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Cronache dall'Eden

Chapter Text


 

Definisci – Valuta – Analizza – Migliora – Controlla

Definisci: The calling, I'll find a way

 

M. Stilinski
Uomo
Umano
17 al momento dell’Inserimento
Bianco – origini polacche
Ebreo non praticante
A
Stati Uniti, California, Beacon Hills; territorio del Nemeton
Istruzione media superiore – Beacon Hills High School
Padre vivo, sceriffo
Madre morta, demenza frontotemporale
Branco McCall, alpha Scott McCall (fondatore, Alpha Originale, ancora nessun successore) – assenza di adulti, branco multi specie; attuale emissario dottor Alan Deaton, ex emissario del branco Hale, alpha Talia Hale – deceduta
Amico d’infanzia dell’alpha; ha rifiutato il Morso; futuro emissario?
Posseduto da una Nogitsune generata durante la Seconda Guerra Mondiale dalla kitsune Noshiko Yukimura – lo spirito oscuro ha duplicato il suo corpo, che è stato trapassato con una katana dalla kitsune Kira Yukimura, figlia di Noshiko, e Morso dall’alpha Scott McCall; una volta ripresa la sua forma da mosca, è stato imprigionato in un’urna fatta con del legno del Nemeton
Incapace di maneggiare un’arma o praticare combattimento corpo a corpo
Resistenza e forza fisica inferiore agli standard
Capacità di problem solving superiore agli standard
Mancanza di empatia nei confronti delle persone esterne alla propria cerchia; irrispettoso delle regole; tendenza alla disobbedienza e a mentire

Obiettivo: Trovare un soggetto che gli faccia da ponte con la comunità Eden, possibilmente esterno al suo branco, solo allora si potrà procedere ad apportare migliorie al soggetto principale in questione tramite condizionamenti, per potere poi procedere con la fase successiva.

 

 

Da quando l’intera faccenda della Nogitsune si era conclusa, Stiles si sentiva perennemente costretto a stare chiuso fra quattro mura, in posti in cui poteva essere sempre osservato – o controllato.

Suo padre aveva sempre faccende da fargli sbrigare a casa, oppure Scott aveva continue proposte per del divertimento a casa – come giocare ai videogame, o guardare un film tutti insieme – e quando non c’era niente in programma, all’improvviso la gente che lo circondava si scambiava delle occhiate sapute e circospette e dal nulla s’inventava per lui qualcosa da fare che lo costringesse a casa.

Stiles comprendeva benissimo le paure e le apprensioni di suo padre e dei suoi amici, ma stare chiuso sempre negli stessi posti lo stava rendendo pazzo. Era pure probabile che ormai scambiassero i suoi scatti di rabbia come conseguenza al trauma subito, quando in realtà un bella parte era anche dovuta alla mancanza di libertà.

Era alquanto frustrante vedere di continuo come tutti lo fissassero come se fosse sul punto di esplodere da un momento all’altro, o come se avessero paura di lui.

Stanco di non potere neanche guidare la jeep senza alcun accompagnatore, quel giorno decise di mentire a Scott dicendogli che sarebbe rimasto in casa a preparare la cena – e quindi poteva benissimo lasciarlo solo per andare a portare da mangiare a sua madre all’ospedale – per poi attaccare al frigorifero un post it giallo con cui annunciava a suo padre che si era appena lanciato in una nuova straordinaria avventura: fare la spesa.

Erano settimane che Melissa si presentava di colpo sulla soglia di casa Stilinski annunciando che per sbaglio aveva preparato da mangiare in più – seh – o per errore aveva comprato roba a cui Scott o lei erano allergici – seh – e che quindi se lui e suo padre ne volevano approfittare erano i benvenuti.

Stiles aveva sviluppato un’insana voglia di ingozzarsi di porcherie giusto per ripicca.

Non riuscì nemmeno a sentirsi in colpa quando mise in moto e lasciò il garage, anzi sentì le spalle rilassarsi man mano che la jeep avanzava lungo la strada. Non mise su della musica solo perché era stanco di sentirne a pacchi tutte le volte che era costretto a stare in camera sua.

Parcheggiò sul retro di un piccolo supermercato e sbadigliando si procurò un carrello per fare compere. Iniziò a percorrere le corsie fra uno scaffale e l’altro stando chino sul manico del carrello, su cui teneva le braccia mollemente appoggiate; sorrise pigro beandosi del senso di onnipotenza casalinga che dava fare la spesa da soli, e atteggiandosi come un gatto capriccioso e annoiato cominciò ad afferrare snack dolci e salati, lasciandoli cadere nel carrello.

Sbuffò infastidito quando sentì il cellulare avvertirlo della ricezione di un messaggio, e con un gesto lento, restando curvo sul carrello, controllò veloce chi lo stesse cercando.

Era Scott, ma a quanto sembrava nessuno ancora si era accorto della sua assenza, piuttosto l’amico gli stava raccontando delle ipotesi di Deaton sui proiettili trovati nel loft di Derek.

Derek adesso risultava ufficialmente rapito.

Scott qualche giorno fa, preoccupato perché Derek non rispondeva ai suoi messaggi, era andato al loft e aveva trovato dei segni di lotta e quei proiettili. Né Scott né lui ne erano rimasti entusiasti.

Chris Argent era ancora in Francia, Isaac era andato con lui e a quanto sembrava voleva stabilirsi lì – più volte Stiles lo immaginava rivolgere il dito medio a tutto il continente americano, con espressione impassibile quanto sarcastica. L’unica opzione era stata quella di rivolgersi a Deaton, nella speranza che ne sapesse quanto Argent di proiettili e armi da sparo.

