa cittadina, e in tutta onestà Stiles non ricordava quando era stata l’ultima volta che era andato a vedere un evento simile; forse da bambino, quando ancora sua madre non stava male, e quel pensiero lo velò un po’ di tristezza e malinconia.

Derek si voltò a guardarlo interrogativo, ma lui scrollò le spalle abbozzando un sorriso, minizzando; Derek continuò a fissarlo fino a quando non fu convinto che fosse davvero "niente". Quello fu il momento in cui Stiles notò come l’uno stesse diventando sempre più ricettivo alle emozioni dell’altro.

Rifletté anche come quella nei fatti fosse la prima volta che era con Derek non per combattere qualche minaccia, ma semplicemente per distrarsi, per uscire insieme, ed era strano: Derek era una compagnia silenziosa, attiva solo tramite espressioni facciali, ma non era noioso, perché comunque stava concedendo a Stiles tutte le tappe che voleva e non sbuffava, anzi spesso indugiava con sguardo curioso su qualche oggetto esposto. Era strano sì, ma piacevole.

Alla fine, vennero raggiunti da Diego e Bhanuja, che accaldati e raggianti li costrinsero ad andare con loro verso la piazza centrale, da dove proveniva della musica orientale ballabile e un gran caos.

«Venite a ballare!» li esortò Bhanuja.

Stiles inarcò un sopracciglio. «Sei certa di volermi vedere ballare?» Tutti facevano sempre finta di non conoscerlo quando alle feste lo vedevano ballare – perché tendeva a muoversi troppo e in maniera esagerata, dicevano – e di solito a lui non importava, ma non si sentiva ansioso di farsi evitare proprio lì che conosceva solo pochissime persone.

Bhanuja obiettò aggrottando la fronte e indicando un punto fra la folla. «Non puoi essere peggio di loro».

Le sopracciglia di Stiles schizzarono all’attaccatura dei capelli; al suo fianco, Derek aveva un’espressione perplessa quanto ironica.

Il loro gruppetto era radunato tutto insieme, e più o meno l’intera contea presente in piazza stava facendo finta di conoscerli. Logan stava provando impacciato e poco convinto a ballare in stile robot – il risultato era assai patetico – al suo fianco Marjorie si muoveva girando su se stessa sculettando a ogni passo, mentre Linda le dava sculacciate a ritmo del pezzo che c’era di sottofondo, e accanto a loro, a dispetto della musica veloce, Siobhán e Luigi stavano facendo la loro versione del ballo della mattonella chiusi nel loro mondo fatto di sguardi timidi. Sullo sfondo c’era Ismaael, addormentato su una panca e con la faccia schiacciata sul tavolo; aveva la bocca aperta.

«Certo che voi sapete come fare festa» commentò Stiles, atono e sarcastico.

«Eddai, vieni!» lo strattonò Bhanuja sorridendo; lui cedette, non prima di trascinare con sé Derek afferrandolo per un braccio.

Una decina di minuti dopo, si ritrovò coinvolto in una strana tarantella e dopo in un girotondo, e non trovò affatto assurdo ridere.

Aveva perso il suo intero mondo, ma forse in fondo poteva trovare ancora cose per cui sorridere.

 

 

 

Dal giorno successivo in poi, fu come se una fitta cappa di nebbia grigia si fosse sollevata dalla testa di Stiles, e ora gli fosse più facile respirare. Il risveglio era ancora la parte più dolorosa della giornata, perché ogni mattina era la conferma che niente fosse in incubo, ma lui e Derek si parlavano di più e adesso aveva più battute e scherzi da scambiare con i ragazzi, e per quanto Stiles fosse ancora molto malinconico e ricco di rabbia repressa nei confronti degli Osservatori, si sentiva anche molto più leggero.

Forse anche prossimo alla totale rassegnazione.

Contribuiva al miglioramento del suo umore anche l’aver lasciato il lavoro alla locanda a favore di quello alla Pipa di Tolkien: i ragazzi della Misericordia venivano più spesso a trovarlo quando era di turno, dato che Oscar non aveva pregiudizi nei loro confronti, e Stiles si sentiva più rilassato, perché era in un ambiente più confortevole e trasparente.

La notte non lavorava mai alla taverna, salvo una volta in cui Oscar organizzò una "Serata Guns N’ Roses".

La Compagnia dei Musicanti da sempre si occupava di recuperare e conservare la musica moderna del mondo reale – in una situazione simile potere essere davvero moralmente di aiuto ascoltare ancora la propria canzone preferita. Negli anni erano riusciti a procurarsi degli strumenti e raggruppare persone disposte a non cantare nella propria lingua madre, e vivevano esibendosi su richiesta – più o meno come quelli della Compagnia dei Cantastorie. Oscar aveva ingaggiato dei Musicanti per cantare solo canzoni dei Guns N’ Roses ed era impossibile che per quella notte la taverna non facesse il pieno.

A essere sinceri, a un certo punto Stiles temette che il locale fosse sul punto di crollare da quanto la gente stava pogando, e non ci fu niente di più strano di vedere persone con vestiti medievali scuotere forte la testa e ballare a ritmo di rock. Fu un’esperienza.

Inoltre, Derek passò la serata alla taverna in compagnia di Siobhán e Diego, e Stiles credette che ciò che portò Derek lì fu il fatto che quando si erano incontrati nell’Eden non avevano passato una sola notte separati, anzi la sola idea dava… ansia. Erano tutto ciò che avevano.

Nonostante gli impegni lavorativi e le piccole briciole di vita sociale, però, Stiles provava uno strano senso di irrequietezza e vuoto insieme, che non era dovuto a quanto gli mancassero le persone care del mondo reale – quello era un altro tipo di vuoto. Ismail aveva ragione: doveva assestarsi, trovare un modo per impiegare il proprio tempo, qualcosa che lo motivasse sul serio a vivere giorno dopo giorno, e fare il tuttofare in una taverna non era il genere di motivazione che faceva per lui.

C’era anche in più la questione economica: quelli della Misericordia erano molto generosi e Luigi non mancava mai di spedire Derek a casa con dei prodotti del campo regalati, ma non potevano davvero approfittare ancora per molto della loro gentilezza, soprattutto perché presto o tardi ci sarebbero stati altri nuovi Inseriti a Namasté, delle persone spaesate che avrebbero avuto più bisogno di aiuto rispetto a lui e Derek.

Dovevano trovare un posto dove stare, o da affittare, ma avevano ancora raggranellato poco, investendo molto in beni che tuttavia erano necessari – come i vestiti. L’unica soluzione per guadagnare tanti soldi in poco tempo era quella di unirsi a una Compagnia o una Confraternita.

Sebbene a Stiles ancora non fosse per niente convinto dell’idea di Derek di unirsi a quelli della Misericordia, di per sé stava sempre più accarezzando l’idea di entrare a far parte di una Confraternita. Quella del Drago Scarlatto sembrava una scelta quasi scontata, considerando i legami che stava sviluppando con Bhanuja e Ismail, e in tutta onestà era davvero curioso di mettere le mani su tutti i libri che c’erano dentro quel castello.

D’altra parte, però, aveva il sospetto che fin dall’inizio l’obiettivo degli Osservatori fosse stato quello di condurlo proprio verso quelli del Drago Scarlatto, dato che era proprio a Namasté che si trovava la biblioteca che custodivano. Non poteva essere un caso che lo avessero portato lì e che avessero messo sulla sua strada i ragazzi di quella determinata Confraternita.

Stiles non voleva fare il gioco degli Osservatori, ma era curioso e aveva bisogno di soldi. Si sentiva davvero indeciso e frustrato.

Tre giorni prima della luna piena, Marjorie inviò sia a lui che a Derek un’email con cui li avvertiva e li informava sugli effetti del plenilunio sugli abitanti dell’Eden, e di come erano organizzati a Namasté per prevenire gli effetti collaterali più pesanti.

Nella contea, in fondo ai campi sul lato est, c’era un piccolo palazzo con tante celle rinforzate a prova di mannaro: su richiesta, i mannari che durante la luna piena avevano problemi a mantenere il controllo potevano passare la notte lì, sorvegliati da squadre di gente della Misericordia. Era un ambiente sicuro e protetto e ogni ospite veniva immediatamente liberato al sorgere del sole.

Di solito nell’Eden, erano solo i mannari che nel mondo reale avevano avuto problemi a mantenere il controllo durante plenilunio ad avere problemi anche lì per quella notte; poteva però succedere che anche un mannaro ben addestrato e maturo potesse inaspettatamente perdere il controllo durante le prime notti di luna piena nell’Eden, per via del troppo stress o della sofferenza psicologica.

Marjorie voleva che sia Stiles che Derek fossero coscienti che potevano chiedere aiuto per chiudere in cella Derek per quella notte come prevenzione, o che comunque Stiles poteva domandare a Siobhán della polvere di sorbo per proteggersi.

Entrambi erano diventati molto silenziosi dopo la lettura di quel messaggio, e Derek si era irrigidito per un lungo attimo; Stiles pensò che per un licantropo la cui intera famiglia era morta bruciata viva perché rinchiusa in un posto non era una bella prospettiva essere rinchiuso per la luna piena.

Tuttavia, Derek annunciò atono che ci avrebbe pensato, magari parlandone prima con Luigi, che era un licantropo senza branco come lui, e che poi avrebbe dato la sua risposta a Marjorie.

«… sempre se tu sei d’accordo» concluse Derek, fissando Stiles di sottecchi.

Lui gli rispose guardandolo interrogativo e aggrottando la fronte.

«Sei tu quello che potrebbe avere a che fare con me, qualora dovessi perdere il controllo» aggiunse Derek atono, anche se Stiles percepì tutto il suo nervosismo.

«Fai solo quello di cui senti il bisogno» cercò di rassicurarlo Stiles con tono neutrale; lui si limitò ad annuire.

Alla fine, Derek lo informò inespressivo che credeva che sarebbe bastato fargli passare la notte in camera ma dentro un cerchio di polvere di sorbo, giusto per cautela, e Stiles assentì andando a procurarsi da Siobhán il necessario per quella serata.

Nell’Eden non c’erano modi molto pratici per calcolare l’ora e il sorgere del sole e della luna con estrema precisione, e nella Contea perlopiù ci si rivolgeva alle quattro meridiane verticali attaccate alle mura dei palazzi più alti, incise su delle lastre di marmo chiaro. Esisteva però la Compagnia degli Astri, formata da persone che nella vita reale perlopiù erano stati degli appassionati di astronomia, non degli astronomi veri e propri, ma che si erano impegnati lo stesso a studiare il cielo del’Eden, a controllare le sottili differenze che c’erano con il cielo del mondo reale e a segnalare alla popolazione sovrannaturale quando si apprestava a succedere qualche fenomeno particolare che avrebbe potuto influenzare loro. Dopotutto, l’Eden era una terra in cui le fasi lunari potevano avere un’importanza fondamentale, considerando la natura dei suoi abitanti.

Il palazzo in cui si riuniva il Consiglio di Namasté era caratterizzato da un campanile – oltre che da una delle meridiane verticali – e all’incirca due ore prima del sorgere dalla luna piena la campana suonò per dei lunghissimi minuti.

A quel segno, tutte le attività commerciali vennero chiuse e ogni lavoratore si ritirò a casa. Mentre Stiles tornava al dormitorio dalla Pipa di Tolkien, deglutì a fatica notando come della tensione sottile stesse avvolgendo tutta la contea: gli abitanti camminavano a passo svelto e con le spalle rigide, i passanti evitano di guardarsi negli occhi ed era certo che anche gli umani stessero assorbendo la frustrazione di tutti i mannari.

Era diverso che stare in una città del mondo reale dove solo in piccola parte la popolazione era sovrannaturale: nell’Eden la luna piena era un evento mensile di importanza rilevante, perché la percentuale di cittadini di natura sovrannaturale era altissima.

Siobhán sarebbe rimasta al dormitorio, mentre Diego sarebbe andato a fare la guardia al palazzo con le celle, perché non aveva problemi da molti anni con la luna piena. Ismail aveva inviato un messaggio a Stiles.

"Nel caso questa notte tu dovessi restare da solo perché Derek preferisce stare in cella, sappi che puoi venire da noi al castello della nostra Confraternita. Abbiamo dei dormitori, e io e Bhanuja in pratica viviamo qui da sempre, ma lei per questa notte vuole stare chiusa in cella, quindi sono da solo e non c’è problema se vuoi farmi compagnia.

Ti pregherei solo di non accennare a Bhanuja che ti ho detto che passerà la notte in cella, è un argomento delicato: lei fa finta di niente, ma nelle ultime settimane sta soffrendo molto perché gli Osservatori l’hanno avvisata che la condizione del suo corpo nel mondo reale non è più reversibile; ha scelto di rinchiudersi perché non si sente molto emotivamente stabile. Noi stiamo cercando di sostenerla assecondando la sua voglia di distrarsi.

Fammi sapere presto se ti va di venire al castello!"

Stiles aveva declinato l’offerta ringraziandolo però di cuore, e poi si era morso forte un labbro dandosi dell’idiota. Sapeva che di certo non avrebbe mai saputo interpretare bene determinati comportamenti di Bhanuja e capire cosa le stesse passando sul serio per la testa, sia perché la conosceva da pochissimo, sia perché forse lei aveva ricevuto quella notizia prima che loro due si conoscessero, ma si diede lo stesso dell’idiota per non aver capito. E in sostanza bruciava anche che, mentre magari lui pensava che lei e Diego erano fastidiosi perché cercavano troppo di coinvolgerlo nei loro discorsi a pranzo, Bhanuja in realtà nel frattempo aveva a che fare con pensieri simili e nonostante tutto ciò non la fermava dal tentativo di provare a integrare Stiles nella contea per farlo sentire meglio.

Quella era proprio una situazione del cazzo.

Nel dormitorio, nella camera in cui dormivano, Stiles con gesti affrettati e mani un po’ tremanti mise in una sacca di tela del cibo che poteva essere mangiato a morsi – un paio di mele, formaggio tagliato a pezzetti e del pane – perché Derek non voleva portare con sé dentro al cerchio di polvere di sorbo nessun oggetto tagliente che lui stesso potesse lanciare addosso a… Stiles, qualora perdesse il controllo.

Aggiunse una borraccia d’acqua, chiuse il sacco e si voltò verso Derek, che stava preparando in un angolo della stanza delle coperte a terra su cui passare la notte, dato che non era pratico né sicuro includere il letto nel cerchio – era attaccato alla parete, e sapevano che Derek era anche in grado di sfondare dei muri con i pugni.

Consegnò il cibo a Derek e poi osservò incerto il punto in cui avrebbe dovuto chiuderlo e bloccarlo.

«Ehi» lo richiamò Derek, «andrà bene. È solo una precauzione».

Stiles assentì poco convinto.

Derek si sedette sulle coperte, Stiles inspirò a fondo e cominciò a tracciare il cerchio con la polvere. Non appena concluse il lavoro, notò subito come le spalle di Derek si erano irrigidite.

«Amico, non penso che sia stata una buona idea» borbottò Stiles, accigliato, «e se l’essere bloccato qui dentro non facesse altro che irritarti di più, sollecitando così la tua parte animale?»

«Preferisco così che non avere alcuna barriera o restrizione» gli rispose atono.

«Avremmo potuto anche passare entrambi la notte alle celle» osservò Stiles, «sarei rimasto con te, fuori dalla tua porta».

Derek arricciò il naso. «Già, sarebbe stato fantastico immaginarti in un posto pieno zeppo di mannari fuori di sé e aggressivi».

«Ma sono ognuno nella propria cella!» obiettò. «Ci hanno detto che è un posto sicuro!»

«Preferisco verificare di persona, prima di dire che un posto è sicuro».

Stiles roteò gli occhi.

Derek sospirò stanco. «Ascolta… è solo che non mi piace l’idea di passare lontano da te la luna piena nell’Eden: cerca di capire, sei l’unico legame che ho con il mondo reale, e questo è un posto pieno di mannari… preferisco essere con te, nel caso dovesse succederti qualcosa».

Quella confessione spinse Stiles ad afflosciare le spalle espirando a fondo; indietreggiò fino a sedersi sul letto di Derek – il più vicino al cerchio di polvere di sorbo. «Non sei l’unico a essere ossessionato da pensieri simili, sai?» mugugnò, slacciandosi piano gli stivali. «Certi momenti, mentre sono a lavoro, vengo colto dall’ansia: mi chiedo se stai bene, se ai campi è successo qualcosa di brutto di cui ancora non so niente… Siamo tutto ciò che abbiamo». Portò i piedi sul letto e abbracciò le gambe piegandole verso il petto.

«Ma stai meglio, rispetto a quando siamo arrivati qui?» gli domandò Derek, neutrale.

Lui annuì appena. «Più o meno. Tu?»

«Anch’io» scrollò le spalle.

Stiles stava cercando un altro argomento per continuare quella conversazione, quando sentì alzarsi l’ululato di svariati animali. Si voltò di scatto verso la finestra: il cielo era ancora chiaro e la luna era appena visibile, ma i mannari della contea stavano reagendo in quel modo – almeno i canidi.

Si girò a guardare Derek e lo vide a testa china, che si stropicciava forte gli occhi con la punta delle dita. «Tutto ok?» gli chiese.

Derek trasse un lungo respiro tremante, aprì gli occhi e alzò la testa verso di lui. Aveva le iridi blu. «Sì, è solo che… sentire tutti questi ululati…»

«Ti innervosisce?»

Lui scosse appena la testa, sorridendo malinconico. «No, tutt’altro. Sono dei semplici richiami, segnalano la loro presenza e che stanno bene. Un’intera città che ulula per rassicurarsi è qualcosa di… forte».

«E struggente» aggiunse Stiles. «È qualcosa che porta con sé un sentimento forte e struggente, e quelli come te lo percepiscono nell’aria» intuì.

Derek assentì. «Non è come essere un branco, ma non è neanche come essere qualcosa meno o più di un branco. E per via del numero di elementi è intenso».

«Ma tu stai bene?» incalzò Stiles.

«Sì, sono solo un po’ schiacciato dalle sensazioni provate». Scrollò la testa come a scuotersi con forza, e quando riaprì gli occhi le sue iridi erano tornate del loro colore umano.

Stiles andò a sciacquarsi le mani in una bacinella piena d’acqua che tenevano in stanza, perché intendeva sgranocchiare qualcosa per passarsi il tempo, e tornò a letto tenendo sulle gambe incrociate un paio di mele. «In questi giorni con Luigi hai parlato solo della luna piena?» domandò a Derek, soppesando un frutto sul palmo della mano.

Derek a propria volta aprì il sacco di tela con il cibo per imitarlo. «No, fra lui e gli annedoti che mi racconta Diego ho raggranellato parecchie informazioni». Incise la mela con un morso.

«Del tipo?» incalzò, affondando poi i denti nel frutto.

«Hai sentito parlare del "Regno"?» ribatté Derek aggrottando la fronte. Gli rispose annuendo incuriosito, e lui continuò a parlare. «Il Re ha stretto un patto con gli Osservatori, e ora l’unico modo in cui può morire è per mano altrui, per assassinio: vive qui da oltre trent’anni».

Stiles sbarrò gli occhi. «Che cazz… Com’è possibile una cosa del genere?»

Derek aveva sul viso una finta espressione seria intrisa di sarcasmo. «Gli Osservatori hanno trovato interessante il suo operato, così, quando il suo vero corpo si stava disfacendo nel mondo reale, gli hanno fatto una proposta: se era disposto a calcare a oltranza il suo ruolo da Re, loro avrebbero reso la sua coscienza parte dell’incantesimo che forma l’Eden e che ci tiene qui».

Stiles boccheggiò confuso. «Quindi… non ha più un vero corpo ma solo una sorta di spirito immortale?»

«Più o meno. Ormai non esiste più nel mondo reale, ma solo nell’Eden, e fino a quando agirà come un Re, sarà immune dagli ordini degli Osservatori. L’unico modo per liberarsi di lui è ucciderlo».

«Non capisco…» mormorò Stiles, fissando confuso i morsi scavati nella sua mela, «cos’ha di speciale il suo Regno che gli Osservatori vogliono mantenerlo?»

Derek deglutì un boccone. «Vuole unificare l’Eden. Pensa che l’Eden è abitato da individui troppo diversi fra di loro, visto che apparteniamo tutti a specie diverse, quindi per mantenere l’Eden forte e farlo sopravvivere a lungo vuole unire tutte le risorse e tutte le terre in un unico Regno».

Stiles sbuffò sarcastico. «Non suona per niente come se volesse in realtà comandare solo lui e basta, vero?»

Derek assunse un’espressione seria, guardò Stiles dritto negli occhi. «È interessato a mettere le mani sulla biblioteca del Drago Scarlatto».

Stiles s’immobilizzò. «Perché? Vuole distruggerla?»

Fece cenno di no con la testa. «Vuole privatizzarla, possederla. Del resto, quella biblioteca contiene in sé tutto quello c’è da sapere sull’Eden». Sorrise sarcastico. «Tantum possumus quantum scimus».

Stiles aggrottò la fronte. «Eh?!»

Lui lo guardò ostentando pazienza, un po’ seccato. «Sapere è potere, una delle massime di Francesco Bacone».

Sospirò stanco. «Non mi chiederò più perché i libri che ti vedo leggere hanno sempre un aspetto così antico».

Derek sospirò più forte di lui. «In breve, il Re vuole la biblioteca perché è una fonte di potere. Ormai sono un paio di decenni che la Confraternita del Drago Scarlatto prova a tenerlo con discrezione lontano da Namasté».

«Ha provato ad attaccare direttamente la contea?»

«No, è molto più sottile di così». Mise da parte il torsolo e prese l’altra mela. «Predica sull’unione, fa in modo che le risorse dei piccoli villaggi indipendenti si esauriscano per spingerli ad annettersi al suo territorio… Luigi dice che di certo ha traffici loschi che gli permettono di lanciare accuse false in grado di scatenare guerre contro le terre libere, ma è Linda a capo delle indagini, lui non ne sa quasi niente».

Stiles con il dorso della mano si asciugò del succo di mela che gli era scivolato dall’angolo della bocca. «Non so da che parte cominciare a dire che questo è inquietante. Cioè» specificò, «gli Osservatori stanno deliberatamente mantenendo quest’uomo libero e semi immortale per vedere l’effetto che ci fa

«Non è solo questo» aggiunse Derek, «cosa pensi che succederà quando qualcuno riuscirà a ucciderlo e il suo trono resterà vacante?»

Stiles fu percorso da un brivido. «Qualcun altro prenderà il suo posto, possibilmente chi lo ha assassinato: mi chiedo allora come mai sia ancora vivo» osservò gelido.

«Predica bene» sospirò Derek. «La gente qui è piuttosto cosciente di quanto le risorse per poter sopravvivere siano limitate. Certo, sono limitate anche nel mondo reale, ma l’essere su una terra molto più vasta rende questa preoccupazione dormiente, almeno in maniera parziale» scrollò le spalle. «Chi ha paura o chi si sente troppo debole per stare da solo cade facilmente preda di certe prediche sull’unione».

«Vorrei dire che trovo questo Re talmente inquietante da superare qualsiasi standard» commentò Stiles, «ma poi ricordo che abbiamo conosciuto anche Gerard Argent».

«E sua figlia è lì fuori» aggiunse Derek, facendo un piccolo cenno della testa verso le sue spalle, come a indicare cosa c’era oltre le mura della contea.

Stiles si passò una mano sulla fronte. «Certi momenti preferisco non pensarci». In un mondo come quello, Kate aveva molte più scuse per dare fondo alla propria follia omicida, e forse gli Osservatori volevano proprio questo, studiare le sue reazioni più oscure incoraggiandole.

«Il Re non è l’unico a cui gli Osservatori hanno concesso un privilegio simile» l’informò Derek, atono.

«Cosa?!» sbottò boccheggiando e sbarrando gli occhi.

«Ci sono alcuni che credono davvero che ciò che stanno facendo gli Osservatori sarà utile in futuro» continuò Derek, «che questo "sacrificio" sia necessario per potere un giorno costruire una nuova società in cui gli umani e le creature sovrannaturali potranno convivere in maniera pacifica alla luce del sole» le sue parole furono intrise di sarcasmo affettato. «Non sono propriamente una Compagnia o una Confraternita, più che altro si atteggiano come una setta: si fanno chiamare i Devoti Sacrificali».

«E sono tutti semi immortali?» chiese Stiles, sentendo la testa girargli.

«No, per fortuna, solo la loro leader, tale Lucinda» espirò forte. «Luigi dice che si comportano come dei Testimoni di Geova particolarmente aggressivi».

«Cosa fanno?»

«Vivono al di fuori delle Contee Libere, spesso campeggiano nelle foreste, ma non si sa dove sia di preciso la loro sede principale. Cercano sempre di convincere chiunque a vivere nell’Eden senza opporsi al condizionamento degli Osservatori, per facilitare il loro operato, quindi non sono in buoni rapporti con tutti» ironizzò.

«Quanto sono aggressivi?» domandò Stiles.

Derek espirò a fondo. «Per quanto mi ha raccontato Luigi, di solito cercano sempre di attaccare sia quelli della Misericordia sia quelli del Drago Scarlatto. I primi perché aiutano le persone a lasciare l’Eden prima del tempo, sostenendo il loro suicidio e rovinando così i piani che gli Osservatori avevano per studiare queste persone» ostentò un dispiacere falso, «i secondi perché raccolgono dati per capire e prevenire le mosse degli Osservatori, rovinando così anche loro i piani di ricerca».

Stiles si passò di nuovo la mano sulla fronte. «Non mi meraviglia che abbiano reso la loro leader semi immortale».

«Questo è un mondo ricco di pericoli» osservò Derek, con sguardo vago e tono quieto quanto monocorde, e poi alzò gli occhi per puntarli in quelli di Stiles, «e non c’è una via di fuga. Non c’è».

A quell’affermazione, Stiles strinse i pugni, ma non si irrigidì più di tanto, né replicò piccato, perché purtroppo più passava il tempo più aveva conferme su quanto fosse impossibile scappare.

Stiles aveva sperato di avere qualche buona notizia sulle Compagnie che da anni provavano a svegliarsi dall’Eden, ma non aveva saputo nulla di positivo: aveva chiesto a Diego informazioni sulla Compagnia della Resistenza, quella a cui Marjorie aveva accennato durante la festa araba, ma era rimasto basito dal modo in cui agivano. "Resistevano" agli Osservatori cercando di portare il caos e rifiutando l’idea di organizzarsi in contee, villaggi e regni per sopravvivere. Secondo loro, l’anarchia e il caos avrebbe portato gli esperimenti degli Osservatori a fallire, e di conseguenza l’unica soluzione sarebbe stata quella di svegliare le cavie. Erano violenti e aggressivi, molto violenti e aggressivi.

C’erano altri che per risvegliarsi provavano a sperimentare droghe sempre più forti, per sovra-stimolare di proposito i sensi e la coscienza, sviluppando dipendenze che li rendevano sempre più imprevedibili e pericolosi – di base, chi faceva ciò, aveva già provato delle droghe nel mondo reale.

In sostanza, nell’Eden erano ormai tutti rassegnati a sprofondare sempre più giù prima di morire.

«Ciò però non vuol dire che ci dobbiamo comportare assecondando gli Osservatori» borbottò Stiles, a sguardo basso e serio quanto nervoso. «Non posso stare qui e vivere il resto della mia vita, gli ultimi dieci anni della mia vita, senza fare qualcosa».

«Puoi sempre unirti a una Compagnia o una Confraternita» suggerì Derek, serio e atono.

«Lo so» sbottò Stiles. «È solo che così facendo mi sembra di fare il gioco degli Osservatori. Tu hai smesso di riflettere sopra al fatto di unirti alla Misericordia o meno, vero?» gli chiese con un sorriso triste. «Perché hai già preso la tua decisione».

Derek rispose abbassando lo sguardo e storcendo appena la bocca.

«Non è che non ti capisco» aggiunse Stiles, «perché come ho già detto sento il bisogno anch’io di rendermi utili, è solo che mi spaventa a morte l’effetto che potrebbe avere su di te questa scelta, temo quali parti di te potrebbe scuotere o riportare a galla».

«Apprezzo la tua preoccupazione» scandì bene Derek, deciso, «ma credo che saprò cavarmela».

Stiles assentì a fondo assentendo. «Quindi… hai già parlato con Marjorie?»

Lui scosse la testa. «Non ancora, ma lo farò presto: fra non molto ci sarà il prossimo 5x1, avranno bisogno di rinforzi».

Stiles serrò la mascella e si trattenne dal dire che non gli andava l’idea di sapere Derek fuori dalla contea impegnato ad avere a che fare con degli assassini proprio la sera in cui tutti erano pagati per uccidere: Derek era il suo unico vero legame con il mondo reale, l’unica persona di cui lì potesse sul serio fidarsi, e non voleva perderlo, lo voleva al sicuro, ma non aveva neanche voglia di discutere con lui finendo così col perderlo in altri modi. In più, l’osservazione di quanto ormai fosse vicino il prossimo 5x10 gli aveva appena fatto notare da quanto tempo ormai fossero nell’Eden: quando erano appena arrivati, dall’ultimo 5x1 era passata una settimana scarsa.

Stiles provò a smorzare l’atmosfera, anche se non riuscì a non sprizzare sarcasmo da ogni sillaba. «Non vedo l’ora di vederti con la loro divisa nera». Derek sospirò ostentando pazienza, ma non aggiunse nient’altro.

Dopodiché, trascorsero buona parte della serata e della notte a parlare insieme delle informazioni che singolarmente avevano raccolto sulle Compagnie e Confraternite dell’Eden, fino a quando non si addormentarono stanchi in posizioni scomposte.

Quando Stiles si svegliò perché dei raggi del primo sole del mattino lo avevano colpito sulle palpebre, non restò sorpreso di vedere come lui e Derek avessero dormito l’uno rivolto verso l’altro, senza però dare le spalle alla porta.

Osservò Derek rilassato per qualche secondo, poi inspirò a fondo e, stando ancora mezzo sdraiato sul letto, si protrasse fino a dare una manata secca sulla linea di polvere di sorbo, per spezzarla e liberare Derek.

Per un attimo si chiese se quello fosse stato un gesto simbolico.

 

 

 

Stiles era ancora abbastanza indeciso sull’unirsi o meno alla Confraternita del Drago Scarlatto, soprattutto perché a volte la domanda di cosa mai volessero ottenere gli Osservatori portandolo su quella strada gli procurava un brivido freddo.

Gli Osservatori lo avevano fatto materializzare proprio vicino a Namasté, contea fondata dalla stessa persona che aveva fondato quella Confraternita e luogo in cui sorgeva la famosa biblioteca dell’Eden – e da quello che aveva capito era anche l’unica biblioteca dell’Eden. Sembrava che lo stessero spingendo in qualsiasi modo a diventare un confratello, e quello era un dettaglio sospettoso.

E Stiles tra l’altro non amava fare quello che gli altri gli dicevano di fare.

Vinto comunque dalla curiosità decise di fare almeno una visita al castello.

Chiese a Oscar di poter prolungare un po’ la propria pausa pranzo e da solo si recò alla biblioteca. Restò appena un po’ amareggiato e malinconico quando si rese conto che ormai riusciva a camminare per la contea in solitudine senza perdersi: più quelle strade per lui diventavano familiari, più il ricordo delle vie di Beacon Hills perdeva luce, vivacità e calore.

Il castello, per quello che ne sapeva Stiles, era quasi interamente una biblioteca; Diego, che c’era stato più volte dentro, aveva raccontato a Stiles che gli unici posti che dentro quelle mura non erano infestati da libri erano i dormitori dei confratelli – ma solo perché all’interno delle sezioni della biblioteca ognuno aveva un proprio posto dove scrivere, leggere e fare ricerca – e le cucine. Anche se non sempre.

L’edificio sorgeva nel punto più alto della contea – che era costruita intorno a esso – e anche se si limitava a spiccare sulle altre case, non le sovrastava propriamente. Giunto davanti all’entrata, Stiles si aggiustò sulla spalla la tracolla che aveva con sé e si fermò per un attimo ad osservare da vicino il castello con più occhio per i particolari.

Era costruito in pietra grigia, e più che estendersi verso l’alto si espandeva in largo, ed era del tutto privo di tetti a punta; le torri erano alte ma non imponenti, larghe e tonde e dalla merlatura quadrata. Doveva essere ispirato ai primi castelli medievali europei: era spoglio di decorazioni architettoniche esterne ed era miglia lontano dal somigliare al tipico posto dove abitava la principessa di una favola. Sembrava più che altro una solida ma confortevole fortezza abitata perlopiù da soldati. O un luogo leggendario dove trovare un drago a difesa delle mura.

Stiles s’incamminò verso il gigantesco portone a doppia anta di legno provando a scorgere delle facce familiari nel drappello di confratelli e consorelle che erano lì di guardia. Non ebbe però bisogno di sforzarsi troppo, perché entro pochi secondi vide qualcuno sbracciarsi per attirare la sua attenzione chiamandolo con voce allegra.

«Stiles, fratello!» lo salutò Ismail, stringendogli la mano in maniera calorosa quanto virile – Stiles notò di sottecchi come tutti i membri presenti della Confraternita lì intorno tenessero le proprie armi a vista, Ismail incluso.

«Ehi» lo ricambiò Stiles, abbozzando un sorriso e sentendosi un po’ in soggezione, perché la soglia di quel portone in qualche modo emanava solennità, e i compagni di Ismail, anche se non avevano un’espressione propriamente fredda, tenevano comunque una posa formale.

«Cosa ti porta qui?» gli domandò, col suo solito entusiasmo quieto ma sincero. «Hai finalmente deciso di accettare la mia proposta di visitarci?»

«Beh, sì» annuì Stiles, cominciando a sentirsi un po’ più sicuro, se non altro per quell’accoglienza, «e mi piacerebbe in particolare fare una ricerca».

Ismail gli posò una mano sulla spalla. «Vieni pure da questa parte» lo invitò, «prima di farti entrare dobbiamo registrare il tuo nome e quando sei entrato». Gli indicò un punto che stava appena dopo la soglia del portone, lungo il corridoio breve ma simile a un tunnel molto alto che doveva portare all’ingresso vero e proprio del castello: c’era una scrivania di legno dall’aspetto scuro e massiccio, dove due consorelle erano già impegnate a far firmare un grosso libro a un altro visitatore. «È solo una semplice prassi per tutelarci».

«Certo» assentì, «lo trovo logico» prima che però potesse aprire di nuovo bocca per commentare oltre quel dettaglio, qualcosa di molto lungo e duro, simile a un bastone, gli bloccò il passaggio in maniera così brusca e veloce da colpirlo allo stomaco e fargli pure male, abbastanza da fargli emettere un mugolio di dolore e protesta.

Sì massaggiò la pancia indietreggiando accigliato, guardando meglio cosa lo avesse colpito: una spada dentro un fodero. Chi era il pazzo che aveva pensato bene di bloccargli il passaggio con una spada?!

«Philip» si lamentò Ismaael, seccato, «che cosa stai facendo?»

Stiles alzò di più lo sguardo, verso il proprietario della lama, ritrovandosi davanti un ragazzo più basso di lui, dal viso tondo, la faccia da ragazzino e i capelli castani chiari tagliati in un modo che lo facevano sembrare appena uscito da un film sui Beatles. Vestiva un’espressione altezzosa come se fosse un abito più che perfetto per lui.

«Non ti sei assicurato prima di controllare chi è» rispose Philip, atono, rivolgendosi solo a Ismail come se Stiles non ci fosse.

«È un mio amico» gli ribatté Ismail, e sembrava sinceramente stupito di quell’obiezione. «Lo conosco, mica faccio entrare chiunque nel castello».

«Ero rimasto al punto in cui anche tu rispettavi la procedura» insisté ancora privo di tono.

Ismail stava per controbattere, ma Stiles gli sbatté piano una mano sul braccio, non volendo creare tensioni proprio durante la sua prima visita alla biblioteca. «Andiamo, Ismail, controlla chi sono davvero e procediamo» disse paziente.

Ismail espirò stanco e fece un cenno con la testa verso Philip. «Forza, perché non controlli tu?»

Solo allora Philip si voltò verso Stiles, guardandolo con espressione annoiata. «Nome?» gli chiese.

«Stiles Stilinski».

Philip aprì il suo account personale, lesse se il nome pronunciato da Stiles combaciava con quello che compariva sopra la sua testa e richiuse la finestra con un gesto secco. «Può andare» biascicò con la faccia di chi sta facendo un grossissimo favore a qualcuno, seccandosi, e girò sui tacchi andando via all’istante, lasciandoli lì senza aggiungere altro.

«Grazie tante» sbottò Ismail, scocciato ma non innervosito e agitando le braccia in direzione di Philip; poi si voltò verso Stiles. «Dai su, andiamo a registrarti».

Stiles aspettò che le due consorelle alla scrivania appuntassero il suo nome e gli facessero firmare il libro delle visite, prima di chiedere lumi a Ismail. «Ma qual è il problema di quel tipo?» domandò infastidito, inarcando un sopracciglio.

«Lascialo perdere» sospirò scuotendo la testa. «Philip non ce l’ha con te, ma con me: gli brucia che Raleigh mi abbia scelto come Castellano alla morte del mio predecessore, perché voleva lui questo ruolo». S’incamminarono verso il grande cortile che si vedeva alla fine del corridoio a tunnel.

Stiles aggrottò la fronte, incuriosito. «Cosa fa un Castellano?» Finora non gli era capitato di sentire di Confraternite che ne avessero uno, ma del resto il Drago Scarlatto era l’unica organizzazione ad avere un castello.

Ismail abbozzò un piccolo sorriso fiero che intenerì un po’ Stiles. «Protegge e custodisce il castello, questo castello» specificò. «Mi occupo di pianificare la manutenzione dell’intera struttura e della cura delle sezioni e dei libri, ma conosco anche tutti i passaggi segreti di questo posto e calcolo sempre come proteggere queste mura in caso di assedio o attacco. Guarda» infilò una mano oltre il colletto della casacca d’ordinanza ed estrasse da lì sotto una catena bronzata, da cui pendeva quella che aveva l’aria di essere una chiave molto artistica di un forziere misterioso – sembrava molto vecchia, era di ottone ed era decorata con tre diaspri rossi dalla forma tondeggiante ma irregolare.

«Ovviamente» aggiunse Ismail mostrandogliela, «questa non è davvero la chiave del castello» sorrise, «ma è il simbolo del mio ruolo» sorrise fissando ammirato la chiave nella propria mano.

«È molto bella» commentò Stiles, sorridendo a sua volta e sincero – quell’oggetto aveva sul serio un certo fascino antico. Ripresero a camminare verso il cortile, a passo lento.

Ismail rimise la chiave a posto. «Philip è uno dei pochissimi cacciatori della nostra Confraternita» lo informò, «perché di solito qui i cacciatori umani preferiscono un ruolo un po’ più "attivo", diciamo, roba come quella della Misericordia» spiegò gesticolando. «Ma lui appartiene a una grande famiglia britannica di cacciatori…»

«Ah, è inglese?» lo interruppe di colpo Stiles, sarcastico e inarcando un sopracciglio. «Con quei capelli alla Beatles non lo avrei mai detto».

Ismail scosse la testa ridendo e continuò a parlare. «Comunque, i suoi parenti, da come ne parla lui, sembrano essere imparentati con Giles di Buffy» ridacchiarono insieme, complici. «E quindi» proseguì Ismail, sospirando, «lui si sente un pezzo grosso, uno che secondo lui dovrebbe meritare il ruolo di Castellano per via della sua brevissima esperienza nel mondo reale come cacciatore: aveva appena "debuttato" quando lo hanno preso e portato qui».

«In pratica è uno stronzo» commentò Stiles inespressivo.

Ismail ciondolò la testa. «Non proprio: è affidabile e in effetti sa come fare il suo lavoro, è solo che è troppo presuntuoso e invidioso».

Entrarono nel cortile e per un lungo attimo Stiles restò con il fiato mozzato in gola.

Il cortile era un larghissimo dodecagono regolare circondato da portici, tappezzato di erba verde e cespugli che emanavano un profumo fresco che sapeva appena di agrumi; era percorso da sentieri piastrellati di pietra bianca e costeggiati da panche di marmo. Appena sotto l’arco di ogni portico c’erano delle targhe di marmo con delle indicazioni – Mannari, Spiriti, Magia… – che probabilmente stavano a dire verso quale macro-sezione si andava da quella parte.

«Purtroppo ti posso accompagnare fino a qui» gli disse Ismail dispiaciuto, «perché sono di guardia, ma comunque ti basterà seguire le indicazioni» puntò un dito verso una delle targhe, «che troverai all’entrata di ogni sala, per capire dove andare. Oppure potrai chiedere aiuto a uno dei miei confratelli: ci riconoscerai dalla divisa» sorrise incoraggiante.

«Grazie» biascicò, sentendosi di nuovo andare in soggezione davanti a tutta quella… roba.

«Se mi dici cosa vuoi cercare, ti guido fino al primo ingresso» lo spronò Ismail.

«Banshee» rispose, sentendosi la bocca un po’ secca.

Ismail gli posò una mano sulla spalla e lo spinse piano a seguirlo fino a un’arcata sotto cui c’era scritto Spiriti. «Dopo essere entrato nella prima sala, quella con le informazioni generali, cerca la porta che conduce alla sezione dedicata agli spiriti femminili, e da lì quella dedicata alle banshee» gli spiegò.

«Grazie».

«Di niente!» gli diede un paio di pacche affettuose sulla spalla. «Ci vediamo, fratello!»

Stiles l’osservò allontanarsi e poi si guardò intorno più volte, spaesato quanto incuriosito, facendo ribalzare lo sguardo da un viso all’altro delle persone lì presenti che leggevano o chiacchieravano fra di loro a voce molto bassa. Infine si riscosse e seguì le direttive di Ismail.

Una volta entrato nella prima sala, non riuscì a smettere facilmente di camminare col naso per aria e la bocca aperta, sbattendo in modo goffo contro chiunque e mormorando delle vaghe scuse: quel posto aveva finestre alte e strette come quelle delle antiche cattedrali, e ogni tre file di scaffali di libri – fatti di legno massiccio e scuro – c’era una fila di tavoli a cui persone comuni e confratelli e consorelle leggevano o scrivevano – con piume e inchiostro oppure penne stilografiche, su pergamena – e il silenzio lì sembrava intriso di magia.

Si sentiva in parte fuori posto e in parte anche nell’unico posto dove mai avesse ragione di essere. Era sconcertante.

Trasse un paio di respiri profondi e cercò la porta con la scritta Spiriti femminili; si ritrovò in una sala più grande della prima, percorsa da una balconata interna su cui dovette salire, perché una targa gli indicò che la sezione delle banshee era al piano di sopra.

Una volta arrivato alla meta, si ritrovò col fiato corto – e non seppe se fu perché aveva camminato davvero tanto oppure perché quell’ambiente e la sua atmosfera gli toglievano davvero il fiato – e si guardò intorno assai confuso e con un leggero mal di mare.

Da dove poteva cominciare adesso che era lì?

C’erano montagne di libri, oceani e intere catene montuose di libri per essere più precisi, perché l’intero castello o quasi era un biblioteca, e Stiles pensava che quegli scaffali lo stessero fissandolo con la faccia di una liceale saputella annoiata, dicendogli "Banshee, eh? E da dove vuoi che iniziamo? Dal colore dei capelli o da che shampoo usano di solito? Dall’odore del loro sudore o dalle frequenze delle loro urla?" e Stiles non sapeva che rispondere.

Camminò ciondolando impacciato lungo una corsia, sperando di imbattersi in un confratello o in una consorella per chiedere aiuto – possibilmente senza che gli scoppiassero a ridere in faccia e senza rivolgergli sguardi di sufficienza – e quando vide una fila di tavoli da lettura e intravide di sottecchi che uno dei posti era occupato, rilassò le spalle, sollevato.

Si irrigidì di nuovo quando vide che si trattava di Logan.

Girò sui tacchi e tornò dietro lo scaffale.

Era davvero dura non avere pregiudizi nei confronti di un wendigo: Stiles sentiva il suo istinto di sopravvivenza pizzicarlo ovunque per spingerlo a scappare, ma i ragazzi si erano mostrati a proprio agio intorno a Logan, e Bhanuja sembrava tenerci molto al fatto che tutti lo trattassero bene… Stiles si sentiva un po’ in colpa a ripensare ai modi gentili che gli altri avevano verso Logan, soprattutto se ricordava i dettagli su di lui che Ismail gli aveva raccontato la prima volta.

Inspirò a fondo e s’incamminò verso il ragazzo.

«Ehi!» esordì Stiles, sforzandosi di sorridere, e agitò una mano in segno di saluto.

Logan alzò piano lo sguardo dalle pergamene su cui stava scrivendo in bella grafia con una penna stilografica dallo stilo di un color rosso bruno, e puntò gli occhi nei suoi aggrottando appena la fronte, in un’espressione appena interrogativa. Le sopracciglia di Derek erano molto più comunicative.

«Uh» continuò Stiles, «strano incontrarci qui!»

Logan perse quel poco che finora aveva espresso. «Ci vivo» replicò monocorde, chinandosi di nuovo a scrivere sulla pergamena.

«Mi stavo chiedendo» insisté Stiles, con tono un po’ stridulo, «se per caso tu potessi indicarmi dove cercare un dettaglio ben preciso sulle banshee».

Lui rialzò lo sguardo, sembrò imitare un robot. «Che ti serve?»

«Credo, uhm, qualcosa su come percepiscono la morte di qualcuno prima di urlare. Credo» rispose, non molto sicuro.

Senza fare rumore, Logan si alzò dal tavolo e gli indicò di seguirlo con un gesto della mano appena accennato. Stiles lo seguì impacciato, notando per la prima volta come fossero completamente da soli.

Logan lo portò sulla soglia di una corsia distante una decina di metri dal punto di partenza, poi alzò la mano come a dirgli di aspettare. «Vado a prendere un attrezzo» lo informò privo di espressioni. E Stiles si augurò che non fosse un coltellaccio da macellaio per provvedere alla preparazione di un carpaccio di Stiles.

Quando lo vide tornare con una robusta scala di legno molto alta, si sentì di nuovo molto in colpa.

Logan poggiò la scala all’interno di binari ingegnosi che la rendevano scorrevole lungo lo scaffale, e poi con il braccio indicò tutta la corsia a Stiles. «Qua».

Stiles si guardò in lungo e largo, non capendo. Per un attimo si chiese se magari fosse il caso di ironizzare domandando dove fossero allora Qui e Quo.

«Quello che cerchi» specificò Logan atono. «Qua».

«Ah!» esalò, e diede delle pacche alla scala fissando la miriade di tomi presenti sui due scaffali altissimi della corsia, sentendosi per l’ennesima volta sperduto e confuso. «Grazie. Grazie anche per la scala». Logan non rispose, si voltò e fece per andarsene.

«E!» lo fermò Stiles, con una vocetta acuta di cui provò vergogna. «Potresti aiutarmi a orientarmi un altro po’?»

Logan afflosciò le spalle, si voltò verso di lui e tornò indietro guardandosi intorno come aveva fatto quella sera alla festa araba – cioè provando a insultare tutti, oggetti inanimati e persone assenti comprese, con la forza dello sguardo. Si avvicinò a Stiles, e con espressione seria quanto perplessa, tenendo la fronte aggrottata scandì bene e atono «Mangio persone».

Più che un’affermazione sembrò una semplice e onesta domanda posta a scopo informativo a un bambino ingenuo – "Lo sai che mangio persone, vero? Perché mi stai intorno?"

Stiles si schiarì la voce. «Beh, nessuno è perfetto» e cercò di ostentare nonchalance appoggiandosi alla scala, scordandosi però che era scorrevole e finendo così quasi con la faccia a terra – si salvò per un pelo, anche se ormai la sua dignità di fronte a Logan era andata persa, pazienza.

Logan inspirò a fondo e lo fissò con espressione più rilassata, anche se sembrò chiedersi mentalmente che razza di creatura fosse Stiles. «Cosa cerchi di preciso?»

Stiles espirò a lungo e si passò una mano fra i capelli. «Forse è meglio raccontarti tutta la storia» si rassegnò. «Vedi, io ho un’amica banshee e, visto che gli Osservatori hanno inscenato la mia morte, mi stavo domandando se fossero riusciti a raggirare anche lei».

Logan gli rispose all’istante. «Hanno già imparato come imbrogliare le banshee» e nel frattempo che Stiles boccheggiava incredulo sentendo l’ultima speranza scivolargli dalle mani, Logan prese la scala, la spostò sui binari dello scaffale frontale e cominciò ad arrampicarcisi sopra.

«Isobel, la Sorella Maggiore che ha preceduto Raleigh, era molto affascinata dagli spiriti» gli spiegò Logan con tono pratico, mentre sembrava intento a cercare un libro in particolare su un ripiano poco sopra la testa di Stiles. «Di conseguenza si è interessata anche a un fenomeno particolare successo qui a delle banshee, che si è dipanato nel corso di quasi un decennio». Estrasse un volume da una fila e cominciò a scendere giù.

«È roba che qui è successa quasi vent’anni fa, ma credo risponda alla tua domanda» proseguì Logan; aprì il libro e scorse veloce le pagine. «Isobel a distanza di pochi mesi ha registrato le cronache di due banshee che in due contee diverse hanno abortito un urlo, dovuto al fatto che avevano percepito che un loro amico fosse morto». Rivolse il libro verso Stiles e puntò il dito verso un paragrafo, come a dirgli di leggere lì.

Stiles aggrottò la fronte. «Com’è arrivata poi a dire che gli Osservatori hanno trovato un modo per raggiare le banshee?»

«Perché successivamente, a distanza di poco, il fatto si è ripetuto» gli rispose Logan – e sembrò abbastanza coinvolto da quella spiegazione, affascinato. «Vedi, quella volta le banshee hanno abortito l’urlo, ma quando è successo di nuovo, hanno urlato sul serio, anche se immediatamente dopo si sono rese conto che non era morto nessun loro caro. La terza volta che è accaduto, invece, dopo l’urlo sono rimaste convinte che qualcuno a cui tenevano non ci fosse più».

Stiles era sempre più perplesso, inquietato e incuriosito. «Come hanno fatto?»

Logan scrollò le spalle. «Gli Osservatori hanno fatto quello che qui fanno di continuo: hanno sperimentato, fino a quando non hanno ottenuto un risultato perfetto. Il particolare che ha notato Isobel» proseguì Logan, «è che i tizi che all’epoca sono stati trovati morti dopo i tre tentativi – perché in effetti dopo che le banshee hanno urlato qualcuno è morto, anche se non erano delle persone legate a loro – non erano mai degli individui davvero interessanti: lo sai che qui in grandissima parte abbiamo dei passati piuttosto particolari o siamo particolari, no?» Stiles annuì. «Loro invece no, rispetto agli altri Inseriti erano abbastanza… sciapi» esalò scrollando le spalle. «In cambio, però, avevano una straordinaria somiglianza fisica con i tipi che le banshee credevano morti, cioè le persone care per cui hanno urlato».

Stiles sbarrò gli occhi. «Gli Osservatori hanno usato delle esche

Logan annuì. «Più o meno. A via di sperimentare hanno scoperto che se prendono un individuo che somiglia per fisico e per indole alla persona che vogliono fare credere morta e lo mettono in contattato sia con la banshee sia con la presunta vittima, riescono a confondere la banshee, che finisce per urlare per la persona sbagliata».

«Quindi» riassunse Stiles, basito, «hanno preso un povero tizio che mi somigliava, lo hanno messo nelle vicinanze mie e della mia amica e poi lo hanno ucciso? E così lei ha creduto che fossi io e ha urlato?»

«Sì».

«Ma non ricordo nessuno che mi somigliasse così tanto!» obiettò.

Logan scrollò la testa. «Basta che abbia la tua stessa statura e i tuoi stessi colori, e qualche tuo modo di fare o essere» sottolineò. «Poi mettono l’esca in contatto con voi in maniera molto sottile: qui nell’Eden, per esempio, alle esche facevano fare sempre i venditori. Anzi, mi correggo: li condizionavano fino a spingerli verso quel ruolo. Se hanno fatto assumere con l’inganno questo tizio presso un luogo in cui voi due andate spesso, non hanno avuto neanche bisogno di farvi conoscere in maniera esplicita».

Stiles chiuse il libro e si passò una mano sulla faccia. «Quando mi hanno preso… ero stato da poco in un supermercato… alla cassa c’era un ragazzo castano alto più o meno quanto me, ora che ricordo… Dio mio, hanno ucciso lui!» Non aveva idea di chi fosse quel ragazzo, non conosceva neanche il suo nome, ma era comunque una cosa orribile.

Restarono un paio di secondi in attonito silenzio, poi Logan scrollò le spalle, impacciato. «Mi dispiace, la tua banshee non sospetta che sei vivo».

Stiles sbuffò scuotendo la testa e gli restituì il libro. «Non avevo comunque molte speranze. Grazie però di avermi dedicato il tuo tempo, anche se adesso non mi va molto di leggere qualcos’altro su questa faccenda».

Logan annuì appena e risalì le scale per mettere il libro a posto.

Stiles osservò come Logan si muoveva con attenzione: sembrava essere meno robotico quando si trattava di cose che gli piacevano, e i libri, o quantomeno quelle ricerche, dovevano piacergli sul serio. «Sembri molto ferrato su questo argomento» commentò vago, cercando di intavolare una conversazione.

Logan scese l’ultimo scalino e scrollò le spalle. «Sono ricerche di Isobel. Mi piace leggere cos’altro ha studiato la persona che per prima ha pensato di integrare un wendigo in una contea».

Stiles assentì vago. «Già, chissà quante altre pensate così… innovative» "e pazzoidi" aggiunse col pensiero, «ha avuto».

«Non così tante» gli replicò, ciondolando appena la testa. «Sei statunitense» affermò di colpo.

«Uh?» si sorprese Stiles. «Te l’hanno detto?»

«No, è che…» si indicò l’orecchio, «anche se c’è l’incantesimo di traduzione simultanea, dopo qualche tempo, se presti attenzione cominci a percepire la cadenza tipica della lingua madre del tuo interlocutore».

«Ah. Interessante» rispose sincero, anche se entrambi sembravano abbastanza goffi in quella discussione. «Tu invece di dove sei?»

«Sono canadese».

«Uh. Quindi giochi a hockey? Si spiega il tuo fisico…»

«Non tutti i canadesi amano l’hockey».

Stiles mise una mano avanti. «Hai ragione, scusa, ho ragionato per stereotipi».

Lui replicò atono. «Però a me piace».

«Ah».

«Ci giocavo spesso, anche se non a scuola: non facevo parte della squadra del liceo».

«Come mai?»

«Vedere i miei compagni correre così tanto emanando parecchia adrenalina mi faceva venire voglia di mangiarli. Ho pensato che non fosse il caso».

«Mi sembra giusto» assentì Stiles inespressivo. Poi si schiarì la voce. «E quindi, uhm, questo è quanto. È stata una conversazione molto costruttiva». Logan assentì di rimando. «Devo però tornare a lavoro».

«Hai già mangiato?»

«Sì. Tu? Cioè» si corresse Stiles, «non lo voglio sapere davvero. Ma non nel senso che temo tu abbia mangiato un uomo. Cioè…. Uhm, tipo?» concluse incerto.

«Ho già mangiato anch’io» gli rispose, più confuso che persuaso.

«Bene. Allora… ci vediamo?»

Si salutarono agitando tutti e due una mano e fu abbastanza patetico.

Stiles voltò le spalle e andò via a grandi passi imprecando a mezza bocca contro se stesso.

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Derek pensava che il lavoro nei campi lo stesse tenendo occupato nel migliore dei modi, almeno per il momento: era ripetitivo e non complicato, dopo un po’ diventava perfino meccanico, un ottimo esercizio per svuotare la mente.

Lì la vita era piuttosto semplice, così tanto che Derek non sapeva quanto fosse sano cercare di restare lucidi. Forse una volta persa la ragione tutto sarebbe stato più facile.

Aveva trascorso gran parte della propria esistenza a lottare contro persone che volevano fargli del male soltanto per ciò che era – una creatura sovrannaturale – ora invece era in un mondo in cui a nessuno fregava qualcosa che lui fosse un licantropo: al massimo alla gente andava di fargli del male per ragioni molto più banali, tipo per soldi o per avere risorse.

Era sconcertante, da fare venire voglia di ridere isterici, ma non era abituato a essere minacciato di morte per tutt’altro motivo che l’essere un licantropo.

Ce n’erano di cose a cui doveva abituarsi, quello non era l’unico dettaglio bizzarro.

Per esempio, doveva abituarsi all’idea che non poteva sul serio combattere il nemico.

Finora aveva sempre avuto la possibilità materiale di lottare contro la persona o la cosa che gli aveva fatto male, ora no. Adesso poteva solo limitarsi a raccogliere pomodori. E non era neanche una cosa così ridicola perché gli serviva sul serio.

Era morta Paige e lui aveva lottato contro il proprio dolore; era morta la sua famiglia e lui aveva di nuovo lottato contro il proprio dolore e anche contro il senso di colpa; era morta Laura e lui aveva lottato contro Peter e Kate; erano morti Erica e Boyd e lui aveva lottato contro Deucalion e il suo branco e contro il darach. Non era mai stato fermo dopo aver subito una perdita, non si era mai fermato, si era sempre mosso veloce impacchettando in fretta la propria sofferenza per caricare meglio i pugni con cui farsi spazio per andare avanti.

Adesso invece gli toccava stare immobile: non aveva corpi da picchiare, gente contro cui ringhiare, corse da provare a fare per raggiungere l’obiettivo… niente. Gli Osservatori erano ovunque, ma erano anche avversari intangibili e invisibili. E ciò non era snervante, solo desolante.

Derek non vedeva l’ora di impacchettare il senso della perdita della propria vita – del mondo reale – e poi fare l’unica cosa che ormai poteva fare: andare avanti.

Si chiedeva quante altre volte ancora avrebbe perso Cora, se magari quella fosse la volta definitiva. Però Cora ce l’aveva fatta per anni senza lui, quindi magari per lei non sarebbe cambiato niente non averlo. Meglio così.

Certi altri momenti, invece, si preoccupava così tanto per Stiles da provare delle vertigini. Quel ragazzino era appena uscito fuori da un periodo nero in cui era stato posseduto da uno spirito oscuro, e ne portava ancora dei segni evidenti addosso, e ora si ritrovava prigioniero di un mondo alternativo dove sarebbe stato condizionato e manipolato. Derek era estremamente cosciente del fatto che se voleva restare sano e lucido, doveva fare restare sano e lucido Stiles, perché Stiles era l’unica cosa che lo legava ancora al mondo reale, l’unica persona con cui ricordare cose, fatti e persone che entrambi conoscevano nel mondo reale, l’unico di cui potesse sul serio fidarsi. Peccato che Stiles in quel momento fosse vulnerabile e stesse ancora raccogliendo i cocci di ciò che rimaneva di lui dopo essere stato posseduto.

C’erano attimi in cui la preoccupazione diventava terrore, e Derek doveva sedersi da qualche parte e coprirsi la faccia con le mani artigliate e respirare a fondo per calmarsi. Inspirare ed espirare, Inspirare ed espirare, Inspirare ed espirare.

Forse era davvero meglio affogare nella pazzia e basta.

 

 

 

Luigi e gli altri compagni dei campi erano forse anche molto più empatici di quanto dessero a vedere, e non solo perché erano dei mannari come lui e quindi capaci di annusare le sue emozioni.

Provavano sempre a coinvolgerlo nelle loro attività extra lavorative, a rallegrare le giornate raccontando annedoti divertenti. Nessuno parlava di quella che era stata la propria vita nel mondo reale, e Derek pensava che fosse per non fare ricordare a lui la propria vita nel mondo reale.

Non erano però invadenti nei suoi confronti, o troppo appiccicosi, semmai erano iperprotettivi, e Derek sapeva come apprezzare degli atteggiamenti sottili fatti di cuore.

Una delle poche cose che però a Derek piaceva sul serio era come stessero cercando di abituarlo a non nascondersi.

Derek non aveva mai usato gli artigli in pubblico, mai flashato gli occhi a qualcuno in pubblico, mai ringhiato in pubblico, mai trasformato in pubblico, mai, mai, mai.

La sua vera natura non è era mai stata per gli occhi di tutti.

«Non usare le cesoie, usa pure gli artigli!» gli aveva detto la prima volta Luigi, e Derek… era rimasto a lungo attonito.

Lì i mannari usavano gli artigli per sbucciare la frutta in pubblico e per cacciare animali nella foresta che poi vendevano alle contee. E nessuno batteva ciglio. Gli umani sembravano abituati a parlare a voce bassa e normale quando volevano farsi sentire da un amico mannaro che si trovava distante di qualche metro da loro o al piano superiore di una casa, e non era raro che per questioni pratiche chiedessero in modo aperto l’aiuto della forza di un licantropo o del suo fiuto.

Se due persone si stuzzicavano con ironia e una delle due o entrambe alla fine in maniera giocosa flashavano gli occhi, nessuno si allarmava o diceva qualcosa. L’altro giorno Luigi lo aveva preso in giro con leggerezza, e alla fine di una battuta invece di strizzare un occhio gli aveva rivolto con un sorriso furbo i suoi occhi gialli da beta. Davanti a tutti. E Derek era rimasto fermo a guardarlo come un baccalà.

Sua madre, quando era piccolo, gli diceva sempre che queste cose non si facevano, perché gli umani non sapevano.

Derek cominciò pian piano a lasciarsi andare e per la prima volta si chiese se finora non avesse vissuto a metà: era sempre stato in mezzo a degli umani non a conoscenza del sovrannaturale – era andato pure a scuola con loro – e di conseguenza aveva passato moltissimo tempo a nascondersi, e per quanto Peter da ragazzino gli ripetesse che il Morso era un dono ed essere un licantropo qualcosa di magnifico, ogni tanto c’era stato un pensiero che lo aveva pungolato… se era così magnifico, allora perché nascondersi come se fosse una cosa brutta o di cui vergognarsi?

Con gli anni poi quel pensiero era stato sopperito dalla rabbia verso i cacciatori e la diffidenza verso gli umani, ma ora che altre persone erano entrate nella sua vita e che infine si trovava lì nell’Eden, gli stava tornando in mente quanto fosse ingiusto nascondersi come dei veri mostri che si vergognano del proprio aspetto.

Perché in fin dei conti, se una creatura sovrannaturale non si mostrava agli umani era per paura di essere additata come un brutto mostro, qualcosa di orrendo da cui stare lontani.

Nell’Eden nessuno aveva paura di lui perché era un licantropo, e questo a tratti lo preoccupava – come affrontare allora gli avversari? – ma non lo faceva sentire sul serio disarmato.

Dopo i primi giorni in cui imparò a lasciarsi andare a usare gli artigli nella vita quotidiana, Derek sentì la crescente esigenza di non smettere di farlo. Gli faceva apprezzare il suo corpo da punti di vista a cui non aveva pensato prima d’ora, rendendolo più sicuro e quindi più forte.

E ne aveva bisogno eccome di essere più forte.

 

 

 

Fra le cose che Stiles non avrebbe mai dovuto sapere c’era anche che sul carretto al ritorno dei campi la gente amava cantare il peggio della musica pop Anni Novanta.

A Derek spesso toccava stare nel ben mezzo di un medley confuso dei "migliori" successi di Britney Spears: non era esattamente un bello spettacolo.

Dopo l’ennesimo ritorno in città in "fanfara", però, Derek con un pizzico di malinconia si congedò in modo ufficiale dall’allegra truppa dei campi, ringraziò di cuore Luigi per l’opportunità che gli aveva dato e s’incamminò verso il dormitorio sicuro di ciò che voleva fare.

Sapeva che quella sera Marjorie era in pausa a Namasté.

L’idea di Derek sarebbe stata quella di fare una richiesta più formale, un po’ più… ricca di pathos: non era un tipo teatrale, ma c’era in ballo una scelta importanza che avrebbe avuto un certo peso sul suo futuro, e si era aspettato qualcosa di meglio che Marjorie impegnata a mangiare una mela a grandi morsi tenendo un piede sul tavolo.

«Ok» gli mugugnò lei in risposta, a bocca piena e per nulla impressionata.

Sullo sfondo c’era Siobhán impegnata a fare la maglia – stava facendo la sciarpa numero nove per Luigi, e da quel che Derek aveva capito lei era pure la rammendatrice ufficiale della Confraternita.

Derek aggrottò la fronte. «Non mi chiedi le mie motivazioni?»

Marjorie scrollò le spalle. «Necessitiamo di manodopera e comunque imparerai le regole durante l’apprendistato veloce che dovrai fare: se non avrai lo stomaco di continuare, ti fermerai da solo. Prima o poi».

«Quello che è successo nella vita reale, resta nella vita reale» s’inserì Siobhán, senza alzare gli occhi dai ferri. «Ognuno qui ha la propria storia, la racconta agli altri solo se lo vuole».

«Oh» mormorò Derek, non molto convinto.

Marjorie si asciugò col dorso della mano il succo di mela che aveva all’angolo della bocca; rivolse a Derek un ghigno soddisfatto velato di sadismo. «Bene. Ho un nuovo erede».

«Lunga vita all’erede» cantilenò Siobhán, atona e proseguendo il suo lavoro.

Derek inarcò un sopracciglio. «Perché, di solito quelli nuovi non durano da voi?»

Marjorie l’indicò con un dito scoppiando a ridere. «Mi piaci! Mi piaci tantissimo! Magari non scapperai come gli altri tre che ti hanno preceduto».

Siobhán sospirò paziente. «Speriamo».

Lo sperò anche Derek.

Chapter Text

Valuta: This is our legacy, I can get it back

 

 

Seduto sul proprio letto, Stiles con un silenzio pieno di amara rassegnazione scorreva nell’account personale la lista delle taglie per il 5x1.

Quel giorno purtroppo era arrivato, e Stiles si chiedeva come fosse possibile che gli Osservatori giocassero a fare gli dei di quel mondo fino a quel punto, fino a mettere sulla pubblica piazza – o almeno in quella del mercato virtuale – l’elenco dei nomi delle persone che valevano più di cinque monete d’oro.

C’erano circa un centinaio di individui appuntati: c’era scritto il loro nome, la specie a cui appartenevano, il titolo – se ne avevano uno – il posto in cui vivevano – se avevano radici da qualche parte nell’Eden – e infine quanto valevano.

Delle persone che conosceva aveva visto svariati nomi, fra cui quello di Raleigh, quello di Marjorie e – con una stretta al cuore – quello di Luigi. Tutti i leader delle Confraternite o delle Compagnie erano automaticamente inclusi nella lista. I dettagli che però lo colpirono furono due.

Il primo fu che Marjorie non aveva una casa, anche se ciò era prevedibile: ormai sapeva che in pratica nessuno della Misericordia stava davvero fermo in un posto; si spostavano sempre per pattugliare le foreste e aiutare le contee, al massimo custodivano a turno i dormitori, ma era raro che qualcuno di loro abitasse sul serio da qualche parte.

Il secondo fu che i nomi erano elencati in ordine decrescente: in basso all’ultimo posto c’era quello che valeva di meno – dieci monete d’oro – e in alto sull’ultima riga quello che valeva di più, e il nome in cima era quello di Raleigh – cinquecento monete d’oro.

Quando aveva commentato quell’ultimo particolare davanti a Siobhán, lei gli aveva replicato con solennità "Credimi, Raleigh vale perfino molto di più di quanto pesa. Personalmente, penso che come creatura abbia un valore inestimabile".

Stiles si domandava cos’è però che fosse inestimabile: il tipo di creatura che Raleigh era, o tutto il sapere e l’esperienza che aveva? – dato che era qualcosa di molto antico.

Si sentiva attratto dal mistero che Raleigh portava con sé, e lo preoccupava il modo in cui lui stesso evitava di risolvere suddetto mistero: sarebbe stato facile sapere che tipo di creatura era Raleigh – bastava solo chiederlo a uno qualsiasi dei ragazzi – eppure Stiles non faceva alcuna mossa, si teneva lontano dalle vie dirette che avrebbero potuto portarlo dritto a una risposta, e non sapeva quanto ciò fosse un atteggiamento inconscio.

La verità in fondo era che aveva dei sospetti sulla natura di Raleigh, ed era pure probabile che perfino Derek ormai sapesse la verità su Raleigh - del resto, la sua specie era pure scritta anche nella lista delle taglie, e lui aveva addirittura evitato di leggerla - ma Stiles taceva e stava lontano perché aveva paura. Paura che fosse troppo presto per parlare con uno come Raleigh, e paura che gli Osservatori lo stessero condizionando, che volessero proprio che lui gli parlasse. Di certo per influenzarlo e convincerlo a fare qualcosa.

Il rumore della porta che si apriva lo scosse da quelle riflessioni: chiuse l’account personale e osservò Derek entrare con espressione mesta.

In fondo, l’umore amaro di Stiles era anche dovuto a Derek. A una scelta di Derek, per essere più precisi.

Stiles afflosciò le spalle e guardò Derek dal basso verso l’alto, soffermandosi sui particolari bianchi e di metallo della sua divisa nera nuova di zecca. Si morse la lingua per evitare di dire ad alta voce che trovava ironico che adesso Derek portasse su di sé un simbolo simile a quello sfoggiato dagli Argent – il giglio bottonato.

Stiles esordì salutandolo inespressivo. «Salve, raggio di sole».

Derek si limitò a sospirare forte rivolgendo lo sguardo al soffitto.

«Lo sai che non smetterò mai di dirti quanto penso che questa sia una pessima idea» aggiunse Stiles.

Lui gli diede le spalle e allacciò forte le stringhe della sacca che avrebbe portato con sé. «Ti conosco» esalò atono.

Il 5x1 sarebbe iniziato la mezzanotte di quel giorno, per poi finire alla mezzanotte successiva. In quel lasso di tempo il servizio di messaggistica degli account personali sarebbe stato disattivato: non ci sarebbe stato alcun modo per comunicare con mezzi veloci e sicuri. Come se non bastasse, la luce naturale sarebbe stata ridotta del 40% – sarebbe stato come vivere un giorno invernale particolarmente buio.

A partire dall’alba del giorno prima, alcune contee – fra cui Namasté – erano solite offrire riparo ai viaggiatori o ai vagabondi dell’Eden, previa però un accurato controllo sulla loro identità, per essere certi di non accogliere fra le proprie mura un lupo travestito da agnello. La Confraternita della Misericordia sorvegliava questi controlli e scortava i Banditi fuori dalle contee.

«Chi sono i Banditi?» aveva chiesto Stiles a Siobhán.

«Le persone che hanno tradito la fiducia della contea in cui vivono» gli aveva risposto solenne. «C’è un limite al numero di volte in cui una comunità può perdonarti per avere agito in modo violento arrecando danno a degli innocenti, o per esserti impadronito in maniera illecita di qualcosa che appartiene a tutti. Se perseveri nella violenza e nel crimine o commetti un atto davvero grave, vieni bandito dalla contea».

I Banditi venivano marchiati a fuoco con una B e poi rilasciati fuori dalle mura delle contee esclusivamente il Giorno del 5x1, senza cibo, acqua o armi da portare con sé per difendersi; visto che avevano tradito la loro comunità, dovevano imparare fin da subito a sopravvivere senza alcun aiuto della comunità. Non c’era più possibilità di essere di nuovi accolti.

La Misericordia quel giorno, oltre a essere impegnata nei controlli e nelle scorte di Banditi, andava in giro ad aiutare gli abitanti dell’Eden che avevano deciso di suicidarsi, e inoltre aiutava i vagabondi e i piccoli villaggi indipendenti a proteggersi.

Era un lavoro enorme e loro confratelli erano pochi: ogni aiuto era ben accetto, di conseguenza Derek era stato subito accolto.

Marjorie aveva sottolineato più volte che Derek non avrebbe dovuto aiutare nessuno a togliersi la vita fino a quando non si sarebbe sentito pronto a farlo, ma Stiles non era certo che Derek avrebbe seguito quel consiglio.

Derek a un tratto sbuffò un sorriso sarcastico. «Apprezzo il modo in cui non stai insistendo per aiutarci fuori dalla mura».

Gli replicò inespressivo. «Uno di noi due deve pure avere la concezione di quanto sia dura restare da soli se l’altro muore».

Derek irrigidì la posa, ma non si voltò a guardarlo. «Voglio solo poter fare qualcosa».

Stiles incrociò forte le braccia al petto. «Non ti sto fermando. Ma non sto neanche smettendo di essere irritato». A essere sinceri, però, il motivo principale per cui Stiles non si era offerto volontario per le pattuglie nella foresta era la sua totale mancanza di addestramento: era frustrato dall’essere impotente, ma non era neanche stupido, sapeva che lì fuori non avrebbe avuto alcuna speranza di sopravvivere.

Qualcuno bussò piano alla porta. «Ragazzi? Sono Bhanuja».

Stiles espirò a fondo. «Entra pure».

Visto che i confratelli della Misericordia per quel giorno sarebbero stati tutti impegnati, Stiles sarebbe stato ospite del castello del Drago Scarlatto; Bhanuja era venuto lì a prenderlo come avevano concordato il giorno prima.

Stiles desiderò un po’ prendere Derek a pugni quando lo vide sospirare sollevato davanti alla prospettiva di vedere Bhanuja portarlo in un posto fortificato.

Mancava ormai poco al crepuscolo, Derek sarebbe andato con Diego a unirsi al drappello per scortare i Banditi – aveva pure trascorso gli ultimi cinque giorni a conoscere meglio la foresta nei dintorni con Marjorie e Siobhán – e quindi per loro due era giunta l’ora di separarsi.

«Volete che vi lasci un altro paio di minuti da soli?» chiese Bhanuja con cortesia e apprensione.

«No» esalò Stiles, secco e atono.

Nello stesso attimo in cui però aprì bocca anche Derek. «Sì» sospirò stanco e un po’ incerto.

Si fissarono negli occhi rivolgendosi le proprie migliori espressioni sarcastiche – Stiles assottigliò perfino gli occhi – e sullo sfondo Bhanuja agitò una mano in cenno di saluto. «Vi aspetto fuori dalla porta» li informò, con la sua vocina da scoiattolo.

«Stiles» esordì Derek, con tono cauto ma fermo, «per favore, stai attento».

«Hai idea di con chi stai parlando?» ribatté inespressivo.

«Tentare non nuoce» ciondolò la testa.

Stiles roteò gli occhi alzando lo sguardo al cielo.

«Dico sul serio, Stiles» rimarcò Derek. «Fai attenzione e cerca sempre di fare quello che ti dice Ismail. È il Castellano».

«Lo so, è solo che…» si passò le mani fra i capelli, nervoso e afflosciando la propria posa. «Non potresti restare, per favore?» lo supplicò. «Ho solo te e tu hai solo me: non possiamo fare gli egoisti e fregarcene di aiutare gli altri, salvandoci così la pelle?»

«Non è così che funzionano le cose, e lo sai» gli replicò, severo ma non pungente.

«E io che credevo che le cose funzionassero fino a quando si resta vivi» sbottò sarcastico.

«Stiles».

Lui si passò una mano sulla fronte e sorrise amaro. «Per caso hanno portato proprio te qui nell’Eden con me per farmi da Grillo Parlante e spingermi a fare cose che non voglio?»

«Anche tu preferisci renderti utile qui».

«Sì, ma in qualcosa che non vada di pari passo con delle tendenze suicide» biascicò, passandosi più volte entrambe le mani sul volto. «Torna sano e salvo, per favore» sospirò infine, con voce incrinata.

«Farò del mio meglio» gli ribatté, a sguardo basso e per nulla convinto.

A quelle parole, Stiles emise un lungo lamento di frustrazione passandosi forte le mani sul viso e fra i capelli, poi prese la propria sacca e uscì dalla stanza, anche se non prima di urtare la spalla di Derek con la propria a mo’ di saluto.

Le strade di Namasté erano quasi deserte, la gente si affrettava a rientrare a casa – e probabilmente a barricarsi – e ogni tanto dei passanti rivolgevano a Stiles degli sguardi penetranti e carichi di sospetto.

«Qual è il loro problema?» borbottò Stiles, l’ennesima volta che qualcuno lo fissò torvo.

Bhanuja abbozzò un sorriso triste. «Durante il 5x1 la paranoia aumenta di colpo: sei fra gli ultimi arrivati, in moltissimi non sanno ancora se possono fidarsi di te, se per caso stanotte… farai qualcosa».

«Del tipo cosa?» ribatté sarcastico. «Andarmene in giro ad ammazzare gente con espressione psicopatica? Grazie, ma quello l’ho già fatto più volte nel mondo reale, e non l’ho trovata un’esperienza entusiasmante, sono a posto così». E si premurò di dire tutto a voce alta e chiara, per farsi sentire bene dai presenti sulla strada e per insospettirli di più e spaventarli di proposito, perché dopotutto non aveva dimenticato come essere uno stronzo – il fatto che non avesse tecnicamente mentito e che tutti i mannari passanti quindi credettero a quelle parole fu solo una chicca in più.

Bhanuja non conosceva la sua storia personale, ma tuttavia rimase imperturbabile – ma del resto lei era quella che aveva un wendigo per confratello. «Vedrai che con il tempo migliorerà superare un 5x1. Certo» sospirò stanca, «certe sensazioni restano e sono uguali ogni mese, ma si impara ad affrontarle con più forza».

«O con più rassegnazione» aggiunse Stiles.

Lei scrollò le spalle. «Qualsiasi cosa qui ti aiuti a sopravvivere è valida».

Mentre continuavano a camminare verso il castello, Stiles notò che Bhanuja aveva assicurati sui fianchi una coppia di pugnali a lama lunga. Nell’Eden i mannari non avevano problemi a sfoderare pubblicamente zanne e artigli, era raro vedere uno di loro armato – e Bhanuja era un ghepardo mannaro, e in tutta onestà Stiles moriva dalla voglia di osservarla correre, perché le volte in cui nella vita quotidiana l’aveva vista scattare per cambiare direzione di colpo o abortire in gesto, gli era sembrato di assistere quasi più l’opera di un prestigiatore che al movimento di una creatura sovrannaturale.

«Come mai sei armata?» le chiese curioso. «Per oggi non ti fidi dei tuoi soli mezzi?»

Lei ciondolò la testa. «Più o meno. Possono fare comodo, ma comunque è la prassi per noi confratelli del Drago Scarlatto sapere usare almeno un’arma umana, per difendere noi stessi e i nostri libri».

«Quindi hai imparato qui a usare quelli?» indicò i pugnali.

Lei sorrise e diede dei colpetti affettuosi all’impugnatura di una delle lame. «Sì, Linda è stata la mia maestra. Al contrario di me, non è nata mannara e da giovane ha imparato presto come usare delle lame corte e dei coltelli da lancio: gli artigli non posso lanciarli, ma questi piccolini sì!»

Stiles provò a prolungare l’atmosfera leggera aggiungendo qualche battuta. «Ti ha insegnato anche come essere una mangiatrice di uomini?» Linda aveva una certa aura.

Bhanuja aggrottò la fronte e lo guardò perplessa. «Linda è lesbica» affermò, diretta ma cauta.

Lui boccheggiò. «Ah. Non lo sapevo» mise le mani aventi.

«Beh» sospirò Bhanuja, «non che non sia una mangiatrice di donne, comunque».

«Lo immaginavo» commentò esalando. Sentì un cavallo venire in loro direzione a passo lento; alzò lo sguardo.

Era Raleigh, in sella a un bellissimo cavallo dal manto di un intenso color caffè e dalla criniera nera. Indossava la divisa della Confraternita e un mantello da viaggio con cappuccio, e aveva con sé una spada che Stiles non riuscì a guardare bene per via del mantello, ma che comunque sembrava di foggia molto elegante.

«Namasté, Fratello Maggiore» lo salutò Bhanuja, con un sorriso un po’ triste.

Lui la ricambiò con affetto, senza scendere da cavallo. «Namasté, Bhanuja. Stiles» salutò anche lui con un cenno della testa e un sorriso cordiale; Stiles replicò allo stesso modo.

«Linda vi sta aspettando al portone» li informò Raleigh, «vi consiglio di non farla attendere» marcò con ironia.

«Fai attenzione, lì fuori» biascicò Bhanuja.

Raleigh si chinò appena verso di lei, posandole una mano sulla guancia, e il suo sorriso non smise di essere pieno di affetto e tenerezza. «Tornerò da voi, Bhanuja, non è questo il modo in cui incontrerò la mia fine». Lei assentì non molto convinta. «Ci vediamo all’alba di dopodomani!» li salutò congedandosi.

Bhanuja lo osservò andare via sospirando forte.

«Va con quelli della Misericordia?» intuì Stiles, sorpreso.

«Raleigh è un combattente formidabile, ha un’esperienza millenaria» Stiles provò a non mostrarsi basito da quella piccola informazione, lei continuò a parlare, «quindi effetti ha senso che durante il 5x1 metta le sue abilità a servizio dei più deboli, però… è ormai molto vecchio, molto antico» sottolineò con gli occhi lucidi, «e anche se facciamo tutti finta niente, lo abbiamo notato come i suoi riflessi sono diventati più lenti negli ultimi mesi: purtroppo presto toccherà anche al suo corpo cedere, vorremmo solo che la sua progressiva debolezza non anticipi questo momento con l’aiuto di una ferita grave».

Stiles ricordò degli sprazzi del litigio fra Marjorie e Raleigh, e comprese finalmente perché Marjorie fosse così arrabbiata. Vide Bhanuja tamponarsi gli occhi con il dorso delle dita, le circondò piano le spalle con un braccio e lei si lasciò stringere in silenzio fino a quando non arrivarono al castello.

Arrivati al portone vide che in effetti c’era ad attenderli Linda, insieme ad altri confratelli che facevano la guardia e a Philip.

La vista di Philip non migliorò l’umore di Stiles, che si voltò verso di lui ostentando freddo sarcasmo. «Questa volta non controlli personalmente chi sono?»

Lui, piuttosto che rispondergli a parole, aprì il proprio account personale fissandolo negli occhi inespressivo; mosse lo sguardo solo per leggere il suo nome, e poi richiuse la finestra. «Puoi entrare» concluse atono, andando poi dalle altre guardie, impegnate ad accogliere altre persone.

Linda inarcò un sopracciglio sospirando ironica. «Beh, che dire? Interessante». Bhanuja scrollò la testa e le spalle sospirando forte, come oltremodo seccata.

«Andiamo al dormitorio, forza» li spronò Linda, mettendo una mano sulla spalla di Stiles e stringendogliela appena; per quanto Linda fosse intimidatoria quanto Marjorie, quel piccolo gesto irradiò in Stiles del tiepido e piacevole conforto.

Attraversarono il cortile recandosi verso l’entrata del portico in fondo a destra, l’unica a non essere contrassegnata con delle indicazioni; entrarono in un grande corridoio di pietra che richiamava l’atmosfera di un vecchio monastero europeo, e quello che Stiles intravide dalle porte aperte delle stanze rafforzò ancora di più quell’immagine: nell’aria c’era un odore che ricordava quello della colla e il motivo era che in quelle stanze i confratelli si adoperavano per trasformare le pergamene scritte a mano in libri. Tra l’altro, grazie ai colori delle loro divise, ricordavano davvero dei monaci.

Si fermarono di tanto in tanto solo per dei brevi secondi, per salutare qualcuno che le ragazze conoscevano, e poi arrivati in fondo al corridoio salirono delle grosse scale di pietra che – a giudicare dalla loro curvatura – portavano alle stanze in cima a una delle grossi torri cilindriche del castello.

«Questa è la stanza di Ismail» lo informò Linda, quando infine aprì una della lunga serie di porte di legno pesante di fronte a cui arrivarono. «Oggi non dormirà un granché: passerà gran parte della giornata sul cammino di ronda, quindi ha preferito cederti il suo letto».

«Grazie» biascicò Stiles, un po’ incerto, guardandosi intorno. La stanza sembrava quella di un collegio molto antico, con solo i mobili strettamente necessari e un’unica finestra, ma qua e là c’erano tocchi di colori scuri e caldi che richiamavano la personalità di Ismail. E il letto sembrava confortevole.

«Vado a ultimare i preparativi per la chiusura del castello» esalò Linda, «ci vediamo più tardi». Li salutò con un sorriso agitando la mano.

Stiles si sedette con un tonfo sul letto, Bhanuja chiuse la porta e si accomodò sulla sedia posta alla scrivania rivolta verso la parete.

«Questa mi sembra ancora una situazione irreale» biascicò Stiles monocorde. «Cioè, doverci barricare in un posto perché chiunque ha il via libera per ucciderci… non avrei mai creduto che al mondo potesse succedere una cosa simile».

Bhanuja annuì piano, triste. «Lo so. È come essere sanguinanti in un mare pieno di squali affamati».

«Ma col tempo migliorerà, eh?» motteggiò mugugnando sarcastico, stendendosi all’indietro sul materasso. La vide di sottecchi scrollare le spalle.

Restarono in silenzio giusto una manciata di secondi, dopo Bhanuja aprì bocca per fargli con timidezza una proposta. «Ti andrebbe di vedere un po’ il castello?»

Stiles inspirò a fondo e si mise a sedere. «Perché no?»

Una volta usciti dalla stanza, Bhanuja gli indicò la porta per i bagni e il lungo corridoio-passerella che collegava quella torre a quella del dormitorio femminile. Poi scesero di nuovo verso le stanze dove avveniva l’impaginazione.

Bhanuja gli spiegò che lei in particolare si occupava di impaginazione e rilegatura, molto di rado andava in missione per raccogliere delle cronache, però portava avanti un paio di ricerche basandosi sui dati raccolti da altri confratelli. Nella fattispecie provava a capire che schemi c’erano dietro agli animali domestici presenti nell’Eden.

Stiles aggrottò la fronte. «Perché proprio gli animali domestici e non, tipo, quelli da allevamento?»

«Perché a quelli domestici ci si affeziona: voglio capire perché ci danno degli animali a cui legarci così e che ci tengono compagnia».

Conoscendo il sadismo degli Osservatori e il modo in cui usavano gli affetti fra gli individui, non trovò nulla da obiettare.

La cucina era enorme e dotata di un camino e di un forno a legna; ci lavoravano persone che non facevano parte della Confraternita. Stiles guardandola ebbe per l’ennesima volta l’impressione di essere dentro un film storico.

Durante il tour passarono anche per un paio di grandi sale usate per gli allenamenti – c’erano bersagli fatti di panno e paglia, e piccoli materassi fatti forse dello stesso materiale – e per finire Bhanuja lo portò in cima, al cammino di ronda a trovare Ismail.

Il Giorno del 5x1 al castello accoglievano un piccolo numero di persone che erano arrivate a Namasté in cerca di un rifugio – solo quelle che non potevano stare da nessun’altra parte per mancanza di spazio, e dopo aver verificato che non avessero con sé delle armi o oggetti adatti per innescare un incendio o un’esplosione – e dopo porte e finestre venivano chiuse a chiunque per ventiquattro ore. Il castello da biblioteca diventava una fortezza nonché un buon punto di osservazione per quello che accadeva lungo le mura di Namasté.

Se la contea fosse stata invasa, il castello sarebbe diventato la sua roccaforte.

Trovarono Ismail appoggiato a uno dei merli, intento a osservare una mappa stesa sul muro mentre un altro dei confratelli gli diceva qualcosa indicando dei punti; attesero che quella conversazione finisse e il confratello andasse via e poi si avvicinarono.

«Ehi» li salutò Ismail, con il solito calore.

«Grazie per il letto».

«Ma figurati» gli sorrise gesticolando, «tanto in questo giorno la mia stanza rimane sempre vuota!»

«Come vanno le cose?» domandò Bhanuja, apprensiva.

«Beh, come al solito noi e quelli della Misericordia abbiamo sventato un paio di attacchi: c’erano tipi della Compagnia del Raccolto che stavano cercando di stare nascosti per poi tentare una scalata delle mura nel cuore della notte, ma niente di nuovo» scrollò le spalle, mesto.

Stiles resto perplesso. «Ma non avete delle guardie alle mura?»

«In teoria sì» gli rispose ciondolando la testa, «ma in pratica non contano molto. Lo sai quant’è grande la contea, e puoi immaginare quanta poca gente addestrata a combattere ci sia: essere delle creature sovrannaturali non significa essere automaticamente dei lottatori».

Stiles assentì sospirando: in effetti, Scott per esempio mancava di tecnica a volte, agiva solo per istinto, non era un vero combattente.

«Ogni tanto riusciamo a reclutare qualcuno per fare la guardia» aggiunse Ismail, «e Luigi e i suoi passano tutto il giorno a fare la ronda per i campi per sicurezza, ma siamo comunque in pochi e a volte pecchiamo di inesperienza: proveniamo da un’epoca moderna, quindi, escluso i cacciatori e qualche appassionato di strategia di combattimento, ne sappiamo poco di come muoverci durante un giorno simile».

«Già» sospirò Stiles, provando a ironizzare, «al massimo qualcuno avrà dell’esperienza guadagnata con paintball».

Ismail ridacchiò assentendo. «Più o meno».

Stiles sospirò soffermandosi per un lungo secondo a guardare il panorama: c’era un leggero venticello e il cielo era limpido, anche se violaceo per la sera che stava calando, e da lì era possibile vedere tutta la contea. Gli edifici e le strade circondavano il castello somigliando a una vecchia scacchiera di pietra irregolare e tutto intorno si estendevano i campi. Nonostante quel giorno fosse infausto, quello era uno spettacolo mozzafiato, e Stiles era consapevole di essere, anche se sfortunato, un privilegiato: nel mondo reale ormai più nessuno poteva ammirare paesaggi simili che sapevano di un tempo lontano.

«È fantastico, vero?» commentò Ismail sorridendo comprensivo, cogliendo i suoi pensieri. «Scorci e piccole cose di questo genere sono i lati positivi di questa situazione che di tanto in tanto mi rendono il cuore più leggero».

Stiles gli sorrise a sua volta, malinconico. «Lo prendo come un consiglio da tenere in considerazione».

Bhanuja interruppe la loro conversazione strattonato Stiles per una manica, con affetto. «Rientriamo, fra non molto serviranno la cena alla mensa!»

Si congedarono da Ismail e scesero dal cammino di ronda, avviandosi verso uno dei posti del castello che Stiles non aveva ancora visitato: la sala della mensa.

Durante il cammino, Bhanuja non smise neanche un attimo di indicare a Stiles alcuni quadri o arazzi che negli anni erano stati regalati alla Confraternita e che ora davano mostra di sé sulle mura del castello: alla gente rapita e portata nell’Eden mancavano anche i propri hobby, fra cui la pittura e la tessitura, e certe volte qualcuno, per ringraziare la Confraternita di alcune grosse ricerche portate a termine, regalava delle opere commissionate a queste persone che nell’Eden avevano fatto dei loro hobby dei lavori eleganti e prestigiosi.

Stiles osservò con un sopracciglio inarcato delle opere post moderne e di ispirazione impressionista: era quantomeno bizzarro vedere lì dei lavori simili, dato che si trovano in un castello medievale, era un po’ come vedere nelle mani dei confratelli del Drago Scarlatto delle penne stilografiche, ma indubbiamente erano dei dettagli che avevano il loro fascino.

La sala mensa con i suoi lunghissimi tavoli di legno costeggiati da panche di egual lunghezza ricordò a Stiles un po’ Hogwarts, anche se in una versione un po’ più austera – probabilmente perché lì nessuno aveva meno di quindici anni e in buona parte i confratelli avevano tecnicamente più di vent’anni – e nell’aria c’era un buon profumino di stufato e di minestrone. Stiles nel mondo reale era molto dipendente dai cibi surgelati: si chiese come sarebbe stato assaggiare un minestrone fatto con verdure fresche, anche se sapeva che i suoi sensi per principio glielo avrebbero fatto sembrare di certo molto più buono che nella realtà.

Stiles seguì l’esempio di Bhanuja: prese uno dei vassoi che si trovavano impilati all’ingresso della sala e poi andò a mettersi in fila dietro di lei in fondo alla stanza, al tavolo principale dove distribuivano il cibo.

Una volta riempite scodelle e bicchieri di coccio, andarono in cerca di un tavolo; Bhanuja individuò subito un paio di posti liberi di fronte a Linda e Philip e lo portò a sedersi lì.

Nonostante nessuno lì lo stesse guardando male, Stiles si sentiva parecchio uno scroccone a starsene lì a mangiare cibo gratis – nei fatti la sua presenza era dovuta più che altro alla simpatia che Bhanuja e Ismail nutrivano per lui: nel mondo reale avrebbe approfittato di una situazione simile, ma lì era diverso perché sapeva quanto tutti faticavano per coltivare o allevare il cibo e guadagnarselo. In tutta onestà non vedeva l’ora di trovare un lavoro più sostanzioso per evitare costanti sensi di colpa.

Poi il suo stomaco gorgogliò dalla fame, vide Linda ridacchiare di sottecchi e con una smorfia decise di dare un taglio ai sensi di colpa e iniziare a mangiare.

Come prevedibile era tutto ottimo. Si sentì però anche un porcello, perché non era ancora abituato a mangiare con posate e scodelle di una consistenza, un peso e una forma diversa da quella che avevano nel mondo reale – lì perlopiù era tutto in coccio, legno o rame – e il più delle volte finiva per sbrodolarsi, e una cosa era farlo quando era solo in presenza dei ragazzi, un’altra davanti a un’intera Confraternita. Dopo un suo quarto fallimento, Linda con molto senso pratico gli venne incontro dandogli dei suggerimenti su come impugnare il cucchiaio, mentre Philip lo guardò inespressivo – ma non per questo non giudicante.

Per tutto il pasto Bhanuja parlò con Linda delle sue ricerche con tono entusiasta; Linda si limitò ogni tanto ad annuire e fare qualche commento molto sintetico, ma sembrò che la stesse ascoltato sul serio. Stiles fu quasi rapito da quella lunga conversazione – o forse fu ipnotizzato da come ondeggiavano a ogni momento della testa di Linda le perline ai capi del laccio di cuoio con cui teneva i capelli legati a coda alta. Si domandò se per caso gli studenti del college parlassero così durante la pausa pranzo.

Lui non sarebbe mai andato al college.

Philip, dal canto suo, stava mangiando con la grazia e la noia di un vero lord inglese. Osservandolo meglio, Stiles si rese conto che in lui il contrasto fra l’età che dimostrava e quella che aveva sul serio si notava molto più che negli altri: Philip aveva la faccia e il corpo di un adolescente, ma il modo in cui guardava le persone e la maniera in cui si muoveva esprimeva una sicurezza e una decisione per niente tipica di un ragazzino. Nella realtà Philip doveva essere un uomo, e Stiles non sarebbe stato per nulla sorpreso se avesse scoperto che in realtà aveva trent’anni o poco più.

Del resto, il contrasto fra l’età che si dimostrava e quella reale era uno dei particolari più inquietanti dell’Eden. E un giorno quel particolare avrebbe incluso anche lui – un corpo da diciassettenne e una mente e un’età reale da ventisettenne, sarebbe successo, se non fosse morto prima.

Linda lo riscosse dalle sue riflessioni cupe. «Ho sentito che il tuo amico Derek si è unito alle fila della Misericordia» gli disse neutrale, anche se Stiles notò qualche accenno di ironia nel tono della sua voce.

Inarcò un sopracciglio. «Mi tocca chiedertelo: hai qualche problema con Derek?» ribatté, cercando di suonare neutrale quanto lei, ma si accorse di essere stato un filino pungente. E ciò le fece allargare il sorriso che stava sfoggiando.

«Penso solo che sia un individuo interessante: è un omega con una grande presenza e mi sembra abbastanza forte, e questi sono elementi che possono tornare utili da queste parte. E io sono una donna molto pratica» scrollò le spalle con noncuranza.

Stiles la fissò scettico ostentando noia. «Pensi di poter usare Derek?»

Lei si finse in modo palese oltraggiata. «No! Ma credo che in caso di indagini congiunte fra la mia Confraternita e la sua, le sue doti potrebbero farmi comodo».

Bhanuja le rivolse un’occhiata esasperata, ma lei le rivolse un mezzo broncio infantile borbottando «Ho detto solo la verità!»

«Che tipo di indagini?» chiese Stiles curioso, fissandola aggrottando la fronte.

Linda gli rispose agitando un cucchiaio di legno in sua direzione con fare dispettoso, sorridendo compiaciuta. «Niente che ti possa dire, se non fai parte della mia Confraternita».

Stiles sospirò roteando gli occhi.

Bhanuja rivolse un’altra occhiata ammonitrice a Linda; Philip continuò a mangiare con aria annoiata e senza fare alcun rumore.

«Hai mai, uhm» biascicò Bhanuja, rivolgendosi a Stiles con un’occhiata di sottecchi, «riflettuto se unirti o meno a una Compagnia o a una Confraternita?» e fu ovvio che le sue parole fossero piene di speranza.

A volte, quando mangiavano tutti insieme alla Pipa di Tolkien, Stiles percepiva in modo netto come i ragazzi desiderassero renderlo partecipe del loro mondo a tutto tondo, come desiderassero includerlo ulteriormente nei loro discorsi. Stiles non era un confratello, e per giunta era ancora indeciso sul ruolo da prendere all’interno della contea, ma una parte di lui lottava ancora contro tutti quei segnali poco sottili che lo stavano portando verso la Confraternita del Drago Scarlatto.

«Sì, ci ho pensato» ammise, fissando la scodella ormai quasi vuota e rimescolando gli ultimi pezzi di verdura rimasti, «anche se sono ancora un po’ indeciso. Credo però che ormai mi manchi poco a prendere una decisione definitiva». Non voleva davvero superare l’intero primo mese nell’Eden senza aver concluso nulla.

«Oh» esalò Bhanuja, o meglio squittì: sembrò più entusiasta che demoralizzata da quella indecisione. «Se ti va, dopo cena ti posso portare a visitare una delle nostre sezioni: c’è qualcosa in particolare che ti interessa?» e con quella proposta completamente a sproposito non sembrò per nulla che stesse cercando di condurlo sulla strada del Drago Scarlatto a suon di libri interessanti.

Dovette notare anche Philip quanto suonò falsa, perché alzò lo sguardo dal proprio vassoio e fissò Bhanuja dritto in faccia, inespressivo; lei lo guardò confusa e gli sillabò sottovoce "Che c’è?", ma lui non le rispose e tornò a mangiare.

Stiles represse a stento un sorriso intenerito. «Beh, ne so ancora poco della geografia dell’Eden» e rifletté per qualche secondo. «Per esempio, ammetto che non so nulla riguardo le altre Contee Indipendenti».

«Uh» s’intromise Linda, mandando giù un boccone e intromettendosi agitando il cucchiaio, «è facile imparare qualcosa sulle Contee Indipendenti, ti basta sapere solo che sono sette» bevve un sorso d’acqua, deglutì e continuò cominciando a elencare i nomi con le dita. «Namasté è dove ci troviamo, ed è la contea dei raccolti: la nostra economia si basa perlopiù sui prodotti dei nostri campi. Poi c’è la Contea delle Arance, che come si può intuire dal nome è specializzata nella coltivazione degli agrumi e in alberi da frutto in generale, ma non solo: più della metà dei suoi campi sono coltivati a cereali, e ciò la rende la contea maggiormente responsabile del sostentamento di noi Contee Indipendenti».

Bhanuja assunse un’espressione sognante. «I fornai della Contea delle Arance sono i migliori!»

Stiles la guardò inarcando un sopracciglio. «Ci credo».

Linda proseguì col suo elenco. «Poi ci sono Shellshelter e Neptune che sono le contee site vicino al mare e che si occupano di pesca e prodotti marittimi in generale» stese altre due dita, «Mithril che è detta anche la Contea Miniera e che è la fonte dei nostri metalli» chiuse le mano e stese di nuovo due dita, «e per finire le contee montanare che si occupano di bestiame, la Contea delle Ande e Lunense – quest’ultima è specializzata anche in marmo, per le nostre costruzioni».

Bhanuja la guardò aggrottando la fronte. «Questa è una descrizione molto stereotipata».

Lei scrollò le spalle. «Sono una donna molto pratica» ripeté, «e poi così è molto più facile ricordare quali sono le Contee Indipendenti».

«Non mi dispiacerebbe poterle visitare, in futuro» mormorò Stiles, pensoso.

Bhanuja assentì con forza. «Fare parte di una Confraternita potrebbe aiutarti a viaggiare molto» sottolineò con foga.

Philip intervenne atono. «Prima dovrebbe almeno prendere un paio di lezioni di autodifesa».

Stiles si rivolse verso di lui, perplesso. «Come fai a essere così sicuro che io non sappia difendermi».

Gli rispose con aria non meno annoiata di prima. «Sono cresciuto imparando svariate tecniche di combattimento: il combattimento è una disciplina che plasma e trasforma il corpo, e per chi la conosce è facile individuare chi non l’ha mai praticata, basta osservare i movimenti del corpo altrui».

Stiles si ritrovò a fissarsi dalla testa ai piedi, chiedendosi quanto fosse ovvio. «Però so come cavarmela con una mazza da baseball» obiettò, anche se non molto convinto.

«Sul serio?» gli ribatté monocorde e inespressivo, lasciando però trapelare al contempo come lo stesse sfottendo apertamente.

«Sì!»

«Quindi sei un umano che fa parte di un branco, ma sei solo capace di difenderti con una mazza da baseball?»

Stiles a quel punto si sentì in diritto di assumere un’espressione altezzosa quanto la sua. «E tu quindi trovi il fatto che io non mi sia mai allenato a combattere una mancanza eclatante?»

«No. Lo trovo solo stupido».

Linda aveva il dorso di una mano premuto contro la bocca e stava provando in malo modo a nascondere quanto stesse ridacchiando – per motivi che Stiles non capiva – e Bhanuja accanto a lui emanava agitazione.

Stiles inspirò a fondo, ma prima che potesse aprire bocca per ribattere Bhanuja gli posò una mano sul braccio. «Andiamo a prendere qualcosa di digestivo da bere?» propose con un’allegria forzata.

Stiles diede un’occhiata veloce al proprio vassoio, e considerando che ormai aveva finito il pasto assentì secco; si congedò da Linda e Philip con un cenno del capo, scavalcò la panca e seguì Bhanuja al tavolo in fondo, presso cui distribuivano delle bevande.

Bhanuja gli offrì un piccolo cucchiaio e bicchiere di coccio pieno di un liquido tiepido, in cui galleggiavano pezzi di agrumi spellati e dei petali rosa e fuxia.

Stiles annusò curioso il contenuto del bicchiere: aveva un odore fresco e un bel color porpora scuro; l’assaggiò e poi schioccò più volte la lingua e le labbra per assaporare meglio il retrogusto: era buono, sembrava un’aranciata fatta in casa extra aromatizzata con roba strana. Al secondo sorso, per un pelo riuscì a non ruttare in maniera clamorosa in faccia a Bhanuja – beh, quanto meno era efficace.

«Non capirò mai che problema ha Philip» commentò Stiles, posando il bicchiere svuotato sul tavolo accanto a quello in cui distribuivano bevande – c’erano cumuli di bicchieri sporchi lì, doveva servire per quello.

«Non è un cattivo ragazzo» sospirò Bhanuja, «solo che indubbiamente è molto preparato e questo lo porta a esagerare le piccole incompetenze che vede negli altri».

«Da quanto tempo è qui?» chiese incuriosito.

Lei aggrottò la fronte, pensosa. «Non lo so, non ne abbiamo mai parlato. Era qui quando sono già arrivata, e mi sembra di capire che lui e Linda siano stati portati qui più o meno nello stesso periodo: sono sempre stati pappa e ciccia» gli spiegò, «e qui è facile che le persone Inserite nello stesso periodo leghino fra di loro per empatia».

«E da quanto tempo è qui Linda?»

«Quasi dieci anni».

«Oh» esalò Stiles, afflosciandosi. Questo voleva dire che ormai Linda era prossima alla morte, e non era una cosa bella di cui parlare o da far notare.

Per la mente di Bhanuja doveva essere passato lo stesso pensiero, perché Stiles la vide trarre subito un grosso respiro come per scrollarsi e poi cambiare di colpo argomento. «Ti va di aiutarmi a portare da mangiare a Ismail e alla sua squadra?» chiese con leggerezza un po’ forzata.

Stiles le annuì abbozzando un sorriso.

Andarono nelle cucine dove si apprestarono a lavorare con gesti veloci: Bhanuja si mise al tavolo raccogliendo un grosso cumulo di strofinacci puliti, e diede a Stiles delle istruzioni; Stiles prendeva il cibo, lei lo sistemava con ordine negli strofinacci che chiudeva per bene, formando tanti piccoli fagottini che infilava in dei grossi sacchi di tela marrone. A occhio tutta quella roba sarebbe bastata per una ronda di dodici ore per un piccolo gruppo di persone.

Per ultimo, Bhanuja preparò un sacco a parte con del contenuto che risultò un filo inquietante: dalla piccola stanzetta dove tenevano la carne prese quello che sembrò un animale a quattro zampe spellato ma non eviscerato, e poi con attenzione aggiunge una piccola boccetta panciuta di coccio chiusa con un tappo di sughero – facendo attenzione ad avvolgerla bene in della stoffa, affinché non si rompesse al primo urto.

Dopo qualche attimo, Stiles si rese conto che quello doveva essere il pasto per Logan. Deglutì a fatica e fissò con impegno il soffitto fino a quando Bhanuja non gli disse che potevano avviarsi verso il cammino di ronda.

In effetti nel drappello di Ismail trovarono anche Logan, che accolse il sacco per lui con un sorriso appena accennato e molto impacciato, e poi in silenzio si allontanò di molto dagli altri, sedendosi a terra e rivolgendo loro le spalle. Gli altri invece cominciarono subito a passarsi i sacchi per condividere il cibo.

Ismail notò come Stiles stava fissando le spalle di Logan tenendo la fronte aggrottata.

«Non gli piace farsi guardare mentre mangia» lo informò Ismail, a bassa voce e con tono comprensivo, «e non puoi dargli tutti i torti: usa i denti suoi» mostrò i denti indicandoseli, «ed è uno spettacolo molto cruento e sanguinolento vederlo mangiare carne e viscere crude lacerandoli con sola la bocca».

«Uh» commentò Stiles vago, sentendosi un po’ nauseato da quell’immagine mentale che gli aveva regalato.

Salutati i ragazzi di guardia, Bhanuja lo strattonò appena per la manica, con un faccino carico di apprensione.

«Preferisco sempre trascorrere questa giornata tenendomi impegnata: ti andrebbe di farmi compagnia mentre impagino? Non ti ho ancora fatto vedere come marchiamo e decoriamo le copertine in pelle e tessuto!»

Poteva comprendere bene quell’esigenza di Bhanuja, e del resto non è che avesse altro da fare lì al castello, quindi assentì sorridendo e la seguì lungo i corridoi di pietra.

Bhanuja non era l’unica che durante il 5x1 desiderava tenersi occupata: trovarono altre cinque stanze relegate all’impaginazione illuminate a giorno da lampade a olio, in cui gli occupanti lavoravano chini su dei tavoli con espressione concentrata.

Per prima andarono da una ragazza di nome Yumiko, impegnata a ultimare le copertine di un paio di libri. Yumiko era una giovane donna di indubbie origini orientali, teneva i capelli raccolti all’insù in uno chignon allentato e indossava un grembiule di pelle morbida; all’apparenza sembrava essere nei suoi primi vent’anni.

Stiles restò a lungo a guardare affascinato come scriveva su una copertina un titolo e il nome dell’autore con degli eleganti caratteri medievali dal leggero tocco moderno.

Dopo si recarono nel piccolo laboratorio dove era solita lavorare Bhanuja, e Stiles si sedette al tavolo accanto a lei osservandola lavorare mentre man mano gli spiegava quello che faceva e gli raccontava degli annedoti.

L’odore della colla usata era solo appena invasivo e non del tutto spiacevole, e la luce delle lampade dava all’ambiente un’atmosfera confortevole, tant’è che Stiles ricordò di colpo perché si trovava lì e non al dormitorio della Misericordia solo quando udì tre lunghi rintocchi di campana.

L’espressione di Bhanuja s’incupì subito. «È mezzanotte» biascicò triste, «le ventiquattro ore del 5x1 sono appena iniziate».

Seguì un intenso minuto di silenzio in cui Stiles fissò come Bhanuja stesse insistendo in maniera inutile, con sguardo vuoto e malinconico al contempo, a rendere un foglio più liscio di quanto già fosse.

Stiles non voleva davvero pensare a cosa stesse succedendo fuori dalle mura di Namasté, non voleva davvero pensare a Derek impegnato con spirito da martire a proteggere dei perfetti sconosciuti – e con Kate Argent là fuori – quindi provò a intavolare una conversazione.

«Uhm, quella che abbiamo sentito era la campana del palazzo del Consiglio della Contea?» chiese, con voce un po’ incerta. «Perché ho notato che c’è anche un altro edificio con un campanile, anche se più piccolo e modesto…»

Bhanuja sospirò e sembrò destarsi dai propri pensieri tristi. «Sì, la campana era quella. L’altro edificio di cui parli è quello che chiamiamo la "Casa della Commemorazione"» gli spiegò. «Non so se l’hai notato, ma qui non abbiamo cimiteri…»

Stiles annuì, e si chiese com’è che fosse riuscito a passare da un argomento cupo a un altro ancora più infelice. Bhanuja proseguì a parlare.

«È perché quando nell’Eden una persona muore il suo corpo svanisce: è come se la sua figura si de-pixellasse, si disfa in un mare di pixel che sembrano coriandoli, che però non cadono a terra, scompaiono anche loro».

Stiles accennò un sorriso amaro e sarcastico. «Come se fossimo sul serio dentro a un videogame».

«Già» sospirò stanca. «Scompare la persona e tutto ciò che aveva addosso in quel momento, quindi a noi non resta niente delle vittima: non abbiamo delle vere tombe su cui piangere, e comunque apparteniamo tutti a culture diverse, con riti differenti per i propri morti, quindi tempo fa si è deciso di optare per la costruzione di una semplice "casa"» tracciò delle virgolette in aria flettendo le dita. «Non è una chiesa, né un tempio, è solo una sala in cui puoi stare in silenzio a commemorare in privato i tuoi morti quando ne senti il bisogno. Puoi portare dei fiori da appoggiare alle mura, o accendere degli incensi o dire una preghiera, o anche soltanto stare lì seduto per conto tuo a parlare con chi non c’è più. È un luogo di raccoglimento di cui sentivamo umanamente bisogno».

«Comprensibile» mormorò Stiles, malinconico. Si diceva sempre che chi muore non ci abbandona mai, ma non avere un briciolo di posto in cui commemorare o "parlare" con chi non c’era più doveva essere frustrante e logorante.

Quel loro momento troppo denso di tristezza fu interrotto dal rombo di un tuono.

«Cosa diavolo…» biascicò Stiles, stupito, perché un temporale durante la notte del 5x1 era solo la ciliegina sulla torta, e non in senso buono.

Bhanuja sospirò rassegnata guardando le prime gocce d’acqua bagnare i vetri delle ante. «Gli Osservatori fanno piovere spesso durante il 5x1».

«Trovano simpatico peggiorare ulteriormente la visuale e rendere più faticose le fughe?» sbottò sarcastico.

«La cosa ti sorprende?» gli ribatté atona.

«Per niente» si passò una mano sulla faccia. Si andava sempre di male in peggio.

Nonostante tutto, però, ripresero con il lavoro di rilegatura, e Stiles apprezzò come Bhanuja coprì il rumore della pioggia battente con le proprie chiacchiere incessanti, passando da un argomento all’altro forse in maniera un po’ forzata, ma comunque non troppo stridente.

«Penso che sia il caso di andare a fare rifornimento di colla» esalò Bhanuja, quando a occhio e croce doveva essere circa l’una di notte, fissando il fondo del grosso barattolo di coccio ormai vuoto. «La procedura per farla è un po’ più puzzolente della colla stessa» avvertì Stiles, recuperando con concentrazione le ultime gocce di colla con un pennello, «non so se ti va di venire con me di là in laboratorio…»

«Scherzi?» ribatté ironico. «Quando mi ricapita di vedere fare della colla?»

Lei sbuffò un sorriso sul suo stesso tono, posò gli attrezzi e, una volta munita di una torcia guidò Stiles verso l’altro laboratorio.

«Tu ci vedi al buio?» le domandò Stiles, più che altro per curiosità; per tutta risposta le si voltò verso di lui, mostrandogli nella penombra le iridi illuminate di giallo e il riflesso della luce della torcia su un accenno di zanne – stava sorridendo dispettosa.

Stiles inarcò un sopracciglio. «Come non detto». Ora si spiegava perché lei avesse consegnato la torcia a lui lasciandolo però camminare alle sue spalle.

Dopo un paio di metri, inaspettatamente incontrarono Linda e Philip. Stiles notò subito come Philip avesse assicurate sulla schiena due armi a lama – erano incrociate, le impugnature facevano capolino dalle sue spalle – e come Linda avesse perso la sua aria esuberante. Stiles aveva dimenticato che Ismail l’aveva descritta come una che "ti guarda costantemente come se da un momento all’altro avrà la conferma che ammazzarti potrebbe essere un’ottima idea".

Bhanuja si fermò davanti a loro sporgendo il labbro come se fosse dispiaciuta quanto seccata. «State facendo una ronda?»

Philip le rispose privo di tono come al solito. «Abbiamo gente nuova nel castello, la prudenza non è mai troppa».

«Fate così ogni volta! Sono tutte persone che abbiamo già controllato prima, non è carino mostrarsi così diffidenti!»

«Questa è la nostra casa» incalzò Linda, seria, «hai idee di quante persone in vita mia ho visto fare del male a qualcuno che aveva offerto loro una casa?»

Stiles suo malgrado si ritrovò a concordare. «Spiacente, ma sono d’accordo con loro» esalò.

Bhanuja espirò sbuffando e storcendo la bocca, ma non aggiunse nient’altro. Fu pochi secondi dopo che sia Stiles che Philip notarono come le due mannare presenti aggrottarono la fronte voltandosi quasi all’unisono verso la finestra.

«Avete sentito qualcosa?» chiese subito Philip.

«Qualcuno sta chiedendo aiuto» biascicò Bhanuja, preoccupata.

«Voce femminile. Giovane» aggiunse Linda, con espressione ferrea. «Non credo che sia udibile da quelli sul cammino di ronda: troppo distante».

«Questo è strano» commentò Philip.

Stiles d’istinto si mosse per aprire la finestra, ma Philip lo bloccò stringendogli il braccio con una presa dolorosa.

«Tutte le porte e tutte le finestre devono restare chiuse da dopo la mezzanotte» disse Philip e Stiles, perentorio, «come da procedura».

Stiles puntò un dito verso la finestra, irritato. «Ma c’è qualcuno che ha bisogno di aiuto là fuori!»

Philip lo fissò apertamente seccato. «Per questo non sarai tu ad aprire questa dannata finestra» e agitò una mano indicandogli il fondo del corridoio – o forse lo stava solo mandando a quel paese con britannica eleganza, «allontanati da qui. Di almeno cinque metri» ordinò secco, per poi prendere uno degli attrezzi che aveva legati alla cinta – un cannocchiale.

Stiles roteò gli occhi sospirando forte, ma si rese conto che era meglio cedere, dato che lì era l’unico non addestrato.

Camminò a passi molto veloci, poi quando pensò di essere abbastanza lontano si fermò e premette la schiena contro il muro, distante dalla finestra più vicina. Vide Philip aprire la finestra con attenzione, poi dopo qualche secondo saltare sul davanzale per poi accucciarvisi, e infine guardare fuori in basso col cannocchiale mentre al suo fianco le ragazze tendevano l’orecchio e gli indicavano delle direzioni.

Dopo qualche attimo, considerando che nessuno dall’esterno aveva sparato o lanciato verso di loro cose come archetipi di fumogeni, si riavvicinò svelto al gruppetto. «Che succede?»

«Questa dannata pioggia è troppo rumorosa e offusca la visuale» commentò Philip fra i denti; Stiles, notando come stesse aumentando il numero di volte in cui Philip usava la parola "dannato", si ricordò che se per gli americani tutto era "fottuto", per gli inglesi tutto era "dannato", e a quanto sembrava non c’era incantesimo traduttore che potesse fermare la professione di questa dannazione.

«Ho difficoltà a sentire da dove viene questa voce» si lamentò Bhanuja, frustrata e con le iridi gialle.

Linda, da parte sua, sfoderò le zanne, acuì la luce rossa delle sue iridi e sembrò mettersi ancora di più in ascolto. «Di là» indicò infine a Philip.

Lui seguì pronto la direzione, e qualche secondo dopo annunciò monocorde e con precisione ciò che vide. «Due giovani donne, bianche, non vedo tracce sovrannaturali su di loro, o almeno non le vedo da qui».

«Sono della contea?» incalzò Linda.

Lui scosse la testa continuando a guardare col cannocchiale. «Non riesco a vedere bene le loro facce».

Bhanuja si mordicchiò un labbro. «Sono vicine alle porte delle cucine, possiamo offrire loro rifugio facilmente e con poco sforzo».

«Troppo poco sforzo» sottolineò Philip, continuando a guardare col cannocchiale, «non ti viene il dubbio che possa non essere un caso che si trovino proprio vicino alle nostre porte?»

«Potrebbe essere una trappola» mormorò Linda, mortalmente seria.

Philip serrò di colpo la mascella. «Oppure no» richiuse subito il cannocchiale. «Tre uomini bianchi armati di lame in vista. Hanno ucciso una delle due» annunciò, saltando giù veloce e allo stesso tempo sguainando una delle proprie spada, una sciabola.

Sia Linda che Bhanuja emisero dei ringhi bassi e lunghi, e i loro volti cominciarono a mutare.

«Chiudi la finestra» ordinò Linda a Stiles, con tono da alpha, prima di mettersi alle calcagna di Philip insieme a Bhanuja.

Stiles per un lungo attimo si sentì confuso e non seppe cosa fare di se stesso, si passò con foga la torcia da una mano all’altra e solo poi chiuse l’anta aperta. Biascicò apprensivo "Aspettatemi" e cercò di raggiungere i tre ragazzi.

Linda nel suo aspetto da mannara, sebbene avesse gli stessi tratti che Stiles aveva visto in Cora – e i tratti di alpha di Scott – era paurosa: appariva a tutti gli effetti come una predatrice dalle intenzioni omicida, e Stiles si aspettava che da un momento all’altro dagli artigli o dalle zanne le sarebbe colato del sangue giusto per fare scena.

Bhanuja, però, attirò di più la sua curiosità scientifica: di base trasformata non differiva di troppo dai licantropi, ma le sue orecchie anche se più grandi non erano a punta come quelle dei lupi, ma tondeggianti e pelosette, e in più la sua pelle era coperta di chiazze nere rotonde come quelle dei ghepardi.

Philip, dal canto suo, stava avanzando con uno sguardo glaciale da assassino ed era armato fino ai denti: aveva sfoderato anche la seconda spada che aveva con sé, che era più corta e larga della prima, ma per certi versi simile a una sciabola.

Giunti alla porta d’uscita verso l’esterno delle cucine, Philip l’aprì con attenzione, e poi Linda afferrò la torcia di Stiles e l’espose alla pioggia, spegnendola.

«Ehi!» protestò Stiles.

«Non attirare l’attenzione!» ringhiò lei. «Resta qui e non ti muovere. Stai nascosto» ordinò.

Stiles li osservò allontanarsi da lui serrando la mascella e mordendosi un labbro. Non c’era niente che potesse fare con quella pioggia assordante che rendeva pure difficile riuscire a vedere l’ambiente circostante; l’unica cosa che gli venne in mente da fare fu impugnare il coltello che Marjorie gli aveva fatto comprare e che teneva sempre nascosto su di sé e stare nascosto cauto dietro la porta socchiusa.

Attese per dei lunghi minuti qualsiasi segno del ritorno dei ragazzi, imprecando di tanto in tanto a mezza bocca usando i loro nomi, e quando finalmente sentì l’inconfondibile suono di piedi che affondavano in delle pozze d’acqua si sentì sollevato e rilassò le spalle.

«Aprite, vi prego!» sentì urlare una voce femminile. «Mi manda la Guardia Personale della Confraternita!»

Doveva essere stata Linda a dire a quella ragazza di usare il proprio titolo, per avere un lasciapassare; Stiles si sentì sicuro e aprì rapido la porta.

A qualche passo da lui vide due ragazze, di cui una col fianco lacerato e sanguinante e un’espressione moribonda sul viso, mentre l’altra la teneva in piedi facendola appoggiare a sé.

Stiles sibilò un’imprecazione e avanzò per aiutarle.

Con delicatezza spinse quella delle due ferita a sostenersi a lui mormorando rassicurazioni, ed ebbe appena il tempo di vedere come per una frazione di secondo il viso della ragazza accompagnatrice sembrò mostrare del sollievo, poi la punta di una spada spuntò dal ventre di lei e dalla sua bocca cominciò a gocciolare del sangue. La spada venne sfilata da dietro con un suono viscido: pochi secondi e il corpo della povera ragazza svanì in una manciata di pixel, come se fosse niente. Una vita scomparsa per sempre così.

Stiles esalò un "no" e con orrore cercò di indietreggiare veloce portando con sé l’altra ragazza, che ormai sembrava a un passo dal perdere i sensi, e sempre più terrorizzato vide finalmente in faccia l’uomo che doveva aver ucciso la ragazza trapassandola con una spada: stava camminando deciso verso di lui rivolgendogli un ghigno sfacciato.

La ragazza fra le braccia di Stiles pesava, e il sangue, la pioggia e il sudore gli fecero scivolare dalla mano il coltello.

Si udì un ringhio feroce e poi dalla pioggia fittissima emerse qualcuno: Linda saltò alle spalle dell’uomo, circondandogli la vita con le gambe e affondandogli gli artigli nelle spalle, e in una frazione di secondo affondò le zanne sul lato del collo di lui, strappandogli con violenza e decisione un pezzo di carne.

Linda saltò giù dal tipo prima che si disfacesse in pixel, sputò ciò che aveva morso e con la manica della casacca si asciugò in fretta il sangue che le sporcava il mento e la bocca.

«Portiamola dentro» disse a Stiles, urlando per sovrastare il rumore della pioggia e indicando la ragazza ferita, «sento ancora il suo cuore battere, ma è debole!»

Stiles assentì, ma riuscirono solo a provare a sollevare il corpo: vennero assaliti da altri tre uomini.

«Portala dentro!» gli ringhiò Linda con furia gelida, prima di cercare di bloccare il passaggio agli aggressori, ma non riuscì a essere abbastanza veloce: uno degli uomini si avvicinò abbastanza da dare a Stiles un manrovescio, poi strattonò la ragazza verso di sé e la pugnalò al petto. Il corpo svanì subito.

Linda atterrò l’assassinò con un calcio. «Rientra» ordinò a Stiles.

«Dove sono Bhanuja e Philip?» chiese nel panico.

«Porta le tue chiappe pallide dentro e sbarra dall’interno quella cazzo di porta!» e strappò la gola con i denti a un altro tizio.

«Non sbarrerò niente fino a quando non sarete di nuovo tutti al sicuro!» insisté.

«Fai entrare un cazzo di assassino figlio di puttana a casa mia per via della tua testardaggine e giuro che ti ammazzo!» ringhiò, con le iridi rosse più che mai.

Per fortuna in quell’attimo Stiles vide Philip e Bhanuja correre verso di loro. Il lato negativo di ciò era che erano inseguiti da altri due tizi e avevano con loro un peso: Bhanuja teneva intorno al collo il braccio di un ragazzino che poteva essere poco più giovane di lei, aveva una spalla sanguinante.

Qualcosa era andato davvero molto storto, perché era palese che nella contea fossero entrati degli assassini.

Philip stava provando a coprire le spalle di Bhanuja, per portare il ragazzino al sicuro, ma erano in inferiorità numerica e in pessime condizioni per via della pioggia. Stiles si sentì sempre più inutile.

Raggiunse però l’apice del sentirsi impotente quando vide che infine uno degli aggressori riuscì a tagliare la gola al ragazzino che stavano cercando di salvare.

Vide la disperazione e la rabbia di Bhanuja, tutto l’aiuto andato perso e tutta la speranza sprecata. E solo perché degli uomini ritenevano giusto uccidere per soldi: si guadagnavano da vivere con crudeltà, cinque monete d’oro per ogni vita tolta, calpestando i diritti e la dignità altrui come se fosse solo polvere. E lui era lì che non poteva fare altro che assistere impotente a quell’orrido spettacolo.

Sentì montare dentro di sé una rabbia oscura, simile a della nebbia grigia come cenere, che si diffuse in lui invadendo ogni angolo del suo essere. E poi ancora tanta frustrazione, il bisogno impellente di dovere fare qualcosa, di dovere dimostrare qualcosa e di avere il controllo della situazione. Era così arrabbiato da sentirsi gelido e leggero, come vuoto, e all’improvviso nel giro di un solo attimo seppe cosa fare.

Si rialzò in piedi e impugnò di nuovo il coltello, avanzò con passo deciso e incurante della pioggia fitta e battente, e quando uno degli uomini provò a sbarrargli la strada lo colpì in pieno con una gomitata al plesso solare. Il suo obiettivo era il tizio che si stava accanendo su Bhanuja, quello che aveva ucciso il ragazzino.

A mente lucida e con estrema freddezza, una volta giunto alle spalle dell’uomo, con un gesto sicuro infilò il coltello nel lato del collo, uccidendolo.

Quando l’uomo svanì in una pioggerellina di pixel, l’espressione confusa e basita di Bhanuja lo scosse.

Cosa aveva appena fatto? Non se lo chiese terrorizzato o sconvolto, solo… non capiva come l’avesse fatto. Forse ci avrebbe pensato dopo a sconvolgersi.

Di sottecchi, vide Philip fissarlo perplesso e sorpreso per qualche secondo, poi affondò una delle spade nel corpo di un altro aggressore.

Le guardie sul cammino di ronda dovevano finalmente essere riusciti a vedere cosa stava succedendo a ridosso del castello a dispetto della pioggia, perché Stiles vide schizzare al suo fianco Ismail, Logan e altri due ragazzi.

«Tu torni dentro» sibilò Philip all’orecchio di Stiles, con freddezza e artigliandogli forte una mano sulla spalla.

«Ma…» cercò di protestare.

«Sei fuori di te. Torna dentro» rincarò, con una rabbia sottile che a Stiles ricordò Chris Argent.

Deglutì a fatica ed eseguì l’ordine di Philip.

Grazie ai rinforzi, nel giro di pochi minuti riuscirono a debellare l’attacco.

Linda, gloriosamente sporca di sangue, con la mascella serrata e uno sguardo pieno di furia gelida afferrò per la caviglia l’unico aggressore ancora vivo e mezzo tramortito e lo trascinò dentro al castello come se fosse uno straccio.

Una volta dentro la cucina e al riparo dall’acqua, tutti i mannari ripresero i propri tratti umani, anche se Linda mantenne le iridi rosse. Ismail scambiò uno sguardo proprio con lei, che dovette interpretare quel gesto come un permesso a procedere con quello che aveva intenzione di fare, perché Stiles subito dopo la vide premere forte uno stivale al centro del petto dell’aggressore, inespressiva.

«In quanti siete e come avete fatto a entrare». Non fu una domanda, e il tono fu chiaro e freddo come il ghiaccio.

Il tipo per tutta risposta emise dei gemiti di dolore.

Linda gli diede un calcio nelle palle.

«In quanti siete e come avete fatto a entrare» ripeté, sopra i lamenti più forti dell’uomo. «O giuro che te lo taglio con gli artigli. E non credere che io non abbia mai fatto una cosa simile per di meno».

«Eravamo in tredici» le rispose fioco e roco. «Abbiamo avuto l’aiuto da parte di un paio di persone Inserite solo da qualche mese: nei due precedenti 5x1 hanno ottenuto rifugio qui a Namasté, hanno osservato quali lati delle mura sono meno custoditi. Ci hanno aiutato a scalare per venire all’interno».

«Dove sono gli altri?» incalzò Linda.

«Non lo so, una volta entrati alcuni di noi sono andati per conto proprio, l’obiettivo comune era solo quello di entrare».

Linda inspirò a fondo e si rivolse verso Ismail. «Dice la verità».

Ismail assentì solenne. «Va bene».

Lei aspettò che l’uomo si rilassasse convinto di avercela fatta, prima di chinarsi veloce per affondare gli artigli proprio dritti sul suo cuore, uccidendolo.

Stiles si sentì un po’ scosso dall’intensità cruenta di quella scena: era la prima volta che assisteva a un interrogatorio così sanguinolento. Il suo branco a Beacon Hills aveva avuto delle ragioni per uccidere, ma non lo aveva mai fatto, anche se del resto era pure vero che non avevano mai vissuto in un ambiente del genere e con pressioni simili.

E aveva ucciso anche lui quella sera.

«Quanti uomini ci sono ancora a piede libero?» chiese Ismail, serio e pragmatico.

«Credo sei» gli rispose Linda.

«Con questa pioggia è improbabile che qualcuno tenti di dare fuoco alle case per fare uscire gli abitanti, com’è successo l’ultima volta che abbiamo avuto degli invasori» osservò Ismail, «ma è anche vero che esistono più modi per stanare delle persone: dobbiamo scovarli prima che uccidano qualcun altro».

Linda assentì. «Andrò a cercarli».

«Porta Philip e Logan con te» aggiunse Ismail, rivolgendole un’occhiata apprensiva.

Lei annuì un’altra volta, poi girò sui tacchi e uscì di nuovo sotto la pioggia, seguita a ruota da Logan e Philip.

Un confratello chiuse per bene la porta che dava verso l’esterno, e solo in quel momento, quando finalmente il rumore della pioggia fu attutito, Stiles si permise di sconvolgersi e vomitare l’anima ai propri piedi.

Chapter Text

 

Bhanuja e Ismail aiutarono subito Stiles a rimettersi, sostenendolo e passandogli degli strofinacci puliti con cui pulirsi la bocca; lasciarono il resto agli addetti alla cucina e poi con delicatezza e attenzione aiutarono Stiles ad arrivare fino alla stanza di Ismail, senza mai porre domande, solo mormorando di tanto in tanto qualche incoraggiamento.

Stiles si sentì abbastanza patetico: era un momento di crisi, avevano subito un attacco e perfino i mannari avevano i vestiti un po’ squarciati e sporchi di sangue, e lui – che aveva solo un piccolo taglio al labbro per via del manrovescio ricevuto prima – invece di essere di aiuto aveva vomitato. Decisamente quello non era uno dei suoi momenti migliori.

Una volta arrivati in camera, Stiles si sedette con un tonfo sul letto e strinse con nervosismo i pugni nella casacca di Bhanuja, per attirare la sua attenzione. «Ti è sembrato di annusare qualcosa di strano in me?» le chiese con voce roca e a sguardo basso. «Qualsiasi dettaglio… qualsiasi odore insolito addosso a me… Dimmelo».

Bhanuja lo fissò preoccupata e perplessa, per poi scambiare uno sguardo con Ismail, che si avvicinò a lui porgendogli un bicchiere.

«Tieni» offrì a bassa voce, «è un infuso di menta leggero che di solito uso per sciacquarmi la bocca, se mangio roba dal sapore troppo intenso e persistente» e gli passò anche un piccolo catino.

Stiles accettò il bicchiere e si sciacquò la bocca per bene – fece anche un paio di gargarismi – e in effetti dopo si sentì più rinfrescato; vide con la coda dell’occhio che Ismail stava cercando nell’armadio un paio di pantaloni puliti da dargli.

Rivolse di nuovo lo sguardo a Bhanuja. «Hai sentito niente?» insisté.

Lei si mordicchiò un labbro. «In effetti, per un momento, mi sei sembrato un po’… strano, ma non così tanto da spaventarmi… cioè» provò a spiegarsi meglio, «mi sono preoccupata, ma i miei istinti non ti hanno indicato come una minaccia».

Stiles sbuffò una risata nasale amara. «Non una minaccia, eh?» scosse piano la testa.

Ismail si accovacciò ai suoi piedi. «Stiles, fratello, che ti è successo?» gli chiese neutrale, anche se emanò ansia.

«È solo che…» cercò di trovare le parole adatte; Bhanuja si sedette al suo fianco e gli posò una mano sul braccio. «Qualche tempo prima che gli Osservatori mi prendessero, sono stato posseduto da uno spirito oscuro, e… poco fa mi sono comportato di colpo come lui» spiegò a fatica e a sguardo basso.

Ismail espirò a fondo e aggrottò la fronte. «Fratello, non devi farti problemi a parlare di queste cose con noi, perché siamo qui per aiutarti». Stiles vide di sottecchi Bhanuja concordare annuendo.

«E poi» aggiunse Ismail, «non pensare di essere l’unico umano nell’Eden a essere stato posseduto: ne conosco un paio, so che è dura e frustrante sentirsi condizionati dagli Osservatori dopo essere stati manipolati da uno spirito – è come rivivere degli incubi. Ma non farti mai problemi a parlarne con noi» concluse posandosi una mano sul petto con solennità.

«Possiamo anche indirizzarti verso delle persone che hanno avuto il tuo stesso problema» aggiunse Bhanuja, «se magari ti senti più a tuo agio a discuterne con chi ha vissuto la tua stessa esperienza. Per esempio, potresti parlare con Theodora» si corresse ciondolando la testa, «cioè, non proprio parlare perché lei ha fatto voto di silenzio, ma comunque! Ci siamo capiti, no?»

Stiles annuì abbozzando un piccolo sorriso divertito. «Sì, so di Theodora, ma ammetto che finora neanche mi era passato per la testa di parlarne con qualcuno…» si stropicciò gli occhi con forza, stanco. «Poco fa però mi è sembrato davvero di essere di nuovo lui» mugugnò agitato e preoccupato. «So che gli Osservatori di certo mi stuzzicheranno puntando al mio passato, e mi sto chiedendo se mi abbiano fatto qualcosa, se in qualche modo… non so, se magari lo hanno fatto tornare?» chiese con voce un po’ stridula, irrigidendosi.

Ismail scosse la testa storcendo la bocca. «Uhm, non credo sia possibile: non mi risulta che qua nell’Eden abbiano mai fatto una cosa simile».

«Beh, c’è sempre una prima volta» gli ribatté sarcastico, anche se non pungente.

Ismail non era convinto. «Io la vedo così: è stato un momento di crisi e pericolo e i tuoi istinti ti hanno fatto reagire attingendo a un comportamento e una posa che hai assunto di recente» ipotizzò. «È normale imitare d’istinto un comportamento che non ci appartiene, certo, questo è un caso infelice» specificò, «però è normale».

Stiles espirò a fondo. «Voglio pensare che sia così».

Lui gli sorrise incoraggiante dandogli delle pacche affettuose sul ginocchio. «Vedrai che è così!» Si rimise in piedi. «Io devo tornare di guardia, posso lasciarvi?» si rivolse sia a Stiles che a Bhanuja.

Entrambi annuirono con più o meno forza.

Quando Ismail chiuse la porta della stanza dietro di sé, Stiles afferrò i pantaloni che lui gli aveva posato sul letto, e Bhanuja si mise in piedi rivolgendogli le spalle, per lasciarlo cambiare.

«Credo che dovresti sul serio parlare con Theodora» insisté lei.

«Ci penserò» esalò finendo di stringere i nodi delle braghe. «Puoi girarti» mugugnò.

«O se proprio vuoi sentirti più sicuro» aggiunse Bhanuja, con un pizzico di entusiasmo, «puoi parlarne con Raleigh: lui ha moltissima esperienza, ti saprà dire con più certezza se è il caso di preoccuparsi o meno».

Stiles storse la bocca, pensoso: Bhanuja al loro primo incontro aveva detto a lui e Derek che potevano scegliere se sostenere o meno un’intervista approfondita con qualcuno della Confraternita, per fornire loro altri elementi per le loro ricerche, ma finora nessuno dei due aveva davvero vagliato quell’ipotesi; fornire la propria storia con un’intervista sarebbe stato un ottimo mezzo per scoprire di più quanto in effetti gli Osservatori c’entrassero con il suo comportamento inusuale.

«Rifletterò anche su questo» concluse sospirando. «Ora che si fa?»

Bhanuja prese una delle lampade a olio presenti nella stanza. «Personalmente ho bisogno di tenere la mente occupata, mentre sono in attesa del ritorno dei ragazzi» arricciò nervosa le dita con cui non reggeva l’oggetto. «Vorrei tornare a fare la colla…»

Le rivolse un lieve sorriso comprensivo. «Vengo con te». Era il minimo che potesse fare per ringraziarla di averlo sostenuto e ascoltato. Bhanuja gli sorrise sollevata e gli passò la lampada.

Era chiaro che la ragazza non intendesse dormire fino al rientro di Linda, Logan e Philip, ma comunque Stiles era abituato a passare delle notti insonni per scrivere dei saggi scolastici o per stare dietro alle nuove minacce sovrannaturali giunte a Beacon Hills, quindi pensò che non gli avrebbe pesato molto.

Prepararono il collante chiacchierando in maniera casuale delle loro strane abitudini di annusare appieno l’odore della colla, o anche quello della benzina, e quando tornarono al laboratorio di rilegatura una ragazza dai capelli rossicci di nome Milla bussò alla loro porta per chiedere un favore.

Aveva finito di trascrivere gli ultimi film di 007, quelli con Daniel Craig, facendone una serie di racconti, e le avrebbe fatto piacere avere un loro parere prima di farne una bella copia; era disposta a leggerli per loro a voce alta.

Accettarono la proposta, anche perché era un buon modo di passare la nottata mentre rilegavano libri; Milla sorrise a entrambi molto grata.

Stiles trovò in un certo senso divertente leggere di come quei film fossero diventati dei racconti, e non solo perché per iscritto certi dettagli delle scene d’azione sembravano più pazzi o assurdi che a vederli al cinema, ma soprattutto perché il cambio da pellicola filmica a pagina scritta era in sé qualcosa di bizzarro.

Nell’Eden non si poteva andare al cinema o vedere la TV, potere leggere su carta i nuovi film era un passatempo interessante – per non impazzire – e Stiles si ripromise di provare ad assistere a una delle recite della Compagnia dei Cantastorie: quello sì che sarebbe stato esilarante. Tra l’altro, i Cantastorie lo stavano pagando bene: per loro riuscire a mettere le mani su un film ancora non trascritto dal Drago Scarlatto voleva dire avere più pubblico pagante, perché meno persone conoscevano la trama, più spettatori accorrevano ad assistere allo spettacolo, quindi a raccontare film a un Cantastorie si guadagnava bene.

Esauriti i film di 007, però, Milla si congedò da loro sbadigliando, e Bhanuja dovette arrendersi al fatto che, sebbene riuscisse a tenere ancora gli occhi aperti, era troppo stanca e aveva la mente offuscata, così tanto da commettere sempre più piccoli errori, quindi Stiles la aiutò a rimettere a posto il laboratorio.

Era già passata l’alba e dalle finestre entrava la prima luce del mattino, quando sentirono un gran rumore di passi affrettati mentre erano impegnati a chiudere per bene i vasetti di colla.

Bhanuja corse veloce fino alla porta d’ingresso del castello, Stiles la seguì a ruota.

Quando arrivarono alla meta trovarono Ismail che dava già istruzioni incalzanti per chiudere il portone, e Linda, Logan e Philip in piedi e con la schiena appoggiata al muro, nel tentativo di riprendere fiato e tamponarsi con le mani un paio di ferite.

Avevano tutti e tre l’aria molto stanca, i vestiti lacerati in più punti e delle macchie di sangue addosso, ma sembravano abbastanza interi e soprattutto erano vivi.

Stiles vedendoli rilassò le spalle e sospirò sollevato; Bhanuja emise un singhiozzo e corse ad abbracciare Linda premendo la faccia contro il suo petto; lei le rispose sorridendo intenerita e arruffandole con affetto i capelli.

Non appena Bhanuja si voltò verso Logan, lui del tutto inespressivo agitò la mano a mo’ di saluto, come a dire in modo patetico che stava bene ed era lì; Bhanuja tirò su col naso e strizzò anche lui in un abbraccio, per poi afferrare Philip per un polso per costringerlo a unirsi anche lui alla stretta – lui l’accontentò, mostrandosi solo appena annoiato.

Stiles aspettò rispettosamente che Bhanuja finisse di salutarli tutti e che Ismail ascoltasse un breve rapporto da parte di Linda, poi si avvicinò al gruppetto.

«È andata bene?» domandò a Linda.

Lei sospirò esausta scrollando le spalle. «Li abbiamo presi tutti, ma non sappiamo quante vittime hanno fatto nel frattempo: i cadaveri svaniscono sempre e la pioggia ha lavato via l’odore del sangue, e in più non abbiamo mezzi di comunicazione e non possiamo certo chiedere alle persone di aprire le loro porte sprangate per noi per sapere se da loro manca qualcuno all’appello…» concluse con del velato sarcasmo.

«Immagino» sospirò Stiles.

«Ne sapremo di più dopo la mezzanotte. Ora abbiamo bisogno di un bagno caldo e di riposare un po’ per potere riprendere a fare la guardia» mugugnò, stropicciandosi la faccia.

Bhanuja intervenne quasi pigolando. «Dopo aver finito di lavarvi venite in camera di Ismail: vi faremo trovare da mangiare».

Linda le sorrise con affetto. «Grazie, tesoro».

Muniti di un paio di cesti di vimini, Stiles e Bhanuja racimolarono nelle cucine delle pagnotte, del formaggio, della carne secca e delle brocche di acqua potabile, e portarono tutto in camera. Del resto, avevano fame anche loro perché non avevano fatto ancora colazione.

I ragazzi li raggiunsero non molto tempo dopo; Philip sembrò che in realtà avesse poca voglia di stare in mezzo a loro, e fu il primo ad addormentarsi dopo essersi sistemato a mangiare in un angolo sul pavimento, in compagnia di due grossi cuscini – a Stiles ricordò un gatto pigro e schizzinoso.

Stiles si sistemò a terra lasciando che le ragazze prendessero posto sul letto, e Logan s’incastrò ai piedi delle ragazze. Sfiniti com’erano crollarono subito nel sonno.

Quando Stiles aprì gli occhi, dalla luce che filtrava dalla finestra ritenne che a occhio doveva essere il primo pomeriggio. Vide di sottecchi che Linda era seduta sul letto con la schiena contro la testiera e la testa di Bhanuja – ancora dormiente – in grembo; aveva il proprio account aperto.

Stiles si tirò su a sedere. «Ehi» mormorò in saluto – gli altri dormivano ancora.

«Ehi» gli replicò lei.

Stiles, dal movimento degli occhi di Linda intuì che doveva stare leggendo qualcosa. «Che guardi?» chiese curioso, visto che i mezzi di comunicazione erano bloccati ed era impossibile inviare o ricevere email.

«La lista dei nomi con una taglia resta online durante il 5x1» gli rispose a bassa voce, «e viene aggiornata in tempo reale. Stavo controllando se manca qualcuno che conosco».

«E?» incalzò.

Lei strinse appena le labbra. «Leo è stato appena sostituito dal nome di Gina: era il leader della Compagnia degli Astri».

«Oh» esalò, aprendo a propria volta il suo account per scorrere la lista. «Non pensavo che qualcuno della Compagnia degli Astri potesse essere visto come un pezzo grosso, cioè» si corresse, «come uno che potesse valere abbastanza da fare gola». Scorse la lista rapido, fino ad arrivare al nome di Gina: il titolo di leader della Compagnia degli Astri al momento valeva cento monete d’oro.

«Leo valeva un poco di più di quanto vale ora Gina» lo informò Linda, «perché aveva accumulato dell’esperienza e quindi la sua taglia era aumentata, ma sai com’è: è pur sempre un mucchio d’oro, e quindi la gente lo vuole» concluse sarcastica, chiudendo la finestra con un gesto secco.

«Mi dispiace» biascicò Stiles, anche se sapeva che erano parole inutili.

Linda scrollò le spalle, ma si vedeva che la cosa l’aveva toccata eccome. «Era una brava persona. Mi fa rabbia perché fare del male alla Compagnia degli Astri è una vigliaccata: vivono a ridosso della Contea delle Ande, sulle montagne – è un ottimo punto d’osservazione – e il loro palazzo-osservatorio è una buona roccaforte, ma non sono dei combattenti come noi bibliotecari, perché sono gente molto pacifica» calcò bene le ultime parole. «Non sono specializzati, o almeno non tutti, ma fanno del lavoro per l’intero Eden: il nostro cielo è quasi lo specchio del cielo reale, ma alle volte gli Osservatori accelerano degli eventi astronomici o li spostano nel tempo, e loro ci avvisano, considerando gli effetti che possono avere su noi mannari… quindi mi fa rabbia che qualcuno pensi che dell’oro valga più di quello che fanno per tutti» concluse con tono duro, anche se sempre a bassa voce.

«Sto cominciando a pensare che non è vero che col tempo ci si abitua a sopportare un 5x1» osservò Stiles, amaro.

«Beh» sospirò Linda, «che a un certo punto quest’ambiente ti indurisce abbastanza da renderti più facile superare emotivamente un 5x1 è vero, solo che non tutti i giorni qui sono uguali, si possono avere dei periodi più grigi, e quando un 5x1 capita proprio lì in mezzo non è il massimo» osservò con pungente ironia.

«Non stai passando un bel periodo, quindi?»

Gli rispose cominciando a sfilarsi piano dalla presa di Bhanuja. «Diciamo che sono in attesa di risultati che ancora non arrivano, questioni che non mi portano da nessuna parte. E mi sto seccando» rispose vaga.

Annuì comprensivo non indagando oltre.

«Riprendo a fare la guardia» gli disse, allacciandosi una spada alla vita e infilando un paio di pugnali negli stivali – prima di stendersi sul letto li aveva lasciati sulla scrivania. «Avvisa tu gli altri quando si risveglieranno».

«Va bene» assentì, osservandola uscire facendo pochissimo rumore.

Restò per qualche attimo seduto a fissare il nulla, poi sospirando tornò a sistemarsi sul giaciglio di fortuna che aveva messo a punto per dormire sul pavimento. La sua mente tornò con angoscia verso Derek un paio di volte, poi riprese sonno esausto dalle proprie preoccupazioni.

 

 

 

Al suo risveglio Philip e Logan non c’erano più, mentre Bhanuja dormiva ancora sul letto, scomposta e supina.

Stiles emise un grugnito fioco provando a far scrocchiare le ossa della schiena – dormire sul pavimento di pietra aveva i suoi dolorosi lati negativi – e si stropicciò gli occhi notando che si sentiva come quando ci si riprendeva da un mal di testa colossale – intorpidito, appesantito e con una leggera sensazione di soffocamento.

Si alzò piano per aprire la finestra, per prendere una piccola boccata di aria fresca, ma storse il naso e la bocca quando si rese conto che non poteva farlo, non fino a mezzanotte. Per distogliere la mente da pensieri claustrofobici, aprì l’account personale per scorrere di nuovo la lista con le taglie, sedendosi sul davanzale della finestra.

Non c’erano stati cambiamenti rispetto a quanto aveva visto prima di riaddormentarsi, e ormai stava calando la sera – forse fra non molto sarebbe stata l’ora di cena.

Sospirò massaggiandosi il naso stringendolo fra due dita; nel mondo reale, non gli sarebbe dispiaciuto prendere parte per finta a un assedio, nell’Eden però era tutt’altra storia. Forse il suo se stesso di qualche tempo fa, quello prima della possessione della Nogitsune, lo avrebbe trovato ugualmente eccitante, terrificante sì, ma eccitante. Ora al massimo riusciva a cogliere la bellezza oggettiva di vivere in un ambiente di stampo medievale.

Si appoggiò di schiena contro lo stipite, osservando con amara rassegnazione come le ultime luci del giorno stavano abbandonando il cielo. Quello era un mondo cinico, in cui nessuno organizzava delle invasioni per impossessarsi dei prodotti che c’erano nei campi siti oltre delle mura di protezione, semmai decidevano di invadere per uccidere degli innocenti e ottenere dell’oro. L’oro valeva più del cibo da quelle parti.

Si domandò fino a che punto il suo essere avrebbe assorbito tutto il cinismo di quel mondo virtuale, visto che di suo era già abbastanza acido e sarcastico, e quale sarebbe stato il risultato finale. Ciò che era sicuro era che alla fine sarebbe cambiato come persona, di nuovo.

Dopo non molto Bhanuja si svegliò mugolando versi indistinti e rotolandosi sul letto, e dopo qualche attimo aprì gli occhi, lo salutò con un "ehi" sussurrato e poi restò a lungo ferma in silenzio ad abbracciare e coccolare il cuscino con espressione pensosa e malinconica.

Sembravano entrambi parecchio storditi, o forse nessuno dei due aveva voglia di fare qualcosa, considerando che ormai non c’era molto altro da fare dentro al castello. Rimasero in un confortevole silenzio fino a quando i loro stomaci non cominciarono a gorgogliare per la fame; decisero di recarsi alla mensa.

Una volta giunti nella sala, Stiles scelse di mettersi nel vassoio qualcosa di molto leggero da digerire – memore della fine che aveva fatto il suo pasto la sera prima – e poi lui e Bhanuja cercarono Philip e Linda per sedersi con loro.

Trovarono Linda china sul tavolo, con la fronte premuta contro il braccio, che sbadigliava di continuo in maniera vistosa e lamentosa. Al suo fianco, Philip non aveva un colorito propriamente sano, però si stava atteggiando da nobile inglese come alla cena precedente.

Stiles gli rivolse un’occhiata scettica inarcando un sopracciglio. «Non sei proprio stanco?»

Lui gli rispose con aria appena infastidita. «Sono un cacciatore, sono stato addestrato fin da bambino a superare notti come questa».

Stiles provò a non ridere del fatto che disse "Sono un cacciatore" come gli alpha di Beacon Hills tendevano a dire "Sono un alpha" – Scott compreso. Comunque, Stiles di Philip apprezzava il fatto che stesse accanto a dei mannari senza battere ciglio, mostrando di non avere pregiudizi – merce rara, quando si trattava di cacciatori.

A fine pasto, Linda si protrasse verso Bhanuja e, rivolgendole un sorriso affettuoso e comprensivo, le diede delle piccole pacche sul braccio. «Ancora un paio di ore e sarà finita» l’incoraggiò; lei assentì mordicchiandosi il labbro inferiore.

Dopodiché Linda si stiracchiò stendendo le braccia verso l’alto, e lei e Philip si alzarono per rimettere i vassoi e scodelle sporche sui tavoli appositi e tornarono a pattugliare il castello.

Stiles si rivolse a Bhanuja per porle una domanda con un pizzico di sincera curiosità. «Linda è la tua ragazza?»

Lei si mostrò sorpresa. «Uh? No, no!» scosse la testa, anche se abbassando lo sguardo. «Per me lei è come una sorella maggiore. A me piacciono solo i ragazzi» aggiunse intrecciando le dita, con l’aria di una che voleva dire che in realtà le piaceva nello specifico un singolo ragazzo. Stiles annuì vago abbozzando un sorriso, preferendo non cogliere l’evidente occasione di stuzzicarla un po’. Dopo decisero insieme di trascorrere il tempo rimasto leggendo.

Bhanuja portò Stiles nella sezione in cui tenevano i libri da leggere: c’erano sia trascrizioni di libri reali fatte più o meno a braccio, che fatte più o meno a memoria o più o meno riassuntate – per esempio, c’erano quelle di Harry Potter – ma anche le trascrizioni di film e telefilm, e di fumetti e manga. Per alcuni titoli erano presenti più versioni, ognuna scritta da un confratello diverso.

Stiles fu curioso di provare la versione di Philip de Il Signore degli Anelli, sia per via di Philip in sé, sia perché era incredibilmente breve rispetto alla versione originale, e ciò era quantomeno bizzarro.

Tornati in camera di Ismail per sistemarsi a leggere, accesero delle lampade a olio e si sedettero entrambi sul letto – Bhanuja verso la testiera, Stiles ai piedi del materasso.

Fu così che Stiles scoprì che a quanto sembrava Philip amava fare dei grandi classici dei riassunti in cui con tono serio e solenne ridicolizzava tutto e tutti, spargendo per bene la sua abitudine britannica di dannare o maledire ogni cosa. Durante la lettura Stiles si ritrovò più volte a passarsi una mano sul volto cercando di non scoppiare a ridere.

Faceva buio pesto già da un bel pezzo quando finalmente sentirono il rintocco della campana del palazzo del Consiglio della Contea: il Giorno del 5x1 era finito.

Bhanuja respirò a fondo portandosi una mano sul cuore, e poi aprì veloce la finestra del proprio account. «Fra poco Ismail darà il permesso ufficiale di aprire porte e finestre».

Stiles assentì mettendo da parte il tomo che leggeva e aprendo a sua volta il proprio account. Puntò subito gli occhi verso la casella della posta: le vie di comunicazione non erano più bloccate.

Tutta la preoccupazione per Derek che era riuscito con forza a mettere da parte o porre come debole rumore di sottofondo, calò su di lui come della nebbia densa, pesante e soffocante, offuscandogli un po’ la vista e rendendogli faticoso respirare.

"Dove sei?" inviò a Derek. Non gli chiese neanche come stesse, tanto se rispondeva voleva dire che più o meno era intero, meglio essere coincisi e diretti.

Pochi secondi dopo, sia lui che Bhanuja ricevettero un messaggio da parte di Ismail, nella sua veste ufficiale di Castellano; li avvisava che potevano aprire porte e finestre. Si udì provenire dal corridoio un gran rumore di passi, gente che si affrettava ad approfittare all’istante del permesso ricevuto, e poi la voce di Philip: lo udirono gridare perentorio e appena seccato.

«Aprite le finestre e fate arieggiare questo dannato castello».

Non che Stiles potesse dargli torto: per ventiquattro ore gli unici usci aperti erano stati quelli che davano sul cammino di ronda, sorvegliati dalle guardie.

Bhanuja spalancò la finestra e si sporse appena fuori per respirare a fondo dell’aria fresca; la temperatura dentro alla stanza cambiò di colpo, facendo rabbrividire un po’ Stiles, ma non fu spiacevole, anzi ciò lo fece tornare un po’ in sé, scrollando dall’ansia che stava provando.

Alla centesima volta che controllò la propria posta, vide infine una risposta di Derek.

"Siamo abbastanza lontani da Namasté, ci siamo spostati costantemente per allontanare gli assassini dai villaggi usando Marjorie e Raleigh come esche. Sto bene, tu?"

Stiles espirò a fondo rilassandosi e afflosciando le spalle.

"C’è stato un imprevisto, ma stiamo tutti bene. Ti aspetto". Non si dilungò a raccontargli cos’era successo, tanto sapeva che Raleigh era con lui e di certo Ismail stava per inviargli un rapporto via email – e infatti non ricevette alcuna replica da parte di Derek, non gli chiese ulteriori spiegazioni.

Vide che anche Bhanuja era impegnata a scambiare dei messaggi veloci con qualcuno – forse con gli altri della Misericordia – e non la disturbò, affacciandosi anche lui dalla finestra. Osservò dall’alto come un mare di piccole luci – torce infuocate – invase a poco a poco le strade della contea: erano persone che uscivano fuori dalle proprie case per prendere aria, o controllare i danni subiti, ma in qualche modo era anche una scena che dava pace.

Linda entrò nella loro stanza senza bussare, si diresse a passo di marcia verso il letto slegandosi i capelli con un gesto fluido, e si stese di faccia sul materasso emettendo dei lunghi grugniti dalla stanchezza. Dopo non molto, Ismail e Logan li raggiunsero: il primo con pazienza spostò gli arti di Linda per ricavarsi un posticino su cui dormire, mentre l’altro si raggomitolò ai piedi del letto.

Philip doveva essere in camera propria, a dormire il sonno dei giusti lontano da loro plebei.

Stiles e Bhanuja ripresero a leggere, in attesa di sentire il suono delle campane che annunciavano il rientro delle truppe di volontari usciti per soccorrere chi non viveva o non si trovava al momento all’interno di una contea.

Tecnicamente attesero davvero a lungo, perché era l’alba quando sentirono le campane rintoccare, ma visto che Stiles aveva avuto già la conferma che tutti stavano bene non furono delle ore davvero pesanti e soffocanti.

Dopo il primo rintocco, Linda si svegliò di colpo, Stiles e Bhanuja posarono i libri e tutti e tre si scapicollarono verso l’ingresso del castello, lasciando indietro i ragazzi.

Le campane suonavano ancora, quando uscirono all’aperto, e le luci fredde dell’alba avvolgevano i profili delle case in modo morbido. Le strade erano abbastanza piene di persone che parlavano fra di loro rassicurandosi, ma Stiles si fece spazio con forza seguendo le ragazze.

Quando arrivarono nella piazza centrale, videro dei cavalli entrare dal lato opposto.

Per prima Stiles scorse Marjorie e Raleigh, in sella l’una accanto all’altro e con l’aria molto stanca e qualche traccia di sangue sui vestiti; poi qualcun altro con la divisa della Misericordia e infine, proprio quando Stiles stava per cominciare a imprecare a mezza bocca contro Derek che non si faceva ancora vedere, lo scorse.
Era in sella a Patch, il suo cavallo nero, e sembrava pure lui esausto; non portava il mantello da viaggio, aveva la giubba slacciata che mostrava come la casacca bianca che indossava sotto fosse un po’ lacerata, e sulla tempia aveva un rivolo di sangue.

«Derek!» lo chiamò Stiles, sentendosi i polmoni stringere, tant’è che la voce gli suonò stridula.

Lo sguardo di Derek diventò all’istante più acuto, e Stiles lo vide rivolgere di scatto la testa in sua direzione.

Stiles lasciò perdere le ragazze e corse verso di lui; lo vide fermare il cavallo e poi smontare dalla sella.

Stiles era davvero stanco di essere preoccupato e in ansia per Derek, così esausto dal non potere comunicare con lui durante un assedio, e ormai da troppo tempo l’idea che Derek fosse il suo unico legame con il mondo reale gli circondava i polmoni stringendoglieli forte… Agì senza rifletterci o dare chissà che peso alle proprie azioni: abbracciò Derek premendo la fronte contro la sua spalla, tenendosi rigido e stringendo i pugni – appena posati sulla schiena di Derek – fino a quando non sentì Derek ricambiare piano la sua stretta. Solo allora, quando si rilassò, notò che durante l’abbraccio aveva spinto Derek a indietreggiare; si chiese se Derek avesse indietreggiato per la sorpresa o perché lui l’aveva travolto in un momento di debolezza. Forse entrambe le cose, ma non aveva importanza, non quando erano di nuovo faccia a faccia.

«Stai bene?» gli domandò Derek, a voce bassa e con tono preoccupato.

Lui annuì scostando un po’ la testa dalla sua spalla.

Derek aggrottò la fronte. «Hai un taglio sul labbro» osservò perplesso.

Scrollò le spalle. «Piccolezze. Sono intero, comunque. Tu?»

«Tutto a posto».

L’atmosfera diventò di colpo carica di imbarazzo intorno a loro. Stiles però non voleva staccarsi da Derek, perché erano settimane che non aveva un contatto fisico con qualcuno di caro, giorni e giorni che non abbracciava suo padre o Scott, ed era una cosa che gli faceva male e lo stava notando ora che aveva appena abbracciato Derek. Loro due non erano per niente abituati ad abbracciarsi, ma Stiles era esausto e ne aveva bisogno: contò un paio di battiti del proprio cuore, poi spezzò la propria indecisione e tornò a stringere forte Derek; stavolta lui lo ricambiò con più decisione.

Stiles si ritrovò a sbuffare una risata isterica sentendosi gli occhi umidi. «Credo che in questo momento sembriamo due idioti».

«Ti importa?»

«No. Non sul serio».

Premette di più il viso contro la spalla di Derek e si concesse di stare stretto a lui ancora un altro po’, in silenzio.

 

 

 

Qualche ora dopo, erano al dormitorio della Misericordia.

Derek si era lavato e poi aveva dormito un po’, mentre Stiles aveva deciso di dedicarsi un po’ alla cura di Patch nelle stalle.

In quelle settimane Stiles aveva scoperto che non era proprio il caso di appiattire l’ippica definendolo uno sport per "signorine": prima di tutto perché i cavalli facevano davvero montagne di cacca e c’era un sacco da pulire, poi perché pulire un cavallo, curarlo e curare anche l’attrezzatura con cui cavalcarlo era un lavoro pesante, non per gente che teneva alla propria manicure o alla propria estetica in generale.

Siobhán e Diego avevano insegnato a lui e Derek come trattare e pulire i loro cavalli, ma Stiles comunque pensava ancora che era più facile capire cosa non andasse nella sua compianta jeep che in un cavallo. Comunque, almeno lui e Roscoe sembravano sempre più in sintonia, ed era un cavallo poco capriccioso, e questo era già tanto. Patch invece era più malleabile nelle mani di Stiles, che in quelle di Derek, ma forse doveva essere perché percepiva la natura da predatore di Derek.

Finito di rimettere a posto l’attrezzatura di Patch, Stiles sospirò e sorridendo con tenerezza andò ad accarezzare il muso di Patch; il cavallo era molto stanco, e sembrava stare apprezzando le sue cure – soprattutto il cibo e l’acqua.

Stiles alzò lo sguardo quando vide un’ombra sull’uscio della stalla: era Derek, appoggiato di fianco alla porta e con le braccia conserte. Non era più pallido né sporco di sangue, ma aveva sul volto ancora un paio di segni della lunga giornata precedente; indossava la divisa di riserva dalla Misericordia – l’altra doveva averla mandata a rammendare – anche se teneva la giubba slacciata sopra la casacca bianca. Era un po’ paradossale, ma nonostante quegli abiti d’epoca e il loro taglio formale, Derek sembrava più giovane con quel look, anche se forse quello era dovuto anche al fatto che lì non c’erano prodotti da spalmarsi sui capelli per modellarli a piacimento, quindi sia lui che Stiles erano costretti a lasciarli asciugare alla meglio.

Ciò a Stiles alle volte dava da pensare se magari ora dimostrava dodici anni al posto di diciassette, visto che non poteva più ingellarsi i capelli all’insù sul davanti. Era un brutto colpo per la sua virilità, come lo era il fatto che lì capelli, barba, unghie e peluria corporea in generale non crescevano più, quindi oltre a dover portare lo stesso taglio di capelli in eterno, non avrebbe mai avuto la possibilità di avere una barba. Derek era fortunato, gli bastava tenere quella che aveva e non rasarsi mai.

Stiles per un attimo guardò di sottecchi Derek che lo osservava in silenzio dalla porta, poi decise di rivolgergli la parola con tono ironico.

«È da un po’ che vorrei chiederti una cosa…» indicò il cavallo inclinando la testa verso il suo muro, e fissò Derek inarcando un sopracciglio, interrogativo. «Patch

Lui per tutta risposta lo guardò inespressivo.

«Andiamo» sbuffò Stiles, sorridendo, «è il classico nome che si dà a un coniglietto da compagnia che ha una chiazza nera sull’occhio!»

«È un nome» gli replicò atono.

«Ma da coniglietto

«Hai chiamato il tuo cavallo come la tua jeep» ancora una volta parlò privo di inflessioni.

«Beh, è stato un modo per commemorarla, un passaggio di testimone!»

«E perché Roscoe è un nome da jeep e Patch è invece un nome da conigli?» incalzò inespressivo.

«Perché Patch porta alla mente "coniglietti carini"».

«Porta alla tua mente "coniglietti carini"» lo corresse Derek. «La tua mente deve essere un posto davvero particolare».

«Vogliamo parlare della mente di uno che chiama un cavallo con un nomignolo puccioso?»

«Vogliamo parlare della mente di uno che dà un nome alla propria jeep?»

Stiles inspirò a fondo fissandolo assottigliando gli occhi, pungente, ma Derek non ne fu affatto colpito.

Alla fine Stiles decise di scrollarsi sospirando forte, tornando ad accarezzare il cavallo. Con la coda dell’occhio vide Derek abbozzare un sorriso scuotendo appena la testa.

Passano qualche secondo in un silenzio piacevole, prima che Derek cercasse di intavolare una conversazione, trasudando impaccio senza però mostrare delle emozioni – cosa forse possibile solo a lui. «Bhanuja mi ha scritto che hai avuto un crollo, anche se non ha voluto raccontarmi i dettagli».

Stiles respirò a fondo afflosciando le spalle, mantenne lo sguardo su Patch, continuando ad accarezzarlo. «Durante l’attacco ai piedi del castello, io… ho deliberatamente ucciso uno degli assalitori». Derek non batté ciglio. «Non è un dettaglio che ti perplime?» aggiunse con ironia stridente.

«Da quando siamo qui ho sempre pensato che fosse solo una questione di tempo, che presto o tardi entrambi avremmo ucciso un altro essere umano per sopravvivere» rispose schietto, anche se a sguardo basso.

«Tanto senso pratico mi colpisce» sospirò, sullo stesso tono di prima.

«Qui ci sono regole e stili di vita diversi da quelli del mondo reale» sottolineò Derek, «qui se non uccidi vieni ucciso, e la gente non ammazza per potere, o almeno non sempre, ammazza per sfamarsi: non credo che sia un’azione che puoi fermare, perché nell’Eden è peggio di essere in guerra. Le guerre succedono per avere delle risorse in più, per potere, qui invece… ruota tutto intorno alla sopravvivenza, è facile diventare animaleschi».

«Quindi ti sei arreso a uccidere?» gli domandò teatrale.

Lui scrollò le spalle. «Se qualcuno mi attacca con l’intenzione di farmi fuori e non posso liberarmene facendogli semplicemente perdere i sensi, non penso sia utile perdere tempo a riflettere su morali che nell’Eden non esistono» scandì ogni parola con attenzione e il giusto peso. «Non ucciderò mai per il gusto di farlo, ma in questo mondo non posso negare che l’unico modo per difendere me stesso e degli innocenti spesso è uccidere».

«Non hai ucciso Jennifer, né Kate» precisò Stiles, ma fu solo un’osservazione, non un’accusa.

«Chi ha detto che non ho mai pensato di farlo. E ho ucciso Peter. Una volta».

Stiles ricordò come Derek in effetti fosse sembrato sul punto di strangolare Jennifer, la notte in cui si erano confrontati per la prima volta nel suo loft.

«Nel mondo reale» continuò Derek, «esistono modi per farla pagare a gente come loro, esistono più modi per proteggerci da loro, ma qui?» Scrollò la testa con una smorfia amara. «In tutta onestà, pensi che in questo posto sia il caso di lasciare Kate viva?»

«Mi chiedo ancora perché mai gli Osservatori hanno voluto portarla qui» ribatté per tutta risposta.

«Forse per osservare meglio come si evolve la psicopatia nei mannari» biascicò Derek, sarcastico. «Proverò sempre a rispettare ciò che mi ha insegnato mia madre, a essere un predatore e mai un assassino, ma questo non vuol dire che io non debba difendere al meglio me stesso e degli innocenti».

Stiles cercò di alleggerire l’atmosfera, gli rivolse un piccolo sorriso ironico. «Perché non sei stupido».

Derek sbuffò una messa risata amara a sua volta. «Già». Poi sospirò e a passi cauti si avvicinò a Stiles; si appoggiò di schiena al palo di legno più vicino a lui e gli parlò cauto, con voce morbida. «Cos’è successo di preciso, Stiles?»

Lui si fissò ad accarezzare piano il muso di Patch; rispose a sguardo basso, biascicando. «Bhanuja, Linda e Philip erano andati a cercare di salvare delle persone attaccate da dei tizi vicino al castello, io stavo di guardia alla porta delle cucine che dà verso l’esterno» iniziò a raccontare, inespressivo. «Alla fine però tutto è stato inutile, perché hanno fatto fuori tutte e tre le persone che stavamo cercando di salvare, e la prima è stata uccisa davanti ai miei occhi e… ho osservato come gli aggressori stessero cercando di avere la meglio sui ragazzi, si stavano accanendo e… mi sono sentito davvero tanto arrabbiato» si umettò le labbra, nervoso.

«Erano violenti, si atteggiavano come se fossero padroni di tutti» continuò Stiles, «li osservavo combattere e notavo proprio come si credessero padroni delle vite degli altri, come se avessero loro tutto sotto controllo… Credo di aver pensato per un singolo secondo che volevo mostrargli com’era quando ero io ad avere il controllo della situazione in mano» deglutì a fatica, «cioè, non lo so, non ricordo tutto in maniera chiara, so solo che a un certo punto mi sono mosso con una determinazione non mia, con un modo di fare non mio e ho infilato il coltello nel collo di uno dei tizi, uccidendolo. Ho desiderato davvero tanto ucciderlo e l’ho fatto, in un solo attimo».

Derek lo aveva ascoltato con attenzione, senza tradire alcuna emozione. «Cos’è che più ti turba di quello che è successo?»

«A pari merito il fatto che non mi turbi avere ucciso un uomo e come mi è sembrato agire come quando ero posseduto dalla Nogitsune» esalò stanco. «Pensavo che magari in un secondo momento avrei cominciato a sconvolgermi sul serio per aver tolto la vita a qualcuno, ma non sta succedendo: ho deliberatamente deciso di uccidere qualcuno e non me ne sto pentendo».

«Se tu non lo avessi ucciso, lui avrebbe ucciso te o gli altri, o comunque sarebbero stati gli altri a uccidere lui» evidenziò Derek, «eravate sotto attacco, loro avevano già ucciso tre innocenti».

«Lo so, ma perché non sto avendo alcuna reazione?» sbuffò, allontanandosi di qualche passo dal cavallo e gesticolando. «Una persona normale dovrebbe essere scossa al posto mio. Io ho vomitato e poi… basta. È come se dopo pochi secondi avesse smesso di pesarmi avere ucciso».

«L’Eden ti cambia».

«E se invece ci fosse ancora qualche parte della Nogitsune dentro di me?» insinuò con voce bassa e incrinata, evitando lo sguardo di Derek. «Ho agito come lei».

«Stiles» lo richiamò Derek, con voce bassa e calma, ferma. All’istante, Stiles si rese conto di sentire uno strano tepore sulle braccia: abbassò lo sguardo e si rese conto che Derek aveva stretto piano le mani proprio lì, e solo allora fu cosciente che stava tremando un po’ e che non aveva il respiro regolare; la vista delle mani di Derek riuscì in qualche modo a calmarlo, spingendolo a rilassare le spalle – le aveva inconsciamente strette così tanto che gli fecero male quando le distese.

Derek continuò a parlargli con tono sicuro e pacato, cercando il suo sguardo con il proprio. «Non sei in un posto reale, ma ti assicuro che quello che stai vivendo lo è. Sei ancora tu, io sono con te e siamo al sicuro. Respira piano e a fondo, insieme a me». Stiles fece più volte come detto, e Derek riprese a parlare solo quando lo vide stare meglio.

«Tecnicamente siamo in un sogno, per gli Osservatori sarebbe doppiamente difficile gestire la Nogitsune qui: non credo proprio che stiano facendo strani giochetti con lei, soprattutto perché è impossibile che si impadronisca di nuovo di te, no? È imprigionata, al sicuro e nel mondo reale» osservò, sempre mantenendosi cauto e serio, calmo.

«Perché mi sono comportato come quando ero posseduto, allora?» chiese con voce roca.

Lui scrollò le spalle. «A dire il vero credo che la soluzione sia abbastanza semplice: eri in un momento di pericolo e la tua mente ha deciso di adottare il comportamento più adatto alla situazione; ti ha fatto assumere un atteggiamento che ancora ricordi bene, qualcosa che poteva essere efficace sul momento».

Stiles sbuffò un sorriso ironico. «Ismail ha detto la stessa cosa, ha usato quasi le tue stesse parole».

Derek sospirò e replicò sul suo stesso tono. «Si vede che è un uomo saggio».

Lui si lasciò andare a una mezza risata, Derek respirò a fondo rilassato e lasciò la presa sulle sue braccia per stringergli piano le mano sulle spalle.

«Sei salvo dalla Nogitsune, ok? La abbiamo sconfitta» gli ricordò.

Stiles annuì piano, e solo allora Derek separò le proprie mani da lui.

«E a te, invece» chiese Stiles, con tono neutrale, «com’è andata questa giornata del cazzo?»

Gli rispose sbuffando una risata bassa, nasale e sarcastica. «Splendidamente».

«Immagino».

Derek si passò le mani sia sulla faccia che sui capelli, sembrò più esausto di quanto lo fosse un momento prima. «Non ho idea di quanti uomini e donne ho dovuto uccidere in queste due notti per salvare altre persone» biascicò. «Non li ho contati. Ero troppo impegnato a essere arrabbiato e nauseato e a osservare il cinismo generale, credo» esalò.

«Abbiamo usato Marjorie e Raleigh come esche, capisci?» continuò Derek, sorridendo sarcastico. «Cavalcavamo verso i villaggi abitati che da lontano vedevamo attaccati – e in genere la tattica che usano gli assassini è quella di appiccare fuoco alle case dall’esterno, così gli abitanti se vogliono avere una possibilità di sopravvivere devono uscire fuori – e loro due si mettevano in mostra: gli assassini li notavano, si facevano un paio di conti e… visto che valgono una montagna di monete d’oro preferivano lasciare il villaggio e correre dietro loro due! Ho perso il conto, ma mi pare che abbiamo usato questa tattica di distrazione almeno cinque volte».

«Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a questo».

Derek scrollò la testa e tornò a incrociare le braccia sul petto. «L’ho voluto io, e comunque presto o tardi avrei saputo come vanno le cose durante il 5x1 e a quel punto avrei scelto lo stesso di entrare nella Misericordia».

«Non saremo più gli stessi dopo questo giorno» commentò Stiles atono.

Derek scosse la testa. «No, non lo saremo mai più. La scorsa notte ho anche concesso la grazia per la prima volta, sai?» lo informò, senza più alcuna traccia di ironia o sarcasmo nella voce.

«Derek…» esalò dispiaciuto.

«Un povero uomo è stato ferito mortalmente prima che lo raggiungessimo, gli altri erano impegnati…» gli raccontò, «ho visto subito che stava agonizzando, ho solo trovato naturale chiedergli se desiderava che lo finissi. Mi aspettavo un sì o un no, ma ha risposto "Ti prego". Così ho preso il pugnale della Confraternita e poi… Poi ho dato le cinque monete d’oro che valeva alla sua compagna».

Stiles gli rivolse una smorfia di sofferenza e comprensione. «Marjorie ti aveva detto che avresti dovuto farlo solo quando ti saresti sentito pronto: avresti potuto chiedere a qualcun altro…»

«Non ho creduto né giusto né opportuno farlo soffrire ancora un minuto di più solo perché io ero indeciso se fare o meno una cosa che ho già fatto in passato».

«Ti ha fatto male?»

«No» e sembrò abbastanza sicuro nel dirlo. «Solo che come te mi aspettavo che dopo me lo avrebbe fatto. E invece niente. L’Eden ti cambia, o forse sto cambiando io e basta».

Stiles espirò a fondo, a lungo e rumorosamente, e poi abbracciò Derek con un movimento un po’ più fluido e meno impacciato della volta precedente. Stavolta Derek ricambiò subito la stretta.

Stiles si chiese se fosse umanamente possibile andare avanti per settimane, o magari mesi, senza ricevere del contatto fisico come conforto o rassicurazione: più abbracciava Derek, più capiva quanto gli stessero mancando gli abbracci di suo padre e quelli di Scott, o anche un minimo tocco come una mano sulla spalla o una banale pacca sulla schiena. Il contatto fisico con Derek lì era, tipo, tutto.

«Supereremo anche questa» mormorò a Derek, roco. Lui gli rispose con un mormorio di assenso all’orecchio.

«Non so ancora come» aggiunse Stiles, «ma supereremo anche questa. Insieme».

 

 

 

La Pipa di Tolkien riaprì i battenti solo nella seconda metà di quella giornata, in tarda serata, anche se in mattinata Stiles aveva inviato a Oscar un breve messaggio chiedendogli come stesse e se gli invasori avessero arrecato danni alla taverna.

Il locale non aveva ricevuto neanche un graffio, ma Oscar aveva provato a proteggere delle vicine di casa che erano state attaccate e aveva subito una brutta ferita alla spalla sinistra. Quando Stiles andò a lavorare lo trovò che i massaggiava il punto dolente, perché ancora tardava a guarire del tutto, ma Oscar lo rassicurò abbozzando un sorriso e scompigliandogli i capelli.

«Stai tranquillo, figliolo». E quelle parole e quei gesti fecero vibrare a colpi di nostalgia certe corde del cuore di Stiles, che si ritrovò ad avere gli occhi lucidi per qualche istante.

La serata lì fu abbastanza quieta e poco affollata, forse perché la gente stava preferendo leccarsi le ferite stando chiusa fra mura familiari, e Stiles perlopiù passò il tempo ad osservare sorpreso e un po’ perplesso come Oscar stesse programmando una serata karaoke per il fine settimana imminente.

Oscar, con un boccale di birra in mano, gli spiegò che dopo il 5x1 trovava utile organizzare qualcosa con cui la gente potesse divertirsi e stare spensierata per un bel paio di ore, e credeva che l’atmosfera goliardica creata dal karaoke potesse servire all’umore di parecchie persone, e in effetti non è che avesse tutti i torti.

«Sto pensando di unirmi a una Confraternita, quindi forse lascerò questo lavoro» ammise Stiles, a voce bassa e con lo sguardo puntato verso la lista di canzoni che lui e Oscar stavano aggiornando – la Compagnia dei Musicanti preferiva sempre sapere prima di un ingaggio quali potevano essere le canzoni richieste durante una serata karaoke.

Oscar alzò gli occhi verso di lui, ma non sembrò meravigliato o seccato. «Non è un problema, sapevamo entrambi che eri qui solo di passaggio».

«Lo so, è che mi dispiace andare via» mugugnò. «Mi sto trovando davvero bene qui, e tu mi hai accolto senza alcun pregiudizio, non mi hai mai messo a disagio e da quel che ho capito ciò è merce rara da queste parti…»

Oscar abbozzò un raro sorriso. «Ho solo aiutato te come sono stato aiutato io all’inizio, ragazzo, spero solo che questo ti serva in futuro come esempio per i prossimi nuovi Inseriti».

Lui annuì un po’ impacciato. «Lo terrò a mente». In una terra che sapeva essere così ricca di violenza e di cinismo, con gente avida e spesso ricca di pregiudizi inutili, persone generose e altruiste come Oscar, Luigi e altri elementi del loro gruppetto provocavano a Stiles un magone in gola, soprattutto perché loro a Stiles davano, davano e davano ancora, e lui sperava di poterle ricambiare, un giorno.

Poco dopo la normale ora di cena, una parte dei ragazzi più Derek vennero a mangiare lì in taverna. Oscar gli diede il permesso di unirsi a loro, tanto il locale era quasi vuoto.

A essere più precisi si trattava delle ragazze più Derek: Bhanuja se ne stava seduta al lato più estremo del tavolo a mangiare con gusto con bocconi a volte un po’ troppo grossi, Theodora mangiava facendo di tanto in tanto dei mugolii di apprezzamento per dire che stava gradendo parecchio il cibo, Marjorie masticava con aria stanca tenendo la faccia poggiata contro una mano, e Linda ogni tanto le offriva la propria spalla come cuscino.

Informarono Stiles che Ismail era stravaccato sul proprio letto a dormire dopo aver fatto un lungo rapporto della giornata a Raleigh, Siobhán era insieme a Luigi, Diego era ad arrampicarsi nel frutteto per scaricare l’adrenalina che ancora aveva in corpo – gli avevano spiegato che a quanto sembrava i margay mannari avevano assorbito dai margay veri la passione per l’arrampicamento – mentre Philip era chiuso in camera sua, probabilmente a sorseggiare tè della sera guardando la contea dall’alto della finestra e chiedendosi come quei dannati plebei avrebbero fatto senza di lui.

«Sapete cosa mi manca a volte?» chiese Linda a bocca piena. «La coca cola. Un bel bicchierone di una bibita gasata ricca di calorie, zuccheri e caffeina». Theodora mugolò il proprio assenso.

«A proposito di caffeina» aggiunse Marjorie con tono pigro, «a me invece manca il caffè, ma non quella brodaglia che fate voi americani» e agitando il cucchiaio indicò Stiles e Derek seduti di fronte a lei, seccata e arricciando il naso, «una cosa più europea, come lo facciamo noi. Che poi, perché cazzo chiamate latte una cosa che è tipo caffellatte allungato con schifezze?! Il latte è latte, quello è un’altra cosa!» protestò.

Stiles la fissò perplesso. «Non credo di capire quello che stai cercando di dire».

Derek al suo fianco stava ridacchiando. «Credo che il senso di quello che vuole dire si sia perso un po’ con la traduzione automatica, poi ti spiego».

«Seh» brontolò Marjorie, «spiegagli cos’è il vero caffè! Mettigli un po’ di vera cultura in zucca!»

Bhanuja s’intromise sorridendo speranzosa. «Però, se i progetti di Luigi andranno in porto, presto potremmo bere della cioccolata calda». Theodora stavolta oltre a mugolare roteò gli occhi come a dire che sarebbe stata una vera goduria e lo apprezzava davvero tanto.

Linda assentì. «Questo sì che è un vero pensiero positivo».

«Parlando di progetti…» s’inserì Stiles, deglutendo un grosso boccone di carne e pane, «io e Derek volevamo chiedervi dei consigli» scambiò uno sguardo con Derek e lui annuì come a dirgli di proseguire pure a parlare. «Ora che stiamo cominciando a mettere da parte qualche soldo, ci piacerebbe acquistare una casa tutta nostra o anche un piccolo appartamento, qualcosa di modesto e pratico, considerando i nostri stili di vita…»

Derek ormai faceva parte della Misericordia, il che voleva dire che in futuro avrebbe trascorso poco tempo a Namasté – era ironico come ciò ricordasse il rapporto che negli ultimi anni Derek aveva avuto con Beacon Hills – e Stiles se avesse scelto di entrare in una Confraternita più o meno avrebbe seguito la sua stessa linea.

«Sapreste indicarci da che parte iniziare?» concluse Stiles incerto.

«Beh» rispose subito Bhanuja, bloccando Linda che stava per aprire bocca, «se entri anche tu a far parte di una Confraternita, potreste avere perfino abbastanza soldi per ottenere una vera e propria casetta tutta vostra!» osservò con eccessivo entusiasmo. Ci teneva davvero tanto al fatto che Stiles entrasse nel Drago Scarlatto, e ormai era abbastanza chiaro che lei fosse un tipetto territoriale con gli amici e che non amava stare da sola.

Linda sbuffò un sorriso ironico. «La contea sta per terminare un accordo con gli Osservatori che le permetterà di espandere di una decina di chilometri il proprio territorio: almeno tre quarti di terra saranno riservati ai campi di cereali, e vogliamo costruire un pozzo d’acqua nuovo» precisò, «ma senza dubbio ci sarà spazio per qualche modesta abitazione, se vi basta una stanza sola».

Derek assentì pensoso. «Sì, credo che qualcosa in pietra con un camino e due letti potrebbe andare, più ovviamente lo spazio per i nostri cavalli». Stiles annuì a sua volta.

Linda scrollò le spalle. «Allora credo che ci saranno pochi problemi, ve la caverete spendendo poco».

«Ma…» si accigliò Stiles, «come funziona qua l’edilizia

Lei ridacchiò divertita. «Di certo le avrai viste le varie costruzioni che sono presenti nel mercato virtuale, no?» Lui fece cenno di sì con la testa. «Ti basta inserire le dimensioni che vuoi che abbia l’edificio, e ti calcolano il preventivo, e poi quando acquisti ti si materializza dove vuoi, un po’ come succede con i cavalli».

«L’arredamento poi è una spesa a parte» specificò Marjorie, «ma il camino ovviamente è già incluso nel prezzo della costruzione, se chiedi di averlo».

Stiles sospirò sollevato. «Mi sembra tutto abbastanza pratico e veloce».

«Ah» aggiunse Marjorie, come se si fosse ricordata all’improvviso di un dettaglio, «a proposito di cose pratiche e veloce: per l’acquisto della casa vi conviene unire i vostri conti personali. Non che non possiate comprare tutto mettendo ognuno la vostra quota» sottolineò, «però è una procedura più complicata, soprattutto quando si tratta di grosse cifre».

Stiles aggrottò la fronte. «E come facciamo a unire i nostri conti correnti?»

Lei scrollò le spalle, rispose con aria indifferente. «Beh, il metodo più veloce e indolore è quello di dichiararvi sposati».

Inspiegabilmente, al suo fianco Theodora cominciò a tossire: qualcosa le era andato di traverso. Stava ridendo.

Stiles notò che lui e Derek avevano entrambi un’espressione perplessa e un po’ confusa.

«Cioè, ma…» chiese Stiles, umettandosi le labbra, «tipo con un rito civile…? Di preciso come ci si dichiara marito e moglie qui? O marito e marito…» Vide Linda voltarsi da un’altra parte e portarsi una mano sulla fronte. Quella conversazione stava prendendo una piega sempre più imbarazzante, anche se non per Marjorie, che sembrava perfettamente a suo agio.

«Nah» replicò Marjorie, agitando una mano, «niente riti, noi siamo gente pratica! Anche perché mica è facile stare al passo con tutte le religioni e credenze varie che qui sono presenti! Vi basta aprire il vostro account, cliccare sulle vostre informazioni personali e poi dichiararvi sposati tipo come si fa su Facebook!» gesticolò ampiamente. «Poi sta a voi scegliere se preferite che sia un’informazione pubblica o meno. Io la tengo privata».

Stiles strabuzzò gli occhi, e notò che pure Derek era sorpreso. «Tu sei sposata?!»

Lei lo guardò come se le avesse rivolto una domanda molto stupida. «Sì».

«E con chi?»

«Con quello spilungone americano idiota che tenta di farsi passare per giapponese solo perché ha la faccia da giapponese, e nel tempo libero ama fare il bibliotecario e provare ad ammazzarsi».

Raleigh. Marjorie non solo andava a letto con Raleigh, c’era pure sposata.

«Ah» esalò Stiles, un po’ stordito. Aprì il proprio account e andò a controllare quanto detto da Marjorie, trovando davvero il campo "Relazioni" come su Facebook. «Ma poi si può divorziare in qualsiasi momento senza problemi?» s’informò, sempre più perplesso; vide Derek aprì il proprio account con un’espressione identica alla sua.

«Beh sì» bofonchiò Marjorie, portando un cucchiaio pieno di cibo alla bocca. «Sono cazzi vostri come gestite la vostra relazione».

Stiles si rivolse a Derek, tenendo la fronte aggrottata. «Sono una persona brutta e cinica, se penso che in effetti potrebbe farci comodo?»

Derek si mostrò sarcastico. «Non sarà la cosa peggiore che abbiamo mai fatto».

Bhanuja s’illuminò, rivolgendo loro un sorriso radioso e portandosi le mani unite al petto. «Oh, ma quindi state insieme nella vita reale?»

«Cos…? No!» sbottò Stiles, incredulo; al suo fianco Derek fece una smorfia di dolore un pelo esagerata. «Sarebbe solo una cosa… per finta».

Lei afflosciò le spalle, dispiaciuta. «Oh. Sarebbe stato così romantico… Vi avrei organizzato una festa: non ho ancora visto sposarsi nessuno qua nell’Eden. In India facciamo delle belle feste enormi» gesticolò in maniera esagerata.

«Ho presente» biascicò Derek vago, non meno confuso di prima.

«Quindi…» sospirò Stiles cantilenando e voltandosi verso Derek, «ci sposiamo?»

Derek scrollò le spalle. «Beh, se ci fa comodo, direi di sì».

«Eh, tanto danno più, danno meno… un matrimonio non potrà mica ammazzarci» osservò Stiles sarcastico.

Un paio di quieti click dopo la loro relazione fu ufficializzata.

Linda scoppiò a ridere in modo sguaiato dando pugni sul tavolo. «Questo è stato il matrimonio più bello che io abbia mai visto!»

Bhanuja aprì il proprio account e poi batté le mani contenta. «Oh, mi è arrivata la notifica del vostro matrimonio!»

«Cosa?!» esclamò Stiles stridulo.

Marjorie gli rispose masticando con aria annoiata. «Al cambio di una relazione, tutti i contatti dei soggetti coinvolti vengono avvisati tramite una notifica che parte in automatico».

In quell’istante, un grosso vassoio carico di boccali di birra venne posato al centro del tavolo; Oscar diede delle pacche calorose sulle spalle di Stiles e Derek. «Congratulazioni, ragazzi. Offre la casa».

Stiles era basito, senza parole. Derek era pietrificato.