Deaton però aveva fatto notare a Scott che comunque non era in grado di dirgli se Derek fosse ancora vivo o meno.

"Chiediamo aiuto a Lydia? Le facciamo toccare i proiettili?" concludeva il messaggio di Scott.

Stiles storse il naso, non rispose e rimise il cellulare in tasca; mise nel carrello un barattolo di gelato alla menta e cioccolato e si avviò verso lo scaffale degli utensili di plastica e dei tovaglioli.

Deaton non avrebbe potuto limitarsi a dare una risposta diretta, invece di insinuare altri dubbi atroci del cavolo?

Stiles capiva bene come mai Scott si sentiva così incerto sul coinvolgere Lydia o meno: l’ultima volta che lei aveva percepito qualcuno prossimo alla morte, Allison era rimasta uccisa. Farle provare a sentire se Derek era defunto o meno non era una richiesta propriamente delicata.

Stanco, si fermò davanti al ripiano dei cucchiai di plastica; si guardò attorno per controllare che non ci fossero dei commessi nelle vicinanze – o delle telecamere puntate su di lui – e cominciò a testare dei pacchetti di posate: li piegò per vedere se si spezzavano con facilità – sarebbe stato fastidioso se il cucchiaio gli si fosse rotto a metà in mano non appena lo avesse infilato nel gelato duro – e dopo aver distrutto con discrezione tre confezioni, decretò la marca di posate di plastica vincitrice.

Lanciò un pacchetto da dieci cucchiai bianchi nel carrello e avanzò verso la cassa.

Arrivato in fondo alla corsia, si accigliò: aveva avuto l’impressione di aver notato alla periferia della sua visuale qualcuno fissarlo con insistenza. Proseguì a passo appena più lento, poi si voltò di colpo guardarsi alle spalle, ma non vide nessuno; l’ambiente era invaso da una stupida canzone pop trasmessa dalla radiolina che aveva il commesso alla cassa, non c’era alcun suono prodotto da altri clienti – nessun rumore di passi o lo stridere di un carrello – strano. Inspirò a fondo scrollando la testa e andò a pagare.

Dopo una lotta passiva-aggressiva con il cassiere – sarebbe stato più veloce lui a fare il conto, o Stiles a impacchettare? Risposta: Stiles aveva perso miseramente – Stiles caricò la spesa nella jeep e mise in moto per andare al belvedere.

Fissò la strada per tutto il tragitto, lasciando che lo scorrere dell’asfalto e il succedersi dei semafori e dei cartelli stradali gli svuotassero la mente per un po’.

Una volta parcheggiato in un posto carino nel belvedere – abbastanza lontano però da dove di solito si appostano le coppiette per fare sesso – si stiracchiò contro il sedile, si munì di gelato e cucchiaio e cominciò a mangiare, pensoso.

Quando era stato posseduto dalla Nogitsune, stare da solo con i propri pensieri non era stata una bella esperienza, ma adesso gli stava mancando. Negli ultimi giorni aveva desiderato parecchio potere pensare senza delle voci di sottofondo, fissando qualcosa che non fosse una delle pareti di casa.

Lasciò sciogliere in bocca una grossa cucchiaiata di gelato perdendosi nelle proprie riflessioni mentre lo sguardo gli vagava sugli alberi circostanti.

Derek era stato di sicuro prelevato dal loft con la forza, e doveva essere stato ferito con proiettili di strozzalupo – e si sperava non in modo mortale. Chi lo aveva preso e perché era la domanda. Di certo si trattava di gente umana, visto che avevano usato delle armi e non della forza bruta – o zanne e artigli – e c’era un’alta possibilità che si trattasse di cacciatori, ma quali di preciso? E perché proprio Derek?

Avevano da poco perso Allison, era un pugno allo stomaco anche solo immaginare che un altro di loro li avesse lasciati. Non era il massimo del tatto cercare l’aiuto di Lydia, ma forse era davvero la loro unica opzione.

Infilzò il cucchiaio nel gelato restante – per tenere la posata ferma lì – e sospirando rassegnato posò il barattolo sul cruscotto. Non sarebbe stato facile rintracciare i rapitori di Derek. E nessuno ne sarebbe uscito indenne – quella ormai era una costante nelle loro vite.

Alzò lo sguardo passandosi una mano sulla fronte e proprio in quel momento dei rumori lievi catturarono la sua attenzione. Alzò lo sguardo e vide riflessi sullo specchietto retrovisore due SUV neri dai finestrini oscurati fermarsi dietro alla jeep; sorpreso, sbarrò gli occhi e posò subito le mani sul volante, ma notò che un altro SUV si era aggiunto ai due precedenti, e di fronte a lui c’era solo un dirupo.

Pensò che la gente che aveva buone intenzioni non provava a circondare qualcuno con dei mezzi simili.

Strinse i denti e cercò di rimettere in moto, con la vaga idea di provare a fuggire facendo retromarcia e colpendoli più volte con la jeep, ma della gente con il viso coperto – indossavano delle casacche nere e larghe con dei cappucci molto ampi – scese dai SUV cominciando a intonare quelli che sembrarono dei versi in una lingua dal suono antico, sconosciuta a Stiles.

Imprecò quando si accorse che l’obiettivo di quel canto era tenere ferma la jeep e fare aprire da soli gli sportelli.