Non appena Oscar se ne andò, Marjorie s’impossessò con aria avida di uno dei boccali, e sorridendo sfacciata rivolse il pollice all’insù a Stiles e Derek. «Birra gratis! Ottimo lavoro, ragazzi!» Theodora annuì con forza, anche se inespressiva, e prese un boccale per sé.

«Dai, facciamo almeno un brindisi!» li esortò Bhanuja, sorridente.

Stiles poggiò la fronte contro il tavolo. «Penso di voler morire».

Diego, con una tempestività incredibile, con aspetto scarmigliato e il fiato corto fece irruzione nella taverna, sorridendo raggiante. «Perché voi ragazzi non mi avete detto niente che stavate per sposarvi?!» gridò, a beneficio di chi non ancora nel raggio un chilometro non sapeva la lieta novella.

Derek sospirò stanco passandosi le mani sulla faccia, Stiles rivolse lo sguardo al soffitto invocando pietà.

Indubbiamente li attendevano delle lunghe giornate.

Chapter Text

 

Dopo aver trascorso almeno ventiquattro ore a ripetere a ogni conoscente nell’Eden che lui e Derek non si erano sposati-sposati ma sposati solo per questioni pratiche, Stiles si decise a sostenere l’intervista approfondita con la Confraternita del Drago Scarlatto.

Marjorie non si concedeva un periodo di riposo da oltre quaranta giorni, e in effetti si notava quanto fosse stanca e prosciugata di energie, quindi Derek sarebbe partito presto per sostituirla nei lunghi giri di perlustrazione nelle foreste site fra le Contee Indipendenti. Stiles preferì affrettarsi a fare l’intervista, perché pensò che Derek sarebbe stato più tranquillo se l’avesse fatta quando lui era ancora presente a Namasté – o almeno Stiles credette che al posto di Derek, lui avrebbe gradito essere presente per non morire di ansia e apprensione, dato che non era un’impresa emotivamente facile raccontarsi nei dettagli a uno sconosciuto.

Stiles spiegò a Oscar che avrebbe staccato prima da lavoro, e così, poco prima di pranzo, una volta uscito dalla taverna si avviò verso il castello.

Dopo non molto vide camminare davanti a sé Marjorie, con indosso la divisa della Confraternita e in spalla una grossa tracolla di pelle che aveva l’aria di essere una porta documenti – o pergamene. Stiles si avvicinò a lei a passo cauto, per non coglierla di sorpresa, e la salutò.

«Ehi!» lo ricambiò Marjorie; sembrava già stare molto meglio, forse la prospettiva del riposo stava allentando la tensione che aveva accumulato dentro di sé.

«Dove stai andando di bello?» chiese curioso.

Lei diede delle pacche alla tracolla. «Devo portare della roba all’avvocato americano» rispose ironica e con aria annoiata.

«Anch’io sto andando al castello».

«Bene» sospirò lei, prendendolo a braccetto. «Fammi compagnia» s’impose con leggerezza, strappandogli una risata sbuffata.

Giunti all’entrata, nessuna guardia chiese conferma delle loro identità – Stiles pensò che sarebbe stato oltraggioso chiedere l’identità della moglie del Fratello Maggiore – anche se comunque entrambi firmarono il registro delle entrate.

«Che devi fare qui?» gli domandò Marjorie, quando arrivarono nel cortile a forma di dodecagono.

«Pensavo di fare l’intervista approfondita che mi aveva proposto Bhanuja un mesetto fa, quella per aiutare le loro ricerche…» rispose un po’ goffo, passandosi una mano sulla nuca.

«Uh, bello! Lascia che ti accompagni ai loro uffici di raccolta dati, allora!» gli propose gesticolando. Stiles la seguì un po’ intimorito, ora che quel momento delicato era arrivato.

Marjorie a passo sicuro lo guidò verso un corridoio breve, al cui ingresso c’era la targa "Raccolta e Analisi Dati". Aveva un’aria più spartana e neutrale rispetto ad altri luoghi del castello e c’erano delle porte solo di un lato, dall’altro c’era una fila di finestre molto alte; ricordava in qualche modo la sala di attesa di un ospedale.

Tutte le porte erano chiuse, e Marjorie gli stava dicendo di accomodarsi pure su una delle panche a ridosso delle finestre e aspettare pazienza che qualcuno uscisse da una delle stanze, quando la porta in fondo si aprì. Ne uscì una coppia formata da un uomo e una donna, non più vecchi di quarant’anni, e inaspettatamente Raleigh.

Marjorie fissò suo marito assottigliando gli occhi, e aspettò che gli altri due fossero andati via prima di marciare verso di lui con aria infastidita. «Perché non mi hai detto che eri qui? Stavo per andare nel tuo ufficio!»

«Marge!» esclamò lui, deliziato. «Anche oggi ti trovo splendente e letale come la lama di Excalibur!»

Lei agitò una mano in aria. «Fotte sega! E non chiamarmi Marge! Dimmi perché non mi hai avvisato: stavo per farmi tutte le scale di quella fottuta torre!» gesticolò verso l’alto.

Lui assunse un’espressione assai dispiaciuta. «Stavo per farlo! Ismail purtroppo è dovuto andare via stamattina presto per aiutare d’urgenza un confratello a Lunense, così ho dovuto sostituirlo di corsa!»

«Uhm, diciamo che ti credo». La sua espressione si ammorbidì appena. «Non è successo nulla di grave a Lunense, vero?»

Lui scosse la testa in cenno di diniego, sorridendo anche se più serio. «No, si è trattata solo di un banale contrattempo, ma era necessaria la presenza di Ismail, tutto qui».

«Meno male» sospirò, e si voltò verso Stiles. «Lui è venuto qui per un’intervista» disse spiccia.

Stiles si avvicinò e porse la mano a Raleigh. «Salve! Beh, se posso essere utile…»

Raleigh gli strinse la mano in modo sicuro, saldo e caloroso. «Ogni dettaglio, anche se minuscolo, ci è sempre utile per tentare di capire le intenzioni degli Osservatori e ammortizzare i loro colpi: grazie infinite per esserti offerto volontario» gli sorrise affabile. Stiles assentì timidamente stringendo le labbra.

«Andiamo» aggiunse Raleigh, «seguitemi nel mio ufficio personale».

L’ufficio del Fratello Maggiore era sito in cima a una delle torri, e man mano che salirono Stiles restò sempre più stupefatto del panorama della contea che si vedeva dalle finestre. In più era giorno e non era più il 5x1, quindi il castello era pieno di attività vivaci ed era affascinante osservare i confratelli spostarsi per i corridoio con in mano dei particolari anacronistici – tipo le penne stilografiche.

Arrivati alla meta, Raleigh gli chiese con cortesia di attendere un attimo fuori dalla porta mentre lui discuteva con Marjorie, e Stiles lo fece, anche se comunque la sua natura curiosa lo portò a cercare di origliare. Riuscì a captare solo alcune frasi all’inizio, Marjorie che diceva "Si stanno avvicinando a Mithril. Sta cominciando a essere un problema" e Raleigh che replicava solenne "È sempre stato un problema".

Tutto ciò suonò abbastanza… infausto.

Si allontanò dalla porta quando li sentì camminare verso di lui, e quando li vide uscire salutò Marjorie provando a fare finta di niente. Raleigh lo invitò a entrare dentro.

Stiles non restò stupito di vedere quanto lo studio fosse pieno di libri, più che altro lo colpì quanto fosse tutto in ordine e che non ci fosse odore di polvere o di umidità, solo qualche traccia di inchiostro fresco. Le parti di muro non coperte da scaffali erano tappezzate di mappe dell’Eden e dei suoi territori abitati in particolare; la scrivania e le sedie erano di legno scuro intagliato in maniera elegante – e non erano molto massicce come forma – e c’erano due sole finestre, entrambe molto larghe e con la parte superiore ad arco. La prima era situata dietro la scrivania e nei fatti altro non era che una vetrata interamente colorata – c’era raffigurato il simbolo della Confraternita – mentre l’altra era al centro della parete a sinistra della scrivania, ed era una normale finestra. Accanto a essa, su un piedistallo c’era una scultura di metallo di medie dimensioni: un drago alato di bronzo che circondava una sfera di diaspro rosso abbracciandola con le zampe.

«Accomodati» lo invitò Raleigh, con tono cortese e affabile.

Stiles respirò a fondo per scuotersi un po’ da tutta la solennità che permeava la stanza, e si sistemò su una delle due sedie di fronte alla scrivania.

Raleigh si munì di un bel block notes che indubbiamente era stato creato a mano e di una penna stilografica che catturò subito l’attenzione di Stiles: lo stilo era della stessa tonalità del diaspro rosso e i dettagli erano in bronzo; era un oggetto che senza dubbio era stato creato con molta cura per i particolari – c’erano piccole incisioni sui bordi di bronzo – e Stiles decretò che quella doveva essere la penna, quella che impugnava solo il Fratello Maggiore.

«Prima che iniziamo» esordì Raleigh, sempre con aria affabile ma serio, «vorrei che tu tenessi ben presente alcune cose: tutti i dati sensibili che ti riguardano resteranno fra te e me. È mio obbligo e dovere professionale e umano non divulgare il nome o i nomi della persona legata alla storia che alla fine scriverò» indicò il block notes. «Non verrà scritto il tuo nome, né la tua città di provenienza, soltanto la tua nazionalità. Dove sarà necessario, ci accorderemo per modellare la storia in modo tale che renda meno facile capire che è legata a te. Sei libero di raccontarmi solo quello che vuoi. La tua storia sarà letta e analizzata soltanto da noi confratelli: le persone esterne alla Confraternita potranno solo vedere la tua storia sotto forma di dato statistico. Sei d’accordo su questo?»

Annuì sospirando. «Sì».

Gli sorrise accomodante. «Allora cominciamo».

Raleigh guidò l’intervista con estrema eleganza e molto tatto, mostrandosi pratico ma cordiale, tanto che a Stiles sembrò più che altro di sostenere una conversazione, anche se piuttosto intensa.

Per prima cosa, Raleigh gli chiese dove abitasse nel mondo reale, se fosse maggiorenne o meno e da quanti elementi fosse composta la sua famiglia; lo vide appuntare veloce la morte di sua madre e che età aveva lui quando era avvenuta, e poi la professione di suo padre. Gli chiese del suo stato di salute fisica e psichica, del suo grado di istruzione, che tipo di scuola frequentasse e se in particolare era appassionato di qualche disciplina. Gli domandò dei suoi hobby, se praticasse sport o delle arti marziali.

Infine, gli chiese del suo incontro con il mondo sovrannaturale, e Stiles cominciò dalla notte in cui Peter Morse Scott.

Raleigh lo ascoltò annuendo di tanto in tanto e prendendo appunti, lo interruppe solo un paio di volte giusto per saperne di più di alcune cose – come lo stato di alpha di Scott e le spiegazioni che gli avevano dato a proposito del Nemeton. Non fece alcun commento, né sembrò spazientirsi quando certe volte Stiles esitava prima di parlare di un determinato evento.

Quando però giunsero a parlare della morte del darach, Stiles si strinse nelle spalle e iniziò a intrecciare le dita delle mani.

«Quello che però nessuno di noi sapeva, neanche Deaton, era che riattivando il Nemeton abbiamo liberato uno spirito oscuro che era imprigionato sotto le sue radici» biascicò Stiles, a sguardo basso. «Il rito per riattivarlo, inoltre, aveva lasciato quella che Deaton ha definito "un’oscurità intorno al cuore" in ognuno di noi, ma a quanto pare in me ha lasciato tracce più forti, perché lo spirito oscuro liberato ha deciso di possedere proprio me».

Vide Raleigh posare la penna sulla scrivania e diventare di colpo molto più serio. «Che tipo di spirito oscuro?»

Stiles si sentì la bocca asciutta. «Una volpe».

«Nogitsune» scandì lui in replica, e alle orecchie di Stiles ogni sillaba suonò con cadenza giapponese, come quando la madre di Kira pronunciava delle parole nella propria lingua madre.

«Sì» esalò sorpreso, più che altro dalla posa di Raleigh, non del fatto che avesse indovinato subito: non pensava esistessero molti tipi di spiriti oscuri che erano delle volpi.

Raleigh stese la schiena all’indietro contro lo schienale della sedia, con un atteggiamento meno formale ma non certo meno solenne o elegante. «Credo che ti abbiano parlato di come gli Osservatori non fanno mai materializzare a caso un nuovo Inserito in un determinato posto…»

«Sì» assentì Stiles, ansioso, «i ragazzi mi hanno detto che pensano che gli Osservatori mi abbiano indirizzato verso Namasté perché qui c’è qualcuno o qualcosa che loro voglio io incontri».

«La cosa buffa è che io oggi non dovevo essere qui» aggiunse Raleigh, discorsivo, «è stata una mera casualità che Ismail sia dovuto partire e che quindi io abbia dovuto sostituirlo… o forse si è trattato di un caso costruito ad arte dagli Osservatori».

Stiles intuì, deglutì a fatica. «Gli Osservatori volevano che io parlassi con te. Cosa sei?»

Lui sorrise, comprensivo però, non derisorio. «Non te l’hanno ancora detto?»

«Non l’ho chiesto a nessuno, io…» sospirò forte. «Ammetto di avere sempre avuto dei sospetti sulla tua natura, e in un certo senso mi seccherebbe se avessi ragione, non so come spiegarmi meglio…»

«È comprensibile, Stiles» assentì, «sei stato posseduto: non è un’esperienza piacevole».

«Mi è sempre sembrato di percepire qualcosa di familiare in te» mormorò Stiles.

Raleigh assentì di nuovo. «Anch’io fin dall’inizio ho avvertito qualcosa di familiare in te. Ora ne conosco le ragioni».

Stiles si morse il labbro inferiore, nervoso, poi si decise a dire quello che ormai dava per certo. «Sei una kitsune».

Raleigh annuì ancora una volta e poi gli mostrò che aveva ragione: le sue iridi si illuminarono di arancione come quelle di Kira e intorno al suo corpo comparve la sua aura.

Scott gli aveva spiegato che solo lui, con la sua vista da lupo, riusciva a vedere l’aura di Kira, ed era come una sorta di armatura di fiamme a forma di volpe che avvolgeva la ragazza, di colore arancione e con una sola coda. Raleigh, però, a quanto sembrava era in grado di mostrare la propria aura anche a occhi umani, e decisamente la sua non era come quella di Kira: aveva nove code ed era dorata, brillava in modo incredibile e la bellezza e la forza che emanava stava spingendo Stiles a commuoversi.

Raleigh fece svanire i suoi tratti da kitsune e Stiles si tamponò con una manica un paio di lacrime che gli erano sgorgate dagli occhi.

«Sei molto diverso dalle kitsune che conosco» biascicò Stiles, roco.

«Sono una delle kitsune più anziane al mondo» gli disse come se nulla fosse, «sono molto, molto, molto vecchio» cantilenò, «e questo influenza la mia aura».

«Che tipo di kitsune sei?»

«Terra».

«La mia amica Kira è una kitsune del tuono» mormorò.

«Uhm, continua a raccontarmi come sono andate le cose» lo spronò Raleigh con delicatezza, «così alla fine potremo trarre delle somme».

A dire il vero, Stiles si sentiva più leggero; proseguì la narrazione degli ultimi fatti successi a Beacon Hills senza ulteriori interruzioni.

Alla fine, Raleigh prese una bottiglia quadrata di vetro decorato, che sembrava piena di una bevanda alcolica, e un paio di bicchieri; riempì quest’ultimi e ne porse uno a Stiles. «Tieni, ti aiuterà a distenderti».

Accettò l’offerta. «Grazie». Bevve convinto che fosse del whiskey o roba simile.

Invece no.

«Ma è !» esclamò, per certi versi scandalizzato.

Raleigh bevve un lungo sorso prima di rispondergli con aria tranquilla. «Ho pensato fosse una soluzione ideale: ho spesso bisogno di distendermi, ma se usassi dello scotch adatto a me sarei perennemente ubriaco, quindi bevo tè fingendo che sia scotch, e funziona. Solo che come conseguenza devo andare spesso in bagno». Bevve un altro sorso. «Bevi, bevi che funziona!» l’esortò sorridendo convinto.

Stiles si passò una mano sulla fronte, sospirando incredulo e un filo infastidito, ma l’accontentò.

Un paio di lunghi sorseggiamenti dopo, Raleigh posò il bicchiere sulla scrivania, sospirò forte e accavallò le gambe. «E quindi hai incontrato Noshiko» sembrò perdersi per un attimo nei ricordi. «Sono suo zio materno». Aggrottò la fronte. «Credo. Forse suo nonno paterno. È passato davvero un mucchio tempo, non ricordo più il nostro grado di parentela, purtroppo».

Stiles ribatté inespressivo, anche se sarcastico. «Comprensibile».

«Noshiko è sempre stata una donna molto vivace, una mente brillante ma volubile, ed è un suo difetto essere un po’ troppo incline alla vendetta» schioccò la lingua con disappunto. «All’epoca ho avuto notizie della Nogitsune, del fatto che lei l’avesse evocata, e devo dire che storicamente parlando quello è stato uno dei momenti più critici che la comunità delle kitsune abbia attraversato» guardò Stiles negli occhi. «Sai bene quanto la Nogitsune sia pericolosa, saperla sulla Terra ci ha scossi e preoccupati: puoi assicurarmi che adesso è di nuovo imprigionata e in mani sicure?»

«Sì» rispose senza ombra di dubbio. Notò che non gli aveva domandato dove si trovasse ora la Nogitsune, ma era facile intuire il perché dell’assenza di quella richiesta: gli Osservatori potevano ascoltarli, non era prudente che sentissero un’informazione simile.

Raleigh sospirò sollevato e iniziò a giocherellare con la penna stilografica. «Questo è tutto ciò che conta». Batté una volta la punta della penna contro la scrivania. «Allora!» tornò a sorridere. «Torniamo a noi! Chiedimi pure quello che vuoi».

Stiles aggrottò la fronte, pensoso. «Secondo te perché gli Osservatori volevano che ti incontrassi?»

«Penso che la risposta sia molto semplice» gli disse, continuando a gesticolare con la penna, «posso mettere la mia esperienza di kitsune al tuo servizio, posso aiutarti a comprendere meglio i postumi della possessione della Nogitsune e ad affrontarli meglio».

«Questo lo capisco, ma…» obiettò perplesso, «perché ho l’impressione che ci sia molto di più sotto?»

«Perché senza dubbio c’è molto di più sotto» affermò con decisione. «Qualsiasi possessione ha delle conseguenze, e quella subita da parte di una Nogitsune non è certo un’eccezione alla regola».

«Che tipo di conseguenze?» incalzò Stiles, preoccupato.

«Beh… uhm, posso provare a sondarle in maniera leggera ponendoti qualche domanda?» indagò con tono cauto.

Stiles scrollò le spalle. «Sì, certo».

«Uhm…» ci rifletté sopra fissando la penna che aveva fra le mani. «Cominciamo da questo particolare» esalò e rialzò lo sguardo verso Stiles. «La Nogitsune ha mai provato a parlarti nella sua lingua?»

«Intendi il giapponese?» Raleigh annuì. «Sì».

«E tu lo comprendevi?»

«Non ne capivo una parola: non ho mai studiato giapponese».

«Tuttora non sai comprendere il giapponese?» specificò serio.

Stiles inarcò un sopracciglio, perplesso. «A dire il vero non ci ho mai provato… Cioè, non capisco: che vuoi dire con tuttora? Se non l’ho mai studiato, non è che sia cambiato qualcosa…»

«Capirai… Rimediamo, facciamo un tentativo». Raleigh tolse il tappo alla penna stilografica, aprì il block notes su una pagina bianca e scrisse una singola riga in quello che doveva essere giapponese. «Prova a leggere» lo invitò, girando il blocco e spingendolo in sua direzione.

Stiles fissò il foglio giusto un paio di secondi, prima di sbuffare seccato. «È inutile, non so leggerlo!»

Raleigh scosse piano la testa in cenno di diniego. «Non ci stai provando sul serio».

«Come posso leggerlo se non conosco nemmeno un quarto delle basi del giapponese?! Non è neanche scritto con caratteri occidentali!» sbottò.

Raleigh non fece una piega. «Tu prova».

«Ma come?!»

«È un tuo diritto saper leggere, parlare e scrivere il giapponese, Stiles» gli disse estremamente serio fissandolo dritto negli occhi. Fu uno sguardo abbastanza penetrante da fare sciogliere ogni sua protesta.

«Un mio diritto?» mormorò confuso.

Raleigh annuì solenne. «Ti spetta di diritto».

«Perché?» quasi balbetto, non meno sicuro di prima.

«Perché lei ha preso la tua lingua, quindi è un tuo diritto prendere la sua».

«Ma lei non è più dentro di me» sottolineò titubante.

Raleigh sorrise enigmatico. «Ma sappiamo entrambi che vivrà per sempre nei tuoi ricordi. Prendi da lì il tuo diritto».

Alquanto inquietato, Stiles respirò a fondo e tornò a fissare il foglio scritto.

Osservò ogni singolo carattere ripetendosi le parole di Raleigh, cioè che era un suo diritto saper leggere il giapponese, perché se la Nogitsune aveva preso la sua lingua, lui poteva prendere la sua.

Non sapeva di preciso in virtù di cosa questo in effetti fosse un suo diritto, non capiva come ciò potesse davvero succedere – come poteva appropriarsi di un lingua? – ma riusciva a comprendere il succo della questione: se la Nogitsune era entrata nel suo corpo e con prepotenza aveva utilizzato la sua lingua, perché mai Stiles come risposta, come contrattacco, non poteva prendersi con forza la lingua che parlava lei?

Come farlo però? Ed era possibile? Stiles fissava i caratteri giapponesi e respirava a fondo concentrandosi e sforzandosi di leggere, di capire, perché era vero, era un suo diritto.

E poi, forse proprio quando fu sul serio convinto del tutto che era un suo diritto, la scritta diventò finalmente leggibile.

Sbarrò gli occhi, basito. «"Mi piacciono i gattini"? Mi hai fatto spremere le meningi per farmi leggere che ti piacciono i gattini?!» boccheggiò.

Raleigh scrollò le spalle, per niente scalfito. «È pur sempre una valida informazione su di me, e ho pensato che potesse alleggerire l’atmosfera».

Stiles si passò le mani sulla faccia. «Tu sei completamente suonato!»

Lui lo indicò con la penna, sorridendo soddisfatto. «Ma ha funzionato

«Credo di aver bisogno di altro tè» borbottò sarcastico.

«Subito!» lo servì all’istante.

Stiles roteò gli occhi ma afferrò il bicchiere pieno che lui gli passò. «Non capisco, però… com’è potuto succedere?» domandò ancora confuso da quell’intera faccenda.

Raleigh riprese la posa sciolta e semiformale di prima, giocherellando con la penna. «Diciamo che sta a te scegliere se vuoi davvero saperlo o meno» scandì bene la frase. «Vedi» sospirò, «di certo gli Osservatori ti hanno indirizzato verso di me perché sanno che posso aiutarti ad approfondire questo "effetto collaterale"» tracciò delle virgolette in aria flettendo le dita, «credo che loro siano molto interessati ad osservare e studiare una tua possibile evoluzione in tal senso. La domanda però è: tu vuoi dare loro questa possibilità?» E per la prima volta Stiles vide sul viso di Raleigh un vero sorriso malizioso da trickster, ed era inquietante, ma non proprio in senso brutto: non era viscido e pauroso, era qualcosa di sibillino e appena un po’ oscuro e di conseguenza incredibilmente affascinante.

«Beh, non posso ammettere di non essere curioso di sapere che tipo di brutture mi ha lasciato addosso la Nogitsune».

Raleigh agitò un mano in cenno di diniego. «Non si tratta di qualcosa di brutto» sottolineò, «ti garantisco che non si tratta di qualcosa che può danneggiarti, o fare del male a chi ti è vicino. Hai la mia parola». Si portò una mano sul cuore. «Però questo non vuol dire che non si tratta di qualcosa che può cambiarti per sempre, e una volta che sai cos’è non puoi certo dimenticarlo e tornare indietro».

Stiles lo fissò aggrottando la fronte e assottigliando lo sguardo. «E tu mi stai offrendo la possibilità di non saperlo?»

«Esatto. Nella tua vita non cambierà nulla se non lo saprai. Ma d’altra parte, saperlo potrebbe esserti utile. A te la scelta» agitò le mani come se fossero i piatti di una bilancia, «vuoi o non vuoi dare agli Osservatori la soddisfazione di vederti evolvere? Vuoi o non vuoi sfruttare questi effetti collaterali? Sei libero di pensarci per tutto il tempo che vuoi».

Stiles provò più volte ad aprire bocca per ribattere qualcosa, ma riuscì soltanto a boccheggiare e a gesticolare nervoso.

«Bevi altro tè» gli suggerì Raleigh, lui obbedì in automatico non sapendo che altro fare.

«Ho già avuto degli atteggiamenti strani in questi giorni» sbuffò infine Stiles, posando con forza i bicchiere vuoto sulla scrivania. «Ho temuto più volte di essere di nuovo posseduto dalla Nogitsune: non posso non sapere, lo devo alla mia salute mentale!»

«Ma devi alla tua salute mentale anche prevenire di essere manipolato e condizionato una seconda volta» precisò Raleigh. «Forse gli Osservatori si aspettavano che avremmo iniziato a collaborare fin da subito, ma io voglio darti qualcosa che loro non ti daranno mai: la possibilità di scegliere» calcò bene le ultime parole. «Tu riflettici sopra con cura, prenditi il tuo tempo, e sappi fin da adesso che qualsiasi sarà la tua risposta io la accetterò».

Stiles provò a ironizzare. «Perché sei una brava persona?»

Lui gli rivolse lo stesso sorriso da trickster di prima. «Non sono una brava persona, Stiles, sono una persona buona».

Stiles inarcò un sopracciglio. «E che differenza c’è?»

Raleigh inspirò a fondo e accavallò di nuovo le gambe stendendosi indietro verso la sedia. «Le brave persone sono quelle dalla morale d’acciaio, che si attengono sempre e comunque alle regole, quelle per cui tutto è o bianco o nero e che ci tengono a mostrare sempre di essere bianchi, di essere "quelli che fanno la differenza", quelli che nonostante tutto vogliono essere "la goccia nel mare". In pratica» esalò solenne, «come direbbe la mia meravigliosa Perla, sono i giusti e coraggiosi di ‘sto grandissimo cazzo».

Stiles trattenne male una risata, tossicchiò.

«Le brave persone» continuò Raleigh, «nel momento più opportuno, non faranno mai la cosa sbagliata anche se è a fin di bene, perché secondo loro bisogna sempre essere ligi e attenersi alle regole, bisogna sempre essere onesti e trasparenti. Anche se questo può distruggere la vita di una persona o costare quella di centinaia di innocenti. Le persone buone, d’altra parte» trasse un respiro profondo, «sono quelle come me: come direbbe la mia adorabile Perla, personalmente non me ne frega un cazzo delle regole».

Stiles provò a fermare un’altra risata.

«Le brave persone» proseguì Raleigh gesticolando, «sono quelle che non vogliono piegare le regole, le persone buone sono quelle che sanno quando piegare le regole, quelle cattive sono invece quelle che le piegano sempre. Non sono una brava persona, Stiles» sorrise malinconico scuotendo la testa, «credimi, perché altrimenti non sarei qui».

«A dire il vero me lo chiedo come sei finito qui» considerò Stiles, curioso, «se non sono indiscreto» mise una mano avanti. «Cioè, voglio dire: mi sembri una creatura molto, molto potente, quindi non capisco come hanno fatto a catturarti…»

Lui sorrise comprensivo. «Posso capire la tua curiosità, è lecita» annuì. «Devo contraddirti su un punto, però: non mi hanno catturato, ho permesso loro di catturarmi».

Stiles sbarrò gli occhi, incredulo e stupito. «Cosa? Perché?!»

«Sono una persona buona, quindi hanno approfittato del fatto che ho un cuore» rispose, sorridendo ancora nostalgico.

«Vedi, Stiles» iniziò a raccontargli, senza smettere di giocherellare con la penna, «come ormai sai sono in vita da lunghissimo tempo: è molto difficile uccidermi e sono immune da qualsiasi malattia, ma ciò vuole dire anche che per me trovare della compagnia e degli affetti è assai difficile» esalò con velata sofferenza. «L’esistenza di creature come noi kitsune è molto solitaria: sappiamo essere molto devoti agli umani che amiamo, e adoriamo viziarli proprio perché sappiamo quant’è breve la loro vita a confronto alla nostra, quindi capita che preferiamo non intrecciare mai delle relazioni, amichevoli o amorose che siano, per evitare di soffrire in eterno la loro scomparsa».

«Di tanto in tanto però cedete» constatò Stiles, «Noshiko, per esempio, ha ceduto almeno due volte, che io sappia». E dall’ultima volta era nata Kira.

Raleigh assentì. «Infatti qualche volta ho ceduto anch’io. Diciassette anni fa, vivevo a Washington» sorrise al ricordo. «Lavoravo come avvocato presso un meraviglioso studio associato. Ora, io non avevo una compagna, ma i miei soci erano sposati e le loro mogli avevano dato loro delle adorabili bambine, delle perfette e bellissime creature innocenti di cui ero lo zio preferito. Gli Osservatori lo sapevano».

«Cos’hanno fatto?» chiese Stiles, sentendosi gelare.

«Un giorno hanno rapito le bambine non appena sono arrivate a scuola, agendo in modo tale che nessuno si allarmasse all’istante per loro scomparsa, e subito dopo mi hanno contattato presentandosi: mi hanno spiegato del Progetto Eden, che sapevano cosa sono, e che se non fossi venuto con loro con le buone, loro avrebbe ucciso le bambine».

Stiles restò in silenzio stringendo i pugni sulle ginocchia.

«Non ci ho pensato neanche due volte» aggiunse Raleigh sorridendo malinconico. «Sono una creatura che ha attraversato più epoche e osservato più rivoluzioni, ho collezionato più esperienze che cuori spezzati – e non tutte le esperienze sono migliori di un cuore spezzato – mentre loro avevano solo sei e otto anni e una vita ancora da vivere: ho scelto di regalare loro un futuro, è stato il mio ultimo dono da zio».

Stiles si morse un labbro, si sentiva gli occhi lucidi. «Non è stato affatto giusto».

«Perché pensi che faccio parte della Confraternita del Drago Scarlatto, Stiles?» chiese con un sorriso da trickster. «Per mettere loro i bastoni fra le ruote e fargliela pagare: non credo affatto ai loro obiettivi».

«Non credi che siano obiettivi utili o fattibili, o non credi nella loro limpidezza?»

Raleigh ciondolò la testa. «Entrambe le cose. Nella mia lunga esistenza ho sempre calcolato molto bene a quali persone rivelare la mia vera natura, perché di volta in volta ho preso in considerazione un dettaglio che forse molti esseri sovrannaturali trascurano: quando espongo me stesso a un umano, espongo anche l’intero mondo sovrannaturale» fece un cenno vago, come a indicare l’ambiente circostante. «Non sono due cose che posso scindere: se svelo la mia natura, svelo anche che altre centinaia e centinaia di creature esistono davvero e non appartengono solo al mito, e le metto in pericolo». Fissò Stiles in faccia con una sottile freddezza. «Certe volte mi sono pentito di essermi rivelato a un umano, e ho dovuto uccidere per proteggere tutti quanti. Rimedio sempre ai miei errori, soprattutto se gravi».

Stiles si sentì scosso da un brivido immaginando quello che Raleigh poteva aver fatto. «Quindi non credi proprio che gli umani e le creature sovrannaturali un giorno potranno convivere alla luce del sole».

Lui scosse la testa. «No, non ci credo per niente. Se nel mondo reale gli uomini tuttora hanno perfino difficoltà a sapere convivere con il fatto che esistono etnie e credi diversi da quelli a cui appartiene un singolo individuo, come potrebbero mai accettare che esistono specie differenti dalla loro? E riguardo la limpidezza delle intenzioni degli Osservatori…» sospirò teatrale, «beh, indurre allo stato di coma migliaia di persone e poi manipolarle credo che vada ben oltre il concetto di piegare le regole a fin di bene» e alzò la testa verso il soffitto, sorridendo inquietante. «Non sono delle persone buone, né delle brave persone, sono solo una massa di cattive, cattive persone» cantilenò.

Poi Raleigh, continuando a fissare il soffitto, con estrema soddisfazione pronunciò una frase in giapponese che Stiles non riuscì a capire – fu colto di sorpresa, non era concentrato – ma che a naso doveva essere qualche detto giapponese sulla vendetta.

Raleigh sospirò e abbassò lo sguardo verso Stiles, riprendendo il suo atteggiamento da amichevole ed elegante professore universitario. «Torniamo a noi, Stiles!»

Lui scrollò appena la testa per riprendersi da quel brusco cambio d’umore. «Hai detto che sei qui da diciassette anni? Mi avevano detto che qui le creature sovrannaturali vivono al massimo per tredici anni…» disse perplesso.

«Già» sospirò, «da questo punto di vista sono un’altra piccola meraviglia da osservare: il mio sistema immunitario a quanto pare è parecchio solido, forse proprio per la mia anzianità – noi kitsune più siamo vecchie, più siamo forti – e quindi sto durando un po’ di più del previsto!» esclamò con amara soddisfazione.

Stiles ricordò di colpo le parole di Bhanuja: "Anche se facciamo tutti finta niente, lo abbiamo notato come i suoi riflessi sono diventati più lenti negli ultimi mesi: purtroppo presto toccherà anche al suo corpo cedere".

Raleigh stava per morire.

Stiles deglutì a fatica.

«Non essere triste per la mia sorte, Stiles» sorrise Raleigh, intuendo il motivo della sua improvvisa tristezza, «guardiamo il lato positivo: ho vissuto davvero a lungo».

Il problema era che una creatura antica come lui meritava quantomeno una fine dignitosa, non una morte da prigioniero con le ali tarpate. Comunque, Stiles provò ad agganciarsi all’ironia di Raleigh, se proprio era un suo piacere allentare l’atmosfera. «Amico, in pratica sei qui da quando sono nato: puoi prendertela con me, se vuoi, dato che la mia venuta al mondo ti ha portato così sfiga».

Lui sorrise scuotendo la testa. «No, non credo che me la prenderò con te, e poi mi sei simpatico, sai?» sfoggiò un piccolo ghigno furbo. «Perché siamo simili».

«Uh?» si sorprese. «In che senso?»

«Beh, secondo te perché la Nogitsune ti ha scelto?»

«Perché ero quello più facile da ottenere?» ipotizzò con sarcasmo. «Perché ero quello con la mente più debole? Perché ero "l’umano insospettabile"?»

Raleigh scosse la testa continuando a sorridere.

«Allora, perché…» deglutì a fatica, cercando di mostrarsi ancora strafottente anche se aveva paura di ciò che stava per dire, «perché ho in me un’oscurità più grande e più forte di quella che c’è di solito nelle persone?»

Raleigh ciondolò la testa. «È vero che tutti abbiamo una parte oscura dentro di noi, più o meno grande, più o meno forte, ma sbagli a pensare che la Nogitsune abbia messo radici in te sfruttando questo: le stavi bene come un guanto perché avete la stessa natura da trickster, da volpe».

Stiles si strinse nelle spalle e distolse lo sguardo, provò inconsciamente a farsi indietro sulla sedia.

Raleigh però sorrise incoraggiante cercando il suo sguardo con il proprio. «Sei un essere caotico, vero, Stiles? Non c’è nulla di male in questo, sai? Non c’è niente di male nel guardare qualcosa di perfetto, liscio e ordinato e desiderare volerlo rendere imperfetto, disordinato e sgualcito, anche solo per vedere l’effetto che fa».

«Non provo particolarmente piacere nell’incasinare le vite altrui» disse sulla difensiva.

Raleigh assentì, e inclinò la testa di lato continuando a sorridere e fissare Stiles. «Ma scommetto che ti piace confondere le persone, rigirare i discorsi a tuo favore… riscrivere le regole, scompigliare le tesi altrui… e non ti piace ricevere ordini».

Stiles si schiarì la voce e si risistemò sulla sedia, un po’ nervoso. «Questo non mi rende simile alla Nogitsune».

«No, ma ti rende simile a quello che nei fatti lei è: una volpe». Raleigh l’osservò comprensivo e forse un filo preoccupato, prima di aggiungere altro. «Penso che tu riusciresti a vivere meglio con te stesso se accettassi di abbracciare la tua volpe interiore: non temere alcune tue tendenze o atteggiamenti soltanto perché ti ricordano della Nogitsune, perché nei fatti non c’entrano niente con lei, sono vere parti di te e basta. Erano tue già prima del suo arrivo nella tua vita».

«Non è facile non… associare» ammise biascicando a fatica.

«Immagino. Anche se, e spero che tu lo prenda come un complimento da parte di una volpe millenaria, penso che nel momento in cui ti schiuderai al mondo diventerai una splendida volpe» sorrise con dolcezza.

Stiles non sapendo che altro fare annuì a testa china stringendosi nelle spalle e assottigliando le labbra.

«Allora» sospirò Raleigh, muovendosi per alzarsi, «penso che per ora sia tutto: ci aggiorniamo quando prenderai la tua decisione?»

«Sì, solo…» si umettò le labbra, «sto anche riflettendo sull’unirmi meno al Drago Scarlatto» bofonchiò, guardando esitante Raleigh.

Lui continuò a sorridere come prima. «Ciò non mi meraviglia». Si alzò dalla sedia e prese da una delle librerie quello che sembrò l’incrocio fra un volantino e un memo fatto su pergamena; glielo porse. «Questo è quello che ci aspettiamo dai nostri confratelli, gli obblighi e i doveri da rispettare. Ti invito a consultarli con cura».

«Grazie» mormorò Stiles, prendendo il foglio e alzandosi dalla sedia.

Raleigh all’improvviso si accigliò come sorpreso, fissando un punto della scrivania; scostò con la mano un gruppetto di documenti non perfettamente allineati, scoprendo così un piccolo pacchetto grande quanto un pollice, quadrato e incartato come un dono con carta da pacchi e spago.

«Oh» esclamò Raleigh raggiante, «un regalino per me! Chissà chi me lo avrà lasciato!»

Le sopracciglia di Stiles scattarono verso l’attaccatura dei capelli: non è che ci volesse un genio a capire chi mai aveva messo lì quell’oggetto, considerando che prima di lui era entrata nella stanza solo Marjorie.

Raleigh scartò con aria curiosa il pacchettino: era una boccetta di vetro piena di inchiostro.

«È di quello resistente all’acqua» spiegò Raleigh a Stiles, indicando l’etichetta sul tappo e sorridendo con tenerezza. «È molto utile per le missive da trasportare sotto la pioggia». Dall’espressione di Raleigh, piena di dolcezza e affetto, si capiva bene che sapeva che era opera di Marjorie.

«Un bel regalo» commentò Stiles, vago.

«Già» esalò Raleigh, tornando a lui e mettendo l’inchiostro da parte. «Quindi, ti congedi?»

Stiles annuì. «Sì. Ci penserò bene» gli strinse la mano.

Lui ricambiò la stretta con calore. «Ci sentiamo, allora! E grazie ancora per il tuo aiuto».

«Grazie a te per la conversazione… illuminante» calcò l’ultima parola con una leggere ironia. Raleigh sorrise scrollando la testa.

Non appena lasciato il castello alle spalle, Stiles si sentì sia stordito che vuoto, e anche pieno di nostalgia.

Si mordicchiò un labbro; non sapeva se magari si stesse affezionando fin troppo a quelle mura e a quelle torri.

 

 

 

Stiles accarezzava malinconico Patch mentre Marjorie con una mappa in mano stava finendo di riferire a Derek e Diego quale zona avrebbero dovuto perlustrare.

Ismail lo aveva di nuovo invitato a trascorrere al castello il tempo che non sarebbe stato con Derek, e Stiles si era ritrovato ad accettare l’offerta con sincero piacere. Il problema era che passare cinque giorni senza Derek non sarebbe stato per nulla facile.

Al contrario del vero medioevo, loro potevano comunicare in maniera tempestiva grazie alle email, ma questo non voleva dire che Stiles fosse meno in ansia.

«Stai attento, ok?» mugugnò a Derek, quando lo vide avvicinarsi a lui e al cavallo.

Derek sospirò assicurando alla sella una sacca. «Lo so. Siamo tutto ciò che abbiamo» mormorò inespressivo ma con una certa malinconia nello sguardo.

Stiles ribatté a sguardo basso, bofonchiando e gesticolando. «Non colpire per poi porre domande come facevi a Beacon Hills».

«Ho abbandonato questo stile da un pezzo».

«Ed è stata una grande fortuna per tutti» sospirò forte e alzò la testa per guardarlo in faccia. «Abbi cura di te, va bene?» lo supplicò, anche se fu recalcitrante nel farlo. «Ho bisogno di saperti vivo per poter restare sano di mente in questo posto».

«Non credere che non valga la stessa cosa per me» e si voltò verso di lui e fece una cosa che per un attimo stupì Stiles: gli posò una mano sul lato della testa, infilando le dita fra i suoi capelli; fu un gesto a metà strada fra lo scompigliargli i capelli con affetto e una carezza molto impacciata.

Stiles abbozzò un sorriso sbuffato a sguardo basso, poi l’abbracciò, rilassandosi per qualche attimo a occhi socchiusi mentre si stringevano un po’ goffi.

«Tornerò» gli promise Derek, mormorando al suo orecchio.

Stiles assentì contro la sua spalla. «Aspetterò te per dare una risposta a Raleigh».

Derek gli diede un’ultima pacca sulla spalla e infine sciolsero l’abbraccio.

Osservò a lungo il drappello di cui faceva parte Derek allontanarsi dalla piazza per poter uscire fuori da Namasté, almeno fino a quando non trasalì per il suono di un sospiro forte. Si voltò e vide Bhanuja, che lo guardò dispiaciuta.

«È davvero un peccato che io non possa organizzarvi una cerimonia» pigolò lei.

Stiles si passò una mano sulla fronte, provando a infondersi della pazienza. «Bhanny, quante volte devo dirtelo che io e Derek non stiamo insieme in quel senso?» Alle sue spalle sentì Marjorie e Linda ridacchiare; rivolse loro un’occhiata torva, ma per tutta risposta le due si sistemarono una per ogni suo fianco, mettendolo in mezzo e circondandogli le spalle con un braccio, spingendolo così a camminare con loro.

«Andiamo» lo esortò Linda, «abbiamo una bella serata da organizzare: ti faremo dimenticare di essere un triste giovane principe in pena per il suo cavaliere concubino andato in guerra».

«Grazie davvero, Linda» borbottò inespressivo ma sarcastico, «non trovo davvero le parole adatte per esprimere quanto io ti sia grato».

Sperò almeno che non lo convincessero a smaltarsi le unghie.

 

 

 

Inaspettatamente, la serata partì molto meglio del previsto.

Quella sera, nella piazza della contea, due Cantastorie avrebbero narrato Il grande Gatsby nella sua versione cinematografica, e le ragazze avevano intenzione di assistervi.

Fu così che Stiles si ritrovò in mezzo a una vivace piccola carovana composta da Marjorie, Theodora, Linda, Bhanuja, Ismail, Logan e perfino Raleigh.

I Cantastorie per le loro esibizioni allestivano sempre un palco dove al massimo potevano stare insieme due o tre persone, e altro non era che una sorta di pedana rialzata illuminata tutto intorno da lampade a olio dalla forma a bolla – viaggiavano con un grosso carro, in cui tenevano tutto il necessario e il loro guardaroba.

Bhanuja gli spiegò che di solito i Cantastorie si servivano di una o più persone se dovevano narrare un film – dipendeva pure dal genere – per creare una certa atmosfera incalzante alternando le voci, nel tentativo di riprodurre l’incedere della pellicola. Vestivano sempre con abiti dai colori neutrali e privi di particolari, in modo che tutta l’attenzione del pubblico fosse rivolta solo alle loro voci e alle loro espressioni.

Si sedettero a terra su delle coperte grandi e morbide che Raleigh aveva portato per loro, e Stiles per la prima volta assisté alla narrazione di un film. Fu strano, ma in senso buono, anche se all’inizio trovò un filo ilare come le due tizie Cantastorie si atteggiassero sul palco in modo decisamente teatrale, ma dopo i primi minuti si abituò anche a come descrivevano gli scenari e talvolta anche gli abiti dei personaggi, per non far perdere agli spettatori nessun dettaglio del film.

Stiles apprezzò anche che al posto dei pop corn e della coca cola ci fosse del croccante di mandorle e nocciole e una sorta di vin brulé: i Cantastorie spesso e volentieri erano seguiti da piccoli venditori ambulanti, che armati di banchetti, calderoni e spatole riempivano di profumi dolci le piazze dove avvenivano gli spettacoli. Stiles sgranocchiò soddisfatto un grosso pezzo di croccante alle nocciole.

Purtroppo Stiles aveva solo mezza serata libera, perché quello era il giorno del karaoke alla Pipa di Tolkien, ma tutta la truppa fu più che felice di seguirlo alla taverna per proseguire lì la nottata mentre lui lavorava.

Quando entrarono nel locale c’era già un bel gruppetto di gente impegnato a fare il coro mentre un tizio sul palchetto intonava con poca voce We are the champions dei Queen. Non smetteva mai di stupirlo il contrasto fra quell’ambiente medievale e certi dettagli anacronistici.

Mentre il gruppo si sistemava intorno a tavolo, lui corse ad allacciarsi un grembiule per poi ritornare e memorizzare i loro ordini.

«Avete visto Philip?» chiese Ismail aggrottando la fronte. «Mi aveva garantito che questa volta ci avrebbe degnato della sua nobile presenza».

«Prima di entrare l’ho visto infilarsi in un vicolo buio qui all’angolo, insieme a un tizio» biascicò Marjorie con tono annoiato e voce roca. «Credo che ci raggiungerà fra non molto, il tempo di finire di fare un pompino a quel tipo».

«Marjorie» squittì Bhanuja, stringendosi nelle spalle e arrossendo, e controllando con delle occhiate veloci se qualcuno la avesse sentita.

«Beh, non ho mica detto una cosa brutta» le replicò Marjorie, indifferente e scrollando le spalle. «Philip è un uomo adulto e gli piace tanto il sesso, e non ne ha mai fatto un mistero. E comunque non è il tipo che ama vivere la propria sessualità nell’ombra».

«Sì, ma dirlo così non è… bello» bofonchiò Bhanuja.

Linda le diede delle pacche sulla testa come se fosse un cucciolo. «Sei un pochino troppo ingenua, tesoro» le disse con affetto.

Stiles alzò lo sguardo verso il soffitto e roteò gli occhi, preferendo allontanarsi prima che quella conversazione degenerasse ulteriormente.

Mentre era al banco delle botti ad attendere che Oscar riempisse i boccali per la combriccola, Stiles si soffermò a guardare come Marjorie e Raleigh si comportavano in pubblico: non erano la classica coppia in cui l’uno non sa staccare le mani dall’altro, anche se stavano vicini non erano mai appiccicati; l’unico particolare che si notava era che di tanto in tanto Marjorie posava una mano sulla spalla o sul fianco di Raleigh, un gesto fatto con faccia inespressiva che però trasudava "Mia, questa è tutta roba mia".

Stiles servì i ragazzi e poi si spostò veloce a prendere degli ordini ad altri tavoli, anche se comunque riuscì lo stesso a "godersi" lo spettacolo successivo: Ismail trascinò Logan con sé verso il palco per cantare Black or White di Michael Jackson.

Fu una scena un tantino penosa: Ismail, entusiasta, cantava tenendo con una mano lo spartito per entrambi, mentre con il braccio libero circondava le spalle di Logan, che aveva una faccia per nulla convinta; se Logan cantava con particolare trasporto facendo anche facce e molleggiando su se stesso, Logan biascicava ogni tanto qualche parola e sembrava guardarsi intorno chiedendosi chi mangiare per prima fra i presenti.

Al tavolo del gruppo, Raleigh osservava i suoi ragazzi sorridendo fiero e soddisfatto, mentre le ragazze erano in piedi e agitavano le braccia urlando esaltate.

A un tratto Stiles sentì Linda urlare «Se fossi etero vi lancerei il mio reggiseno!»

Marjorie replicò con «Io vi lancerei il mio, se avessi abbastanza tette da portarne uno!»

Quantomeno il resto degli avventori erano divertiti.

Durante il secondo giro di birra del gruppetto, Philip finalmente li degnò della sua presenza, sedendosi con aria annoiata accanto a loro. Subito dopo Marjorie annunciò a Linda che voleva essere la sua Lady Gaga, e lei le ribatté che allora sarebbe stata la sua Beyoncé, e ciò le portò a correre verso il palco per cantare Telephone.

L’arrangiamento della canzone era fatto alla meglio, ma era comunque molto ballabile, e anche se non c’erano microfoni le due ragazze chiusero le mani a pugno per fingere di averne uno in mano. Com’era prevedibile cominciarono anche a ballare scuotendo forte i fianchi e le tette: la folla esplose in incoraggiamenti e fischi di apprezzamento. Le sopracciglia di Stiles scattarono verso l’attaccatura dei capelli.

«Le mie donne sono incredibilmente piene di energia!» commentò Raleigh, sorridendo orgoglioso.

«Se lo dici tu…» esalò Stiles, tornando a lavoro. Pochi secondi dopo, mentre consultava la posta per controllare se Derek gli avesse scritto, vide un messaggio di Theodora – che era lì presente al tavolo.

"Sono contenta di aver fatto voto di silenzio".

Stiles si portò una mano alla bocca nel vano tentativo di coprire una risata clamorosa.

A fine esibizione Marjorie e Linda tornarono al tavolo facendo discorsi da ubriache, anche se ubriache non lo erano affatto – Marjorie aveva una soglia di tolleranza all’alcol altissima, Linda era una mannara.

«Sono contenta di averti conosciuta, sorella!» esclamò Linda.

«Oh, anch’io!» annuì Marjorie. «Fossimo nel mondo reale, mi piacerebbe portarti a un concerto degli AC/DC per poi fumarci insieme un cannone grosso così!»

«Mi piacerebbe un sacco, anche se non capirei una parola di quello che dici perché parlo solo spagnolo!»

Stiles inspirò a fondo e andò avanti.

Il resto della serata proseguì senza altri scossoni: fu una nottata davvero molto allegra e vivace, e in effetti servì a sollevare l’umore a molti come previsto da Oscar.

Quando ormai il locale era quasi del tutto svuotato e c’erano solo un paio di persone intente a cantare delle ballate Anni Ottanta extra malinconiche – loro sì che dovevano essere ubriachi – Stiles vide Marjorie e Linda confabulare con Bhanuja. Sembrava che le prime due stessero incoraggiando l’altra, che si mordicchiava nervosa un labbro, ma dopo un paio di sorrisi e delle pacche sulla schiena si convinse a fare quello che le stavano suggerendo.

Stiles osservò Bhanuja andare al palco proprio mentre lui si concedeva una pausa e andava a sedersi accanto a Ismail.

Bhanuja fece la sua richiesta ai Musicanti, e dopo non molto partirono le prime note.

Stiles aggrottò tantissimo la fronte: era Call me maybe di Carly Rae Jepsen.

All’istante, una delle catene di Theodora scattò a stringersi attorno alla vita di Logan, attirandolo a sedersi di fianco alle ragazze, e Marjorie gli mise un braccio intorno alle spalle.

«Ascolta, ascolta!» lo esortò con forza e sorridendo diabolica.

Lui la guardò perplesso. «Sì, ascolto».

«Ascolta bene!» lo raccomandò.

Sul palco, Bhanuja cantava con la sua vocina da scoiattolo, molleggiando sui piedi e sforzandosi di non mostrarsi impacciata, mentre Linda alle spalle di Marjorie la incitava a gesti e sillabando cose come "Così, cazzuta! Vai, canta!"

Nonostante la pelle di Bhanuja fosse scura, era più che visibile che le sue gote stavano andando a fuoco. Stiles però apprezzò il suo sforzo di nascondere l’imbarazzo.

«Ditemi che non lo stanno facendo sul serio» biascicò Ismail, in pena.

Philip, seduto di fronte a lui, lo fissò inespressivo incrociando le braccia al petto e accavallando le gambe. «No, lo stanno facendo sul serio».

Stiles si chinò in avanti, poggiando la fronte sul tavolo. «Credo che morirò d’imbarazzo indiretto».

Raleigh gli diede delle pacche sulle spalle. «No, no! Osserva: è uno spettacolo meraviglioso, una giovane ragazza che si dichiara senza timori!» esclamò entusiasta. Stiles decise di non prestargli ascolto.

Quando quella tortura finì, Bhanuja tornò al tavolo piena di aspettativa e sorridendo un po’ intimidita. Marjorie, Linda e Theodora fissarono Logan come se fossero dei cecchini.

«Allora» chiese Bhanuja a Logan, a sguardo basso e portandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio, «ti è piaciuta la canzone?»

Logan si guardò intorno, confuso. «Uh, sì?»

«Quindi…»

«Quindi?»

Marjorie decise di intromettersi e gli diede una lieve gomitata sul fianco. «Quindi la chiami?»

Lui la fissò più confuso di prima. «Chi

Bhanuja afflosciò le spalle e dal tavolo si alzò un coro di sospiri lamentosi e del rumore di mani schiaffate sulla faccia – Philip però restò intento a fissare inespressivo la parete di fronte a lui, sorseggiando birra.

Dopodiché la serata cominciò del tutto a sfumare, e Marjorie assonnata e petulante convinse Raleigh a portarla al castello a cavalluccio.

Stiles aveva ancora un po’ da fare prima che Oscar chiudesse ufficialmente la taverna per quella sera, e il gruppo lasciò indietro Philip affinché lo scortasse al castello una volta finito il lavoro – del resto, lui era stato l’ultimo ad aggregarsi al loro tavolo.

Stiles aveva pensato di aprire bocca per protestare contro quella scorta, ma poi aveva riflettuto su come in effetti non fosse mai stato in giro di notte per la contea, un posto che nei fatti ancora non conosceva bene, e quindi tacque e diede la buonanotte ai ragazzi.

Quando tutto fu pronto per la chiusura, Oscar li salutò consegnando loro una fiaccola per muoversi con più facilità per le strade illuminate solo dalla luna, e loro si avviarono verso il castello.

Agitato sia dal silenzio di Philip, sia dall’atmosfera notturna sconosciuta, Stiles nell’immediato cominciò ad agitare la torcia per illuminare ogni dettaglio dell’ambiente circostante a ogni passo, fino a quando Philip non gli tolse il bastone infuocato dalle mani, sbuffando esasperato e seccato. Stiles si schiarì la voce, ma non gli chiese scusa.

Stiles doveva ammettere che in fondo la contea a quell’ora aveva il suo fascino: la luce bluastra notturna non dava alle case un profilo troppo inquietante – come aveva immaginato – e perlomeno non c’era nessun rapace a mettergli ansia addosso con i suoi versi.

Proprio quando ormai camminava con le spalle rilassate, udì alla sua sinistra uno schianto e una sorta di strillo animale acuto.

Gridò a propria volta in maniera poco virile aggrappandosi di scatto a Philip – gli artigliò le mani sulla spalla e sul braccio – e rimase stordito quando tutto ciò che vide fu un gatto correre via sorpassandoli.

Si voltò piano verso Philip e lo trovò per nulla colpito.

«Un gatto ha fatto cadere un vaso» biascicò Philip, monocorde. «Puoi far tornare il tuo cuore nella cassa toracica, se vuoi, non credo sia previsto un altro attacco felino in nottata».

Stiles si schiarì la voce e si staccò da lui dandogli una lisciata veloce alla casacca che gli aveva sgualcito. Ancora una volta non gli chiese scusa, tornarono a camminare.

Se aveva urlato per un nonnulla, però, era colpa del silenzio di Philip, quindi onde evitare ulteriori magre figure decise di provare a intavolare una conversazione.

«A volte penso che ti manchi giusto un paio di occhiali per completare il tuo look» esordì Stiles, ironico e derisorio, «non so se capisci cosa intendo… Ti ci vedo a spingerteli indietro sul naso dopo ogni affermazione».

Philip gli replicò continuando a camminare e a guardare dritto davanti a sé. «Li avevo, indossavo le lenti a contatto solo durante gli allenamenti e la caccia, ma gli Osservatori trovano difficile replicare nell’Eden degli occhiali, quindi hanno pensato di togliermi senza il mio permesso questo mio piccolo difetto con un’operazione laser».

«Ah» esalò Stiles, non sapendo se mostrarsi dispiaciuto o meno.

Lui scrollò le spalle. «Non erano comunque la parte più incisiva del mio look, non è che mi abbiano mai aiutato a farmi sentire meno fuori posto» osservò con indifferenza.

Stiles aggrottò la fronte, sorpreso. «Ti senti fuori posto?» Per la prima volta lo vide abbozzare un sorriso sarcastico, anche se comunque rivolgendo sempre lo sguardo dritto davanti a loro.

«Qui no, nel mondo reale sempre. Penso di poter dire che l’unico neo dell’essere qui è non potere avere il mio corpo maturo, da uomo, ma per il resto credo di essere una delle poche persone a trovarsi meglio qui che nel mondo reale».

Stiles inarcò un sopracciglio. «Andava così male lì per te?»

«Non è che andasse propriamente male» rispose, col tono annoiato di una persona a cui ormai il passato scivola addosso come se nulla fosse, «è che ero sempre fuori posto. Avevo l’aspetto di un sapientone, ma non ero certo il primo della classe e ho sempre avuto un’avversione verso i classici della letteratura; ho l’aria da perfettino, ma sono un tipo disordinato; la mia famiglia è dedita a sport individuali come la scherma, ma io volevo fare sport di squadra; la squadra di calcio della mia scuola non mi ha mai voluto, i giocatori mi hanno allontanato dicendomi che con la faccia da piccolo nobile che ho sarebbe stato meglio se mi fossi dato al polo». Respirò a fondo rendendo lo sguardo più acuto. «E infine per mio padre purtroppo sono sempre stato troppo omosessuale: ogni volta che mi beccava a guardare un ragazzo, gli piaceva costringermi a vestirmi come una ragazza e a sfilare sui tacchi davanti ai suoi uomini, per farmi capire quanto per uomo fosse umiliante atteggiarsi come una femmina».

Stiles assentì sarcastico. «Certo che tuo padre ne capiva davvero tanto di identità sessuale e sessualità».

«Da questo punto di vista non è mai stato una mente brillante» sottolineò sul suo stesso tono. «Qui posso dedicarmi al tipo di studi che preferisco, fare gioco di squadra e scoparmi chi voglio alla luce del sole: credo di poter dire che questi finora sono stati i migliori anni della mia vita».

«Peccato solo che saranno così brevi» osservò Stiles, stavolta sinceramente dispiaciuto.

Philip per tutta risposta sorrise di nuovo sarcastico. «Non so neanche quando finiranno, se non prima del previsto per un umano».

Stiles lo guardò interrogativo.

«Pensi che io mi sia fatto catturare da loro facilmente?» gli chiese Philip. «Non mi sono arreso, li ho fatti faticare prima di crollare a terra. Ho riportato ferite gravi. A volte la spalla sinistra mi fa male senza alcun motivo».

Stiles deglutì a fatica. Almeno lui non aveva dolori e poteva sperare di non avere preso una botta troppo forte alla testa. «Sei un tipo abbastanza battagliero e orgoglioso» commentò, cercando di ostentare leggerezza.

«Sono molto fiero di ciò che sono e delle tradizioni della mia famiglia» disse deciso. «Noi Blackwood abbiamo sempre protetto la gente, sono orgoglioso nella nostra morale e del nostro codice, così come di tutte le tecniche di combattimento che mi sono state trasmesse e che sono nostre da secoli: mio padre poteva anche essere un dannato bastardo – spero che a quest’ora sia già morto – ma sono fiero della mia famiglia e di essere un cacciatore; porterò sempre avanti ciò che sono».

«Penso che tu sia un buon cacciatore» gli concesse con ironia.

Philip gli rivolse un’occhiata inespressiva. «Detto da te è un complimento».

Stiles sbuffò una risata nasale scuotendo la testa e si fermarono davanti al portone del castello.

Consegnarono la fiaccola alle guardie, lasciandosi guidare da quel punto in poi dalla luce delle lampade a olio disposte all’interno dell’edificio – nel fine settimana spegnevano molto tardi le luci. Erano entrambi diretti verso il dormitorio maschile, quindi in modo tacito percorsero ancora una volta la stessa strada insieme.

«Posso farti una domanda?» esordì Stiles, un po’ in ansia, mentre camminavano lungo un corridoio.

«Tanto me la porrai lo stesso se ti dirò di no» gli rispose Philip, annoiato.

«Come fai a saperlo?»

«Ti si legge in faccia».

«Ah. Comunque!» e iniziarono a salire delle scale. «Hai presente la notte del 5x1, quando ho ucciso l’aggressore di Bhanuja?» domandò Stiles, titubante e con tono vago. Lui assentì. «Tu mi hai fissato perplesso, e dopo mi hai detto che non ero in me. Volevo una tua opinione su quello che è successo».

Se quello era stato un derivato degli effetti collaterali della Nogitsune come Stiles sospettava, credeva che sarebbe stato utile sentire le osservazioni di una terza persona, vista la possibilità di scelta che gli stava dando Raleigh.

Philip aggrottò appena la fronte e rallentò il passo, pensoso. «Vuoi la mia opinione da osservatore semplice, o la mia opinione come osservatore esperto in arti di combattimento?»

«Uhm, entrambe le cose?»

Erano giunti in cima alle scale, e la prima porta era quella della stanza di Stiles; rimasero in piedi lì fuori, proseguendo a parlare abbassando il tono di voce.

Philip assunse un’espressione seria. «Devi sapere che esistono delle mosse molto semplici per liberarsi di un aggressore, anche se si è esili o del tutto fuori allenamento» gli spiegò con attenzione. «Sono piccole cose che purtroppo non tutti sanno, ma che sono estremamente utili per difendersi; tipo cercare di cavare gli occhi del tuo avversario» e si puntò due dita verso i propri occhi, «o colpirlo forte ai genitali o al plesso solare, oppure usare il gomito» si portò una mano su di esso, «perché è la parte più dura del corpo umano e una gomitata ben piazzata può fare un danno enorme con il minimo sforzo».

Guardò Stiles dritto negli occhi. «Tu non mi sei mai sembrato il tipo da sapere queste cose. E ricordo che quella sera a cena hai detto di non esserti mai allenato a combattere: non hai nemmeno mai seguito un corso di autodifesa, vero?»

Stiles scosse la testa. «No, mai seguito uno».

«Eppure quella sera ti sei fatto strada dando a un tizio una gomitata al plesso solare» sottolineò Philip, scandendo bene ogni parola della frase.

Stiles abbassò lo sguardo inspirando a fondo e umettandosi le labbra. «Quindi è stato davvero strano».

«Cosa ti è successo?» gli domandò pacato.

«Non lo so di preciso» sospirò stanco. «Posso solo dirti che ero davvero arrabbiato e che mi sentivo impotente, e… forse sono impazzito del tutto e ho attinto a istinti a cui non dovevo attingere?» concluse con sarcasmo pungente e ridendo isterico di se stesso.

Philip però non fece un piega, si limitò a fissarlo interrogativo.

«Sono stato posseduto da uno spirito oscuro, tempo fa» gli spiegò Stiles, «un trickster, e credo sia il motivo per cui gli Osservatori mi hanno ritenuto abbastanza importante da portarmi qui».

Philip non si mostrò scosso da quella rivelazione, e per certi versi Stiles gliene fu grato. «È probabile che tu in quel momento abbia per istinto preso in considerazione come questo spirito si sarebbe comportato al posto tuo» osservò neutrale.

Stiles sospirò passandosi le mani sul volto. «Sì, probabile. Anche se Raleigh ha accennato ad altro, dicendo però che spetta a me decidere se voglio sapere tutta la verità o meno».

«Se non te l’ha detto subito vuol dire che non è niente di pericoloso o davvero oscuro» lo informò subito Philip, sicuro.

Stiles annuì. «È quello che ha detto anche lui. Sta a me scegliere. Sto valutando le mie opzioni, e avevo dei sospetti riguardo questo fatto, quindi ho chiesto una tua opinione…» gesticolò vago.

«Quella mossa quella notte non è stato qualcosa da te» sottolineò Philip, «in quel momento ti ho visto per la prima volta come un combattente, se ti può interessare» aggiunse.

«Uhm» si passò una mano sulla nuca, «grazie?»

«Era quello che volevi sapere» scrollò le spalle.

Stiles sorrise pieno di rassegnazione. «Peccato che ora io sia più inquietato e ansioso di prima».

«Fidati della parola di Raleigh: se non ti ha avvisato di stare attento, vuol dire che non è nulla di davvero oscuro».

«Ha anche detto che mi cambierà la vita».

«E i cambiamenti ti spaventano?»

«Se non sono io a farli, spesso» ammise Stiles, scrollando le spalle.

«Prendila così: non sono sempre una cosa negativa» gli ribatté Philip ironico, seppure inespressivo.

Stiles sbuffò una risata nasale e si passò una mano sulla fronte. «E credo che con questo possiamo concludere la serata».

Philip annuì. «È stata una buona nottata. E un’intensa conversazione interessante» valutò, cercando lo sguardo di Stiles con il suo.

«Già» esalò, sostenendo il suo sguardo senza nemmeno capirne il perché.

«Buonanotte, Stiles» gli augurò Philip, un secondo prima di interrompere il contatto visivo e girare sui tacchi per andarsene.

«Buonanotte, Philip» lo ricambiò, cercando subito la maniglia della porta.

Non appena entrato nella stanza, invece di cercare subito una lampada da accendere alla luce della luna, si soffermò a trarre un lungo e lento respiro profondo.

Era stato davvero intenso, e non se lo sarebbe mai aspettato.

Chapter Text

 

Stiles non poteva dire di trovarsi male al castello del Drago Scarlatto, tutt’altro, ma dormire lontano da Derek gli metteva addosso troppa ansia: quando succedeva riusciva a prendere sonno a fatica e faceva sogni troppo vividi e movimentati che lo lasciavano spossato al risveglio. Almeno durante la giornata non aveva grossi problemi, perché i ragazzi gli ronzavano sempre attorno.

Lui e Derek si scambiavano dei messaggi più o meno ogni paio di ore, anche se Derek era abbastanza laconico.

"Siamo fermi per mangiare". "Siamo al lago". "Stiamo ripartendo" e un clamoroso "Ho dormito".

Stiles a un certo punto gli replicò "Sono andato in bagno", sperando che il sarcasmo sottinteso in realtà fosse invece molto più che evidente.

Loro due erano ancora parecchio impacciati quando si trattava di rassicurarsi a vicenda, perché quella situazione li stava costringendo a fare evolvere in fretta il loro rapporto – dato che l’uno aveva solo l’altro – e ciò certi momenti frustrava Stiles e lo portava a essere inutilmente pungente, cosa che non era di alcun aiuto.

Non aveva più la dieta di suo padre da controllare, o Scott da stuzzicare con il suo sarcasmo: gli restava solo Derek, e stava cercando di scenderci a patti. Si accorse però che se prima gli importava davvero di Derek, ora stava cominciando a volergli davvero bene.

Quello che però gli dispiaceva di più in quei giorni era che Derek si sarebbe perso la Festa Mediterranea.

Mancavano ormai meno di due giorni alla festa, e spesso a Namasté arrivavano carri di mercanti provenienti dalla Contea delle Arance, luogo in cui si coltivavano molto di più i prodotti tipici delle terre bagnate dal Mar Mediterraneo, e per le strade si respiravano profumi nuovi, frizzanti e freschi.

Perfino Oscar era di buon umore – lui che era sempre così neutrale – perché diceva che ciò voleva dire che mancava un mese alla Festa Baltica, e Stiles poteva ben capirlo: l’Eden era un vero calderone di culture diverse, era facile perdere o dimenticare i sapori e gli odori della propria casa, quindi era sempre una gioia festeggiarli; era probabile che Oscar avrebbe rappresentato la Germania a suon di birra, e Marjorie avrebbe gradito molto.

Stiles non sentiva ancora la mancanza della California, ma credeva che comunque sarebbe stata solo una questione di tempo, prima che la nostalgia per la propria terra avrebbe colto anche lui.

Per la pausa pranzo era andato ad aiutare Luigi a consegnare delle casse di pomodoro da sugo – sempre da utilizzare per la festa – e adesso aveva lo stomaco che brontolava per la fame. S’incamminò verso la strada in salita che portava al mercato: di solito lì si potevano trovare delle versioni medievali dei venditori ambulanti di cibo da strada, e Diego gli aveva scritto raccomandandogli di andare a farci una capatina, perché nei giorni che precedevano una festa di solito sfoggiavano cibo da strada tipico nei paesi festeggiati.

Curioso e affamato, seguì la scia di un pesante odore di cibo unto e formaggio stagionato, gemendo di piacere quando notò la grande varietà di cibo strapesante e calorico fra cui poteva scegliere. Mentre cercava ancora di decidersi, gli passò accanto una ragazza che allegra gridava il prezzo dei mazzi di basilico che vendeva – li teneva su un grosso cesto di vimini che portava al braccio – e che quando vide Stiles gli sorrise e, forse per pubblicità, sorridendo gliene mise veloce un piccolo ciuffetto dietro l’orecchio, proseguendo poi a camminare.

Stiles sorrise a sua volta, prese il rametto e ne respirò a fondo il profumo intenso, sentendosi sempre più di buon umore. A qualche passo da lui, vide un’altra ragazza con un grosso cesto al braccio, stavolta qualcuno che conosceva: Theodora era impegnata a contemplare delle melanzane che le stava proponendo un tizio – gli ortaggi erano dentro a uno di quei cesti alti con gli spallacci, quelli adatti per essere caricati sulle spalle come uno zaino.

Stiles osservò come Theodora guardava con un sorriso malinconico la melanzana che aveva fra le mani. Gli pizzicò il cuore, perché non era giusto che si arrivasse a sentire la mancanza del sapore delle melanzane.

Si avvicinò a lei salutandola con un sorriso e un "Ehi" mormorato, lei lo ricambiò agitando una mano.

«Queste violette tonde hanno un sapore dolce e non piccante» la avvisò il venditore, «se ti servono anche quelle più scure e dalla forma allungata dimmelo che te le procuro: coltivo pure loro». Lei gli rispose con un sorriso cortese, facendo però cenno di "la prossima volta".

«Ok!» le replicò lui.

Stiles aspettò che lei pagasse il conto e che il tizio si rimettesse il cesto in spalla e si allontanasse, poi la invitò a mangiare con lui. «Ti andrebbe di consigliarmi cosa comprare da mangiare qui fra la roba che conosci?»

Lei annuì contenta – era più entusiasta del solito – e lo strattonò per una manica verso un banchetto. Acquistarono due pezzi di quella che venne descritta loro come una focaccia, unta d’olio e coperta di erbe aromatiche, cipolla e pomodoro, e poi andarono a consumarli all’ombra, sedendosi a gambe incrociate su una panca, l’uno rivolto verso l’altra.

Stiles ormai sapeva che Theodora per comunicare usava perlopiù la messaggistica istantanea, quindi masticando aprì il proprio account personale, riducendolo a una finestrella piccola, per poter conversare con lei. «Hai comprato le melanzane per preparare qualcosa per la festa?» le chiese.

Lei assentì e digitò sulla schermata per rispondergli. "Per l’occasione vorrei preparare per voi la moussakà con la ricetta di mia nonna".

«Ho l’impressione che anche per questa festa tornerò a casa con una ventina in più» ironizzò lui.

Theodora sorrise mordicchiandosi un labbro. "Tanto ci sarà anche da ballare: i nostri balli folkloristici sono parecchio movimentati, ne avrai di calorie da consumare".

«Speriamo!» esalò. «A parte questo… cercavo proprio te» biascicò.

Lei lo fissò interrogativa e fece un altro boccone.

«Prima che mi portassero qui ho subito una possessione da parte di uno spirito oscuro, forse l’avrai già sentito mentre lo raccontavo a Marjorie…» Lei annuì. «Ecco, sto avendo ancora dei problemi a regolarmi qui. Cioè» provò a spiegarsi meglio, «stanno sorgendo quelli che Raleigh ha chiamato degli "effetti collaterali" che posso sfruttare – per esempio, ora se voglio riesco a capire il giapponese, che in realtà non ho mai studiato – ma al momento sono molto confuso e in ansia, e Ismail e Bhanuja mi hanno consigliato di parlarne con te» concluse bofonchiando a sguardo basso.

Theodora lo aveva ascoltato con attenzione, masticando; deglutì e poi scrisse veloce. "Qual è stata di preciso la tua esperienza?"

Stiles le raccontò tutto mentre finivano di mangiare. Le parlò di come lui, Scott e Allison avevano riattivato il Nemeton liberando così accidentalmente la Nogitsune, di come la possessione aveva cominciato a manifestarsi con disturbi del sonno e come tramite delle mosche da posseduto aveva guidato un tizio a uccidere dei giovani licantropi e a rapire Kira; le disse come la Nogitsune era riuscita a ricaricarsi, di come lo aveva ingannato sfruttando la malattia e la morte di sua madre, della tortura di Scott con la spada dell’Oni, dello sterminio della banda di criminali giapponesi, del rapimento di Lydia e la morte di Allison.

Quando giunse alla fine del racconto si sentì sia stanco sia più leggero: era stato emotivamente sfiancante, però Theodora non aveva fatto commenti – come Raleigh, del resto – e sapeva che lei lo avrebbe capito.

"In alcuni punti la tua storia è uguale alla mia" gli scrisse.

«A te che è successo?» le domandò, a questo punto curioso.

"Nella mia famiglia si tramanda il dono di sapere manipolare un elemento fra legno, fuoco, terra, metallo e acqua, siamo uno dei vari tipi di streghe e stregoni che si possono incontrare. Non siamo in grado di fare degli incantesimi, però, o di scagliare maledizioni o roba simile".

«E vivete insieme come una congrega?»

Lei agitò una mano come a dire più o meno. "La mia famiglia è la fondatrice della città dove vivevo, nei fatti a livello sovrannaturale eravamo i padroni della città, e molti di noi avevano ruoli di spicco, tipo sindaco, direttore del giornale cittadino, una carica alta all’interno della Polizia…"

«Diciamo che potevate controllare facilmente tutto ciò che accadeva all’interno del vostro territorio» osservò Stiles.

Lei annuì. "Eravamo una congrega molto potente e dalle origini molto antiche, il che si collega alla mia possessione: ha radici proprio alla fondazione della congrega".

«Che successe?»

"Anche noi avevamo una nostra sorta di Nemeton, ma i padri fondatori della mia congrega lo hanno reso sacro in maniera errata: hanno scelto l’albero più vecchio che cresceva nel bosco e poi, invece di onorarlo con costanza per renderlo negli anni un nostro punto focale, lo hanno tagliato per dare al ceppo rimasto la forma di altare incidendolo".

Stiles aggrottò. «Che io sappia non è questa la procedura che hanno usato con il Nemeton di Beacon Hills: il nostro è stato segato solo di recente, dopo la Seconda Guerra Mondiale».

"Infatti ci sono state delle conseguenze. I fondatori credevano che così avrebbero acquisito più forza, perché hanno forgiato un altare sacrificale facendo un sacrificio, rinunciando a un albero antico, ma è andato tutto decisamente male".

«Credo di poterlo immaginare» commentò sarcastico.

Theodora gli rivolse una smorfia sul suo stesso tono e proseguì il racconto. "All’interno della congrega i bambini non crescevano ignari dei poteri della famiglia, anche se li acquisivano solo al compimento del sedicesimo anno di età, quello che però non sapevano fino al momento giusto è come si svolgevano i riti per ingraziarci gli spiriti della natura e avere più forza".

«Fammi indovinare» disse Stiles amaro, «è roba macabra?»

"Sacrificavano degli animali sull’altare intagliato al centro del bosco. Talvolta anche dei bambini umani".

«Ah, però!» esalò inespressivo.

"L’altare di suo non era nato in maniera limpida, tant’è che parte della vitalità dell’albero usato era rimasta attaccata alla sue radici, anche se malconcia. I sacrifici oscuri fatti su di esso hanno poi fatto tutto il resto: il sangue delle vittime, assorbito nel corso dei secoli dal legno, in modo oscuro ha trasformato quella vitalità in… vita. L’altare è diventato un essere oscuro senziente".

«Ed è arrivato a te?» chiese accigliato e inquietato.

"Ha agito come una sorta di spirito della natura oscuro, perché in parte era come se fosse lo spirito redivivo dell’albero: ha cercato vendetta per tutto il sangue sparso, e per crudeltà ha pensato di agire servendosi dell’essere più giovane e innocente presente nella congrega. Che in quel momento storico ero io: avevo nove anni".

Stiles si passò le mani sulla faccia, sconvolto. «Oh mio Dio».

"L’altare ha usato parte dell’energia ottenuta durante gli ultimi sacrifici per darmi i miei poteri in anticipo alla prima luna piena, poi ha cominciato a raccontarmi la sua storia e a spiegarmi i suoi piani nel sonno, sotto forma di incubi, costringendomi a non dire a nessuno che avevo già i miei poteri: ogni volta che provavo a parlare e avvisare gli adulti, lo spirito si impadroniva del mio corpo e mi faceva comportare male con i miei compagni di scuola, mi faceva spifferare i segreti dei miei amici… è riuscito a isolarmi, a condannarmi alla solitudine".

«I tuoi non l’hanno trovato per nulla strano?»

"Lo spirito è stato attento, mi ha fatto agire come se fossi una bambina ribelle ma in maniera progressiva, quindi non sono sembrava una posseduta che necessitava di un esorcismo" scrisse con un’espressione particolarmente sarcastica. "Il peggio comunque è venuto dopo, perché da posseduta ho cominciato a minacciare gli adulti usando i loro segreti: prima li ho costretti a fare delle cose non molto piacevoli, dicendo loro che altrimenti avrei detto a tutti di come tradivano i consorti, o di come ricevevano delle tangenti; poi ho cominciato a usare i loro segreti più oscuri, tipo i sacrifici umani".

«Tortura psicologica» mormorò Stiles.

"È stato a quel punto che si sono resi conto che ero posseduta, ma ormai era troppo tardi: li ho uccisi tutti".

Stiles respirò a fondo passandosi di nuovo le mani sul viso. «Come hai fatto a liberarti di lui?»

"Mia nonna, la leader della generazione corrente, lo ha pregato di liberarmi offrendo la propria vita: si è suicidata con un pugnale, stesa sopra di lui".

Stiles si ricordò della ricetta della nonna e tutto prese un significato abbastanza forte da fargli sentire la testa scoppiare e gli occhi diventare lucidi. Tirò su col naso un paio di volte e restarono per un po’ in silenzio.

Theodora aveva sterminato la propria intera famiglia, e considerando la predisposizione dello spirito per la tortura psicologia, era probabile che la avesse fatta accanire sui corpi, o che la avesse spinta a compiere delle uccisioni violente e sanguinolente, dando dell’agonia a tutti. Stiles si rifiutò di chiederle se avesse avuto dei fratelli o delle sorelle, bastava già sapere che aveva eliminato anche i propri genitori.

«Come hai fatto poi ad andare avanti? Cioè, intendo materialmente» specificò, «emotivamente non oso nemmeno immaginare come sia stato…»

"Beh, tuttora nel mio paese sono una ricercata. Diciamo che ho vissuto di espedienti: per un po’ ho vissuto in strada, e lì mi sono resa conto che grazie ai miei poteri era facile rubare gli spiccioli che i passanti avevano in tasca. Da lì a diventare una ladra mercenaria di gioielli il passo è stato breve".

Aveva scritto quell’ultima parte con uno strano sorriso soddisfatto sulle labbra; Stiles, sospettoso, abbozzò un ghigno. «Dimmi un po’, che tipo di gioielli rubavi?»

"Quelli storici fruttavano di più. Non ero ricercata solo dalle Forze dell’Ordine: ero una ladra i cui servizi erano molto richiesti".

«Immagino» ridacchiò Stiles. Una strega dei metalli sapeva come attirare a sé dell’oro senza il minimo sforzo.

Diventò un po’ più seria. "Non è stato per niente facile crescere così, e tutt’oggi i miei traumi non mi hanno abbandonata, ma ho provato a sfruttare fino al midollo tutto quello che questa brutta esperienza mi ha lasciato: ho usato i poteri ottenuti troppo presto per procurarmi da vivere, ho utilizzato il modo in cui lo spirito mi faceva fingere e recitare per raggirare chiunque durante un furto, ho preso tutta la furia e la disperazione provata e l’ho usata per schiaffeggiarmi allo specchio ogni giorno in cui ho creduto di non farcela più. Perché non importa quanto sia enorme e orrendo quello che mi è successo, la mia singola vita non può essere meno importante dei miei traumi e dei miei incubi, sono molto di più di ciò che mi è successo. Non posso darla vinta a quello spirito ancora una volta, o almeno non al suo ricordo".

Stiles abbassò lo sguardo mordicchiandosi un labbro, aveva gli occhi lucidi, anche se sorrideva. «Ho l’impressione che tu ti sia divertita molto a fare la ladra» provò ad alleggerire l’atmosfera.

Theodora scrollò le spalle. "Non me ne sono mai pentita. Lo so che rubare è sbagliato – mica rubavo ai ricchi per dare ai poveri – ma per anni è stato anche il mio unico gioco: ero ancora piccola, una bambina e poi una ragazzina. Anche se mi sono sempre rifiutata di rubare armi o altro che potesse provocare la morte di persone innocenti".

«Comincio a capire anche da dove provenga il tuo rifiuto di usare la voce» aggiunse Stiles, portandosi una mano sul collo per indicare le corde vocali.

"La mia voce è stata sfruttata per torturare i miei familiari, ho aperto bocca per rivelare segreti non miei – non si trattava del tutto di brave persone, ma da ignara ho voluto loro del bene e comunque uccidere in quel modo diciamo che non mi è sembrata la soluzione adatta – quindi ho pensato che ormai tanto valeva rinunciarci: offro quotidianamente la mia voce in sacrificio alla Natura, per mantenermi forte".

«Lo trovo un tipo di sacrificio molto più sano» commentò ironico inarcando un sopracciglio; ridacchiarono insieme.

Poi Theodora riprese a scrivere. "Tornando alla tua domanda iniziale, personalmente credo che tu dovresti sfruttare questi effetti collaterali: potrebbero aiutarti a essere più forte. E poi la vedo anche come una sorta di rivalsa contro lo spirito che ti ha posseduto: lui si è preso i tuoi pezzi e li ha usati senza chiederti il permesso, ora tu prendi i suoi pezzi che si è lasciato dietro e li usi a piacimento".

«Non so nemmeno quanto mi saranno utili questi pezzi» borbottò perplesso, «e a essere sinceri temo un po’ che confrontarmi con essi possa essere un po’… troppo per me».

Lei scrollò le spalle. "Non lo saprai mai, finché non ci provi. Continuo a sostenere la mia tesi: prendi il toro per le corna, e poi spingilo ad andare dove tu vuoi".

Espirò a fondo. «Ci proverò».

Lei sorrise comprensiva.

«La mia pausa sta finendo, devo tornare alla taverna» la avvisò dispiaciuto. «Ma ti ringrazio moltissimo per la conversazione».

"Figurati, per così poco. Ti manderò un invito per la cena prima della festa!"

Le sorrise grato. «Ok, e grazie ancora!»

Theodora si alzò dalla panca andando via per prima e si congedarono con un cenno della mano.

Stiles riprese il piccolo ciuffo di basilico che aveva messo da parte e ne annusò a fondo l’odore un’altra volta; lo trovò calmante e rigenerante.

Nelle ultime ore aveva già fatto lo stesso ragionamento che gli aveva detto Theodora, ma aveva avuto delle incertezze. Adesso però la sua decisione finale aveva quasi del tutto preso forma.

Trasse un grosso respiro profondo, e più risoluto di prima si avviò a finire il turno di lavoro.

 

 

 

Il giorno della Festa Mediterranea si ritrovarono quasi tutti a cenare insieme al dormitorio della Misericordia, mancavano solo Derek, Diego e Siobhán, impegnati ancora nella loro missione di perlustrazione di routine.

Theodora cucinò lì la sua moussakà, riempiendo tutta la casa di un buon profumino, e già solo quello bastò a saziare Stiles; poi insieme agli altri ne mangiò due pezzi e fu proprio satollo.

Quando uscirono dal dormitorio, vennero travolti dall’atmosfera di festa.

Marjorie alzò le braccia al cielo, raggiante. «Voglio mangiare fino a stare male! È la mia festa!»

Stiles la fissò accigliato. «Tecnicamente è la Festa Mediterranea».

«Sì, ma io sono francese, quindi è la mia festa!» Circondò le spalle di Theodora con un braccio. «Vieni, mia Guardia, è anche la tua festa!» e a passo trionfale la trascinò con sé, precedendo tutto il gruppo mentre sullo sfondo Raleigh la osservava deliziato come al solito.

La Festa Mediterranea era un trionfo di profumi freschi e odore di frittura, di sapori di mare e di sapori provenienti dalle Alpi. Nell’aria si diffondevano delle allegre tarantelle e il suono di tamburelli.

Quando entrarono nella piazza, Stiles vide che agli angoli c’erano sistemati più fuochi su cui cuocevano degli animali infilzati con uno spiedo, e circolava del vino in abbondanza. Marjorie, ovviamente, come prima cosa si avventò su quello, e tornò distribuendo boccali pieni di buon vino rosso.

Svariate porzioni di paella, pasta, pizza e carne arrostita dopo, Stiles stava cercando di non entrare in un coma indotto dal troppo cibo e di divertirsi con gli altri in balli ricchi di saltelli e girotondi. Era un lavoro sporco, ma qualcuno doveva pur farlo.

Stiles sostò a lungo presso l’angolo del teatro dei burattini italiani mentre le ragazze si divertivano a provare vestiti del Carnevale di Venezia, e poi marciarono pimpanti verso le bancarelle di oggettistica inutile ma bella nel frattempo che Raleigh distribuiva loro arance e mandarini.

Marjorie ormai era talmente ubriaca da richiamare l’attenzione degli amici avvisandoli che "Devo dirti una cosa" e a "Cosa?" replicava con un rutto in faccia, come la grande signora che era; Raleigh la teneva per mano con affetto, sorridendo e stando attento che non si perdesse nella folla ciondolando o che non si sentisse male; lei borbottava che anche se voleva tanto bene a Theodora non voleva andare a vedere il teatro greco antico, perché "doveva essere una lagna".

Durante la passeggiata fra le bancarelle, Stiles vide Luigi impegnato ancora una volta a comprare qualcosa di carino per Siobhán.

Bhanuja misteriosamente ubriaca anche lei – Stiles la teneva per mano come se fosse la sua sorellina – puntò un dito verso Luigi, ridacchiando in maniera infantile. «Guadda, guadda! Sha compando cose pe cotteggiare Sssiobhán!»

Stiles soppresse un sorriso, intenerito dai modi di lei. «Bhanny, non si indicano le persone».

«Shì, lo sho! Però, uh, checcarini! Sssiobhán pensa che noi non ce n’è accoggiamo che le piasce essere cotteggiata!» ridacchiò di nuovo. «Noi shappiamo tuuuuutto! Noi furbi! Io furba!»

Ma che roba le avevano messo nel vino per farla ridurre così?!

«Tu devi proprio bere dell’acqua» esalò Stiles, sospirando e fermandosi a un banco per prenderle da bere.

«Pecché nessciuno mi cotteggia?» brontolò, prendendo con entrambe le mani il bicchiere che le offrì. «Logan non mi vuole cotteggiare, non capishe».

«Prima o poi capirà» la rassicurò.

Lei sembrò rifletterci sopra, salvo poi decretare tutt’altro. «Pensho di dover fahe pipì».

Stiles si passò una mano sulla fronte. «Andiamo a vedere se Linda è ancora lucida, così ti accompagna lei».

Trovarono Linda non molto dopo, seduta su una panca distante qualche metro da uno dei punti di ritrovo dove della gente stava ballando. Marjorie era addormentata a bocca aperta, teneva i piedi in grembo a Raleigh e la testa sulle ginocchia di Linda.

«Se ti do il cambio come cuscino di Marjorie, potresti accompagnare Bhanuja al bagno?» le chiese.

«Certo!» Meno male che sembrava in sé.

Fu così che Stiles finì col sedersi accanto a Raleigh, nell’attesa che le ragazze tornassero.

Era strano ritrovarsi in mezzo a una festa solo con Raleigh, perché di tutto il gruppo era quello che dimostrava più anni – sembrava come finire all’angolo di una stanza con uno degli zii durante la festa di compleanno di qualcuno – e Stiles si sentì in dovere di provare a conversare per sopprimere l’impaccio che doveva emanare.

«Poco fa io e Bhanuja abbiamo visto Luigi comprare dei bracciali per Siobhán» esordì vago. «Bhanuja ha detto qualcosa a proposito di un rito di corteggiamento».

Raleigh sorrise annuendo. «Quei due si scambiano regali da un bel pezzo ormai. Credo che non abbiano ancora ufficializzato la loro relazione perché amano indugiare nello scambio di regali».

Stiles aggrottò la fronte. «Non capisco, però… qui è proprio tradizione fare tipo come i vecchi tempi e corteggiarsi?» Ricordò che Marjorie aveva lasciato un regalo per suo marito nascosto sopra la scrivania, ma loro due erano già sposati…

Lui scosse la testa addolcendo il sorriso che sfoggiava. «Non proprio. Diciamo che più che altro nasce da qualcosa che piace fare» gli spiegò. «Vedi, nell’Eden non tutti possono permettersi di togliersi degli sfizi e acquistare per sé degli oggetti non proprio utili o se utili di buona qualità, quindi fare un regalo è un’azione che si arricchisce di significato: vedi il bisogno o il desiderio di qualcuno e lo soddisfi o lo esaudisci».

«Oh» esalò Stiles, sorpreso. «Quindi qui i regali servono per esprimere qualcosa?»

Raleigh annuì, sorridendo con un pizzico di malizia mentre cercava qualcosa nelle proprie tasche. «Sì, anche. È un po’ diverso dal fare regali nel mondo reale: è meno un pensiero e più una dichiarazione d’affetto. Noi facciamo regali ai nostri cari, agli amici… agli amanti» sottolineò l’ultima parola infilando in una delle tasche della giacca di Marjorie un sacchettino di stoffa allacciato con cura.

Stiles inarcò un sopracciglio, ironico. «E in caso di scambi di regali prolungati diventa "corteggiamento"?»

«Esatto».

«E suppongo che fra amanti si possa anche non smettere mai di corteggiarsi».

Lui scrollò le spalle. «Perché no?» e diede delle pacche affettuose alle caviglie di Marjorie.

Linda interruppe quel momento tornando da loro con Bhanuja – che sembrava un po’ più sobria, anche se ciondolava assonnata stropicciandosi gli occhi. Stiles notò che Linda stava fissando un punto con ironica concentrazione.

«Che guardi?» le domandò aggrottando la fronte.

«C’è un bel faccino che arrossisce e distoglie lo sguardo ogni volta che lo sorprendo a guardarmi». Sfoggiò un sorriso predatore.

Stiles vide che in effetti più in là c’era una brunetta dai capelli molto corti che stava palesemente provando a mostrarsi interessata a una conversazione di gruppo – di sottecchi osservava ancora Linda.

«Che carina» aggiunse Linda, civettuola, «è tutta rossa. Forse si vergogna perché pensa ancora di essere etero».

Stiles si finse per nulla colpito. «Vorresti sconvolgerle la vita dando una botta al suo mondo, o vorresti dare una botta a lei e basta?»

Lei si portò una mano al petto atteggiandosi scandalizzata. «Stiles, quanto sei volgare, stasera! Mi credi una donnina così poco fine?»

«Credo solo che sei un tipo che sa sempre ottenere quello che vuole».

Linda sorrise compiaciuta roteando appena i fianchi.

«Andate pure a godervi quel poco che ancora resta della serata» s’intromise Raleigh, «ci penso io a badare a queste due» li rassicurò – Bhanuja sbadigliando si stava raggomitolando alla meglio accanto alla testa di Marjorie.

Sicuri di lasciare le ragazze in buone mani, abbandonarono la panca e si divisero andando ciascuno in una direzione diversa.

Stiles aveva visto Ismail trascinare Logan verso la zona della città dove erano stati allestiti dei banchi con i latticini – Logan aveva mugugnato che tanto non poteva mica mangiare, Ismail aveva ribattuto che quantomeno poteva pur sempre guardare e annusare – e aveva intenzione di raggiungerli più che altro per curiosità: aveva sentito che c’erano degli agnellini, voleva vederli, non ne aveva mai visto uno dal vivo.

Theodora, invece, doveva essere da qualche parte attaccata a dei cesti di melanzane, per quanto poteva saperne Stiles.

Mentre cercava di trovare i due ragazzi, finì però coinvolto in un tarantella: delle tipe lo videro passare accanto a loro e senza tanti complimenti risero e lo trascinarono a ballare. Stiles non disse di no, perché in fondo era divertente. Peccato che un paio di girotondi dopo perse il senso dell’orientamento.

Districatosi dai balli folkloristici, provò a ritrovare la via infilandosi in un vicolo buio a caso.

Quando all’improvviso sentì dei gemiti soffocati s’irrigidì e fu percorso da un brivido freddo: ricordò all’istante quanto fosse facile per qualcuno approfittare della confusione di una festa per fare del male a un innocente. Accelerò il passo e si fermò solo quando vide in maniera più chiara cosa illuminava la luce lunare in fondo alla stradina.

Quella non era esattamente una scena di violenza, e per fortuna che c’era quasi buio, perché in realtà si trattava di Linda "impegnata" con la ragazza di prima.

Linda doveva essere così presa da non averlo sentito arrivare, o forse conoscendola non gliene importava proprio di essere sorpresa e vista.

Non erano svestite, però avevano gli abiti allentati, soprattutto la tipa sconosciuta: Linda la teneva contro il muro e con le gambe allargate, aveva la gonna raccolta all’insù e dal movimento del braccio di Linda era chiaro cosa le stesse facendo con la mano fra le gambe, così com’era chiaro cosa la ragazza le stesse palpando sotto la casacca. La scena era esplicita, c’erano suoni di schiocchi languidi e sospiri, e Stiles dei momenti così li aveva visti solo in dei film porno, fu per lui naturale sentirsi sorpreso ma anche eccitato, ma quello che provò un istante dopo fu tutt’altro.