Sapeva che sarebbe stato inutile, tuttavia non poteva mica arrendersi e stare fermo lì facendosi prendere senza nemmeno prima provare a combattere: con una sorta di ringhio gutturale, si lanciò fuori dalla jeep, cercando di correre verso gli alberi; si accorse troppo tardi che quella sorta di canto magico aveva anche reso le sue gambe pesanti, e prima ancora che potesse fare un secondo passo – se non poteva correre, almeno camminare… qualcosa doveva pur farla – sentì il dolore di una puntura.

Ormai terrorizzato quanto arrabbiato, si voltò a fissarsi la spalla e vi vide attaccata un’iniezione-proiettile: gli avevano sparato del sonnifero.

Desiderò urlare un insulto o una maledizione in direzione di chiunque lo stesse catturando, lo desiderò davvero tanto, ma nello stesso attimo in cui aprì bocca sentì il proprio corpo cadere preda di un profondo torpore.

Crollò a terra e chiuse gli occhi vagamente cosciente di aver preso una bella botta in testa durante la caduta, facendosi male da solo. Un classico.

 

 

 

Riprese i sensi sentendosi del tutto debole, privo di forze e molto, molto assonnato.

Si accorse all’istante che tutti i suoi arti tranne il braccio sinistro erano assicurati con delle grosse cinghie alla sorta di lettino su cui era sdraiato – non poteva vederle, ma nel vago tentativo di dare degli strattoni fiacchi per alzarsi e liberarsi era riuscito a percepirle.

Il lettino doveva avere delle ruote, lo stavano trasportando da qualche parte, e il leggero venticello del movimento di trasporto gli fece intuire di essere vestito solo di una sorta di tunica ospedaliera e che… Dio, gli avevano messo un catetere. L’ambiente attorno a lui era illuminato poco e probabilmente con delle luci al neon; la temperatura non era né troppo calda né troppo fredda.

Le persone che circondavano il lettino e che lo stavano trasportando erano sei, vestite come chirurghi e con una mascherina sulla bocca; quando notarono che lui era cosciente si scambiarono delle occhiate, ma non si mostrarono infastidite, né preoccupate.

Stiles cercò di parlare, di porre delle domande, ma si sentì la bocca molle e la lingua pesante; intuì che di certo era così che lo volevano: incapace di parlare e di muoversi.

Ancora non si fermavano, e lui ne approfittò per voltare appena la testa di lato e guardare cosa c’era intorno a loro: sbarrò gli occhi e sentì il fiato mozzarsi in gola dal puro terrore e dall’ansia quando vide che la stanza che stavano percorrendo era piena di lunghissime file di teche di plexiglass dentro cui c’erano sdraiati dei corpi umani.

Ogni corpo aveva delle flebo attaccate e sulle teche c’erano disegnati in nero e rosso dei simboli strani; c’erano anche dei tubi collegati e Stiles intuì che fosse per far circolare dell’aria pulita dentro, perché quei corpi non sembravano respirare in modo artificiale. Sembravano dormienti.

Nel panico, provò a dimenarsi non riuscendoci, e quando cercò di parlare tutto ciò che uscì dalla sua bocca furono dei mugolii indistinti e fiochi. Li vide fermarsi davanti a una teca vuota, e intuì subito che fosse per lui.

Aprì la bocca più che poté, si accorse che stava piangendo per la frustrazione, rabbia e paura, ma ancora una volta non riuscì a muoversi o a produrre alcun suono.

La sorta di chirurghi che lo circondavano, lo sollevarono insieme alla parte superiore del lettino su cui si trovava, per porlo dentro la teca con tutto il materassino e le cinghie che lo assicuravano a esso. E nonostante lui continuasse a piangere con espressione furiosa aprendo e chiudendo la bocca a vuoto, gli fecero delle iniezioni di chissà che roba.

Una dei medici gli mise una mano sul volto, appena sotto la mandibola, in un gesto che risultò l’imitazione di un freddo tocco di conforto e rassicurazione.

«Va tutto bene, signor Stilinski» gli disse inespressiva e atona, e da ogni sillaba trasudò all’istante che l’inglese non era la sua lingua madre: aveva un accento straniero pesante e dall’origine non molto comprensibile.

«Ha avuto l’onore di essere selezionato per il Progetto Eden» proseguì a informarlo, mentre gli altri continuavano ad armeggiare sul suo corpo e sulla teca in cui lo avevano infilato. «Il nostro è un progetto finanziato da oltre quarantatre paesi di tutto il mondo, il cui scopo è conoscere meglio il mondo sovrannaturale per capire come in futuro stabilire con esso una convivenza alla luce del sole».

Se Stiles fosse stato in grado di parlare, le avrebbe risposto acido "E per farlo rapite delle persone e le mettete in coma senza il loro consenso?!"

«I soggetti selezionati come lei» aggiunse la donna, «vengono sottoposti a un trattamento speciale frutto di precedenti studi incrociati fra medicina, tecnologia e magia: a livello tecnico i soggetti sono in una sorta di coma farmacologico, ma in realtà la loro mente e la loro coscienza vengono portate in un mondo alternativo in cui tutti i soggetti da noi selezionati vivono insieme».

«In questo mondo» continuò, sollevando il braccio di Stiles e portando alla sua attenzione la parte interna dell’avambraccio, «potete percepire tutto quello che in vita finora avete percepito, per questo la riproduzione del vostro corpo nel mondo alternativo è fedele all’originale e immutabile – nessun soggetto è sottoposto all’invecchiamento – e tutti e cinque i sensi seguono l’esperienza accumulata nella vita reale. Di conseguenza, potrebbe per favore guardare il suo avambraccio? Le abbiamo tatuato la data in cui lo stiamo inserendo nel progetto, in questo modo potrà anche ricordarla nel mondo alternativo e avere un senso del tempo che sta trascorrendo lì».

In nero sulla sua pelle adesso c’era scritto un mese e un anno.

Stiles non seppe se andare più nel panico per tutte le informazioni che gli stavano dando, per il fatto che lo avessero perfino tatuato contro la sua volontà, o per il fatto che l’ultima volta che era stato sveglio mancavano più di dieci giorni alla fine del mese, ma a quanto diceva il tatuaggio erano già al mese successivo: per quanto tempo lo avevano tenuto incosciente?

Quando la donna fu certa che Stiles avesse fissato il tatuaggio, procedette ad assicurare l’ultimo polso libero al lettino con una cinghia, e poi a preparare l’ago per una flebo. «Per qualsiasi altra informazione o spiegazione» aggiunse, «si ricordi che può consultare un manuale facendo questo movimento» fece un cenno secco con la mano destra, da sinistra verso la parte opposta, come se stesse scacciando via un insetto, «e all’istante comparirà una schermata su cui potrà consultare il manuale e tenere conto delle sue risorse».

«C’è un particolare importante che vorrei sottoporre subito alla sua attenzione» gli disse, puntando con freddezza lo sguardo nel suo. «Abbiamo inscenato un tragico incidente con la sua jeep, rendendo il suo cadavere irriconoscibile ed eliminando le nostre tracce, e al momento lei non si trova più in California. Per il mondo lei è morto, nessuno verrà mai a cercarlo».

Stiles provò quantomeno a serrare appena la mandibola e arricciare il naso piangendo, per mostrarle quanto fosse profonda la sua furia e disperazione.

«Il mondo in cui lo stiamo mandando si chiama Eden ed è stato fondato quarantadue anni fa. Per studiare meglio il comportamento e la psicodinamica del mondo sovrannaturale e degli umani vicino a esso, agli inizi abbiamo forgiato l’Eden come un mondo medievale povero e con poche risorse, per osservare come i soggetti avrebbero reagito e come si sarebbero evoluti in assenza di beni necessari e gerarchie sociali, ed è più o meno questo l’ambiente in cui si ritroverà non appena termineremo il trattamento in corso».

Stiles cercò di protrarre il collo all’indietro mostrando i denti, per rivolgerle una sorta di ringhio animalesco come quelli che a volte aveva visto fare ai licantropi, ma non ci riuscì molto.

«Un’ultima cosa» lo avvertì, mentre a quanto sembrava tutti gli altri suoi colleghi avevano finito di prepararlo e ora erano fermi attorno a lui, in attesa. «Nel suo caso, lo stiamo mandando nell’Eden con già una missione a carico che dovrà svolgere al più presto, pena l’espulsione dall’Eden tramite morte istantanea».

Stiles la fissò con più disgusto e rabbia possibile, giusto per mostrarle un’ultima volta cosa ne pensava di quello che gli aveva detto finora.

Lei finse di non aver notato la sua espressione. «Benvenuto ufficialmente nel Progetto Eden, signor Stilinski, le auguriamo buona permanenza».

Gli infilò un ago nel braccio e fu l’ultima cosa che Stiles vide prima di chiudere gli occhi cedendo alla sonnolenza e all’indebolimento.

 

 

 

Scattò a sedere annaspando, come se fosse appena tornato in superficie dopo aver rischiato di annegare, e sentendosi sudato; come prima cosa si guardò le mani contandosi le dita.

Dieci.

Con ancora il fiato corto, notò come adesso indossasse dei vestiti poveri di un’altra epoca: un paio di pantaloni marroni di stoffa robusta e un po’ ruvida, una casacca leggera bianca e una sorta di gilet di pelle marrone consunta che si chiudeva con dei lacci.

A occhio doveva trovarsi all’interno di una foresta, alle radici di un albero dalla chioma larga e folta che gli stava dando dell’ombra. Dalla luce che filtrava dalle fronde, intuì che dovesse essere su per giù tarda mattinata; la temperatura era calda ma sopportabile, e tutto intorno si sentiva solo il cinguettio degli uccelli e il ronzio degli insetti.

In un’altra situazione, il bambino che c’era in lui si sarebbe esaltato all’idea di stare in un simile bosco da fiaba.

Gli tornò in mente che gli era stato detto che in quel mondo avevano tolto dei beni di prima necessità: sospirando rassegnato quanto ancora un po’ impaurito e circospetto, si mise in piedi per andare alla ricerca di un ruscello.

Scoprì di non essere debole come quando lo avevano addormentato, e distorcendo il volto in un’espressione di rabbia, si chiese se avessero già chiuso la teca in cui lo avevano messo.

Vagò alla cieca cercando di tendere l’orecchio il più possibile, nella speranza di captare del rumore di acqua corrente, mentre con disperazione con la mente percorreva veloce i possibili modi in cui suo padre e gli altri del branco avrebbero potuto provare a cercarlo.

Davvero avevano reso il cadavere che avevano messo al posto del suo così irriconoscibile da rendere impossibile identificarlo perfino per un licantropo alpha?