Si rese conto che in effetti quella era la prima volta che provava qualcosa di simile da quando era arrivato nell’Eden. Proprio lui che si masturbava due volte al giorno quando poteva farlo.

C’era qualcosa di sbagliato. Cos’era successo ai suoi istinti? Dov’era finita la sua libido? Era strano, era…

Sentì una mano stringersi con fermezza sulla sua spalla e una voce conosciuta dirgli all’orecchio «Andiamo via».

Si voltò e Philip allacciò piano una mano intorno al suo polso, guidandolo verso la luce, fuori dal vicolo. Stiles non protestò; si accorse che stava respirando in modo irregolare solo quando Philip calmo gli posò le mani sulle braccia e lo invitò a respirare con lui.

Erano lontani dalla folla che ballava; quando Stiles si riprese si appoggiò di spalle al primo muro più vicino.

«Come facevi a sapere che ero lì?» gli chiese Stiles con voce roca, passandosi una mano sul volto.

«Durante una festa so sempre dove sono le ragazze» rispose inespressivo.

Stiles aggrottò la fronte, sorpreso e confuso. «Come

«Sono un cacciatore, so come seguire delle tracce o rintracciare delle persone».

Non roteò gli occhi solo perché era ancora un po’ scosso. «Quindi mi hai seguito mentre mi hai visto andare per sbaglio dov’era Linda?»

Non rispose a quella domanda. «Credo di sapere cosa ti è preso» disse serio. «Ti sei accorto che non pensi al sesso da un pezzo».

Stiles s’irrigidì e si coprì la faccia con una mano, non proferì parola.

«È normale» aggiunse Philip, «è successo anche a me. Succede a molti».

Ribatté con voce incrinata dal nervosismo. «Sono qui da oltre un mese e non me ne sono mai accorto prima! Com’è possibile che non ci abbia mai fatto caso?! Mi è capitato di provare dell’attrazione, ma non…» si umettò le labbra, agitato e imbarazzato. «Come fai a dire che è naturale e non qualche roba indotta dagli Osservatori? Come faccio a sapere che non stanno giocando anche con la mia cazzo di libido? Perché fidati: per come sono fatto io non è normale che non ci pensi per così tanto tempo!» Quello era qualcosa di intimo, si sentiva violato al pensiero che avessero manipolato o condizionato anche quella parte di lui.

Philip non fece una piega, era ancora calmo come prima. «È normale che accada perché fa parte della tua natura: sei in una situazione critica, i tuoi istinti ti portano di più a pensare alla sopravvivenza, non ad altro. E stai vivendo un trauma e ti mancano delle persone e la tua casa: sei depresso, è logico che la tua libido ne risenta».

Stiles scosse la testa a sguardo basso, passandosi una mano sulla fronte.

«Stiles» gli disse con voce ferma, «fidati della mia parola: gli Osservatori non stanno provando a incasinarti la testa giocando con i tuoi istinti. Non appena sarai psicologicamente più rilassato, il tuo corpo si lascerà andare di più. È normale» insisté.

Stiles restò a fissare la strada ai propri piedi per qualche attimo, traendo dei respiri profondi; infine, rialzò lo sguardo. «Ok, allora… è solo questione di tempo?» Se poco fa si era eccitato, forse stava già iniziando a essere più rilassato.

Philip annuì. «Esatto, solo questione di tempo».

Si passò un altro paio di volte le mani sul volto e poi si staccò dal muro. «Grazie» biascicò roco.

Philip sospirò e gli strinse di nuovo una mano intorno al polso. «Vieni» lo invitò, trascinandolo con sé senza prima aspettare una risposta, e Stiles lo lasciò fare, mentre con la mente cercava ancora di mettere in ordine quelle ultime scoperte.

Philip camminò precedendolo, portandolo in un altro punto di raduno non molto lontano da lì. Ora che la Festa Mediterranea in sé stava scemando, i Musicanti posizionati in quel posto stavano suonando pezzi molto più moderni e ricchi di strumenti a percussione, trasformando quella piccola piazzetta in una sorta di pista da discoteca all’aperto dal gusto tribale.

«Fidati, non vuoi che io balli con te» borbottò Stiles, guardandosi intorno, nervoso.

Philip gli rivolse un’espressione annoiata, gli afferrò le mani portandosele sui fianchi e poi mise le proprie braccia attorno al collo di Stiles. «Non puoi essere così stupido da non sapere seguire i miei movimenti».

Dopo qualche movimento impacciato e parecchie volte che Philip gli diede colpetti sul mento per spingerlo a non guardare i propri piedi, finalmente Stiles si sciolse un po’.

Philip ne approfittò per avvicinarsi di più a lui e ballare parlandogli all’orecchio. «Ciò che rende il sesso intenso è il fatto che coinvolge tutti e cinque i sensi» gli spiegò con tono pratico e sciolto. «Questo però nell’Eden è un dannato problema: i nostri sensi qui seguono le nostre esperienze passate nel mondo reale, calcano la scia delle impressioni che abbiamo, quindi per certi versi, se si è troppo coscienti di questo particolare è più difficile eccitarsi. Mi segui?»

Stiles annuì, anche se non si stavano guardando in faccia.

«Qui dei piccoli dettagli vengono persi» continuò Philip, e il suo tono di voce cambiò, diventando più caldo, e cominciò a scandire le parole più piano. «Per esempio, se accarezzo dei capelli, non so dire se sono morbidi davvero soltanto perché lo sembrano alla vista».

Stiles fu parecchio cosciente di come le mani di Philip dietro la sua nuca fossero a pochi millimetri dai suoi capelli.

«E non posso dire se l’odore naturale di qualcuno è solo frutto di quello che io immagino possa essere solo guardando il suo aspetto» proseguì Philip, e Stiles immediatamente si focalizzò su come la punta del naso di Philip gli sfiorasse l’orecchio.

«E stessa cosa si può dire del senso del gusto» aggiunse Philip, «posso baciare qualcuno e non essere mai certo che quello sia il suo vero sapore». L’attenzione di Stiles si spostò sulle labbra di Philip, che gli solleticavano la pelle a ogni parola che pronunciava.

«Quindi» continuò Philip, «tolti il tatto, l’olfatto e il gusto, cosa resta?»

«Udito e Vista?» rispose sentendosi la bocca asciutta.

Stavolta Philip avvicinò la bocca al suo orecchio con fare esplicitamente sensuale. «I suoni» gli disse con tono più basso, «puoi davvero credere all’intonazione della mia voce e al suono del mio respiro». Poi si allontanò appena da lui e lo guardò dritto negli occhi posandogli una mano sul collo. «Così come puoi credere davvero a quello che vedi».

E Stiles vide in modo semplice, diretto e bruciante tutto quello che Philip voleva fare con lui; glielo vide scritto chiaro nello sguardo, in un solo attimo.

Philip si riavvicinò al suo orecchio. «L’hai sentito

Stiles deglutì a fatica. «».

«Bene. Fanne buon uso, quando il tuo corpo si sarà rilassato del tutto». Allentò piano la presa intorno al collo di Stiles e si allontanò da lui a piccoli passi lenti all’indietro, senza distogliere gli occhi dai suoi; gli parlò inespressivo ma con ancora la stessa intensità di prima nello sguardo. «Ismail è qualche metro dietro di te. È ora di tornare a casa. Buonanotte, Stiles».

Stiles si girò e vide che in effetti Ismail e Logan erano più in là che parlottavano fra di loro – non dovevano aver visto lui e Philip – e quando si voltò di nuovo verso Philip vide soltanto le sue spalle svanire fra la piccola folla.

Sentendosi un po’ sperduto, Stiles respirò a fondo a bocca aperta passandosi una mano fra i capelli. Si sentiva non solo eccitato, ma anche elettrizzato, un po’ come se avesse ricevuto una microscossa elettrica a ogni ricettore sensoriale e grazie a ciò ora potesse sentire. Non si era mai sentito così vivo da quando era nell’Eden, era un’emozione così forte che quasi ne era commosso.

Non aveva mai considerato quanto il senso del piacere potesse fare sentire così carichi.

Ismail lo raggiunse e lo fissò perplesso, aggrottando la fronte. «Tutto ok?» gli chiese apprensivo.

«Sì» annuì sorridendo un po’ isterico. «Ho solo appena ripreso in mano una parte dei miei istinti».

 

 

 

L’unica cosa che rincuorava davvero Stiles della missione di Derek era che, visto che Derek era ancora sostanzialmente un "novellino", lo avevano mandato in una zona tranquilla, dove di solito non stazionavano mai drappelli di gente pazza come quelli della Compagnia del Raccolto o della Resistenza. O i Devoti Sacrificali.

Stiles sapeva che prima o poi Derek avrebbe perlustrato luoghi più pericolosi – soprattutto quando sarebbe stato necessario cercare dei nuovi Inseriti – ma per adesso preferiva aggrapparsi a quel piccolo sollievo.

Derek lo avvisò di prima mattina che ormai sarebbero tornati a Namasté entro qualche ora, e Stiles lo aspettò con ansia.

Era nel dormitorio in compagnia di Marjorie e Theodora, quando sentì il rumore dei cavalli che si avvicinavano; uscì di corsa seguendo le ragazze.

Derek sembrava solo molto stanco del viaggio, si notava che gli mancano almeno un paio di ore di sonno, ma non era pallido e non aveva addosso segni di aggressione. Stiles lo osservò scendere da Patch mentre sullo sfondo le ragazze salutavano Siobhán e Diego abbracciandoli con affetto.

«Ehi» esordì Stiles, agitando con impaccio una mano, mentre al loro fianco proseguiva ancora un rincontro più caloroso e disinvolto del loro.

«Ehi» ripeté Derek, guardandolo aggrottando la fronte, come se gli stesse costando fatica salutarlo.

«Quindi… com’è andato il viaggio?»

«Te l’ho scritto nelle email» gli ribatté incerto.

«Già. Fa caldo oggi, eh?» incalzò Stiles, inespressivo.

Derek si portò una mano sulla fronte.

«E vieni qui spesso?» rincarò Stiles. «Non ci sono più le mezze stagioni, vero?»

Derek lo afferrò per il retro del colletto della giacca e lo trascinò dentro al dormitorio. Fu allora che abbracciò Stiles, dapprima rigido, poi un po’ più rilassato quando sentì Stiles ricambiare la stretta.

Stiles tirò su col naso. «Sono contento di vedere che stai bene» mormorò roco contro la spalla di Derek.

«Sono contento anch’io di vedere che sei intero». Fu privo di tono, ma Stiles poté sentire contro l’orecchio lo sbuffo di un sorriso ironico, e sorrise a propria volta.

«So come essere coordinato e non inciampare e calcolare bene una scivolata. A volte». E su quelle note piene di "affetto" sciolsero l’abbraccio, restando in piedi a guardarsi in faccia.

Stiles vide Derek muovere appena le narici.

«Sei in ansia. Devi dirmi qualcosa?»

Stiles abbassò lo sguardo e intrecciò le dita con fare vago. «Ho preso la mia decisione riguardo la Confraternita del Drago Scarlatto. Voglio farne parte».

Derek annuì, non si mostrò sorpreso. «Lo sospettavo».

«E mi farò anche dire da Raleigh quali sono gli effetti collaterali della possessione della Nogitsune» aggiunse con voce più bassa, tutto di un fiato.

A quelle parole, Derek si irrigidì e le sue sopracciglia scattarono verso l’alto.

«Che c’è?» sbuffò Stiles, seccato.

Gli rispose con dell’ironia pungente. «Credo che adesso sia il mio turno di essere preoccupato per le tue scelte».

Stiles gli replicò piccato. «Vuoi per caso che io passi il resto della mia vita qui senza fare un cazzo, impazzendo perché mi sento inutile?»

«Non sto criticando la tua scelta di entrare nella Confraternita, sto disapprovando quella di conoscere gli effetti collaterali». Non aveva alzato la voce, ma la sua espressione era stata dura.

«Non è qualcosa che nei fatti ti riguarda» sentenziò irritato, puntandogli un dito contro, per poi battersi la mano sul petto. «Miei gli effetti collaterali, mio il diritto di conoscerli».

Derek si mostrò apertamente sarcastico – nessuno dei due stava alzando la voce, e per certi versi era un dettaglio preoccupante. «Hai mai riflettuto sul fatto che probabilmente sei l’unico essere umano sopravvissuto alla possessione di una Nogitsune? Ti hanno portato qui come se tu fossi una rarità, per studiarti, e vogliono vedere proprio questo, gli effetti collaterali. Loro» puntò il dito contro il soffitto come a indicare gli Osservatori, «vogliono osservare come ti comporterai, la tua possibile evoluzione, trattandoti come una fottuta cavia da laboratorio. E tu glielo stai lasciando fare».

«Non m’importa» sibilò arrabbiato. «Voglio sapere quali sono questi effetti, voglio usarli: è un mio diritto, dopo quello che ho passato».

«E siccome io ti ho visto com’eri» gli replicò Derek sul suo stesso tono, «siccome sono stato fra le persone che ti hanno cercato e inseguito per giorni quand’è successo, lascia che ti dica che a me invece importa».

«Tu mi hai visto, ma non sai com’è stato dall’interno».

«So perfettamente bene cosa si prova quando ci si rende conto di essere stati usati per uccidere degli innocenti».

E Stiles irrigidì la mascella e si morse il labbro per sforzarsi di non replicare, perché in quell’attimo il suo impulso era quello di ribattere a Derek con qualcosa di molto pungente e meschino, perché stavano litigando e Stiles voleva solo avere ragione e farla finita con le domande da porsi. Inspirò a fondo e stringendo i pugni uscì dal dormitorio; alle sue spalle sentì Derek sbottare a bassa voce e arrabbiato "Cazzo".

Aveva bisogno di aria. E spazio. Soprattutto di spazio. E di non vedere nessuno per un paio di minuti.

Gli altri non c’erano da nessuna parte, non erano nemmeno entrati nel dormitorio: era probabile che Diego col suo udito da mannaro li avesse sentiti, e che tutti insieme avessero deciso di lasciarli da soli.

Stiles andò nella stalla; rilassò le spalle quando vide che Patch era stato portato lì. Lo calmava sempre poter accarezzare Roscoe e Patch: erano molto ricettivi al suo umore – quando lo percepivano giù di morale, cercavano la sua faccia col proprio muso – e ciò lo stava portando a riconsiderare i pregi dell’avere un animale da compagnia. Da piccolo aveva avuto degli animali un po’ "esotici", tipo un boa, non esattamente qualcosa da coccolare; forse un gatto sarebbe stato meglio.

Patch doveva essere stato sistemato nel proprio box da Diego, stava mangiando. Roscoe era nel box accanto; Stiles incrociò le braccia sopra il bordo della porticina che bloccava il cavallo all’interno e Roscoe venne subito ad annusarlo.

Stiles restò per dei lunghi minuti a fissare Roscoe, tenendo la guancia premuta contro un braccio.

Non si mosse quando vide di sottecchi una figura entrare nella stalla.

Derek si avvicinò a lui a passi cauti ma fermi; diede una carezza a Patch, che si era affacciato dal box per salutarlo, e poi appoggiò il fianco alla porticina, incrociando le braccia sul petto. Fissò Stiles, inespressivo ma con una posa molto più rilassata di prima; Stiles invece fissò Roscoe, sentendosi pieno di malinconia.

«Non mi piace litigare con te» mugugnò Stiles, continuando a non guardarlo. «Dopo mi sento frustrato e mi sale l’ansia. E mi sento solo in questo mondo» ammise rauco.

«Non piace neanche a me» esalò Derek, spostandosi ad appoggiare anche lui le braccia sul bordo della porticina, mettendosi al fianco di Stiles; prostrasse un braccio per accarezzare Roscoe, Stiles l’osservò farlo.

«Anche a me importa di te» aggiunse Stiles. «Tipo, sempre» bofonchiò.

«Almeno posso essere presente, quando affronterai materialmente questi effetti collaterali?» gli chiese Derek, piano e con tono rassegnato.

Annuì. «Ok».

«Ok» ripeté Derek.

Per una manciata di minuti restarono in silenzio a guardare e accarezzare Roscoe, sbuffando di tanto in tanto dei sorrisi inteneriti. Poi Derek decise di parlare.

«Com’è andata la Festa Mediterranea?»

Lui scrollò le spalle. «Penso che mi sia piaciuta di più di quella araba?» rispose incerto. «Non so, forse perché adesso sono più rilassato e mi fido di più dei ragazzi… Mi è dispiaciuto che tu non ci fossi».

«Alla prossima potresti non esserci tu, magari sarai impegnato con una missione della Confraternita» osservò Derek.

«Non credo: ho letto sul volantino che mi ha dato Raleigh che ti fanno allenare e preparare per quaranta giorni, prima di mandarti a raccogliere le tue prime cronache».

Derek assentì. «Mi sembra appropriato. Io non ho avuto molto tempo per prepararmi, mi è mancato».

Stiles si voltò appena verso di lui, per guardarlo. «Sai… credo di essermi divertito davvero alla festa, per la prima volta. Intendo la prima volta da quando siamo qui» specificò. «Finora, ogni volta che ho fatto qualcosa con i ragazzi non sono riuscito a godermela fino in fondo, perché poi alla fine mi sono sempre sentito dei sensi di colpa addosso: ripensavo a papà, al branco, a tutto quello che c’è a Beacon Hills…» si strinse nelle spalle, «mi chiedevo se stessero ancora soffrendo per la mia morte mentre io nel frattempo… ridevo o ballavo, e come ti ho già detto una volta brucia vedere i ragazzi prendere il posto del branco, ma…» inspirò a fondo, esausto da quella confessione, «devo andare avanti, e non posso buttare via i pochi anni di vita che ancora mi restano. Penso di doverlo anche alle persone che là fuori mi vogliono bene».

Derek non stava guardando lui, fissava il cavallo, ma assentì comprensivo. «Penso ancora a Cora. La penso ogni giorno, ma questo non può tenermi legato al passato: abbiamo troppo poco tempo ancora da vivere» esalò. «Spero solo che chiunque sia rimasto indietro nel mondo reale abbia perdonato i miei errori».

Fu il turno di Stiles di annuire. «Lo spero anch’io. Spero anch’io che tutti abbiano perdonato i guai che ho portato, i danni che ho arrecato… Penso che sia sempre meglio ricordare i propri morti in maniera pacifica, è più sano… L’ho notato con mia madre» deglutì a fatica, «a volte la ricordavo con rabbia perché ero furioso che mi avesse lasciato così presto – ero un bambino – ma ho scoperto che ricordarla con serenità mi dava molto più conforto».

«Loro sono forti» mormorò Derek, con tono rassicurante, «credo che stiano riuscendo a cavarsela senza di noi».

Stiles abbozzò un sorriso nostalgico. «Lo credo anch’io. O almeno preferisco pensarlo anch’io».

Derek sbuffò un sorriso, gli posò una mano su lato della testa e, come aveva fatto prima di partire, affondò le dita fra i suoi capelli per dargli qualcosa a metà fra una carezza impacciata e una scompigliata di capelli affettuosa.

Il sorriso di Stiles si allargò. «Non sono Roscoe».

«Oh, lo so. Lui è più ragionevole di te».

Stiles gli diede un piccolo pugno scherzoso sulla spalla e poi finirono con l’abbracciarsi in modo caloroso.
«Mi importa di te» gli mormorò Stiles all’orecchio, «mi importa davvero».

«Non ha mai smesso di importarmi di te» fu la replica sicura, e Stiles tirò sul con naso e premette di più la faccia contro la spalla di Derek.

Gli aveva appena fatto male, ma non in modo brutto.

 

 

 

Il giorno dopo, Stiles si avviò al castello con l’impressione di lasciarsi qualcosa alle spalle, ma non fu una sensazione spiacevole.

Al portone trovò di guardia Ismail e Bhanuja, e quest’ultima, quando lui li informò che era lì per parlare con Raleigh, gli rivolse un largo sorriso carico di speranza.

Ismail lo scortò fino allo studio di Raleigh, bussò per primo, annunciò al Fratello Maggiore che Stiles era venuto a parlargli e poi lo lasciò accomodare dentro, andando via dopo un breve scambio di pacche amichevoli sulle spalle.

Raleigh si alzò dalla sedia posta dietro al proprio tavolo e si protrasse a stringere la mano di Stiles. «È un piacere rivederti! Accomodati pure!» lo invitò.

Stiles si schiarì la voce e si guardò goffamente intorno. «Uhm, sì. Grazie». Si sistemò sulla sedia a sinistra della scrivania.

Raleigh rimise il tappo alla propria penna stilografica e spostò da parte l’agenda su cui stava scrivendo e i libri che aveva con sé. «Devo dedurre che sei venuto a darmi una risposta?» gli domandò incoraggiante.

«Beh, sì». La voce gli uscì flebile. «Ho avuto modo di rifletterci e parlarne con altre persone che mi hanno dato la loro opinione a riguardo, e sono giunto a una conclusione» borbottò a sguardo basso.

«Ovvero?» lo spronò con gentilezza.

Si sforzò di rispondere guardandolo in faccia, sicuro. «Voglio entrare nella Confraternita, e voglio anche sapere tutta la verità sugli effetti collaterali della possessione della Nogitsune».

«Va bene» gli replicò Raleigh, con espressione calma e un sorriso sereno: nessuna traccia di entusiasmo, eccitazione o soddisfazione, soltanto quieta accettazione, e forse fu proprio per questo che Stiles finalmente riuscì a crollare.

Non lo aveva ammesso del tutto neanche a se stesso, ma aveva avuto una fottuta paura di dire di , e non poteva neanche dare davvero torto a Derek, perché così facendo si stava sul serio arrendendo a piegarsi a ciò che volevano gli Osservatori, ma cos’altro avrebbe potuto fare?

Voleva impegnarsi in qualcosa per sentirsi utile e non impazzire in quel mondo, Raleigh sembrava averlo accettato e a Stiles già bastava solo questo: in silenzio e con la mascella rigida, pianse isterico e inespressivo.

«Ehi» mormorò Raleigh comprensivo, alzandosi e andando a sedersi di fronte a lui con passi cauti. «Lo so che è spaventoso dovere scendere a patti col fatto che a volte è necessario fare ciò che gli Osservatori vogliono, lo so che ti sta sembrando una sconfitta» gli strinse piano le mani sulle ginocchia, «ma non lo è, fidati. Diventerai più forte, e non so dirti quando e in che forma, ma ti assicuro che grazie a ciò riuscirai ad avere la tua personale vendetta contro di loro».

Stiles annuì asciugandosi le lacrime in modo brusco con il dorso della mano, e tirò su col naso. Inaspettatamente, Raleigh si mosse verso di lui e l’abbracciò.

Stiles molto di rado condivideva il proprio spazio personale con persone che conosceva così poco, ma quella stretta fu un po’ paterna e lui in quel momento aveva bisogno proprio di quello; si lasciò andare e trasse dei lunghi respiri profondi, calmandosi meglio.

Infine, Raleigh si separò da lui dandogli delle pacche leggere sul braccio; prese la stessa bottiglia dell’altra volta e gli verso da bere. «Bevi, bevi, che ti rilasserà!» lo esortò sorridendo.

Stiles mormorò un ringraziamento e trasse un sorso, sicuro che fosse tè.

Cominciò a tossire all’impazzata. «Ma è whiskey!»

Raleigh era deliziato. «Sì, l’ho ricevuto proprio stamattina da parte di un donatore misterioso! Non è buonissimo?»

«Pensavo fosse tè. Sto morendo» rantolò, portandosi una mano sul petto. E altro che "donatore misterioso": doveva essere stata Marjorie.

Lui agitò una mano, minimizzando con un sorriso sulle labbra. «Oh, sei un adolescente: sono certo che di nascosto hai bevuto alcolici peggiori!»

«Mai tracannati come fossero tè, però» ironizzò sfiatato.

Raleigh procedette come se nulla fosse. «Veniamo alla parte interessante della conversazione!» Tornò a sedersi dall’altra parte della scrivania e riprese la penna, giocherellandoci mentre parlava gesticolando. «Immagino avrai letto dell’addestramento e di tutto l’apprendistato che ti aspetta…»

Stiles annuì. «Sì, i quaranta giorni in cui dovrò imparare come usare al meglio i vari tipi di inchiostro, le sigle tipiche della Confraternita, il sistema di classificazione, come rilegare i libri, come interagire con le persone per raccogliere le cronache…»

Raleigh assentì a propria volta. «E soprattutto come difenderti. Dovrai imparare a usare almeno un’arma. Ma a ciò» e assunse un’espressione più maliziosa, «aggiungeremo un altro tipo di allenamento, che riguarda strettamente gli effetti collaterali di cui parlavamo poco fa».

«Sono tutto orecchie» esalò Stiles, un filo sarcastico; posò con forza sulla scrivania il bicchiere di whiskey ormai svuotato e si mise in posizione di ascolto.

«Come saprai» iniziò a spiegargli e a elencargli, agitando le mani con eleganza, «esistono spiriti che non necessitano di un corpo e nemmeno lo vogliono, spiriti che hanno già un corpo – come me e come le banshee – e spiriti incorporei che hanno bisogno di un "contenitore" mobile e parlante – come la Nogitsune o alcuni spiriti della Natura». Stiles fece cenno di sì con la testa, Raleigh proseguì.

«Ora, qual è una delle ragioni principali per cui uno spirito incorporeo necessita di un corpo umano?»

«Per spostarsi?» ipotizzò Stiles, incerto.

Raleigh scosse la testa. «No».

Stiles ci rifletté su. «Per ragioni ambientali? Cioè, tipo, per capire meglio il campo in cui vuole agire…»

Raleigh annuì sorridendo. «Più o meno. Prendiamo per esempio la Nogitsune» si rigirò la penna fra le dita continuando a fissare Stiles. «È uno spirito molto, molto antico, che però ha vissuto lontano dall’Uomo e dalla sua Civiltà, quindi in effetti di base non sa nulla della quotidianità degli umani: non conosce la loro lingua, né la loro cultura, non sa come si relazionano… sa tutto solo in modo molto vago perché li osserva da una lunga distanza, da un altro piano di esistenza. E in più» aggiunse serio e freddo, «se vuole non farsi notare e ingannare le persone care che circondando l’individuo di cui decide di possedere il corpo, deve conoscere la sua storia personale, i suoi segreti, le sue abitudini e i suoi affetti».

Stiles deglutì a stento, ricordando come la Nogitsune in effetti sapeva tutto di lui e lo usava anche per fare del male alle persone a cui lui teneva – come Melissa. «Sì, ho presente cosa ha fatto» ribatté con amara ironia.

«Ciò che creano gli spiriti incorporei come la Nogitsune» proseguì Raleigh, «è una sorta di canale fra essi e la persona posseduta, una strada mentale che percorrono ogni volta che vogliono agire sfruttando il suo corpo: osservano quello che c’è lungo quella strada e agiscono di conseguenza» spiegò con attenzione. «C’è solo un piccolo particolare» disse con un pizzico di malizia, «qualcosa che resta quando lo spirito lascia libero il corpo posseduto, un dettaglio che l’umano vittima a volte percepisce, ma che spesso reprime o preferisce ignorare, perché gli ricorda troppo lo spirito e ciò può essere sconcertante, traumatizzante».

Stiles sentì la bocca seccarsi. «Cosa resta di preciso?»

«La strada che la Nogitsune ha costruito da lei a te non è a senso unico, Stiles: puoi percorrerla anche tu e in direzione inversa».

Stiles smise di respirare, restò basito e a bocca aperta per dei lunghi secondi. «Cosa…? No!» scosse la testa. «È assurdo…»

«Ti parlava in giapponese perché dava per scontato che tu lo capissi, visto che potevi sfruttare le sue conoscenze» gli ricordò con fermezza, mettendo a posto quel tassello di puzzle che Stiles si rigirava fra le mani da quando Raleigh aveva insistito a fargli leggere qualcosa in quella lingua.

Stiles sorrise isterico stringendosi nelle spalle e indietreggiando di riflesso verso lo schienale della sedia. «No, non è possibile… me ne sarei accorto… non ho represso nulla…»

«Ne sei sicuro?» incalzò Raleigh.

Si ricordò della notte del 5x1, di come aveva agito con mosse di autodifesa che in realtà non conosceva, e prima di allora non aveva mai considerato quanto una pugnalata in quel punto del collo potesse essere così mortale…

«È possibile che io abbia sfruttato questo canale in maniera inconscia in momenti di pericolo?» chiese Stiles inespressivo.

«Sì».

«L’ho represso» decretò atono, chinandosi in avanti e coprendosi il volto con le mani.

«Capisco che possa essere scioccante scoprire che una parte di un essere che detesti e che ti ha manipolato sia ancora dentro di te…» commentò Raleigh, «ma vorrei che tu prendessi in considerazione il fatto che questa è una risorsa che puoi sfruttare» puntualizzò, sicuro e deciso. «Lui non c’è più in te, ma tu ricordi come si è mosso in te – lo ricorderai sempre – e grazie a ciò puoi sfruttare il canale che lui ha creato. È un tuo diritto attingere a lui, visto come lui ha attinto a te».

Stiles si sentiva scosso e confuso. «Cosa… che tipo di risorse potrebbe mai offrirmi?» chiese incerto, non osando ancora rialzare lo sguardo.

«Beh, oltre alla conoscenza del giapponese direi che c’è molto altro ancora». Sospirò e accavallò le gambe, stendendosi all’indietro contro lo schienale con aria ironicamente solenne. «Stiamo parlando di uno spirito millenario che vive nutrendosi di caos, quindi un esperto di strategia di attacco e di difesa. E di assedio. Non un semplice combattente, un guerriero» precisò, calcando la parola con durezza, «e basilarmente una kitsune, una kitsune del vuoto. E qual è l’arma più usata dalle kitsune?»

Gli rispose atono. «La katana».

Raleigh assentì. «Se tu lo vuoi, in quaranta giorni potrai diventare un soldato, o un generale. O un samurai. O un ninja. Puoi diventare quello che vuoi, perché puoi impadronirti di qualsiasi abilità appartenente alla Nogitsune».

«Anche se non è più in me?» Era stordito.

«Certo. Come la Nogitsune si ricorderà sempre di te, tu ti ricorderai sempre di lei, e nei tuoi ricordi lei vive. E ti dirò di più: il fatto che tu al momento sei in realtà dormiente è di aiuto, perché potrai più facilmente accedere al tuo subconscio, a tutte quelle piccole cose della Nogitsune che sono rimaste lì».

«Dovrei voler ricordare» evidenziò Stiles, serrando le labbra.

«E tu vuoi ricordare?» gli ribatté Raleigh, fermo ma con delicatezza. «Come ti ho detto poco fa, non so come potrai un giorno vendicarti degli Osservatori, ma in cambio posso dirti che questa è la tua occasione per vendicarti della Nogitsune: impossessati delle sue cose, prendi ciò che più ti piace di lei senza chiedere prima il permesso» e sottolineò le ultime parole con il suo sorriso da trickster.

Stiles incrociò il suo sguardo con il proprio. «Voglio ricordare» sentenziò, «perché non voglio dimenticare il prezzo che ho pagato. E i prezzi che voglio fare pagare».

Per la prima volta Raleigh si mostrò apertamente soddisfatto; assentì. «Devo avvisarti, però, che i miei metodi possono essere un po’… spartani».

«Non importa» scosse la testa, deciso. «Anche se credo che Derek vorrà essere presente, quando succederà».

Scrollò le spalle. «Non c’è problema». Sospirò assumendo un’espressione solenne. «Quindi sei pronto a diventare ufficialmente il mio erede, Stiles?»

Sì morse il labbro e poi rispose. «Sì».

«E di preciso cosa vuoi che faccia di te?»

«Mi basta diventare un combattente».

Raleigh sfoggiò di nuovo quel suo sorriso malizioso, inquietante ma non del tutto spiacevole. «Credo che possiamo puntare anche più in alto. Farò di te un leader».

Chapter Text

 

Stiles gli aveva appena scritto "Sono andato al bagno", e Derek stava stentando a capire quanto fosse un messaggio ironico: fissava il testo tenendo il sopracciglio inarcato, indeciso fra controbattere chiedendo se si fosse lavato le mani o ignorarlo.

Del resto, erano stati entrambi abbastanza laconici in quei giorni, e Stiles era un tipo senza filtri che diceva sempre tutto quello che gli passava per la testa: poteva averlo detto solo perché era Stiles ed era solito lasciarsi sfuggire informazioni imbarazzanti senza rendersene conto.

Richiuse l’account personale sospirando rassegnato.

Era ormai sera; lui, Diego e Siobhán avevano già cenato e ora se ne stavano attorno al fuoco, ognuno attendendo a proprio modo che iniziassero a fare i turni di guardia.

Diego ciondolava a testa in giù da un albero, con le braccia a penzoloni e un accenno di broncio sul viso: era a lutto perché si stava perdendo la Festa Mediterranea.

Siobhán stava facendo la sciarpa numero undici per Luigi, e Derek non aveva mai visto qualcuno lavorare a maglia in maniera così minacciosa come lei – dava l’impressione che i suoi ferri fossero costantemente pronti per essere usati come armi improprie.

Derek non si sentiva davvero a disagio, solo ogni tanto un pochino fuori posto. Era abituato a proteggere le persone, a fare la parte del "soldato", il contorno però stavolta era molto diverso dal solito.

L’ultima volta che aveva campeggiato all’aperto in una foresta era stata quando era ancora un adolescente, prima però di scoprire che la riserva di Beacon Hills non era solo un luogo adatto per esplorare la natura, ma anche il posto più giusto per esplorare di nascosto un corpo e una bocca altrui senza venire disturbati.

C’era anche da dire che le foreste dell’Eden erano molto più selvagge di quelle che lui aveva visitato nel mondo reale; erano più misteriose e ricche di elementi che finora non aveva avuto l’opportunità di vedere dal vivo – come certe specie di animali, piante o insetti – e solleticavano piacevolmente il suo lato mannaro.

Derek non era mai stato libero di essere se stesso all’interno di una foresta e di notte, libero di essere un lupo: aveva sempre dovuto stare attento ai cacciatori, e dopo la fuga con Laura da Beacon Hills per anni aveva vissuto lontano da veri spazi aperti e verdi, per mantenere un profilo basso e non rischiare di essere notato dalle comunità locali di cacciatori.

Potere finalmente essere del tutto un mannaro di notte in una foresta, espandere a tutto tondo in mezzo al verde i suoi sensi come un predatore, era spiazzante. Non ce n’era bisogno, ma avrebbe potuto ululare se proprio lo desiderava, e nessun umano ignaro il giorno dopo avrebbe detto che la notte precedente era stato strano sentire un ululato, perché non c’erano lupi in California.

Avrebbe potuto andare a caccia senza la paura di essere cacciato a propria volta per ciò che era.

Era disorientante, anche se non quanto il potere comportarsi da mannaro sulla pubblica piazza usando gli artigli per svolgere faccende quotidiane.

Ogni tanto si sentiva un po’ in colpa nei confronti di Stiles: Derek nell’Eden si stava scoprendo più libero, rispetto a lui, e di conseguenza Derek fra loro due era quello che si stava ambientando con testa e cuore più leggeri. Forse però quello poteva essere un punto a loro favore, perché sentirsi moralmente meglio di Stiles lo aiutava a essere un supporto più solido per lui.

A volte aveva l’impressione di essere un ponte per Stiles: con la sua grande capacità di rassegnazione e il modo in cui stava accettando il nuovo tipo di libertà che poteva avere, stava fungendo per Stiles da trainante e da collegamento verso il futuro e anche verso gli altri.

Quel pensiero di conseguenza lo portava a chiedersi se per caso gli Osservatori avessero voluto portarlo nell’Eden con Stiles proprio per quello, perché sapevano che avrebbe sollevato Stiles. Era un’ipotesi che gli dava i brividi e lo nauseava un po’.

A parte quello, però, c’era pure da aggiungere che non era abituato a messaggiare con qualcuno. Lui e Cora erano tipi da poche parole, e non è che sua sorella via cellulare amasse lanciarsi in resoconti delle proprie giornate, ma ora con Stiles era tutt’altra storia: non poteva evitare di stare in continuo contatto con lui.

Cosa scrivergli però?

Era la prima volta che erano lontani perché lui era in missione; non stava morendo d’ansia, ma comunque parlare via messaggi con Stiles era una necessità. L’uno aveva bisogno di sapere sempre se l’altro stava bene.

Solo che era parecchio complicato dirselo.

Diego allungò un braccio verso di lui e gli pungolò la spalla con un dito. «Parli poco». Fu quasi un’accusa petulante.

Derek storse il naso e la bocca in un’espressione stanca. «Sto cercando ancora di ambientarmi» biascicò.

Siobhán sollevò appena lo sguardo dai ferri da maglia e rivolse a Diego un sorrisetto ironico. «Magari, se smetterai di chiedergli di chiacchierare, durerà di più rispetto agli altri».

Diego sbuffò e incrociò le braccia sul petto, mettendosi sulla difensiva – e sempre restando a testa in giù, Derek ne era sul serio colpito. «Non è che gli altri tre siano andati via per colpa mia» brontolò.

«Altri tre?» si stupì Derek. «Quando è stata allora l’ultima volta che avete avuto un nuovo membro?»

«Circa due anni fa» rispose Siobhán, tornando a sferruzzare. «Nessun altro è durato dopo di me».

Derek rimase meravigliato anche da quell’informazione. «Non sapevo che prima di me fossi tu l’erede».

Lei scrollò le spalle. «Ormai tendevo a dimenticarlo anch’io».

«Ma come mai gli altri sono andati via?» chiese, a quel punto incuriosito.

Diego gli rispose elencando con le dita e ciondolando più forte dal ramo, come se si stesse cullando per autoconsolarsi. «Il primo ha chiesto di essere sciolto dai propri doveri dopo il primo 5x1 passato con noi: diceva che non riusciva a smettere di sentire le urla della gente in pericolo o assassinata. Il secondo, invece, non riusciva a smettere di vomitare dopo aver concesso per la prima volta una grazia, richiesta perché il tipo soffriva di una grave infezione non più curabile. Il terzo è scappato via perché Marjorie l’ha fatto piangere».

Derek aggrottò la fronte, sarcastico. «Secondo te, vale la pena che io sappia perché Marjorie l’ha fatto piangere?»

«Nah» scosse la testa, «è stato troppo patetico».

«Quello che facciamo noi non è roba per cuori coraggiosi e nobili di animo ricchi di buone intenzioni» commentò Siobhán, con del sarcasmo intriso di malinconia, «è roba per stomaci forti e fegati resistenti. Ci chiamiamo "Misericordia", ma non facciamo quello che facciamo perché siamo misericordiosi e buoni: lo facciamo solo perché sappiamo che al contrario di altri siamo in grado di farlo».

Era amaro ammetterlo, ma Siobhán aveva ragione.

«Non sono mai stato un cuor di leone» affermò Derek con della vaga ironia.

Lei gli rivolse un sorriso complice e caloroso. «Penso che tu sia soltanto una testa calda dallo spirito troppo infuocato. E con noi sei in buona compagnia».

Derek abbozzò un sorriso. «Posso essere un po’ impulsivo».

«Puoi, eh?» rimarcò lei, ridacchiando.

«Ma tu sei di Namasté» insisté Diego, puntandogli in dito contro con una certa ironia, «o meglio, gli Osservatori ti hanno piazzato lì, quindi non puoi dire di non essere un cuor di leone: lo sai cosa di dice della gente di Namasté?» gli chiese scherzoso.

«No» sorrise incuriosito.

«Che sono persone che affrontano con grande coraggio le avversità, e sono dotate di parecchio senso pratico e una forte volontà!»

Siobhán inarcò un sopracciglio sfoggiando un mezzo ghigno sarcastico. «Dimentichi che dicono anche che sono solo un mucchio di hipster del cazzo che si sentono chissà chi solo perché hanno la biblioteca del Drago Scarlatto. E che sono pure una massa di bigotti ficcanaso carichi di pregiudizi».

Derek aggrottò la fronte, ironico. «Mai stato un hipster».

Lei scrollò le spalle. «Hai ancora tutto il tempo per diventarlo».

«La parte sui pregiudizi è vera» borbottò Diego, tornando a dondolarsi forte. «A Mithril tutti mi guardano male perché lì fissano storto qualsiasi forestiero, ma a Namasté non appena vedono la mia divisa si scansano. Si salvano in pochi».

Siobhán sbuffò una risata nasale. «Un giorno di questi, Ludmila ci tirerà addosso dell’acqua santa. E magari anche qualche treccia di aglio, giusto per sicurezza».

Derek trattenne una risata. «Non siamo vampiri».

«La gente ignorante non lo sa» esalò lei, con un sorrisetto soddisfatto. «Quando mi chiedono cosa sono, dipende da chi ho davanti, mi piace rispondere che sono un vampiro».

A quel punto, Derek rise in modo aperto.

Spero che Stiles nel frattempo stesse ridendo anche lui.

 

 

 

Quella per Stiles era stata l’ultima serata di lavoro alla Pipa di Tolkien, anche se per adesso era solo Derek a saperlo.

Il giorno dopo Stiles sarebbe andato a parlare con Raleigh e sarebbe entrato della Confraternita del Drago Scarlatto, e a essere sinceri non è che Derek stesse esattamente trattenendo il fiato dall’emozione. Ma non che potesse avere sul serio voce in capitolo.

Derek con Diego e Siobhán aveva passato la nottata alla taverna, a bere qualcosa e chiacchierare mentre con la coda dell’occhio non smetteva di osservare Stiles che si muoveva fra i tavoli.

C’erano attimi in cui Derek vedeva Stiles sorridere, e di colpo si sentiva a casa.

Oscar aveva organizzato con i Musicanti una serata Anni Settanta; l’atmosfera era stata piacevole e frizzante, ma ora che si era fatto molto tardi il locale si era quasi svuotato, e Stiles sedeva al fianco di Derek tenendo la faccia poggiata di lato sulle braccia, incrociate sopra il tavolo. Emanava malinconia, doveva essere triste all’idea di smettere di lavorare per Oscar – Derek poteva capirlo, era stato un po’ così anche lui con Luigi.

Derek stese la schiena all’indietro contro la panca e mise il braccio lungo il tratto del bordo dello schienale occupato da Stiles.

Siobhán, seduta un tavolo più in là, gli rivolse un’espressione scettica inarcando un sopracciglio, e poi con un cenno della testa indicò la posizione del suo braccio. Lui la guardò interrogativo.

Lei sospirò esasperata, aprì il proprio account e Derek intuì che stesse per inviargli un messaggio.

"Un po’ meno territoriale, magari?" gli scrisse.

Derek si accigliò e poi fissò il proprio braccio: beh, forse un po’ di ragione ce l’aveva. Si voltò a guardarla, scrollò le spalle e non tolse il braccio. Siobhán lo guardò come a dirgli "Fai un po’ come di pare".
Derek, d’altro canto, non poteva neanche dare torto ai propri istinti: quando era tornato a Namasté, si era subito accorto che su Stiles il suo odore si era indebolito, che ora su di lui c’erano anche delle tracce forti di altre persone.

Nel mondo reale, l’odore delle persone per lui era sempre stato un dettaglio come un altro, anche se uno di quelli che teneva maggiormente presente quando voleva rintracciare qualcuno o capire le sue origini. Nell’Eden, però, gli odori personali erano più forti, più pungenti, per via dei lunghi viaggi a cavallo che si intraprendevano e dell’impossibilità di lavarsi ogni volta che lo si desiderava – era molto più pratico lavarsi solo quando era utile e necessario. Questo non voleva dire che lì un odore personale era qualcosa di propriamente sgradevole: si notava solo di più, e per i mannari diventava un vero e proprio tratto molto distintivo di un umano.

L’odore di Stiles per Derek era diventato importante.

E non lo era soltanto perché era di Stiles: era importante perché rivelava il suo vero stato psicofisico, ma anche soprattutto perché era l’unico odore reale per Derek, il solo che ricordasse dal mondo reale.

Derek non avrebbe mai saputo se le altre persone nell’Eden avevano davvero l’odore che lui credeva di sentire, perché era frutto di una suggestione, un’idea che il suo senso dell’olfatto formava prendendo in considerazione l’aspetto della persona che guardava, ma l’odore di Stiles, invece… quello lo ricordava da prima, non era un’illusione.

L’odore di Stiles voleva dire "casa" perché era tutto ciò che poteva annusare del mondo reale.

Le volte in cui aveva abbracciato Stiles e aveva potuto respirarlo a fondo, aveva sentito il proprio cuore andare a pezzi per la nostalgia e poi subito dopo tornare intero.

In maniera sempre meno inconscia si era reso conto che gli piaceva che Stiles portasse addosso anche il suo odore, come succedeva quando si era un branco e per conseguenza naturale sui propri vestiti c’era sempre un pizzico di odore dei compagni di branco. Lo faceva stare meglio.

Era stato fastidio abbracciare Stiles e scoprire su di lui tracce persistenti di odori che non appartenevano a nessuno di loro due, quindi ora voleva tenere il braccio dietro di lui sullo schienale, ok?

Stiles interruppe le sue riflessioni emettendo un brontolio e fissandolo seccato e assonnato, senza alzare la testa dalle braccia. «Vorresti per cortesia non pensare a qualsiasi cosa ti sta facendo fare quella faccia?» si lamentò.

«Ammesso che io stia capendo sul serio quello che vuoi dire» gli replicò, per nulla colpito dalla sua protesta, «perché mai la mia faccia dovrebbe infastidirti così tanto?»

«Perché» e si stiracchiò raddrizzandosi, «sono troppo esausto per provare a interpretare i tuoi stati d’animo. Non ho voglia di discutere di nuovo com’è successo oggi» aggiunse un po’ preoccupato.

Lui scosse la testa in cenno di diniego. «Non stavo pensando a quello che farai domani. O almeno non del tutto».

Stiles sospirò oltremodo rassegnato stropicciandosi gli occhi.

Derek provò a correggere il tiro. «Ascolta… non voglio proteggerti. Nel senso che non voglio metterti sotto una campana di vetro e impedirti di fare qualsiasi cosa, se è quello che stai pensando: voglio darti la possibilità di imparare a proteggerti da solo e di essere quello che sa come rimettersi in piedi anche senza l’aiuto di qualcuno. Voglio darti la possibilità di diventare l’uomo che vuoi essere, Stiles» sottolineò, «perché sappiamo entrambi che purtroppo resterai nel corpo di un adolescente. Ma anche se non finirai il liceo, anche se non andrai al college e non avrai mai il tuo primo appartamento e le tue prime tasse da pagare, non sarò mai io quello a toglierti la possibilità di diventare un uomo. Ok?»

Stiles annuì a sguardo basso, deglutendo a fatica.

«Quindi…» continuò Derek, «non voglio essere la persona che ti protegge, voglio essere quella che ti sostiene, e se tu vuoi proprio fare questo… ti sosterrò» sospirò forte, «sarò lì presente per te».

«Voglio sostenerti anch’io» biascicò Stiles, senza guardarlo.

Derek assentì. «Lo stai facendo».

«Ma comunque non ti piace la mia scelta».

«Come a te non è piaciuta la mia di entrare nella Misericordia: siamo pari» ironizzò.

Stiles sbuffò una risata nasale scuotendo la testa. «Ti fidi di Raleigh, almeno?»

«Una creatura come lui arriva all’età che ha solo se è astuta, e spesso essere astuti vuol dire anche essere ambigui» sottolineò Derek, anche se con tono neutrale. «Mi viene un po’ difficile pensare che lui voglia allenarti personalmente solo perché è una persona buona: ti ha scelto, ti ha voluto come erede quando poteva anche farne a meno, e in ciò vedo anche dell’egoismo, la volontà di scaricarti tutto addosso o di plasmarti come più gli farà comodo».

«A dire il vero, il fatto che lui mi abbia scelto e voluto mi fa… piacere» ammise Stiles con voce roca. «Apprezzo l’idea che si fidi di me a scatola chiusa».

«O magari è soltanto un opportunista».

«Sta per morire» puntualizzò. «E sta avendo l’occasione di lasciare la Confraternita nelle mani di qualcuno che sente affine a lui: puoi biasimarlo?»

Derek ironizzò amaro. «Già, suppongo a qualcuno doveva pur sempre lasciare la patata bollente».

Stiles roteò gli occhi. «Ti fidi almeno di me?»

Gli rispose serio ma sarcastico. «Sì. E so già che ciò sarà la mia fine».

Lui roteò di nuovo gli occhi e agitò ampiamente le mani come per dirgli che stava esagerando.

«Mi fido di te, Stiles» esalò, stavolta davvero serio. «Credo solo che sia un peccato che tu sia diventato una cavia. Non mi piace vederti piegato al volere degli Osservatori. Non mi piace vederti umiliato».
«Non piace neanche a me vederti trasformato in una cavia, Derek» gli ribatté sul suo stesso tono, «e ancora meno mi piace vederti umiliato. Ma questo è ciò che voglio e… per quello che vale» esitò e distolse lo sguardo, la voce gli s’incrinò appena, «grazie per la possibilità di maturare che mi stai dando. Finora mi sono state tolte un mucchio di possibilità, quindi… grazie di avere pensato a questo» concluse impacciato.

Lui assentì stringendo le labbra.

«E per la cronaca» aggiunse Stiles, traendo un respiro profondo e alzandosi dalla panca, «anch’io mi fido di te». Si allontanò andando in direzione di Oscar, forse per salutarlo, ma non prima di rivolgere a Derek un sorriso.

Per Derek fu ancora una volta come tornare a casa.

Chapter Text

Analizza: See what I've become, The way

 

 

Raleigh non era stato chiarissimo su come avrebbero proceduto, aveva solo detto a Stiles che avrebbe provato psicologicamente a spronarlo a usare le abilità della Nogitsune. Gli aveva dato un appuntamento a una delle sale di allenamento del castello, dicendogli che Derek poteva venire con lui.

Stiles era molto ansioso di potere indossare la propria divisa da confratello, perché aveva sempre pensato che un giorno avrebbe seguito le orme di suo padre: ora che era nell’Eden, almeno in quel modo avrebbe potuto dire che una divisa in vita sua l’aveva indossata. Purtroppo, però, doveva essere interamente cucita a mano, quindi ci sarebbe voluto un po’ prima di averla fra le mani, ma comunque per quel giorno era meglio andare vestiti comodi e leggeri agli allenamenti.

Quando quel giorno lui e Derek arrivarono al castello, subito una delle guardie li scortò fino alla sala stabilita, mentre un altro confratello andò ad avvertire Raleigh del loro arrivo.

La sala era più lunga che larga, grandissima e con una fila di finestre disposte a distanza ravvicinata e l’una dopo l’altra, molto alte e presenti solo sul lato più lungo destro – si entrava a sinistra. Gli attrezzi erano stati spostati tutti in un angolo, e c’era una strana aria solenne che stava rendendo Stiles nervoso.

Lui e Derek si erano parlati poco quella mattina, e tuttora si stavano scambiando solo poche parole di circostanza: erano entrambi agitati.

Dopo un’attesa lunga almeno una decina di minuti, Raleigh entrò nella sala seguito da Linda.

Mentre Linda era nella sua divisa da consorella – e stranamente aveva con sé una spada legata sulla schiena – Raleigh era vestito in modo leggero, con una mise che sembrava la versione medievale di quella moderna per andare in palestra, con tanto di casacca leggera senza maniche.

Era la prima volta che Stiles poteva osservare bene il fisico di Raleigh: all’apparenza dimostrava un paio di anni in meno rispetto a Peter Hale, ma aveva dei muscoli ancora più ben definiti dei suoi; senza gli abiti comodi e larghi della Confraternita si vedeva bene che era un combattente.

Dopo i saluti, Raleigh si rivolse a Linda e Derek. «Potreste sistemare i tappeti mentre scambio quattro chiacchiere con Stiles?» chiese; Derek non sembrò molto entusiasta della richiesta, ma la eseguì lo stesso andando ad aiutare Linda. Raleigh li ringraziò con un sorriso cortese e poi si rivolse a Stiles.

«Via le scarpe» lo istruì, togliendosi anche le proprie. Poi, mentre Stiles metteva da parte le proprie calzature, Raleigh sfoderò la katana che aveva con sé, slacciò il fodero con cui la teneva assicurata alla schiena per toglierselo di dosso, e si mise a parlare con Stiles tenendo la lama rivolta verso il basso.

«Quello che faremo è provare a stimolare i tuoi istinti, per spingergli ad attingere alle abilità della Nogitsune». Gli fece cenno di seguirlo verso il centro del tappeto che era stato steso; Linda e Derek andarono a sistemarsi in piedi con le spalle rivolte alle finestre.

«Ascolta attentamente le mie parole, Stiles» proseguì Raleigh, «perché proverò a condurti a piccoli passi verso un certo stato mentale, che ti porterà a percorrere meglio il canale che lega le memorie tue a quelle della Nogitsune». Lui annuì. «Non sarà indolore, sarà… dura» lo avvertì, ma questo glielo aveva già ripetuto più volte. «Sei pronto?»

Annuì di nuovo inspirando a fondo.

Raleigh iniziò a parlare continuando a tenere la katana rivolta verso il basso, in una posa morbida. «La Nogitsune ha finto di essere te, giusto?»

«Sì».

«A cosa le è servito?»

«A creare più caos e dolore e nutrirsene».

«Cosa ha sfruttato per ottenere ciò?»

«Scott, il mio migliore amico».

«Non chi, ma cosa di te ha sfruttato» lo corresse; Raleigh stava mantenendo un tono leggero e discorsivo che cozzava con la pesantezza di quel momento, e ciò in qualche modo stava cominciando a dare sui nervi a Stiles.

«Ha sfruttato quello che sapevo su Scott. Ha provato a prevedere come si sarebbe comportato in base a ciò che io so di Scott».

«Quindi ha rovistato senza il tuo permesso nel rapporto che c’è fra te e Scott e ha ottenuto le informazioni che voleva».

«Sì».

«La Nogitsune è andata a scorrere i tuoi ricordi, ogni tua interazione con Scott, ha osservato nella tua mente le reazioni che ha avuto Scott in determinati momenti e poi ha agito di conseguenza».

«Esatto».

«Si può dire che ha approfittato dei momenti che conservavi con più cura. Ha attinto alle immagini della storia della vostra amicizia e ha strappato via le pagine che più le interessavano. Si può dire che in qualche modo ha sporcato la vostra storia con le sue mani».

Più che sentire come stava serrando la mascella, Stiles sentì il ringhio ammonitore di Derek; di sottecchi vide Linda premere una mano sul petto di Derek, per tenerlo fermo sul posto.

Raleigh non diede cenno di aver udito Derek, proseguì. «Per fingersi te ha preso la tua faccia, i tuoi ricordi, le tue relazioni… ha rovistato ovunque, ha toccato con le sue mani ogni cosa. Cos’altro ha preso da te?»

«I miei segreti».

«Che tipo di segreti?»

«Segreti… di famiglia. Roba di cui neanche Scott era a conoscenza. Nessuno sapeva che io sapevo».

«Li ha usati per fare cosa?»

«Distrarre. Distrarre la madre di Scott. Creare incertezze».

«Cos’altro ha fatto con la tua faccia?»

«Ha ucciso…»

Raleigh lo bloccò. «All’interno della cerchia delle tue relazioni, intendo». La voce di Raleigh aveva preso una sfumatura inquietante: adesso sembrava sarcastico, o forse derisorio. O era un’impressione di Stiles?

«Ha rigirato una spada degli Oni che era infilzata nel corpo di Scott» biascicò a sguardo basso, serrando i pugni, «mentre lui era cosciente. Lo ha guardato in faccia mentre lo faceva. E ha rapito Lydia, la mia amica banshee, chiudendola in un posto non molto bello per poi inseguirla in una sorta di tortura psicologica».

Derek ringhiò più forte, e Stiles con la coda dell’occhio vide che Linda ora lo tratteneva con entrambe le mani artigliate.

«Non sta funzionando, sta solo per avere un attacco di panico!» sibilò Derek sottovoce.

«Andrà bene» replicò Linda, secca.

«Non senti come batte il suo cuore e che razza di emozioni sta emanando?!» insisté Derek.

Raleigh continuò imperterrito, avvicinandosi e mettendosi faccia a faccia con Stiles, e stavolta fu apertamente derisorio, lo fu davvero. «Quindi adesso nei peggiori ricordi di persone a te care c’è la tua faccia mentre fai loro del male. La Nogitsune ha visto quali tue relazioni poteva usare e le ha prese insudiciando tutto».

Stiles si strinse nelle spalle, sentì la mascella dolergli da quanto la stava serrando.

«Si è presa tutto, Stiles» incalzò Raleigh, «ha toccato qualsiasi cosa tu avevi di caro e ora non esiste più una cosa bella che non sia stata rovinata, e soltanto perché lei ha voluto indossare la tua faccia. Dimmi un po’, da adesso in poi Scott vedrà sempre e solo te quando sogghignerai sarcastico o lo minaccerai per scherzo? Oppure rivedrà in te la Nogitsune? E Lydia si allontanerà da te, se proverai a parlarle in un certo modo? Nei momenti più dolorosi di chi ami, ora c’è la tua faccia» scandì bene.

«Si è presa tutto» ripeté Raleigh, «si è presa la tua innocenza facendoti uccidere, si è presa i tuoi segreti e li ha rivelati in maniera inopportuna, e per finire ha macchiato ogni relazione che ritenevi sacra. E la cosa più incredibile è che queste macchie resteranno lì dove sono per sempre: la Nogitsune non ti darà indietro più niente. Cosa ti è rimasto, Stiles?»

Si udì di nuovo Derek ringhiare. «Basta così».

«Cosa ti è rimasto, Stiles?» insisté Raleigh. «Cosa c’è di solo tuo dentro di te, ora? È finita e tu non sarai più come prima. È finita e, anche se provi a rimettere ordine nella tua testa, tutto ormai è sporco in modo indelebile. È finita e non hai davvero modo di fargliela pagare, perché è uno spirito, non ha un corpo e più che tenerlo imprigionato cos’altro puoi fargli? Niente. Non esiste un modo per farlo soffrire. È finita e ora hai niente fra le mani. Sei vuoto proprio come la Nogitsune è il vuoto, e ciò vale a dire che comunque lei ha vinto e tu hai perso».

Stiles sentì Derek ringhiare il suo nome, poi vide gli occhi di Raleigh illuminarsi di arancione e dopo… Dopo Stiles si accorse di stare provando talmente tanta rabbia da non riuscire a respirare, l’unico modo per riprendere aria era impugnare la katana che Raleigh aveva in mano e colpire, perché col cazzo che aveva perso: era lui ad avere la situazione sotto controllo, non la Nogitsune.

Si mosse veloce: con una mano strappò la katana dalla presa di Raleigh e la rigirò per caricare un colpo in sua direzione. Il colpo venne parato perché dal nulla Raleigh si ritrovò con un’altra katana in mano.

Raleigh mantenne gli occhi arancioni e gli sorrise compiaciuto. «Avanti, mostrami la tua faccia, volpe umana».

Stiles non se lo fece dire due volte. Caricò un altro colpo e iniziarono a duellare veloci e senza sosta.

Muovere la katana era… facile, era come se fosse il prolungamento di un suo arto, ed era pure semplice parare le mosse di Raleigh e leggere i suoi movimenti. Il ritmo del combattimento poi… era intenso, e il rumore delle lame che si scontravano faceva cantare il sangue di Stiles: quel suono richiama in lui qualcosa di antico che sapeva di vecchie battaglie; lo caricava e lo esaltava. Voleva solo combattere, combattere e combattere, imporre il proprio controllo alla situazione, dimostrare che non aveva perso, che aveva ancora qualcosa anche se non sapeva di preciso cosa e ciò lo rendeva disperato.

Forse fu proprio questa disperazione a distrarlo abbastanza da fare riuscire a Raleigh a farlo cadere a terra e disarmarlo.

La caduta scosse Stiles, si sentì di colpo scarico e finalmente prese sul serio coscienza di ciò che aveva fatto. Si fissò le mani tremanti.

Aveva usato la katana come solo una kitsune poteva fare.

Confuso, alzò lo sguardo verso Raleigh, che avanzò verso di lui tenendo la lama rivolta in basso e con sul viso un’espressione molto più morbida e comprensiva.

«L’abilità di sapere usare una katana in questo modo prima era solo della Nogitsune» gli disse Raleigh, solenne, «ora è anche tua».

Stiles sentiva ancora addosso gli strascichi dell’agitazione e della frustrazione di prima, e l’aggiunta della consapevolezza di avere adesso fra le mani quel potere incredibile gli provocò un senso di vertigine.

«Stiles!» lo chiamò Derek, che finalmente libero da Linda poté correre da lui. Si buttò a terra inginocchiandosi dietro Stiles, gli mise le mani sulle spalle e poi gli chiese sottovoce di respirare insieme a lui, più volte, per calmarlo.

Quando Stiles fu più quieto e il suo respiro diventò più regolare, sentì Derek sospirare forte sollevato e stanco, e poi abbracciarlo da dietro spingendolo piano ad appoggiare la schiena contro il suo petto.

Stiles trasse ancora un paio di respiri lenti e profondi stringendo le mani sulle braccia di Derek, che premette il viso nell’incavo del suo collo – Stiles poté sentire all’orecchio come Derek annusò a fondo il suo odore, forse per calmarsi a propria volta.

Restarono fermi così a lungo, in silenzio, fino a quando Raleigh non li interruppe inginocchiandosi di fronte a Stiles; Linda rimase in piedi alle finestre, con le braccia incrociate sul petto.

«L’unico motivo per cui questo duello è durato solo un paio di minuti» esordì Raleigh, «è perché il tuo corpo non è sufficientemente allenato: hai l’abilità e l’esperienza necessaria per usare una katana, ma il tuo corpo non sa reggere a lungo il ritmo di uno scontro simile, né sa muoversi in modo davvero fluido».

Stiles sbuffò una risata sarcastica e isterica. «Questo vuol dire che in breve tempo posso diventare una sorta di samurai?»

«Un samurai, un ninja, un soldato…» scrollò le spalle Raleigh, «puoi diventare quello che vuoi, adesso che puoi accedere alle abilità della Nogitsune».

Stiles si morse il labbro. «E sono l’unica persona al mondo in grado di potere usare l’abilità e l’esperienza di una Nogitsune?»

«Esatto».

«Gli Osservatori mi hanno voluto qui per questo».

«Sicuro» esalò Raleigh, «ma ricordati che oggi tutto questo è accaduto alle tue condizioni, non a quelle degli Osservatori: è stata una tua scelta, sei stato tu a volerlo».

Stiles annuì piano. «Lo so. Ti sarò sempre grato per avermi dato la possibilità di scegliere».

Raleigh abbozzò un sorriso malinconico e gli strinse una mano sulla spalla. «Mi dispiace se ti ho ferito».

Lui scosse la testa. «Mi hai avvisato più volte che mi avrebbe fatto male. Qual è il prossimo passo?»

«In quaranta giorni proveremo a rifinire il tuo stile di combattimento» gli rispose serio. «Ti sottoporrai a una routine di esercizi quotidiani, ti allenerò io e…» sembrò rifletterci sopra, «chiederò a qualcuno di darti una mano. Comunque vadano le cose, senza dubbio ne uscirai un grande schermidore».

«Proprio quello che sognavo da piccolo» ironizzò Stiles amaro; sentì Derek sbuffare un sorriso contro il suo orecchio.

«Terremo questo segreto» aggiunse Raleigh. «Certo, la gente noterà subito che dal nulla hai imparato a maneggiare la katana, ma in futuro cercheremo di dare sempre risposte evasive a chi ci chiederà come sia successo».

«Perché questa mossa preventiva?» domandò Derek, sospettoso.

«Stiles in questo momento è il mio erede, e sappiamo quanti nemici ha la nostra Confraternita» sospirò Raleigh, stanco. «La Nogitsune è una faccenda delicata che potrebbe essere usata contro Stiles a livello psicologico – non è raro che a una persona sadica faccia gola poter fare dei giochetti mentali con qualcuno che è già stato manipolato una volta – quindi vorrei evitare problemi in tal senso».

«Capisco» esalò Derek; Stiles sentì la stretta delle sue braccia farsi appena più forte intorno a lui.

«Credo che per ora sia tutto» esalò Raleigh, e diede a Stiles delle piccole pacche affettuoso sul braccio. «Vai pure a riposare nella tua stanza qui al castello» lo invitò, con un sorriso caloroso.

Stiles si umettò le labbra e concordò annuendo; Derek si scostò da lui per fargli spazio, anche se gli restò accanto quando entrambi furono di nuovo in piedi.

Poi Stiles guardò la katana che Raleigh aveva in mano; era molto diversa da quella che aveva sfoggiato all’inizio dell’incontro: l’impugnatura era rossa e aveva dei dettagli in bronzo molto curati ed eleganti, l’intera arma sembrava gridare il nome di Raleigh. «È questa la tua katana? Cioè, quella che usi di solito… quando abbiamo cominciato avevi quella che ho preso io…»

Raleigh abbassò lo sguardo sulla katana, rivolgendole un sorriso tanto malinconico quanto carico di affetto. «Sì, questa è la mia katana. L’aveva Linda, me l’ha passata al volo quando ti sei impossessato di quella che avevo in mano».

Derek fissò Raleigh assottigliando appena gli occhi. «Avevi calcolato tutto, eh?»

«Non volevo che qualcuno si facesse del male» gli rispose senza fare una piega.

Linda sospirò forte e, avviandosi verso la porta per uscire, urtò di proposito la spalla di Derek con la propria. «Andiamo, tuo marito sta benone».

E su quell’ultima battuta sia Derek che Stiles si strinsero un po’ nelle spalle e si schiarirono la voce a turno.

Una volta congedati da Raleigh, Stiles guidò Derek fino alla camera che gli avevano assegnato al castello.

Stiles aveva spiegato al proprio Fratello Maggiore che non c’era bisogno di procurargli una stanza, perché tanto fra qualche mese lui e Derek sarebbero riusciti a mettere da parte abbastanza oro per comprarsi una casetta tutta loro, ma Raleigh aveva insistito dicendogli che gli avrebbe fatto comodo, soprattutto in momenti di crisi o emergenza come i Giorni del 5x1, e Stiles non aveva potuto dargli torto, considerando come le ultime volte aveva approfittato della gentile ospitalità di Ismail.

Stiles notò come, durante tutto il percorso compiuto, Derek provò a nascondere la propria curiosità e meraviglia verso l’interno del castello – anche se le sue sopracciglia comunque scattarono verso l’alto di fronte ai dettagli più anacronistici come certi quadri dallo stile impressionista o alcune opere post moderne.

Non appena entrati nella stanza, Stiles crollò di schiena sul letto con un tonfo, sospirando forte; Derek si accomodò sulla sedia posta accanto alla scrivania, vicino alla finestra.

Rimasero per qualche attimo in silenzio, poi Stiles si decise a rivolgere a Derek una domanda che gli pesava parecchio sullo stomaco. «Quando…» esitò, si umettò le labbra e voltò la testa di lato, verso Derek. «Quando ho usato la katana, sono sembrato di nuovo posseduto, vero? Somigliavo alla Nogitsune…»

Lui gli rispose serio. «A dire il vero, non è che abbia mai visto la Nogitsune maneggiare una spada…»

Stiles distolse appena lo sguardo da Derek. «Ricordo quando ne ho impugnata una, quando ho rigirato quella che era nello stomaco di Scott, alla clinica di Deaton…»

«Non era lo stesso tipo di lama» osservò Derek.

«Era comunque una spada» sottolineò lui, atono.

«Stai dicendo che ti pesa riusare una spada, anche se in modo diverso?» ipotizzò Derek con cautela.

Stiles scosse la testa contro il cuscino. «No, non proprio. Quando ho usato la katana ho più che altro sentito l’esaltazione che ha provato la Nogitsune nel corso dei secoli quando ne ha usata una per combattere… ho percepito la sua esperienza e l’ho canalizzata, nient’altro» precisò. «Quel momento legato a Scott è una cosa che mi è venuta in mente dopo. Voglio solo sapere se ti ho ricordato la Nogitsune…» concluse flebile e puntando lo sguardo da tutt’altra parte rispetto a Derek.

Derek espirò a fondo, prima di rispondergli. «Un po’ sì» ammise sincero, «ma non mi ha inquietato. Non ho avuto paura di quello».

«Allora di cosa?» incalzò ansioso e preoccupato.

«Ho avuto paura di cosa ti avrebbe fatto sapere col senno di poi come stavi agendo».

Stiles non parlò per una manciata di secondi, passandosi entrambe le mani sul volto mentre soppesava ciò che gli era appena stato detto. «Sto bene… Cioè» ritrasse, «è pesante, perché ho percepito chiaramente che voglio del potere e mi piace averlo, proprio come alla Nogitsune piace il potere e vuole averlo: siamo uguali in questo senso. Ed è qualcosa che mi turba, perché si tratta della parte più oscura di me».

«O forse no» lo corresse Derek, «cosa c’è di male nel desiderare di essere più forti? E nel godersi la sensazione di aver superato un proprio limite?»

Stiles arricciò il naso. «Detta così, non sembra proprio una cosa brutta…»

«Perché non lo è» sottolineò Derek. «Tu e la Nogitsune non siete uguali, siete simili: a entrambi piace il potere, entrambi lo desiderate, ma in modo diverso e per ragioni differenti. Tu non vuoi il controllo di una situazione solo perché ti va di averlo. Tu non vuoi più potere solo perché così potrai ottenere tutto ciò che vuoi e senza limiti».

«Non puoi esserne sicuro» biascicò Stiles, «non conosco nemmeno io stesso la parte più oscura di me».

«Dimentichi che ti ho visto nei tuoi momenti peggiori» gli replicò, sicuro.

Sostennero lo sguardo a lungo, inespressivi, fino a quando Stiles sospirò forte e rivolse gli occhi al soffitto. «Raleigh dice che sono una "volpe umana", che devo» curvò le braccia nell’atto di stringere qualcuno, «abbracciare la mia volpe interiore» bofonchiò sarcastico.

Derek abbozzò un sorriso. «Non credo che abbia tutti i torti».

Stiles si voltò verso di lui inarcando un sopracciglio, scettico. «Pensi che io somigli a una volpe?»

Gli ribatté cercando invano di non fare allargare il proprio sorriso divertito. «Solo a una particolarmente fastidiosa».

Lui espirò forte. «Quanto sei simpatico» borbottò, anche se non era davvero infastidito dalla sua battuta.

«Quando ero piccolo» iniziò a raccontare Derek, e sembrò che ciò che stava ricordando lo stesse divertendo molto, «avevo l’abitudine di associare un "animale interiore" a ogni persona. Mi dicevo che se io "dentro" ero un lupo, allora anche gli umani potevano avere dentro di loro un animale. Quindi… il nostro postino era una lepre». Stiles ridacchiò sommessamente.

«E una vecchia signora amica di mamma era una tartaruga» aggiunse Derek; poi puntò lo sguardo in quello di Stiles. «A te avrei di certo associato una volpe».

Stiles si mordicchiò un labbro. «Ti ci vedo a farlo».

Sorrisero insieme scuotendo la testa e distogliendo l’uno lo sguardo dall’altro.

«Grazie per esserci stato» mormorò Stiles, con tono più serio.

Lui scrollò le spalle. «Era naturale che ci fossi».

«Puoi restare con me?» gli chiese con voce debole e tono morbido.

Derek aggrottò la fronte, un po’ stupito. «Sì?» rispose incerto, guardandosi intorno perplesso. «Credo di poter restare qui mentre riposi».

«No, intendevo… in generale» si corresse con voce fioca. «Puoi restare con me?» ripeté, deglutendo poi a fatica.

Derek accennò un lieve sorriso, annuendo. «Certo. Resterò finché vorrai».

Stiles scelse di sdrammatizzare. «Io invece credo che resterò con te anche quando non mi vorrai più, perché questo è il tipo di volpe molesta che sono».

Derek sospirò ironico. «Non avevo dubbi a riguardo». Poi tornò a osservare la stanza, come se stesse soppesando l’ambiente circostante. Diede un paio di pacche ai braccioli della sedia. «Comunque, penso davvero di potere restare qui, la sedia non mi sembra così scomoda» considerò.

Stiles aggrottò la fronte, sorpreso. «Stai scherzando, amico? Non esiste, vieni qua» si scostò per fargli posto sul letto, accanto a sé.

Derek lo fissò scettico.

«Andiamo!» lo incoraggiò Stiles, agitando un braccio per fargli cenno di alzarsi e avvicinarsi. «Abbiamo fatto di peggio che dormire insieme!»

«Tipo sposarci?» borbottò Derek, tuttavia accontentandolo e stendendosi vicino a lui sospirando forte. Entrambi si sistemarono subito supini.

Stiles sorrise mordendosi un labbro. «Quella è stata una pensata geniale. E pratica».

«Mi sorprende che in giro non ci siano scommesse su quando ti chiederò il divorzio».

«Ma no, dai! Nessuno vuole fare piangere Bhanuja!» E ridacchiando dispettoso stese una gamba sopra quelle di Derek.

Lui lo ammonì inespressivo. «Adesso non ti allargare».

Stiles stese anche il braccio addosso a Derek – di traverso sul suo petto.

«Sono solito fare scattare gli artigli e le zanne nel sonno, se faccio sogni troppo vividi» lo avvertì Derek con nonchalance.

«Non ti credo».

«Fossi in te, mi scosterei».

«No» e sorridendo chiuse gli occhi sistemando meglio la testa contro il cuscino.

In compagnia del lieve rumore del respiro di Derek e del calore che emanava il suo corpo, si addormentò pacifico e rilassato come neanche credeva fosse ancora possibile.

 

 

 

Stiles era molto curioso di sapere chi mai avrebbe aiutato Raleigh ad allenarlo, soprattutto perché dubitava che si trattasse di qualcuno esterno alla Confraternita, dato che i motivi della sua improvvisa abilità con la katana dovevano restare segreti, quindi doveva essere qualcuno che già conosceva, ma chi?

Alcuni giorni e svariate ore di allenamento e praticantato dopo il primo giorno che aveva impugnato una katana, Stiles si stava preparando all’incontro con il nuovo allenatore mangiando delle arance a colazione – erano un regalo di Luigi, e un’alternativa molto più pratica del succo di arancia.

Derek era uscito dal dormitorio molto presto, avvertendolo però che sarebbe ritornato prima che lui si recasse al castello, e quindi Stiles era in sua attesa, curioso.

Quando lo sentì rientrare, si liberò subito della scorza degli agrumi e si pulì le mani con uno strofinaccio; lo vide rientrare nella loro stanza con un oggetto molto lungo avvolto in una tela di juta: possibile che avesse un bastone avvolto lì? Che doveva farci? Utilizzarlo per picchiarlo?

Stiles non gli diede il tempo di parlare, aggrottò la fronte e puntò il dito contro l’oggetto misterioso. «Che cos’hai lì?»

Derek roteò gli occhi, sospirando e ostentando pazienza. «È una cosa che ho fatto fare per te» biascicò con falsa indifferenza; con un gesto veloce tolse la tela e rivelò cosa nascondeva.

Era una katana. Con tanto di fodero e le stringhe per portarla assicurata alla schiena.

Stiles boccheggiò, le sopracciglia gli schizzarono all’attaccatura dei capelli. «Per me

Lui lo fissò sarcastico. «Pensavi davvero di continuare a usare quella che hai ottenuto in prestito dalla Confraternita?»

Si passò una mano sulla nuca. «No, è che… credevo che magari un giorno ne avrei comprata una io? Cioè» si corresse, «non che non ti sia grato per il pensiero, è che non credevo che ne avrei avuta una tutta mia così subito, o che tu ci avresti pensato» bofonchiò. Era attonito, non stava osando neanche toccarla.

«Mi sono fatto consigliare da Raleigh» gli spiegò Derek, «gli ho chiesto come dovevo domandare che fosse al mastro spadaio, a seconda il tuo stile… Provala» lo esortò, un po’ impacciato, allungando la spada verso di lui.

Stiles sospirò e con attenzione strinse le mani sul fodero, fatto di legno laccato nero. Con lentezza, circondò l’impugnatura con una mano e la tirò verso l’alto per sfilare la lama dalla sua protezione.

Per qualche attimo, osservò il proprio riflesso sull’acciaio, poi il suo sguardo si spostò più sopra; la guardia era argentata e nella parte interna, quella rivolta verso l’impugnatura, c’era inciso il kanji che stava per "se stesso" – il cinque riflesso al contrario. Stiles accennò un sorriso: doveva essere stato un dettaglio voluto da Derek. L’impugnatura era di pelle bianca e sopra, come in tutte le katane, vi era intrecciata una fascia di un altro colore, in questo caso si trattava di cotone nero.

Stiles posò il fodero sul tavolo, inspirò a fondo e veloce rigirò un paio di volte la katana fra le mani. «È perfetta» disse a Derek, sorridendo.

Derek sorrise a propria volta abbassando lo sguardo, era compiaciuto.

Stiles gli diede uno spintone scherzoso sulla spalla. «Come hai fatto a farmi questa sorpresa?! Non mi sono neanche accorto che mancavano soldi dal nostro conto!»

«Ho pagato il mastro spadaio in selvaggina» rispose fiero, «e Marjorie e Raleigh sanno come mantenere un segreto».

«Marjorie?» si sorprese, inarcando un sopracciglio.

«Sì, Raleigh mi ha saputo dare dei consigli solo su come avrebbe dovuto essere la katana, poi mi ha indirizzato verso Marjorie per farmi dire meglio a chi rivolgermi: è stata lei a regalargli la sua katana».

«Ah» esalò meravigliato, anche se adesso si spiegava perché Raleigh guardasse in quel modo la propria spada.

Derek annuì. «Per il loro matrimonio si sono scambiati delle armi: Raleigh le ha donato la spada che lei usa sempre, lei la katana. Ma, comunque» si schiarì la voce, prendendo un tono più ironico, «ho pensato che, se proprio devi fare questa cosa, tanto vale che io ti sappia in giro con in mano una spada di cui sono certo. Una che sono sicuro possa davvero esserti di aiuto».

Stiles sorrise sul suo stesso tono. «Ma che gentile». Rinfoderò la katana e se l’allacciò in spalla.

Derek cambiò espressione, diventando più serio. «Stai attento» gli raccomandò.

«Sempre. Stai attento anche tu. E grazie» scandì bene l’ultima parola, cercando di andare via prima che gli occhi gli diventassero lucidi – sentiva già un magone in gola – ma Derek lo fermò, anche se con leggerezza.

«Dai un nome a ogni cosa, non vuoi darne uno a lei?» lo canzonò.

Stiles si mordicchiò un labbro sorridendo. «Suggerimenti?»

«Non saprei» scrollò le spalle. «Quella di Kira ha un nome?»

«Sì. Colpo di fulmine».

Derek arricciò appena il naso.

Lui sogghignò. «Lo so: considerando il rapporto che c’è fra lei e Scott, è una cosa da smielati dal cervello fottuto, non da cazzuti armati».

«Un nome che sia più tuo?» propose Derek.

Stiles inspirò a fondo vagando con lo sguardo verso il soffitto. «Uhm… L’uso della katana è qualcosa che ho canalizzato ed è in qualche modo legato alla parte più oscura di me, ma che voglio usare con consapevolezza, quindi… magari Black Self

Derek sorrise annuendo. «Questo sa molto più di te».

Gli sorrise anche lui. «Ora è meglio che vada, Raleigh mi starà aspettando».

«Ci vediamo a pranzo».

Stiles assentì e uscì di corsa dal dormitorio. Rallentò solo quando giunse davanti al castello, e solo allora si permise di cullarsi nella tenera e calda sensazione che gli aveva dato ricevere un regalo da parte di Derek. Stiles nemmeno ricordava più quando era stata l’ultima volta in cui, nel mondo reale, qualcuno gli aveva donato qualcosa di utile, che gli servisse davvero: ricevere qualcosa di pensato apposta per lui era un’emozione che aveva dimenticato. E poi nell’Eden i regali avevano in significato molto più profondo di quello che avevano nella realtà, e sapere che in quel mondo a Derek importava davvero di lui era… beh, era tanto e qualcosa.

Giunto all’ingresso, salutò le guardie e si chiese quando per lui avrebbe smesso essere strano non dovere più firmare il libro delle visite, anche se in gran parte il castello per lui era già "casa".

Andrò dritto nella sala degli allenamenti dove ormai di solito incontrava Raleigh – era sempre vuota e disponibile per loro.

Salutò il Fratello Maggiore con un ghigno e puntò il pollice verso la katana che aveva in spalla. «Sapevi e non mi hai detto niente, eh?»

Raleigh sorrise. «Sono un galantuomo e una persona di parola, che vuoi farci?»

«Grazie anche a te, per questo regalo».

Lui scosse la testa. «L’idea è stata tutta di Derek, io gli ho solo dato un paio di consigli. La trovi ben bilanciata per te?»

Stiles gli rivolse uno sguardo malizioso e veloce sfoderò la katana, attaccandolo come risposta.

Raleigh parò il colpo con un sorriso soddisfatto. «Immagino che la risposta sia sì».

Duellarono per un paio di secondi, poi Stiles fece cenno di fermarsi. «Dov’è l’altro allenatore misterioso?» chiese curioso.

«Oh, sta per arrivare» gli rispose sibillino. «Non ho dovuto neanche faticare tanto per convincerlo ad accettare la mia proposta».

«Non capisco però perché mai necessito di un secondo allenatore…» osservò perplesso. «Sei una kitsune millenaria, cos’è che non puoi insegnarmi?»

«L’eleganza» ribatté serio.

«La cosa?» incalzò Stiles, scettico.

«L’eleganza» e fece un cenno con la mano, elegante, appunto.

«Ne sei proprio convinto?»

«Assolutamente».

«Se lo dici tu» bofonchiò sarcastico.

«Stiles» sospirò Raleigh, anche se sorridendo, «io e te combattiamo alla stessa maniera perché l’origine della nostra abilità è la stessa, e io ho una mia eleganza, ma mi è difficile farla sorgere in te, perché il tuo modo di porti stuzzica il mio, rendendolo più grezzo».

«E com’è che combattiamo io e te, se non con eleganza?» chiese aggrottando la fronte.

«Con violenza e forza, di conseguenza tu quando combatti sei brutto».

«Non vedo come questo possa essere un dettaglio di fondamentale importanza» disse Stiles, sarcastico.

«Ha importanza perché la bellezza è potere» replicò Raleigh, scandendo bene le ultime parole. «Cos’è più spaventoso in battaglia: un guerriero che usa la propria arma come se fosse il mannarino di un macellaio, con gesti crudi e storcendo la propria espressione a ogni colpo, o un combattente che ruota la propria lama con fluidità e non lascia che il proprio volto si deformi a ogni fendente?»

Stiles ci rifletté sopra. «Uhm, forse la seconda opzione è quella più… inquietante?» concluse insicuro.

Raleigh per tutta risposta sorrise stranamente deliziato. «La mia Perla è una combattente che mantiene i propri boccoli bellissimi e perfetti perfino durante una carneficina: non lo trovi magnificamente inquietante?»

Stiles aggrottò la fronte. «Senza dubbio».

«La bellezza, la vera bellezza, spaventa le persone, Stiles» gli spiegò, con un sorriso appena velato di malizia. «Quando resti sorpreso dalla bellezza di qualcosa, che fai?»

«Rimango senza parole?» rispose incerto.

«E poi?»

«Non so, mi…» agitò le mani, «mi… uhm, mi blocco

«Esatto! La vera bellezza paralizza! È così terrificante che paralizza! Una bellezza non è tale se non è spaventosa: se non ti toglie la parola, il fiato e la facoltà di muoverti non è una vera bellezza!» sentenziò entusiasta.

Stiles ne fu un po’ turbato, ma comprese le sue argomentazioni. «Quindi vuoi che io usi la katana in modo più elegante per essere più spaventoso?» riassunse.

Raleigh annuì solenne. «Perché la bellezza è potere».

Una voce maschile priva di tono li interruppe. «A me la reginetta del ballo della mia scuola è sempre sembrata un’idiota capace di maneggiare soltanto una limetta per le unghie, e nient’altro. Giusto per dire».

Stiles si voltò verso la porta e vide Philip appoggiato di fianco allo stipite, con le braccia incrociate sul petto. Era in tenuta ginnica medievale. E con la propria sciabola sulla schiena, insieme alla seconda spada che spesso aveva con sé.

Raleigh rivolse a Philip un sorriso. «Lo sai che non stavo parlando di bellezza fisica».

«Lo sai che amo cogliere ogni opportunità per dimostrare al pubblico quanto i tuoi discorsi siano sempre almeno al 50% strambi».

Il sorriso di Raleigh non si affievolì. «Stiles, ti presento il tuo secondo maestro».

«Lui?» boccheggiò Stiles.

Philip chiuse la porta e avanzò verso di loro con fare annoiato. «Non esserne così sorpreso. La katana, dopotutto, nasce come sciabola» e sottolineò l’ultima parola sfoderando la propria lama.

«Quindi tu» disse Stiles, indicando Philip con la katana, «saresti più elegante di lui?» puntò la spada verso Raleigh.

«Philip è di una bellezza abbacinante quando combatte» precisò Raleigh, sempre più esaltato da quella situazione.

Stiles aveva visto Philip usare la sciabola solo in un’occasione non molto felice, e sotto la pioggia per giunta, quindi non è che potesse dare una propria opinione in merito. Poco convinto, scrollò le spalle. «Mi fido di voi» si arrese.

Raleigh batté le mani. «Bene! Vi lascio pure iniziare da soli, allora! Buon proseguimento!»

Stiles lo salutò con un cenno della mano, Philip sollevando il mento in sua direzione, inespressivo.

Una volta rimasti a tu per tu, Stiles provò a capirne di più di quello che Philip già sapeva. «Che ti ha detto Raleigh di me e sulla mia neonata abilità con la katana?»

«Non molto» scrollò le spalle, «solo che dipende da una cosa che ti è successa nel mondo reale e che stai esplorando qui, e che spettava a te raccontarmi l’intera storia».

«Non gli hai detto che ti ho già raccontato mezza storia?» domandò confuso.

«Ho finto di non sapere».

«Perché?»

«Perché non sapevo se tu volessi che altri sapessero che io so» rispose con naturalezza.

«Ah» esalò Stiles, sorpreso.

«È la tua storia» sottolineò Philip, serio, «tocca solo a te decidere a chi narrarla».

«Io, uhm» mugugnò, un po’ impacciato, «apprezzo il pensiero».

Philip sospirò rivolgendo gli occhi al soffitto. «Spero che tu sia più disinvolto con la katana, che con le parole».

Stiles protestò sbattendo piano e in modo infantile la katana contro la sua sciabola. «Smettila di fare il coglione, tanto non lo sei davvero. Lo sappiamo entrambi».

Per qualche attimo sostennero lo sguardo, e fu intenso anche se poco decifrabile, poi Philip riprese a parlare.

«Quindi devo dedurre che la tua improvvisa passione per la katana sia dovuta allo spirito trickster che ti ha posseduto?»

Stiles annuì, il suo umore s’incupì. «Era una Nogitsune, della stessa famiglia delle kitsune. Una kitsune del vuoto, diciamo».

«Questo spiega la katana» assentì, «stai canalizzando quello che hai imparato da questo spirito, vero?» ipotizzò.

«Più o meno» ciondolò la testa.

«Ok» sospirò Philip, togliendosi di dosso l’altra spada e il fodero vuoto. «Fammi vedere che sai fare» si mise in posa e allungò un braccio, muovendo la mano come a invitarlo a farsi pure avanti.

Stiles non se lo fece ripetere due volte.

Duellare con Black Self in effetti era dieci volte meglio di quando usava una delle katane prese in prestito dalla Confraternita: Stiles notò che riusciva a muoversi in modo più fluido, anche se dubitava che i suoi movimenti fossero belli come quelli di Philip.

Raleigh aveva ragione: Philip quando combatteva era bello. Incantava, e ciò era davvero terrificante – come un cobra che si innalza da terra elegante e ipnotico prima di scattare sulla preda. Era rapido e silenzioso, non mostrava mai alcuna espressione sul volto, un avversario difficile da leggere e per questo in un certo senso intrigante.

Stiles si rese conto che lui, al contrario di Philip, mentre combatteva faceva un sacco di versi poco aggraziati, storceva molto la faccia quando caricava i colpi e a confronto a Philip doveva sembrare che avesse in mano un grosso coltellaccio e fosse pronto per scannare un pollo, al posto di una spada nel mezzo di un duello. Oggettivamente non doveva essere un bello spettacolo.

«Basta così» si fermò infine Philip, e non aveva nemmeno il fiatone.

Stiles si chinò a riprendere fiato posando la mano libera su un ginocchio. «Ti sei fatto un’idea?»

«Sei davvero grezzo» e lo disse come se Stiles gli avesse appena sputato nel tè delle cinque.

«Scusa tanto se non mi sono mai allenato in previsione di potere un giorno sfruttare le abilità di uno spirito oscuro e psicopatico che mi avrebbe posseduto».

Lui non fece una piega. «Abbiamo molto da lavorare, ma penso che tu sia abbastanza malleabile».

Stiles continuò a stuzzicarlo, anche se con leggerezza. «Tu invece ti sei allenato fin da bambino, vero?»

«Ovvio» rispose annoiato, «sono un cacciatore». Avrebbe mai potuto non ripeterlo? «Sia da bambino che da ragazzo sono sempre stato fra i primi dieci migliori schermidori del mio paese. La mia arma era la sciabola».

«Ma non mi dire» ribatté ironico.

Philip non si lasciò scalfire. «So anche usare le quattro armi principali delle arti marziali, perché ne ho praticate molte».

«Cioè?»

«Il dao» con un cenno della testa indicò la sua seconda lama, che era a terra, quella che sembrava una sciabola corta e insolitamente larga, «il gun, qiang e il jian».

«Potresti spiegare a un comune mortale come me cosa sono le ultime tre cose? Con parole povere, per favore» lo prese in giro Stiles, con ironia pungente.

«Il gun è un tipo di bastone, il qiang un tipo di lancia e il jian è un tipo di lama dritta, una spada» rispose spiccio e atono.

«Considerami colpito».

«Davvero?» e gli rivolse uno sguardo penetrante e caldo.

Stiles per qualche secondo faticò a staccarsi dai suoi occhi. «In un certo senso» rispose vago.

Philip inarcò un sopracciglio. «Cercherò di convincerti anche in altri sensi» biascicò. «Ora, vediamo di cominciare» roteò la sciabola. «Raleigh lavorerà sulla tua resistenza e forza fisica, io sulla qualità dei tuoi movimenti. In meno di quaranta giorni dovremmo riuscire finalmente a vedere che spadaccino c’è sotto queste presunte mentite spoglie» e con un cenno del capo lo indicò dalla testa ai piedi.

Stiles si finse oltremodo offeso, si portò una mano sul petto. «Queste mentite spoglie stanno collaborando con la parte interiore di me per offrire al mondo la versione nerd di uno spadaccino: non ferire i loro sentimenti».

«Ti ferirò altro se non ti sbrighi a metterti in guardia» replicò indifferente.

Stiles sospirò roteando gli occhi, ma lo accontentò.

Philip iniziò subito a correggergli delle pose e a suggerirgli come non farsi leggere dall’avversario; era un maestro autoritario ma non pesante: non sembrava mai aspettarsi chissà che immediato miglioramento da Stiles dopo una spiegazione, ma comunque era percepibile che se Stiles avesse fallito a oltranza lui avrebbe perso la pazienza con una furia gelida.

Stiles però non falliva, assorbiva ogni consiglio e insegnamento come se nulla fosse: era come se la guida di Raleigh prima e quella di Philip dopo non servissero altro che a indicargli qualcosa che era sempre stato sotto il suo naso, e ora che poteva vederla la utilizzava tranquillamente.

Philip però non lo stava sorprendendo solo come allenatore, anche se Stiles si disse che quella non avrebbe dovuto essere una vera sorpresa: Philip mentre usava la sciabola, spoglio di qualsiasi maschera e con indosso solo la sua personale carica di combattente, era molto più che bello, era affascinante. Avevo lo stesso tipo di fascino delle fiamme danzanti di un falò: era caldo, non del tutto rassicurante e la sua presenza si espandeva.

E lo sguardo di Stiles di tanto in tanto guizzava sulle braccia scoperte di Philip – indossava una casacca senza maniche – a come i muscoli si flettevano a ogni movimento.

Stiles deglutì a fatica: quell’attrazione era un particolare che aveva accantonato di recente. Chiese di fare una pausa per bere dell’acqua – posati su un tavolino accanto a una finestra c’erano una brocca e un paio di bicchieri.

Provò a fare una conversazione che non c’entrasse con gli allenamenti, per alleggerire un po’ l’atmosfera. Il tatuaggio di Philip con la data in cui era stato Inserito era scoperto: era una data di dieci anni prima. Philip era nell’Eden da ancora prima di Marjorie e di Ismail, ecco anche perché gli bruciava non essere stato scelto come Castellano.

Stiles indicò il tatuaggio di Philip con un cenno del mento. «Quindi quanti anni hai davvero?»

Philip soppesò il suo sguardo, prima di dargli una risposta. «Ventotto».

«Uhm» fu tutto ciò che riuscì a dire. Per uno prossimo ai trent’anni non doveva essere facile vivere in un corpo da adolescente. Non che fra dieci anni la stessa sorte non sarebbe toccata a lui.

Philip gli rivolse un’occhiata sibillina di sottecchi – stava bevendo anche lui. «Sono troppo vecchio per i tuoi gusti?»

«Ho avuto professori molto più vecchi di te».

«Non intendevo questo. Mi riferivo alla tua inclinazione verso gli uomini più vecchi di te, considerando l’età di tuo marito».

A Stiles andò un sorso di traverso; tossicchiò e si tamponò la bocca con il dorso della mano, Philip con noncuranza gli passò un piccolo asciugamano. «Grazie» mormorò roco. «Io e Derek però non siamo sposati-sposati».

«L’ho sentito dire. È comunque un bell’uomo» osservò, sempre senza mostrare alcuna emozione.

«Questo è vero, però, uhm…» gesticolò Stiles, impacciato, «perché stiamo sostenendo questa conversazione?»

Stavolta Philip abbozzò un sorriso velato di malizia. «Ti ho chiesto se sono troppo vecchio per te».

Flirtare era un tipo di gioco in cui Stiles non aveva ancora avuto l’opportunità di avere un ruolo in vita sua. E ciò rendeva tutto ancora più interessante. Voleva provarci un pochino, giusto per vedere com’era.