Magari erano riusciti a prendere in giro suo padre, ma Scott? Aveva dei sensi super sviluppati, in qualche modo avrebbe potuto intuire che quello non era il corpo di Stiles… ma comunque quei tizi sembravano abituati ad avere a che fare con dei licantropi: Stiles, sbuffando amareggiato, si disse che c’erano poche possibilità che Scott avesse capito il trucco, perché di sicuro quei tipi avevano fatto in modo che neanche un licantropo si accorgesse dello scambio di corpi.

Il fatto che ci fosse un corpo con cui fare lo scambio, tra l’altro, implicava che ci fosse un cadavere, un morto da usare: forse dovevano avere ucciso di proposito qualcuno simile a lui – stessa altezza, stesso peso, stesso incarnato e colori – per usarlo, e ciò era un pensiero alquanto inquietante, ma per quanto a Stiles dispiacesse per il tizio in questione, la sua priorità più che altro era salvare la pelle a se stesso.

Forse Lydia poteva essere una possibilità: lei di certo non aveva avvertito la sua morte – perché in effetti non era morto – e forse quel dettaglio avrebbe attirato i sospetti del resto del branco…

A parte questo, gli avevano mentito o meno quando gli avevano detto che non si trovava più in California? L’accento forestiero della donna poteva essere stato solo un trucco per convincerlo di non trovarsi più negli Stati Uniti.

E poteva svegliarsi da solo? E una volta svegliato, quante possibilità aveva di uscire completamente da solo dalla teca in cui era chiuso e dal posto in cui si trovava prima che la sorveglianza lo beccasse?

Magari, se fosse riuscito a trovare altre persone che si svegliassero con lui, nello stesso momento…

Come evocato dai suoi ultimi pensieri, Stiles intravide fra gli alberi che qualcuno si stava dirigendo molto piano verso di lui, a cavallo.

Quando notò che la figura non era sola e che c’era anche un’altra persona con un altro cavallo, l’ansia di trovarsi rapito e in un posto sconosciuto, con due persone che non conosceva che stavano avanzando verso di lui a cavallo, si trasformò in paura quasi irrazionale, spingendolo a mettersi a correre per scappare.

Sentì a malapena una voce femminile acuta alle sue spalle urlare "Ehi!" prima di accelerare.

La corsa campestre, però, nella vita reale non era il suo forte – aveva una pessima resistenza – e di conseguenza non lo era neanche lì: a parte il fatto che si ritrovò subito sfiatato, inciampò clamorosamente su una grossa radice che sporgeva dal terreno, cadendo a terra di faccia e facendosi pure male.

Mentre mugolava dolorante e si voltava facendo leva sui gomiti, sentì i cavalli farsi vicini, e rassegnato guardò in faccia i suoi inseguitori.

Erano due donne, potevano avere su per giù la stessa età – più di venticinque anni, meno di trenta – e lo stavano fissando con aria indagatrice, ma non sospetta.

Entrambe indossavano quella che a occhio sembrava una specie di divisa militare nera, anche se non molto formale – in particolare risaltava la giubba a doppio petto che si chiudeva con una fila di alamari in pelle nera e metallo grigio, sul cui braccio destro, all’altezza della spalla, c’era una sorta di emblema ricamato in bianco – avevano con sé parecchie armi e un portamento che trasudava la disciplina a cui erano state sottoposte per usare suddette armi.

Quella più vicina a Stiles era fra le donne più alte che lui avesse mai incontrato; aveva la pelle pallida e molto ricca di lentiggini, un viso spigoloso che ne accentuava l’aria severa, gli occhi verdi e i capelli biondi chiari e boccolosi raccolti in una coda sulla nuca.

L’altra era più bassa, anche se di certo non minuta, il suo incarnato era chiaro ma non pallido, e i capelli neri e particolarmente folti erano di un taglio molto corto e scompigliato che metteva in evidenza i lineamenti morbidi del suo volto e gli occhi grandi rotondi e celesti.

«Ti sei arreso?» esordì la bionda, con tono derisorio velato di sarcasmo, scendendo da cavallo.

«Cosa vuoi?» le domandò secco, senza rialzarsi da terra.

Lei storse il naso mostrandosi seccata, afflosciò le spalle. «Sei americano» decretò.

Stiles restò stupito da quell’affermazione, scrollò la testa boccheggiando. «Cosa?»

«Solo i maschi americani bianchi fanno simili entrate in scena: si atteggiano da machi indomiti non disposti ad arrendersi e poi dicono cose come» proseguì con tono cupo, basso e virile, «"Cosa vuoi?"»

«Ripeto, cosa vuoi?» insisté lui.

«Ti informo che sono davvero molto razzista nei confronti degli americani, nella fattispecie degli statunitensi». Poi sospirò incrociando le braccia al petto, ostentando rassegnazione. «Sei nuovo, vero? Ti hanno appena Inserito».

Stiles, invece di risponderle, si limitò a fissarla negli occhi, inespressivo.

Lei sospirò di nuovo. «Io sono Marjorie, lei è Theodora» indicò con un cenno della testa l’altra ragazza, «e non parla anche se potrebbe farlo: cerca di fartelo stare bene, o ti taglierò la gola» minacciò, mortalmente seria.

Le replicò sbuffando una risata amara e sarcastica. «Ricevuto. Mi chiamo Stiles». La udì borbottare sottovoce "Gli americani e la loro abitudine del cazzo di dare dei nomi a cazzo per fare i fichi". «Cosa volete?»