Cercò di sopprimere il sorriso gigante che si sentiva sulla faccia – era una bella sensazione essere desiderati – e con un po’ di goffaggine articolò una replica. «So che da queste parti, viste le condizioni in cui viviamo, la vera età anagrafica non è un problema».

«Così pare» esalò Philip, distogliendo lo sguardo da lui e impugnando di nuovo la sciabola. «Riprendiamo da dove eravamo rimasti?»

«Così pare» ripeté Stiles, imitando il suo tono di voce: dipendeva da che tipo di punto volevano ricominciare.

Philip gli rivolse mezza occhiata complice e lo attaccò senza preavviso; Stiles parò il colpo ghignando soddisfatto.

Da quel momento in poi, l’allenamento proseguì con un ritmo serrato e intenso; a Stiles sembrò di sostenere una lunga conversazione con Philip – in cui si dicevano le peggiori porcate a colpi di spada, e con classe – e trovò anche esaltante come la passione di Philip per la scherma solleticasse la sua. Lo stimolava a dare di più, ad apprendere di più e diventare ancora più bravo e veloce.

Stiles non seppe quantificare quanto tempo passarono così, con Philip che gli faceva notare i suoi errori solo con delle occhiate, ma alla fine riuscì a stare quasi al passo col suo maestro.

In un attimo in cui incrociarono le spade spingendo l’uno verso l’altro, si ritrovarono faccia a faccia a pochi centimetri, e Philip ne approfittò per parlargli sottovoce.

«È eccitante combattere senza esclusione di colpi, vero? Sentire il ritmo del duello crescere a ogni fendente, il cuore che batte forte per l’ansia di subire una ferita ma anche per l’esaltazione della battaglia» elencò veloce, «il corpo che brucia e la testa che gira se ci si ferma per un attimo… e poi» rallentò la parlantina, «quel suono nella tua mente… È strano, vero? A volte durante un duello si ha l’impressione di seguire il suono di tamburi immaginari che si sentono solo nella propria testa…»

«È vero» gli concesse, rapito dalla sua voce e dal suo sguardo.

«E ti senti costretto a seguire il loro ritmo, ma non è una sensazione spiacevole, non ti senti un loro schiavo. Più che altro li prendi come un incitamento. Ti fanno ribollire il sangue e sanno di antico, di tribale. Ti caricano di adrenalina».

E infine Philip si avvicinò di più al suo viso, protraendosi oltre le loro spade incrociate; abbassò di più la voce. «Prova a scaricare bene tutta l’adrenalina che abbiamo accumulato insieme, quando sarai solo. Scaricala ripensando a quello che abbiamo fatto oggi» e si allontanò di colpo camminando all’indietro, lasciandolo piacevolmente stordito e con il fiato bloccato in gola.

«Per oggi abbiamo finito» aggiunse Philip, ostentando indifferenza e rivolgendogli le spalle mentre rinfoderava la sciabola. «In serata ti scriverò un messaggio per dirti quando sarò di nuovo libero».

«Ok» esalò Stiles, cercando di imporre alla propria testa di smettere di girare.

Philip aveva una mano sulla porta e stava per aprire bocca per salutarlo, ma Stiles lo fermò, fingendosi impegnato a rinfoderare la katana.

«Tu ti scaricherai pensando a quello che abbiamo fatto?»

Philip gli rivolse uno sguardo penetrante. «Lo faccio spesso». Breve pausa. «Arrivederci, Stiles».

«A buon rendere» lo salutò con sfacciata ironia.

Philip chiuse la porta alle proprie spalle, Stiles scosse la testa ridendo e alzando gli occhi verso il soffitto.

Era facile flirtare, e molto più divertente di quanto avesse mai immaginato. Era un tipo di gioco a cui poteva stare.

Quello sarebbe stato un mese davvero interessante.

 

 

 

Trentacinque giorni dopo.

Per tradizione un confratello poteva comprarsi una penna stilografica solo al termine dei propri quaranta giorni di apprendistato, anche perché solo allora avrebbe accumulato il denaro sufficiente per farlo.

Stiles quella mattina aveva osservato a lungo la propria penna, tenendola posata sul tavolo mentre batteva le mani soddisfatto e in maniera infantile. Derek lo aveva osservato sospirando e scuotendo la testa.

Le stilografiche si potevano acquistare solo al mercato virtuale, e ognuno poteva prenderla personalizzandola a piacimento. Stiles ne aveva acquistata una dallo stilo azzurro come lo era stata la sua compianta jeep, e con i dettagli in argento.

Dopo lunghe giornate passate a studiare e a imparare i metodi ottimali per raccogliere delle cronache, dopo essersi riempito fino al midollo di odore di colla per rilegatura, ma soprattutto dopo estenuanti e sudati allenamenti con la katana, finalmente per Stiles era giunto il momento di partire per la sua prima missione.

Il 5x1 era stato la settimana precedente: Stiles e Linda dovevano andare prima a Lunense e poi alla Contea delle Arance per parlare con i nuovi Inseriti e trascrivere le loro testimonianze. Era solo un compito di routine, Linda lo avrebbe accompagnato giusto perché era la sua prima volta, ma di solito i confratelli non andavano in due per missioni simili.

Stiles era grato per la presenza di Linda: aveva l’impressione che altrimenti si sarebbe fatto cogliere dall’impaccio.

Derek non era a Namasté perché era impegnato a perlustrare un tratto di foresta vicino alla Contea delle Arance, ma si sarebbero incontrati proprio lì per tornare a casa insieme.

Tra l’altro, al ritorno avrebbero potuto comprarsi la casetta tanto desiderata: il Consiglio aveva giunto un accordo con gli Osservatori, le mura della contea sarebbero state allargate, quindi ora ci sarebbe stato più spazio e loro avevano anche abbastanza oro per potersi permettere quella spesa.

Stiles era ansioso di potere avere uno spazio che fosse soltanto suo e di Derek: era grato all’accoglienza che le due Confraternite avevano dato loro, ma ogni tanto la coabitazione con persone che nei fatti si conosceva poco poteva diventare frustrante; spesso Stiles aveva paura di offendere per sbaglio gli altri, mentre lui e Derek non si facevano problemi a mostrare l’uno all’altro i lati peggiori di sé. La schiettezza pungente era alla base del loro rapporto.

Con indosso la divisa della Confraternita nuova di zecca – e che profumava ancora di vero pulito, evento raro da quelle parti – stava ultimando di preparare Roscoe per il viaggio, assicurando alla sella delle sacche.

Non restò molto sorpreso quando vide Philip entrare nella stalla senza annunciarsi, inespressivo.

In quelle settimane la relazione fra loro due non è che avesse preso chissà che piega, perché non avevano fatto nessun passo avanti verso qualche direzione: eri fermi in quello stallo fatto di scottante intensità che li vedeva flirtare con ironia e un pizzico di sarcasmo, e per alcuni sarebbe stato frustrante, ma a Stiles piaceva.

Durante gli allenamenti c’erano stati degli attimi in cui nella sua testa aveva visto lui e Philip mollare a terra le spade per afferrarsi per le maglie o per il colletto e spingersi fino al muro, per potersi divorare meglio la bocca e il collo a vicenda mentre l’uno strofinava il proprio corpo addosso all’altro. Quelle erano state fantasie incredibilmente piacevoli, anche se delle volte Stiles si chiedeva se si stesse cullando troppo nel fatto che Philip non cercasse mai di toccarlo: evitava di mettergli le mani addosso, se non era strettamente necessario farlo, e non invadeva il suo spazio personale a meno che l’intero corpo di Stiles non si protraesse verso di lui o Stiles lo fissasse in un certo modo; per quanto Stiles avesse poca esperienza in fatto di relazioni e flirt, era abbastanza sicuro che ciò volesse dire soltanto due cose. O anche Philip come lui amava stare in quella situazione di stallo e non andare oltre – perché pure per lui era solo un gioco eccitante e basta – o non lo toccava perché lo rispettava, e ciò poteva essere interpretato in molti più modi. Dei modi più seri.

Comunque, in quel momento Philip era lì, e lo salutò con un cenno della testa.

Stiles rispose allo stesso modo, ma con l’aggiunta di un piccolo ghigno e allacciandosi il mantello da viaggio. «Sei venuto ad augurarmi buona fortuna?» aggiunse ironico.

«Sono venuto a darti questo» gli replicò atono, lanciandogli un sacchetto di stoffa chiuso con un laccio.

Stiles lo prese al volo aggrottando la fronte, e curioso lo aprì subito senza neanche prima chiedere spiegazioni: era un cannocchiale di ottone, con la parte finale più grossa rivestita in pelle marrone – probabilmente per facilitare la presa. Stiles notò che vi era stata inciso il kanji di "se stesso".

Era un regalo, qualcosa che Philip aveva fatto costruire apposta per lui e che poteva essergli utile, e per un lungo istante Stiles provò una sorta di dolore sordo al petto, ma un dolore buono, perché quel dono era una cosa bella, solo che…

«Non posso accettarlo» mormorò, tuttavia mantenendo lo sguardo sul cannocchiale che aveva fra le mani.

Philip restò indifferente e appoggiò il fianco alla porta del box di Roscoe. «Perché?»

«Lo so cosa vogliono dire qui certi tipi di regali…»

«Derek ti ha regalato una katana» osservò Philip.

Stiles provò a replicare, ma lui scosse la testa sorridendo scettico.

«Non osare dire cose come "Ma Derek è Derek" o "Sì, ma è diverso"».

Stiles sbuffò impacciato e frustrato – voleva proprio dire quello: Derek mica gli aveva fatto un regalo per corteggiarlo, lo aveva fatto per… affetto. «Cosa vuoi che ti dica allora?»

Philip scrollò le spalle. «Voglio solo che accetti il regalo. Non sono diverso da Derek, sai?»

«Sì» insisté piccato.

Philip si avvicinò al suo viso e gli ribatté mormorando sottovoce e sorridendo. «Sì, siamo dannatamente la stessa cosa. Sei tu che non vuoi ammetterlo. O forse non ci sei ancora arrivato».

«Non so di cosa tu stia parlando» bofonchiò a sguardo basso, sentendo in modo netto come il suo viso si stesse chiazzando di rosso – probabilmente in modo bruttissimo.

«Scelgo di assecondarti solo perché Linda ti sta aspettando» gli sussurrò di rimando, stringendo le mani sui lembi del mantello di Stiles per dargli una sistemata non necessaria. Poi si avvicinò di nuovo, fino a fare sfiorare la punta dei loro nasi, e Stiles sentì il suo respiro contro il suo. «Fai buon viaggio» gli augurò, prima di separarsi da lui indietreggiando e fissandolo negli occhi fino a quando non giunse alla porta; dopo girò sui tacchi e andò via.

Stiles incrociò le braccia premendole contro la sella di Roscoe e ci posò la fronte. «Sono in un casino» si lamentò pigolando; il cavallo sbuffò in risposta, e lui gli replicò sarcastico. «Grazie per aver sottolineato l’ovvio, ti manda Isaac per caso?» Stavolta Roscoe nitrì.

Stiles scosse la testa roteando gli occhi, assicurò il cannocchiale alla cinta e montò in sella.

Linda lo stava attendendo nella piazzetta, e quando lo vide arrivare lo salutò con uno strano sorriso saputo.

Stiles la osservò salire sul proprio cavallo, mostrandosi sarcastico e inarcando un sopracciglio. «Tu sapevi del cannocchiale» sentenziò sicuro. Linda e Philip erano amiconi: lei lo chiamava Lip.

Lei schioccò la lingua. «Già».

«Perché diavolo non mi hai avvertito?» sbottò infastidito.

Linda rise. «Avrei dovuto avvisarti che stavi per ricevere una sorpresa

«Mi sono sentito in imbarazzo!» protestò.

Lei schioccò di nuovo la lingua e sospirò puntando lo sguardo dritto davanti a sé. «Gli uomini saranno sempre e solo degli idioti senza speranza» commentò vaga, poi fece un cenno al proprio cavallo. «Andiamo, Betty!»

Stiles spinse Roscoe a seguirla. «Guarda che non ho ancora finito!» sbuffò, ma Linda senza voltarsi a guardarlo agitò una mano come a dire "Seh, seh". Si arrese a parlarle meglio quando avrebbero superato il centro abitato della contea.

Giunti ai campi, dato che non andavano ancora al galoppo, Stiles posizionò il cavallo accanto al suo. «Dico sul serio» insisté, «non ho ancora finito».

Linda sorrise derisoria e dispettosa. «Cos’altro vorresti sapere?» gli domandò, ciondolando appena il capo; le perline ai capi del laccio di cuoio con cui teneva i capelli legati a coda alta ondeggiarono, dandole per un attimo l’aria di una semplice ragazza alla moda con la passione per gli accessori, solo con un bel po’ di autostima in più rispetto alle proprie coetanee.

«Philip è, tipo, serio?» gesticolò Stiles con una mano, goffo. «Cioè fa sul serio?»

«Cos’avevi creduto finora?»

«Non lo so!» sbottò. «Mi era sembrato di capire che fosse un tipo più propenso a farsi storie, piuttosto che ad avere una storia!»

«Beh, in genere lo è».

«Pensavo che stesse flirtando con me solo per il puro gusto di farlo» borbottò Stiles, «o che comunque volesse al massimo una sana pomiciata. E per tua informazione» aggiunse puntandole un dito contro, «sono abbastanza uomo da ammettere che non avrei mica detto di no a una sana pomiciata».

Gli ribatté ironica. «Sono felice di saperlo».

«Non avevo idea che lui intendesse questo

«Uhm» disse pensierosa, «credo che neanche lui all’inizio intendesse questo, è successo e basta».

Stiles fece una smorfia arricciando il naso. «L’ho illuso?»

Linda sbuffò una risata nasale. «Illudere Lip?»

«Sì, in effetti mi è suonato ridicolo subito dopo che l’ho detto» bofonchiò.

«Non ho mai visto Lip così» gli confessò con un sorriso malinconico, «qui non ha mai fatto regali di questo tipo a qualcuno, e per quanto ne so nel mondo reale non ha avuto l’occasione di avere una vera relazione. Lo vedo felice di cogliere questo momento, quindi, se ti può servire, credo che sia davvero serio. E sincero».

La fissò inespressivo ma sarcastico. «Perché questo non complicata la mia vita proprio per niente».

Linda sospirò sorridendo. «Goditi anche tu il momento, Stiles: la vita qui è incerta e breve!»

«Sto ancora cercando di capire cosa voglio farmene di questa informazione!»

«Vivila e basta!» lo esortò, schioccando la lingua e spronando Betty ad andare al galoppo, verso una delle porte della mura della contea.

Stiles espirò a fondo scrollando la testa e imitò Linda.

Quel viaggio stava iniziando in maniera davvero complicata.

Chapter Text

 

Non appena superarono le porte di Namasté, Stiles inviò un messaggio a Derek per avvisarlo che aveva appena lasciato la contea, e poi lui e Linda galopparono per un paio di ore.

A Stiles erano state date delle mappe, ma comunque ogni tanto si fermarono per qualche minuto perché Linda ci tenne a dargli qualche dritta su come orientarsi meglio lungo il percorso che collegava Namasté a Lunense – gli suggerì di appuntarsi mentalmente la posizione di una grossa roccia dalla forma quasi conica, e anche dove cresceva l’unica chiazza di cespugli dalle bacche rosse molto visibili da usare come punto di riferimento.

La pausa più lunga fu al fiume per abbeverare i cavalli, poi proseguirono ancora per un po’, fino a quando non decisero di accamparsi per la notte. Linda fece scattare gli artigli e andò a cacciare la cena, Stiles preparò il fuoco.

La sera calò in modo repentino, e presto i loro volti vennero illuminati soltanto dalle fiamme su cui arrostirono una lepre.

Dopo aver finito di spolpare un osso, Stiles si soffermò ad ascoltare i rumori della foresta. Raleigh lo aveva avvertito che adesso che aveva cominciato a percorrere il canale pieno di ricordi e conoscenze che legava lui e la Nogitsune, presto avrebbe iniziato in maniera naturale ad attingere anche ad altre abilità dello spirito oscuro, come quella di sapere riconoscere determinati suoni in battaglia – spade che venivano sfoderate da nemici alle sue spalle, dardi che scattavano in sua direzione – o saper distinguere dentro una foresta i suoni prodotti dalla natura da quelli prodotti dall’uomo.

Tendendo l’orecchio si accorse di potere sentire bene la presenza di almeno due rapaci notturni di specie diversa, un animale di taglia piccola che si nascondeva – forse un predatore notturno, ma di quelli innocui per loro ma non per le loro provviste – e le fronde degli alberi che seguivano la brezza della notte. Nessun umano in avvicinamento.

Linda lanciò un osso nel fuoco e gli rivolse un’occhiata perplessa. «Che succede?»

Lui scosse la testa. «Niente. È la prima volta che sento davvero la foresta» quasi mormorò, inconsciamente timoroso di disturbare la natura. «Intendo con le nuove esperienze che ho canalizzato» si spiegò meglio.

Linda assentì – lei era stata una dei suoi insegnanti durante l’apprendistato, a un certo punto gli era sembrato opportuno includerla nel segreto legato alle sue nuove abilità. «Immagino che sia un po’ come quando io sono diventata un licantropo».

«È stata dura?»

«Non nell’immediato perché sapevo più o meno come sarebbe cambiato il mio corpo e come si sarebbero evoluti i miei sensi, ma dopo…» sbuffò una risata nasale dal suono brutto, e si sciolse i capelli dando uno strattone a uno dei capi del laccio con cui li teneva legati. «Dopo è stato un inferno: sono diventata un licantropo e un’alpha nello stesso momento, è stato un po’ troppo da gestire per me, visto che ero sola».

«Quindi le notti di luna piena sono state un incubo» ipotizzò Stiles.

«Già!» si riallacciò i capelli in una coda più bassa e morbida, in modo che non le desse fastidio quando appoggiava il capo contro il tronco a cui era seduta a ridosso.

«E come hai fatto a ottenere il controllo di te?» chiese curioso.

«A dire il vero non l’ho mai ottenuto» rispose schietta, «o almeno non nel mondo reale: è qui che ho imparato a contenermi e a non dare di matto durante la luna piena».

Stiles era un po’ confuso. «Questo è un po’ strano…»

«Non proprio. È stato Raleigh ad aiutarmi. Ha saputo di me e che erano tre mesi che mi facevo rinchiudere nelle celle contenitive e che ormai stavano sempre più faticando a tenermi dentro – diventavo una bestia assetata di sangue in quelle notti – e mi ha contattata. Mi ha detto che pensava che fossi abbastanza caparbia da sconfiggere la mia parte animale, e che se ci fossi riuscita mi avrebbe offerto a occhi chiusi il posto di Guardia Personale nella sua Confraternita, perché credeva che fossi abbastanza forte da potere ricoprire quel ruolo».

Stiles non fu più convinto di prima. «E insisti col dire che niente di tutto questo sia strano?»

Linda abbozzò un ghigno. «Raleigh è stato il primo uomo a dirmi che sono caparbia e forte davanti a un pubblico: perché mai non essere intrigata da una persona così? Alla luna piena successiva mi sono sforzata di restare lucida, giusto per vedere se lui sarebbe stato di parola. Spoiler: Raleigh non mi ha mentito, lo pensava sul serio» ridacchiò.

«Lo posso ben vedere» osservò ironico, accennando alla divisa che lei indossava.

«E poi mi ha dato questo» estrasse dal proprio stivale destro un pugnale e lo mostrò a Stiles. «Viene dato a ogni Guardia Personale del Drago Scarlatto, è il nostro simbolo».

Oggettivamente, dei tre oggetti legati alla Confraternita che aveva visto finora – la chiave di Ismail, la penna di Raleigh e ora quello – quel pugnale era il più bello: l’impugnatura di bronzo era molto lavorata, e al centro c’era il classico diaspro rosso tenuto fra le zampe di un drago alato.

«È bellissimo» sussurrò Stiles, sinceramente ammirato.

Linda sorrise rimettendo il pugnale a posto con affetto. «Posso chiederti un favore, Stiles?» gli domandò, con la voce all’improvviso velata di malinconia e pure un po’ incrinata.

«Sì» rispose incerto. «Cioè, se rientra nelle mie possibilità, perché no?»

Lei sorrise di nuovo e scosse la testa. «Tranquillo, rientra nelle tue possibilità eccome». Trasse un respiro profondo. «È inutile girarci attorno: Raleigh sta peggiorando».

Stiles annuì a sguardo basso: capitava che si chiedesse se per caso Raleigh lo avesse spinto ad allenarsi con Philip soprattutto perché non aveva più le forze di una volta.

«Lui mi ha attirata alla Confraternita tendendomi una trappola» continuò Linda, sempre sorridendo triste, «sapeva che se mi avesse detto quelle esatte parole io mi sarei intestardita ad avere il controllo di me durante la luna piena: lo ha fatto perché mi voleva come sua Guardia, e mi ha ottenuta» ridacchiò. «Nonostante tutto, però, non mi ha mai davvero usata o manipolata, mi ha sempre rispettata, e per me a volte è stato un fratello maggiore con le lettere minuscole, altre un padre».

Poi Linda proseguì alzando lo sguardo – lucido – per puntarlo in quello di Stiles. «Voglio che come Guardia i miei ricordi siano legati solo a lui, voglio servire solo lui fino alla fine… Nulla di personale, è solo che sono molto possessiva verso quel poco che mi resterà di lui, quindi quando verrà il tuo tempo potresti per favore sciogliermi dai miei doveri e sceglierti un’altra Guardia Personale?»

«Certo» le rispose accorato, «guarda che ti capisco bene, non devi giustificarti».

Linda si tamponò gli occhi col dorso di un dito. «È solo che… voglio essere soltanto la sua Guardia, lo sono dal mio ingresso nella Confraternita, e la Confraternita è la mia famiglia, ma lui per me è come un padre, e di papà ce n’è solo uno» abbozzò un sorriso tremulo, «e non voglio sostituirlo».

«Ti capisco, tranquilla» la rassicurò, commosso a sua volta. «Ti prometto che lo farò, ti scioglierò solo dai tuoi doveri di Guardia, potrai portare avanti tutte le ricerche e le indagini che vuoi, non ci metterò mai becco» aggiunse con ironia, per stemperare l’atmosfera.

«Grazie» biascicò. Dopo gli rivolse un sorriso comprensivo. «Non ti spaventa l’idea di diventare Fratello Maggiore?»

«Beh, in effetti sì» ammise, «ma sapevo delle condizioni di Raleigh ancora prima di entrare nella Confraternita, quindi in parte sono già abituato a questa idea…» la voce gli si spezzò sull’ultima frase: non era facile parlare della futura perdita di Raleigh, soprattutto non adesso che stava imparando a conoscerlo. Raleigh era il sole pazzo di marzo della Confraternita.

«A essere sincera» gli disse con un po’ di amarezza, «credo che gli Osservatori ti abbiano guidato verso Raleigh anche per questo: vogliono vedere come sarà la nostra Confraternita sotto la guida di una persona che ha con sé le abilità e l’esperienza di una Nogitsune».

«In effetti è una possibilità che non escluderei» esalò, amaro quanto lei. «E già che siamo in argomento: credi che Ismail la pensi come te sull’essere Castellano?»

«Non ne abbiamo mai parlato in modo aperto, ma credo che lui viva il suo ruolo in modo diverso dal mio: lui è il Castellano solo da pochi anni» gli spiegò. «Quando Gloria, la precedente Castellana, ci ha lasciato è stato un brutto colpo per me e Raleigh: è andata via perché il suo corpo ha ceduto, ma non è mai una bella cosa perdere una compagna d’armi e consorella, soprattutto quando si crea un forte legame di collaborazione».

«Immagino» assentì Stiles.

«Io e Raleigh vogliamo molto bene a Ismail, ma fra noi tre mancano gli anni di esperienze condivise e di complicità che io e Raleigh avevamo con Gloria: abbiamo sempre cercato di non farlo pesare a Ismail, ma penso che in definitiva in qualche modo sia un dettaglio che si avverte».

«Non credo proprio che Ismail si senta sul serio escluso da voi» la rassicurò.

«Lo so, però mi dispiace… Comunque» sospirò, «è per questo che credo che non ti chiederà di essere congedato: sento che lavorerete molto bene insieme» sorrise incoraggiante.

«Qualche consiglio su a chi chiedere di farmi da Guardia?» le domandò con leggera ironia.

Lei rise. «Non chiederlo a Lip, perché potrebbe picchiarti: lui ha sempre voluto il posto di Castellano, non di Guardia!»

Stiles rise ricordando il suo primo incontro con Philip. «Oh, lo so!»

«Sono stata io a proporre a Raleigh di scegliere fra lui e Ismail, ma alla fine ha vinto Ismail perché…» sembrò cercare le parole adatte per spiegarsi meglio, «è il meno freddo fra i due. Lip a volte si comporta troppo come un soldato che deve eseguire gli ordini, o quelli che pensa siano implicitamente tali, a ogni costo: mi preoccupa quando fa così».

«Dev’essere un effetto dell’allenamento da cacciatore che gli è stato impartito» osservò.

Lei concordò annuendo. «Lo credo anch’io. Tornando all’argomento "Guardia"» sospirò riflettendoci sopra, «ti consiglierei di scegliere qualcuno con cui viaggi bene: il Fratello Maggiore e la sua Guardia viaggiano spesso insieme, ci deve essere molta complicità e fiducia fra loro due. Devi essere certo che chi sceglierai sia qualcuno che ti coprirà le spalle sempre. Non scegliere Bhanuja» aggiunse subito e con tono fermo, «non ha i nervi d’acciaio che servono per questo ruolo, e lo dico con affetto».

«Lo so» assentì, «è più un tipo da scrivania».

«Già» sospirò Linda, e gli diede una pacca sulla spalla. «Comunque vada, stai tranquillo che di certo nessuno di noi ti lascerà da solo i primi tempi».

Stiles accennò un sorriso grato a sguardo basso: poteva ben vederli tutti intorno a lui a cercare di aiutarlo e sostenerlo, chi inespressivo – Philip – e chi invece accorato – Bhanuja. Vedere nella sua mente nel momento di bisogno i loro volti al posto di quelli del branco di Beacon Hills stava cominciando a fare sempre meno male.

«Credo che sia il caso di riposare» le disse sospirando. «Stenditi, faccio il primo turno».

«Grazie» gli mormorò, sciogliendosi i capelli e stendendosi su un fianco accanto a lui.

Stiles portò una mano sull’impugnatura di Black Self e iniziò la sua veglia guardandosi intorno e concentrandosi sui rumori della foresta.

Certe volte era davvero terrorizzato all’idea che presto sarebbe stato alla guida del Drago Scarlatto, ma poi pensava anche a quanto fosse grato a tutta la fiducia che gli stava dando Raleigh: in quanto Fratello Maggiore avrebbe anche potuto chiedergli di aspettare, di unirsi alla Confraternita dopo la sua morte per rendere Logan il suo erede, eppure aveva scelto lui. Forse perché lo aveva visto davvero simile a lui.

Sapere è potere, e lui avrebbe avuto fra le mani la responsabilità di custodire la conoscenza dell’Eden, quella biblioteca che tutti ritenevano così importante. E forse quello era il vero tipo di potere che aveva sempre desiderato.

Era felice che in molti lo vedessero come una buona guida, lo faceva sentire più sicuro di sé e una persona più in grado di stare al mondo senza fare danni.

Sperava che questo potesse rendere suo padre orgoglioso di lui, anche se non lo avrebbe mai saputo: sarebbe diventato un leader e in qualche modo avrebbe realizzato le aspettative che di certo suo padre aveva sempre avuto su di lui.

Sarebbe diventato un Fratello Maggiore e chiunque avesse osato fare del male alla sua gente avrebbe saggiato Black Self sulla propria pelle.

 

 

 

Ripartirono di mattina presto e nel giro di poco tempo la strada si fece in salita e gli alberi si diradarono lasciando posto a un paesaggio dove predominava il colore bianco – rocce bianche, sentieri sterrati bianchi, solo ogni tanto trovarono qualche tocco di verde grazie a dei pini silvestri e delle betulle.

A mezzogiorno circa l’umore di Stiles s’incupì: la strada stava diventando sempre più accidentata, Roscoe sembrava aver bisogno di bere ma lì non c’erano corsi d’acqua – gli cedette un po’ di quella che aveva nella borraccia – e in più lui stava cominciando ad avere fame.

Linda gli rivolse un largo sorriso che sembrò echeggiare la poca sottile accusa di essere un novellino, e gli disse che non potevano fermarsi perché sarebbe stata solo una perdita di tempo: ormai erano vicini alla meta.

Svariate imprecazioni dopo, finalmente cominciarono a vedersi da lontano le mura di Lunense.

Erano bianche.

Stiles aggrottò la fronte. «Sono fatte di ciò che penso io?» chiese perplesso.

Linda sorrise. «Già. Blocchi di marmo bianco grezzi, direttamente dalle cave di monte di Lunense: gli abitanti ci mettono il materiale e poi ci pensano gli Osservatori a spostarlo per innalzare le mura».

Nel mondo reale il marmo bianco era pregiato e costosissimo: Stiles con sadismo si divertì a immaginare quanta gente si sarebbe strappata i capelli urlando allo spreco.

Giunti abbastanza vicini a uno degli ingressi, Stiles vide le gigantesche colonne di marmo in stile tempio greco che erano poste ai lati dell’enorme porta.

Pur rimanendo inespressivo, portò le sopracciglia all’attaccatura dei capelli. «Questo non è per nulla pretenzioso, eh?»

Linda sogghignò. «I lunensi amano dare una forte impressione di sé».

«Non lo avrei mai detto».

Si fecero identificare dalle guardie e infine entrarono.

Se Stiles al primo ingresso a Namasté era rimasto sorpreso dai campi coltivati, qui restò meravigliato dagli sterminati pascoli recintati. C’erano perlopiù bovini e ovini da latte, macello e lana, e apparivano molto curati, grassi quanto bastava e per certi versi teneri; si udiva forte il rumore dei loro campanacci e i loro muggiti e belati, e anche se come era naturale si sentiva l’odore pesante degli animali non era qualcosa di disturbante – forse un po’ perché ormai Stiles si era abituato alle condizioni igieniche non sempre ottimali dell’Eden per via della mancanza di acqua corrente e di risorse in generale, e un po’ perché comunque si trattava soltanto di ciò che il suo olfatto supponeva di dover sentire.

Qua e là c’erano dei piccoli rifugi per i pastori – ne vide un paio affaccendati a mungere delle mucche, altri a tosare delle pecore – costruiti in blocchi di pietra massiccia e dal tetto robusto e circondati da un paio di grossi alberi dalla chioma folta per fare ombra; c’erano tre pozzi d’acqua sparsi per i pascoli.

Linda indicò con una mano le cime delle montagne che si vedevano oltre il centro abitato della contea. «Questa è una delle entrate più comode, perché dall’altro lato, oltre a essere poco praticabile per via dei monti, ci sono le cave: c’è troppa polvere, è poco sano e molto fastidioso attraversarle» lo informò.

Stiles si guardò intorno mal celando il proprio stupore. «Non so, considerando quello che già mi hai detto delle altre Contee Indipendenti, ho l’impressione di essere dentro un libro fantasy in cui in ogni regno l’economia ruota attorno a una sola risorsa specifica…»

Lei rise scuotendo la testa. «Beh, più o meno è così, ma grazie a queste specializzazioni e agli scambi di merce restiamo molto uniti».

Stiles non vedeva l’ora di visitare anche le altre contee, ormai era troppo curioso.

La contea in sé era abbarbicata parzialmente sul fianco di una grande montagna, quindi era tutta in salita e molto, molto caratteristica: le strade era poco larghe – una volta entrati nel centro abitato, dovettero scendere presto da cavallo – lastricate in pietra e costeggiate da edifici di due o tre piani tutti sistemati l’uno dopo l’altro, ricchi di balconi che traboccavano fiori. Nella costruzione delle case era presente del legno nei punti in cui di solito a Namasté c’era del metallo, e a Stiles sembrò che lì la popolazione fosse di numero abbastanza inferiore rispetto a Namasté – le strade non erano molto popolate – ma che in cambio tutti sembrassero molto più affabili e ansiosi di parlare con gente nuova, a confronto alle persone che lui aveva incontrato finora.

Stiles e Linda vennero ospitati nel dormitorio della Misericordia lunense, poi andarono a mangiare in una taverna pagando con della cacciagione presa da Linda durante l’ultima parte del viaggio.

«Tu ti occuperai di parlare con i pastori» lo istruì Linda, mentre coprivano di formaggio spalmabile delle fette di pane. «Il mese scorso gli Osservatori hanno pensato bene di testare i nervi degli allevatori lunensi facendo scoppiare un’epidemia fra le pecore: dobbiamo registrare i nuovi sviluppi ed eventualmente trovare dei riscontri con degli eventi passati».

Stiles aggrottò la fronte e replicò a bocca piena. «Perché devono essere così stronzi

«Ah» esalò sarcastica, «non chiederlo a me! A parte questo» e cambiò tono, assumendone uno velato di malizia, «cerca di parlare con un certo Rico, così lo conosci anche tu: lui e Diego flirtano in modo così impedito da essere imbarazzanti».

Stiles non riuscì a trattenere una risata sorpresa e per poco non gli andò un boccone di traverso; bevve dell’acqua. «Non potremo limitarci a fare gli amici supportivi e basta?»

«Non ho mica intenzione di stuzzicarli» protestò, fingendosi innocente.

Lui la fissò scettico.

Linda agitò una mano come a spazzare via la questione. «A ogni modo, se ti chiederà di Diego – e lo farà – prova a raccontargli in maniera più o meno casuale delle cose che piacciono a Diego, così magari si decide a fargli un regalo per corteggiarlo!»

Stiles rise scuotendo la testa. «Ci proverò».

Lasciato il locale, Linda andò a parlare con i nuovi Inseriti e lui rimontò a cavallo per recarsi di nuovo ai pascoli.

Si fermò al primo pozzo che vide, perché notò che intorno c’erano raccolti dei pastori che prendevano dell’acqua. Si presentò come un confratello nuovo – dal castello cercavano sempre di avvertire quando in una contea stava per arrivare un confratello o una consorella, per evitare furti di identità e impostori – e fu subito accolto con domande apprensive e curiose su come stesse e su come si trovasse; poi cominciarono a parlargli delle perdite che aveva subito il loro gregge e l’atmosfera non fu più così leggera e piacevole.

Uno degli allevatori gli disse che ipotizzava che quella fosse stata una mossa da parte degli Osservatori per spingere l’intera contea a focalizzarsi solo sul commercio del marmo, e Stiles non poteva dargli torto: alla fine erano stati costretti a chiedere una cura agli Osservatori e il prezzo chiesto era stato la rinuncia a spostare più avanti le mura della contea in direzione dei pascoli, a favore dell’espansione verso la montagna, dove si potevano creare altre cave.

Gli Osservatori avevano l’abitudine di giocare a fare gli dei onnipotenti forgiando a piacimento il destino degli abitanti dell’Eden, e Stiles si domandava se per caso gli esperimenti sociali come quelli fatti a Lunense non fossero altro che delle prove di attacco a una popolazione svolto in scala ridotta da rifare poi nel mondo reale. L’Eden in fondo non era solo un laboratorio aperto per testare le creature sovrannaturali, nei fatti lì si poteva testare l’umanità. Era un’idea che gli metteva i brividi.

Terminato di scrivere tutto, i pastori si ostinarono a riempirgli la borraccia con l’acqua del loro pozzo, dicendo che era più pura – e non è che potesse dargli torto: anche alla taverna l’acqua servita gli era sembrata particolarmente cristallina – e a regalargli una caciotta alle noci – che aveva un aspetto davvero buono, e forse valeva la pena appestarsi la sacca di puzza di formaggio per lei.

Tornò a cavallo e si spostò verso il centro dei pascoli, dove c’erano le capre. Giunto nei pressi di un rifugio, agitò un braccio in segno di saluto e per attirare l’attenzione delle persone presenti.

«Ehi! Sono del Drago Scarlatto» gridò amichevole, «c’è un certo Rico lì?»

Gli allevatori lo ricambiarono allo stesso modo, poi un ragazzo avanzò verso di lui.

Era poco più basso di Stiles, sembrava qualche anno più giovane di lui e aveva un aspetto abbastanza… particolare: aveva un undercut che lasciava i capelli – nerissimi – presenti sulla parte superiore della testa abbastanza lunghi da essere legati in un codino da cui sfuggivano parecchie ciocche; la sua pelle era olivastra e gli occhi neri erano di un taglio a mandorla, ma quello che attirava di più l’attenzione era com’era vestito, perché nonostante i tessuti semplici e poveri degli abiti che portava era conciato come un pastore punk. I tatuaggi e i piercing alle orecchie e alla narice erano dei tocchi anacronistici che lo rendevano ancora più fuori da qualsiasi mondo.

«Ehi» lo salutò il ragazzo, sorridendo affabile, «sono io Rico. Cosa posso fare per te?»

Chissà perché, ma Stiles lo aveva sospettato che fosse lui. Sorrise e scese da cavallo. «Sono Stiles» si presentò, allungando un braccio verso di lui. Si strinsero la mano.

«Oh! Diego mi ha parlato di te!» esclamò, allargando di più il sorriso, e già questo bastò a Stiles per capire la portata della situazione. «Sei il marito di Derek, vero? L’altro tipo nuovo che ultimamente viene sempre qui con lui».

«Uhm sì, più o meno» biascicò, e provò a spostare la conversazione su altri lidi, prima di dovere spiegare di nuovo che lui e Derek non erano sposati-sposati. «Sono qui per sapere come vanno le cose».

«Uh sì». Rico si lanciò in una narrazione abbastanza vivace e ironica degli ultimi fatti successi ai pascoli e di come andassero le vendite, e Stiles appuntò tutto annuendo fra una risata sbuffata e l’altra.

«Ti va di vedere dei piccoli di capra nana?» gli chiese infine Rico, entusiasta.

«Perché no?»

Rico gli fece cenno di seguirlo; lui legò Roscoe, scavalcò la staccionata e si lasciò guidare.

Andarono sul retro del rifugio. «Ho vissuto a New York per tutta la vita» gli spiegò Rico mentre camminavano, «prima di venire qui non avevo mai visto dal vivo degli animali da allevamento, quindi so che incontrarne alcuni è… un’esperienza particolare» concluse rivolgendogli un sorriso complice.

Annuì sorridendo a propria volta. «Sì, capisco cosa intendi». Già per lui stare a contatto con Roscoe era qualcosa di stranissimo ma bello, vedere un animale oggettivamente carino ma mai visto dal vivo doveva essere qualcosa di ancora più bello.

La meta fu un recinto di dimensioni più ridotte e dalla staccionata più alta, più fitta e rinforzata delle altre.

«Le capre sono fottutamente intelligenti e delle arrampicatrici» gli spiegò Rico, sorridendo deliziato, «e siccome queste sono appena arrivate, le stiamo mantenendo un po’ qui per acclimatarle». Aprì piano in cancelletto e lasciò entrare Stiles.

«Oh mio Dio» mormorò Stiles, capendo per la prima volta perché la gente passasse così tanto tempo su YouTube a guardare video di cuccioli. «Sembrano così morbide!» Si accovacciò a terra per accarezzarle e le caprette lo circondarono subito, curiose e belanti.

Rico rise. «Attenzione che quella marrone è una piccola bastarda: ha il vizio di salire in testa alle persone!» lo avvertì.

Stiles sorrise divertito e continuò a fare i grattini a una capretta nera a macchie bianche. Era confortevole come prendersi cura di Roscoe. Forse aveva davvero bisogno di un gatto.

Rico era rimasto a osservarlo stando appoggiato pigramente al cancelletto. «Quindi… uhm, Diego per ora è alla Contea delle Arance con Derek, eh?» chiese, per nulla disinvolto.

Assentì. «Sì, sono più o meno lì intorno, dovrebbero rientrare a Namasté fra circa cinque giorni».

Rico annuì a propria volta, a sguardo basso. «Non ci vediamo da un pezzo. Una ventina di giorni. Ventidue, a dire il vero».

Quanto capiva Linda in quel momento. «È un peccato che non possiate incontrarvi nel suo tempo libero per colpa della distanza» provò a parlargli con nonchalance, «Diego è uno che si annoia facilmente. Al dormitorio di Namasté non fa altro che provare a intrattenersi parlando a tutti di calcio». Stava cercando in modo sottile di mettergli in testa un’idea…

«Davvero?» mugugnò Rico.

«Già. È così dispiaciuto di non avere visto i Mondiali di Calcio in Brasile. Chissà come si divertirebbe se potesse avere un pallone…» Ok, quella era stata una mossa forse un po’ troppo diretta, ma magari così Rico si sarebbe dato una mossa a fargli un regalo: la situazione era davvero drammatica.

In risposta ricevette una lunga serie di smorfie pensose e un «Uhm, sì. Già».

Stiles sospirò, diede un ultimo saluto alla caprette e si alzò da terra. «Devo ultimare il mio giro per i pascoli prima che cali la sera, meglio che vada, adesso».

«Certo» gli rispose biascicando, sembrava ancora perso nei propri pensieri.

Rico lo riaccompagnò alla staccionata principale accanto alla strada, a cui aveva legato Roscoe, si scambiarono i contatti personali – e in quell’occasione Stiles ne approfittò per chiedere in breve a Rico cosa fosse, presentandosi però prima come umano: era un caracal mannaro; chissà se quando si trasformava aveva i ciuffi lunghi sulle orecchie… – e si salutarono dicendosi che si sarebbero risentiti presto.

Si affrettò a parlare con gli altri gruppi di pastori che vide per i pascoli e, soddisfatto dalla sua prima raccolta di cronache, ritornò verso il centro della contea.

 

 

 

Passata la notte al sicuro all’interno del dormitorio della Misericordia, la mattina dopo partirono molto presto alla volta della Contea delle Arance.

Quando si fermarono alla porta alle mura di Lunense prima di uscire, Stiles si stiracchiò e sbadigliò a lungo, borbottando un paio di imprecazioni contro la levataccia che aveva dovuto fare; di sottecchi vide Linda ridere di lui; le rivolse il dito medio.

Usciti dalla contea cavalcarono a lungo facendo una sola tappa per abbeverare i cavalli. Presto si lasciarono alle spalle l’aria frizzante della montagna e la sua brezza fresca, e Stiles sentì sempre più bisogno di togliersi il mantello da viaggio.

Fra le Contee Indipendenti quella delle Arance era la più prossima alle due che si affacciavano sull’oceano, quindi il suo clima era più caldo di quello di Namasté. Nell’Eden tra l’altro bastava una sola giornata di viaggio a cavallo per ritrovarsi in un clima del tutto diverso da quello che ci si era lasciati alle spalle: a quanto sembrava agli Osservatori era piaciuto ricreare più climi ed ecosistemi possibili in un unico spazio ristretto.

Il tratto di percorso di quel giorno trascorse senza intoppi ed ebbero anche modo di passare la notte vicino a un laghetto e di cenare con dei pesci presi da Linda.

La notte fu placida, con per sottofondo il leggero rumore delle acqua del lago e della fauna lacustre. Stiles si sentì abbastanza ritemprato quando dopo l’alba ripartirono.

Da quel punto in poi seguirono un sentiero all’interno di una foresta fatta di pecci e faggi; quel posto profumava di verde e umido, alcuni tronchi erano ricoperti di muschio a chiazze e il sottobosco era ricco di felci.

Galoppavano da almeno un’ora quando Stiles cominciò a percepire qualcosa di strano; fece rallentare Roscoe, e Linda l’imitò con Betty.

Stiles spinse il cavallo a voltarsi indietro, si guardò attorno. «C’è qualcosa di strano» mormorò a Linda, «lo senti anche tu?»

Lei annuì piano, circospetta. Se lo percepiva anche lei che era un licantropo alpha, allora doveva proprio essere vero.

«La natura è molto più che silenziosa, è nascosta» osservò Stiles. «Teme qualcuno».

Gli occhi di Linda si illuminarono di rosso. «Predatori» sussurrò atona.

Stiles serrò la mascella. «Deve esserci una trappola per noi più avanti, per bloccarci».

Linda scosse la testa. «Ci hanno sentito fermarci e sono diventati impazienti. Stanno venendo, li sento». I suoi artigli scattarono.

Stiles sfoderò Black Self. «In quanti sono?»

«Cinque. Sono veloci, ci stanno per circondare».

Non è che potessero scappare anche se a cavallo, non in due contro cinque, non senza sapere chi fossero e se ci fossero altri complici ad aspettarli più avanti.

Nonostante tutto, Stiles si sentì incredibilmente freddo.

Linda parlò ad alta voce mostrando le zanne. «Penso che sia ora di smetterla di giocare e farsi avanti, no?»

E poi, subito dopo, Stiles sentì alle proprie spalle una voce femminile familiare.

«Ciao, tesoro. Notizie su dove posso trovare Derek?»

Kate Argent.

Stiles inspirò a fondo, irritato e nervoso, e voltò il cavallo per guardarla in faccia.

Kate aveva gli occhi illuminati di verde e i tratti del viso mutati per la trasformazione in giaguaro.

«Dovresti cambiare trucco» biascicò Stiles, sarcastico, «questa tonalità di blu sulla pelle non ti dona».

Lei gli rivolse una smorfia derisoria. «Che ci fai con una katana in mano?»

«Affetto gente per cena. Tu che ci fai con zanne e artigli?» Si guardò veloce attorno: quelli con Kate erano tre uomini e una donna, tutti mannari di vario tipo da quello che poteva vedere, e tutti – Kate compresa – avevano cucita sui vestiti una toppa con un simbolo ricamato: uno scudo dagli angoli spigolosi al cui interno c’era una X bianca su campo nero.

Kate era entrata a far parte della cazzo di Compagnia del Raccolto. Stiles non poteva dirsi sorpreso.

«Ritocco dei bei faccini» gli rispose Kate senza colpo ferire. «Ripeto: dove-è-Derek?»

Stiles scrollò le spalle. «Che ti frega, tanto mica è stato lui a portarti qui».

Lei emise un ringhio. «Accidentalmente ho avuto una seconda possibilità e con un corpo più forte, e quando ho deciso di tornare a Beacon Hills per rimettere in sesto la mia famiglia cosa ho scoperto? Che voi ragazzini avete ucciso Allison. E poi per colpa di Derek mi ritrovo fuori dal mondo».

Stiles le rispose sibilando fra i denti. «Tu non ne sai un cazzo di com’è morta realmente Allison».

«Era con voi quando è successo, e tanto mi basta».

«Non hai davvero idea di cosa stava facendo quando è morta, perché tanto è qualcosa che non capirai mai» sottolineò furente e gelido.

«Dimmi dov’è Derek. Sento il suo odore addosso a te, quindi siete insieme» incalzò sarcastica e senza muovere un muscolo.

«Se vuoi uccidere Derek» scese da cavallo e si rigirò veloce la katana fra le mani, «credo che prima dovrai passare sul mio cadavere». Linda saltò giù da Betty ringhiando.

Kate abbozzò un piccolo ghigno. «Potrebbe essere anche fin troppo facile farlo. Del resto, ho un conto in sospeso anche con te: c’eri anche tu quando lei è morta».

«Ti consiglio di tacere, se non vuoi irritarmi oltre».

Kate ringhiò ancora più forte e gli si scagliò addosso. Linda si avventò sugli altri.

Kate sembrava non avere paura di parare i colpi della lama con le braccia, probabilmente perché ormai confidava nella sua guarigione prodigiosa da mannara, ma questo non voleva dire che comunque non fosse sorpresa di vederlo combattere in quel modo, e ciò era a favore di Stiles. E lui era una volpe umana, sapeva come giocare sporco e usare le gambe sfruttando qualche mossa che gli aveva insegnato Philip: con i piedi riuscì a colpirla un paio di volte sul retro dei polpacci e la vide storcere il naso, infastidita.

«Non sai ancora combattere bene usando gli artigli, vero Kate?» la schernì. «Sei troppo abituata a impugnare fucili e pistole, peccato che qui le armi da sparo non ci sono». Lei ringhiò arrabbiata e frustrata.

Stiles aveva trascorso gli ultimi dieci giorni del suo apprendistato duellando anche con Linda, perché lei era un’alpha con dell’esperienza sul campo ed era l’ideale per imparare a difendersi da solo anche da un mannaro: per quanto Kate fosse stata cresciuta allenandosi come una cacciatrice, si vedeva che le armi che ora aveva in mano – gli artigli, le zanne e la forza sovrannaturale – le erano del tutto ancora estranee e non sapeva sfruttarle appieno; a confronto a Linda era una principiante.

Kate provava a colpire con violenza, ringhiando e distorcendo il volto e dando fondo alla propria aggressività: era orrenda a guardarsi, priva della grazia felina che apparteneva all’animale a cui avrebbe dovuto somigliare. Non aveva alcun potere su Stiles.

A un tratto però Kate riuscì a procurargli un piccolo taglio sul mento e l’odore del suo sangue dovette arrivare al naso di Linda, perché la sentì ruggire il suo nome; di sottecchi la vide indietreggiare, Stiles intuì la sua mossa: camminò indietro rapido a sua volta e veloci si scambiarono i posti.

Linda aveva bisogno di una pausa da quello scontro multiplo, lui invece ne aveva bisogno una da quel singolo incontro troppo intenso.

Stiles notò che Linda doveva aver fatto fuori uno dei quattro tizi, perché mancava all’appello, e gli altri erano tutti feriti – c’erano tracce di morsi sui loro corpi, perché Linda era una che amava combattere con le zanne e finire i propri avversari strappando via la loro gola con i denti.

Approfittò del momento di confusione che provarono i suoi tre avversari vedendo quel cambio di persona improvviso, e con sicurezza trapassò il petto di uno di loro; il suo corpo svanì subito in mille pixel. Stiles non provo niente: quel tipo aveva scelto di fare parte della Compagnia del Raccolto, non meritava i suoi ripensamenti o i suoi sensi di colpa.

I due rimasti ancora in piedi erano molto più bravi di Kate a gestire gli artigli, ma erano meno forti; ciò che li rendeva pericolosi era che stessero facendo squadra attaccandolo insieme. Stiles si lasciò sprofondare un po’ di più negli istinti oscuri non suoi e contrattaccò freddo, preciso e sicuro perfezionando ogni mossa grazie ai consigli ricevuti da Philip. Permise ai due uomini di avvicinarsi di più al suo spazio personale e poi li sorprese sfilandosi un pugnale dalla manica destra e pugnalando con la mano sinistra il collo di uno, e approfittando dello stupore dell’altro gli diede una ginocchiata allo stomaco.

Scomparso anche l’altro cadavere, sentì Linda pronunciare di nuovo il suo nome, e notando che non si udiva nessun altro rumore si affrettò a bloccare l’ultimo uomo rimasto contro un albero, premendogli un piede contro il petto e puntandogli il pugnale alla gola.

Quando finalmente si voltò a vedere cosa fosse successo, vide che Linda teneva Kate ferma restando alle sue spalle: le teneva i polsi bloccati dietro la schiena con una mano, mentre l’altra era artigliata sopra il cuore di Kate, e le sue zanne le sfioravano la gola di lato.

«Ora» disse Linda con voce da alpha, «voi due potreste anche illuminarmi la giornata facendomi la cortesia di lasciarvi uccidere, ma credo anche che potrei permettervi di andare via se in cambio mi diceste un paio di cosette…» insinuò.

Kate provò ad aprire bocca con espressione sarcastica. Linda affondò le zanne nella sua spalla e le portò via un piccolo pezzo di carne, per poi sputarlo. Kate ruggì di dolore.

«Possiamo discutere, adesso?» domandò Linda con nonchalance.

«Cosa cazzo vuoi sapere?» sibilò Kate fra le zanne.

«Quanti altri di voi ci sono qui intorno?»

«Soltanto un altro gruppo più a sud. Sono in tre».

Linda soppesò la risposta per qualche secondo, poi fissò Stiles negli occhi, solenne, ma non annuì, segno che dovevano liberarli e non ucciderli: se ogni volta avessero ucciso qualcuno dopo avergli estorto un’informazione e si fosse saputo in giro, nessuno avrebbe più voluto trattare con quelli del Drago Scarlatto.

Come da procedura, si limitarono a ferirli in maniera grave prima di rilasciarli, per rallentarli e impedire loro di seguirli di nuovo. Poi li lasciarono a terra e rimontarono a cavallo.

Kate alzò il viso da terra e rivolse a Stiles uno sguardo carico di furia. «Lo sai che troverò Derek comunque, vero?» lo minacciò.

Le ribatté monocorde. «Tu prega che non sia prima lui a trovare te». Spinse Roscoe e a voltarsi, e insieme a Linda ripartì al galoppo verso la Contea delle Arance, e verso Derek.

 

 

 

Stiles e Linda corsero senza fermarsi per forse una ventina di minuti, poi si fermarono solo per pochi attimi per inviare dei messaggi e ripresero il viaggio senza fermarsi mai più e senza smettere di andare al galoppo. Era stato necessario avvertire gli altri confratelli in viaggio del loro incontro e degli altri membri del Raccolto presenti a sud, e in più avevano informato anche quelli della Misericordia, affinché li cacciassero.

Stiles sapeva che Derek sarebbe stato avvisato all’istante dai propri compagni che suo marito era stato attaccato, quindi non aveva perso tempo: gli aveva scritto personalmente di Kate e che non era stato ferito.

Lui e Linda rallentarono e si fermarono solo quando giunsero di fronte alla porta di uno degli ingressi alla Contea delle Arance.

Linda si abbassò a dare una pacca a Betty – entrambi i loro cavalli erano abbastanza provati – e rivolse a Stiles uno sguardo seccato e stupito. «Ora posso perdere tempo a chiedertelo: che cazzo vuole quella cagna da tuo marito?»

Stiles scosse la testa sospirando stanco. «Si chiama Kate Argent. È una lunga storia e non è giusto che sia io a raccontarti i dettagli, ma per farla breve ti basta sapere che Kate era una cacciatrice umana, e anni fa ha provato a sterminare l’intera famiglia di Derek bruciandola viva, eliminando sia licantropi che umani». Vide Linda strabuzzare gli occhi e fare una smorfia sbalordita. «Sono sopravvissuti in quattro, ora sono solo in tre… ma comunque, il succo è che Kate è un’assassina, adesso è un giaguaro mannaro e a quanto possiamo vedere non ha mai smesso di essere ossessionata su Derek e sulla sua famiglia».

Linda storse il naso. «Il classico caso di cacciatore a cui il brivido della caccia piace così tanto da dargli alla testa spingendolo a dare la caccia a tutto».

Stiles assentì mentre osservava le guardie alla porta consultarsi prima di farli passare per poi cominciare a sgombrare loro la strada. «A rifletterci bene, non credo che Kate sia propriamente psicopatica, anzi direi che è molto lucida: ama la caccia in modo estremo, quindi non mi meraviglia sapere che è entrata nella Compagnia del Raccolto».

«Le si addice» commentò Linda, sarcastica.

«Direi proprio di sì».

Le mura di cinta della Contea delle Arance avevano la struttura abbastanza semplice – molto più simile a quella di Namasté e senza i dettagli pretenziosi di quelle di Lunense – e Stiles provò con tutto se stesso a non canticchiare mentalmente la sigla di The O.C. quando vide la porta d’ingresso aprirsi per loro. Fallì.

Era stato così perso nella propria frustrazione e ansia che si era però scordato della meraviglia che seguiva sempre l’entrata in una contea – il paesaggio del territorio che precedeva il centro abitato.

Sapeva già che lì si coltivavano in particolari agrumi e cereali, ma la grande distesa di agrumeti che vide riuscì lo stesso a sorprenderlo: era una sterminata massa di foglie verde scuro brillanti dalla forma allungata, da cui si affacciavano frutti rotondi che coglievano tutte le sfumature del giallo e dell’arancione.

Gli agrumeti erano divisi per tipo ed erano separati l’uno dall’altro da stradine sterrate più strette della via principale che collegala la porta delle mura di cinta al centro abitato della contea. Era tempo di raccolto a quanto sembrava, perché il posto era abbastanza pieno di gente che armata di scale, ceste di vimini e cesoie tagliava via i frutti dai rami.

Linda si soffermò a scambiare un saluto con una sua conoscenza, e Stiles ne approfittò per chinarsi ad accarezzare un asinello che era pronto a trasportare un piccolo carretto carico di cesti di agrumi.

Tornarono ad avanzare a passo un po’ più lento, mangiucchiando gli spicchi di mandarino che avevano ricevuto in regalo.

«Prima che ce ne andiamo devo proprio portarti a vedere i campi che ci sono dall’altro lato» gli disse Linda a bocca piena, «le spighe di grano sono mature, ma so che non c’è ancora stata la mietitura: ti piacerà vederle» concluse con un sorriso.

Almeno le cose belle da vedere non mancavano mai in quel mondo che altro non era che una prigione.

Se Namasté era la classica città medievale costruita intorno a un castello, e Lunense si sviluppava in salita lungo il fianco di un monte, la Contea delle Arance invece sembrava più che altro un villaggio molto popoloso: gli edifici non erano a più piani e l’uno accanto all’altro come a Namasté, c’erano solo case singole ben distanziate, le strade erano larghe e anche se sterrate erano ben mantenute e c’era presente una sola meridiana – era orizzontale su base ottagonale di pietra chiara, ed era posta in quella che a occhio doveva essere la piazza luogo di ritrovo degli abitanti.

La loro prima tappa fu la Caserma della Misericordia, se non altro per aggiornare tempestivamente i confratelli lì presenti del loro incontro nella foresta.

La Caserma più che essere la sede della Misericordia era il suo dormitorio principale: non era un palazzo, ma solo una semplice casa di pietra a due piani dall’aspetto un po’ più rinforzato – non era neanche un edificio austero – perché serviva solo come sede nominale e per riunirsi in caso di emergenza, dato che nessun confratello aveva una casa vera e propria – era molto spesso in giro per le foreste e per le contee.

Qualche metro prima che si fermassero di fronte alla stalla, Stiles vide Derek uscire dalla sede: aveva l’aria preoccupata ed era fremente, e quando il suo sguardo incrociò quello di Stiles invece di rilassarsi sembrò diventare ancora più ansioso; andò verso di lui a grandi passi e Stiles scese da cavallo per andargli incontro.

Stavolta fu il turno di Stiles di indietreggiare di qualche passo perché travolto dall’abbraccio di Derek.

Percepire il corpo di Derek distendersi all’istante non appena furono stretti, provocò in Stiles un’emozione dolce e calda: sentì il proprio cuore finalmente rallentare il ritmo dei battiti e le spalle smettere di essere rigide; fu uno dei conforti più intensi che avesse mai ricevuto dopo aver superato un momento difficile.

Derek rimase a lungo fermo con il profilo del naso premuto contro la tempia di Stiles, e lui non osò allontanarsi, anzi si lasciò cullare dal suono del respiro di Derek per sciogliere ancora di più i nervi, e gli posò una mano sulla nuca.
Non aveva mentito a Kate: lei avrebbe dovuto passare sul serio sul suo cadavere prima di fare del male a Derek, perché Derek era ormai tutto ciò che aveva, e se anche avesse dovuto lottare usando solo la forza della disperazione, lo avrebbe protetto. Avrebbe protetto tutto ciò che gli restava della vita a Beacon Hills, quella beata ignoranza che non avrebbe mai più avuto indietro insieme alla possibilità di difendersi senza uccidere: Derek era l’unico ponte che lo collegava a tutto ciò, a quello che era stato e che in fondo non avrebbe mai rinnegato.

Inspirò a fondo l’odore di Derek schiacciando la fronte contro la sua spalla e poi ruppe il silenzio mormorando una rassicurazione. «Sto bene».

Derek si allontanò appena da lui, gli fissò con aria critica il taglio che aveva sul mento. «Sei ferito».

«È solo un graffio» biascicò, sentendo tutto lo stress di quelle ultime ore cominciare a pesargli sulle spalle; si mosse per stropicciarsi un occhio, ma Derek gli afferrò il mento per osservare meglio la ferita.

«Ti sei disinfettato?» chiese sospettoso.

Stiles deglutì a fatica. «Uh. Ancora no. Non ho avuto tempo» ammise. Era di fondamentale importante pulire sempre anche il minimo taglio, dato che nell’Eden per un’infezione si poteva morire.

Derek sospirò ostentando pazienza, gli strinse piano una mano attorno al braccio e lo invitò a seguirlo. «Vieni, ci pensiamo subito» accennò a un suo confratello di pensare a sistemare Roscoe.

«Non sono un bambino, sai?» protestò, seppure obbedendogli. «Non mi sono sbucciato un ginocchio giocando a nascondino» borbottò sarcastico mentre entravano nella cucina.

Derek per tutta risposta prese un cesto pieno di bottigliette di vetro e garze e fissò Stiles inespressivo, emanando al contempo un sarcasmo pari al suo. «Fai il bravo e siediti sul tavolo, così lo zio Derek pensa alla bua».

Stiles roteò gli occhi ma lo accontentò, sistemandosi sul lato più vicino alla finestra.

Derek prese una garza pulita, la immerse in una ciotola d’acqua presa dal pentolone che bolliva sul fuoco del camino e cominciò a pulirgli il taglio con delicatezza; Stiles gli fece spazio allargando le ginocchia, e lui si sistemò fra le sue gambe.

«A volte penso che l’universo stia cercando di dirmi qualcosa con Kate» biascicò Derek, con del sarcasmo asciutto, «solo che non riesco a capire cosa».

«Probabilmente l’universo ha le tue stesse capacità comunicative: hai provato a parlargli muovendo le sopracciglia?» ribatté ironico.

Derek si fermò a rivolgergli un’occhiata inespressiva, poi sospirò e passò a disinfettare la ferita. «Quello che volevo dire è che sembra che non esista mondo in cui Kate non voglia uccidere la mia famiglia».

Stiles afflosciò le spalle e strinse appena le ginocchia contro i fianchi di Derek. «Mi dispiace. E mi dispiace anche non aver potuto eliminarla: non era la situazione ideale».

«La uccideremo la prossima volta» gli ribatté atono e sicuro, fissando il taglio e non propriamente Stiles.

Lui gli posò le mani sulle spalle, accarezzandogliele roteando i pollici in un gesto consolatorio. «Ehi» lo richiamò con un sussurro, «sto bene».

Derek abbassò lo sguardo sulla boccetta di disinfettante che doveva chiudere, sbuffò un mezzo sorriso aspro. «Io no».

Stiles espirò forte allacciandogli le braccia al collo. «Sono qui. Sono qui» gli mormorò più volte all’orecchio, e Derek ricambiò la sua stretta circondandogli i fianchi con le braccia.

In quel mese erano diventati davvero bravi a lasciarsi andare e a concedersi tutto il calore umano di cui avevano bisogno: adesso era semplice e naturale toccarsi e invadere l’uno lo spazio personale dell’altro, era una cosa che rendeva Stiles felice. Sarebbe impazzito se non avesse avuto qualcuno da abbracciare così.

Quando Stiles sentì che ormai entrambi avevano assorbito tutto il conforto che era loro necessario, si allontanò appena da Derek e gli posò una mano sul lato del collo; gli sorrise. «Ehi, non sono mai stato qui, ti andrebbe di fare un giro insieme non appena finirò di raccogliere le cronache?» gli propose. Ormai erano tutti e due quasi al termine delle loro missioni, avrebbero potuto concedersi un paio di ore da soli, prima di rientrare a Namasté.

Derek annuì a sguardo basso.

«Bene» esalò Stiles, poggiando la propria fronte contro la sua. Magari sarebbero riusciti a ricavare qualcosa da quella visita alla Contea delle Arance.

 

 

 

Stavolta toccò a Stiles occuparsi dei nuovi Inseriti che si erano stabilizzati nella contea. Chiedendo un po’ in giro di loro ne trovò un paio nei propri posti di lavoro: pose loro le stesse domande che Bhanuja aveva fatto all’inizio a lui e Derek e aggiunse anche che se volevano in un secondo momento potevano raccontare al Drago Scarlatto tutta la propria storia.

Incontrò l’ultima nuova Inserita presso il piccolo laghetto artificiale in cui le lavandaie della contea facevano i panni. Lei si disse subito disponibile a narrargli la sua vita nel mondo reale, e si accomodarono sotto un albero nei pressi della sponda affinché Stiles potesse scrivere meglio.

Stiles ricordava i suggerimenti che gli avevano dato durante l’apprendistato – non forzare la mano, non mostrarsi troppo curiosi o si rischiava di apparire morbosi e ambigui, atteggiarsi in modo affabile ed essere empatici ma non troppo, per non farsi coinvolgere – solo che in alcuni punti gli fu difficile non essere curioso di saperne di più, e in alcuni istanti si ritrovò a guardarsi intorno impacciato mentre la tipa spargeva qualche lacrima ricordando un episodio della propria vita. Strinse i denti e cercò di essere il più professionale possibile.

Non appena finito inviò un messaggio a Linda, che gli diede appuntamento alla Caserma.

Quando giunse alla meta la vide accanto ai loro cavalli, ritemprati e di nuovi sellati. «Vieni» lo invitò con un sorriso, «ti porto a vedere i campi!»

Stiles conservò la penna stilografica e le proprie note nella sacca e montò su Roscoe, curioso e sorridendo eccitato.

«Allora…» esordì Linda, rivolgendogli un’occhiata di sottecchi e sfoggiando un sorrisetto furbo, «tu e Derek?»

Stavano proseguendo a passo spedito ma lento verso i campi coltivati; Stiles si umettò le labbra e si schiarì la voce, prima di risponderle. «Stai alludendo a qualcosa?»

«Ovvio!» esclamò, guardandolo come se fosse stupido, e divenne poi di nuovo maliziosa. «Quando siete arrivati qui non eravate così… intimi».

Stiles la fissò inespressivo.

«Andiamo» obiettò Linda, «all’inizio sembrava che foste più a vostro agio a scaccolarvi in pubblico che ad abbracciarvi!»

«Non che in effetti non fosse così…» mugugnò Stiles.

«E allora?» incalzò lei.

La guardò sospettoso. «Me lo stai chiedendo per raccogliere informazioni da dare a Philip?»

Linda sporse il broncio come a supplicarlo.

Lui schioccò la lingua e scosse la testa. «Nah, non funziona!»

«Peccato» esalò lei, fermando Betty al limitare dello sbocco di una strada.

Stiles la imitò e alzò lo sguardo: quello che vide lo meravigliò e lo spinse ad abbozzare un sorriso. «Wow» mormorò, invitando Roscoe ad avanzare di più verso il campo coltivato che si stagliava davanti a loro.

«Già» esalò Linda ironica, «e io che prima di vedere ciò pensavo che simili paesaggi esistessero solo nelle pubblicità dei biscotti e in quelle dei prodotti naturali dai prezzi esagerati».

Era una larga distesa di spighe dorate che ondeggiava piano seguendo la brezza fresca che soffiava: somigliava a un mare che si muoveva in modo lento e calmo, e in più il movimento provocava un continuo e piacevole fruscio.

Il confine del campo era marcato da una linea di grossi ulivi, che sorgevano l’uno a qualche metro di distanza dall’altro, e alle loro radici crescevano papaveri e campanule blu.

«Non ho sempre un mare da osservare a lungo per rilassarmi» mormorò Linda, nostalgica, «quindi provo a ovviare a questa mancanza guardando le spighe ondeggiare».

Stiles espirò a fondo chinandosi di più verso il collo di Roscoe, per appoggiarsi a lui mentre si distendeva meglio in avanti. «Credo di capire quello che vuoi dire. È calmante».

Lei sbuffò un sorriso comprensivo. «Sapevo che ne avevi bisogno. Tu e Derek state meglio?»

Stiles scrollò le spalle. «Dopo Kate, non c’è mai di stare meglio. Sono meno in ansia, ma temo di sapere cosa stia passando per la testa a lui. Proverò a parlargli più tardi» sospirò raddrizzandosi. «Sei abituata a stare vicino al mare?» le domandò aggrottando la fronte, collegandosi alla sua precedente affermazione. «Non sono mai riuscito a capire bene le tue origini, hai i lineamenti misti…» Linda aveva il fisico morbido e sensuale delle donne del Sudamerica, e la pelle olivastra e gli occhi neri e grandi dalla forma allungata.

«Sono cresciuta sull’Atlantico, in Colombia» rispose arricciando il naso – non doveva stare ricordando qualcosa di piacevole, «ma ho sangue peruviano e caraibico, da parte di mia madre. Da parte di mio padre biologico non ho idea, so solo quello che ipotizzava mamma, cioè che fosse arabo, anche se non so di preciso di dove».

«Sudamerica, eh? Un po’ l’avevo intuito, anche perché dicevi di parlare spagnolo, solo che Linda non mi sembrava un nome molto… ispanico, diciamo» gesticolò.

Lei rise scrollando la testa. «Non sei l’unico a insistere col farsi chiamare con un soprannome, sai? Il mio vero nome è Brunilda. Brunilda Escobar. Linda è l’anagramma dell’ipocoristico Nilda».

Stiles inarcò un sopracciglio, scettico. «Devi proprio odiarlo questo nome».

«Puoi giurarci» sbuffò una risata nasale e sarcastica, «me l’ha dato mio padre adottivo».

La guardò assottigliando gli occhi. «Lo sai che mi stai rendendo sempre più curioso della tua storia, vero?»

Linda ricambiò il suo sguardo con ironia, schioccò un paio di volte la lingua per esortare Betty a fare retromarcia e andare via e Stiles la seguì a ruota.

«È una storia cruenta e un po’ splatter» gli disse con tono giocoso.

«Fantastico: è proprio il tipo di storia che preferisco» insisté, scherzoso quanto lei.

Lei scosse la testa ridendo e mordicchiandosi un labbro, poi iniziò a raccontare, mentre camminavano di nuovo verso il centro abitato.

«I miei bisnonni materni sono nati in Perù e vi sono rimasti fino ai loro vent’anni circa, poi si sono spostati ai Caraibi. Sai» sospirò malinconica, «erano in cerca di fortuna, e a quei tempi nelle Antille si cercava molto di fare riprendere l’economia sfruttando il turismo: volevano aprire un’attività tutta loro».

«Posso ben immaginare» le annuì, calcolando a mente il periodo storico – probabilmente un decennio compreso fra il Primo e il Secondo Dopoguerra.

«Non andò davvero molto bene, perché comunque a fine mese guadagnavano né più né meno di ciò che avrebbero ottenuto continuando a vivere in Perù, o almeno è questo quello che mia nonna ha sempre raccontato a mamma…» si perse per un attimo nei ricordi, sorridendo malinconica. «Mamma diceva che nonna teneva ben conservate le foto dei bisnonni agghindati con gli abiti tipici del loro paese, e che spesso provava a cucirle dei vestiti simili per trasmetterle in qualche modo le loro tradizioni… chissà che fine hanno fatto quelle foto…»

«È un peccato che tu non abbia più visto quelle foto…» osservò con un sorriso triste e comprensivo.

Lei fece cenno di no con la testa. «Non le ho mai viste» specificò, «la nonna a diciotto anni sposò un uomo del luogo, fecero le loro valigie di cartone e spago e partirono alla volta della Colombia, dove poco più di un anno dopo nacque mamma».

«Devo presumere che neanche loro ebbero fortuna?»

«Esatto» sospirò, indicandogli di fermarsi fuori da una taverna – c’era una staccionata apposta per legare i cavalli e un abbeveratoio. «I nonni fecero una vita di stenti e alla fine morirono per dei mali banali: con le cure giuste avrebbero potuto sopravvivere, ma senza soldi…» scosse la testa. «Mamma a sette anni restò completamente da sola, provando a sopravvivere per la strada grazie a degli espedienti e dell’elemosina».

Stiles aggrottò la fronte. «Com’è che ha avuto te? E com’è che è venuta a contatto col mondo sovrannaturale?»

«Questa è la seconda parte della storia delle mie origini» gli rispose con un sorriso un po’ più oscuro del solito. «Te ne parlerò mentre mangiamo: sai che qui fanno la pizza?» Aprì la porta della taverna.

«Pizza?» chiese sbalordito, seguendo Linda e annusando l’aria in maniera vistosa. In effetti, c’era profumo di pizza.

«Dovranno pure usare in maniera efficiente tutta la farina che producono da queste parti, no?» gli fece l’occhiolino.

Stiles vide il grosso forno a cupola fatto di mattoni che c’era in fondo al locale, osservò le pale di legno entrare e uscire da lì dentro cariche di pizze cotte e crude e sentì l’acquolina in bocca.

«Mi hai avuto alla prima volta che hai detto "pizza"» mugugnò.

Si accomodarono a un tavolo di legno un po’ isolato dagli altri e subito un cameriere venne a servirli, informandoli di quali pizze servivano quel giorno. Stiles lasciò che Linda lo consigliasse pure, e lei ordinò per entrambi con l’aggiunta di un paio di boccali di birra.

Da quello che poté vedere sui taglieri di legno usati per piatti che c’erano agli altri tavoli, la pizza lì non era propriamente quella americana, e forse anche per ottimizzare le risorse: somigliava di più a quella italiana, c’erano meno condimenti e sembrava piuttosto semplice, ma considerando che ormai Stiles pensava che non avrebbe mai più mangiato una pizza in vita sua non se lamentò affatto.

«Quindi…» si rivolse a Linda, «dicevamo di tua madre…»

Lei annuì riprendendo a parlare. «Visse per la strada insieme ad altri orfani per circa tre anni, poi Escobar, un signore della droga che viveva in zona, la vide: lui pensò subito che lei da grande sarebbe diventata un bel bocconcino» scandì le ultime parole con un sarcasmo amaro e inquietante.

Il cameriere li interruppe portando loro da bere; Stiles pensò di mandare giù un lungo sorso. «Era un pedofilo?» chiese cauto e rauco.

Linda ciondolò la testa. «Beh, aspettò che mamma avesse il menarca e compisse almeno quattordici anni, ma comunque dopo cominciò a usarla e a offrirla in dono ai suoi compagni» spiegò con ostentata freddezza. «Mamma faceva parte di questo piccolo harem di sette giovani donne che Escobar usava per i suoi festini: erano ragazze di cui usufruiva solo lui e chi fra i suoi uomini o colleghi secondo lui ne era degno. Le manteneva pulite, nutrite e fisicamente sane, perché altrimenti non sarebbero state più attraenti – impartiva loro pure lezioni di ballo, per renderle più seducenti – ma non è che loro potessero usare la parola "no"» sottolineò scura in volto.

«Considerando il modo in cui venivano utilizzate» ipotizzò Stiles, «Escobar non restò entusiasta quando tua madre restò incinta, suppongo…»

«Beh, sì e no: per lui ormai mamma era "troppo vecchia" – stava per compiere ventiquattro anni – e in fondo così poteva assicurarsi che chi avrebbe preso il suo posto avrebbe ereditato il suo bel faccino… La sua idea era quella di crescermi per inserirmi nell’harem».

«Che bastardo schifoso…» mugugnò Stiles.

«Il problema fu che mamma cominciò ad avere un crollo di nervi dopo l’altro, non appena partorì: sopportare l’idea che ormai il suo futuro fosse quello di venire abusava e stuprata era un conto, ma sopportare che quel futuro spettasse anche a me era un altro… non fu più la stessa, so com’era prima di avermi perché me lo hanno raccontato le altre ragazze dell’harem che mi hanno cresciuta insieme a lei» scrollò le spalle, anche se si vedeva che ciò l’aveva ferita più di quanto dava a vedere.

«Divenne sempre meno lucida?» chiese Stiles, con voce flebile.

«Cadde sempre più nella depressione: fino ai miei otto anni ricordo ancora che mi parlava, che mi raccontava di nonna, mi intrecciava i capelli e mi diceva che visto i miei occhi dal taglio medio orientale forse mio padre biologico era il tizio arabo che pagava Escobar in diamanti, ma dopo…» trasse un respiro lungo e tremante, a sguardo basso, «cominciò a regredire mentalmente, e dovetti essere io a prendermi cura di lei insieme alle altre ragazze. La depressione alla fine la consumò abbastanza da farla spingere a trascurarsi: si lasciò morire quando io avevo dodici anni».

Seguì qualche attimo di silenzio in cui sorseggiarono birra, poi il cameriere venne a servire loro degli enormi spicchi di pizza su dei taglieri, e Linda riprese a raccontare strappando dei morsi con forza, e a bocca piena.

«Comunque, a quel punto progettai la mia vendetta. C’era un branco di licantropi composto da soli uomini che circolava intorno a Escobar… erano un gruppo di corrieri e trafficanti efficienti…» insinuò.

Stiles annuì, a bocca piena anche lui – la pizza però era davvero buona. «Sì, Ismail me l’ha detto che i mannari spesso vengono impiegati così».

«Raccontai alle ragazze dell’harem del mio piano per farmi aiutare» proseguì Linda, «così loro durante delle "sedute" riuscirono a estorcere delle informazioni sui punti deboli dei licantropi, su come diventare una di loro e su come indebolirli… Escobar voleva mettere all’asta la mia verginità non appena avessi compiuto quattordici anni, e due anni potevano passare in fretta…»

Stiles intuì, la guardò sorpreso e in un certo senso orgoglioso di lei. «Sei riuscita a circuire un alpha trafficante di droga? Come diavolo hai fatto?!»

Linda sorrise fiera. «Le ragazze hanno "convinto" dei colleghi umani di Escobar a procurare loro della polvere di sorbo e della strozzalupo: erano fra quelli non consapevoli dell’esistenza dei licantropi, quindi non hanno posto loro domande, hanno solo regalato loro quello che volevano per dei pompini in più e del sesso anale…» ghignò cattiva. «Da parte mia, quando il mio quattordicesimo compleanno è stato prossimo, ho cominciato a sedurre l’alpha, dicendogli che per me sarebbe stato un onore darmi a un essere forte come lui, magari durante una notte di luna piena, quando era più selvaggio…»

A quel punto, Stiles provò un brivido freddo; inarcò un sopracciglio. «La luna piena? Ti sei fatta Mordere durante la luna piena? È… è stata una mossa un po’ pericolosa» borbottò confuso.

Lei continuò a ghignare. «Lo so, ma volevo ottenere un certo effetto. Una volta rimasta sola con l’alpha, l’ho indebolito e gli ho aperto la bocca per spingermi a Mordermi, e all’istante l’ho bloccato con della polvere di sorbo. E poi a distanza l’ho colpito con un coltello da lancio, uccidendolo. La luna piena ha accelerato la mia trasformazione, in pochi minuti avevo già gli artigli: ho liberato le ragazze dicendo loro addio e come ultima richiesta mi sono fatta bloccare da loro dentro la villa di Escobar. Nessuno ha avuto più una via d’uscita».

«Li hai uccisi tutti» biascicò, in parte sorpreso, in parte intimorito e in parte anche orgoglioso.

«La luna piena ha avuto la meglio su di me, mi sono trasformata in una bestia assetata di sangue e ho sterminato l’intera banda. La mattina al risveglio ero quasi nuda e tutte le mura erano sporche di rosso. Peccato che non ricordo nei fatti cos’è successo e come li ho uccisi: non ero in me» e scrollò le spalle come se nulla fosse.

«Dopo sei uscita dalla villa ed è iniziata la tua fama di assassina di stupratori?» le domandò Stiles.

Linda rise divertita. «Dovevo pure usare tutto questo potere, dopo averlo ottenuto: ho pensato di impiegarlo al meglio. E onestamente» trasse un sorso di birra e scrollò di nuovo le spalle, «non mi pento di tutti gli uomini che ho ucciso negli anni successivi. Chiamami "mostro", se vuoi, ma nel mio passato non c’è una singola cosa che non rifarei».

Stiles arricciò il naso. «Non credo che tu sia un mostro».

Lei lo fissò sorridendo curiosa. «Non credi che uccidere dei criminali invece che assicurarli alla giustizia sia mostruoso?»

«Quant’è diverso da quello che facciamo qui nell’Eden?» obiettò sicuro.

«Nell’Eden ci sono regole differenti per sopravvivere, rispetto a quelle che ci sono nel mondo reale».

«Questo non vuol dire che nel mondo reale a volta non sia necessario uccidere per potere sopravvivere. Ma a ogni modo» sospirò, «il vero punto è che nell’Eden siamo tutti dei mostri, chi più chi meno». Si portò una mano sul petto. «Io sono un mostro: per sopravvivere annego come se nulla fosse negli istinti di uno spirito oscuro omicida e psicopatico, e sai cosa? Ora come ora posso dirti con sicurezza che non ho più voglia di rinnegare le parti più oscure di me, perché necessito di loro. Devo essere una volpe umana? E allora che sia, anche perché in effetti lo sono sempre stato».

Linda inclinò appena la testa di lato e gli mostrò un sorriso affettuoso velato di malinconia. «Non sei propriamente un mostro, Stiles».

Lui scosse la testa in cenno di diniego. «No, lo sono. Chi più, chi meno, qui lo siamo tutti. È anche l’unico modo per restare sani».

«Capisco quello che vuoi dire, afferro la mostruosità che c’è di certo dentro ognuno di noi, solo…» gesticolò alla ricerca delle parole più appropriate, «diciamo che fra te e Kate la persona che è propriamente un mostro è lei?»

Ciondolò la testa soppesando le sue parole. «Te lo concedo».

Soddisfatta, lei gli diede un piccolo calcetto affettuoso alla gamba da sotto il tavolo.

Terminarono il pasto fra battute scherzose e sorrisi complici; quell’ultima conversazione però aveva dato a Stiles modo di riflettere meglio anche sopra un’altra cosa.

«Qui nell’Eden c’è qualcuno che fa tatuaggi?» domandò a Linda, mentre slegavano i cavalli.

Lei aggrottò la fronte, pensosa. «A Shellshelter c’è un tatuatore, e non solo perché un paese di marinai» aggiunse sardonica, prima che lui potesse aprire bocca per fare la battuta che gli era venuta in mente in proposito. «Negli anni avere un tatuatore qui si è rivelato utile: può essere "terapeutico", perché alcuni richiedono i suoi servigi per decorare o nascondere il tatuaggio che ci hanno fatto gli Osservatori sul braccio – alcuni lo fanno per cercare di dargli un aspetto meno da "marchiatura da carcerati", altri per togliersi dalla vista quanto tempo gli resta da vivere…»

Stiles assentì. «Scelte di vita» commentò.

«Alcune Compagnie e Confraternite tra l’altro preferiscono che i confratelli si tatuino il proprio simbolo: la Misericordia era così, prima dell’arrivo di Marjorie, difatti lei ha un giglio bottonato tatuato sulla scapola destra, ma quando è diventata Sorella Maggiore ha voluto "eliminare questa pacchianata", tanto per usare parole sue». Sorrisero insieme. «Pensi di tatuarti?» chiese curiosa.

«Ho sempre avuto paura degli aghi» esalò, salendo a cavallo, «ma ormai ho ben altro di cui avere paura, e penso che la mia soglia della tolleranza al dolore sia aumentata… Quindi sì, credo di volermi tatuare».

«Cosa e dove?» sorrise entusiasta montando su Betty.

«Lo scoprirai presto» cantilenò con aria dispettosa.

Aveva solo bisogno di tatuarsi ciò che aveva finalmente accettato, tutto qua.

Chapter Text

 

Derek aveva dato appuntamento a Stiles alle soglie del mercato della contea; Stiles lo raggiunse rimboccandosi fino ai gomiti le maniche della casacca color pergamena e dandosi un’aggiustata al gilet di pelle marrone – l’emblema della Confraternita ricamato sul taschino di stoffa all’altezza del cuore era in parte il distintivo che spesso aveva sognato di avere.

Vide Derek impegnato con un ragazzo – da lontano sembrava che gli stesse dando delle indicazioni – e rallentò il passo per dargli tempo di finire di parlare, prima di raggiungerlo.

Derek oltre a pattugliare le foreste era diventato uno degli addetti alla raccolta delle richieste di grazia, ma non nel senso che procedeva a uccidere: andava a trovare chi aveva contattato la Misericordia per chiedere di essere ucciso durante il prossimo 5x1 o in futuro; ascoltava le persone, controllava se era davvero ciò che desideravano, o le aiutava a stendere meglio l’accordo per la propria morte in futuro.

Alcuni chiedevano alla Misericordia di stringere dei patti, di terminare la loro agonia nel caso un giorno venissero feriti mortalmente e la gente più vicina a loro non riuscisse a finirli; oppure, in caso di infezioni gravi e mortali – e se riuscivano a resistere fino alla data stabilita – di venire da loro a ucciderli durante un 5x1, per consegnare poi l’oro ai propri cari. Altri ancora chiedevano di essere uccisi durante un 5x1 nel caso ormai non restasse loro più niente: Derek gli aveva raccontato la storia di una donna licantropo che aveva chiesto alla Misericordia di essere graziata durante un 5x1 nel caso l’umano a cui era legata morisse prima di lei.

L’Eden era un mondo in cui a un certo punto non si viveva più per se stessi o perché si desiderava raggiungere un obiettivo, si viveva per gli altri, per non lasciarli da soli: quando ormai mancavano pochi anni alla propria fine e tutto era stato già fatto e detto, che senso aveva restare vivi quando la persona che finora era stata costantemente al proprio fianco non c’era più? Quello non era il mondo reale, era una gabbia e un laboratorio per esperimenti in cui tutti erano cavie, che senso aveva sopportare ancora di essere manipolati e sfruttati se non si aveva più accanto nemmeno la persona amata?

Quelle erano domande che inquietavano molto Stiles, perché sapeva che presto o tardi avrebbe dovuto calcolare anche lui la propria morte, soprattutto una volta diventato Fratello Maggiore: una volta giunta la sua fine, si sarebbe fatto uccidere durante un 5x1 per consegnare la propria taglia alla Confraternita? Quello era poco ma sicuro, non voleva morire invano o senza lasciare niente, ma a chi chiedere di pugnalarlo al cuore? E sapeva che doveva trovare un ruolo da dare a Derek in tutto quello, ma quale?

E Derek sarebbe riuscito a sopravvivere alla sua morte? Personalmente, Stiles non sapeva dire quanto sarebbe uscito intero da un’ipotetica perdita di Derek.

Quando infine raggiunse Derek, lui dovette vedergli in volto che stava facendo pensieri cupi, perché lo guardò interrogativo aggrottando la fronte.

Stiles sospirò scrollando la testa. «Niente, la stanchezza e lo stress mi portano a riflettere su roba triste». Aveva imparato presto a non mentire: nell’Eden non era certo facile essere dei bugiardi, con tutti quei mannari presenti.

«Possiamo sempre tornare all Caserma, se hai bisogno di riposare» gli propose.

Stiles scrollò la testa e abbozzò un sorriso. «Nah, ho voglia di passare un po’ di tempo con te» e s’incamminò precedendolo e urtando in maniera amichevole la sua spalla con la propria. Ed era vero: necessitava di stare un po’ con Derek, soprattutto dopo l’incontro con Kate.

«Come vuoi» esalò lui, rassegnato ma non molto convinto.

Si inoltrarono nel mercato, e finalmente Stiles si sentì abbastanza rilassato da potere osservare tranquillo l’ambiente circostante.

La Contea delle Arance era più umile di Namasté. Stiles stava notando che l’unico posto davvero affollato era il mercato, dove però perlopiù si vendevano cibi e altre risorse essenziali; c’era pochissimo spazio per il commercio di accessori superflui o beni un po’ più lussuosi, e la gente vestiva con abiti fatti di tessuti non pregiati ma comunque molto resistenti – abiti da gente che coltiva e viaggia spesso, tant’è che le divise di Stiles e Derek saltavano all’occhio quasi un po’ troppo.

Linda gli aveva detto che gli abitanti della Contea delle Arance erano delle "formichine laboriose", e il fatto che fossero fra i principali fornitori di cereali dell’Eden voleva dire che non erano affatto poveri, dovevano essere modesti solo per indole – laddove invece i lunensi amavano pavoneggiarsi con colonne di marmo giganti alle loro porte – ed erano quieti e poco propensi alle chiacchiere con i forestieri – mentre invece i lunensi si attaccano agli sconosciuti come cozze allo scoglio e li riempivano di caciotte – ma comunque erano buoni come i lunensi ed educati e disponibili quanto loro. Tra l’altro nessuno finora aveva rivolto occhiatacce a Derek per la sua divisa, né Stiles aveva udito bisbigli seccati rivolti a quelli della Misericordia: non doveva essere una contea molto piena di pregiudizi.

Derek e Stiles si soffermarono a comprare dei panini rotondi in una panetteria che aveva attirato la loro attenzione per il gran numero di clienti – e in effetti lì dentro tutto aveva un aspetto molto buono – pensando di offrire per cena al dormitorio quanto comprato, e nell’attimo in cui Stiles infine aveva abbassato la guardia e dimenticato un po’ delle sue ansie, arrivò la domanda di Derek.

«Kate ti ha detto qualcosa?» e ostentò nonchalance, continuando a camminare al suo fianco.

Stiles sospirò stanco grattandosi la faccia e stringendo di più al petto il sacco con i panini – portava sempre un sacco di juta in più con sé, quando pensava di fare delle spese, tenendolo piegato e pronto per l’uso dentro la propria borsa a tracolla. «Secondo te?» ribatté trasudando dell’ironia asciutta.

«Mi cerca» affermò sicuro.

Stiles annuì. «È entrata nella Compagnia del Raccolto» lo informò, anche se di certo ormai Derek doveva averlo dedotto, per via di quello che lui e Linda avevano riferito alla Misericordia, «e a quanto pare è convinta che Allison sia morta per colpa di, uhm…» era sempre un po’ difficile proferire il nome di chi ormai stavano lasciando sempre più indietro, «del branco di Beacon Hills, diciamo, e ti cerca perché crede che sia colpa tua se adesso si trova qui».

Derek fissò la strada davanti a sé proseguendo a camminare; sorrise sarcastico e amaro scrollando la testa. «C’è stata mai una volta in cui Kate non mi abbia cercato con dei propositi?»

«Dovremmo considerare al più presto un piano per catturarla e ucciderla» considerò Stiles, atono. «Credi che suo fratello sappia che lei è viva?» e aggrottò la fronte, perplesso.

Derek scosse la testa in cenno di diniego. «Quando mi ha tenuto prigioniero, ha blaterato di come non avesse ancora il pieno controllo della sua trasformazione, e che volesse mostrarsi a Chris solo quando avrebbe avuto tutto sistemato, per invitarlo a rimettere in sesto la loro famiglia insieme».

«Beh, allora è un bene che gli Osservatori l’abbiano presa: immagina la "felicità" di Argent non appena l’avrebbe vista arrivare con una simile proposta. Quell’uomo è già tanto se non ha problemi di fegato a via di tenere nascosto suo padre e badare a lui».

Derek gli rivolse un’occhiata sorpresa e confusa.

«Me l’ha detto Scott» gli spiegò Stiles, spiccio. «Tengono Gerard chiuso in una sorta di… boh, clinica per pazzi sovrannaturali o roba del genere? Non riesce più a muoversi in maniera indipendente, comunque».

Derek sorrise sarcastico. «Scott non me l’ha detto. Come al solito».

«Certe abitudini sono dure a morire» ironizzò Stiles. «A parte questo, Kate non mi sembra molto pratica con la lotta con gli artigli: ha avuto un paio di problemini a tenere il passo con me».

«Stiles» gli disse con tono stranamente paziente – ma anche ironico, «tu hai dalla tua le abilità di uno spirito oscuro millenario, non le canalizzi e gestisci ancora del tutto bene, ma credi sul serio che una persona normale possa essere capace di stare al passo con te sul serio?»

«Kate non è normale» obiettò.

«Non mi stavo riferendo alla sua psicopatia» roteò gli occhi, «ma al fatto che ha dalla sua solo l’allenamento da cacciatrice, e quindi a confronto alla Nogitsune ha pochi anni di esperienza sul campo».

«Raleigh ce la fa» incalzò Stiles, sicuro.

«Non conta, ha quasi la stessa età ed esperienza della Nogitsune».

«Philip».

«Non conta nemmeno lui, perché si è allenato con Raleigh, e stare qui l’ha portato ad accumulare in modo concentrato più esperienze con il sovrannaturale di quante Kate ne abbia di certo fatte. Ed è sicuro che da qui a pochi mesi sarai in grado di batterlo a duello».

Stiles si mordicchiò il labbro riflettendoci sopra: a essere sinceri era ancora molto più vicino che di un paio di mesi a battere Philip. «Mi stai dicendo che sto per diventare lo spadaccino più forte dell’Eden?»

Derek gli rivolse un’occhiata sarcastica ma non pungente – sembrò anzi un po’ velata di affetto. «Pensa un po’ più in grande».

Stavolta Stiles si morse il labbro per bloccare il ghigno largo e orgoglioso che stava sentendo sorgere sul suo volto. «Del mondo». La Nogitsune aveva amato dire che non poteva essere uccisa perché era una creatura millenaria, e ora Stiles poteva dire che non poteva essere sconfitto perché aveva dalla sua l’esperienza e le abilità di una creatura millenaria: era senza dubbio una cosa molto fica.

«Credo di desiderare un video documentario sulla mia evoluzione» considerò Stiles, ghignando malizioso, «titolo: "Diciotto anni e spadaccino", oppure "Da nerd a boss in quaranta giorni", o anche "Quaranta giorni per una katana"».

Derek si passò una mano sulla faccia. «Non smetterò mai di chiedermi perché sto ancora con te».

«Ehi» protestò, fingendosi oltremodo offeso, «non dovresti dire così: sono una persona meravigliosa che non smette mai di migliorarsi, diventerò anche molto di più che lo spadaccino più forte del mondo. ‘Spetta che ti faccio vedere una cosa…» gli passò in fretta il sacco con i panini e si fermò a un banco di arance.

Ne comprò tre belle grosse. «Guarda com’è migliorata la mia coordinazione oculo-manuale!» invitò Derek a osservarlo – che sospirò esasperato incrociando le braccia al petto.

Stiles, entusiasta, prese a lanciare in aria i frutti atteggiandosi a giocoliere, e non sbagliò nemmeno una mossa. Infine, con fierezza, si preparò a concludere la messa in scena lanciando l’ultima arancia delle tre più in alto e provando ad afferrarla dietro la schiena.

«E adesso guarda come…» allungò una mano alle proprie spalle, pronto per la presa, ma l’orgoglio provato si affievolì subito quando vide la mano di Derek afferrare il frutto al posto suo, con un piccolo ghigno dispettoso sul volto.

Stiles afflosciò le spalle e si mostrò sarcastico. «L’avrei presa» borbottò atono, «non potevi fidarti di me?»

Lui sorrise impenitente, incidendo con gli artigli la buccia dell’arancia, a spicchi. «Non quando si tratta di cibo. Theodora mi ha detto che le hai scritto per avere consigli su come pescare, perché ancora non riesci a cacciare».

Stiles assottigliò gli occhi, seccato. «Per essere una che ha fatto voto di silenzio, parla fin troppo».

Derek continuò a sorridere scuotendo la testa, gli passò il frutto inciso. «Posso chiedere a Marjorie di darti qualche lezione di tiro con l’arco» gli propose.

Stiles accettò l’arancia e gliene passò una con la buccia ancora intera, conservando la terza e ultima nel sacco con i panini che Derek gli restituì. «Per il gusto di sentirmi dire a ogni piè sospinto di andare a farmi fottere perché sono americano?» Con le dita cominciò a togliere via la buccia, che tagliata in quel modo si staccò via dal frutto con facilità.

Derek ghignò tenendo gli occhi sull’arancia per sé che stava incidendo con gli artigli. «Esistono passatempi peggiori».

«Ci penserò» rispose, mettendosi il primo spicchio di agrume in bocca.

Ripresero a passeggiare per il mercato mangiando e pungolandosi di tanto in tanto, fino al momento in cui Stiles non si sentì abbastanza sciolto per affrontare un determinato argomento.

«Sentì» esordì; deglutì l’ultimo boccone di arancia e si pulì le mani alla meglio sui pantaloni – Derek aveva già finito di mangiare, «quando torneremo a Namasté potremo finalmente comprarci una casa, no?»

Lui assentì con aria perplessa, forse sorpreso da quella domanda.

«E mi stavo chiedendo» proseguì Stiles, fermandosi in un angolo libero della strada, lontano dalle bancarelle, «tu sei…» gesticolò ansioso, evitando lo sguardo di Derek, «tu sei davvero certo di volere una casa

Derek lo guardò più confuso di prima.

«Cioè» provò a spiegarsi Stiles, «prima che ci portassero nell’Eden, non si può dire che tu avessi davvero una casa: fra Beacon Hills, New York e il Sudamerica sei stato parecchio in giro, non ti fermi sul serio in un posto da quando eri un ragazzo…» Vide Derek abbassare lo sguardo e stringere la labbra.

«E in fondo» aggiunse Stiles, «la vita per con un confratello della Misericordia è simile a quella che hai condotto finora: sempre in giro, senza mai una casa fissa». Mise le mani avanti. «Giuro che non me la prenderò con te se mi dirai che in effetti preferisci continuare così e non avere una casa, posso stabilirmi tranquillamente al castello, non ci sono problemi: tanto lì ho già una stanza».

Derek scrollò le spalle, anche se mantenendo lo sguardo basso. «Non mi dispiacerebbe avere un posto fisso, stavolta. Non nego che mi senta strano all’idea di averlo, però… non mi dispiace. Sempre se per te va bene, perché lo so che in effetti è una montagna d’oro sprecata, visto che io e te da ora in poi saremo sempre in giro e sarà raro essere tutti e due in casa nello stesso momento…»

«Guarda che per me va benissimo» lo rassicurò in fretta, agitando le mani, «e ho riflettuto anch’io sul fatto che sia uno spreco, ma del resto, cos’altro mai dovremmo farcene di tutto l’oro guadagnato?»

Lavorare in una Confraternita nell’Eden dava un’ottima sicurezza economica, permetteva di vivere bene e di risparmiare in modo facile, ma ciò implicava allo stesso tempo uno stile di vita semplice e frugale, perché si viaggiava spesso, quindi non è che avessero davvero l’urgenza di spendere in qualcosa.

«Voglio una casa» mormorò Derek.

«E la voglio anch’io» sottolineò Stiles, sorridendo, «vuoi mettere lo sfizio di goderci i nostri difetti come coinquilini senza paura di offendere persone che conosciamo da poco ma da cui dipendiamo?»

Derek rise scuotendo la testa, poi divenne un po’ più serio. «Sei la mia famiglia, non posso non volere una casa con te in questo posto».

Stiles concordò assentendo sul suo stesso tono. Non si erano mai detti in maniera implicita perché avevano iniziato a definirsi "famiglia", ma non ci voleva un genio per capirlo: l’uno era per l’altro l’unica persona nell’Eden in grado di dargli del senso di sicurezza, perché avevano già combattuto delle battaglie insieme nel mondo reale, si conoscevano e sapevano già quali erano i lati peggiori che l’altro poteva mostrare all’improvviso; erano "famiglia" perché l’uno era "familiare" all’altro, perché Derek sentiva il bisogno di avere un fratello, una figura, che sostituisse Cora e dei compagni di branco che forse non aveva neanche mai realmente avuto, e Stiles aveva bisogno di non deludere e non fare arrabbiare Derek come non avrebbe dovuto deludere e fare arrabbiare suo padre, e di avere da lui il senno e il pizzico di coscienza in più che avrebbe potuto altrimenti solo dargli Scott, suo fratello.

Non erano un branco, erano una famiglia, e dato che avevano già perso le loro vere famiglie, a nessuno dei due andava di perdere quella che avevano appena costruito.

«Ok» esalò Stiles, «quindi compreremo una casa. Insieme» sottolineò; Derek annuì. «La possiamo costruire vicino a un campo di grano?» chiese con un pizzico di impaccio. «So che suona troppo da cartolina da un paese felice e perfetto, una roba da cliché… uhm» stava per dire "romantico", ma non è che c’entrasse poi così tanto. «Ma comunque» si schiarì la voce, «poco fa ho visto per la prima volta un vero campo di grano e l’ho trovato calmante: non mi dispiacerebbe vederne uno ogni volta che mi affaccio dalla finestra. Sempre se per te va bene, ovviamente» concluse gesticolando con ampi cenni.

Derek fece un largo sorriso a sguardo basso. «Certo che va bene, non è un grosso particolare».

«Oh, bene» esalò, sentendo l’impulso di tergersi dell’immaginario sudore dalla fronte con una mano: perché mai quella conversazione doveva essere stata così sfiancante?

A toglierlo da quell’atmosfera densa di goffaggine ci pensò la vista di una bottega particolare: Stiles intuì dall’insegna incisa sul legno che doveva essere una sorta di cartolibreria medievale.

«Ehi, andiamo lì» esortò Derek tirandolo per una manica della giacca.

Non appena entrato, Stiles pensò che la sua Bhanny avrebbe avuto un orgasmo spontaneo a vedere tutta quella roba: era un posto in cui si vendeva tutto ciò che serviva per scrivere o per leggere meglio, ed era tutto prodotto in maniera artigianale del retrobottega – dalle porte aperte si potevano vedere un paio di giovani uomini che lavoravano seduti a dei banchi.

C’era di tutto, dalle boccette di inchiostro di vario tipo ai pennini per scrivere, dalla carta da lettere alla ceralacca, a delle agende rivestite in pelle dall’aria costosa a segnalibri in legno decorati a mano. L’odore di carta nuova presente nell’aria, poi, rendeva l’atmosfera ancora più confortevole per Stiles.

Derek fissò Stiles incrociando le braccia sul petto con ironia. «Quindi siamo nel paradiso della tua Confraternita?» lo prese in giro.

Lui in risposta arricciò il naso e gli diede una gomitata scherzosa; non appena si avventurò per gli scaffali, vide però che anche Derek fece lo stesso, con aria curiosa.

Consultando veloce il proprio conto in comune con Derek, Stiles considerò che poteva permettersi di fare qualche spesa extra, e piuttosto che comprare qualcosa per sé decise di fare dei regali, perché tanto comunque presto o tardi sarebbe ritornato nella Contea delle Arance – e di conseguenza in quella bottega a rifare spese – ma intanto non aveva ancora avuto modo di mostrare la propria gratitudine e il proprio affetto ai ragazzi.

Comprò per Bhanuja e Linda un segnalibro ciascuno, fatto con una listarella di balsa che era stata lavorata con delle incisioni dipinte poi a mano, e dalla cui estremità pendevano dei fili di cotone colorati e intrecciati con dei ciottoli di fiume altrettanto colorati. Per Ismail e Logan prese delle boccette di inchiostro verde, perché essere forniti di inchiostro nero, blu e rosso era un classico ed era normale per loro: una piccola chicca non sarebbe dispiaciuta – e poi Stiles era curioso di vedere la faccia che avrebbe fatto quell’impedito sociale di Logan quando gli avrebbe consegnato il pacchetto.

Sorrise con tenerezza quando aggiunse agli acquisti una boccetta di inchiostro resistente all’acqua di una tonalità di blu un po’ più chiara del solito – era per Theodora – e un’altra rosso scuro per Raleigh.

Posò tutto sul banco dicendo al commesso che però prima di pagare voleva gironzolare ancora un po’, ma che nel frattempo poteva incartare pure quello che aveva già preso, e andò verso l’angolo dedicato agli oggetti in pelle e in stoffa.

Non successe apposta, non fu una cosa che cercò di proposito, lo sguardo gli cadde e basta: c’era una cinghia per libri fatta di fasce intrecciate di stoffa robusta; non era propriamente particolare, ma era bella, con la fibbia d’ottone e la stoffa dello stesso colore della pelle del cannocchiale che gli aveva regalato Philip.

Sospirò incerto e la prese in mano per soppesarla. La vedeva bene con Philip, e non è che in realtà non si meritasse un regalo, solo che con quel tipo di regalo personalizzato che lui gli aveva fatto, ora ricambiare il suo gesto aveva tutt’altro significato. Magari quella cinghia sembrata troppo fatta apposta per Philip. La posò e girò sui tacchi tornando verso il banchetto degli inchiostri: meglio regalargli qualcosa di più semplice e che sembrasse meno un regalo "caloroso".

Poi si girò, fissò la cinghia posata triste-triste sul tavolo, tornò indietro e la riprese per osservarla ancora.

Era da idioti ormai dire che fra lui e Philip non ci fosse un rapporto un po’ più particolare rispetto a quello che aveva con gli altri – per esempio, non è che avesse mai desiderato saltare addosso a Ismail, per dire – e si sentiva un po’ in colpa a non regalargli qualcosa che testimoniasse quanto gli era grato per tutti gli insegnamenti che gli aveva dato con la sciabola e per il tempo che aveva voluto dedicargli, e che dicesse anche quanto in effetti si sentiva felice quando duellavano insieme, quanto era entusiasmante potersi allenare con lui.

Gli importava di Philip, forse non come a Philip importava di lui, ma comunque abbastanza da dire che sì, quella cinghia non poteva essere altro che per Philip. La strinse fra le mani, si morse un labbro e senza capire bene il perché si voltò a guardare Derek, impegnato a osservare della carta da lettere sul lato opposto della bottega.

Scrollò la testa e tornò al banco per unire la cinghia agli acquisti, poi andò a curiosare cosa stava facendo Derek.

«Visto qualcosa di interessante?» gli chiese, sporgendo la testa oltre la sua spalla.

Per tutta risposta Derek sorrise e allungò verso di lui un bastoncino quadrangolare di ceralacca di un bel rosso scuro dalla tonalità non cupa.

Stiles restò sorpreso di sentire all’improvviso un buon odore, poi annusò meglio e capì che era la ceralacca ad emetterlo. Era un profumo solo appena floreale, prevaleva di più un sentore di qualcosa simile al sandalo.

Stiles aggrottò la fronte. «Perché è interessante?»

«Perché è un dettaglio particolare» gli spiegò, rimettendo il bastoncino a posto nell’espositore di legno, e passando a guardare della carta da lettere. «Se qualcuno vuole scrivere un messaggio fingendosi te, può copiarti la grafia, o anche procurarsi il tipo di carta che usi di solito, ma la ceralacca profumata con cui sigilli le lettere o poni il tuo timbro personale?» Scosse la testa. «Quello è un dettaglio troppo particolare per essere copiato».

Stiles rivolse un’occhiata all’espositore di ceralacca. «Potrei rivalutarla» ammise borbottando.

Derek sorrise divertito. «Hai finito gli acquisti?»

«Dammi ancora un attimo, mi manca un’ultima cosa. Se vuoi, puoi aspettarmi fuori».

Lui assentì. «Vado a comprare dell’altra frutta per stasera».

Stiles annuì di rimando e l’osservò uscire dal negozio. Poi corse subito al banco agitando le braccia. «Avete scatole… tipo» gesticolò in modo confuso, «scatole tipo per conservare tutto il materiale per lettere in un solo posto?»

Il commesso aggrottò la fronte, confuso per un attimo, poi gli annuì. «Uh, sì! Da questa parte» lo invitò a seguirlo.

Stiles prese una scatola rettangolare di legno di noce scuro non trattato, e dentro vi pose con ordine dell’inchiostro resistente all’acqua blu scuro, un pennino, le buste e la carta da lettera su cui Derek si era soffermato di più e per finire la ceralacca profumata – fra tutte quelle esposte prese quella che gli aveva mostrato Derek.

Quando si rincontrarono fuori dalla bottega, Derek inarcò un sopracciglio con scetticismo quando lo vide con le braccia cariche di pacchetti.

«Ehi» protestò Stiles, «sono una persona molto generosa! Ero in vena di regali!»

Lo scetticismo di Derek non si affievolì.

«Toh» esclamò Stiles, secco, «ce n’è uno anche per te, è quello in cima» e visto che aveva le mani occupate, con un cenno del mento indicò il pacchetto.

Il volto di Derek perse ogni espressione. «Cosa?»

«Un regalo. Per te» scandì lui bene, un po’ canzonatorio.

«È…» provò a dire Derek, ma sembrò ripensarci e chiuse bocca. «È…» ritentò, ma si zittì di nuovo.

«È per te, sì» lo prese in giro Stiles.

Lui roteò gli occhi. «Non è quello che volevo dire. Lo hai fatto perché ti sentivi in dovere di ricambiare per la katana, non dovevi…»

«Cosa? No!» afflosciò le spalle sbuffando seccato. «Non posso farti un regalo solo perché lo voglio

Derek sembrò di nuovo incerto su cosa dire; sospirò e con aria un po’ impacciata prese il pacchetto dalla pila di regali. «Grazie» biascicò atono.

Stiles sorrise entusiasta. «Aprilo, dai!» lo esortò.

Derek sciolse lo spago con cui era stretta la tela leggera che copriva il regalo, e quando scoprì la scatola la guardò perplesso. Poi la aprì e per un lungo attimo osservò attonito il suo contenuto.

«Ti piace» sentenziò Stiles, gongolando. Era una sensazione fantastica vedere che quello che aveva comprato apposta per lui, pensandolo, gli stava piacendo.

Derek sbuffò un sorriso e richiuse la scatola distogliendo lo sguardo. «Se ti dico che non dovevi, ti offendi, vero?»

«Ovvio!» ribatté seccato. «D’altra parte, però, visto che è una cosa così bella, se proprio non la vuoi me la tengo io, eh? Non mi dispiace affatto».

«Sei ridicolo» gli disse Derek, anche se tutta via stava stringendo la scatola sottobraccio con estrema cura. Quanto scaldava il cuore vedere che Derek stava apprezzando il pensiero che aveva avuto per lui.

«Ok, però adesso» pigolò Stiles, triste, «portami via di qui, prima che decida di comprare tutta la bottega!»

«Sei ridicolo» ripeté Derek, rivolgendo gli occhi al cielo, e lo strattonò per un braccio per allontanarlo dal negozio.

«I tuoi modi sono sempre gentilissimi» borbottò Stiles, ma non smise neanche un po’ di sentirsi felice.

 

 

 

Alla Caserma tutte le stanze erano occupate, quindi Stiles e Linda dovettero condividere il letto con qualcun altro – Stiles non ci tenne a sapere se Linda ci avrebbe provato con la ragazza che l’avrebbe ospitata, ma comunque era probabile che lo avrebbe fatto eccome.

Com’era ovvio, Derek divise il proprio letto con lui; Stiles non si sentì però in imbarazzo alla sola idea: quella ormai non era la prima volta che dormivano insieme, e aveva scoperto che anzi era confortevole passare la notte così vicino a Derek dopo che era successo qualcosa di… forte – come quel giorno con Kate.

Stiles s’infilò per primo nel letto prendendo posto accanto al muro a cui un lato del materasso era rivolto. In maniera distratta si mise a osservare il soffitto ricordando le parole che gli aveva detto Kate.

«Che c’è?» gli chiese Derek con aria rassegnata; lasciò accesa solo la lampada a olio posata sul comodino e sollevò le coperte facendo l’atto di stendersi accanto a lui.

«Kate oggi mi ha detto una cosa riguardo agli odori che… uhm, detto come l’ha detto lei, è suonata un po’ inquietante».

Derek aggrottò la fronte, lo fissò restando seduto sul letto, al suo fianco. «Cioè?»

«Mentre mi chiedeva dov’eri, ha affermato certa "Sento il suo odore addosso a te, quindi siete insieme"».

Lui sembrò rassicurato dal fatto che si trattasse "solo" di quello: si stese sulla schiena con un mormorio pensoso, rivolgendo il viso al soffitto. «Non è un’osservazione così strana, per i mannari l’olfatto è un senso importante…»

«Ma nell’Eden non dovrebbe non sentire il tuo odore?» obiettò. «Cioè» provò a spiegarsi meglio, «qui i sensi seguono le esperienze passate, dovrebbe solo immaginare di sentire il tuo odore, quindi come fa a riconoscerlo addosso a qualcun altro?»

«Perché prima che gli Osservatori la portassero qui, da mannara ha potuto sentire il mio odore, quando mi ha rapito, e siccome per lei in quel momento ero una preda per istinto l’ha memorizzato».

«Quindi ha riconosciuto il tuo odore su di me perché si ricorda di com’è nel mondo reale» riassunse Stiles, facendo un paio di calcoli mentali.

«Esatto».

Stiles voltò la testa verso Derek, aggrottando la fronte incuriosito. «Allora tu sai riconoscere il mio odore?»

Derek stranamente sbuffò un sorriso ironico. «Sì».

«Perché stai ridendo?!»

«Perché so che se adesso ti dirò una cosa legata agli odori, comincerai a comportarti in maniera più assurda del solito».

«Tu provaci» lo sfidò cocciuto.

Derek sospirò e si voltò, stendendosi su un fianco, rivolgendosi così verso di lui. «Come ti ho detto, per i mannari l’olfatto è un senso importante…» Stiles annuì impaziente, «ma sai pure che qui le condizioni igieniche non sono il massimo…»

Aggrottò la fronte e arricciò il naso. «Mi stai per caso dicendo che voi mannari non seguite propriamente gli odori ma la puzza

Derek si passò una mano sulla faccia sopprimendo un sorriso che minacciava di diventare sempre più largo. «Non proprio. Qui non annusiamo sul serio gli odori, li immaginiamo, ma viste le condizioni in cui viviamo è logico immaginare che siano più pungenti, più intensi».

«Oh» esalò Stiles, riflettendo. «Sto cominciando a sentire l’esigenza di lavarmi più spesso».

«Lo sapevo».

«Mi hai appena detto che per i mannari sono fetente» protestò Stiles, «come pensavi che avrei reagito?»

Derek stava ridendo sul serio. «Non sto dicendo che puzzi, solo che sentiamo il tuo odore in modo forte: qui è normale non lavarsi bene tutti i giorni, lo sai. Passiamo giorni a viaggiare nella foresta! A cavallo!»

«Ok, puzzo davvero» decretò secco.

«No!»

Stiles provò ad alzarsi dal letto e sollevò le coperte, fingendosi oltremodo ferito. «L’ho capito, va bene? Sono così puzzolente da non essere degno di dormire nel tuo stesso letto. Mi sistemerò sul pavimento».

Derek gli posò con forza un braccio sul petto, per spingerlo di nuovo giù. «Resta dove sei» biascicò continuando a ridere. «Hai idea di che odore emanino i miei piedi dopo tre giorni di viaggio continuo? E devo sopportarlo fino a quando non rientro nel dormitorio. Ti assicuro che tu sei niente a confronto».

Stiles ridacchiò passandosi una mano sul volto. «Buono a sapersi! Dio, quanto mi manca l’acqua corrente! E potrei uccidere per del deodorante spray!» Si girò a guardare Derek. Scoppiarono a ridere in modo isterico per dei lunghi minuti.

«Mi manca il water e il suo scarico» rantolò Stiles, quando cominciarono a riprendere fiato, «e l’acqua calda da ottenere senza mettere sul fuoco un paiolo».

«Vorrei un sapone che non sia simile a quello da bucato» aggiunse Derek.

Stiles annuì. «Odio l’odore del cazzo della marsiglia!»

«Mi manca il cibo fritto».

Stiles mugolò il proprio dispiacere. «Dio, le patatine da fast food!»

«Mi sono affezionato ai nostri cavalli, ma mi manca la mia auto e l’odore della benzina».

«A volte mi manca perfino la wifi» mugugnò Stiles, «capita che dentro una taverna o nel bel mezzo della foresta mi guardi intorno e mi ritorni in mente la solita domanda: qui c’è la wifi?»

«Vorrei poter mantenere il cibo più a lungo con l’uso del frigo» esalò Derek.

Stiles annuì di nuovo. «Io vorrei poter scegliere una canzone e ascoltarla in loop per tutto il tempo che voglio. Mi manca la mia musica». Sospirò diventando più serio e si voltò in direzione di Derek stendendosi su un fianco. «Ti rendi conto che dopo mesi la prima volta che ridiamo insieme è per questo?»

Derek scrollò le spalle. «Meglio che non ridere proprio».

Stiles annuì con un mormorio di assenso. «Devo dire che mi piace vederti ridere» ammise con leggerezza.

Lui sorrise e gli infilò le dita di una mano fra i capelli, in quel modo che a Stiles piaceva tanto – a metà strada fra una carezza impacciata e una scompigliata di capelli affettuosa. «Piace anche a me vederti ridere.

Stiles socchiuse gli occhi e si avvicinò di più a lui, insinuando piano un piede fra le sue caviglie. «Ho notato che quando mi abbracci annusi sempre tanto il mio odore: è perché a differenza degli altri odori ricordi esattamente com’è? Perché ti è di conforto?»

Derek premette piano il naso contro la sua tempia e Stiles lo sentì respirare a fondo il suo odore. «Sì. È uno dei miei pochi ricordi reali».

Che poi Derek avesse bisogno di quell’odore anche perché era il suo e annusarlo era una necessità non fu opportuno che lo dicesse a voce alta: Stiles poteva ben intuirlo da solo, perché poteva comprendere Derek e quanto in realtà i suoi bisogni fossero simili a quelli che aveva anche lui.

«Mi importa di te» mormorò Stiles, accoccolandosi di più contro il corpo di Derek e posandogli una mano sul petto.

La mano di Derek restò fra i suoi capelli, un suo braccio si posò attorno al fianco di Stiles. «Lo so. Anche a me importa di te».

Stiles concordò con un mugolio, rimanendo a occhi chiusi, e si lasciò andare al sonno cullato dal calore e dal suono del respiro di Derek.

Gli sembrò di essere a casa al sicuro.

 

 

 

Il ritorno a Namasté fu tranquillo, per fortuna non ci fu alcun imprevisto.

Stiles si sorprese a pensare che quella fu la prima volta che lui e Derek viaggiarono insieme da persone allenate e preparate ad affrontare la foresta sia di giorno che di notte: fu strano ma bello sapere che ora al contrario dell’inizio potevano sul serio entrambi contare l’uno sull’altro per proteggersi da un possibile attacco.

Giunti alla contea, per prima cosa Stiles si lavò – perché adesso era molto più cosciente dei propri adori: grazie, Derek! – e poi si recò al castello a consegnare le cronache raccolte agli addetti alle statistiche, fare rapporto a Raleigh e consegnare i regali.

Raleigh accettò il regalo con un sorriso enorme e felice, facendo sentire Stiles un po’ imbarazzato. Bhanuja invece gli buttò le braccia al collo e strillò a lungo al suo orecchio come avrebbe potuto fare solo una liceale esaltata per un nonnulla.

Logan, inespressivo, gli chiese "Perché?" e Stiles gli replicò altrettanto inespressivo "Perché mi andava" – pochi minuti dopo, Ismail gli scrisse che aveva appena visto Logan usare l’inchiostro verde per scrivere con particolare attenzione il titolo di una ricerca, con sulle labbra un sorrisetto timido ma felice.

Per ultimo, andò da Philip.

Dopo più di trenta giorni passati ad allenarsi insieme, Stiles ormai conosceva tutti i posti preferiti da Philip all’interno del castello: non fu difficile trovarlo al "suo" tavolo, seminascosto fra due scaffali di libri e accanto a una grande finestra.

Philip quando studiava e faceva ricerche era straordinariamente scomposto, come di certo non ci si poteva aspettare da lui, considerando l’aria snob che aveva: teneva le maniche della casacca rimboccate fino ai gomiti e il gilet slacciato – spesso anche tolto del tutto e abbandonato su una sedia – i capelli scompigliati sul lato destro e a volte qualche macchia di inchiostro sotto il mento o sulle braccia. Il tavolo poi era sempre in condizioni disarmanti: una bottiglia di vetro piena d’acqua per quando aveva sete, ma che manteneva senza tappo; un numero di libri – che variava fra un minimo di tre a un massimo di sette – aperti e sparsi a ventaglio davanti a lui; la propria stilografica – nera con dettagli in argento – in compagnia di altri tre pennini; boccette di inchiostro di quattro colori diversi e tutte aperte e, per finire, montagne di fogli qua e là e in abbondanza.

A pensarci bene, Stiles trovava Philip attraente anche per quello, per quel contrasto fra il suo aspetto e il suo modo di fare e per come studiava.

Quel giorno aveva una sola macchia d’inchiostro, sopra il polso sinistro.

«Sono tornato» esordì Stiles, sedendosi davanti a lui e abbozzando un mezzo ghigno.

Lui lo guardò per nulla colpito. «Ho degli occhi per vederlo».

Stiles sfoggiò una smorfia sarcastica e poi fece scivolare sul tavolo, in sua direzione, il regalo impacchettato. «Questo è per te».

Il percorso del dono venne bloccato dallo spigolo di un libro.

Philip fissò il pacchetto sinceramente sorpreso, poi allungò un braccio per afferrarlo.

Restarono per qualche attimo in silenzio; Stiles osservò Philip rigirarsi fra le dita il minuscolo cartoncino che legato allo spago del regalo pubblicizzava da dove proveniva il contenuto.

«Cartoleria» mormorò Philip, tenendo lo sguardo sul pacco e sorridendo appena, quasi fosse intimidito.

«Già» esalò Stiles.

Philip espirò forte e si decise a scartare.

Stiles si sentì morire un po’ dentro quando vide le mani di Philip tremare mentre scioglieva i nodi del pacco.

Quando Philip vide il regalo, Stiles pensò che stesse sorridendo come da ragazzo nel mondo reale non aveva mai fatto.

«Ottone. Marrone come il cannocchiale» considerò Philip a bassa voce.

Stiles si grattò la nuca, nervoso. «Non è… Non voglio che significhi qualcosa in quel senso» specificò subito, «voglio solo che significhi qualcosa e basta».

Philip aveva ancora lo sguardo basso, sfiorava la fibbia con le dita. «Lo so, Stiles. Non ti ho regalato il cannocchiale perché mi aspettavo qualcosa in cambio». Puntò lo sguardo verso il suo. «Non mi aspetto niente da te, voglio che questo ti sia chiaro».

Stiles strinse le labbra e annuì.

«Voglio regalarti… cose» continuò Philip, «ma il corteggiamento non è una raccolta punti, non mi aspetterò mai qualcosa da te solo perché ti ho fatto tot regalo. Il bello del corteggiamento è dimostrare qualcosa durante un lungo percorso». Aggiunse allo sguardo un sorriso dolce. «Voglio dimostrarti che posso sollevarti, che posso farti sorridere».

«Uhm, io ti ho appena fatto sorridere» notò Stiles.

«Già, tu mi fai sorridere» gli ribatté continuando a sorridere.

Stiles distolse lo sguardo traendo un respiro tremante. «Phil, non so se per me le cose cambieranno… quello che provo per te, intendo».

«Non mi aspetto niente da te» ripeté, e la sua espressione divenne di colpo molto più malinconia, perfino un po’ sofferta. «Voglio solo fare per te tutto ciò che è giusto. Spero che nella mia vita almeno le cose che faccio e farò per te siano quelle giuste».

Stiles si passò una mano sulla faccia. «Dio, non parlare così. Sembra quasi che tu sia a un passo dalla morte».

«E non è forse vero?» ribatté con amara ironia.

Lo guardò serio. «Hai dei sintomi? Il tuo corpo si sta disfacendo?»

Scosse la testa. «Non ancora». Ma comunque sapevano entrambi che come per Raleigh era una questione di tempo.

«Ok, ma non parlare così lo stesso» borbottò Stiles.

«Fa male?»

«Dovrebbe non farmelo?» sbottò Stiles, sarcastico e sentendosi gli occhi lucidi.

«Mi dispiace se ti ferisce, anche se comunque questo vuol dire che di me ti importa».

Stiles sospirò forte e sentì l’esigenza di alzarsi dal tavolo. «No, guarda» disse, non meno sarcastico di prima, «sarei felice di vederti cadere giù per un dirupo».

Philip ebbe la faccia tosta di ridere mordendosi un labbro.

«Stiles?» lo richiamò, quando si era appena allontanato dal tavolo.

Si voltò a guardarlo rivolgendogli un’espressione interrogativa.

«Grazie per avermi dato un’opportunità» mormorò Philip.

Stiles annuì e a passi impacciati uscì da quella stanza.

Aveva la forte impressione che sarebbe finito all’inferno.

 

 

 

Il giorno in cui comprarono casa, Ismail e Diego li seguirono dicendo che ancora non avevano fatto il "rituale" nella nuova parte di terra ottenuta dalla contea.

In cosa consistesse questo "rituale" Stiles lo ignorava; si augurava comunque che non prevedesse di fare pipì ai piedi degli alberi per marcare il territorio.

Linda venne con loro per aiutarli a orientarsi meglio durante l’acquisto e per fornire delle dritte, e Stiles gliene fu grato, anche se sospettò che spesso quando messaggiasse stesse riferendo a Philip quello stavano facendo.

Giunti finalmente al termine dell’ultimo campo coltivato, osservarono da vicino tutte le querce che sorgevano davanti a loro: quello che era stato inglobato nella contea era un tratto della foresta di rovere che cresceva intorno a Namasté, quindi prima di procedere alla coltivazione e alla costruzione di case ci sarebbe stato da disboscare.

Linda fece appena in tempo ad aprire bocca e indicare una zona, che Ismail e Diego si fiondarono verso gli alberi, correndo come pazzi tenendo le braccia in aria e cantilenando esaltati "Terra! Terra! Nuova terra!"

Stiles li fissò strabuzzando gli occhi, Derek tenendo le sopracciglia inarcata fino all’attaccatura dei capelli.

Linda sospirò rassegnata. «È il loro rito» li informò annoiata.

«Ah» esalò Stiles scrollando le spalle. «Allora è tutto regolare».

Mentre Ismail continuava a correre in tondo e Diego si arrampicava sugli alberi come una scimmia, Linda consigliò a Derek e Stiles dove fare sorgere la casa – in base alla posizione del sole per avere più luce durante il giorno, e in base a quanto distavano dal pozzo d’acqua più prossimo – e come posizionare l’account personale per selezionare con il mirino virtuale il posto in cui la costruzione avrebbe dovuto materializzarsi.

Stiles e Derek scelsero di avere un camino, due finestre e una sola porta, e di iniziare l’arredo con due letti, un tavolo e due sedie. Il resto lo avrebbero comprato a poco a poco – il pezzo più urgente comunque sarebbe stato la tinozza per fare il bagno, secondo Stiles.

Ultimati tutti i preparativi nel mercato virtuale, Stiles stese in avanti il braccio destro, per posizionare meglio il mirino virtuale, e sorridendo emozionato si rivolse a Derek. «Insieme?» gli propose.

Derek inspirò a fondo, si mise dietro di lui e gli posò una mano sulla spalla. La mano libera andò verso il tasto dell’acquisto. «Al tre?»

Il sorriso di Stiles divenne ancora più largo; si sentì gli occhi umidi. «Uno… due… tre».

Derek premette l’ok per l’acquisto.

La casetta si materializzò davanti ai loro occhi, e Stiles sentì il respiro mozzarsi in gola.

Poi si scrollò e corse verso la porta ridendo felice ed esaltato, Derek lo seguì.

Sentirono Linda urlare alle loro spalle. «Lo sposo deve prendere in braccio la sposa prima di entrare!» Non le diedero retta.

L’interno era spoglio, spartano, ma era la loro casa, un posto intimo in cui sarebbero stati sempre al sicuro, qualcosa da chiamare loro.

Stiles, con un pizzico di isteria, si buttò sul pavimento e si stese di schiena, e ridendo agitò le gambe e le braccia come se dovesse fare un angelo di neve.

Derek lo guardò aggrottando la fronte ma ridendo. «Cosa diavolo stai facendo?»

«Oh, andiamo!» esclamò Stiles, alzando le gambe per usarle per colpire le sue e spingerlo a cadere.

Gli crollò quasi addosso e ne risero insieme, poi Derek si sdraiò al suo fianco, guardando anche lui il soffitto.

Stiles aveva un braccio posato lungo il petto di Derek; Derek aveva un braccio steso sul petto di Stiles.

«Questa è casa nostra» sussurrò Stiles, con voce rauca dall’emozione, e Derek gli rispose con un mormorio di assenso.

Avevano entrambi il volto rigato da un paio di lacrime. Nessuno dei due lo fece notare all’altro.

 

 

 

Stiles era ufficialmente un confratello del Drago Scarlatto ed erede di Raleigh da ormai due mesi, quando ricevette un invito formale da parte del Re.

Il Re invitò Raleigh a una "chiacchierata" in un luogo neutrale, chiedendogli di estendere l’invito al suo nuovo erede.

«Puoi anche rifiutarti» gli propose Raleigh, solenne e stando seduto con le gambe accavallate dietro la propria scrivania. «Non hai niente a che fare con lui».

«Per ora» sottolineò Stiles.

Raleigh annuì. «Vero. Ma tieni conto che di certo vuole incontrarti perché avrà sentito parlare di te. Sei pronto per un incontro simile?»

Ponderò cosa rispondergli. «Di solito di cosa parlate durante i vostri incontri?»

«Ci limitiamo a scambiarci delle minacce più o meno velate».

«Non voglio perdermelo. Verrò».

Mezza giornata dopo, Stiles si trovava già in viaggio a cavallo con Raleigh, Linda e altri quattro confratelli – Ismail rimase a Namasté a custodire il castello.

Quando era partito, Derek era in missione, quindi aveva potuto avvisarlo solo tramite email, anche se gli aveva lasciato in aggiunta un messaggio scritto su un foglietto posato in bella vista sul tavolo di casa: "Non uscire fuori di testa. Tornerò presto".

Tutto ciò che Stiles sapeva riguardo gli incontri fra il Re e Raleigh era che si trattavano di tentativi di trattative da parte del Re, che periodicamente amava illustrare a voce a Raleigh quanti villaggi indipendenti negli ultimi tempi avessero chiesto la sua protezione, segno che le Compagnie più avide e violente stavano diventando più forti, quindi gli sembrava il caso di estendere questa sua protezione alla Confraternita del Drago Scarlatto.

Com’era ovvio, Raleigh rifiutava sempre l’offerta.

Stiles del Regno non sapeva moltissimo, conosceva solo l’insigne – un unicorno rampante dorato su uno scudo squadrato per metà rosso e per metà giallo, e Stiles aveva trovato subito strano che il Re non avesse usato qualcosa di più feroce e meno carino di un unicorno, come per esempio un leone, o un grifone – come comportarsi in caso incrociasse la propria strada con quella di drappelli di suoi soldati – rispondere vago se gli ponevano domande, non accettare provocazioni, non permettere loro di mettere mano sulle cronache raccolte – e dove fosse situato geograficamente il Regno – a sud dell’Eden.

Raleigh però gli aveva riferito che gli avrebbe fatto un riassunto dettagliato sul personaggio che era il Re, durante il viaggio, per fargli capire meglio il vero significato delle parole che si sarebbero scambiati nel corso dell’incontro.

Una volta addentrati in un tratto di foresta che li costrinse a rallentare perché non c’erano dei veri e propri sentieri, Stiles ormai in preda a una curiosità crescente si affiancò a Raleigh – Linda era in testa al drappello con altre due confratelli.

«Allora… questo Re?» esordì Stiles.

Raleigh sorrise fissando davanti a sé. «Il suo nome è Warren. Da quando ha ottenuto il suo titolo cerca di farsi chiamare Warren I, ma noi lo ignoriamo, e ti consiglio di fare altrettanto se vuoi fargli notare che il suo stato non ha alcuna presa su di te».

«Servirà anche per infastidirlo a morte?» chiese Stiles, inespressivo ma sarcastico.

«Ovvio» assentì Raleigh, con il suo sorriso da trickster. «Sei un buon erede, Stiles».

Scrollò le spalle. «Faccio del mio meglio. Quindi è meglio evitare anche cose come "Vostra Maestà" e "Vostra Altezza"?»

«Certamente. E gli inchini: non esiste essere umano o sovrannaturale che debba inchinarsi davanti a qualcuno o qualcosa» dichiarò con un sorriso calmo. «Alcuni dicono che siamo tutti re e regine, io invece amo credere che siamo tutti le divinità e i Signori onnipotenti del mondo personale che costruiamo con le nostre mani». Passò a indicare se stesso e Stiles. «Io sono un dio, tu sei un dio, quell’albero lì è un dio e quello scoiattolo là pure: a ognuno il mondo che crea. Questo vuol dire che non esiste il dovere di inchinarsi davanti a qualcun altro. Ci si prostra solo davanti a se stessi per chiedersi perdono dei propri errori».

«Scommetto che Warren non apprezza questo modo di pensare» commentò Stiles, ironico e con un mezzo ghigno.

«Warren non apprezza moltissimi modi di pensare, oltre che non apprezzare molte cose e persone, e in genere si tratta sempre di soggetti che a loro volta non apprezzano lui».

Stiles aggrottò la fronte, pensoso. «Non capisco però come sia riuscito a diventare Re in questo posto. Voglio dire» si corresse, «com’è riuscito a imporre la sua figura? Non penso che sia il primo e ultimo ospite carismatico passato di qui…»

«Conosco la storia di Warren perché mi è stata raccontata da altri» gli rispose Raleigh, «ma comunque già solo osservandolo sarei riuscito lo stesso a capire com’è arrivato a essere ciò che è: ne porta bene i segni addosso, nei suoi atteggiamenti e nelle sue manie».

«Uhm, e com’è che ci è arrivato?» incalzò Stiles.

«Warren è un prodotto dell’odio, e i derivati dall’odio odiano. Sempre» pronunciò con del gelido distacco che provocò a Stiles dei brividi. «Figliolo, ricorda sempre che la rabbia è per i disperati, il sorriso per chi è in grado di accettare, l’amore per i coraggiosi e l’odio per i codardi. Se odi sei un codardo, non esistono eccezioni».

«Ne sei certo?» gli chiese inarcando un sopracciglio, scettico e ironico.

«Assolutamente. Quando si ama non si cercano motivazioni per farlo, si osa farlo e basta, ma quando si odia ci sono sempre… scuse: si odia sempre per questo o quel motivo, e si cerca sempre di rafforzare il motivo per cui si odia, quasi ci si dovesse giustificare. Ma perché non si ha il coraggio di dire semplicemente che una cosa non piace? Perché si deve insistere sulla parola odio

«Perché fa fico?» borbottò Stiles, sarcastico.

Raleigh sbuffò un sorriso. «Non sei poi così lontano dalla verità: alcuni si vantano del proprio odio verso qualcuno o qualcosa per essere controcorrente e per "distinguersi dalla massa", per dimostrare di essere diversi, e questo com’è ovvio non è neanche un atteggiamento sano» esalò scrollando la testa. «Quello che rende codardo chi odia è il fatto che in realtà l’oggetto del suo odio non è altro che un riflesso delle cose che odia di più di se stesso: i propri difetti, i propri errori, i propri modi di essere, i propri pezzi mancanti, o delle parti della propria storia personale… Chi odia accampa scuse ed evita il confronto nascondendosi dietro l’assoluto che esprime la parola stessa: dire di odiare è sempre molto più facile di ammettere che qualcosa non ci piace».

Il sopracciglio di Stiles rimase inarcato. «Tu odi, Raleigh?»

«Ti sembro perfetto, figliolo?»

«No».

«Appunto» sospirò, ostentando rassegnazione. «Faccio fatica anch’io a scendere a patti con le parti di me che meno mi piacciono».

«E ciò da oltre mille anni, che grande capacità di sopportazione» sottolineò Stiles.

«Ammetto che a volte mi guardo allo specchio e mi faccio dei complimenti: è salutare» affermò Raleigh, estremamente serio.

Stiles rise scuotendo la testa.

Raleigh agitò una mano come a minimizzare o riassestare il discorso. «Ricorda sempre, figliolo: l’odio è per i codardi. Ama, ama sempre, perché questa è la cosa più coraggiosa che nella vita si possa fare. Ci vuole fegato per imparare ad amare qualcuno o qualcosa».

«Lo terrò presente» gli ribatté annuendo.

«Warren è un prodotto dell’odio» riprese Raleigh, «è nato perché delle persone lo guardavano e vedevano in lui i difetti che a ragione temevano di avere: lo vedevano debole perché loro stessi erano deboli. Col senno di poi non fatico a immaginare Warren come il ragazzino dalla mentre brillante che viene preso di mira perché in effetti è migliore di altri».

«È stato una vittima di bullismo?»

«Bullismo proveniente da tutte le parti: bullismo a scuola perché gli altri volevano i suoi quaderni per copiare i compiti, bullismo all’interno del proprio branco perché era uno dei pochi umani e non era neanche in forma, bullismo da parte dei suoi genitori perché era nato umano e senza sensi sovrannaturali».

«Un omega umano» mormorò Stiles, ricordando cosa gli aveva raccontato una volta Ethan a proposito della propria storia personale.

Raleigh ciondolò la testa. «Più o meno. Warren è un ragazzo basso e cicciottello, e dalle sue mani sudaticce possono materialmente scivolare delle cose, ma dalla sua mente non scivola nulla».

Stiles era un po’ perplesso. «Com’è passato da vittima a carnefice?»

«Essere portato qua nell’Eden è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: anni di sopportazione lo hanno portato a desiderare della vendetta contro chi imponeva la propria forza. È solo… scoppiato» schioccò le dita. «E per quanto riguarda il carisma, le persone traumatizzate come lui sanno bene come adattarsi ed essere camaleontiche per evitare altra sofferenza o parare dei colpi, e chiunque sopravviva a degli atti simili deve abituarsi poi a convivere per sempre con dei demoni interiori parecchio fastidiosi e rumorosi. Di conseguenza, si può uscire da tutto ciò o come una persona migliore o come una persona peggiore: non esistono vie di mezzo, e la personalità di suddette persone… si espande» gesticolò con una mano. «Nel bene e nel male si diventa più forti, si portano delle cicatrici invisibili addosso e si diventa degli esseri dall’aura impressionante».

«In poche parole» riassunse Stiles, atono, «Warren ha una personalità disturbata».

Raleigh sospirò rassegnato. «Noto che stai assorbendo da Philip la capacità di farsi beffe delle mie lunghe considerazioni» osservò; Stiles abbozzò un ghigno. «Comunque sì, Warren ha una personalità molto disturbata, ed è… disturbante, appunto. Vuole unificare l’Eden solo per avere in mano più potere e una scacchiera più grande con cui giocare. Vuole essere lui stavolta il burattinaio di turno».

«Quindi si è messo a predicare l’unione per il bene della sopravvivenza e la gente gli ha creduto?» ipotizzò Stiles.

«Esattamente. La gente qui ha bisogno di credere in qualcosa per potere andare avanti, è facile fare abboccare le persone parlando di salvezza. Non mi sorprende che nel mondo reale uomini senza né arte né parte s’inventino santoni e dirigano sette per impossessarsi dei beni altrui».

«Warren si atteggia a dio?»

«Si è nominato da solo re, non penso sia tanto meglio».

Stiles fece un mormorio di assenso. «E fin quando si comporterà come un re, gli Osservatori non lo faranno morire».

«Apprezzo la sconfinatezza del loro gusto per l’orrido» osservò Raleigh con leggerezza, «per guardare per anni un fatto del genere ci vuole stomaco, non posso che lodare tale resistenza psicofisica».

Stiles sbuffò una risata nasale scuotendo la testa.

Cavalcarono ancora per un’altra giornata – trascorrendo la notte all’aperto – arrivando in un lato di foresta molto fitto e dall’intenso odore di muschio e umido – il sottobosco era ricco di felci. Dopodiché Linda cominciò a indicare loro la strada a seconda dei suoni che sentiva.

Stiles sentì la propria ansia crescere in petto fino a soffocarlo, e quando infine videro un carro con le insigne del Regno, circondato da un drappello di soldati, poté almeno accantonare la paura di ritrovarsi quella parata di fronte all’improvviso. Trasse un lungo respiro, cercando di assumere una posa seria e sicura.

Gli unici a scendere da cavallo furono Raleigh e Linda, Stiles restò alle loro spalle a pochi passi da loro, in sella a Roscoe.

Un soldato andò a bussare alla porta del carro, annunciando a bassa voce il loro arrivo.

Stiles vide che Raleigh, con un sorriso sereno sulle labbra e con molta disinvoltura, iniziò a giocherellare con la propria katana, senza sfoderarla: erano movimenti lenti, pigri, ma un occhio allenato sapeva interpretarli con chiarezza come mosse di arte marziale, e del retro il fodero delle katane poteva essere utilizzato anche come un’arma – un bastone.

Stiles, non appena vide la porta del carro aprirsi, si raddrizzò su Roscoe.

Quello che vide subito dopo, in qualche modo lo inquietò più della descrizione stessa di Warren.

Il Re non sembrava affatto più vecchio di Stiles ed era più basso lui – la fronte a occhio doveva arrivare al mento di Stiles – e nonostante gli abiti regali – che anche se lussuosi a dire il vero erano molto pratici, niente strascichi o mantelli o robe simili – il suo aspetto non era molto… sano. Aveva il volto sudaticcio e la pelle pallida, il corpo robusto di chi è molto in sovrappeso ma non obeso, gli occhi tondi, sporgenti ed enormi dalle iridi celesti, e riccioli biondi dall’aspetto umido su cui era posata una corona con gemme blu e rosse.

Non era la sua stazza a inquietare o a dare di lui l’idea che non fosse sano, affatto, ma quanto trapelasse il fatto che non si curava. Stiles capì cosa intendeva Raleigh con il fatto che anche solo osservandolo si capiva come fosse arrivato dov’era: poteva immaginare bene come a scuola fosse stato vittima dei bulli per il suo aspetto e per quello sguardo da stralunato dovuto agli occhi grandi e a palla, così come poteva immaginare che la sua aria trascurata fosse dovuta al fatto che ora detestava muovere un dito e passava i suoi giorni seduto a fare richieste anche per delle piccolezze.

L’aria da adolescente svampito, in contrasto con la sua vera età, l’immortalità e il suo ruolo, lo rendeva ancora più disturbante.

«Salve, Raleigh» esordì Warren con voce melliflua, senza rivolgere nemmeno uno sguardo agli altri.

«Ciao, Warren» ricambiò Raleigh con tono informale.

«Hai portato con te il tuo erede» venne subito al sodo.

Raleigh girò appena la testa verso la propria sinistra, indicando Stiles.

Lo sguardo di Warren passò subito di lui, lo guardò pieno di aspettativa gelida.

Stiles si sentì in dovere di non aprire bocca e a limitarsi a sostenere il suo sguardo, aspettando che fosse Warren a rivolgergli per primo la parola, e ciò dopo qualche attimo spinse il re a serrare la mascella – il sorriso di Raleigh si allargò. Essere guardato in modo aperto e a testa alta e allo stesso tempo non degnato di una parola non era qualcosa che faceva bene all’umore di un re, a quanto si poteva vedere.

«E così sei Stiles» borbottò Warren, e non lo salutò nemmeno. «Ho sentito molte cose su te. Dicono che maneggi la katana come solo una creatura sovrannaturale potrebbe fare. Sei del tutto umano?»

«Sì, sono umano. Chiedi ai tuoi soldati mannari se ho mentito» rispose spiccio e inespressivo.

Ancora più seccato di ricevere ordini, Warren si voltò verso i propri uomini, che annuirono.

«E com’è possibile allora che tu possieda delle qualità così straordinarie?» aggiunse Warren, curioso ma aspro.

«È un dono che il Destino ha voluto farmi» rispose sibillino.

Raleigh li interruppe con ironia. «Warren, figliolo, mi hai fatto venire fino a qui solo per parlare con il mio erede?»

Lui gli replicò con un sorriso zuccherino. «Mi sembra giusto fare conoscenza con Stiles, dato che fra non molto ci lascerai».

Raleigh sorrise tranquillo. «Mi commuovere sapere che tieni così tanto alla mia esistenza da tenere conto di quanti giorni mi separano dalla morte».

«Tu ti starai certo preparando a quest’inevitabile evenienza, e così anch’io».

«Certo. Non insulterò la tua intelligenza, così come tu non insulterai la mia» assentì Raleigh, solenne.

«Forse Stiles al contrario di te potrebbe prendere in considerazione la mia generosa proposta di protezione».

«Forse io» s’intromise Stiles biascicando, «sono dell’idea che offrire della protezione possa voler dire togliere della libertà».

Warren inarcò un sopracciglio. «La sicurezza di tutti e la condivisione equa delle risorse ha un suo prezzo».

«Non mi sembra che finora le Contee Indipendenti stiano penando tanto, nonostante non abbiano questa presunta sicurezza» constatò Stiles.

«Oh» e sorrise di nuovo zuccherino, «ma non si sa mai cosa potrebbe succedere in futuro, quali minacce potrebbero incombere su di loro».

«Warren» lo richiamò Raleigh.

«Sì?» gli rispose con tono vellutato.

Le iridi di Raleigh si illuminarono di arancione, rigirò velocemente fra le mani la katana infoderata e poi ne premette con forza la punta davanti ai propri piedi.

La parte di terreno in cui si trovava Warren, la sua carrozza e i suoi soldati vennero colti da una scossa di terremoto.

Gli uccelli scapparono in volo dagli alberi, vi fu un gran vociare di animali spaventati; gli uomini di Warren si guardarono fra di loro preoccupati, il Re invece sembrò sia furente che oltraggiato.

Raleigh non fece tornare gli occhi del loro colore naturale, ma assunse una posa meno formale e si posò la katana infoderata su una spalla. «Ricordati sempre una cosa molto importante, Warren» e il suo intero essere gridò la sua natura da trickster – dal sopracciglio inarcato al ghigno sulle labbra, dalle dita che si muovevano a ventaglio tamburellando sulla katana alle gambe appena divaricate.

«Ami spesso rinfacciarmi che sei nell’Eden da molto più di me» continuò Raleigh, «e questo è vero, ma io ero già vivo quando le grandi civiltà antiche sono sorte e poi andate in rovina, ho visto imperi cento volte più grandi del tuo regno nascere e morire, uomini conquistare con coraggio vette di montagne selvagge e poi sfruttare le vette raggiunte nel mondo della scienza per bruciare anni di vita passata, presente e futura. Ho visto le guerre mondiali da lontano, vivendo in beata solitudine in isole tropicali dimenticate dagli umani; c’ero l’indomani di Hiroshima e Nagasaki e c’ero per dire che in fondo la Guerra Fredda non è mai finita. E ho visto la nuova ondata di folle terrore portata dall’Undici Settembre, in nome di cose che sono banali a confronto al mistero della vita. Conosco la natura degli umani, quindi conosco anche la tua natura e le tue origini». Impugnò di nuovo la katana e veloce la posizionò come se volesse sfoderarla, mantenendola coperta e in orizzontale davanti a Warren.

«Tu puoi anche definirti un re» continuò Raleigh, «ma io sono un dio, e non solo perché con il mio potere posso far crollare il tuo castello anche in questo preciso momento o mettere il tuo Regno in ginocchio, no… Sono un dio perché, con la forza di ciò che sono e di ciò che so, potrei mandarti in rovina, se lo desiderassi davvero. E ricordati anche di non sottovalutare mai i figli di un dio». Sfilò la katana dal fodero solo di pochi centimetri, fissò Warren come se volesse attaccarlo, ma infine la rinfilò di nuovo nella custodia. Voltò le spalle a Warren e s’incamminò verso il proprio cavallo.

Warren lo fissò furioso assottigliando gli occhi. «Stai bluffando, altrimenti lo avresti già fatto».

«Al contrario di te, figliolo» gli replicò inespressivo, «sono un essere che valuta la vita degli innocenti, e gli uomini che ti seguono alla cieca sono innocenti fino a prova contraria: non li seppellirò mai sotto le macerie del tuo orrido palazzo».

«Sei solo un codardo…»

Raleigh rise in modo quieto. «Io un codardo? Cos’è che odi così tanto, figliolo? Essere debole o essere impotente? Hai mai provato a sopperire a ciò imparando l’arte della spada? Potrebbe esserti utile, un giorno. E non scordare mai di non sottovalutare i miei amati figli». Accennò a ripartire al galoppo e gli altri lo imitarono.

Stiles non si voltò a guardare indietro, ma poteva comunque sentire che non erano inseguiti: Warren non era stupido, non sarebbe stata una buona pubblicità per lui farli trovare morti dopo essere stato lui stesso a invitarli lì.

E così Raleigh stava evitando da anni un attacco diretto per evitare di provocare delle morti inutili – gli uomini al servizio di Warren erano diversi da quelli del Raccolto, non erano tutti degli assassini, erano solo dei credenti ciechi, e poi moltissimi abitanti del Regno non c’entravano nulla con il loro Re – ma non era difficile intuire che ormai una vera mossa fosse prossima, da parte di Raleigh o da parte di Warren.

O forse Warren stava aspettando la morte di Raleigh per approfittare della sua assenza, e aveva voluto vedere quanto fosse forte Stiles… quello era molto probabile.

Comunque sarebbe andata, Warren era stato in grado di pungolare gli istinti della Nogitsune che aleggiavano dentro Stiles, quindi se proprio voleva una guerra… l’avrebbe avuta.

Chapter Text

 

Il tramonto era ormai prossimo, la mezzanotte che dava inizio a un nuovo 5x1 sarebbe presto arrivata.

All’interno della propria casetta, Stiles prese dalla sacca da viaggio lo specchietto che utilizzava per osservare meglio le ferite subite in posti più difficili da guardare in modo diretto, e andò davanti allo specchio più grande posto nell’angolo toilette.

Si spinse più indietro il cappuccio della divisa, si tirò verso il basso l’orlo della casacca e posizionò lo specchietto in maniera tale da vedere la nuca riflessa nello specchio più grande di fronte a lui.

Stava cercando di assicurarsi che il tatuaggio fosse guarito davvero bene.

Era il profilo della testa di una volpe, disegnato con tratto tribale. C’era una volpe dentro la sua testa, e lui lo aveva accettato e adesso non temeva più di mostrarlo a tutti portando un segno – e un avviso per gli altri – così evidente sulla propria pelle.

Il processo per tracciare quel disegno non era stato facilissimo da sopportare, ma in un certo senso Stiles si sentiva fiero di essere riuscito a superarlo. Non era stato nulla di peggio rispetto a molto altro che finora aveva subito.

Derek venne alle sue spalle, gli scostò la mano con cui teneva lo specchietto e con le iridi che brillavano di blu gli scansionò il tatuaggio. «Non c’è alcuna traccia di infezione, è guarito» gli mormorò atono.

Stiles guardò pensieroso il riflesso di Derek. «Non hai fatto alcun commento, né quando ho detto che volevo tatuarmi, né quando mi sono tatuato». Sentì lo sbuffò di un sospiro contro la nuca; gli procurò un brivido.

«Il tipo di disegno è stata una scelta abbastanza peculiare, avrei dovuto aggiungere qualcos’altro?»

Stiles si allontanò da lui per andare a rimettere a posto lo specchietto – la sacca era già pronta e posata sul tavolo. «No, non credo» esalò. «Hai già sistemato tutto per la tua partenza?» gli domandò, allacciando la fibbia della chiusura della borsa.

«Sì».

Quello era il loro sesto 5x1. Ormai vivevano quel giorno con una strana calma: erano pieni di senso pratico, non così concentrati da non saper spostare la mente dal quadro generale ai dettagli in modo semplice, continuo e fluido, ma comunque seri e su piedi leggeri.

Stiles si voltò verso Derek e gli parlò a sguardo basso, assicurandosi il cannocchiale alla cinta insieme a un paio di pugnali. «Ti aspetterò a casa. Mandami un messaggio appena arrivi alle mura, così verrò qui ad attenderti».

«Stai attento».

«Sono sempre attento. Stai attento anche tu. Perché ti aspetto» rimarcò. Alzò lo sguardo e vide Derek a meno di un passo da lui; si appoggiò al tavolo di spalle, rilassò la posa e appoggiò in maniera calorosa una mano sul lato del collo di Derek. Lui gli infilò le dita fra i capelli, posarono l’uno la fronte contro l’altro e per un lungo attimo restarono così, a occhi socchiusi a respirare in silenzio la stessa aria, sussurrandosi in modo tacito mille cose e il loro contrario, e scongiurandosi di tornare a casa sani e salvi.

«Mi importa di te» mormorò Stiles roco, contro lo zigomo di Derek; lui gli annuì.

Stiles afferrò Black Self e la propria sacca e, senza voltarsi mai a guardare di nuovo Derek, uscì di casa. Avevano scoperto in maniera implicita e silenziosa che era più facile quando era Stiles il primo ad allontanarsi, forse perché fra i due era quello che non andava mai via senza prima dire quello che pensava davvero, non lasciava nulla di non detto dietro di sé – preferiva non dare a Derek l’opportunità di provare del rimpianto.

Derek doveva ancora imparare a dire ad alta voce quanto gli importava, ma andava bene così: avevano tempo, non moltissimi anni, ma comunque avevano tempo.

 

 

 

Non appena arrivato al castello, Stiles passò prima dall’ala della Raccolta Dati a prendere dei tomi, poi salì a posare le proprie cose nella sua stanza al dormitorio e infine raggiunse Philip al tavolo dove di solito studiava a faceva ricerche.

Philip si era fissato uno strano particolare: negli ultimi tre giorni all’improvviso le giornate erano diventate più corte, c’era meno luce solare.

Nell’Eden il cambio delle stagioni era dettato dagli Osservatori e non sempre era regolare o procedeva in modo diretto – a volte quei pazzi sadici amavano passare dalla primavera all’inverno, giusto per vedere che effetto avrebbe fatto loro e sui raccolti – quindi Stiles poteva capire perché mai Philip fosse così sospettoso.

Il fatto che questo stesse accadendo con l’avvicinarsi di un 5x1, però, li stava mettendo entrambi un po’ in ansia.

L’unico modo per prevedere le mosse degli Osservatori era analizzare i dati degli anni passati, controllare se, come e quando un simile fenomeno si fosse già verificato e con quali conseguenze.

Considerando il modo brusco in cui le stagioni potevano succedersi, non era però facile trovare qualcosa di simile negli annali. Dopo una giornata di ricerca a vuoto, avevano deciso di partire dalle basi: avevano notato che in previsione di un fenomeno che coinvolgeva tutto l’Eden, gli Osservatori cercavano di Inserire in maniera preventiva dei soggetti che corrispondessero unicamente a una sola tipologia.

Super luna? Più mannari Inseriti.

Siccità? Più creature dipendenti dall’acqua Inserite.

Se avessero trovato qualche differenza fra le tipologie di Inseriti nel periodo attuale rispetto al passato, avrebbero potuto quantomeno verificare il loro sospetto.

«Potrebbe essere solo un cambio di stagione a cazzo» mugugnò Stiles poco convinto, aprendo un nuovo libro da consultare.

«Dici?» gli replicò Philip, inespressivo eppure scettico.

«Ci voglio credere» esalò. Si stropicciò gli occhi. «Non abbiamo trovato niente che ci sia sul serio di aiuto, finora, e i mannari non stanno percependo nulla di anomalo nell’atmosfera».

«Non mentire» biascicò atono, tenendo lo sguardo basso sulle pagine che scorreva. «Tu stai percependo qualcosa, e non per via di ciò che hai assorbito dalla Nogitsune, ma perché sei un tipo sempre in malafede e sospettoso come me».

Stiles sospirò stanco. «Ok, questo te lo concedo, altrimenti non sarei nemmeno qui ad aiutarti a fare questa ricerca pazza dell’ultimo momento, ma…» si voltò distratto verso la finestra. E aggrottò di colpo la fronte. «Ma che ora sarà?»

Philip, inespressivo, fece l’atto di osservare l’orologio da polso che non possedeva. «La mia meridiana portatile dice che è circa l’ora del tramonto».

Stiles roteò gli occhi. «Ok, Signor Simpatia, e da quanto tempo è il tramonto?»

Lui si arrese ad alzare finalmente lo sguardo verso la finestra. Divenne di colpo serio. «Questo è strano» disse quieto. Si alzò dal tavolo. «Contatta Ismail e digli delle nostre teorie: a te darà ascolto».

«Dove stai andando?» si sorprese Stiles.

«A prendere una dannata clessidra».

Stiles lo inseguì scrivendo veloce a Ismail; si fermarono solo quando arrivarono davanti alla porta del posto in cui nel castello tenevano conservati con cura degli strumenti per calcolare il tempo e lo spazio, come le clessidre.

Trovarono la porta aperta.

Si scambiarono uno sguardo ed entrarono con cautela.

Nella penombra videro Logan seduto con la schiena poggiata contro il muro; aveva fra le mani una delle clessidre per calcolare trenta minuti – Stiles la riconobbe per il colore della sabbia, Bhanuja gli aveva insegnato a distinguere quelle che tenevano nel castello – e al posto delle unghie aveva artigli.

Logan non aveva altri segni da wendigo addosso, ma il suo sguardo era un po’ perso come quello di un animale spaventato e all’erta.

«Logan, amico» lo richiamò Stiles con cautela, mentre Philip accanto a lui si guardava veloce attorno per controllare se lì ci fosse qualcosa fuori posto, «stai bene?»

Lui gli rispose rauco, con gli occhi fissi sulla clessidra. «Non sto sentendo il sole tramontare».

«E così sei venuto qui per controllare da quanto tempo non sta tramontando?» gli domandò Stiles.

Lui annuì.

«E da quanto tempo?» incalzò Philip.

«Un’ora e mezza. Quasi due, ormai. A questo punto non penso che scenderà la notte» biascicò atono ma spaventato.

Stiles deglutì a stento.

«Contatto Bhanuja» esalò Philip, aprendo il proprio account. «Lei saprà come calmarlo».

Stiles si accovacciò con attenzione davanti a Logan, anche se a qualche passo di distanza. «Perché ti preoccupa così tanto che non calerà la sera?»

«Sono un predatore, prediligo la notte» parlò un po’ a fatica. «Anche se non caccio più ho bisogno della notte, necessito di stabilità».

Stiles annuì comprensivo.

Philip si appoggiò di spalle allo stipite della porta, sembrava quasi essersi messo di guardia, e forse era proprio così – se qualcun altro avesse visto Logan in quelle condizioni, non avrebbe giocato alla sua causa da wendigo perfettamente integrato nella società, perché in quell’attimo in effetti metteva un po’ paura.

«In teoria i mannari dovrebbero essere quelli più affetti da un fenomeno simile» considerò Philip, «avrebbero dovuto essere i primi a percepirlo, ma questa è una serata di crisi in previsione del 5x1, è facile essere distratti, e in più tutti siamo abituati a come qui il tempo segua i capricci degli Osservatori: non tutti sono sospettosi come noi due».

«E perché Logan lo sta invece sentendo?» ribatté Stiles, perplesso.

«Anche lui come i mannari è un predatore notturno, ma il suo nuovo tipo di dieta e la continua mancanza di caccia a un umano a quanto pare lo rende più suscettibile a tali fenomeni: rispetto agli altri sente molto di più che stasera la notte non lo aiuterà a cacciarlo».

Stiles tornò a guardare Logan, che aveva smesso di essere impaurito, era solo molto scosso e preoccupato. «Quindi» mormorò Stiles, «se proprio Logan, predatore notturno, dice che il sole non tramonterà…»

Philip annuì e continuò per lui. «Vuol dire che non tramonterà davvero».

Si udirono dei passi affrettati lungo il corridoio di pietra; Stiles alzò la testa di scatto e vide Bhanuja e Ismail entrare nella stanza.

Bhanuja si inginocchiò subito accanto a Logan e iniziò a parlargli in modo quieto, rassicurandolo che ora lo avrebbe accompagnato a mangiare e sarebbe stato immediatamente meglio.

Ismail fece cenno a Stiles e Philip di seguirlo fuori. «Cosa sta succedendo?» chiese apprensivo, anche se sembrò molto composto.

«Il sole non tramonterà» ripeté Stiles. «Logan è nel panico perché riesce a percepirlo. Presto cominceranno a sentirlo anche gli altri mannari».

Ismail trasse un respiro tremante passandosi una mano sulla faccia. «Non prevedo nulla di buono. Non sappiamo nemmeno quando il tempo si è fermato: come faremo a calcolare l’arrivo della mezzanotte e l’inizio del 5x1?!»

«Di certo le comunicazioni verranno bloccate» osservò Stiles, «possiamo aiutarci controllando quando la posta virtuale verrà bloccata».

«Sì, ma la venuta dell’oscurità finora è sempre stato un ottimo preavviso, così come l’arrivo dell’alba» borbottò Ismail, frustrato. «Non avremo più alcun vantaggio… Avviso Marjorie di spargere la voce presso la Misericordia, e Linda di avvisare le guardie alle porte della mura della contea. Io mi occupo del castello e di chiedere ai confratelli di avvisare più gente possibile a catena via posta. Voi continuate le vostre ricerche» li guardò con attenzione, «abbiamo bisogno di capire e prevedere cos’altro gli Osservatori intendono fare».

Stiles annuì. «Conviene anche iniziare a usare delle clessidre» propose.

Tornarono indietro nella stanza dov’erano prima, la trovarono vuota – Bhanuja e Logan dovevano essere già andati via. Stiles e Philip si procurarono una clessidra da un’ora ciascuno, Ismail ne prese due e poi mise mano su un’altra più grande da ventiquattro ore; le girarono.

«Manderò qui qualcun altro a stare di guardia dandogliene una delle mie» considerò Ismail, «così potrà sincronizzare con quella che ho appena avviato tutte quelle che distribuirà a chi ne vorrà una».

«Noi proseguiamo le ricerche» mormorò Philip.

Si salutarono con cenni veloci e ognuno prese la propria strada.

Stiles sbuffò frustrato sbattendo la propria clessidra sul loro tavolo. «A questo punto non possiamo nemmeno dare per scontato che il 5x1 durerà soltanto un giorno». Si affrettò a scrivere un messaggio a Derek.

"Il sole non tramonterà oggi, ne ho appena avuta la conferma. Stai attento, e per capire quando inizierà il 5x1 controlla quando la posta verrà bloccata".

«Non è solo questo il problema» aggiunse Philip, «la mancanza di oscurità renderà i mannari sempre più nervosi e facilmente suscettibili, specie se ancora giovani o se hanno imparato da poco a controllarsi».

Stiles si passò una mano sulla faccia. «E proprio durante un 5x1, giorno in cui si è spronati a uccidere: fantastico».

"Marjorie mi ha appena avvisato" gli scrisse Derek. "Cerca di non uscire dal castello".

"Ti scriverò ogni ora, fino a quando le comunicazione non verranno interrotte". Almeno così avrebbe potuto dare a Derek una minima idea del tempo che passava.

«Da dove cominciamo?» chiese a Philip, restando in piedi e poggiando le mani sul tavolo pieno di libri.

«Finora non abbiamo trovato nulla di anomalo fra i nuovi Inseriti: sembra che attualmente nell’Eden sia presente più o meno la stessa percentuale per ogni specie, e non è meno diminuita o aumentata l’età media di Inserimento».

«E cosa potrebbe dirci questo dato?» ponderò Stiles.

Philip scrollò le spalle. «Forse vogliono testare questo fenomeno su più persone diverse possibili: l’assenza di tempo e soprattutto la mancanza della notte non è qualcosa che affligge solo i mannari, influenza anche gli umani. E negli umani lo stress può generare violenza e depressione».

«Quindi questo è un test di resistenza» commentò Stiles.

«Probabile. Dobbiamo stimare quanto potrà mai durare».

Stiles alzò piano lo sguardo verso Philip, per puntare gli occhi nei suoi. «E tu pensi che riusciremo a farlo?»

Gli rispose mortalmente serio. «Non ne ho idea» disse, ma echeggiò come un "Penso di no".

 

 

 

Stiles si risvegliò con un sapore di saliva stantia in bocca, la guancia schiacciata contro un libro aperto e un dolore sordo al collo per via della posizione storta: si era addormentato sul tavolo, leggendo.

L’ultimo messaggio che aveva inviato a Derek era stato abbastanza patetico: "Ho fame". Poi le comunicazioni era state interrotte dagli Osservatori.

Lui e Philip ormai cercavano negli annali della biblioteca qualche indizio da circa quattro ore – o almeno prima che crollasse erano quelle le ore segnate dalla sua clessidra – insieme ad altri tredici confratelli mandati da Ismail e sparsi per il castello a sfogliare tomi sull’argomento.

Non avevano trovato assolutamente neanche un briciolo di indizio.

Stiles non era neanche andato a cena, da qui l’ultimo messaggio a Derek. Davvero patetico. Se qualcosa fosse andato storto, Derek lo avrebbe ricordato per sempre come "Colui che aveva fame", che cosa profonda.

Emise un lieve lamento e poi di colpo sbarrò gli occhi, voltandosi a guardare la propria clessidra.

«Te l’ho girata insieme alla mia» mormorò Philip inespressivo, seduto di fronte a lui e impegnato a leggere l’ennesimo volume polveroso.

«Grazie» disse rauco.

Philip prese la brocca d’acqua e riempì un bicchiere da bere, glielo passò. Stiles lo prosciugò in un paio di lunghe sorsate, grato.

«Brancoliamo ancora nel buio» annunciò Philip, monocorde.

«Non avrei potuto avere un risveglio migliore» biascicò Stiles, sarcastico.

Vennero interrotti da qualcuno che svoltò l’angolo di uno scaffale e venne verso di loro con un vassoio carico di roba fra le braccia.

«Bhanuja mi manda a darvi da mangiare» spiegò loro Logan, a sguardo basso e un po’ impacciato.

Sul vassoio c’era del pane, dei pezzi di formaggio, le posate, delle mini scodelle coperte da dei coperchi di coccio e perfino dell’acqua e dei bicchieri: se Logan non avesse avuto la forza sovrannaturale dalla sua, Stiles dubitava che ce l’avrebbe fatta a portare tutta quella roba. Bhanuja sapeva essere abbastanza entusiasta quando si trattava di nutrire gli altri.

L’odore di spezzatino arrivò al naso di Stiles e il suo stomaco gorgogliò. «Grazie» pronunciò in maniera particolarmente sentita. Iniziò a mettere i libri da parte, rapido; Philip lo imitò rivolgendogli un mezzo sorriso divertito.

«E…» aggiunse Logan, sempre tenendo gli occhi puntati sul pavimento, «volevo anche ringraziarvi per come mi avete aiutato nella stanza degli strumenti di misurazione».

Stiles agitò una mano. «Non dirlo nemmeno, amico! Dai, siediti con noi» lo invitò ad accomodarsi al capotavola.

Logan si guardò più volte attorno con gesti secchi, come se si stesse domandando se Stiles si era rivolto proprio a lui, e infine si sedette.

«Stai meglio?» gli chiese Stiles a bocca piena.

Lui annuì. «Anche se mi sento ancora un po’ irrequieto».

«Come del resto credo lo siano tutti i predatori notturni dell’Eden» sottolineò Philip, «è solo naturale».

Logan accolse il sottile incoraggiamento grattandosi la nuca ed evitando di guardarli in faccia.

Stiles deglutì un grosso boccone di pane e carne. «Tutto bene in cima al castello?»

Logan assentì. «Non abbiamo avvistato nulla di strano finora dal cammino di ronda».

«C’è della luce naturale, anche se fioca» osservò Philip, «rispetto agli altri 5x1 sarà più facile osservare l’ambiente circostante, e gli assassini potranno contare di meno sull’effetto sorpresa nascondendosi nell’oscurità».

«Vedi, questa è una cosa che non capisco» esalò Stiles, frustrato. «Di solito quella del 5x1 è una giornata dal cielo cupo seguita da una notte piovosa, per rendere difficile vedere i nemici e assordare le creature sovrannaturali con lo scrosciare interrotto dell’acqua, quindi perché proprio ora hanno deciso di non togliere la luce e di non fare piovere?»

«Beh, senza dubbio è sospetto» ribatté Philip, «ma credo che l’effetto che ha la mancanza dell’oscurità sui mannari e su qualsiasi altra creatura legata alla notte sostituisca appieno il buio prolungato e la pioggia battente».

«Questo è vero, ma ho comunque l’impressione che continui a sfuggirci qualcosa…»

«Isobel…» pronunciò Logan, e poi richiuse bocca quando vide Stiles e Logan fare scattare le teste verso di lui. Si schiarì la voce. «Isobel, in una parte di uno degli annali curati da lei, ha scritto un evento particolare legato alla pioggia…» Logan aveva letto qualsiasi cosa avesse scritto Isobel in vita.

«Cioè?» lo spronò Stiles.

«Circa ventisei anni fa, in tutto l’Eden ha piovuto interrottamente per venti giorni, e il decimo giorno è stato quello del 5x1».

Stiles ci rifletté sopra. «Ma il tempo non si è fermato, giusto?»

«Sì, il sole ha continuato a sorgere e tramontare».

«Questo però» specificò Philip, pensoso, «non vuol dire che l’atmosfera non fosse cupa».

«Lo è stata eccome cupa» sottolineò Stiles, «e per venti giorni».

«Una pioggia simile porta comunque delle conseguenze: danneggia il raccolto, provoca delle piene» elencò Philip, «rende impraticabili le strade, può generare allagamenti o frane e danneggia i nostri edifici, non così resistenti all’umidità. Provoca un’alta condizione di stress, martella sui nervi in modo continuo».

«Proprio come la mancanza di oscurità irrita tutti…» considerò Stiles. «Pensi che ci sia una connessione?»

Philip agitò un dito in cenno di no, ma si mise a cercare un libro in particolare fra quelli posti sul tavolo. «Non esattamente, ma mi sta facendo ricordare una cosa… Durante i venti giorni di pioggia c’è stato un 5x1: niente è casuale quando si tratta degli Osservatori, quindi se il 5x1 è caduto proprio a metà di quel periodo è di certo perché volevano testare qualcosa». Si rivolse a Logan. «Per caso hai letto anche quanti nuovi Inseriti sono sopravvissuti fra quelli mandati dopo quel 5x1?»

«Solo tre».

«Solo tre?» si stupì Stiles.

Logan scrollò le spalle. «Non è difficile da immaginare: nell’Eden erano tutti nervosi e stanchi, mentre i nuovi Inseriti erano soli e immersi nell’acqua, e se umani suscettibili a infezioni».

«E» incalzò Philip, mentre scorreva veloce delle pagine, «il numero di morti durante quel 5x1 è stato superiore rispetto agli altri precedenti?»

«Di circa il 25%» gli rispose prontamente, e prima che Stiles potesse di nuovo ripetere a pappagallo la risposta aggiunse «ma alcuni sono morti a seguito a delle infezioni non curate bene per via della pioggia, o peggiorate per il fango».

«Quindi» ipotizzò Stiles, «possiamo dire che peggiori sono le condizioni ambientali, più alto sarà il numero di morti?»

«Questo è un test» continuò Philip, «gli Osservatori stanno avendo modo di osservare su più specie qual è l’effetto dell’improvvisa mancanza della notte, ma guardacaso proprio in questo tipo di giorno particolare». Voltò la pagina trovata verso Stiles e Logan: indicò loro una riga, riportava dei dati statistici. «Negli ultimi tempi il periodo di pausa fra un 5x1 e un Inserimento è diminuito».

«Proprio come per farci abbassare la guardia negli ultimi tre giorni hanno man mano fatto arrivare prima l’ora del tramonto» realizzò Stiles. «Metteranno dei nuovi Inseriti. Oggi».

Logan per la prima volta si mostrò scandalizzato. «Non possono farlo. I nuovi non sanno niente di questo mondo. Non sanno del 5x1. Non sono abituati a niente».

Stiles si passò una mano sulla fronte. «Gli Osservatori puntano proprio su questo: vogliono vedere se resisteranno».

«Questa resta comunque un’ipotesi» puntualizzò Philip.

«Un’ipotesi molto realistica» insisté Stiles. «Durante il 5x1 in genere siamo tutti più sospettosi e propensi a saltare alla gola del primo individuo strano o sconosciuto che ci passa accanto, ma oggi che in più siamo carichi di stress e paure per la mancanza di oscurità?» Scosse la testa sarcastico schioccando la lingua. «Oggi la gente ucciderà a vista senza neanche prima porre delle domande a chi ha nel proprio mirino. Questa è la condizione ideale per testare i nostri istinti omicida».

Logan afflosciò le spalle e li fissò inespressivo. «Possiamo tornare sul fatto che questa è solo un’ipotesi?»

Sia Philip che Stiles distolsero lo sguardo sospirando forte e rassegnati.

Logan annuì. «Ok, non torniamoci».

Stiles si passò una mano sulla fronte, frustrato. «Non possiamo nemmeno contattare quelli della Misericordia».

«Non possiamo contattare nessuno che si trova fuori dal castello» puntualizzò Philip.

E ciò provocò in Stiles un lampo di genio. «Ma noi possiamo andare fuori dal castello!»

Philip lo guardò scettico. «E chi speri di trovare? Sono tutti sbarrati dentro casa».

«E se gli Osservatori avessero fatto materializzare dei nuovi Inseriti dentro la contea?» incalzò Stiles, sicuro della sua idea.

Philip aggrottò la fronte. «Perché dovrebbero farlo? Non l’hanno mai fatto».

«Forse lo faranno proprio perché non l’hanno mai fatto. E perché di solito, quando si vede della gente in giro per la contea durante un 5x1, spesso di tratta di invasori. Specie se sono facce sconosciute» insinuò. Ogni sconosciuto quel giorno rischiava di essere scambiato per un invasore.

Philip divenne molto più serio. «Questa non è affatto una buona premessa. Andiamo da Ismail».

Si alzarono rumorosamente dal tavolo e a passi rapidi risalirono le scale della torre per andare sul cammino di ronda, dov’erano appostati di vedetta Ismail e altri loro confratelli.

Stiles esordì senza usare mezzi termini. «Dobbiamo andare fuori dal castello».

Ismail lo guardò come se fosse impazzito. «Cosa

Philip rivolse lo sguardo al cielo roteando gli occhi, e fece un breve riassunto di ciò che pensavano.

Al termine, Ismail li guardò preoccupato. «Gente, non posso mandarvi fuori dal castello: è una mia responsabilità mantenervi al sicuro, non posso rischiare la vostra incolumità solo per un’ipotesi».

Stiles sporse il braccio oltre le mura, indicando con un cenno vago i piedi del castello. «Avete visto nulla di strano finora qui sotto?»

«No» gli rispose Ismail, «ma questo vuol dire anche che non ci sono nuovi Inseriti per le strade della contea, quindi che senso ha mandarvi lì?»

«Potrebbero essere nascosti per la paura» obiettò Stiles.

«Così come potrebbero essere nascosti degli assassini» ribatté Ismail.

Stiles lo guardò supplicante. «Ismail, per favore…»

«Stiles è l’erede» disse Philip, «la sua parola non conta?»

«Sì, ma…»

«E in fin dei conti tu non puoi materialmente impedirci di uscire fuori» incalzò Philip. «Possiamo andare solo noi tre, ci prendiamo questa responsabilità. O possiamo anche andare sulla parola di Stiles, se lui vuole».

Stiles aggrottò la fronte. «Certo che lo voglio».

Ismail trasse un respiro profondo, come per infondersi pazienza. «Va bene. Ma posso lasciare andare solo voi tre. Cercate di mettervi nei miei panni».

«Lo capisco» lo rassicurò Stiles.

«Alla prima anomalia che noterò da quassù, vi manderò Linda e qualcun altro. Cercate di restare visibili da qui».

«Ok».

Girarono sui tacchi e s’incamminarono alla volta dell’uscita secondaria del castello. Almeno Stiles e Philip quel giorno avevano deciso di mantenere le spade con loro, considerando che giornata era, Logan invece… beh, lui non aveva un gran bisogno di armi.

Dissero alle guardie che stazionavano lì che avevano il permesso di Ismail per uscire, poi Philip aprì la porta con cautela, senza fare rumore, e uscirono circospetti.

«Ismail non può neanche inviarci delle indicazioni dall’alto» borbottò Stiles. «Che facciamo, ci conviene dividerci?»

Philip lo fissò serio. «Credi che le tue abilità nuove saranno in grado di mantenerti all’erta e di percepire dei pericoli, se sarai solo?»

«Sono già stato solo in missione nella foresta. Posso farcela».

«Allora disperdiamoci» esalò Philip, accennando agli altri due con la testa in che direzione andare. «Ognuno faccia un giro di perlustrazione della zona e poi ritorni qui per decidere insieme cos’altro fare».

Stiles si voltò e percorse con una camminata veloce la strada davanti a sé fino ad imbattersi in un incrocio. Rallentò, guardingo tese l’orecchio e poi proseguì a destra – sulla sinistra sarebbe finito sul tratto già coperto da Philip.

Nei mesi passati aveva già avuto occasione di affrontare situazioni incerte e di evitare dei pericoli con scaltrezza, nascondendosi bene non appena sentiva degli estranei avvicinarsi a lui e Roscoe, e riuscire a salvarsi la pelle da solo lo aveva reso molto più sicuro di sé e delle proprie capacità. Adesso però era un’altra storia, perché sentiva sulle proprie spalle il peso invisibile della probabilità di essere attaccato da un momento all’altro.

La costante luce aranciata del tramonto, tra l’altro, stava cominciando a dargli sui nervi. Di quel passo non sarebbe più riuscito a trovare un tramonto poetico.

Dopo non molto, iniziò pure a sudare per l’ansia, pur restando all’erta e sicuro.

Finora non aveva sentito rumori strani, se non qualche suono o scalpiccio attutito proveniente dall’interno delle case; ogni tanto era pure successo di sentire il cigolio di una finestra che si apriva appena, perché un incauto abitante aveva sentito il suo passaggio e voleva vedere chi era.

Gli stava sembrando di essere in quelle strade inquietantemente deserte da ore, poi sentì più persone correre e urlare.

«Fermati!»

E dopo un ringhio minaccioso.

Sfoderò la katana e corse all’impazzata in direzione delle voci.

Giunto sul posto, rallentò in scivolata quando restò un po’ sorpreso di ciò che vide.

Un gruppo di cinque persone armate alla meglio – chi con i propri artigli e le proprie zanne, chi con dei coltelli e delle spade dall’aspetto rudimentale, chi con dei ferri da camino – ne stavano circondando altre due: una giovane donna e un ragazzino.

La prima poteva essere nei suoi primi vent’anni, portava dei pratici vestiti da viaggio maschili e aveva i capelli neri, molto lunghi, mossi e scompigliati; i suoi occhi erano di un blu così acceso e intenso da contrastare molto con la carnagione pallida. Teneva le braccia allargate in posa d’attacco, ma in realtà stava proteggendo il ragazzino, che stava dietro di lei con aria impaurita e supplicante. Lui non poteva avere più di quindici anni, era mingherlino con i capelli biondo scuro e gli occhi nocciola, stringeva nei pugni il retro della giacca della ragazza.

«Che cazzo sta succedendo?» chiese Stiles, attonito. I tipi armati erano facce conosciute – non sapeva i loro nomi, ma almeno una volta li aveva visti in giro per la contea – mentre gli altri due non aveva idea di chi fossero, ma non sembravano sul serio minacciosi.

Vide di sottecchi Philip e Logan raggiungerlo.

L’uomo a capo degli assalitori gli rispose senza distogliere lo sguardo dalla ragazza. «Li abbiamo visti dalle nostre finestre aggirarsi di soppiatto nel nostro isolato. Devono essere degli invasori».

A quell’accusa, la ragazza ringhiò mostrando zanne, artigli e iridi illuminate di blu. Era una mannara che aveva ucciso un innocente.

Stiles aggrottò la fronte. «Ok, ma su che base dite che sono degli invasori?»

«Non li abbiamo mai visti prima d’ora! E se non sono degli invasori, perché mai stavano provando a nascondersi?»

La ragazza bloccò le parole di Stiles sul nascere e gli rispose fra le zanne. «Ti ho già detto che non abbiamo nemmeno idea di dove ci troviamo! Siamo stati materializzati in un’apparente città deserta con tutte le porte sbarrate: come altro avremmo dovuto comportarci?!»

«Quello che dici non ha senso!» insisté l’uomo. «Non ci si materializza dentro una contea dalle porte chiuse».

«Non so nemmeno che cazzo sia una contea! E abbassa quell’arma: il ragazzino è umano

«Hai gli occhi blu, hai già ucciso una volta un innocente, perché dovremmo crederti?»

«Silenzio» pronunciò Philip. Fu un ordine non urlato, ma detto in modo forte, sicuro e chiaro.

Per fortuna tutti gli diedero retta.

Stiles sospirò un po’ più sollevato. «Vi hanno appena mandati qui?» chiese neutrale alla ragazza.

«Sì».

«Questo è impossibile» sbottò l’uomo armato. «Sta mentendo».

Stiles si rivolse a Logan e agli altri mannari presenti. «L’avete sentita mentire?».

Logan scosse la testa in cenno di diniego, altri mormorarono "no".

«Potrebbe essere allenata a mentire!» insisté il tipo.

Philip, con un cenno secco, aprì il proprio account e pose la finestra verso la ragazza. Stiles era accanto a lui, poté vedere che il suo nome era Magdaléna Breška.

Philip le rivolse una domanda, monocorde e inespressivo. «Il tuo nome è Magdaléna?»

«Sì» rispose stranita.

«Hai i capelli scuri?»

«Sì». Era sempre più confusa.

«Il tuo cognome è Blackwood?»

«No!»

«Dimmi una bugia».

«Sto capendo perfettamente che sta succedendo e dove vuoi andare a parare» gli disse sarcastica.

Philip non fece una piega, piuttosto si rivolse verso il gruppetto. «L’avete sentita contraddirsi?»

Qualcuno mugugnò no, altri fecero una faccia scornata e perfino un po’ delusa.

«Bene» sospirò Philip, chiudendo la finestra con un gesto secco. «Direi allora che il caso è chiuso».

Stiles, Philip e Logan restarono fermi immobili a fissare il gruppo fino a quando i tizi non decisero di arrendersi e arretrare, tornando alla propria abitazione.

Stiles rilassò la posa e si voltò verso gli altri due presenti rinfoderando la katana. «Venite, vi portiamo al sicuro».

A rovinare l’attimo ci pensò un piccolo drappello di suoi confratelli guidati da Linda, che corse da lui con gli artigli in mostra e le iridi rosse.

«Ragazzi!» li richiamò Linda, con voce da alpha e un tono carico di apprensione ma anche di una sottile minaccia rivolta agli sconosciuti.

Magdaléna tornò subito a proteggere il ragazzino.

Stiles stese le braccia rivolgendo un palmo verso Linda e l’altro verso la ragazza. «Ehi, ehi! Calma, va tutto bene».

«Ismail e gli altri hanno visto della lotta dall’alto» gli spiegò Linda, «mi hanno mandata ad aiutarvi».

«Va tutto bene» ripeté Stiles, «loro due sono solo dei nuovi Inseriti. Sono spaesati e li hanno appena scambiati per degli invasori, quindi cerchiamo di non spaventarli ulteriormente: giù gli artigli». E dopo un attimo di esitazione tutto il drappello ritrasse i propri tratti da mannaro.

«È tutto ok» disse di nuovo Stiles a Magdaléna. «Oggi qui nell’Eden è il Giorno del 5x1, cioè chiunque può ricevere cinque monete d’oro per ogni vita che toglie, per questo tutte le porte sono sprangate e chiuse a chiave e tutti sono così sospettosi e in malafede».

Lei lo guardò scettica. «E perché dovremmo fidarci di voi?»

«Sei una mannara, puoi sentire le nostre emozioni. Fidati dei tuoi istinti» le suggerì, sperando di averle detto la cosa giusta.

Magdaléna li osservò tutti per un lungo secondo, mentre il ragazzino si affacciava da dietro di lei guardandoli incerto, e infine annuì lentamente. «D’accordo».

Linda strinse una mano sulla spalla di Stiles. «Voi tre accompagnateli al castello, noi vi diamo il cambio: perlustreremo la contea in cerca di altri nuovi Inseriti».

Stiles annuì, fissò lei e gli altri andare via e accennò a Magdaléna e al ragazzino di seguirli.

Magdaléna non sembrava molto convinta, però – Stiles poteva ben capirla – e camminava tenendo in maniera protettiva un braccio intorno alle spalle del ragazzino.

«Siete sorella e fratello?» le domandò incuriosito.

Lei scosse la testa in cenno di diniego. «Ci siamo solo materializzati vicini, non ci conoscevamo prima. Non proveniamo neanche dallo stesso stato».

Stiles assentì comprensivo. In una situazione del genere, qualsiasi persona sana di mente avrebbe pensato di unire le forze per sopravvivere, anche se si trattava di accordarsi con uno sconosciuto, e qualsiasi persona buona avrebbe difeso il più debole.

Magdaléna gli rivolse un’occhiata interrogativa e un po’ pungente. «Non ti sei fatto problemi per i miei occhi blu» constatò sicura.

Stiles sbuffò un sorriso malinconico. «Mio marito ha gli occhi blu».

«Uhm» annuì lei.

Proseguirono in silenzio, e una volta solcata la soglia dell’uscita secondaria del castello, trovarono Bhanuja con un’espressione carica di ansia e apprensione in volto e armata di kit di pronto soccorso e coperte. «State tutti bene? Si è fatto male qualcuno?»

Stiles osservò Logan rassicurare Bhanuja dandole dei buffetti goffi sopra la testa, poi prese una coperta e sotto lo sguardo attendo di Magdaléna la passò al ragazzino.

Subito dopo arrivarono altre consorelle, che si attrezzarono subito per curare dei graffi marginali del ragazzino e spiegare con attenzione a lui e Magdaléna dov’erano e cosa stava succedendo.

Stiles si mise in disparte, si sedette a terra poggiando la schiena contro il muro, e si passò le mani sul volto. Philip si sistemò al suo fianco.

«Questo non fa presagire nulla di buono» esordì Stiles. «Loro due li abbiamo salvati per un pelo e si trovavano dentro alla contea: ti immagini come sarà la situazione nella foresta? Quanti ne potranno sopravvivere?»

«Sono troppo cinico se rispondo "pochi"?»

«No, sei solo molto realista» brontolò stropicciandosi gli occhi.

«E la giornata è ancora lunga» rincarò Philip, «la mezzanotte sì e no sarà passata soltanto da tre ore».

«Meraviglioso» sibilò sarcastico, «davvero meraviglioso». Inclinò la testa all’indietro sbattendola più volte piano contro il muro, a occhi socchiusi, e poi espirò forte nel vano tentativo di scrollarsi un po’ di ansia da dosso.

Solo allora un pensiero lo colpì come un fulmine a ciel sereno: non avevano mai chiesto a Logan di seguirli, lui si era accodato a loro di sua sponte, senza porre mai alcuna obiezione.

Non seppe se restarne stupito: capiva bene perché mai Logan lo avesse fatto, quello che lo sorprendeva era la naturalezza con cui aveva agito al loro fianco, pur essendo un tipo abituato a stare da solo e ad agire per conto proprio. O forse era solo una loro impressione che fosse un tipo solitario – del resto Philip, al contrario di quanto si potesse pensare dall’aria che aveva, era uno che preferiva il gioco di squadra.

Era stato facile stare con lui. Lo avrebbe tenuto in considerazione.

 

 

 

Quel 5x1 si rivelò il più pesante che Stiles avesse passato: procedette a fare turni di perlustrazione per la contea, dormicchiando di tanto in tanto nel primo posticino libero che trovava, fosse anche sul pavimento di pietra.

Trovarono un solo altro nuovo Inserito, e calcolando quanti in media di solito gli Osservatori ne rilasciavano nei pressi di Namasté, dispersi nella foresta di querce dovevano essercene almeno altri cinque o sei.

Doveva essere terrorizzante aprire per la prima volta gli occhi in un mondo nuovo e sconosciuto – dopo essere stati rapiti per giunta – ed essere subito circondati da assassini, persone che ti credevano un assassino e in più vedere come il cielo non cambiasse mai.

Stiles ringraziò il fatto che almeno quella sorte non fosse toccata a lui.

Le ore della giornata lo logorarono con il loro trascorrere lente, e quando la clessidra più vicino a lui venne girata per la diciottesima volta, Stiles iniziò a controllare sempre più spesso e con nervosismo crescente se la posta elettronica fosse stata sbloccata – pensava che sarebbe stato quello il segno della conclusione del 5x1.

Invece, alla fine, la giornata non riprese dal tramonto.

Quando ormai pensava di essere sull’orlo di un esaurimento nervoso, Stiles vide da una delle finestre il cielo mutare veloce, come se stesse guardando in maniera accelerata una video ripresa del tramontare del sole e del passare della notte. Vide la luna calare rapida e subito dopo l’alba arrivare.

A bocca aperta, scosso e incredulo, scorse rapido la posta elettronica: era sbloccata.

"Sto bene. Ti prego, dimmi che stai bene anche tu" inviò a Derek all’istante.

"Sono già sulla strada di casa" fu la risposta.

Stiles udì le campane della contea suonare per annunciare la fine del 5x1. Si alzò dal pavimento su cui era seduto e si fece spazio fra i confratelli affaccendati, andando a passi veloci verso la porta del castello – dal corridoio udì che la stavano spalancando.

Gli altri erano impegnati ad aprire porte e finestre e ad abbracciarsi sollevati, lui voleva solo tornare a casa: non si fermò nemmeno a dare spiegazioni a chi preoccupato lo guardò chiedendogli come stava o cosa stesse succedendo.

Una volta fuori dal castello, corse a perdifiato fino a casa.