Marjorie roteò gli occhi. «Aiutarti a orientarti. E ringrazia il fatto che non ti abbia risposto "La tua virtù e il tuo sangue"». Consegnò le briglie del proprio cavallo a Theodora, che nel frattempo era scesa anche lei dalla sella, e si sedette a terra di fronte a Stiles, anche se a debita distanza; Theodora si allontanò a piedi con i cavalli.

«Perché dovrei fidarmi di te?» gli chiese sospettoso.

«Perché non hai altra scelta?» sbuffò con tono annoiato. «Ti hanno detto come richiamare quello che noi chiamiamo la finestra dell’account personale, vero?» Accennò con la mano lo stesso movimento che gli aveva mostrato la dottoressa.

Lui annuì poco convinto.

«Richiama la finestra» lo invitò, «e puntala verso di me: ti mostrerà il mio nome, cognome e la Confraternita o Compagnia di cui faccio parte».

Seppur esitante, Stiles accontentò la sua richiesta.

All’istante, comparve all’altezza del suo petto quella che sembrava la scheda aperta di un browser con accesso veloce a più siti web.

«Puoi muoverla a mezz’aria alzandola o inclinandola usando le mani» lo avvisò Marjorie, rivolgendo il palmo della mano verso l’alto come a indicargli di mettere la mano sotto la finestra e spingere all’insù.

Stiles lo fece, rivolgendo la finestra verso la ragazza.

Sopra la testa di lei comparve il suo nome e cognome, Marjorie Bertrand, e sotto un’altra scritta, "Confraternita della Misericordia, Sorella Maggiore". A seguito, c’era una serie di quadrati colorati che arrecavano delle scritte in bianco – roba come "Donare", "Scambio contatti" e cose simili.

Stiles si accigliò, più incuriosito che sospettoso. «Cosa vuol dire "Confraternita della Misericordia, Sorella Maggiore"?»

«La prima è la Confraternita a cui appartengo, il secondo è il mio titolo: sono la leader».

Stiles inarcò un sopracciglio, sarcastico, come a mostrarsi per nulla impressionato.

Lei roteò gli occhi. «In questo mondo» gli spiegò, «spesso per aiutarsi a vicenda ci si organizza in Confraternite o Compagnie. La valuta dell’Eden sono le monete d’oro, d’argento e di bronzo, ma sono solo virtuali» fece un cenno col mento verso la finestra di Stiles. «Come puoi vedere lì puoi controllare quanti soldi hai nel tuo conto virtuale».

Stiles intuì che la finestra funzionasse più o meno come un tablet, e premette un dito sulla casella in alto che portava il nome di "Banca".

Si aprì una pagina con più voci, Stiles si concentrò solo su quella che diceva "Saldo attuale". Era a zero.

Le sopracciglia gli scattarono verso l’attaccatura dei capelli. «Come mai sono al verde? Come possono pretendere che io sopravviva qui senza darmi almeno un paio di monete di default o di… benvenuto?» concluse storcendo il naso.

«Questo è il loro modo carino di dirti di muovere il culo e guadagnarti da vivere» gli rispose senza mezzi termini. «Tutti noi qui siamo oggetti di studio: decidono che tempo che fa e se fare piovere o meno giusto per vedere che effetto ci fa vedere il raccolto rovinato o il bucato da rifare. Non ti danno neanche un soldo perché così possono osservare cose come… se sei tentato a rubare o meno, cosa sei disposto a fare per la fame, se ti cerchi subito un lavoro e che tipo di lavoro sei disposto a fare».

Stiles aggrottò la fronte. «Questa è una forma di tortura» sentenziò sicuro.

Marjorie ghignò sarcastica. «Sei un tipetto crudo e diretto, vero?»

Lui per tutta risposta ponderò veloce sulla situazione. «Quindi avete creato delle Confraternite e delle Compagnie per inventarvi dei lavori?»

Lei annuì. «E per aiutarci a vicenda, e anche per trasmettere i mestieri ai nuovi venuti, per "venderli" o "donarli" a chi vuole essere tuo apprendista o successore. Vedi» continuò gesticolando. «Tu puoi anche fare delle richieste a voce, del tipo che ti rivolgi vago al cielo e dici "Quanto mi costa imparare a coltivare un campo per bene?" Dopo non molto ti arriva la risposta via posta elettronica – dipende da quanto tempo gli scienziati pazzi che ci osservano impiegano a mettersi d’accordo sul prezzo da imporre. Alle volte il prezzo ha un costo reale in monete, tipo due monete d’oro, tre d’argento e quattro di bronzo; altre ha il costo di un’azione, per esempio sgozzare un agnello». Stiles deglutì a stento, e lei gli rivolse un’occhiata mortalmente seria. «Altre volte, invece, il costo è uccidere una persona».

Stiles boccheggiò. «Stai scherzando?»

«Una ventina di anni fa i nostri predecessori hanno chiesto quanto costava avere dell’acqua corrente, giusto per provare a vedere cosa avrebbero chiesto in cambio e se ne valeva la pena: la risposta è stata "Dieci di voi devono uccidere il proprio partner"».

Stiles si passò una mano tremante sul volto. «Tutto questo è pazzesco».

«Devi essere pronto a ricevere da un momento all’altro una richiesta simile, o essere la persona che qualcuno deve uccidere: prima o poi qui capita a tutti, è la prassi».

«Perché lo fanno?!» sbottò arrabbiato.