Col fiatone, aprì la porta con forza eccessiva e poi si guardò intorno un po’ spaesato: tutto era per come lo aveva lasciato, eppure sentiva che qualcosa fosse fuori posto, perché in effetti mancava un pezzo.

Si sedette con un tonfo sul letto chinandosi verso le ginocchia e passandosi le mani sul volto, e si mise in attesa dell’arrivo del pezzo mancante.

Non appena udì del rumore di zoccoli contro il sentiero sterrato, si precipitò fuori dalla porta.

Vide Derek in sella a Patch, aveva in volto la stessa espressione carica di ansia che doveva avere anche lui.

Derek fermò il cavallo, scese e dopo… Stiles venne travolto dall’abbraccio di Derek, finì con l’indietreggiare dentro casa. Derek chiuse la porta con un calcio e poi alla cieca camminò di spalle fino al letto più vicino, sedendosi e portando Stiles giù con sé.

Stiles non si separò da lui, anzi si sistemò meglio all’istante mettendosi a cavalcioni sulle sue gambe. Circondò con le braccia la testa di Derek e lo sentì premere la guancia e il naso sulla sua spalla e alla base del suo collo.

Stiles aveva il fiatone e non sapeva neanche il perché. Era stanco ed esausto, aveva consumato le ultime forze fisiche e mentali per correre fino a casa, ora voleva solo lasciarsi andare e fare qualcosa, tipo piangere in silenzio per la frustrazione e stringere Derek fra le braccia.

Sentì la casacca inumidirsi all’altezza del petto: stava piangendo anche Derek.

Permise a Derek di respirare a fondo il suo odore fino a quando non fu lui stesso a dirgli di scostarsi. Derek fece leva con le mani contro il materasso per spostarsi indietro e poi gli accennò di stendersi con lui; slacciarono gli stivali e li calciarono via, infine si sdraiarono su di un fianco, l’uno rivolto verso l’altro.

Stiles insinuò un piede fra le caviglie di Derek, lui gli infilò le dita di una mano fra i capelli invitandolo a poggiare la fronte contro la sua spalla.

Non seppe dire quanto tempo restarono così in silenzio, l’uno cullandosi nel suono del respiro dell’altro, ma comunque infine riuscì a sentirsi molto più rilassato e piacevolmente assopito.

Pigramente si allontanò di poco per posare la testa sul cuscino e guardare Derek in faccia; con gesti lenti gli accarezzò la spalla e il braccio. «Hai saputo dei nuovi Inseriti?» chiese con voce roca.

Derek annuì appena e rispose con tono stanco. «Dopo avere incontrato il primo, abbiamo capito cosa stava succedendo. Ne abbiamo trovati tre, ma due avevano già subito delle ferite gravi e non ce l’hanno fatta».

«Quindi in definitiva nella zona di Namasté quanti ne avete recuperato?»

«Solo uno». Stiles si immobilizzò. «In teoria dovrebbero essercene altri» continuò Derek, «ma se non ci siamo imbattuti in loro finora…»

«Vuol dire che non ce l’hanno fatta e i loro corpi sono svaniti prima che voi poteste vederli» concluse Stiles per lui. «Non credo che nel resto dell’Eden abbiano avuto più fortuna».

«Ismail ha scritto a Marjorie che ne avete trovati tre all’interno della contea» e gli posò una mano sul fianco, accarezzandolo come a volergli trasmettere conforto.

«Già, ma li abbiamo salvati per un pelo» sbuffò un sorriso amaro. «La gente della contea di per sé è nervosa durante un 5x1, ma l’aggiunta del tramonto bloccato ha peggiorato il loro umore: hanno assalito subito i nuovi Inseriti credendoli dei tipi sospetti, perché si aggiravano di soppiatto per le strade».

«Immagino però che la sfortuna di essere eliminati subito per un disguido simile sia successo a molti altri, questa giornata».

«Lo penso anch’io» esalò Stiles, voltandosi dall’altra parte e alzandosi dal letto con un grugnito stanco. Versò dell’acqua in due bicchieri di coccio e ne passò uno a Derek, che si mise a sedere sul letto; si appoggiò di spalle al tavolo, restando frontale a Derek.

«Sto cambiando molto» mormorò Stiles.

Derek lo guardò interrogativo.

«Come persona sto cambiando molto» specificò. «Prima non me ne fregava un granché dell’esistenza della gente che non conoscevo, ora l’empatia mi logora dentro fino a uccidermi. Certe volte mi importa così tanto degli altri che mi sento la testa scoppiare» mugugnò piatto e a sguardo basso.

«Te ne fai una colpa?»

«No, vorrei solo avere meno emicranie» sbuffò sarcastico.

«Non è una colpa cambiare» gli disse Derek, neutrale. «Viviamo in un mondo alternativo dove la vita ha un senso e un peso diverso da quelli che ha nella realtà, è normale che ciò ci cambi».

Stiles alzò appena lo sguardo verso di lui. «Anche tu sei diventato più empatico?»

«No, solo più propenso ad ascoltare e più freddo dinnanzi alla morte» biascicò caricando ogni sillaba di rassegnazione. «Se non sentissi ragioni e non mi comportassi come un chirurgo davanti a una fine certa, non potrei restare nella Misericordia».

Stiles abbozzò un lieve sorriso, affettuoso ma nostalgico. «In effetti prima non eri così».

Derek annuì con un pizzico di ironia. «Avevo la tendenza ad agire prima e porre domande poi, o perdere la testa davanti a una morte o una minaccia di morte. A volte ci perdevo anche me stesso».

Stiles si protrasse verso di lui e gli accennò di passargli il bicchiere svuotato. «Non è che tu non mi piaccia, adesso. Forse ti preferisco» pronunciò le ultime parole con leggerezza.

Derek gli consegnò il bicchiere, le loro dita si sfiorarono e i loro sguardi si incrociarono. «Non mi dispiaci neanche tu così, e credo anch’io di preferirti come sei ora».

Stiles si sentì percorso da un brivido caldo; si riscosse sospirando forte e voltandosi verso il tavolo per posare i bicchieri. «Buono a sapersi» bofonchiò, giusto per dire qualcosa e tenersi occupato.

«Diego mi ha raccontato che Rico gli ha regalato il pallone ufficiale di Brasile 2014» lo informò Derek all’improvviso, con un sorriso pieno di malinconia eppure dolce.

Stiles inarcò un sopracciglio. «Gli sarà costato una montagna d’oro».

«O forse solo un grosso e grasso agnello castrato, chissà» scrollò le spalle con ironia. «E poi era un’occasione importante, non è stato solo il suo primo regalo da corteggiatore: era il compleanno di Diego».

«Uh» mormorò Stiles. «Non sapevo che compisse gli anni».

«Qui non tutti si sentono molto in vena di festeggiare i compleanni» ciondolò la testa con espressione comprensiva, «e anche Diego non è che ci tenga molto…» Aggrottò la fronte e fissò Stiles. «Quand’è il tuo compleanno?»

Stiles sbuffò una risata amara e scosse la testa. «No, amico! Non intendo festeggiarlo».

«Ok» assentì Derek, «non organizzeremo alcuna festa, ma… sapere almeno quando congratularmi con te per essere sopravvissuto per un altro anno ancora?» chiese con leggerezza.

Gli strappò un sorriso, ma scosse la testa. «No, amico. Lascia perdere, davvero».

«Posso sapere però almeno quando sei nato?» insisté più serio di prima, ma con nello sguardo uno strano misto di tristezza e speranza.

Stiles deglutì a fatica: erano tutto ciò che avevano, ma l’uno non sapeva nemmeno quando era nato l’altro. «8 aprile 1998» scandì in modo meccanico e a sguardo basso.

Derek annuì di nuovo. «Sono nato il giorno di Natale» ricambiò, fingendosi serissimo in maniera così palese da provocare a Stiles una mezza risata.

«Certo che sei stato un vero regalo!»

«Puoi ben dirlo».

Stiles si sedette con un tonfo sul letto, accanto a Derek, e indietreggiò aiutandosi con le mani fino ad appoggiare la schiena contro il muro su cui premeva la fiancata del materasso. Per qualche attimo si perse nei ricordi delle solite cose che faceva per il suo compleanno: gli auguri di Scott accompagnati da pacche fraterne sulla schiena e il pomeriggio passato a bruciarsi gli occhi davanti a un videogame, e il pranzo o la cena con suo padre, che alla fine concludeva la giornata sempre con qualcosa che avrebbe detto sua madre se fosse stata ancora con loro – ed erano sempre parole che facevano male a Stiles, si avvolgevano attorno ai suoi polmoni e glieli stritolavano, ma quando poi allentavano la presa e di loro restava solo l’eco gli facevano anche bene.

Non avrebbe mai più festeggiato così, non se la sentiva ricordare a ogni futuro compleanno cosa aveva fatto in quelli passati quando era ancora a Beacon Hills.

«Non voglio davvero festeggiare» mormorò atono, fissando il pavimento di pietra davanti al letto.

Derek assentì posando una mano sopra il suo ginocchio e accarezzandoglielo con dei piccoli movimenti del pollice. «Ok. Ti va di dormire un po’?» gli propose.

Stiles annuì e poi piano gli afferrò il retro della giubba della divisa per toglierla – nella foga non se l’era ancora tolta. Derek lo lasciò fare aiutandolo muovendo le braccia, ed infine tornarono a sdraiarsi come prima.

«Gli altri sanno che sei qui?» gli domandò Derek, allacciando un braccio sul fianco di Stiles.

Lui sbadigliò e poi rispose. «Non penso che per loro non sia facile intuirlo».

«Avverti almeno uno di loro» lo spronò. «È stata una giornataccia, meglio evitare di dare inutili preoccupazioni».

Stiles brontolò scornato ma dovette dargli ragione: inviò veloce un messaggio a Ismail e poi tornò ad accoccolarsi contro Derek. «Bentornato a casa» mormorò vicino al suo collo.

Derek strinse appena la mano che teneva sul suo fianco. «Bentornato a casa anche a te».

 

 

 

Stiles, Philip e Logan erano impegnati a scrivere un dettagliato resoconto con analisi dell’ultimo 5x1, trascrivendo cos’era successo, qual era stato l’effetto degli eventi sugli abitanti della contea e se ciò poteva essere comparato con altri fatti successi in passato.

A metà di una loro seduta, Ismail venne da loro a informarli per dove ciascuno di loro sarebbe partito per raccogliere delle cronache nell’Eden.

Philip aveva ricevuto l’incarico limitandosi ad ascoltare Ismail restando sopra la scala – stava cercando e sfogliando dei tomi sui dei ripiani alti di uno scaffale – mentre Logan al fianco di Ismail annuiva quieto a tutto ciò che veniva detto. Stiles era seduto a ricaricare la propria stilografica.

«Non posso andare lì» disse Logan all’improvviso, piatto e puntando un dito sulla mappa che Ismail aveva dispiegato davanti a loro. Aveva indicato un punto quasi a metà strada del percorso che avrebbe dovuto fare per la missione.

Ismail fissò la mappa aggrottando la fronte, poi sembrò ricordare qualcosa. «Ah sì! Scusa, fratello, hai ragione! Scambierò la tua missione con quella di Milla».

Stiles ne restò confuso. «Perché Logan non può andare lì?» Da come ne stavano parlando non sembrava che si trattasse di un capriccio.

«Perché lì c’è gente che mi ammazzerebbe a vista» rispose Logan, atono. «Così per evitare problemi di solito mandiamo qualcun altro in quella zona».

A Stiles la situazione non fu meno chiara di prima. «Non capisco perché mai della gente vorrebbe ammazzarti a vista».

«Perché mangio animali».

«Anch’io» sottolineò Stiles.

«Ma tu potresti vivere con una dieta vegetariana, io no».

«E che c’entra?!» Era molto più che perplesso.

Philip, dalla scala, s’inserì nella discussione con tono annoiato, senza voltarsi a guardarli. «Quella è la zona dei vegani estremisti, ce l’hanno con Logan perché caccia».

Stiles boccheggiò. «Ma se non mangia animali, mangia persone!»

Logan annuì.

«E quindi» aggiunse Stiles, sbalordito, «per ovviare al problema e non farti mangiare neanche delle persone vogliono eliminarti

Logan assentì di nuovo. «Sono pure venuti fino alle nostre mura a protestare, quando si è sparsa la voce della mia nuova dieta».

«Rispettano la vita a esclusione della tua, quindi» biascicò Stiles, sarcastico. «Fortuna per loro che non c’ero ancora quando sono venuti a protestare, o mi sarei affacciato dalla torretta di guardia a guardarli prendendo a morsi una grossa coscia di pollo».

Ismail abbozzò un sorrisetto. «Almeno non sono tanti, si tratta solo di un piccolo villaggio: in queste condizioni è difficile mantenersi di soli prodotti vegetali, sono un gruppo di umani e… beh, più passa il tempo più i loro corpi diventano deboli contro le infezioni, rispetto a quando vivevano nel mondo reale».

Stiles lo fissò per nulla colpito. «Oltre a volere Logan morto, finora hanno provocato altri danni?»

«Non sono mai riusciti a introdursi nelle contee, non li lasciamo passare perché temiamo i disordini che potrebbero creare soprattutto nei nostri allevamenti» gli spiegò Ismail, «ma qualche tempo fa hanno attaccato un apicoltore di uno dei villaggi delle Terre Libere. Non è andata a buon fine, in molti di loro non sapevano di essere allergici alle api».

Stiles si passò una mano sulla faccia. «Non c’è mondo in cui la gente non provi a farsi i fatti propri e basta».

Philip scese dalla scala e osservò la mappa con espressione pensosa. «A parte questo, non puoi fare passare Milla da lì, resta un posto pericoloso».

Ismail lo guardò stupito. «Ma se è lo stesso percorso che facciamo da anni

«Ci sono stato il mese scorso: le ultime piogge hanno resto il terreno meno stabile».

Ismail sbuffò stanco. «Andiamo, Philip, sono già mesi che ogni volta che indico un percorso a qualcuno tu salti fuori dicendo che non è sicuro. Lo so che ti piace contraddirmi e perché, non è un mistero, adesso però dacci un taglio».

Philip serrò una mascella. «Ti sembro il tipo da scherzare sull’incolumità dei propri confratelli?»

«Mi sembri il tipo di persona che non se la fa passare facilmente se gli brucia aver perso un posto» gli replicò seccato.

Philip aprì bocca per rispondergli, poi ci ripensò e storse le labbra; Stiles notò che le mani gli tremarono. Non disse più nulla, prese un paio di tomi e andò via.

Logan sullo sfondo sembrava un cagnolino bastonato.

«La sua voglia di contraddirmi sta diventando stancante» borbottò Ismail, ripiegando la mappa. «Ultimamente è peggiorato».

Stiles sospirò passandosi una mano sulla fronte. «Non credi però che abbia reagito in modo strano?»

Ismail riprese la propria sacca e si voltò a guardarlo, serio e un po’ infastidito. «Ascolta, so che fra te e Philip c’è un certo rapporto, ma sappiamo entrambi quanto l’invidia sia un suo grosso difetto…»

«Non sono immune nemmeno io all’invidia o alla gelosia». Ripensò ai suoi battibecchi con Isaac, a come pensava che stesse usurpando il suo posto accanto a Scott. «So riconoscere quando un certo atteggiamento deriva da questo oppure no».

«Finora nessuno dei confratelli è tornato da una missione dando conferma di quanto dice lui» obiettò Ismail, «quindi non ci sono prove di ciò che ipotizza. Per me vuole contraddirmi e basta per dimostrare di essere migliore di me».

«Non ne sono convinto. Gli parlerò» esalò esausto.

«Buona fortuna, allora» mugugnò Ismail, sarcastico. «Vado a consegnare altre direttive» si congedò con aria seccata.

Stiles si stropicciò forte gli occhi, poi rassegnato tornò a guardare Logan. «Da che parte è andato Philip?»

Lui con faccia triste gli indicò la propria destra.

Lo trovò davanti a uno scaffale, impegnato a rimettere a posto dei libri mentre teneva sottobraccio quelli che aveva ancora con sé.

«Ehi» gli mormorò Stiles, «che succede?»

«Niente di rilevante».

«Secondo la tua opinione o secondo quella che tu pensi sia la mia opinione?»

Philip si stava ostinando a guardare solo i tomi davanti a sé. «Non sto avendo delle buone giornate» rispose un po’ pungente. «Qualcuno con del sarcasmo come il tuo dovrebbe sapere come si diventa ad avere ripetutamente a che fare con delle giornate storte».

Stiles appoggiò il fianco allo scaffale. «Lo sai che con me puoi parlare, vero? Non funziona se sono solo io a vomitarti addosso le mie preoccupazioni riguardo la Nogitsune».

Philip sbuffò una risata stanca. «Può funzionare magnificamente, se prediligo il ruolo dell’ascoltatore».

«Phil» lo richiamò Stiles, e lui a quel punto fu costretto a voltarsi. Non aveva per niente un’espressione serena. «Sei nervoso. Che sta succedendo?» ripeté.

«Nulla che io non sappia gestire».

«Quindi vuol dire che qualcosa c’è».

Philip si passò una mano sulla faccia. «Mi passerà, solo… dammi spazio».

«O tregua?» inarcò un sopracciglio, scettico.

«Entrambe le cose? Senti… tutti a turno abbiamo dei periodi pesanti, stavolta sta accadendo a me».

«Con tutto il tempo che passiamo insieme, mi sembra strano non avere notato finora la fonte di tutto questo tuo stress» puntualizzò Stiles, sicuro.

«Sono un cacciatore, sono bravo a nascondere le mie emozioni».

«Verrà mai il giorno in cui la smetterai di usare "Sono un cacciatore" come scusa?» Il suo tono esasperato però strappò una risata bassa a Philip. «Phil…» lo richiamò di nuovo.

Lui sembrò abbassare per un attimo la guardia, alzò una mano e fece per posarla sul viso di Stiles, salvo poi ritrarla con uno sbuffo di rassegnazione.

«Guarda che puoi toccarmi» gli disse Stiles.

Lui abbozzò un ghigno triste scuotendo la testa. «Non esserne così certo».

Stiles roteò gli occhi, gli afferrò la mano e se la piazzò sulla guancia. «Toh».

Philip lo fissò per nulla impressionato. «Questo sì che è stato un gesto pieno di phatos».

«Zitto e toccami».

Gli rivolse un sorrisetto malizioso e carico di sottintesi. «Sicuro?»

«… L’hai capito cosa intendo».

Lui sospirò stanco e si arrese; si avvicinò facendo restare solo qualche centimetro di vuoto fra i loro nasi, e con lo sguardo incrociò il suo con affetto, accarezzandogli il viso e i capelli. «Presto andrà meglio. starò bene» mormorò, ma sembrò perlopiù una promessa che fece a se stesso, senza nemmeno crederci molto sul serio. Poi si protrasse un po’ più in alto e Stiles per istinto abbassò la testa.

Philip gli scoccò un bacio sulla fronte, premendo le labbra abbastanza a lungo sulla pelle da lasciare lì il segno di una miriade di parole non dette. Non fu propriamente tenero, solo una calda rassicurazione che in qualche modo ricordò a Stiles che Philip non era un adolescente come lui, era un uomo e a volte nel modo in cui si poneva nel proteggere gli altri la sua esperienza traspariva.

Se erano così tanto simili, probabilmente anche a Philip a volte importava così tanto degli altri da sentire la testa scoppiargli.

«Se mai ti andrà di parlarne, io sarò qui» gli sussurrò Stiles.

Lui annuì poco convinto, gli diede un altro bacio veloce sulla fronte e poi voltò le spalle e s’incamminò verso il loro tavolo.

Stiles non sapeva dire se per caso Philip si fosse cacciato in un guaio, ma che nascondeva qualcosa era poco ma sicuro. Il difficile però era capire cosa.

 

 

 

Dopo l’ennesima giornata di ricerche negli annali, giunta l’ora di pranzo Stiles riordinò quanto scritto finora con Philip e Logan e andò da Raleigh, per consegnarli la prima parte del lavoro da fargli revisionare prima di trascriverlo in bella e rilegare il tutto.

Era la prima volta che partecipava attivamente a un’analisi che sarebbe finita in un libro della biblioteca – finora aveva solo raccolto dati – e si sentiva abbastanza esaltato dall’idea. Era pure abbastanza soddisfatto del lavoro che stavano svolgendo, e tutto sommato con Philip e Logan si poteva operare in modo abbastanza quieto e pacifico.

Bussò allo studio di Raleigh e in attesa del permesso per entrare si sistemò meglio addosso la sacca portadocumenti. Non ottenne risposta e stranito bussò di nuovo: sapeva per certo che Raleigh fosse nello studio, quella mattina si erano incrociati nella stessa ala del castello e Stiles gli aveva detto che più tardi sarebbe passato da lui.

Alla terza volta che posizionò le nocche nell’atto di bussare, sentì tossire forte dall’altra parte della porta.

Preoccupato, girò il pomello ed entrò chiamando il nome di Raleigh.

Lo trovò seduto e riverso sulla scrivania, sembrava che non riuscisse a smettere di tossire.

«RALEIGH!» Corse a sollevarlo con attenzione per fargli appoggiare le spalle contro lo schienale della sedia, e quello che vide subito dopo lo fece raggelare: sui fogli della scrivania c’erano piccole gocce di sangue. All’angolo della bocca di Raleigh c’era del sangue. Almeno però non tossiva più.

«Chiudi la porta, per favore» gli chiese Raleigh, abbozzando un sorriso nonostante stesse rantolando e fosse pallido come un cencio.

Stiles esitò stringendo i denti, ma poi lo fece: se Raleigh preferiva non essere visto in un momento simile, lo avrebbe accontentato.

«Cosa ti sta succedendo?!» sibilò sottovoce, passandogli uno dei suoi fazzoletti di stoffa da viaggio che aveva nella sacca.

Raleigh si pulì con cura e con gesti lenti. «Il mio corpo infine si sta disfacendo dall’interno. Sono arrivato alla mia meta finale».

Stiles restò immobile a fissarlo.

«La mia natura sovrannaturale cercherà di ripararmi» aggiunse Raleigh, «ma credo che durerò al massimo altri venti giorni. Forse meno di quindici, dipenderà da quanto sono ancora forti i miei poteri di guarigione».

«Quindi il tuo corpo guarendo da solo ti spingerà ad agonizzare a lungo?»

«Più o meno» rispose con una serenità sconcertante. «Non volevo che qualcuno di voi mi vedesse così. Mi dispiace essermi fatto sentire, Stiles».

A Stiles girò la testa, si appoggiò di schiena alla scrivania stando rivolto verso Raleigh, nascondendosi il volto fra le mani per dei lunghi secondi.

Lo sapevano tutti che Raleigh stava per morire, ma questo non voleva dire che fossero pronti a sopportare di vederlo andare via. E quella era la prima volta che Stiles vedeva nei fatti qualcuno morire lentamente perché il proprio corpo cedeva. Si sentiva attonito, frustrato e lacerato allo stesso tempo.

«Marjorie lo sa?» fu la prima cosa che chiese, con voce roca.

«Non ancora. I sintomi fisici sono iniziati stamattina, questo è stato il secondo attacco di tosse».

«Glielo dirai presto?»

Raleigh sorrise amaro e per la prima volta Stiles lo sentì parlare con voce incrinata. «Non è che possa evitarlo». Lo vide aprire il proprio account e poi digitare un messaggio; Stiles nel frattempo gli versò dell’acqua da bere.

Il sole splendeva fuori dalla finestra, dal corridoio si sentivano dei rumori attutiti e dei passi, dentro la stanza regnava un silenzio assurdo: il contrasto fra l’atmosfera e quello che stava succedendo era snervante.

Stiles gli porse l’acqua. «Ti terrò compagnia fino a quando lei verrà». Marjorie era a Namasté, logico che sarebbe corsa al castello.

«Grazie» mormorò Raleigh, prendendo il bicchiere con due mani. Si stava indebolendo a vista d’occhio. Trasse un paio di sorsate. «E Stiles?»

«Sì?»

Gli posò con affetto una mano sul braccio. «Devi mantenermi un paio di promesse» gli disse col sorriso sulle labbra.

Stiles scosse la testa, si sentì gli occhi lucidi. «Non iniziare a parlare come se stessi per morire ora».

«Ma ormai non abbiamo più molto tempo, no? Lasciami almeno parlare come un padre che sta lasciando suo figlio, non rovinare questo momento per me» gli chiese con leggera ironia.

Sentire la parola "padre" fece inondare abbastanza i suoi occhi di lacrime da farlo piangere, ma tuttavia si asciugò in fretta il viso col dorso della mano; tirò su col naso. «Cosa vuoi che ti prometta?»

«Proteggi sempre la Confraternita e mantieni sana la vita all’interno di essa». Stiles annuì subito.

«E ricorda, Stiles» aggiunse, «non odiare: non generare mostri con il tuo odio, non diventare un mostro limitandoti sempre a odiare senza affrontare mai perché qualcosa non ti piace. Nel bene e nel male, ama sempre: l’odio è per i codardi».

Stiles gli rivolse un sorriso amaro e forzato. «Avrei comunque preferito sentirmelo ripetere da te ancora un altro po’».

«Lo so, figliolo, ma se ti può consolare sappi che ho amato molto la mia vita: sono fiero di ciò che ho fatto, fiero di tutti i miei figli».

Stiles si morse con forza un labbro provando inutilmente a trattenere le lacrime: non sarebbe stato accanto a suo padre quando sarebbe morto, non avrebbe sentito le sue ultime parole e non si sarebbe assicurato che avesse una fine serena, e ora vedersi sfuggire dalle dita l’unica figura paterna che lì poteva avere era un po’ troppo.

La porta dell’ufficio si spalancò con violenza: Marjorie entrò con espressione sconvolta e distrutta. «Akio!» singhiozzò.

Raleigh continuò a sorridere. «Mi dispiace, mia perla: avevo promesso a me stesso che avrei fatto di tutto per andarmene dopo di te, perché so quanto fa male una perdita e non volevo questo per te. Il mio corpo però mi ha deluso. Potrai mai perdonarmi?»

Lei esplose in singhiozzi forti e brutti, corse da lui e si chinò ad abbracciarlo restando all’impiedi. «Il mio bellissimo Akio…» la udì mormorare Stiles, prima di voltare le spalle e chiudere piano la porta dello studio dietro di sé.

Non se la sentì si scrivere subito ai ragazzi per avvisarli, aveva tutt’altro pensiero in testa.

Attraversò il centro abitato della contea avanzando a passo spedito e senza fermarsi mai, urtando per sbaglio un paio di passanti. Stava continuando a piangere, ma si asciugò le lacrime con le mani, con gesti così bruschi da sentirsi gli zigomi bruciare.

Superò il primo tratto dei campi del raccolto e poi svoltò per la stradina-scorciatoia che portava a casa sua.

Quando entrò vide che Derek stava quasi ultimando di prepararsi per andare in missione: lo aveva trovato per un pelo.

«Stiles, cosa…?» gli chiese, sorpreso e preoccupato.

Lui per tutta risposta afferrò Derek stringendo i pugni nella sua giacca e gli parlò a testa china. «Raleigh ha avuto i primi sintomi fisici: ormai non gli resta molto».

Derek restò pietrificato per un lungo attimo, poi gli posò le mani sulle braccia. «Mi dispiace…»

Stiles scosse il capo, perché non era solo questo quello che voleva dire. «Succederà anche a noi, presto o tardi. Solo che se accadrà in modo naturale, sarò io il primo andarmene, capisci? Perché sono umano».

Derek non replicò, ma Stiles sotto le sue mani lo sentì trattenere il fiato.

«E mi dispiace dovere andare via per primo?» continuò in modo incerto. «Forse perché so che è da una vita che le persone ti lasciano?» Scosse la testa. «Non lo so, è solo che… mi fa male pensare che, dopo tutti quelli che hai visto morire, vedrai morire anche me. E mi dispiace anche doverti lasciare qui da solo. Non voglio lasciarti da solo ad affrontare tutto questo. Ma dopo…» esitò appena, «dopo penso anche che per un caso fortuito potrebbe succedere il contrario, che potresti essere tu il primo a morire, e allora io cosa farei? Andrei fuori di testa, e credo anche che potrei morire di dolore?» azzardò. «Non importa se siamo in un universo alternativo, tu sei il mio mondo e non so se potrei tollerare di perderti, quindi credo di potere dire di conoscere almeno un quarto di ciò che passerai tu quando io me ne andrò… e quindi… sento il bisogno di chiederti scusa, di dirti che mi dispiace arrecarti questo dolore, che se fosse per me non ti lascerei mai».

Derek gli circondò il viso con entrambe le mani. «Stiles, credo che tu conosca molto più che un quarto di quello che potrei passare se dovessi perderti» gli disse con attenzione. «E dispiace anche a me se ti farò soffrire con la mia morte. Anch’io preferirei non lasciarti mai».

Stiles posò la fronte contro la spalla di Derek e si lasciò andare in un singhiozzò forte, pieno di rabbia e frustrazione, stringendo di più i pugni. Derek gli mise una mano sulla nuca, e lui per calmarsi si lasciò cullare dal suono del respiro di Derek.

«Scusami per questa scenata» biascicò roco, allontanandosi infine da lui e rilasciando la presa sulla giacca.

Derek gli accarezzò i capelli scuotendo la testa. «Piuttosto è strano che tu non sia crollato così prima. Non che crollare sia solo una cosa negativa…»

«Sono tutte cose che però dovevo dirti» precisò Stiles.

«E mi fa piacere che tu sia riuscito a dirmele. E che io te le abbia dette».

Stiles trasse un respirò tremante e abbracciò forte Derek, che ricambiò la stretta con la sua stessa forza.

«Non fraintendermi» mormorò Stiles, «ma sono felice che ci sia proprio tu qui con me». Non sapeva davvero quanti altri al posto di Derek avrebbero resistito, quanti si sarebbero lasciati affondare da lui o avrebbero affondato trascinando giù anche lui.

«Sono felice anch’io che ci sia proprio tu con me» gli disse di rimando.

E Stiles osò crederci davvero.

Chapter Text

 

I primi sintomi di Raleigh erano stati seguiti da una luna piena: nei mannari legati a lui le emozioni per la sua prossima perdita erano state amplificate, e se la notte si erano sfogati con ringhi frustrati e ululati luttuosi, il giorno dopo invece erano tutti spossati dalla violenza con cui avevano espresso le proprie emozioni, e in più profondamente malinconici.

Stiles in tarda mattinata era stato a lungo con Bhanuja: lei non solo era la più sensibile del gruppo, tendeva anche ad assorbire le emozioni degli altri fino a farle proprie, quindi era giunta al calare della luna madida di sudore, incredibilmente taciturna e chiusa a riccio.

«Non mi piace dovere ricordare che non abbiamo scelta riguardo ai nostri corpi» aveva detto a Stiles, rannicchiata nel proprio letto. «Mi hanno portata qui quando ancora non sapevo nemmeno se mi andava di avere una famiglia, di avere dei figli – non ci avevo mai riflettuto sopra. E sai cosa? Nel momento in cui mi hanno tolto questa scelta, mi sono accorta di volerli dei figli».

L’unica cosa che potevano fare era accettare: accettare di avere un tempo assai limitato, accettare che il proprio corpo non sarebbe invecchiato, accettare di non potere più tornare nella propria terra e accettare di non potere tornare dalla propria famiglia o crearne una. Tolte queste opzioni, restavano solo quelle imposte dagli Osservatori.

In momenti come quello, Stiles ricordava in modo soffocante che sarebbe morto nel corpo di un diciassettenne e che né lui né suo padre avrebbero mai visto l’uomo che poteva diventare, e gli veniva solo voglia di urlare fino a farsi male alla gola.

Lasciata la stanza di Bhanuja con sulle spalle una cappa di tristezza fitta e grigia, percorse a passi lenti il corridoio del dormitorio femminile del castello. Si fermò solo quando sentì il sibilo di un coltello scagliato contro qualcosa – o qualcuno – provenire da una camera dalla porta socchiusa. Era quella della stanza personale di Linda.

Con apprensione, spinse la porta ad aprirsi del tutto, e all’istante vide alla periferia della sua visuale un pugnale andare a conficcarsi sul muro, non molto lontano dal lato sinistro della sua testa. Deglutì a fatica. «Linda?» esordì con tono incerto, quasi pigolando.

«Non c’è l’ho con te» sbuffò lei, seccata, «ma neanche con la mappa che sto colpendo».

Linda era seduta con i piedi sulla scrivania, posta contro la parete, e se ne stava rivolta di lato a lanciare pugnali contro una mappa dell’Eden attaccata al muro. Anche su di lei erano visibili i segni di una pessima luna piena.

Stiles assottigliò lo sguardo, incuriosito, e lesse i punti colpiti sulla mappa: erano tutti siti intorno a un’unica contea. «Mithril

Gli replicò con voce stanca, roca e carica di sospetto. «Sta succedendo qualcosa lì, ma non capisco bene cosa».

Stiles sapeva delle sue indagini di Linda – tutti lo sapevano che lei indagava, e non perché lei non sapesse essere sottile, ma perché sapeva che la sua fama di segugio assetato di sangue poteva farle un favore se la precedeva – quindi non impiegò molto a capire di chi si trattava. «Warren?»

Lei soppesò sul palmo della mano un altro pugnale. «Vorrei potere risolvere questa faccenda prima che Raleigh ci lasci, ma mi sa che non sarà possibile». Scagliò con forza la lama e fece di nuovo centro.

Stiles ricordò quello che Linda gli aveva detto durante il suo primo 5x1 – "Sono in attesa di risultati che ancora non arrivano, questioni che non mi portano da nessuna parte. E mi sto seccando" – ecco a cosa si riferiva all’epoca. Entrò del tutto nella stanza, chiuse la porta e andò ad appoggiarsi di schiena alla scrivania, vicino alla finestra e rivolto verso Linda. «Che cos’hai su di lui?»

Scrollò le spalle. «Non molto. Warren finora ha agito solo nelle Terre Libere, impossessandosi di villaggi indipendenti: taglia loro le risorse con delle scuse, innesca delle contese che sfociavano in "accordi di pace" che prevedono l’annessione del villaggio in questione al Regno, ma anche se abbiamo delle prove non è che possiamo organizzare un attacco o roba del genere». Lo guardò amareggiata. «Noi Contee Indipendenti non abbiamo mica degli eserciti, e solo una minima percentuale di noi è addestrata a combattere».

«Quindi l’unico atto possibile sarebbe una "piccola missione" per assassinare il Re» ipotizzò Stiles.

Linda sbuffò una risata sarcastica. «Più facile a dirsi che a farsi: è circondato da persone che credono in lui, gente disposta a sacrificarsi per la sua causa, e la fede cieca dà più forza della voglia di cambiare, credimi. E l’aura di santità che gli hanno dato gli Osservatori concedendogli l’immortalità non ci aiuta».

«Non si può uccidere un santo» commentò Stiles, sarcastico.

«Esatto» annuì lui. «Il punto è che credo che purtroppo abbia finalmente deciso di fare il grande passo: attaccare in maniera passiva una contea».

«Iniziando da Mithril?»

«Già! I soldati del suo esercito non possono entrare in nessuna delle contee per degli accordi prestabiliti decenni fa, ma questo non vuol dire che non possano aggirarsi intorno a esse…» gli spiegò. «Warren è furbo, agisce sempre e solo usando i suoi soldati, per potere dire in caso che lui non c’entra niente, che punirà i soldati disciplinati perché non è stata una sua idea, ma fatto sta che i problemi che di volta in volta terminano con un’annessione nascono sempre dai suoi soldati…»

«Che tipo di problemi?»

«Warren agisce in modo metodico, ma cercando di fare sentire la sua presenza: conquista sempre i territori limitrofi all’ultimo che ha conquistato, prosegue in modo lineare» gli disse gesticolando. «Così, i vicini di casa dell’ultimo territorio annesso, sanno che lui sta per arrivare, sentono come la sua presenza si sta espandendo verso di loro: è una tecnica per fare pressione».

«Ed trattandosi di piccoli villaggi, non possono fare niente contro un esercito intero» osservò Stiles.

«Esatto! Ma non solo questo: i villaggi sono più modesti di noi contee, se togli loro i vicini a cui vendere la propria merce, o la possibilità di percorrere ancora liberamente un tratto che li porti al fiume più vicino o alla strada più facile per una contea in cui fare dei buoni affari, li soffochi, li intrappoli come topi».

«Tra la pressione di sentire il Regno avvicinarsi, tra la mancanza di risorse, al primo scontro con i soldati… scoppiano» riassunse Stiles.

«Già… Warren è un codardo: conquista terre come un bullo e senza sporcarsi le mani di sangue. O almeno non troppo» si corresse. «Le scuse usate sono sempre abbastanza misere: degli abitanti del villaggio che sono stati inospitali con dei suoi soldati stanchi, una delle donne che non vuole accettare il corteggiamento di un soldato e ciò sembra un pregiudizio contro il Regno… delle dispute banali, insomma».

«Fomentate però dalla paura» sottolineò Stiles.

«Warren avanza così da quasi quindici anni, ormai» sospirò Linda, stanca. «Dopo aver stabilizzato il proprio Regno e preso con sé tutte le terre i cui abitanti lo hanno seguito di propria spontanea volontà, ha cominciato l’espansione, e non si è mai più fermato».

Stiles ricordò la conversazione fra Raleigh e Marjorie che mesi prima aveva origliato.

"Si stanno avvicinando a Mithril. Sta cominciando a essere un problema".

sempre stato un problema".

«E ora» biascicò Stiles, «a via di proseguire sempre dritto, è giunto alle porte di Mithril».

«Le strade che collegano Mithril alle altre contee sono ancora libere, ma quelle che la collegano alle Terre Libere pullulano di soldati» lo informò. «Mithril è una contea di minatori, il tratto di montagna che prossimamente voleva unire al proprio territorio è già stata occupato dal Re, perché vicino a un villaggio di recente annesso al Regno: non possono più espandersi e questo è un grosso problema!»

«Meno montagna, meno materiale da trovare e vendere. E anche meno territorio da abitare, e la popolazione di una contea è sempre in aumento» considerò Stiles.

«La prima mossa è stata fatta, hanno tagliato loro le risorse: abbiamo bisogno di sapere come li minacceranno per costringerli a piegarsi ad un’annessione, e dobbiamo saperlo prima di subito: Mithril per il Re potrebbe non essere altro che una fucina per fare armi».

«Con tutto quel metallo a disposizione, non gli sarà difficile dichiarare guerra alle Contee Indipendenti: senza l’appoggio di Mithril, le nostre munizioni saranno scarse, perché non siamo soldati».

«La guerra sta per cominciare» borbottò Linda, cupa, «e noi sappiamo già da dove partirà, ma non sappiamo come».

«Di questo passo credo proprio che uno scontro diretto con Warren sarà inevitabile» esalò stanco.

Linda afflosciò le spalle. «Avrei voluto fare andare via Raleigh in pace» mormorò. «Avrei voluto fargli chiudere gli occhi con la consapevolezza di lasciarci al sicuro».

«Mi dispiace» le disse sincero, posandole una mano sulla spalla. «Serve a niente rassicurarti che comunque in futuro avrai tutto il mio appoggio?» Le sorrise con affetto.

Lei inclinò la testa e con una faccia triste e buffa poggiò la guancia contro la sua mano. «Lo so che non mollerai e porterai avanti questa battaglia passiva-aggressiva, è solo che… è dura».

Stiles aprì bocca per replicarle, ma lei aggrottò la bocca e alzò una mano per fargli cenno di non parlare, mettendosi in posizione d’ascolto. Subito dopo, il rumore di passi che lei aveva di certo sentito, lo udì anche lui.

«È Philip» sussurrò Linda, alzandosi dalla sedia e andando ad aprirgli prima che bussasse – e non aveva una buona faccia: Philip non doveva stare emanando emozioni rassicuranti. «Cos’è successo?»

Lui aveva l’aria sconvolta, era pallido e con gli occhi lucidi. «Milla è morta» rispose con voce roca.

«Cosa?» esclamò Stiles con voce stridula.

Linda aprì subito il proprio account e scorse l’elenco dei suoi contatti. «Non c’è…» mormorò incredula. «Milla non c’è più, è stata eliminata dal sistema… quindi è morta».

Stiles deglutì a fatica. «Quand’è successo?»

«Dev’essere accaduto da poco» gli rispose Philip, passandosi una mano sul volto. «È tutto il giorno che controllo il suo nome in lista… Fino a mezz’ora fa c’era». Stava tremando, come l’altro giorno durante la discussione con Ismail.

Stiles ricordò che Philip aveva avvertito Ismail.

«Ismail non mi ha ancora contattata» biascicò Linda, non meno scossa di Philip. «Devo andare da lui: Milla era da sola, dobbiamo organizzare una squadra di ricerca per controllare se i suoi averi sono rimasti da qualche parte, per capire com’è morta…»

Quando si svaniva, scompariva anche quello che si aveva addosso, quindi ogni confratello aveva l’istruzione di distanziare da sé la propria sacca prima di morire – e se era possibile – per lasciare agli altri degli indizi su cosa gli fosse successo.

«Vuoi che ti accompagni?» le domandò Stiles.

Lei gesticolò vaga. «No, io… andrò da sola» mugugnò senza guardarlo. Tradotto significa che voleva stare da sola.

La morte di una consorella, del resto, era paragonabile a quella di un elemento del branco per un mannaro, e Linda era una mannara. E Stiles stesso non sapeva bene come sentirsi in quel momento: sconvolto? Arrabbiato? Confuso? Addolorato?

Nella sua testa una miriade di dettagli su Milla lo martellarono all’impazzata: i suoi capelli rossicci, la sua passione per 007… Faceva male.

Quando rimase da solo con Philip, alzò lo sguardo e lo vide ancora più scosso di prima.

«Phil, non è colpa tua» provò a rassicurarlo.

Lui scosse la testa sorridendo sarcastico. «Non puoi saperlo».

«Tu avevi avvertito Ismail».

«Forse avrei dovuto essere più convincente».

Non sapendo che altro dirgli per confortare entrambi, Stiles lo abbracciò, e Philip si aggrappò a lui con forza.

Stiles lo sentì tirare su col naso; strizzò gli occhi facendo scendere sul viso qualche lacrima di rabbia: forse non avrebbe imparato mai ad accettare di essere impotente contro la morte.

 

 

 

La sacca di Milla venne ritrovata, ma le sue agende non c’erano più. La zona intorno era così priva di tracce da fare subito pensare che in realtà prima ci fossero e che qualcuno le avesse tolte: una volta legato un grosso ramo pieno di foglie dietro un cavallo affinché strisciasse a terra, era facile cancellare le orme degli zoccoli o quella di un paio di stivali. Il cavallo di Milla, tra l’altro, era introvabile.

La missione di Milla era quella di raccogliere novità su come gli allevamenti nella Contea delle Ande stavano migliorando dopo un’epidemia, se ormai la ripresa fosse del tutto cominciata, quindi niente di troppo speciale.

Qualcuno aveva però attaccato Milla perché altrimenti non avrebbe avuto modo di avere quelle informazioni sul bestiame, e Milla lo aveva reputato abbastanza pericoloso da difendere le proprie cronache anche a costo di morire. O almeno così sembrava all’apparenza.

Nell’Eden c’erano soltanto pochi gruppi di persone che non avrebbero mai avuto accesso diretto a quanto raccolto e protetto dentro la biblioteca: qualsiasi individuo legato al Regno, i banditi, la Compagnia del Raccolto e la Compagnia della Resistenza.

Il Regno e la Confraternita del Drago Scarlatto non erano affatto in buoni rapporti: potevano entrare dentro il castello solo dei popolani appartenenti al Regno, e soltanto dopo aver chiesto in anticipo il permesso per farlo.

I banditi perdevano il diritto a consultare i libri della biblioteca dopo aver tradito la contea di appartenenza, qualsiasi essa fosse fra le Indipendenti.

Le due Compagnie citate, invece, essendo portatrici di caos e morte era naturale che dovessero stare lontane dal castello – non potevano neanche entrare in nessuna delle Contee Indipendenti.

Linda pensava che i banditi e le Compagnie non potevano avere ragione di volere sapere come procedeva la ripresa degli allevamenti, ma il Regno poteva invece avere un buon motivo per ottenere quell’informazione: la Contea delle Ande era il primo rifornitore di carne delle Contee Indipendenti, e in caso di guerra la mancanza di cibo avrebbe giocato a favore del Regno. Linda ipotizzava che Warren avesse voluto informarsi come mossa preventiva.

Una mossa che però era stata un po’ troppo violenta, secondo Stiles: avevano attirato troppo l’attenzione così, e lui aveva l’impressione che ci fosse qualcosa di strano sotto… E poi il Regno finora non aveva mai attaccato in modo diretto la Confraternita.

Linda credeva che forse adesso avrebbero cercato di impossessarsi di informazioni sul raccolto della Contea delle Arance, per verificare quanto grano ci fosse immagazzinato per la prossima stagione fredda, e di conseguenza Ismail aveva ordinato che da quel momento in poi in quella direzione i confratelli avrebbero viaggiato a due a due.

Per quanto riguardava le missioni nel resto dell’Eden, invece, i confratelli avrebbero viaggiato da soli, ma sulla via del ritorno, se due confratelli si fossero trovati in zone diverse ma vicine, si sarebbero incontrati per rientrare insieme a Namasté. Almeno così riducevano i rischi, e tanto solo quando rincasavano avevano già con sé le cronache raccolte.

Quella settimana nel castello la vita non fu né facile né felice.

Ismail e Philip non erano propriamente in rotta, ma si evitano, e quando erano nella stessa stanza emanavano così tanto nervosismo da potere essere percepito anche dagli umani. Logan diceva che puzzavano anche di senso di colpa. In maniera tacita si rimproveravano a vicenda e rimproverano anche se stessi, e il lutto che si respirava in maniera massiccia nel castello non li aiutava di certo a scendere a patti e a provare a discutere di ciò che era successo.

L’atmosfera era così pesante che Stiles si sentì sul serio sollevato quando gli fu affidata una missione.

Dovette andare a Shellshelter, terra di canaglie più o meno simpatiche e pescatori sarcastici e sornioni.

La particolarità delle due contee che si affacciavano sull’oceano era il fatto che avevano delle mura di cinta soltanto su tre lati, perché tanto sul quarto lato ci pensava una sterminata massa d’acqua a proteggerle.

Il Regno non aveva ragione di possedere una flotta, visto che era sito nell’entroterra, e lo stesso si poteva dire del resto delle contee. Costruire una nave tra l’altro era molto costoso, quindi non c’era neanche la tentazione di farlo, e l’oceano dell’Eden col suo essere infinito era molto più difficile da esplorare della terra, un ambiente più ostico e pericoloso – le uniche isole conosciute erano quelle frontali a Neptune, il piccolo arcipelago pacifico e autonomo delle Langkawi: il gioco non valeva la candela. Nessuno avrebbe mai attaccato Shellshelter e Neptune via mare.

Il clima di Shellshelter era più freddo di quello di Neptune: talvolta in inverno addirittura fioccava un po’. Nonostante Shellshelter avesse un aspetto più grezzo e modesto rispetto a quello dell’altra contea marittima, era quella specializzata nella cattura di pesci dalle carni più pregiate e in crostacei, e ciò nei fatti faceva di essa l’unica contea che produceva qualcosa di più "lussuoso". Stiles poteva inoltre testimoniare che i salmoni e i granchi di Shellshelter erano davvero ottimi.

Shellshelter puzzava di pesce sottosale e rum, era ricca di taverne dai nomi pirateschi ed era abitata da gente molto dedita al commercio e sempre pronta a giocare al ribasso. Somigliava a una qualsiasi vecchia città portuale che si poteva vedere in un film sui pirati – le insegne incise nel legno cigolavano un po’ mentre pendevano dai loro sostegni, seguendo la direzione della brezza marina, e i locali erano illuminati da lampade a olio attaccate alle travi del tetto – solo meno cupa e con gente più giovane e molto meno propensa ad uccidere per dell’oro. A Shellshelter c’erano solo marinai e gente di mare, non assassini.

Non era poi neanche un caso se il tatuatore di Stiles abitava lì – l’ambiente diceva già tutto.

Gli abitanti di quella contea erano però anche persone affabili ed estremamente estroverse, dirette e rumorose; erano poco inclini a fidarsi di qualcuno, vero, ma molto rispettosi di chi faceva il proprio lavoro, quindi nessun confratello del Drago Scarlatto lì aveva avuto dei problemi.

Stiles tornava da Shellshelter sempre abbastanza carico di energia e sorridente, forse perché pensava che se non avesse trovato un posto in cui stare a Namasté, lì si sarebbe trovato bene: tra bastardi dentro ci si capiva.

Dopo una giornata e mezza trascorsa sul mare, Stiles ripartì al galoppo, risalendo la strada che portava verso le montagne rossastre di Mithril.

Stiles non era mai troppo entusiasta di andare a Mithril, perché i suoi abitanti erano sempre molto sospettosi e non erano neanche sottili nell’esserlo. In teoria Stiles avrebbe potuto dare appuntamento a Logan appena fuori dalle mura, ma aveva deciso di entrare nella contea per il puro gusto di infastidire tutti con la sua presenza.

Loro erano un popolo di minatori specializzati nell’estrazione di ferro, rame e braunite – quest’ultimo fondamentale per ottenere dell’acciaio di qualità, utile per creare delle buone lame, come quella di Black Self – e in una terra dove l’oro non era trovabile erano molto gelosi delle proprie risorse, e spesso un po’ tirchi. Erano molto diffidenti e Stiles credeva che gli Osservatori mandassero lì tutti quelli che nel mondo reale volevano stare per i fatti propri e usavano i messaggi al posto delle chiamate telefoniche da almeno più di dieci anni.

Erano anche dei lavoratori instancabili, e al di là della loro diffidenza non erano spocchiosi o davvero bruschi, solo volevano avere meno a che fare possibile con i forestieri, e grazie tante. Certe volte Stiles immaginava l’abitante tipo di Mithril come il ragazzo che su un mezzo pubblico sta con gli auricolari e se gli chiedi un’informazione ti fissa inespressivo per dirti quanto lo stai seccando.

In definitiva, per lui che era abituato a porre un mucchio di domande e pungolare tutti, non era il massimo stare a Mithril. A pensarci bene, però, Derek invece sarebbe stato benissimo a Mithril.

La contea in sé però aveva un indubbio fascino. Prima di arrivare ad essa la foresta di pini marittimi che circondavano Shellshelter si diradava in modo repentino, lasciando posto a una natura più arida e una vegetazione che cresceva a macchie ed era molto più spinosa e grassa di quella che la precedeva – qua e là sorgevano anche dei cactus di varia forma. Le mura di protezione erano scavate nella roccia rossa, tanto da ricordare le pareti rossastre di un canyon, e le porte erano in acciaio massiccio. Oltre a esse non si estendevano dei campi di coltivazione, ma dei recinti in cui venivano curati e allevati dei cavalli – essenziali per il trasporto di quanto estratto nelle miniere – e delle mucche, anche perché lì non era molto facile coltivare qualcosa.

L’arrivo nel centro abitato però era la parte che più stupefaceva i nuovi visitatori: a Mithril sembrava di essere nel Far West. La struttura della città era proprio simile a quella di quel periodo, solo che i saloon erano meno "divertenti": circolava dell’alcool e fungevano sia da taverna che da ostello, ma non c’era la baldoria che di solito si vedeva nei film sui cowboy, e questo secondo Stiles era un vero peccato.

Logan lo stava aspettando davanti al dormitorio che la Misericordia aveva a Mithril – Stiles pensava che fosse molto significativo il fatto che fra il dormitorio e gli edifici circostanti ci fossero un paio di metri di distanza – dando delle pacche goffe ma affettuose a Reed, il suo cavallo dal manto di un bruno rossiccio, che si stava rinfrescando a un abbeveratoio.

Aveva avvisato Logan di avere fatto una pausa prima di raggiungere le mura di Mithril, quindi non sarebbe stato necessario fermarsi all’interno della contea, avrebbero potuto ripartire subito – del resto, Stiles voleva solo fare uno sfregio agli abitanti e basta.

«Namasté!» salutò Logan scendendo da cavallo, facendo attenzione a cantilenare con molta gioia la parola, e con voce abbastanza alta da farsi sentire da più persone possibili – gli piaceva molto fare notare il suo essere un forestiero.

«Namasté» bofonchiò Logan, di certo ignaro dei pensieri di Stiles, e guardandosi intorno come un cane pronto a mostrare i denti e a sbranare, come faceva tutte le volte che si sentiva a disagio in un ambiente. «Sono contento di potermene finalmente andare». Gli passò una nuova scorta di acqua potabile.

Stiles accettò l’offerta: con tutta quell’aridità ne avrebbe proprio avuto bisogno da lì a poco. Guardò dubbioso Logan. «Spero che tu non stia pensando che qui ti guardano tutti male perché sei un wendigo».

Lui salì a cavallo. «È il motivo per cui in genere tutti mi guardano così» mugugnò a sguardo basso.

Stiles sospirò rivolgendo gli occhi al cielo. «A Mithril non ti serve essere un wendigo per essere guardato storto: tutti i forestieri vengono fissati in questo modo».

«A me sembra che, proprio oggi che ci sono io, l’intera popolazione sia particolarmente intensa nel dimostrare la propria malafede» obiettò Logan.

Stiles osservò l’ambiente circostante aggrottando la fronte: di solito a Mithril esprimevano la diffidenza nei suoi confronti fissandolo dritto in faccia, ma quel giorno più di un paio di persone avevano evitato il suo sguardo. «Beh, Warren sembra pronto a bussare alle loro porte, non possiamo biasimarli se sono così suscettibili…» ipotizzò fosse questa la ragione di quella stranezza.

«Se lo dici tu» gli concesse, avviandosi verso la porta d’uscita dalla contea più vicina a loro e precedendolo.

Stiles lo seguì appuntandosi mentalmente di consigliare a Ismail di chiedere un favore alla Compagnia degli Astri: la loro sede si trovava nel punto più alto di osservazione conosciuto nell’Eden, e in genere usare i loro mezzi per spiare una contea non era qualcosa di molto carino da fare – illegale no, ma comunque restava una mossa poco bella – ma se a Mithril per caso stavano nascondendo qualcosa di losco, quello sarebbe stato l’unico modo per scoprirlo. Ora che Warren era prossimo a fare una mossa contro una delle Contee Indipendenti non era poi così grave chiedere alla Compagnia degli Astri di fare un’eccezione alla regola.

Lasciata dietro di loro la contea, le spalle di Logan si rilassarono, e Stiles sbuffò seccato quando si accorse che si era alzato del venticello: era abbastanza debole da non fischiare, ma anche sufficientemente forte da sollevare della polvere, e gli zoccoli dei cavalli contro il terreno peggioravano la situazione; fu costretto a piegare a triangolo un grosso fazzoletto e a legarselo attorno alla testa per coprire il naso e la bocca, e vide Logan imitarlo.

Circa un’ora dopo il vento da caldo e secco diventò più fresco e umido, la terra da rossastra passò a essere bruna, la vegetazione tornò a infittirsi e presto poterono camminare all’interno di una pineta – "Sono pini del Colorado" aveva specificato una volta Linda.

Stiles si abbassò il fazzoletto sul collo con un sospiro si sollievo. «Felice di potere respirare di nuovo» si lamentò atono.

«Ho bisogno di andare a caccia» annunciò Logan, flebile e inespressivo, guardando da tutt’altra parte rispetto a Stiles.

«Ok, amico» annuì, cercando di mostrargli il più possibile quanto per lui non fosse un problema, «lasciami pure il tuo cavallo, io preparo l’accampamento».

Logan assentì appena, scese da Reed, prese dalla propria sacca una boccetta di coccio ben chiusa con un tappo di sughero e una volta assicurati i propri averi alla sella schizzò via verso il folto della foresta.

Stiles emise un lieve sbuffo d’apprensione e smontò da Roscoe, iniziando a impostare le loro cose e un fuoco per la notte.

Logan si vergognava ancora di farsi vedere mentre mangiava, e se da una parte andava bene non mostrarsi in modo aperto perché in effetti non era una scena per tutti i tipi di stomaci, dall’altra evidenziava che si vergogna di come si nutriva, e ciò voleva dire che nei fatti si vergognava di ciò che era.

Logan era in continuo contrasto con la propria natura, e Stiles sapeva capire quanto ciò non andasse bene: mesi fa aveva sperimentato sulla propria pelle quanto poteva essere utile – e anche più salutare – accettare le parti più oscure di sé. Sembrava che niente riuscisse a fare capire a Logan che le persone che gli stavano accanto lo accettavano e speravano che anche lui potesse accettarsi, e questo a Stiles dispiaceva, perché Logan era una persona buona.

Acceso il fuoco, si accoccolò alle radici di un albero, passò una carota a Roscoe e si dedicò a nutrire se stesso con del pane e della carne essiccata. Logan tornò quando ormai era quasi buio, mostrandosi quieto e un po’ impacciato come tutte le volte dopo aver mangiato.

Stiles non aveva ancora sonno, e Logan sembrava piuttosto sveglio, quindi non avrebbero cominciato presto i turni di guardia. «Che tipo di ragazzo eri nel mondo reale?» esordì, cercando di intavolare una conversazione.

Logan scrollò le spalle. «Non penso che fossi molto diverso da ora. A parte che lì mangiavo persone».

«Sì, ma» esalò Stiles, «voglio dire, noti che qualche tuo atteggiamento è cambiato da quando sei nell’Eden?»

Lui alzò lo sguardo verso il cielo, sembrò rifletterci sopra, inespressivo. «Sono sempre stato introverso, e per me era imbarazzante parlare con le persone o rapportarmi con loro, perché le vedevo come cibo».

Stiles ciondolò la testa, comprensivo e ironico. «Beh, ammetto che mi sentirei in imbarazzo anch’io a parlare con una bistecca».

Logan abbozzò un piccolo sorriso, rivolgendo lo sguardo sulle ginocchia piegate contro il petto, che sbatteva piano l’una contro l’altra – aveva degli arti davvero lunghi, potevano fare il paio con quelli di Stiles. «Avevo diciannove anni quando gli Osservatori mi hanno preso, ma frequentavo ancora al liceo: non andavo molto bene a scuola, ho perso qualche anno… non mi piaceva davvero parlare con le persone, e spesso finivo con l’essere brusco per allontanarmi da loro, quando mi mettevano fame, quindi non ero molto ben visto, diciamo».

«E ti sarebbe davvero piaciuto entrare a fare parte della squadra di hockey su ghiaccio» ricordò Stiles con un sorriso malinconico.

«Già. Non avevo degli amici».

«Forse è per questo che ogni tanto sembra che tu non sappia come comportarti con noi?» ipotizzò Stiles.

Lui si strinse nelle spalle fissando il fuoco. «Probabile? Prima di venire nell’Eden mi sono sempre sforzato di non provare a capire le persone, perché se le avessi comprese, poi nutrirmi mi avrebbe fatto ancora più male. Ora sto cercando di capirvi, e a volte voi provate e pensate molte più cose di quante ne provo e ne penso io, ed è… difficile comprendervi».

Stiles sentì una fitta di dispiacere al cuore. «I tuoi genitori sapevano che avevi problemi a nutrirti in modo sereno?»

«Ne ho parlato un paio di volte con loro» ammise piatto, «mi hanno detto che ogni tanto capita che un wendigo nasca con degli istinti a nutrirsi un po’ più deboli degli standard, ma che ci avrebbero pensato loro a rendermi più forte e ad aggiustarmi».

«Non sei fatto male, Log» obiettò Stiles, aggrottando la fronte. «E anche se confesso che mi inquieta l’idea che esistano creature come te che si nutrono di essere umani, questo non vuole dire che siate sbagliati: un lupo è sbagliato perché mangia altri animali? – e non è che un lupo che sbrana una lepre sia meno disgustoso di te quando mangi» sottolineò. «Non è neanche un essere che puoi rendere vegetariano, lo uccideresti. Non posso ucciderti solo perché la tua natura ti impone di nutrirti in un certo modo, anche se quel modo è cannibale».

Logan sembrò sforzarsi di farsi più piccolo. «È solo che… i miei genitori amavano molto cacciare e non ho mai conosciuto altri wendigo come me…» mormorò. «Raleigh mi ha detto che i wendigo si dividono in due grandi categorie: quelli che provano rimorso e quelli che non ne provano. In vita sua ha conosciuto wendigo che per sopravvivere si nutrivano solo di cattive persone, perché a loro dispiaceva uccidere innocenti per fame. Credo che i miei genitori appartenessero alla seconda categoria».

Stiles annuì. «Vedi? Raleigh ti ha detto che non sei l’unico: non sei un’anomalia, non sei sbagliato».

Lui scrollò di nuovo le spalle. «Forse ho solo bisogno di ancora un po’ di tempo per abituarmi a questa nuova situazione. Tu com’eri nel mondo reale?» disse goffo e tutto di un fiato.

Stiles accettò il suo tentativo di cambiare discorso. «Ero l’umano del mio branco» sbuffò un sorriso nostalgico. «Avevo diciassette anni quando mi hanno preso. Ora ne ho diciotto, ma non che questo qui conti sul serio» esalò forte lanciando un rametto nel fuoco. «Ero… uhm, forse un po’ meno complicato di adesso? Oddio, sono stato posseduto da uno spirito oscuro, quindi avevo la testa abbastanza incasinata, ma ero più… semplice, direi: non ho mai fatto un corso di autodifesa, non sapevo nemmeno impugnare una pistola o una spada, non avevo idea di come combattere o… essere un leader. Ora sto per diventarlo» deglutì a fatica.

«Raleigh è il Fratello Maggiore più longevo della storia della nostra Confraternita» gli disse Logan, «è logico quindi che la gente sia molto affezionata a lui, perché è qui da molto tempo, sta lasciando un forte segno del suo passaggio… posso capire se temi il confronto con lui, ma è stata una sua scelta accettarti nella Confraternita: non ti fidi della sua opinione?»

Stiles si grattò la nuca. «Lo so che Raleigh ama sempre sottolineare che in fondo possiamo dire di no alle scelte che gli Osservatori sembrano imporci – ha dato anche a me la possibilità di dire di no – ma resta il fatto che prenderò il suo posto senza un vero merito: lo occuperò solo perché sono l’ultimo arrivato, e questa altro non è che un’opportunità creata apposta per me dagli Osservatori». Trasse un respiro tremante. «Le mie nuove abilità non sono mie sul serio, e la mia futura posizione non è qualcosa che mi sto guadagnando da solo: non sono il più forte e il più brillante di voi ragazzi, sto per ottenere questo ruolo solo per un caso fortuito e artificioso».

«Non posso contraddire le tue obiezioni» replicò Logan, «sappiamo entrambi che si diventa Fratello Maggiore solo per questione di fortuna». Quel ruolo per poco non stava ricadendo proprio su Logan. «E tra l’altro è una "fortuna" spesso creata ad arte dagli Osservatori, però forse come hai fatto tua la scelta che ti ha dato Raleigh, puoi fare tua la scelta di che tipo di leader essere». Si voltò a guardarlo. «Per gli Osservatori sono solo stato un ennesimo tentativo, non avrebbero mai potuto predire come mi sarei comportato, perché non hanno mai davvero interagito in modo diretto con me, al contrario di Raleigh. Gli Osservatori non possono predire che tipo di leader sarai, Raleigh sì» e il suo sguardo sulle ultima parole diventò più sicuro e diretto.

Stiles si passò stancamente una mano sulla fronte. «A volte credo nelle parole di Raleigh, e la fiducia che mi sta dando mi rende più sicuro di me: sapere che vuole darmi questa responsabilità mi rende fiero e mi fa sentire più forte… ma altre volte» ammise, «tipo adesso che Raleigh sta per morire e il momento di prendere il suo posto è quasi arrivato, temo che magari sto peccando di superbia, o che mi sto gasando troppo, perché in fin dei conti fino a qualche mese fa ero solo un banale ragazzo umano» la voce gli si incrinò su quella frase.

«Chissà, magari essere stato un banale umano, in mezzo a questa marea di creature sovrannaturali, sarà la tua carta vincente».

Stiles rise isterico. «Potrebbe anche darsi» esalò ironico; si stropicciò gli occhi. «Penso che schiaccerò un pisolino. Fai tu il primo turno di guardia?» gli chiese. La discussione aveva preso delle sfumature pesanti, aveva urgente bisogno di staccare.

«Ok» annuì piano.

Stiles si stese su un fianco rivolgendo la schiena a Logan. Si asciugò un paio di lacrime di ansia e frustrazione e poi si rilassò sperando che il sonno lo cogliesse subito.

 

 

 

La notte era passata tranquilla, forse un po’ più fredda del previsto, ma niente di insopportabile. Stiles inoltre si era sentito più sicuro nel dormire con qualcuno di fidato accanto, e poi quando viaggiava da solo la sera si annoiava, finiva sempre con l’aprire il proprio account e messaggiare di continuo con Derek – se lo trovava in vena di scrivere frasi abbastanza articolate – o con Bhanuja – che era un fiume di parole. Oppure apriva la pagina del mercato virtuale e giocava da solo a Ok, il prezzo è giusto.

Era piacevole potere stare con Logan, almeno quel viaggio di ritorno si stava rivelando più leggero.

Erano in marcia da quella mattina presto e ancora non erano usciti del tutto dalla pineta, mentre il sottobosco dava già qualche segno di cambiamento: fra non molto avrebbero giunto il tratto di percorso in cui i sentieri erano costeggiati da cespugli fatte di erbe aromatiche, e le querce avrebbero presto preso il posto dei pini, segno che Namasté si faceva più vicina.

Lui e Logan non galoppavano molto veloci e stavano a distanza ravvicinata, quindi notò subito quando gli occhi di Logan all’improvviso diventarono due sfere di luce bianca opaca.

«Che succede?» gli mormorò, rallentando Roscoe quando lo vice fermarsi.

Gli occhi di Logan non mutarono, ma lui non ebbe neanche il tempo di accennargli di mettersi in ascolto, perché a quel punto lo sentì anche Stiles: erano inseguiti, ed erano almeno in tre e a cavallo.

Stiles imprecò fra i denti e ripartì al galoppo, Logan lo imitò. «Chi pensi che possano essere?» gli urlò, cavalcando non molto distante da lui.

Logan gli rispose gridando a sua volta. «Non è nello stile della Compagnia del Raccolto inseguire in modo così aperto qualcuno: loro cacciano, hanno maniere più silenziose».

«E i soldati di Warren non si lascerebbero indietro le tracce di una corsa simile» aggiunse Stiles. «Sono quelli della Resistenza?» Sentì il sibilo di una freccia e all’istante scostò una spalla per non essere colpito: pensò prima a ringraziare le abilità della Nogitsune e poi a imprecare. «Frecce? Chi cazzo sono?!»

Logan mostrò la doppia fila di denti affilati da wendigo. «Devoti Sacrificali: l’arco è la loro arma preferita, e sanno come usarlo in sella e in movimento».

Stiles sbraitò sarcastico. «Siamo inseguiti dai cazzo di Testimoni di Geova incazzosi? Proprio la bella notizia che stavo aspettando!»

Altre frecce vennero scagliate contro di loro, le evitarono per un pelo, anche se una provocò un taglio sul braccio di Logan.

«Strozzalupo o altri veleni?» domandò subito Stiles.

«No, per fortuna la punta non doveva essere stata impregnata di qualcosa: non sento odori particolari».

«Si stanno facendo più vicini, hanno una visuale più nitida» notò Stiles, voltandosi appena, «di questo passo potrebbero anche decidere di colpire i cavalli per rallentarci».

«Non possiamo restare senza mezzi per una fuga veloce».

«Che facciamo allora?» incalzò Stiles, frustrato.

Logan sembrò rifletterci sopra per qualche attimo. «Se sono mannari ormai sono abbastanza vicini da sentirci…» Si voltò a guardarlo, serio. «Mi fido della tua reazione» gli disse, e fu strano sentirlo affermare ciò con i suoi tratti mostruosi da wendigo, tant’è che per un attimo Stiles fu terrorizzato ed esaltato insieme da quello che mai pensava di fare Logan.

In pochi secondi, vide Logan mettersi in piedi sulla sella con velocità sovraumana, per poi voltarsi verso i loro nemici e infine tuffarsi in avanti.

«LOGAN!» urlò Stiles rallentando di colpo, sconvolto ma eccitato dalla prospettiva dello scontro corpo a corpo. «Questo è stato diversivo del cazzo!» Sfoderò la katana legata sulla schiena e spinse Roscoe a voltarsi indietro. «Mi è piaciuto!»

A quella velocità di volo e grazie anche all’effetto sorpresa, Logan riuscì a prendere in pieno uno dei tre e a squarciarlo a morte con gli artigli.

La corsa di tutti dovette arrestarsi: scesero dai cavalli e la piccola battaglia cominciò con una pioggia di frecce all’indirizzo di Roscoe e Reed; Stiles sibilò altre imprecazioni deviando i dardi con la katana. Erano già intenzionati a tagliare la loro via di fuga.

I loro assalitori erano rimasti in due; Stiles adocchiò l’arciere – femmina – e avanzò verso di lei evitando un altro fiotto di frecce scagliate in modo multiplo e a rapida successione.

La donna appariva come una che aveva superato i trent’anni da un pezzo, aveva dei lunghissimi capelli biondo cenere e un fisico longilineo e molto magro che accentuava di più la sua aria da elfo. La determinazione cieca che aveva nello sguardo era inquietante.

Logan non si era sbagliato: quei tizi portavano sui vestiti il simbolo dei Devoti Sacrificali – un sole giallo con all’interno disegnato un occhio stilizzato.

Stiles si avvicinò abbastanza alla donna da spingerla ad abbandonare l’arco e passare alla spada che portava legata alla cinta. Logan nel frattempo s’impegnò a mettere fuori gioco l’altro uomo.

La donna lo attaccò per prima, sfoggiando sulla faccia un disgusto pari alla determinazione che mostrava. «Usi la katana. Sei il nuovo erede di Raleigh?»

Stiles rise strafottente rispondendo al suo attacco. «Vedo che si parla molto di me in giro, spero che vengano dette solo cose belle! E tu sei?»

«Lucinda» gli replicò fra i denti, mentre continuavano a duellare.

«La leader della setta, eh? Non mi sembri poi così in gamba con la spada come lo sei con l’arco…» la prese in giro.

«Se speri di riuscire a fermare il grande operato degli Osservatori…» lo minacciò, ma non riuscì a finire la frase, perché Logan la interruppe.

«Intanto io sono riuscito a fermare lui». Teneva le braccia del tipo bloccate dietro la schiena e gli stringeva una mano artigliata intorno alla gola.

Il duello si fermò di colpo; Stiles fissò Lucinda assottigliando gli occhi – era furiosa e oltraggiata. «Credo che tu sappia cosa ti tocca riferirci a questo punto, no?» Le domande di routine del Drago Scarlatto in questi casi: c’erano altri drappelli nei pressi? In quanti erano?

Lei lo fissò sdegnata. «Noi siamo disposti a sacrificarci per un Bene Superiore».

Stiles provò a ribatterle qualcosa, ma lei lo precedette riprendendo l’arco e scoccando una freccia contro il cuore del compagno, uccidendolo. Logan osservò attonito il corpo svanire fra le sue mani.

«Siete solo un mucchio di psicopatici» l’accusò Stiles, serrando la mascella.

«Non m’interessa molto l’opinione di chi invece che coltivare sacrificandosi, distrugge» e con quell’ultima battuta drammatica risalì veloce sul proprio cavallo bianco e andò via.

Stiles si passò una mano sulla fronte. «Sono disposti a uccidersi o essere uccisi pur di non divulgare informazioni su di loro: sono proprio pazzi!» sbottò, incredulo e seccato.

Si aspettava una replica da parte di Logan, e sentendolo restare in un silenzio sospetto si voltò a guardarlo. Lo vide vicino a Reed, stava fissando con occhi sbarrati e la bocca spalancata la propria sacca legata alla sella.

Stiles notò che su un punto della tela era conficcata una freccia e attorno alla punta si stava allargando una chiazza rosso sangue.

Logan slacciò la borsa con mani tremanti e gesti affrettati. «Si è rotta» mormorò con voce incrinata. «La mia boccetta con il sangue umano si è rotta».

Stiles si sentì raggelare. «Ma non la tenevi protetta con uno strofinaccio legato intorno?» domandò flebile.

Lui annuì, confuso. «Lo avrò stretto male e si sarà sciolto aiutato del movimento del cavallo… è colpa mia».

«No, Logan, è anche colpa mia: avrei dovuto deviare tutte le frecce e tenerle lontano dai cavalli». Cercò di avvicinarsi a lui e di mettergli una mano sulla spalla, ma lui si allontanò di colpo stringendosi nelle spalle, a sguardo basso e stendendo un braccio in avanti, come a dirgli di non avanzare oltre.

«Oggi non mi sono ancora nutrito, sto per avere fame: non puoi stare con me».

«Log, non posso lasciarti da solo» sbuffò stupito.

Lui scosse la testa e si mise le mani sul viso, sembrò sul punto di graffiarsi da solo. «Sei una tentazione troppo forte… non ho altre scorte con me, e so correre più veloce di te. Devi andare via e portare Reed con te».

«Ti ho detto che non posso».

E ora Logan stava cominciando a piangere dalla paura. «E io non posso rischiare di uccidere te, non dopo tutto quello che ho passato per non fare del male agli umani… l’inizio della dieta mi ha fatto male». Il terrore stava avendo la meglio su di lui.

«Se ti lascio da solo finirai col nutrirti della prima persona che per sua sfortuna passerà da qui, e dopo probabilmente ti ammazzerai tu stesso, perché non sopporterai di averlo fatto» gli sottolineò. «Non posso lasciarti da solo».

Lui scosse la testa, continuando a fissare qualsiasi punto tranne Stiles, e infilandosi le mani fra i capelli.

Stiles sospirò con forza, e con decisione fece quei passi che lo separavano da lui e gli strinse le mani sulle spalle. «Logan, guardami» gli chiese. Lui esitò, ma quando la presa di Stiles divenne appena più stretta lo accontentò.

«Sei mio fratello e questo è un casino che abbiamo fatto insieme: tu avresti dovuto conservare meglio la boccetta, io avrei dovuto proteggere meglio i cavalli. Non ti lascio indietro, risolveremo questo casino insieme».

«Ma come

Inspirò a fondo per riordinare le idee, ma non tolse le mani di dosso a Logan. «Il problema è che non abbiamo più il sangue, ma tu puoi cacciare ancora».

«La carne degli animali predatori non mi sazia senza il sangue umano».

«Lo so, però…» e si umettò le labbra, «sono umano e ho del sangue».

«Stiles, no…» lo supplicò Logan, piangendo di più.

«Mi farò solo un taglio!» lo rassicurò.

«Non voglio che tu faccia questo per me! Me ne serve molto di più che una goccia!»

«Allora farò un taglio un po’ più profondo! Logan, può funzionare! Vai a caccia, prendi un animale e poi portalo qui: io ci farò gocciolare la ferita sopra e il gioco sarà fatto!»

«Tu sei debole di stomaco… il sangue va posto direttamente sopra la preda sventrata…»

«Mi girerò dall’altra parte mentre lo faccio!»

«Questo non è un buon modo per donare del sangue, rischi un’infezione».

«Sterilizzerò il pugnale con il fuoco, e poi siamo vicini a casa e comunque dobbiamo riprendere a correre presto, visto che potrebbero esserci altri Devoti Sacrificali nei paraggi: andremo veloci e mi farò curare subito».

«Non è un buon piano…»

«Logan, durante l’assalto mi sono fidato di quello che stavi per fare: adesso non puoi fidarti di me?» gli chiese serio ma accorato.

Lui trasse un respiro tremante, e dopo qualche secondo finalmente assentì.

Stiles gli diede una pacca sulla spalla. «Bene. Vai a caccia, io preparo il fuoco». Logan annuì debole, indietreggiò e poi corse via, fra gli alberi.

Stiles sperò che stesse andando sul serio a caccia e che non stesse scappando.

Inviò veloce dei messaggi a Derek, Ismail e Marjorie per informarli dell’attacco e dello sviluppo poco piacevole che c’era stato, spiegando anche a che distanza da Namasté dovevano più o meno trovarsi; dopo iniziò i preparativi per sterilizzare la lama.

Accendere un fuoco e stare fermi sul posto era davvero un grosso rischio, considerando che non sapevano se ci fossero altri Devoti Sacrificali lì vicino, ma non c’era altra soluzione: doveva salvare Logan prima che la fame avesse le meglio su di lui. Mancava ancora quasi una giornata intera di viaggio per arrivare a Namasté, e se Logan non si fosse nutrito sarebbe impazzito prima di arrivare alle mura delle contea, oppure appena varcata la soglia del centro abitato i suoi sensi sarebbero stati così tanto stimolati da tutti gli umani presenti da spingerlo a compiere una carneficina. Non era il caso.

Passò il pugnale sopra la fiamma con cura, provando a infondersi sicurezza e coraggio, e quando vide Logan tornare con un animale morto, tirò un sospiro di sollievo.

Stiles non guardò nemmeno che tipo di animale fosse, per non arricchire di dettagli l’immagine mentale cruda che avrebbe avuto da lì a poco. Logan posò la preda a terra, e mentre lui la squartava, Stiles procedette al taglio.

Cercò nella propria mente un po’ della freddezza della Nogitsune. S’imbatté nel ricordo in cui si tagliava lo stomaco con il kaiken – la coda – di Noshiko. Utilizzò la determinazione provata in modo indiretto in quell’attimo lontano per tracciare nel presente con il pugnale una riga sul dorso del braccio sinistro.

Tenendo la faccia rivolta in alto, posizionò la ferita sopra l’animale e poi la maltrattò un po’ con le dita per farla sanguinare di più; strinse i denti per il dolore.

«Basta così» mormorò Logan, con tono vuoto.

«Vado a fasciarmi» sussurrò Stiles di rimando.

Ogni confratello quando andava in missione portava con sé un piccolo kit di pronto soccorso: Stiles prese il suo e si sedette ai piedi di un albero, poggiando la schiena contro il tronco, e si disinfettò e fasciò sentendo di sottofondo i rumori viscidi di carne lacerata e masticata. L’odore di sangue nell’aria era molto forte.

Avrebbe avuto bisogno di un paio di punti sul taglio, ma quello era il male minore.

Non parlò subito con Logan, perché visto che si vergognava così tanto di come si nutriva sarebbe stato controproducente dirgli qualche altra parola di rassicurazione, o anche soltanto provare a stemperare l’atmosfera.

Attese di sentire il rumore d’acqua che segnalava che Logan si stava lavando e ripulendo la bocca e le mani, e si voltò a guardarlo solo quando lo sentì camminare verso di lui.

Logan si accovacciò di fronte a Stiles e fissò mortificato il suo braccio fasciato – aveva il volto ancora umido di lacrime. «Mi dispiace».

Stiles scosse la testa. «Abbiamo sbagliato entrambi, e questo» s’indicò la ferita coperta, «è nulla a confronto a vederti sprofondare di nuovo nel tuo tipo di fame: nessuno vuole perderti».

Lui tirò su col naso a sguardo basso.

«Dio, vieni qua» esalò Stiles esausto, allargando le braccia per stringerlo a sé; Logan ricambiò subito l’abbraccio e Stiles sentì gli occhi diventargli lucidi.

«Dobbiamo ripartire subito» aggiunse Stiles con voce roca, appena si separarono. «Veloci».

Spensero il fuoco e raccolsero le proprie cose in tutta fretta, e una volta tornati in sella si misero al galoppo senza voltarsi mai indietro.

 

 

 

Arrivarono alle mura stanchi di stare all’erta ed emotivamente provati. Non appena affacciati sui campi che precedevano il centro abitato, Stiles inviò dei messaggi per avvisare che erano appena rientrati, che erano al sicuro.

Derek non era a Namasté, ma sarebbe rientrato fra non molto, ma Marjorie era al castello per via di Raleigh, e lei per via del suo allenamento da cacciatrice sapeva curare bene le ferite e fare dei punti di sutura.

Come previsto, all’ingresso del castello trovarono Ismail e Marjorie, che consegnarono Roscoe e Reed agli addetti alle stalle e portarono subito Stiles nell’infermeria, dov’era già pronto un calderone d’acqua calda con delle pezze e degli attrezzi sterilizzati.

Stiles ripeté un’infinità di volte che stava bene, mentre lo costringevano a sedersi su una sorta di lettino-barella molto alto e Logan sullo sfondo aveva un’aria miserabile.

«Stai zitto» borbottò Marjorie brusca, controllando se avesse qualche sintomo di febbre. «Derek potrebbe uccidermi, se dovesse succederti qualcosa».

E a quell’affermazione Stiles afflosciò le spalle e rimase in silenzio lasciandosi medicare. La lozione alcolica che venne passata a più riprese sul taglio bruciò abbastanza da fargli stringere i denti, e invece di urlare cercò di prendere aria.

Marjorie lo fece stendere, in modo tale che il braccio posasse su una superficie piana e rigida mentre lo cuciva, e Stiles per tutto il tempo guardò dall’altra parte e ringraziò il fatto che lei avesse una mano leggera.

«Abbiamo finito» disse Ismail rivolgendosi a Logan, con un piccolo sorriso. «Guarda» indicò il taglio cucito, «non è una ferita così brutta» provò a rassicurarlo. Si percepiva in modo netto quanto Logan si stesse sentendo in colpa.

Logan fissò i punti neri, dubbioso.

«Amico» esalò Stiles, «è tutto sotto controllo, adesso. Siamo entrambi ufficialmente salvi» gli sorrise. Lui annuì poco convinto.

Marjorie stava buttando nel calderone di acqua bollente posto dentro al camino gli attrezzi usati, per poi ripulirli più tardi; teneva i capelli ben raccolti all’insù, era pallida e aveva delle occhiaie molto marcate. Il sistema immunitario sovrannaturale di Raleigh stava prolungando molto la sua agonia: un giorno riusciva a camminare, altri due li passava a letto tossendo sangue. Stiles si incupiva al pensiero di cosa lei stesse passando a guardare Raleigh perdere la vita così giorno dopo giorno.

Si udirono nei passi nel corridoio; Stiles distinse subito il ritmo dell’andatura di Derek; si rimise a sedere sul lettino.

«Sto bene» esordì deciso, stendendo il palmo della mano destra in avanti verso Derek, senza dargli il tempo di dire qualcosa.

Derek sospirò rassegnato, avanzò verso di lui fissandolo scettico. «Sei stato assalito».

«Ma abbiamo vinto!» obiettò.

Derek inarcò un sopracciglio. «Hai dovuto tagliarti».

«Non è nulla di grave, non mi sono mica rotto un osso!» protestò.

Derek fissò la ferita. «Ti hanno dovuto dare dei punti».

Anche Stiles finì per fissarla; arricciò il naso con una smorfia di disgusto. «Dio, dovevi proprio ricordarmelo?»

Derek sorrise soddisfatto, e alle sue spalle Ismail e Logan ridacchiarono anche loro; almeno l’atmosfera diventò meno tesa.

Marjorie consegnò a Derek delle garze per fasciare il braccio di Stiles e coprire i punti per mantenerli puliti, e Ismail invitò Logan a seguirlo nel proprio studio per avere un resoconto dettaglio sull’intera faccenda accaduta.

«Mi dispiace averti fatto preoccupare» mugugnò Stiles; entrambi stavano osservando il lavoro che facevano le mani di Derek attorno al suo braccio.

Derek scosse la testa. «Hai fatto un buon lavoro. Logan non avrebbe mai perdonato se stesso se ti avesse fatto del male, e sarebbe finito col sprofondare in un vortice di fame e uccisioni senza ritorno, e poi chissà di quante altre persone si sarebbe nutrito».

«Spero solo che non veda tutto questo come un passo indietro» mormorò Stiles.

Derek finì di annodare la fascia, alzò lo sguardo e infilò le dita fra i capelli di Stiles. «Potrebbe essere anche il contrario. Ha avuto modo di mostrarti il lato più oscuro di te e tu non sei scappato: forse adesso si fida ancora di più di te».

Stiles inclinò la testa contro la mano di Derek, socchiuse gli occhi. «Vedremo».

Derek si chinò verso di lui e premette piano il naso fra il collo e l’orecchio di Stiles, annusando il suo odore, e Stiles si rilassò seguendo il suono del suo respiro e posandogli una mano sulla nuca.

Rimasero fermi così fino a quando Derek si ritrasse piano e all’improvviso, con sul volto l’espressione di chi aveva sentito qualcosa alle proprie spalle.

Si voltarono a guardare verso la porta e trovarono Philip sull’uscio, che però sembrava sul punto di allontanarsi – Marjorie non c’era più: quando era andata via? Non l’avevano sentita uscire.

«Scusate» biasciò Philip, «ero solo venuto a vedere come stava Stiles».

Stiles si sentì dispiaciuto, perché sapeva cosa aveva appena visto Philip, ma nessuno dei due poteva farci niente. «Sto bene, grazie» mormorò, abbozzando un sorriso triste.

Philip gli sorrise allo stesso modo e indietreggiò annuendo. «Bene. Ci vediamo più tardi».

«A cena» concordò Stiles.

Derek attese che i passi di Philip non si udissero più per parlare e rompere l’atmosfera malinconica caduta su di loro. «Dovresti parlare con lui e mettere le cose in chiaro» lo invitò, abbassando per lui la manica della casacca che era stata rimboccata fino al punto più alto possibile del braccio, per curare la ferita – fortuna che le divise della Confraternita erano molto larghe.

«Gliel’ho detto fin dall’inizio che non sapevo se ciò che provo per lui sarebbe cambiato… E lui dice sempre che non si aspetta niente da me» bofonchiò.

«Continua a farti regali» puntualizzò Derek.

Stiles sospirò rassegnato. Dopo il cannocchiale, Philip gli aveva regalato una bella sacca da viaggio più resistente della sua e con più tasche. Poi un pugnale da caccia dall’impugnatura comoda, molto utile. E poi un bellissimo tagliacarte che sembrava un pugnale dall’impugnatura gioiello – era argentata e decorata con dello smalto blu, e al centro della guardia c’era un cristallo azzurro e tre minuscole pietruzze di fiume blu; Stiles avrebbe potuto dare di matto se qualcuno avesse osato rompergli quel tagliacarte pacchianamente fantastico.

«Phil dice che fare dei regali durante un corteggiamento non è come una raccolta punti…» mugugnò Stiles, un po’ a corto di argomenti. «E lo so cosa vuol dire desiderare fare bei regali e avere un amore non corrisposto: hai presente Lydia? E com’ero con lei?»

Derek si passò una mano sulla fronte. «Sì, ho presente, e so anche che essere l’oggetto di un affetto simile fa stare bene, quindi posso capire se stai indulgendo un po’, ma…» Stava evitando il suo sguardo, ma non che Stiles fosse da meno. «Anche se non è tua intenzione, stai finendo col fargli male, e vedere che lo ferisci fa male anche a te».

«Anche se gli dicessi che deve smetterla, non è che i sentimenti hanno un interruttore» precisò Stiles, «non smetterà di certo di guardarmi così e di volermi da un giorno all’altro».

«Almeno potresti tamponare gli effetti» incalzò Derek, senza demordere.

Stiles emise un borbottio indistinto e si chinò per appoggiare la fronte contro il petto di Derek. «Posso provarci» promise vago.

«Bravo ragazzo» si complimentò Derek, con voce strafottente, anche se gli accarezzò la nuca.

Stiles posò le mani sui fianchi di Derek e assorbì ancora un po’ del suo calore e del suo conforto. Di sicuro sentivano entrambi sulle proprie il spalle il peso immaginario della cosa che era in attesa di succedere fra loro due, e a volte li soffocava in modo doloroso, altre invece dava loro aria, e in quel momento Stiles stava preferendo avere aria.

Lasciò la sensazione di soffocamento per un altro giorno.

 

 

 

Raleigh aveva contatto Stiles scrivendogli via messaggio che doveva passargli le indicazioni per i vani segreti che si trovavano nello studio del Fratello Maggiore, e Stiles era stato entusiasta all’idea di scoprirli.

Venti minuti dopo, seduto di traverso sul letto di Raleigh, mentre lui se ne stava ben comodo sotto le coperte e con la schiena contro dei cuscini, il dettaglio più incredibile che Stiles aveva sentito era che, in un vano nascosto sotto il secondo cassetto della scrivania, Raleigh teneva la mistura di tè che usava al posto dello scotch.

«Credo che ti sarà assolutamente di aiuto» gli disse Raleigh, sorridendo serafico.

Stiles inspirò a fondo incrociando le braccia sul petto; lo fissò per nulla colpito. «Già».

A ogni modo, dopo per fortuna Raleigh passò a raccontargli dei particolari più importanti e succosi, come le dinamiche che all’interno del Consiglio della conta finora lo avevano tenuto legato – o distante – dagli altri leader presenti a Namasté.

«… ma non penso che tu avrai i miei stessi problemi con la Sorella Maggiore della Confraternita della Fonte» concluse Raleigh, serio. «Credo che la radice del suo astio nei miei confronti siano le mie origini giapponesi, visto che è coreana. Tu non dovresti avere problemi con lei».

«Potrei avere problemi con altri membri: dimentichi che noi statunitensi, con la nostra immensa voglia di portare la democrazia ovunque, abbiamo parecchi problemi nel mondo» gli ricordò sarcastico.

Lui agitò una mano come a minimizzare. «Compensate bene con la vostra infinita simpatia e l’importanza che date alla partecipazione».

«Apprezzo il tuo senso dell’umorismo» borbottò; il sorriso di Raleigh si allargò e lui finì col sorridere di più a sua volta scuotendo la testa. «Hai altri saggi consigli da darmi?»

Raleigh annuì solenne, anche se stava sorridendo ancora. «Ricorda che l’odio è per i codardi» gli ripeté. «Non generare mostri. Non diventarne uno».

«Non me lo dimenticherò» replicò con voce appena incrinata e un magone in gola.

«Mi è stato riferito quello che hai fatto per Logan» disse all’improvviso, e nel suo sguardo ci fu un piccolo luccichio di orgoglio che pungolò il cuore di Stiles.

Si schiarì la voce. «È stato solo umano farlo» mormorò Stiles.

«Anche avere molta paura e voglia di fuggire in una situazione simile è qualcosa di umano» sottolineò Raleigh.

«Non saresti rimasto deluso di me, se fossi scappato?»

«Tu saresti rimasto deluso di te stesso, se fossi scappato?»

«Sì».

«E questa è l’unica risposta che conta» esalò Raleigh, con una serena decisione.

«Sei un continuo enigma» sbuffò Stiles, anche se ridendo e scuotendo la testa.

«Sono una kitsune».

«No, per favore no» gemette Stiles. «Non metterti anche tu adesso a dire "Sono questo" o "Sono quello"».

«Non ho idea di cosa tu stia parlando, ma dalla tua faccia sembra qualcosa di divertente: indagherò sulla faccenda» disse entusiasta.

Stiles si coprì il volto con le mani e grugnì il proprio dispiacere.

«Parlando di questioni purtroppo meno liete» continuò Raleigh, stavolta diventando serio davvero, «ho preso accordi con mia moglie per il mio addio. Abbiamo concordato che durante il prossimo 5x1 lei sarà l’ultima cosa che vedrò».

Quindi sarebbe stata Marjorie ad aiutare Raleigh ad andare via.

Stiles si sforzò di non farsi venire i lucciconi agli occhi. «Avresti il piacere che io ti sostituissi nelle squadre di pattuglia del 5x1?»

Raleigh sospirò pensoso. «Non voglio che mia moglie vada a caccia di assassini quella notte: sarà sicuramente molto provata, potrebbe mettere a repentaglio la sua vita e quella di molti. O potrebbe sfogarsi trasformandosi in un mostro. Non lo l’ho mai fermata dal fare qualcosa, ma stavolta potrei chiedere ai miei amici di farlo al posto mio, dato che io non ci sarò più. Merita di concedersi di vivere il proprio lutto».

Stiles provò a restare pragmatico. «In squadra quindi ci saranno due elementi in meno, il mio aiuto sarà necessario».

Raleigh aggrottò la fronte. «Ne sei sicuro? Le notti del 5x1 sono atroci e ricche di sangue, sanno di una follia disturbante che ti rimane impressa a vita nella mente, e lo so che in quel momento avrai anche tu la tua perdita da rielaborare: credi di essere pronto a questo?»

Si grattò la nuca. «Ci rifletterò sopra. Tu…» esitò, poi parlò con voce spezzata. «Tu sei pronto?»

Inaspettatamente, o forse no, Raleigh gli rivolse un sorriso tranquillo. «Mi sento vittorioso, Stiles: la morte infine è l’unico nemico che non sono riuscito a sconfiggere, e ciò vuol dire che nella mia vita finora sono stato invincibile, sconfiggendo e superando ogni nemico e ogni ostacolo».

Stiles sorrise con gli occhi umidi. «Capisco. Sei il tipo che vede il bicchiere mezzo pieno».

«Tutt’altro, è pieno. La mia vita è stata straordinariamente piena».

Stiles annuì sorridendo e abbassò lo sguardo, non sapendo cos’altro dire senza che dei lacrimoni gli rotolassero per le guance.

Venne salvato da qualcuno che bussò alla porta.

Era Bhanuja, aveva dei libri sottobraccio e un’espressione malinconica ma speranzosa sul volto: era il suo turno di passare un po’ di tempo con il proprio Fratello Maggiore, Stiles non glielo avrebbe tolto.

Stiles salutò Raleigh e uscì dalla stanza dopo aver scompigliato affettuosamente i capelli alla sua Bhanny.

Scese le scale che portavano al dormitorio maschile, vide Marjorie seduta sul davanzale di una grande finestra; non indossava la divisa della Misericordia, a favore di abiti meno formali, teneva uno scialle dall’aspetto morbido e confortevole drappeggiato intorno alle spalle e aveva l’aria esausta.

Stiles si avvicinò a lei a passi cauti – sapeva che, chi è in attesa della notizia della morte di un caro, quando sente dei passi veloci venire in sua direzione trema – e le strinse appena una mano sulla spalla.

Quello che non si aspettava è che Marjorie lo avrebbe ricambiato allacciando a propria volta la mano intorno al suo polso, in una stretta appena più forte della sua: Stiles si chiese se con quel gesto Marjorie stesse assorbendo il suo conforto o ne stese dando a lui.

«Raleigh è con Bhanuja» la avvertì, accomodandosi anche lui sul davanzale, di fronte a lei.