«Perché sono degli scienziati, degli studiosi e dei ricercatori, e sono finanziati da un numero incredibile di paesi diversi. Sperimentano su di noi, ci condizionano, osservano le nostre reazioni e come ci evolviamo in un ambiente non contaminato e da costruire» spiegò pacata e atona. «Noi li chiamiamo gli Osservatori, perché ci osservano come degli stalker» ironizzò, «e abbiamo solo una vaga idea di cosa se ne fanno di ogni risultato che ottengono».

«La tizia che mi ha steso ha detto che lo fanno per dare inizio a una convivenza alla luce del sole fra gli umani e la gente sovrannaturale».

Marjorie sbuffò una risata nasale e sarcastica. «E tu ci credi? Da più di trent’anni la Confraternita del Drago Scarlatto si occupa di scrivere ogni singola cosa che succede in questo mondo: hanno una biblioteca di pubblico accesso dove raccolgono le storie delle persone Inserite. È la nostra memoria collettiva, l’unico vero tesoro nazionale che riconosciamo: è così che man mano possiamo capire gli schemi degli Osservatori, perché li abbiamo registrati e possiamo notare come si ripetono, riusciamo a interpretarli».

«E cosa avete dedotto finora?» domandò, sentendosi strisciare addosso un orribile sospetto.

«Forse è vero, studiano anche come integrare il mondo sovrannaturale a quello umano, ma studiano pure come neutralizzare il sovrannaturale o renderlo più forte. O utilizzarlo» precisò. «E i mezzi e i tipi di condizionamento che usano sono diversi: finora abbiamo individuato almeno una ventina di gruppi di ricerca differenti, ognuno fissato su una certa specie o su certi casi sovrannaturali, ma non escludiamo che in realtà siano molti di più, visto che al progetto partecipano oltre quaranta paesi».

«E nessuno è mai riuscito a svegliarsi?» le chiese col cuore in gola.

«Credi che altrimenti a quest’ora saremmo ancora qui?» ribatté scettica.

Si passò le mani sul volto e si scompigliò i capelli. «E nessuno è mai venuto a cercarvi?»

«Non siamo rintracciabili, non sappiamo nemmeno fisicamente in che parte del mondo siamo dormienti, e comunque… siamo tutti morti».

Stiles deglutì a fatica. «Com’è possibile che questa… questa cosa vada avanti da ben quarantadue anni? Non hanno mai attirato i sospetti di nessuno?»

«Si sono evoluti e perfezionati con il tempo» sottolineò lei, «la tecnologia e la medicina di quarantadue anni fa non era la stessa di adesso, ma per loro è facile sostituire dei pezzi vecchi con quelli nuovi: nel giro di pochi anni i nostri corpi cedono, quindi basta togliere un morto e mettere un vivo» concluse con nonchalance.

Stiles si sentì scosso da un brivido freddo. «Cosa vuol dire che i nostri corpi cedono

Marjorie afflosciò le spalle e divenne di colpo seria, si avvicinò a lui e per un lungo attimo sembrò comprensiva quanto malinconica. «Stiles, lo sai che qualsiasi corpo in coma dopo un certo periodo di tempo subisce dei danni irreversibili, vero?»

Lui annuì a sguardo basso.

«Dipende anche da come è finito in coma, che danni ha avuto e se ha delle infezioni più o meno gravi, ma comunque da un certo punto in poi, anche se ci si risveglia, ormai il corpo… è assai danneggiato» gli spiegò, con cautela e delicatezza.

Stiles strinse le labbra e inspirò a fondo dal naso, prima di porle la domanda definitiva. «In quanto tempo la condizione di uno di noi diventa irreversibile?»

«Nel corso del tempo abbiamo stimato che dipende anche dalle condizioni in cui ci hanno preso, se durante la cattura siamo stati feriti in modo grave o meno, ma di solito un umano resta reversibile fino a circa un anno e mezzo o due di permanenza, mentre una creatura sovrannaturale due anni o due anni e mezzo».

Stiles aveva preso un colpo in testa. E ignorava quanto fosse stato grave. «Cosa succede, dopo?»

«Beh, in genere loro ti fanno sempre la cortesia di dirti quando il tuo corpo non è più reversibile – è l’unica concessione che ci fanno – e dopodiché… vivi fino a quando il tuo corpo non cede da solo» sospirò triste. «La magia e la medicina che ci mantengono in vita e alimentano questo mondo stressano moltissimo i nostri corpi, li consumano: a seconda dello stress subito e dallo stile di vita che si conduce qui, includendo gli anni in cui si è reversibili, nell’Eden gli umani vivono circa dieci-dodici anni, e le creature sovrannaturali circa undici-tredici anni».

In pratica gli restavano altri dieci anni di vita, se gli andava bene.

Stiles pensò a suo padre, che era rimasto da solo e stava piangendo la sua morte, non sapendo che in realtà lui era vivo ed era diventato il soggetto di un simile esperimento folle. Pensò ai suoi amici e come alla perdita di Allison adesso si fosse aggiunta la sua. Pensò a tutti i progetti che aveva fatto per il futuro, tutte le sue speranze, a come ogni cosa che in vita avesse fatto e detto adesso fosse andata in fumo perché non aveva più senso, non potevano più condurlo verso un obietto: era morto e costretto a vivere in un mondo non suo, dove degli scienziati avrebbero condizionato il suo comportamento.

Forse lo avrebbero costretto a uccidere.

Si accorse che era nel pieno di un attacco di panico e che delle lacrime gli stavano rigando il viso solo quando vide Marjorie stringergli le mani sulle spalle e dirgli con fermezza e pacatezza di guardarla in faccia.