Marjorie assentì portandosi una mano sul lato del collo, che stiracchiò.

Stiles le rivolse un sorriso ironico e triste. «Suppongo che sia inutile chiederti di dormire di più».

Gli sorrise allo stesso modo. «Sai com’è, non voglio perdermi nient’altro della sua vita». Lui annuì comprensivo.

Marjorie appoggiò la testa di lato contro la finestra, parlò con tono vago. «Pensi che sia strano vedermi così, in versione "vedova addolorata"?»

Stiles aggrottò la fronte. «Stai per perdere la persona che ami, che altro dovrei aspettarmi da te?»

Si voltò verso di lui rivolgendogli un sorriso velato di sarcasmo, stringendosi di più nello scialle. «Lo so che la gente parla. So quello che si è sempre detto in giro su di me e Raleigh» disse a bassa voce con un pizzico di strafottenza, «che siamo strani perché non abbiamo una casa tutta nostra e un vero letto matrimoniale, che io sono una vagabonda e che nei fatti passiamo poco tempo insieme. E che lui con me fa l’idiota e che io lo tratto male».

«Tu sei cruda e diretta con tutti» precisò Stiles scettico, strappandole così una risata.

«La gente non capisce, Stiles» esalò ancora sarcastica, «le persone vogliono vedere negli altri le storie d’amore da favola che sperano di avere o che sanno che non avranno mai, e quando tu deludi le loro aspettative… parlano».

Stiles inarcò un sopracciglio. «Non me ne mai fregato un cazzo di quello che dice la gente».

Lei ghignò fiera. «Ottimo». Poi la sua espressione si ammorbidì, colmandosi di malinconia. «Sai, Raleigh con me fa l’idiota perché a lui piace la leggerezza: per un essere longevo come lui, la vita diventa pesante a un certo punto…»

«Chi non ha mai capito perché Raleigh sorride sempre, non ha mai capito un cazzo in generale» commentò Stiles.

«Eh! È una kitsune, uno spirito libero che ha attraversato secoli ed ere, sono cosciente di quanto gli costi legarsi a qualcuno, l’ho sempre saputo che lui mi vizia perché vede la mia vita umana come troppo breve a confronto alla sua, e che quindi mi adora e mi coccola a modo suo per darmi nel più breve tempo possibile tutto quello che lui ritiene necessario regalarmi… ma» sospirò forte, «proprio perché sono cosciente di ciò, le sue cure a volte mi irritano, perché di volta in volta hanno sottolineato quanto sarebbero stati pochi i nostri giorni insieme. Ma allo stesso tempo non mai voluto che lui smettesse di viziarmi, perché lo amo e sono contenta che lui abbia scelto me».

«In questa situazione, e per come siete fatti voi, non è così bizzarro provare sentimenti contrastanti» la rassicurò.

Lei scosse la testa ridendo con gli occhi lucidi. «Oh, puoi dirlo forte! Sono sempre stata indecisa se prenderlo a schiaffi o baciarlo!» Ridacchiarono insieme. «Lui è arrivato nella mia vita nel momento in cui avevo perso tutto ed ero arrabbiata come una bestia assetata di sangue, e… non ho impiegato molto a capire di aver trovato il mio compagno».

«Sai» gli raccontò nostalgica, «quando stavo ancora nel mondo reale, credevo che non mi sarei mai sposata: avevo una vita sessuale molto movimentata, ma lo stesso non si poteva di quella sentimentale» ironizzò. «A volte gli uomini mi sembravano noiosi rispetto ad altre cose che avrei potuto fare e farmi, e a essere onesta mi sono sempre vista come una vagabonda: non credevo nemmeno che avrei vissuto sempre nello stesso posto, viaggiavo spesso per assistere ai concerti dei miei gruppi preferiti e ciò stuzzicava la mia voglia di libertà e alimentava i miei progetti per il futuro… immaginavo che presto avrei iniziato a spostarmi di frequente da un angolo all’altro del globo. Non mi sono mai vista ferma in un solo posto, o proprietaria di un indirizzo fisso».

«Poi gli Osservatori hanno rovinato i tuoi piani» continuò Stiles per lei, con amara ironia.

«Già! E dopo è arrivato Raleigh». Trasse un respiro profondo. «Lui per prima cosa è stato il mio compagno d’armi» specificò gesticolando. «Fin dall’inizio abbiamo combattuto fianco a fianco, lui apprezzava la mia grinta e la mia determinazione, io apprezzavo la sua forza e il suo senso della strategia… Al di là dei nostri battibecchi e dei punti su cui non siamo mai stati d’accordo, ci siamo sempre molto rispettati a vicenda: sono molto orgogliosa di lui, e lui è molto orgoglioso di me. So che posso avere sempre il suo appoggio, e lui sa che avrà sempre il mio appoggio». Rivolse uno sguardo intenso a Stiles. «Raleigh non è mio "marito"» affermò tracciando delle virgolette in aria con le dita, «è il mio "compagno"».

«Credo di aver capito che intendi» sorrise malinconico.

«Lui non mi ha mai privata della mia libertà, e l’ho sposato perché…» e sorrise fiera con gli occhi lucidi, «volevo vantarmi con il mondo che lui ha scelto proprio me. Alla faccia di tutti quelli che non mi hanno mai capita, senza mai averla desiderata sul serio ho avuto la mia favola» aggiunse con un sorriso più tremulo e commosso. «Ho avuto il mio cazzo di principe azzurro il cui vero nome è abbastanza pacchiano e principesco da significare "ragazzo brillante", uno che nel mondo reale è schifosamente ricco e che qua è a capo della più grande e prestigiosa biblioteca del continente!» pronunciò ammiccando e con un ironico tono cospiratorio. Lei e Stiles ridacchiarono insieme.

«A parte gli scherzi» sospirò diventando più seria, «sono contenta che lui abbia scelto me: vive da oltre un millennio, ha conosciuto centinaia e centinaia di altre donne, ma ha sposato me» s’indicò portandosi una mano sul petto. «Ho avuto l’onore di essere amata da una creatura dall’esperienza e dalla conoscenza immensa, e sono contenta che anche lui consideri un onore essere stato amato da me. Solo che…» delle lacrime le rigarono il viso, se le spazzò via brusca col dorso della mano, «mi fa rabbia vedere tanta bellezza, tanta conoscenza e tanta esperienza venire bruciata in nome di un presunto fottuto Bene Superiore. Ecco».

Stiles si asciugò un paio di lacrime con le dita. «Credo anch’io che Raleigh meriti molto di più che morire da cavia».

«Tutti noi meritiamo molto più di questo» precisò lei, «ma…» e la sua espressione andò finalmente in frantumi e iniziò a piangere in modo copioso, «lo amo, quindi penso che proprio lui meriti un po’ di più».

Stiles la spinse piano a protrarsi verso di lui, la circondò con le braccia e lei scoppiò in singhiozzi contro la sua spalla.

Nemmeno lui si trattenne oltre dal piangere forte, ma scelse di farlo in silenzio, concedendo alla disperazione di Marjorie di essere più forte della sua.

Chapter Text

 

Stiles riusciva a dormire senza avere qualcuno accanto soltanto quando era in missione: la stanchezza dei lunghi viaggi a cavallo e la spossatezza generale lo sfiancavano abbastanza da farlo cadere nelle braccia di Morfeo non appena trovava un posto su cui appoggiare la testa. Per il resto, invece, aveva difficoltà a prendere sonno se non era in compagnia.

Per diciassette anni aveva dormito tranquillo e in solitudine nella propria stanza, ma l’Eden era diverso dal mondo reale, e la notte essere coscienti di avere accanto qualcuno di amico era confortevole.

Bhanuja gli aveva confessato che da quando era arrivata a Namasté aveva ripreso a dormire abbracciata a dei peluche – acquistandone un paio al mercato – e Stiles non aveva avuto nulla da obiettarle perché capiva.

Quella notte Derek era fuori della contea: la casa vuota pesava a Stiles, soprattutto in quel momento triste per la sua Confraternita, e aveva accettato l’invito di Bhanuja a condividere platonicamente un letto.

Dormì nella camera di Bhanuja, abbastanza sereno anche se ogni tanto si svegliò starnutendo perché i capelli di lei nel sonno gli solleticavano il naso, e il risveglio un po’ brusco dovuto a qualcuno che bussava alla porta con insistenza fu più piuttosto traumatico.

Stiles si azzardò ad aprire un occhio sputacchiando capelli. «Chi è?» domandò, con la voce impastata dal sonno.

«Linda. Apritemi, per favore». Suonò abbastanza seria da mettergli dell’ansia addosso.

Si alzò dal letto e andò da lei mentre Bhanuja prendeva coscienza mugolando; la lasciò entrare – notò che sembrava avesse indossato la divisa molto in fretta. «Cos’è successo, stavolta?» domandò rauco, portandosi una mano alla fronte e preparandosi già al peggio.

«È morto un altro dei nostri. Leo».

Infatti.

Bhanuja si tirò su a sedere, ma non parlò, restò attonita e con lo sguardo fissò sulle coperte.

Stiles si sedette ai piedi del letto e inspirò a fondo passandosi più volte le mani sul volto. Conosceva Leo meno di quanto conosceva Milla, in questi sette mesi si erano scambiati dei saluti per i corridoi del castello e qualche cortesia banale come "Mi passi quel libro?", ma questo non voleva dire che la sua perdita non lo stesse colpendo, perché la Confraternita era una grande famiglia e Leo di conseguenza era un suo fratello.

«Sappiamo più o meno quanto tempo fa è accaduto?» domandò Stiles.

«Da quando è morta Milla, Ismail controlla spesso la lista dei suoi contatti, per verificare lo stato di ogni confratello» gli spiegò Linda, «e lui ipotizza che non sia morto più di quaranta minuti fa».

«Anche lui era da solo in missione come Milla?»

«Sì, era sulla via che collega Neptune a Shellshelter, aveva portato a termine il suo compito e stava per incontrare una consorella per tornare a Namasté insieme». Stiles notò quanto fosse ben visibile che Linda stava nascondendo sotto una maschera di serietà e professionalità quanto fosse scossa e furiosa. Era un’alpha e un altro elemento del suo branco era stato ucciso: era oltraggiata, fremeva per avere vendetta.

«Quindi Leo aveva con sé le cronache raccolte a Neptune» ipotizzò Stiles, «e in quella contea non c’è nulla di particolare che possa servire alle Contee Indipendenti durante una guerra contro Warren, se non delle braccia in più per combattere… Noi ci aspettavano un altro attacco intorno alla Contea delle Arance: siamo sulla strada sbagliata».

«Non capisco cosa vogliano con questi attacchi» disse Linda fra i denti. «Sono mosse troppo… vistose, sembra quasi che vogliano attirare l’attenzione, più che arrecarci danno».

«E se fosse un diversivo?» propose Stiles.

«E da cosa?»

Non le seppe rispondere; si passò una mano fra i capelli, nervoso. «Mi vesto e poi vi raggiungo: siete nello studio del Castellano?»

«Sì» mormorò, e girò sui tacchi per andare via, non prima di rivolgere un’occhiata rassicurante a Bhanuja.

Stiles raccolse in fretta le proprie cose per andare nella sua stanza a indossare la divisa.

«Devi proprio andare?» gli chiese Bhanuja con vocina piccola e triste. Non doveva proprio avere voglia di restare da sola.

Le sorrise malinconico. «Scusa, Bhanny, ma con Raleigh che sta male, tocca a me prendere un paio di decisioni…» si chinò a baciarle la fronte con affetto. «Tornerò appena posso, oppure libererò Linda per te». Lei annuì quieta.

Lasciato il dormitorio femminile, Stiles si mosse in fretta per rendersi presentabile.

Nello studio di Ismail trovò sia Linda che Philip, e non restò sorpreso di vedere che quest’ultimo stava discutendo con il Castellano.

«Ramona ci ha scritto che è già stato sul posto e ha ritrovato la sacca di Leo» stava sibilando Philip, «si può sapere per quale dannata ragione tu vorresti andare là?»

«Non proteggo soltanto la nostra casa, proteggo anche la nostra famiglia» puntualizzò Ismail, poggiando le mani sulla scrivania e sporgendosi verso Philip, che era in piedi dall’altro lato. «Due membri della nostra famiglia sono stati uccisi: come puoi pensare che io voglia restare qui e non andare a vedere di persona cosa diavolo sta succedendo?»

«Appunto, sei il dannato Castellano: in un momento simile vorresti davvero andare a zonzo da solo?»

«E tu pensi che gli assassini siano ancora là, pronti per uccidermi?» incalzò Ismail, scettico.

«Di sicuro saranno ancora in un punto qualsiasi di una delle strade che hai intenzione di percorrere per andare là» precisò Philip, «e tu potresti offrire loro su un dannato piatto d’argento l’occasione di fare fuori il nostro Castellano».

Ismail lo guardò sarcastico. «Perché se il Castellano fossi tu non ti lasceresti uccidere, vero?»

«Ragazzi…» provò a intromettersi Stiles.

«Vuoi proprio andare lì?» sbottò Philip. «Bene! Ma io vengo con te, che ti piaccia a no».

«Fai un po’ come ti pare, fammi pure da guardia del corpo, se vuoi».

«Se avete finito di provare a dimostrare chi c’è l’ha più lungo» li fermò Linda, seccata e un po’ acida, «avrei anch’io la mia da dire». Si voltò verso Ismail, scettica. «Sei sicuro di volere andare sul posto?»

Lui la fissò afflosciando le spalle. «Sei dalla parte di Philip» affermò infastidito.

«No, sono dalla parte della sanità mentale: Ismail, non puoi negare il fatto che in questa situazione sia pericoloso andare in giro da solo per motivi futili» obiettò, «perché è evidente che siamo sotto attacco».

«E abbiamo già quello che ha raccolto Ramona» aggiunse Stiles, «non potresti fidarti di più di quello che ha trovato lei?»

«Ma sono le stesse cose che abbiamo trovato sulla morte di Milla» insisté Ismail, «cioè aria fritta. Lo sapete che sono bravo a scovare informazioni e a farmele dare, facevo questo nel mondo reale: permettetemi di andare a Neptune a fare qualche indagine».

Stiles sbuffò sarcastico. «Come se tu ci tenessi sul serio ad avere il permesso per farlo: sappiamo tutti che ci andrai lo stesso».

«Ho le mie motivazioni» gli ribatté.

Stiles con la coda dell’occhio vide che Philip, con espressione sarcastica, aprì la bocca per poi richiuderla: era probabile che si fosse appena trattenuto dal dirgli dove potesse ficcarsi le sue dannate motivazioni, nel modo più british possibile, ovvio.

«Non lascerai il castello senza una scorta» gli disse Stiles, serio, «e questo è un ordine, siamo intesi?» concluse puntando lo sguardo nel suo.

Lui esalò forte. «Ho capito, mi arrendo a portare Philip con me».

Concordarono sui preparativi per il viaggio e infine tutti e quattro uscirono dallo studio, ognuno sfoggiando un grado diverso di stress e fastidio.

Stiles però aveva ancora dei strani sospetti su Philip, lo raggiunse.

«Ehi» gli mormorò, posandogli una mano sul braccio e invitandolo con dei cenni ad appartarsi con lui in un angolo in penombra del corridoio.

Philip sospirò stanco; stava evitando di guardarlo in faccia. «Volevi dirmi?»

«Come mai eri anche tu nello studio?» In teoria lui all’interno della Confraternita era solo un semplice confratello, non aveva dei ruoli principali come Stiles, Linda e Ismail.

«Ismail non è l’unico a tenere sempre d’occhio la lista dei contatti» biascicò stanco, «e quando me ne sono accorto ero a colazione con Linda: l’ho seguita da lui».

«Cosa mi stai nascondendo, Phil?» scandì bene.

«Niente».

«Hai appena sbottato rispondendo troppo veloce: dovresti allenarti di più, un vero cacciatore saprebbe mentire meglio» lo schernì.

Philip espirò a fondo e si passò una mano sul volto; sorrise amaro. «Ascolta, Stiles… devo solo riuscire a mantenere la situazione sotto controllo un altro po’, devo…» deglutì a fatica. «Lasciami scortare Ismail e poi ti dirò tutto».

«Perché non raccontarmi tutto ora?» insisté irritato.

«Perché Ismail ha fretta e questa è una storia lunga dieci anni. Io…» Esalò tremante, posò le mani sul viso di Stiles e lo spinse a guardarlo negli occhi. «Devo proteggerti, lo capisci?» sembrò quasi supplicarlo.

«No, non capisco» sbuffò.

Inaspettatamente, Philip premette le labbra contro le sue, in un bacio casto e asciutto quanto intenso.

A Stiles si mozzò il fiato in gola, perché in quell’attimo comprese ciò che lui voleva dirgli sul serio con quel gesto.

«Ho bisogno di sapere che mi credi» mormorò Philip. «Voglio solo proteggerti: mi credi?»

«Sì» sussurrò roco.

Philip abbozzò un sorriso malinconico a mo’ di saluto e si allontanò da lui a passo veloce.

Stiles era attonito: quello era stato un addio e non andava affatto bene.

Se proprio Philip sembrava disposto a morire pur di non rivelare il suo segreto, Stiles avrebbe trovato altri modi per scoprire cosa nascondeva.

Serrando la mascella marciò agitato, frustrato e sicuro di sé fino al dormitorio maschile.

Sì fermò e bussò a una porta.

Logan gli aprì con dei pessimi capelli da uno che si era appena svegliato e uno sguardo da gufo che avrebbe di certo intenerito Bhanuja. Non appena focalizzò Stiles meglio, gli rivolse un’espressione confusa e interrogativa.

«Ho bisogno del tuo aiuto per aiutare Philip» esordì Stiles, diretto.

Lui gli rispose altrettanto diretto, anche se inespressivo. «Ok».

 

 

 

Mezzogiorno era quasi prossimo, quando Ismail e Philip lasciarono il castello al galoppo.

Il piano era abbastanza semplice: entrare nella stanza di Philip e rovistare senza limiti e senza rispetto della privacy.

Per loro fortuna, un giorno Ismail aveva confidato a Logan uno dei suoi segreti da Castellano, nel vano tentativo di farlo ridere all’idea degli scherzi che avrebbero potuto fare – inutile dire che non aveva funzionato.

Il castello aveva un mucchio di segreti che servivano a tenerlo al sicuro – passaggi segreti, vani nascosti, stanze misteriose e chiavi che all’apparenza non aprivano alcuna porta – e per tradizione solo il Castellano era a conoscenza di tutti questi misteri, ma non venivano tramandati: toccava a ogni singolo Castellano eletto scoprire da solo tutti quei segreti, perché ciò lo avrebbe messo a confronto con il castello in sé e se avesse vinto contro di lui allora avrebbe potuto dirsi un buon custode.

Ismail aveva rivelato a Logan che esisteva una chiave delle camere del dormitorio femminile che era in grado di aprire tutte le porte delle stanze del dormitorio maschile, e viceversa ce n’era una di quello maschile che apriva tutte le porte di quello femminile. Ma non era mai la stessa: la proprietà magica "da passepartout" passava come d’incanto da una chiave all’altra – all’interno dello stesso dormitorio – a ogni nomina di un nuovo Castellano: sotto il periodo di carica di Ismail, quella in grado di aprire tutte le serrature dei maschi era la chiave della stanza di Bhanuja.

Quindi Stiles fece bello Logan e lo mandò in missione da Bhanuja senza sentirsi neanche un po’ in colpa.

Recuperato il passepartout magico, si fiondarono in camera di Philip.

La buona notizia fu che Philip era abbastanza disordinato, quindi eventualmente al ritorno – se mai fosse tornato – non avrebbe notato molto che avevano frugato tra la sua roba. La cattiva notizia fu che proprio perché Philip era disordinato sarebbe stato ancora più difficile trovare qualcosa d’interessante e nascosto.

«Rimbocchiamoci le maniche» esalò Stiles. «Conoscendo il tipo che è, mira subito a provare a trovare vani nascosti o doppi fondi» consigliò a Logan; lui gli annuì silenzioso e si mise a lavoro.

Stiles pensò di iniziare dedicandosi alla piccola libreria che c’era incassata sopra la scrivania, togliendo per prima i libri per controllare se dietro di loro ci fosse celato qualcosa. Si mosse in fretta, ma si fermò poco prima di posare le dita sulla rilegatura dell’ennesimo tomo che stava sfilando dal ripiano.

Era Il Signore degli Anelli. E pure una versione abbastanza grossa.

Philip aveva scritto una versione molto breve e parodistica de Il Signore degli Anelli.

Spostò rapido lo sguardo sui titoli successivi; notò una copia di Cuore di tenebra di Conrad. Philip non amava molto i classici, soprattutto quelli con cui a scuola dovevano avergli rotto di continuo le scatole.

Tornò a fissare Il Signore degli Anelli, ma non lo prese; batté le nocche di un paio di dita contro la copertina posteriore. Non suonò come un libro pieno.

«Logan» chiamò, prendendo subito Cuore di tenebra e passandoglielo. «Credo di aver trovato qualcosa. Prova un po’ ad aprire».

Logan sollevò la copertina del libro nello stesso attimo in cui lui fece altrettanto.

I due tomi all’interno erano stati svuotati per essere trasformati in una sorta di scrigno. Erano pieni di piccole fiale di vetro chiuse con tappi di sughero; al loro interno c’era qualcosa di cartaceo.

«Ma cosa cazzo…» mugugnò Stiles, sedendosi sul letto per guardare meglio il contenuto dei libri. Logan lo imitò sistemandosi al suo fianco.

Stiles cominciò subito ad aprire i flaconcini per lasciarsi cadere sul palmo della mano i piccoli foglietti arrotolati che contenevano: sembravano delle annotazioni.

«Devo rimettere tutto a posto dopo che leggo?» chiese Logan.

Gli rispose stappando una boccetta dopo l’altra e tenendo la fronte aggrottata per la concentrazione. «No, fottitene». Tanto ormai non è che ci fosse molto da nascondere.

Lui scrollò le spalle. «Ok».

Le annotazioni erano tutte contrassegnate da una data scritta in cima. La grafia era quella di Philip.

«Finora il biglietto più vecchio che ho trovato risale a circa sette anni fa» considerò Stiles. «Tu?»

«Qui il più vecchio è di dieci anni fa».

Stiles aggrottò ancora di più la fronte e fece una smorfia perplessa. «Cioè a quando Philip è stato Inserito?»

«Più o meno».

«Questo è strano…» borbottò, «non che tenere dei bigliettini nascosti così lo sia meno, ovviamente» commentò sarcastico. «Ma sai qual è il dettaglio che tocca proprio i vertici della stranezza? Il contenuto di questa sorta di appunti: sono tutte cose, tipo…» ne prese uno a caso per leggerlo, «quanti agnelli sono nati tre anni fa nella Contea delle Ande» ne afferrò un altro, «come debellare un parassita che cinque anni fa ha aggredito dei raccolti… ci sono pure delle informazione su dei mutaforma, ma niente che non si possa trovare visitando la biblioteca…» e si fermò colto da un’intuizione.

Logan notò che si era pietrificato. «Cosa pensi?» gli domandò atono.

«Queste sono davvero informazioni che si possono ottenere consultando la nostra biblioteca, ed è evidente che non è roba che Phil ha fatto per sé, perché vive nella biblioteca, quindi… E se non fossero annotazioni ma messaggi? Messaggi per chi non può entrare nella nostra biblioteca, intendo…»

Logan soppesò il suo sguardo per un lungo attimo. «Lo sai che con questo stai insinuando che Philip è una spia, vero?»

Stiles si sentì un groppo in gola. «Sì, e mi costa dirlo, ma guarda tutto questo!» indicò i foglietti srotolati che avevano in grembo.

«Ma se è una spia… perché tenere delle copie di quello che passa ai nostri nemici?»

«Non ne ho idea…» mormorò confuso, dispiegando un altro biglietto e leggendolo. «Guarda, alcuni per data hanno solo il mese e l’anno… vai a capire perché…»

Logan all’improvviso sembrò corrucciarsi mentre fissava un nuovo messaggio che aveva aperto. «Qui si parla di me».

Stiles inarcò un sopracciglio. «Che dice?»

«Che in verità ho ancora problemi a gestire la mia fame».

«Ma non è vero!» Gli strappò il biglietto dalle mani per vederlo a propria volta. «Risale a otto mesi fa. Ma che cazzo… Phil sa che non sei pericoloso».

«Ho trovato pure questo su di te» aggiunse Logan, sempre più perplesso. «La data è di quattro mesi fa».

Stiles esitò appena prima di prendere il biglietto che gli porse, perché era terrorizzato all’idea di vedere nero su bianco le prove che Philip lo avesse tradito. Quando infine lesse l’annotazione, quasi boccheggiò.

"Stilinski è umano. La vera natura delle sue abilità resta conosciuta solo al marito e al Fratello Maggiore".

«Questo è falso» mormorò stupito. «Phil conosce la mia storia, sa tutto della Nogitsune».

Ciò che Philip gli aveva detto prima di partire, gli echeggiò in mente. Voglio solo proteggerti: mi credi?

«Se queste sono davvero le copie di messaggi che ha passato a qualcuno» ipotizzò Stiles, sentendosi la bocca secca, «Philip ha mentito su noi due per proteggerci».

«Dalla stessa persona a cui ha dato queste informazioni?»

«Probabile? Non ci sto capendo più niente!» sbottò Stiles. «Perché cazzo ha delle copie?»

«Forse per ricordarsi quello che finora ha passato a questa persona?»

«Potrebbe darsi» concesse, sospirando stanco e mettendo via il libro-scrigno per riordinare le idee. Si passò le mani sul volto e i sui capelli, scompigliandosi. «Cerchiamo di avere un quadro generale sulla vita di Phil, magari così riusciremo a capire in che cazzo di direzione si sta muovendo… Allora» iniziò a elencare, «è un cacciatore proveniente da una famiglia britannica molto antica e prestigiosa, i Blackwood, e ciò vuol dire che forse è stato preso dagli Osservatori per via delle sue origini. E quando l’hanno catturato ha subito una ferita abbastanza grave da fargli male tuttora ogni tanto…»

Logan annuì continuando l’elenco. «Ed è stato Inserito dieci anni fa a Neptune».

Stiles alzò lo sguardo verso di lui, sbalordito; parlò atono e quasi sussurrando. «Dove cazzo è stato Inserito?»

«A Neptune» gli ripeté, stranito dalla sua espressione.

«Leo è stato ucciso sulla via di ritorno da Neptune» gli ricordò Stiles; lui stava per aggiungere qualcosa, ma lo fermò gesticolando. «Aspetta! Cos’altro sai su dove e come è stato Inserito?»

Logan corrugò la fronte, come se stesse provando a ricordare meglio i dettagli. «Una delle mie prime missioni è stata proprio a Neptune, e mi sono rivolto a Linda per sapere lì intorno in che punto avrei potuto trovare più facilmente dei predatori carnivori da cacciare… e lei mi ha detto di rivolgermi invece a Philip, perché lui è stato Inserito in quella zona e per tre mesi ha vissuto lì, prima di venire a Namasté».

«E appena è arrivato qui cos’ha fatto?»

Logan si umettò le labbra, nervoso – doveva essere giunto alla stessa conclusione di Stiles. «Si è unito alla Confraternita».

«È venuto qui sicuro di volere fare parte del Drago Scarlatto».

«Sì».

«Perché è probabile che qualcuno gli abbia detto di farlo» affermò Stiles, monocorde. Recuperò il bigliettino con le informazioni su di lui. «Linda stamattina ha detto che queste uccisioni sono troppo vistose, che sembrano più volere attirare l’attenzione che arrecarci danni. E Leo è stato ucciso dove Phil è stato Inserito, a Neptune: volevano attirare la sua attenzione» decretò serrando la mascella. «È stato un messaggio per lui».

«E cosa mai stanno cercando di dirgli?»

Voglio solo proteggerti: mi credi?

Stiles rilesse le annotazioni false.

«Semplice: se lui non si sbrigherà a rivelare il mistero sulle mie abilità, uccideranno altri confratelli» sorrise amaro.

Logan afflosciò le spalle diventando di colpo serio. «È Warren» sentenziò sicuro. «La persona misteriosa è Warren».

«Quale altro figlio di puttana potrebbe mai essere?» sbuffò sarcastico.

Warren non aveva possibilità di sapere a piacimento e con le giuste tempistiche se le Contee Indipendenti prosperavano o meno e quali problematiche c’erano all’interno di esse, per potere così pianificare dei futuri attacchi sfruttando le loro debolezze o trarne profitto; senza contare che rivolgersi al Drago Scarlatto per fare delle ricerche per risolvere i propri guai con certi tipi di mutaforma o delle epidemie nei raccolti, all’orgoglio di Warren costava: avere una spia all’interno della Confraternita era stato comodo.

Logan scosse la testa. «Tutto questo è assurdo… voglio dire: Philip è sempre stato dalla nostra parte».

«Forse non sempre» sottolineò Stiles, aspro.

«Lo sai cosa intendo: ne ha avute di occasioni per arrecarci danni. E ha mentito per noi. Perché

«Non voleva nemmeno che Milla facesse quel percorso» ricordò Stiles, «era già da un pezzo che insisteva con Ismail per fare cambiare strada ai confratelli che andavano in missione: lui sapeva cosa stava per succedere, lo avevano già minacciato che avrebbero cominciato a uccidere… Come cazzo ha fatto a finire dentro questo casino?!» si disperò lamentoso.

«Ora è la fuori che fa da scorta a Ismail» sottolineò Logan, «e non ci vuole molto a capire che il loro prossimo bersaglio è il Castellano».

«E Phil vuole uccidersi prima che questo accada» esalò Stiles, esausto, «perché se lui muore, non avranno più nessuno da cui cavare la verità su di me». Si alzò dal letto, e agitato andò a piazzarsi di fronte alla finestra, nella vaga speranza che guardare il cielo lo rasserenasse. «Abbiamo bisogno di un piano».

«Non possiamo dire agli altri quello che abbiamo trovato» mugugnò Logan. «Cioè, buona parte di ciò che abbiamo fra le mani sono solo supposizioni».

Stiles scambiò uno sguardo scettico con lui per poi puntare gli occhi sulle fiale aperte.

«Beh, insomma» bofonchiò Logan, «mi sembra comunque evidente che non possiamo sganciare sulla Confraternita una bomba simile».

Stiles concordò sospirando. «Non lo deve sapere nessuno che pensiamo che Phil sia una spia. Soprattutto Linda: andrebbe fuori di testa».

«Quindi in questo piano figuriamo io e te» riassunse Logan, bizzarramente calmo. «Che facciamo?»

Stiles s’incamminò verso la porta. «Andiamo a raggiungere Phil e Ismail».

Logan si alzò da letto, non sembrò molto convinto, però. «Linda non voleva nemmeno che Ismail uscisse dalla contea senza scorta: tu sei l’erede, con che scusa vorresti uscire senza raccontarle la verità?»

«Semplice» schioccò la lingua e accennò a Logan di sbrigarsi a seguirlo, «non le diremo che stiamo andando fuori da Namasté».

Lui si perplesse. «Questo è imbrogliare».

«Sono la "volpe umana", cos’altro vorresti aspettarti da me?» Scrollò le spalle e si guardò intorno circospetto per verificare che nessuno li stesse vedendo uscire dalla stanza di Philip. «Su, forza: mando un messaggio a Linda per avvisarla che stiamo andando a casa mia a prendere un oggetto a caso, e che per essere più veloci prenderemo Reed. Arrivati lì sellerò Roscoe e partiremo».

Logan non sembrò più convinto di prima. «Dici che non se ne accorgerà?»

«Per fortuna siamo nell’Eden: non abbiamo dei localizzatori addosso, e di certo le guardie alle porte della contea non hanno mica il compito di dirle chi entra ed esce da Namasté».

«Linda si arrabbierà molto».

«Useremo come scudo Bhanuja: le chiederemo di guardare Linda con occhioni da cucciolo».

Lasciarono il castello con più disinvoltura possibile, e saliti entrambi su Reed corsero subito a prendere Roscoe.

Una volta fuori dalle mura, Stiles sentì l’ansia e l’adrenalina spingerlo a trarre aria con dei respiri corti e veloci.

«Verso dove andiamo?» chiese Logan.

Stiles fissò il sentiero costeggiato da querce che c’era davanti a loro; esortò Roscoe a partire al galoppo e rispose urlando. «Neptune».

 

 

 

La foresta di grandi sequoie che circondava il lato terrestre di Neptune rendevano Stiles molto malinconico: gli ricordavano le sequoie secolari che sorgevano vicino la costa nord della California, non così lontano da Beacon Hills.

Neptune era meno cupa di Shellshelter, sapeva di oceano e libertà e per certi versi era la versione marittima di Namasté: era quasi multietnica come quest’ultima, con gli abitanti molto propensi all’esplorazione e pieni di voglia di conoscenza.

A conferma di ciò, era la contea in cui aveva la propria sede la Confraternita di Amalfi – che doveva il proprio nome a una delle vecchie Repubbliche Marinare italiane – la cui dedizione era rivolta alla continua esplorazione del mare che circondava l’Eden, per capire quando si espandeva per ordine tacito degli Osservatori e che tipo di risorse poteva dare a tutti, e come usufruire della fauna e flora marina. I confratelli erano navigatori, esploratori e spesso persone che nel mondo reale erano stati biologi marini, e loro come quelli del Drago Scarlatto rendevano disponibili a tutti le proprie scoperte.

Per ovvie ragioni, erano gli unici in tutto l’Eden a possedere una vera flotta, anche se erano assolutamente pacifici, e dove quelli del Drago Scarlatto indossavano il rosso, loro portavano il blu – il loro simbolo era una rosa dei venti bianca su campo blu marino.

Erano i fondatori di Neptune e com’era logico avevano una forte influenza su di essa, ma comunque gli abitanti della contea erano tutte persone a modo e a posto: forse amavano un po’ troppo l’avventura e a volte avevano obiettivi troppo surreali – erano fissati con l’oceano, ma nemmeno quello del mondo reale era del tutto conosciuto – motivo per cui certi momenti sembravano un po’ sciroccati, ma il loro senso pratico e la loro creatività stemperava bene i loro difetti.

Non erano neanche in conflitto con quelli di Shellshelter, come a primo acchito si poteva immaginare, forse perché le due contee si compensavano a vicenda.

Philip era stato Inserito proprio fra quelle sequoie, segno che gli Osservatori avrebbero voluto per lui una vita a Neptune. Stiles si stava domandando con un groppo in gola se per caso gli Osservatori avessero voluto Inserirlo lì per osservare come si sarebbe comportato in una contea così libera e mentalmente aperta dopo essere stato represso e messo sotto pressione per una vita intera.

Era probabile che Philip sarebbe entrato a fare parte della Confraternita di Amalfi, e forse lì avrebbe vissuto davvero bene. Cos’era andato storto? Di fronte a che bivio lo avevano messo gli Osservatori? Philip dieci anni fa aveva scelto Namasté – una contea che non conosceva – al posto di Neptune, scrivendo così da solo il proprio destino, e il prezzo da pagare attualmente stava sembrando abbastanza caro.

Stiles e Logan si fermarono a un corso d’acqua per fare abbeverare i cavalli e per fare il punto della situazione.

«Non abbiamo trovato niente finora» si lamentò Stiles, frustrato, «ma non dovremmo essere così lontani dal punto in cui è morto Leo». Strinse i denti e cominciò ad arrampicarsi sull’albero più alto che vide nelle vicinanze. «Tu annusi niente di strano?» domandò a Logan, che stava soppesando con intensità l’ambiente circostante, segno che stava cercando di percepire qualche traccia con i propri sensi sovraumani.

«No, ancora niente» fu la deludente risposta.

Stiles testò un ramo per vedere se era abbastanza robusto, controllò se da lì si poteva avere una buona visuale e poi ci si sedette sopra a cavalcioni. Prese il cannocchiale e l’utilizzò per osservare dall’alto se nella zona ci fosse qualcuno o qualcosa di strano.

«Ora Linda sa che non siamo più a Namasté» lo avvertì Logan, con un brontolio; doveva appena aver letto un messaggio da parte di lei.

«E sa dove siamo di preciso?»

«No. Devo dirglielo?»

«Meglio di sì, anche se comunque a Derek ho già detto dove ci troviamo. Ma non raccontarle perché siamo qui. Sii conciso» lo raccomandò. Continuando a spiare la zona con il cannocchiale.

A un tratto, restò sorpreso di ciò che vide.

«Logan» chiamò serio, «vieni un po’ su a vedere» lo invitò.

Grazie alla sua agilità e forza da wendigo lui lo raggiunse subito; si posizionò su un ramo accanto a quello di Stiles e prese il cannocchiale che lui gli passò.

«Guarda lì» lo istruì Stiles, premendo piano sul suo braccio e sulla sua mano per indirizzarlo verso il punto voluto.

«È un’intera squadra di Devoti Sacrificali» mormorò Logan. «Di solito non si muovono in così tanti per le foreste».

«Per fortuna non vengono in nostra direzione» commentò Stiles, sarcastico, «resta però il fatto che noi cercavamo soldati di Warren, e invece stiamo trovando loro».

Logan scostò il cannocchiale dal viso e guardò Stiles con espressione pensosa. «E chi ci dice che non possano essere in combutta?»

«In effetti niente prova il contrario, ma neanche ce lo assicura» borbottò Stiles. «A parte ciò, dalla strada che stanno facendo, possiamo intuire che stiano uscendo da questa foresta».

Logan concordò annuendo. «Credo che stiano andando verso la Contea delle Ande: si dice che la loro base sia da quelle parti, sui monti».

«Quindi, se stanno tornando a casa, vuol dire che hanno già fatto quello che dovevano fare…» ipotizzò, scambiando con Logan uno sguardo pieno di ansia e preoccupazione. «Dobbiamo risalire il loro percorso, andare nella direzione da cui vengono. Sbrighiamoci».

Logan arrivò a terra con un solo lungo salto, lui dovette scendere di un paio di rami prima di potere saltare giù – ringraziò gli allenamenti con Raleigh, anche se gli tirarono parecchio i punti di sutura al braccio e fece una smorfia di dolore.

«Controllo se Linda mi ha risposto» lo avvertì Logan.

Stiles assentì e si avvicinò a Roscoe per tornare in sella; si fermò quando vide di sottecchi Logan fermo: aveva la fronte corrugata e un’espressione incredula, teneva il proprio account aperto davanti a sé e dai movimenti delle sue dita s’intuiva che stava scorrendo ripetutamente una lista.

Stiles sentì la propria bocca asciugarsi. «Log, non dirmi…»

Gli occhi di lui diventarono lucidi, gli tremò il labbro. «Il nome di Ismail… Il nome di Ismail non c’è più».

Stiles trattenne il fiato e irrigidì le spalle in modo inconsapevole, aprì il proprio account e cercò Ismail fra i propri contatti.

Non lo trovò.

«No… questo non è possibile». Stiles scorse di nuovo la lista. «Non è potuto succedere». Non trovò il suo nome. «Non quando siamo così vicini…»

Anche quando era morta Allison erano stati a tanto così dall’uscire da quell’incubo e tornare tutti a casa. Non poteva essere vero che stava succedendo una cosa simile di nuovo.

Vide il volto di Logan rigarsi di lacrime, e davanti a quella dimostrazione di dolore dovette arrendersi: era proprio vero, era successo.

Si voltò verso l’albero e urlando frustrato prese a calci la radice; non seppe nemmeno dire quale forza fu a guidarlo, ma estrasse il pugnale dal fodero con cui lo teneva legato alla cinta e cominciò a usarlo affondandolo nel tronco, più volte e stringendo i denti, come se stesse sventrando qualcuno o qualcosa.

Udì la voce di Logan chiamarlo come se lo stesse sentendo da sottacqua, e poi un po’ più forte.

Quando tornò in sé, sentì il viso umido di pianto e vide la corteccia davanti a sé orrendamente mutilata.

Immaginò che dentro la sua testa in quel momento ci fosse una volpe dal manto nero con gli occhi pieni di soddisfazione e malizia. Non era brutta, anzi, ma era un po’ strana.

"Vuoi una mano?" gli stava dicendo la volpe.

"Sì, ma non ora" le rispose Stiles.

Poi si voltò verso Logan, che lo osservava preoccupato, e si asciugò in fretta il viso con la manica della casacca. «Dobbiamo trovare Phil» disse atono ma deciso.

«Sei in te?» gli chiese, diretto ma cauto.

Si limitò a muovere il capo in cenno di sì e salì in sella a Roscoe. Ripartirono veloci e senza più parlarsi, anche se Stiles notò come lo sguardo di entrambi scattasse ovunque per cercare un qualsiasi tipo di traccia.

«Sento qualcosa» gridò Logan dopo che sembrò che cavalcassero da ore; arrestarono la marcia.

«Cosa» replicò spiccio.

Gli occhi di Logan diventarono bianchi; Stiles lo vide concentrarsi di più mentre annusava l’aria, e dopo Logan incontrò il suo sguardo con la faccia di uno che sa che la risposta che sta per dare non sarà piacevole. «Sangue. Sangue umano. Parecchio».

Stiles serrò la mascella e verificò rapido se il nome di Philip fosse ancora in lista. «Credi di potere resistere?» Sapeva perché mai Logan fosse in grado di distinguere così bene quel tipo di odore.

Lui assentì. «Ho la mia fame sotto controllo».

Il nome di Philip c’era ancora. «Bene». Chiese l’account con un gesto secco. «Guidami alla fonte» lo invitò a precederlo.

Ripresero a cavalcare più veloci di prima, e dall’espressioni che stava facendo Logan, Stiles intuì che non stava annusando nulla di buono, o che adesso che si stavano avvicinando stava capendo che il sangue presente era davvero tanto.

«Qualcuno è stato torturato» urlò Logan sconvolto, voltandosi appena verso Stiles e senza fermarsi.

«Cosa?» esclamò col cuore in gola.

«Se l’odore di dolore, disperazione, frustrazione e sangue mi arriva tutto insieme e da una distanza simile… qualcuno deve avere sopportato della sofferenza per molto tempo, e non per una ferita accidentale».

«Quanto pensi che manchi ancora?»

«Non molto».

Ma a Stiles sembrò che fosse passata un’eternità quando Logan finalmente gli fece cenno di rallentare.

Stiles intravide i rimasugli di un accampamento di fortuna e poi…

«PHILIP!» Scese da cavallo e corse da lui seguito da Logan.

Philip probabilmente riusciva a stare in piedi solo perché era legato a un albero: i suoi vestiti erano pieni di strappi da cui si poteva vedere pelle tagliata o bruciata. Doveva essere stato preso a calci e pugni, aveva un occhio pesto e il labbro spaccato, ma la cosa più tremenda era che la sua mano sinistra era libera, perché l’avevano inchiodata al tronco con un pugnale.

«Philip?» lo chiamò di nuovo Stiles, inginocchiandosi accanto a lui e prendendogli con delicatezza il volto fra le mani; notò che per fortuna prima di correre Logan aveva preso con sé il kit di pronto soccorso.

Philip però aveva gli occhi chiusi.

«Philip!» chiamò di nuovo Stiles.

Lui aprì piano l’occhio più sano e, vedendolo, esalò rauco e flebile «Perché sono ancora vivo?»

Stiles gli replicò fra i denti. «Perché così posso guarirti e poi essere io ad ammazzarti!»

«Vi ho traditi, Stiles».

«Perché cazzo pensi che io sia incazzato, allora?!» Stava piangendo frustrato, arrabbiato e sollevato.

Logan aveva già tagliato le corde – Stiles stava reggendo il corpo molle di Philip – lo interruppe. «Mi serve una mano per… la mano» borbottò.

Stiles sibilò un’imprecazione e poi tenne ferma la mano di Philip, che stava già gonfiandosi per l’infezione. «Phil, ci sei? Al mio tre Logan estrarrà il pugnale».

«Ok» gli rispose debole.

Stiles trasse un respiro lungo e tremante e scambiò uno sguardo pieno di preoccupazione con Logan. Poi contò. «Uno… due… TRE!»

Fino a un secondo prima, Philip era sembrato senza più un briciolo di forza, ma all’istante iniziò a strillare di dolore in maniera straziante e acuta, come se li stesse supplicando di smetterla.

Logan iniziò subito a fasciare forte la ferita per bloccare il flusso di sangue; Stiles aiutò Philip a sistemarsi a terra e lasciò che singhiozzasse contro il suo petto.

Stiles si sentì distrutto. Gli accarezzò la testa. «Sono stati i Devoti Sacrificali?»

«Sì. Hanno ucciso Ismail».

«Lo sappiamo, abbiamo visto che il suo nome è scomparso».

«Gli hanno tagliato la gola di fronte a me. Perché non volevo parlare, e Ismail mi ha detto di continuare a non farlo».

Stiles chiuse gli occhi strizzandoli forte e sentì altre lacrime rigargli il viso. «Dio, Phil» mormorò con voce incrinata, «come cazzo hai fatto a finire in questo casino?! Sei stato una spia fin dall’inizio?»

«Solo per due anni, poi ho provato a fare il doppio gioco…»

«Chi altri sapeva di te nella Confraternita?»

Non ricevette risposta. Si scostò il viso di Philip dal petto e lo spinse a guardarlo in faccia. «Chi altri?» insisté.

Philip sorrise amaro. «Nessuno. E tu lo sai che non sono per niente bravo a giocare da solo e che me la cavo meglio in squadra, quindi ho fatto un casino».

«E quanti anni è lungo questo casino?»

«Otto».

Stiles sibilò un’altra imprecazione.

«Dobbiamo portarlo subito a Neptune per curarlo» intervenne Logan.

Philip artigliò con debolezza una mano attorno alla spalla di Stiles. «No. Lasciatemi morire qui».

«Sei impazzito?!» sbottò Stiles.

«Da quando so che Raleigh sta morendo non è mai stata mia intenzione dargli questa delusione» gli replicò rauco e abbassando la testa.

«Quindi piuttosto che deluderlo vorresti morire?!»

«Non voglio fare del male alla mia famiglia più di quanto gliene abbia già fatto».

«Phil…»

«Se fossi morto non ci sarebbe stata più una spia e quindi nessun altro con cui arrivare a voi».

«E credi che questo ci avrebbe reso felici?!»

«Come minimo sareste stati al sicuro».

Logan li guardò con preoccupazione crescente. «Non abbiamo molto tempo…»

«Phil» insisté Stiles, «sei stato egoista e hai scelto per conto tuo cos’era meglio per tutti, quindi adesso sono io che faccio l’egoista e scelgo al posto tuo cos’è meglio per te: verrai con noi».

Lui si limitò a replicare con una smorfia di dolore.

«Come spesso ami dire» aggiunse Stiles, «sei un cacciatore, e so che quelli come te sono allenati a fare cose disgustose come cucirsi da soli delle feriti e capire con precisione che si sono rotti. Dicci se hai qualche osso fratturato».

«Il femore destro» esalò. «E qualche dita del piede sinistro: non riesco a capire con precisione quante».

«Bene» sospirò Stiles, provando a infondersi calma ma non riuscendoci molto. «Almeno non hai nessuna costa che ti perfora roba: a quel punto sarei svenuto». Si rivolse a Logan. «Abbiamo bisogno di costruire una barella?»

Logan osservò incerto le condizioni di Philip. «Dovremmo poi trascinarlo a cavallo, rallentando così la corsa per evitargli scossoni, e perderemmo troppo tempo a chiedere a qualcuno di Neptune di raggiungerci fin qui con un carro…»

Stiles si passò una mano sulla fronte. «Fasciamo bene la gamba usando un ramo come tutore e poi portiamolo in sella, sperando di non farlo peggiorare troppo».

«Almeno arriveremo più in fretta» considerò Logan, speranzoso. Poi si guardò intorno, come se stesse ricordando all’improvviso qualcosa. «Philip, dov’è il tuo cavallo?»

«Lo hanno ucciso per eliminare le mie tracce: speravano che sarei morto agonizzando a breve».

Stiles agitò le mani e boccheggiò nel tentativo di articolare una replica, ma non ci riuscì. «È meglio se cominciamo a fasciarti» concluse.

Lavorarono veloci ma con attenzione; Logan allertò dei confratelli della Misericordia che stavano nel dormitorio-sede di Neptune, dicendo loro che stavano arrivando con un ferito grave e di preparare quindi tutto il necessario; Stiles si occupò di inviare un paio di rassicurazioni e spiegazioni veloci a Linda e Derek.

Stiles salì per primo su Roscoe e poi Logan lo aiutò a issare sopra Philip. «Rallegrati, Phil» mormorò ironico, per provare a sollevarlo quando lo sentì gemere di dolore, «almeno potrai dire che una volta nella vita sei stato portato a cavallo come una vera damigella!»

Cavalcarono al galoppo per forse più di tre quarti d’ora, e inaspettatamente quando giunsero sulla strada principale per Neptune videro da lontano un carro, e quando uno di quelli che c’era sopra li vide, si mise in piedi a sventolare una bandiera nera.

Stiles si arrestò e usò il cannocchiale. «È la bandiera della Misericordia e hanno la loro divisa: sono dei soccorsi». Dopo aver letto il messaggio avevano pensato bene di andare loro incontro. Stiles gliene fu loro grato; rimise a posto il cannocchiale e ripartirono.

Arrivati al carro, immediatamente il tipo della bandiera e quello che guidava il carro scesero per aiutare Stiles a portare Philip giù dal cavallo.

«Abbiamo portato con noi un medico» lo avvisò uno dei due uomini, e Stiles si sentì ancora più sollevato.

Fecero stendere Philip sul retro del carro e una dottoressa cominciò all’istante a controllare le condizioni di Philip.

«Porto io Roscoe a Neptune» gli disse Logan, «tu sali sul carro con Philip».

Stiles non se lo fece dire due volte. «Grazie».

«Che ne pensi?» domandò Stiles all’orecchio della dottoressa.

Lei esitò, ma infine gli rispose. «Se gli Osservatori lo vorranno, se la caverà».

Ciò stava dire che le infezioni che aveva erano già troppo gravi. Stiles si coprì il volto con le mani.

Durante la corsa verso Neptune, Stiles mantenne i denti così serrati da farsi male alle mascelle. Philip non parlò, e se ogni tanto gemette di dolore non fu di certo udibile per via del rumore del carro.

Le guardie poste di vedetta all’ingresso di Neptune spalancarono loro le porte non appena il carro fu visibile, quindi poterono procedere dritti verso l’infermeria del dormitorio della Misericordia.

Logan li aveva preceduti, lo trovarono già lì ad aspettarli.

Dopo di ciò, Stiles trascorse una delle ore umanamente più strazianti della sua vita: aiutò a mantenere bollente l’acqua del calderone usata per pulire le ferite e sterilizzare gli attrezzi, vide un via vai di panni insanguinati, e insieme a Logan aiutò gli altri a tenere Philip fermo quando gli cucirono i tagli e quando gli raddrizzarono il femore. Philip strillò disperato fino a ridursi in singhiozzi.

Quando lui, Logan e la dottoressa scesero in cucina per togliersi dalle mani le ultime tracce di sangue, Stiles le chiese una diagnosi onesta.

«A quest’ora dovrebbe già delirare per la febbre, o almeno così capita nell’Eden» spiegò loro. «Gli Osservatori sono dei sadici, ma non così tanto: se una ferita è grave o è improbabile che con i mezzi che abbiamo a disposizione riusciremo a guarire il paziente… loro accelerano il processo, riducono l’agonia».

«Ma questo non è il caso di Philip» osservò Stiles, perplesso e preoccupato.

«No, non è il suo caso, ma presenta molteplici tagli, bruciature e fratture, per non parlare delle condizioni in cui è la sua mano, e noi viviamo in un posto in cui si può morire se una frattura non viene curata in tempo».

«Quindi in qualche modo gli Osservatori lo stanno aiutando a restare in vita mantenendo stabile l’infezione» commentò Stiles, sentendosi ancora più in ansia di prima.

La dottoressa lo guardò dritto negli occhi, seria e solenne. «C’è sempre un prezzo da pagare quando fanno qualcosa di simile. Tenetevi pronti».

Stiles deglutì a fatica e annuì. «Grazie».

Lei scosse la testa e agitò le mani. «È stato solo un mio dovere».

La dottoressa andò via avvertendoli che avrebbe controllato spesso la sua email, e quindi di avvertirla di ogni peggioramento o miglioramento, così sarebbe subito corsa da loro.

Subito dopo, una consorella della Misericordia portò a Stiles e Logan un catino e una brocca entrambi pieni d’acqua, per potersi sciacquare il viso e dissetarsi. A Stiles sembrò la cosa migliore dell’universo.

Stava provando a tenere premuto forte l’asciugamano sugli occhi per fingere che il mondo intorno a lui avesse cessato di esistere per almeno un paio di minuti, ma quando sentì due cavalli arrivare al dormitorio con un gran chiasso, in qualche modo capì all’istante di chi si trattava.

Linda, dopo il messaggio di Logan in cui la informava dove erano, aveva inviato a entrambi una lunga riga fatta di punti esclamativi e interrogativi, seguita da un "Sto venendo lì", quindi quando le avevano detto di Philip era già sulla strada da un bel pezzo, e Neptune era una delle contee più vicine a Namasté.

Derek invece era in missione a Shellshelter.

Quei due dovevano essersi incontrati a metà strada, quale gioia.

Stiles sentì l’insorgere di un’emicrania e gemette.

Decise di tenere l’asciugamano sugli occhi.

«Stiles!»

Quello era stato Derek.

«Stiles».

Quella invece era stata Linda.

Abbassò l’asciugamano e vide Derek con un’espressione a metà strada fra l’incredulità e la preoccupazione, e Linda… beh, Linda aveva la faccia di una che voleva picchiarlo a morte. E gli occhi rossi di chi ha pianto la morte di un amico.

«Posso spiegare…» esordì mettendo le mani avanti.

Linda gli replicò sarcastica. «Guarda che non sei un marito beccato con l’amante».

«Voglio dire…» provò, ma dopo vide come gli occhi di Linda si riempirono di lacrime e come il labbro le tremò. Raggirò il tavolo e andò ad abbracciarla.

Lei scoppiò in singhiozzi e si strinse a lui artigliando le mani sulle sue spalle. «Raleigh sta per morire e presto rimarrò la sola di quello che è stato il nostro terzetto originario, dei nostri confratelli sono stati uccisi, Ismail è stato ucciso, Philip è in fin di vita e non si capisce più da che parte sta: non andartene mai più via così! Potrei morire dalla paura e dal panico!»

Stiles ricacciò indietro le lacrime a fatica. «Scusami. Ti prometto che non lo farò mai più».

Alle spalle di Linda, vide Derek rivolgergli un’espressione ironicamente scettica da "Lo spero anch’io".

Logan li stava fissando facendosi piccolo nella penombra.

«Come mai non stai rimproverando Logan?» domandò Stiles a Linda, quando lei si separò da lui per asciugarsi gli occhi e il naso con un fazzoletto.

«Ma per favore» borbottò seccata, «come se non sapessi che sei stato tu a trascinartelo dietro. Lui ti avrà detto solo "Ok"». Il che in effetti era più o meno vero.

Derek si schiarì la voce. «Abbiamo bisogno di sapere della posizione di Philip» esordì serio. «Sono qui anche in veste ufficiale: se Philip è davvero una spia, in base per conto di chi lo è la questione potrebbe farsi molto preoccupante e riguardare tutti».

Stiles si passò una mano sulla nuca e fra i capelli. «Lo so eccome, ma nemmeno a me finora è tutto chiaro. Venite» esalò, «è meglio se andiamo a parlargli ora». Si soffermò però a fissare Linda in faccia. «Capisco che sei arrabbiata con lui, e parecchio, ma vacci piano» la prego, «c’è una cosa che non ti ho ancora detto: Philip non è in fin di vita perché semplicemente non ha avuto la meglio durante uno scontro. È stato torturato».

La vide trattenere il fiato per un attimo.

«Chi ha catturato lui e Ismail» continuò Stiles, «voleva delle informazioni dettagliate su di me, ma lui non ha voluto aprire bocca, così hanno ucciso Ismail davanti ai suoi occhi e poi lo hanno torturato in vari modi. Ha anche delle ossa spezzate e gli hanno inchiodato una mano a un albero con un pugnale».

Lei a sguardo basso si passò più volte la mano sulla bocca e annuì debole. «Ok» sussurrò.

Stiles inclinò la testa di lato per fare a tutti cenno di seguirlo.

Philip era sdraiato a letto con la schiena sollevata da un paio di cuscini, era pallidissimo e madido di sudore; c’era una consorella della Misericordia con lui, gli stava rinfrescando il viso con una pezza umida d’acqua, ma quando Stiles la fissò per lasciarle intendere di concedere loro della privacy, se ne andò via quieta.

Derek si appoggiò sul muro frontale al letto ma vicino alla porta – Stiles pensò che fosse per controllare se qualcuno da fuori stesse origliando – Logan si sedette a terra in un angolo, piegando le ginocchia verso il petto, e Linda si piazzò dritta ai piedi del letto.

Philip evitò lo sguardo di lei.

Stiles le rivolse uno sguardo come a dirle di nuovo di dargli tregua, e lei alzò la testa al soffitto con occhi lucidi e un sorriso amaro.

Stiles si sedette sul materasso, accanto a Philip. «Dopo che tu e Ismail avete lasciato il castello, io e Logan siamo entrati in camera tua per provare a scoprire cosa stavi nascondendo. Abbiamo trovato i libri falsi con dentro i messaggi» gli spiegò, «da lì abbiamo cominciato a fare delle ipotesi e siamo partiti per Neptune. Potresti per favore raccontarci come sono andate le cose? Dall’inizio».

Philip deglutì a fatica un paio di volte; Stiles gli passò un bicchiere d’acqua e lo aiutò a bere un paio di sorsi. «Ok» esalò infine, «è solo… una storia abbastanza complicata».

«Sono stato Inserito quando avevo appena diciotto anni» iniziò a narrare, «e per una mera coincidenza, o forse no… magari sono stati gli Osservatori a volerlo… comunque, è successo che non sono stato trovato per prima da quelli della Misericordia, ma dai soldati di Warren».

Linda intervenne con tono perplesso. «Cosa ci facevano lì i soldati di Warren? Non è da loro andare di pattuglia nelle foreste limitrofe alle Contee Indipendenti…»

Lui sorrise amaro. «A distanza di anni, me lo sono poi chiesto anch’io. Mi sono risposto che forse cercavano dei nuovi Inseriti da adescare per i loro propositi, e in effetti hanno trovato me» affermò sarcastico. «Mi hanno portato alle mura di Neptune, anche se dicendomi che quando volevo avrei potuto cercarli per parlare un po’, e mi hanno lasciato i loro contatti. A Neptune… mi sono trovato bene» ammise annuendo, «sentivo che lì si respirava un’aria simile a quella che avrei voluto sempre respirare, e accarezzavo l’idea di unirmi alla Confraternita di Amalfi, ma dall’altro lato… ero ancora in contatto con i soldati, e loro mi hanno perfino fatto incontrare Warren, quale onore» biascicò sarcastico.

Stiles cominciò a realizzare. «Warren ti ha convinto della sua causa?»

«Avevo appena diciotto anni» ripeté rassegnato e amareggiato, «e all’interno delle famiglie di cacciatori i maschi vengono cresciuti e allenati per diventare soldati: ero una tabula rasa, un soldato senza più un comandante o una vera causa, e lui era un re che parlava di unificazione e prospettive di pace e uguaglianza. Gli ho creduto e alla fine ho scelto di lasciare Neptune e avviarmi verso Namasté, per diventare una sua spia».

Stiles vide Linda mantenere lo sguardo basso. «E lo sei stato per due anni» aggiunse subito Stiles. «Cos’è cambiato poi?»

La voce di Philip si incrinò. «Nessuno mi ha mai accettato, non ho mai avuto una famiglia e la Confraternita… non mi hanno mai chiesto da dove venivo e chi ero prima di arrivare nell’Eden, a meno che non fossi io a volerne parlare. All’improvviso ho avuto delle sorelle, dei fratelli e una figura paterna…»

«Così hai iniziato il doppiogioco…» lo spronò Stiles a proseguire.

«Non si è trattato esattamente di un doppiogioco, perché l’unica persona a cui riferivo era me stesso» sorrise sarcastico. «Mi sono appuntato tutto quello che avevo già passato a Warren, anche se ricordavo più o meno il mese e l’anno ma non il giorno, e poi ho iniziato a fare una copia di tutto ciò che gli dicevo, per tenere conto delle informazioni che gli davo e non rischiare di contraddirmi, perché gli dicevo mezze verità, e a volte delle bugie».

«Per tenerlo buono e depistarlo al tempo stesso».

«Sì, io… in cambio sapevo come si muovevano i soldati di Warren di nascosto all’interno delle foreste, quindi potevo consigliare ai confratelli che strade fare per evitarli, senza però dire loro il perché. Pensavo sempre che se fossi diventato Castellano, le cose sarebbero diventate più facili e avrei avuto tutto molto più sotto controllo… ma non avevo messo in conto Ismail» sorrise triste.

Adesso si capivano un mucchio di cose; Stiles si passò le mani sulla faccia. «Perché non ti sei rivelato subito con Raleigh o con Linda quando hai iniziato a fare il doppiogioco?»

«Perché non ho mai avuto una famiglia e temevo di perderli» gli rispose piangendo. «Perché non volevo fare loro del male e non volevo deluderli, quindi… mi dicevo che magari lo avrei fatto quando avrei avuto tutto più sotto controllo, ma poi non lo faceva mai perché mi vergognavo, e più mi vergognavo più avevo paura di ferirli… e più mi incasinavo! Non sono mai stato bravo a giocare da solo…» si prese in giro aspro.

«Devo supporre che le cose si sono complicate ulteriormente?» constatò Stiles.

«Sì… Warren voleva Logan con sé».

Stiles si sentì raggelare, e di sottecchi vide Logan stringersi nelle spalle.

«Era interessato a sapere degli sviluppi della sua nuova dieta» continuò Philip, «se c’erano elementi che facessero scattare in lui una certa violenza o la voglia di nutrirsi di qualcuno: credo che volesse prenderlo con sé per usarlo come un’arma» concluse con voce roca e flebile.

«E tu hai mentito, gli hai detto che era ingestibile».

Philip rise di se stesso e ciò dovette provocargli dei dolori, perché fece una smorfia di sofferenza. «Credo di avere esagerato con quello, perché Logan subito dopo ha cominciato ad andare in missione da solo ed era molto chiaro che aveva un ottimo controllo di sé, soprattutto se Raleigh si fidava a mandarlo in giro senza degli accompagnatori» sottolineò. «E sapevo che sarebbe stato inutile mentire, che mi stavo giocando la copertura, ma umanamente parlando non potevo neanche dire a Warren "Ok, il wendigo è approcciabile, comincerò a raccontagli di te e a convincerlo a entrare nel tuo esercito": non potevo permettere che lo usasse».

«E poi hai mentito anche su di me» aggiunse Stiles.

Philip abbozzò un debole sorriso malinconico. «Voleva scoprire il tuo segreto e sfruttare le tue debolezze, e anche questa era una cosa che non potevo permettergli. Ma allora gli è stato chiaro che avevo cambiato fazione, e sono cominciate le minacce».

«Del tipo "Parla o uccideremo uno dei tuoi?"»

«Detto in maniera molto più sottile, ma sì. Conosco i luoghi dove a volte i soldati si nascondono, perché sono i posti che di solito utilizzo per passare messaggi a Warren tramite loro, quindi ho cercato di convincere Ismail a spostare dei percorsi, ma non ci sono riuscito…»

«E la morte di Leo vicino a Neptune è stato un messaggio più diretto» ipotizzò Stiles, «perché è stato proprio a Neptune che ti hanno trovato».

«Prima che Leo morisse, lo hanno costretto a inviarmi un messaggio dal suo account» raccontò con espressione vuota, «"Ricordati che così come qui ti abbiamo trovato, qui potremmo anche seppellirti": un modo poetico per dirmi che così come mi hanno "fatto" potevano anche "distruggermi", e che nei fatti quella era l’ultima possibilità-sbarra-invito a dire loro la verità su di te. Sapevo che stavano aspettando me, così ho scortato Ismail…»

Stiles aggrottò la fronte. «Non mi è chiaro come mai invece hai trovato lì i Devoti Sacrificali».

«Non sapevo neanch’io che ogni tanto loro e Warren si scambiano dei favori» sbuffò Philip, «a quanto pare credono che quando lui unificherà l’Eden, si vivrà in pace e sereni, e quindi nessuno avrà più ragione di opporsi agli Osservatori».

«Gli psicopatici allucinati hanno trovato un altro psicopatico allucinato».

«In pratica sì, anche se i loro contatti non sono così frequenti. Warren li utilizza per tenersi le mani pulite, come nel mio caso: adesso è la mia parola contro la sua, perché nei fatti sono stati i Devoti Sacrificali a uccidere Ismail e a torturarmi, e non ci sono prove fisiche o testimoni pronti a dire che io in passato abbia sul serio parlato con lui o i suoi soldati».

«Questo è un fottuto casino» esalò Stiles. «Non so nemmeno da dove cominciare a sbrogliare la matassa: come reagirà la nostra Confraternita quando scoprirà ciò che hai fatto? Siamo sempre stati molto uniti e portare il sospetto e il tradimento dentro le nostre mura… avrà degli effetti, e proprio adesso che siamo vulnerabili perché Raleigh ci sta lasciando…» E si voltò a guardare Philip in faccia, con gli occhi lucidi. «E come possiamo punirti, Phil? Perché dobbiamo punirti, ma come? E cosa ci costerà farlo?»

Philip stava piangendo, ma ricambiò il suo sguardo con sicurezza. «Sei l’erede, devi espellermi dalla Confraternita e bandirmi dalla contea, lo sai che devi farlo».

Logan s’intromise con voce spezzata. «Nessuno è mai stato espulso dalla nostra Confraternita».

Philip ghignò amaro. «C’è sempre una prima volta».

«Quindi» aggiunse Stiles, sarcastico, «dovrei aspettare la tua completa guarigione per poi buttarti fuori da Namasté il primo 5x1 che capita. Non appena ripreso. Così, direttamente in pasto ai lupi».

«Te l’avevo detto di lasciarmi morire, sarebbe stato più facile».

«Vuoi smetterla?!» strillò Linda. Fissò Philip furiosa e piangente. «Col cazzo che puoi morire, tu devi sopravvivere e poi sopportare le conseguenze, proprio come noi stiamo sopportando le conseguenze di ciò che hai fatto! E la parte peggiore non è che posso capire la tua ingenuità iniziale, o che tu poi avessi paura di dirmelo o che ti vergognassi… No, la parte peggiore è che io ti avrei ascoltato e aiutato, perché tu sei mio fratello, ma non me l’hai detto! E quindi tutto questo è successo per niente

Stiles provò a calmarla. «Linda…»

«VAFFANCULO!» singhiozzò lei, andando via dalla stanza e sbattendo forte la porta.

Nella camera regnò un silenzio desolante per un paio di lunghi minuti.

Alla fine fu proprio Philip a parlare, atono e spento. «Lo sappiamo tutti comunque che non guarirò».

Stiles inarcò un sopracciglio, sarcastico. «Questo è un altro dettaglio interessante: la dottoressa dice non ti stai neanche aggravando come di solito accade, e questo vuol dire che nel mondo reale gli Osservatori ti stanno aiutando a restare in vita, e la domanda è perché

Philip era attonito. «Loro non fanno mai nulla gratis».

Stiles ebbe un sospetto. «Hai controllato se ti hanno inviato un messaggio con qualche richiesta?»

Muovendosi con fatica, Philip aprì il proprio account. «Non ho nulla da parte loro» mugugnò stranito. «E se avessero mandato qualcosa a voi

Stiles non se lo fece dire due volte, controllò subito, e vide con la coda dell’occhio che lo fecero anche Logan e Derek.

«Non ho niente» disse Derek.

«Neanch’io» esalò Logan.

«Vado a cercare Linda» propose Derek, «magari a qualcosa lei…»

«No» scandì Stiles. «Non c’è alcun bisogno di cercarla». Fissò la sua casella di posta, immobile. «Io ho il messaggio».

Era la seconda volta che riceveva un messaggio da parte degli Osservatori – il primo era stato al suo Inserimento, per via della missione iniziale con Derek. Il loro nome del mittente era scritto in capslock e in grassetto – OSSERVATORI – e l’oggetto banalmente era "Messaggio per te". Dava quasi l’idea di essere una phishing mail.

Stiles trattenne il fiato per qualche secondo e lesse il contenuto.

«Stiles…» lo chiamò Derek, preoccupato.

Lui con la mano gli fece cenno di aspettare e rilesse il messaggio. Lo rilesse altre cinque volte, poi chiuse l’account.

«Stiles» disse Philip, «per favore, spara» gli domandò con espressione stanca e rassegnata.

Stiles schioccò la lingua, serio ma emanando sarcasmo. «In pratica, il succo è che posso scegliere se condannarti a morte o meno».

Vide lo sguardo di Logan scattare verso di lui.

Philip non sembrò sorpreso dalla notizia. «Che opzioni ti hanno dato?»

«Se decido di espellerti e bandirti, o anche solo espellerti, non guarirai e fra quarantotto ore circa sarai morto. Se invece decido di perdonarti e tenerti nella Confraternita, guarirai».

Philip rise amaro inclinando di più la testa contro il cuscino. «Non puoi non bandirmi».

«Perché?»

«Perché ho tradito la tua Confraternita: sei un erede in un momento di crisi in cui il Fratello Maggiore sta per morire, puoi dare ordini e se Raleigh ti contraddicesse… non darebbe una bella immagine di te».

«E tu pensi che Raleigh al posto mio ti bandirebbe?»

Lui lo fissò serio. «Ho vissuto dentro alla vostra casa per dieci anni mentendovi e senza dirvi chi ero davvero: non credo che ci siano altre soluzioni».

Stiles gli replicò altrettanto serio. «Lo so perché pensi che meriti di morire: perché sei sopravvissuto. Pensi che non abbia provato anch’io una cosa simile nella vita, uhm? Credi che non mi sia mai successo di dirmi "Ok, visto che la soluzione più facile per porre fine a tutto è morire e già prima di me della gente è morta, allora uccidiamoci"? Beh, in tal caso ti suggerisco di ricordare meglio cos’ho vissuto prima di arrivare qui nell’Eden» concluse pronunciando l’ultima frase fra i denti.

«E non pensare che io non sia incazzato con te» continuò Stiles, «lo sono eccome, perché Linda ha ragione: avresti potuto parlarci e avremmo sistemato tutto, e forse così Ismail non sarebbe morto, ma ancora una volta ti capisco, o meglio, c’è una parte di te che capisco. Perché lo so cosa vuol dire vergognarsi di essere deboli, lo so cosa vuol dire provare a fare la cosa giusta e vedere che va male, provarci di nuovo e vederla peggiorare, riprovarci e vedere che cadono altri pezzi… e ancora e ancora in una spirale infinita di errori e fottuti sensi di colpa. Lo so» pronunciò con forza.

«Quindi, Phil» concluse, con nuove lacrime di nervosismo e rabbia che gli sgorgavano dagli occhi, «ti consiglio di imparare come me a convivere con i sensi di colpa, perché ti perdono».

«Stiles…» gli disse lui, singhiozzando e scuotendo la testa.

Lui scosse la testa a sua volta e agitò una mano in cenno di no. «E ora ho bisogno di un po’ di cazzo di tempo».

Si alzò dal letto e uscì dalla camera a passi affrettati.

Non conosceva bene il dormitorio, c’era stato solo un paio di volte durante delle missioni a Neptune, eppure riuscì lo stesso a trovare alla cieca un angolo vuoto e quasi in penombra in cui stare da solo a riprendere fiato.

Poggiò le mani contro il muro, come se si stesse trattenendo dallo sbattere la testa contro la parete, e restò lì fermo con gli occhi sbarrati a trarre dei respiri profondi con la bocca e a tirare su col naso di tanto in tanto. Dopo un po’ si sentì le guance gelare, perché ancora umide di lacrime.

Infine, distinse i passi di Derek dietro di lui.

Derek non gli parlò, si appoggiò di fianco al muro, incrociando le braccia con espressione neutrale.

Stiles ruppe il ghiaccio parlando atono. «Sai, a volte conto il numero di persone che ho visto andare via senza averci parlato un’ultima volta, e per andare via non intendo solo "morire", ma anche "partire". È un numero sorprendentemente alto».

«Posso immaginarlo» commentò Derek, con un velo di comprensione nella voce.

«E non si tratta solo di "parlare", ma anche di "perdonare"» proseguì Stiles, tenendo ancora le mani e il viso rivolti verso il muro. «Loro sono andati via senza che io prima potessi dire loro che, visto tutto quello che avevamo passato insieme, non me ne fregava più niente se in passato con me erano stati dei coglioni, se avevamo litigato o se mi avevano minacciato o… altro…» Nella propria mente vide una lunga carrellata di volti che cominciò con Jackson e finì con Aiden, passando per Erica e Boyd. «A volte le persone muoiono o vanno via e tu ti chiedi "Ha avuto sul serio senso non concedere un perdono?" Quando alla fine tutto si riduce in cenere e non hai più occasione di vedere il viso di una persona, ha ancora importanza il motivo per cui non volevi perdonarla?» Deglutì a fatica. «Non ho voluto fare aumentare questo numero».

Derek gli parlò con tono morbido. «Non pensare che io non ti capisca».

Stiles non separò le mani dalla parete di pietra, ma si voltò a guardare Derek. «Mi ama abbastanza da rischiare di farsi ammazzare per me. E non mi ha mai chiesto nulla in cambio. Come avrei mai potuto lasciarlo morire?»

Derek gli accarezzò il volto e in quell’attimo finalmente Stiles si concesse di crollare e cercare conforto fra le sue braccia.

Derek lo strinse forte posandogli una mano sulla testa, lui soffocò un singhiozzo contro la sua spalla e pregò che quel momento soffocante passasse presto.

 

 

 

Dopo un paio di ore di pausa in cui tutti poterono riordinare le idee, Stiles e Linda si accordarono con calma sulla versione da dare a tutti riguardo ciò che era successo.

Loro due erano purtroppo erano gli unici a potere prendere una decisione sul campo: Ismail era stato il Castellano, il suo nome era quindi conosciuto ed era scomparso da centinaia di liste contatti, e la gente voleva delle spiegazioni. Dovevano agire subito, e dopo uno scambio di mail con Raleigh, alla fine il Fratello Maggiore aveva concluso che "Quelle che saranno le conseguenze di ciò che è accaduto, le vivrai tu durante il tuo periodo di carica, Stiles: sarebbe egoistico da parte mia importi una mia scelta e consegnarti il lascito delle mie azioni".

Quello era un periodo critico: Raleigh stava per lasciarli e di conseguenza stava anche per smettere di emanare la sua influenza su tutto l’Eden – la biblioteca del Drago Scarlatto era importante per tutto il continente, e Raleigh di per sé era una persona dal grande carisma – e all’orizzonte le mosse poco sottili di Warren promettevano guerra.

Stiles non avrebbe potuto avere un predecessore meno indimenticabile e forte di Raleigh – e questo non giovava – e non avrebbe potuto ottenere la carica di Fratello Maggiore in un periodo meno promettente di quello – e neanche questo giovava.

Aveva odiato farlo, ma lui e Linda erano stati costretti a ragionare in modo molto "politico": l’opzione di essere del tutto onesti sulle vicende legate alla morte di Ismail metteva davanti a loro una prospettiva troppo crepata di incertezze e inquietudini per il futuro, quindi non avevano avuto altra scelta.

Stiles aveva trascorso i due giorni successivi a Neptune, facendo nei fatti da scorta a Philip insieme a Logan: volevano sia scongiurare che qualche possibile infiltrato di Warren finisse il lavoro che i Devoti Fedeli non avevano portato al termine, sia evitare che qualcuno parlasse con Philip e gli chiedessi lumi quando ancora Stiles e Linda erano occupati a rimettere insieme tutti i pezzi della faccenda a loro piacimento e nel modo più diplomatico possibile.

Philip non sapeva ancora cosa loro due stavano combinando, avevano preferito dargli un quadro completo solo alla fine, e comunque aveva passato le giornate a provare a smaltire la febbre dormendo sotto l’effetto di blandi sedativi naturali somministratigli dalla dottoressa.

Stiles per lo più era stato al porto di Neptune, quando non era di guardia al dormitorio, seduto su delle passerelle a guardare il movimento del mare e a rassegnarsi.

Lì aveva conosciuto Silvia, la Guardia Personale della Sorella Maggiore della Confraternita di Amalfi.

Silvia nel tempo libero amava starsene appollaiata su una delle bitte del porto a intagliare il legno, e Stiles non sapeva come, ma lei sapeva rendere quell’hobby minaccioso anche solo a guardarlo.

Silvia all’apparenza non sembrava molto più vecchia di lui – due o tre anni al massimo – e anche se minuta non era affatto esile: si notava che il suo corpo, seppure non eccessivamente muscoloso, era stato plasmato per fare cose come strangolare e castrare. Portava i capelli rosso rame modellati in un pixie cut che lasciava la ciocca del ciuffo frontale a destra lunga fino alla spalla – le copriva l’orecchio destro, che era più sporgente di quello sinistro – e l’incarnato chiaro con una spruzzata di lentiggini sugli zigomi faceva risaltare sia il colore dei suoi capelli, sia gli occhi verdi dallo sguardo pungente. Indossava sempre una versione della divisa della Confraternita con dei pantaloncini corti – Stiles credeva che li avesse tagliati e ricuciti lei stessa – e quello che intagliava era… beh, erano dei piccoli animaletti marini o delle conchiglie che poi applicava a forcine o lacci di cuoio per capelli. Le sue consorelle ne andavano pazze.

Dopo la seconda volta che nell’arco della giornata si erano incontrati sullo stesso pontile, restando a qualche metro di distanza in silenzio e senza sapere l’uno il nome dell’altra, Stiles si era azzardato a salutarla con un cenno della testa, aspettandosi in risposta un’espressione da "Che cazzo vuoi?" e invece lei aveva aggrottato la fronte e gli aveva chiesto perplessa ma sincera «Saresti?»

Dopo le presentazioni iniziali, le aveva domandato se potesse metterlo in contatto con la sua Sorella Maggiore: visto che fra non molto sarebbe iniziata la sua carica avrebbe avuto il piacere di parlare con lei.

«Uhm» aveva biascicato lei, «è per via delle voci che circolano sull’avanzamento dei confini del Regno?»

Lui aveva scrollato le spalle. «Mi piace essere preparato e ascoltare l’opinione che ne hanno in merito gli altri leader. E poi, c’è qualcuno che a quanto pare ha paura di me, e io sono intenzionato a dimostrargli quanta ne dovrebbe avere».

Silvia si era congedata da lui regalandogli il piccolo polipo che aveva intagliato, e lui era rimasto come un idiota a fissarlo sul palmo della propria mano, perché era carino e aveva perfino le ventose per ogni tentacolo.

I giorni di pausa, infine, erano terminati, e il polverone sollevato stava cominciando a diradarsi e ora non restava che parlare con Philip e tornare a Namasté.

Stiles avanzò verso la stanza di Philip proprio quando Logan ne stava uscendo.

Logan chiuse la porta alle proprie spalle e guardò Stiles quasi speranzoso. «Torniamo a casa?» intuì.

Stiles annuì sospirando forte; Logan rilassò le spalle e si scostò per fargli spazio e permettergli di entrare per dargli il cambio.

Fino a quel momento Stiles si era limitato a fare la guardia restando fuori dalla camera: era da dopo l’interrogatorio concluso con il messaggio degli Osservatori che lui e Philip non si parlavano. Non fu quindi una sorpresa notare che Philip lo guardò stupito e attonito.

«Abbiamo bisogno di parlare di ciò che io e Linda abbiamo deciso di dire riguardo la morte di Ismail e l’aggressione a tuo carico, e di ciò che sarà» esordì serio.

Philip non proferì parola, assentì abbassando lo sguardo sul libro che aveva in grembo.

Pur non scoppiando di salute, Philip stava già molto meglio – merito degli Osservatori: l’occhio che era stato pestato non era più gonfio e violaceo ma quasi normale e giallastro, le ferite si stavano cicatrizzando e la gamba prometteva di guarire bene e in fretta. Aveva ancora qualche problema alla mano pugnalata, ma era prevedibile che il processo di guarigione di quella ferita sarebbe stato più delicato e complicato.

Philip aveva passato quei giorni in camera, perlopiù seduto a letto in compagnia di uno dei libri che gli portava Logan – più o meno com’era posizionato adesso.

Stiles si sedette ai piedi del materasso, rivolto verso di lui. «Io e Linda abbiamo deciso di insabbiare la faccenda, con il benestare di Raleigh».

Lo sguardo di Philip scattò verso di lui, era sbalordito. «Perché

«Ragioni politiche, diciamo» rispose con un pizzico di sarcasmo. «La nostra Confraternita è fragile e vulnerabile in questo momento, non aiuterebbe di certo a sollevare gli animi dei nostri confratelli sapere di aver vissuto con un traditore, e io, all’inizio della mia carica, non avrò certo bisogno di perdermi ad arbitrare discussioni fra te e loro o sedare dei tentativi di vendetta o ripicca» disse con durezza. «Non quando sarò impegnato a capire se Warren è già in marcia verso Namasté per conquistare il nostro castello. E non ho nemmeno bisogno che altre Confraternite e Compagnie dubitino della nostra unità o vadano in paranoia pensando che fra le nostre fila ci potrebbero essere altri traditori: ho bisogno di alleati, e non posso dare a Warren la soddisfazione di aver fatto scacco matto».

Philip trasse un respiro tremante, a sguardo basso. «Quindi quale sarà la versione ufficiale?»

«Tu e Ismail eravate impegnati a svolgere delle indagini sulla morte di Leo, e una squadra di Devoti Sacrificali si è fatta avanti catturandovi e mettendo finalmente in chiaro le loro intenzioni: stavano uccidendo tutti i confratelli del Drago Scarlatto che incontravano da soli per trovarne uno che potesse rivelare loro i miei punti deboli. Tu e Ismail vi siete rifiutati di parlare e…» sospirò stanco, «beh, e poi loro hanno ucciso Ismail e torturato te».

«È una mezza verità» disse Philip, anche se non suonò come un’obiezione.

«Conta che nei fatti non sminuisce il ruolo di Ismail: ti ha detto di non parlare lasciandosi uccidere, devo onorare il suo sacrificio» affermò sicuro ma con voce incrinata.

«È un pensiero che condivido» concordò Philip, quieto. «Alla fine, chi è a conoscenza della verità?»

«Siamo in pochissimi: te, io, Logan, Derek, Linda e… Raleigh».

Philip aggrottò la fronte. «Marjorie?»

Scosse la testa in cenno di diniego. «Raleigh ha insistito affinché non le dicessimo niente».

«Non si è fidato della sua reazione» commentò Philip, sorridendo amaro.

«Probabile» esalò Stiles. «L’importante è che almeno una persona all’interno della Misericordia lo sappia, e attualmente Derek è l’erede di Marjorie, quindi basta e avanza».

«Dando la colpa solo ai Devoti Sacrificali, però, sarà come fare il gioco di Warren» osservò Philip, storcendo l’angolo della bocca.

«Non esattamente» lo contraddì. Lo guardò negli occhi, mortalmente serio. «Considerala un’opportunità per illuderlo di avere tutto sotto controllo».

Philip ricambiò il suo sguardo. «Conosco un paio di cose su di te e l’avere il controllo della situazione».

«Allora starai di certo immaginando bene ciò che intendo».

«Voglio una parte».

«Non avrei mai detto il contrario».

Stiles sospirò rilassando la posa, e provò a spostare la conversazione su un altro particolare. «Vorrei che tu tenessi sempre presente una frase che tempo fa, prima ancora che io e te ci conoscessimo, Ismail mi disse a proposito di Logan e di come la gente avesse dei pregiudizi su di lui». Vide Philip abbassare di nuovo lo sguardo. «Mi ha detto che non capiva quante volte una persona debba dimostrare di essere cambiata prima che gli altri lo accettino. Credo che questo valga anche verso se stessi: quante volte dobbiamo dimostrare a noi stessi che siamo cambiati, prima di perdonarci?» Sospirò di nuovo. «Lo so che tu starai di certo sentendo il bisogno di dimostrare, ma cerca di non esagerare nel farlo, perché abbiamo ancora bisogno di te, quindi non fare cazzate pur di farci vedere che non hai più intenzione di tradirci: non rischiare la tua vita per questo o per vendicarti da solo» precisò con decisione.

«Ricevuto» mormorò Philip.

Stiles notò che aveva gli occhi lucidi, e considerando che anche i suoi si stavano inumidendo cercò di smorzare l’atmosfera. «Quindi, uhm… Ho visto che hai un nuovo cavallo. Bell’esemplare».

«Grazie».

«Apprezzo la cura per il dettaglio: il suo manto rispecchia il tuo cognome». Era nero.

«Più che altro l’ho scelto per fare pendant con la mia stilografica».

«È vero, l’avevo dimenticato. E gli hai già dato un nome?»

«Bruto».

Stiles inarcò un sopracciglio, sarcastico. «Come il cesaricida?»

«Esatto» esalò con una punta di soddisfazione.

«Non capirò mai il senso dell’umorismo britannico».

«Sono scozzese, e il mio senso dell’umorismo almeno non ha bisogno di catastrofi o esplosioni pacchiane sullo sfondo per essere espresso».

«Fingerò di non capire che ti stai riferendo al nostro modo di fare cinema» borbottò rassegnato, ma comunque si sentì soddisfatto quando vide che gli avevo strappato un debole sorriso.

«Ho avuto un boa da piccolo» aggiunse Stiles. «Si chiamava Vercingetorige».

«Ne sono colpito» gli ribatté ironico.

Stiles scrollò le spalle. «Ero giovane e ingenuo: mi sembrava un nome altisonante, fico…»

Si scambiarono dei mezzi sorrisi complici e divertiti, e Stiles provò finalmente la sensazione che ce l’avrebbero fatta, che in una maniera o nell’altra sarebbero riusciti a superare quello stallo. Poi l’espressione di Philip divenne di colpo di nuovo fragile e vulnerabile, e Stiles in qualche modo riuscì a sentire cosa stava per arrivare.

«Sai» esordì Philip roco e con gli occhi fissi sulle coperte, «a volte immagino che in un’altra vita avrei finito la scuola e sarei riuscito a liberarmi della mia famiglia, magari sfuggendo alla sua presa continuando gli studi in America» sorrise malinconico. «E lì sarei riuscito a essere chi volevo davvero essere, e sarei stato libero di dedicarmi al tipo di studi e al tipo di sport che più mi piacciono, e a cacciare a modo mio. Probabilmente conoscendomi al termine degli studi avrei provato a restare a lavorare all’interno del college, e poi un giorno» e faticò appena a proseguire, «durante un’indagine su una creatura che creava scompiglio nel campus avrei incrociato un giovane alpha e il suo migliore amico» sorrise triste.

«E questo tizio» continuò Philip, «questo migliore amico, questo ragazzo dieci anni più giovane di me, mi avrebbe assolutamente fatto uscire fuori di testa nel peggiore e nel migliore dei modi, e visto che in questa vita immaginaria non esiste roba come l’Eden e gli Osservatori, lui prima di incontrarmi non avrebbe mai avuto l’occasione di avvicinarsi sul serio a qualcun altro, e io sarei stato una persona migliore».

Stiles si sentì gli occhi pizzicare. Philip alzò lo sguardo su di lui; aveva gli occhi lucidi e sorrideva rassegnato.

«Sai, Stiles, in questa vita che non esiste avrei lottato per potere stare al tuo fianco, perché sarei stato più meritevole di avere quel posto…»

Stiles trasse un respiro tremante. «Non esiste essere meritevoli di stare accanto a qualcuno, Phil».

«Non ho il diritto di lottare per avere quel posto, ok?» insisté con voce spezzata. «Perché pensavo che prima o poi avrei avuto il coraggio di essere una persona migliore, che avrei sistemato tutto, e invece per colpa mia sono morte delle persone. Quindi non ho il diritto di chiederti di darmi ancora l’occasione di dimostrarti cosa posso essere per te al tuo fianco».

Stiles scosse la testa e gesticolò mostrandosi oltremodo scettico, anche se aveva gli occhi lucidi e la voce roca. «E se io decidessi che non mi importa niente di quanto tu pensi di averne il diritto o meno?»

Philip lo fissò con una malinconia infinita. «Tanto ormai sappiamo entrambi che hai già assegnato a qualcun altro il posto al tuo fianco, quindi, per favore, finiamola qui».

Stiles si passò più volte le mani sul volto e poi fissò il soffitto a lungo, inspirando a fondo mentre cercava di riprendere il controllo di sé e di respingere l’emicrania che stava sentendo sorgere. «Quindi… alzi bandiera bianca?» biascicò evitando il suo sguardo.

«Se vogliamo metterla così… ».

Stiles strinse le mani sulle ginocchia e fissò attonito il pavimento per degli infiniti minuti, fino a quando Philip non ruppe il silenzio.

«Potresti lasciarmi da solo per un po’?» gli chiese atono.

«Ok» replicò flebile. «Sarò qui fuori dalla porta, se avrai bisogno di qualcosa» lo avvisò.

Uscì fuori dalla stanza a passi lenti, chiuse la porta e ci appoggiò la schiena. Poi ci sbatté pure un paio di volte la testa all’indietro mordendosi forte il labbro inferiore e sentendo gli occhi bruciare.

Finora aveva sperimentato solo un lato dell’amore non corrisposto, adesso stava scoprendo com’era stare dall’altra parte e… beh, non era per niente bello.

Ma forse ce l’avrebbero fatta, forse lui e Philip sarebbero riusciti a superare quel tipo di stallo. O almeno se lo augurava di cuore.

Chapter Text

 

Derek stava riscaldando dell’acqua nell’attesa che Stiles tornasse da Neptune: gli aveva inviato un messaggio poco fa, ormai non doveva mancare davvero molto al suo arrivo.

Accovacciato di fronte al camino, attizzava il fuoco provando a scrollarsi di dosso il senso di vuoto che sentiva. La casa era intrisa del tutto dei loro due odori insieme – il suo e quello di Stiles – ma quando Stiles non c’era Derek si sentiva un po’ misero a stare lì.

Avevano comprato quell’abitazione per avere un luogo di ritrovo tutto loro, un posto in cui stare da soli e ritrovarsi dopo dei lunghi viaggi e delle difficili missioni, e quando soltanto uno dei due poteva stare lì era un po’ come se quella casa perdesse il suo significato.

A Derek sembrava che l’interno di quelle quattro mura senza Stiles diventasse più freddo, più silenzioso e più ricco di spigoli.

Aggrottò la fronte restando sorpreso quando percepì un licantropo donna avvicinarsi alla casa. Si alzò dal pavimento e aspettò che bussasse – anche se vivano in un mondo a conoscenza del sovrannaturale era scortese aprire una porta senza dare al proprio ospite il tempo di annunciarsi e chiedere il permesso di entrare.

Aprì dopo i primi colpetti di nocche contro il legno, rimanendo un pizzico sorpreso quando vide davanti a sé Magdaléna, una degli ultimi nuovi Inseriti che era stata fatta materializzare dentro la contea durante lo scorso 5x1 – non si erano ancora parlati o presentati, ma era facile ricordarsi di lei, per via degli occhi dalle iridi di un blu particolarmente acceso e intenso che contrastavano con la carnagione molto chiara e i capelli nerissimi lunghi e ondulati; lasciava una forte impressione di sé.

«Namasté» gli disse, col tono incerto di chi ancora non è abituato a usare quel saluto. Teneva i polsini della casacca stretti nei pugni, aveva un aspetto calmo e cauto, ma emanava sia nervosismo che curiosità.

«Namasté» la ricambiò, rivolgendole un’espressione appena interrogativa, per spronarla a chiedergli pure cosa voleva.

«C’è Stiles?» domandò diretta, senza mostrare alcuna emozione.

Scrollò la testa. «Mi dispiace, è ancora in viaggio, ma dovrebbe arrivare fra non molto: è sulla strada del ritorno».

«Capisco» mormorò, evitando lo sguardo di Derek mentre con un gesto automatico si tirava di più le maniche verso il dorso delle mani e poi stringeva di nuovo i polsini nei pugni. «Avrei dovuto inviare un messaggio. Dimentico sempre che posso farlo».

Derek sorrise comprensivo. «Agli inizi è facile dimenticarsi che nonostante l’atmosfera medievale abbiamo dei servizi di comunicazione anacronistici».

«No, è che anche nel mondo reale non avevo un cellulare o un indirizzo email» replicò atona.

«Ah» esalò Derek, sorpreso e un filo perplesso. «Vuoi entrare?» le propose, indicando l’interno della casa alle proprie spalle. «Posso esserti utili al posto di Stiles?»

Lei fissò i suoi occhi corrucciandosi appena, come se si stesse concentrando. «Sei il marito di Stiles?»

«Sì».

«Mi ha parlato di te» gli spiegò, «quando gli ho detto che avevo notato che per lui non erano un problema i miei occhi blu» e sottolineò quell’affermazione rivelando per qualche secondo il vero colore delle sue iridi.

«Oh» borbottò, sentendosi diventare di colpo un po’ impacciato – in qualche modo sapere che Stiles aveva parlato dei suoi occhi a qualcun altro gli stava facendo cose allo stomaco. «Derek» si presentò, porgendole la mano.

«Magdaléna» lo ricambiò. «Alcuni mi chiamano Alena».

Assentì cogliendo la sottile concessione che gli stava dando. «Sei europea?» intuì.

«Slovacca».

«Io e Stiles siamo californiani» ricambiò l’informazione. «Vuoi entrare?» la invitò di nuovo.

Lei annuì, e anche se non c’era uno zerbino fece l’atto di pulirsi le suole delle scarpe; osservò l’interno della casa con sguardo curioso e silenzioso. Derek ebbe l’impressione che Alena fosse il classico tipo di persona che quando sta sulla difensiva perché si trova in un ambiente sconosciuto si mostra troppo calma o immotivatamente arrabbiata.

Derek le accennò di sedersi pure al tavolo. «Avevi intenzione di chiedere a Stiles qualcosa?»

Lei si sedette e intrecciò le dita. «Volevo sapere la sua opinione riguardo la Confraternita della Misericordia».

Lui sbuffò un sorriso accomodandosi di fronte a lei. «Io ne faccio parte».

«Ah» esalò secco, rivelando per la prima volta un’emozione – sorpresa.

«Stai pensando di e