«Sono qui per aiutarti a orientarti, ok? Riuscirai a cavartela. Respira con me. Puoi ancora lottare».

Avrebbe voluto mandarla al diavolo e dirle che non capiva come avrebbe potuto cavarsela, ma tornare a respirare in modo regolare era una priorità.

Tornò più o meno in sé sentendosi la testa girare, lei gli porse una borraccia d’acqua invitandolo piano e atona a bere a piccoli sorsi.

«Se rinunci a restare lucido» gli disse inespressiva, «se rinunci ai principi che hai avuto nella vita reale, se smetti di pensare che comunque le persone che là fuori ti amano ti vorrebbero ancora vivo e attivo, la dai vinta agli Osservatori».

Le replicò aspro. «Mi è un po’ difficile essere positivo».

«Da queste parti è l’unica cosa a cui ti puoi attaccare per sopravvivere» incalzò spiccia. Poi aprì la finestra del proprio account personale. «Riapri la tua».

Stiles notò stupito e perplesso che la sua era scomparsa.

«Se non la chiudi tu, svanisce da sé dopo venti secondi» gli spiegò. «Ti invio della roba per iniziare a farti ingranare».

La fissò dubbioso. «Non credo che ti potrò facilmente… ripagare?» concluse incerto.

Marjorie scosse la testa. «È quello che fa la mia Confraternita: lavoriamo anche come cacciatori di animali per rifornire di carne e pelli gli altri abitanti dell’Eden, ma usiamo grandissima parte del ricavato per aiutare i nuovi Inseriti. È la nostra missione».

Stiles si accigliò. «Perché proprio cacciatori? Lo eravate anche nella vita reale? Cacciatori di… sovrannaturale?» Aprì il proprio account.

«Io sì, ma la grandissima parte dei miei confratelli e consorelle no. Cacciamo perché si guadagna bene e perché ci aiuta a mantenere alto il numero di animali uccisi: ammazzare una creatura è un prezzo molto quotato quando si fa una richiesta agli Osservatori» gli disse con sarcasmo, tenendo lo sguardo sul proprio schermo mentre digitare qualcosa. «Cediamo un numero di uccisioni ai nuovi Inseriti, per permettere loro di fare degli acquisti. Accetta la donazione che ti ho inviato» lo esortò con un cenno della testa.

Stiles notò subito che sotto il nome di Marjorie c’era il tasto "Offerta" che si illuminava a intermittenza. Ci premette sopra un dito e subito dopo comparve un messaggio che lo informava del fatto che Marjorie Bertrand gli aveva appena donato tre monete d’oro e l’uccisione di venti animali. Anche se esitante, accettò l’offerta.

«Premi anche sul tasto "Scambio contatti"» lo invitò, «così potremo sempre scambiarci messaggi grazie alla sorta di posta elettronica dei nostri account».

Stiles lo fece, tanto valeva la pena farlo; subito dopo non restò stupito di notare che sullo schermo c’era anche una casella "Mercato".

«Cosa posso comprare da qui?» chiese inarcando un sopracciglio.

«Alcuni beni che si possono reperire solo comprandoli da lì, e altre piccole cose utili come dei vestiti o degli oggetti… ma per quest’ultimi ti consiglio di arrivare in una contea e visitare il suo mercato per fare acquisti» aggiunse, «perché lì si trova roba fatta dalla gente del posto che costa solo denaro e anche meno, rispetto al mercato virtuale».

Stiles annuì. «Hai qualche suggerimento su cosa comprare?»

«Qui i cavalli non si accoppiano, quindi non si riproducono, perché sono il nostro unico mezzo per spostarci su grandi distanze, quindi gli Osservatori hanno pensato bene di limitarli» commentò sarcastica. «Ti conviene comprare un cavallo e l’abilità di saperlo cavalcare».

Sospirando, Stiles cercò nel mercato virtuale la sezione dedicata al bestiame; poi sbuffo esasperato: c’erano decine e decine di specie fra cui scegliere. «Come cazzo faccio a sapere quale mi è più utile?!»

Marjorie roteò gli occhi, si alzò e andò alle sue spalle; cliccò al posto suo su una specie. «Questo qui costa poco ed è buono per viaggiare. Più in là magari te ne comprerai un altro. Ora puoi scegliere il colore del manto, il sesso e se dargli un nome».

Stiles deglutì a stento, perché non si poteva dire che non vedesse l’ora di ammazzare decine di animali, considerando come il cavallo più economico gli stava costando dieci uccisioni di animali.

Optò per un manto bruno con delle chiazze bianche agli zoccoli e sul muso; scelse che fosse un maschio e lo chiamò Roscoe come la sua jeep – che di certo doveva essere andata completamente distrutta. Sentì Marjorie sbuffare per il nome, ma non le prestò ascolto.

Non appena effettuato il pagamento, davanti a loro a mezz’aria ci fu una sorta di baluginio o interferenza: per qualche secondo in quel punto tutto sembrò disfarsi in una marea di pixel, che quando tornarono insieme composero magicamente il cavallo di Stiles, vivo.

E senza sella e senza briglie.

Stiles era esterrefatto. «Perché diavolo non ha una sella?»

Marjorie lo fissò scettica. «Credevi davvero che fosse compresa nel prezzo?»

Lui inspirò a fondo, spazientito. «No, mi sembra logico» borbottò, tornando a cliccare all’interno del mercato virtuale.

Una volta comprata tutta l’attrezzatura – che comparve all’istante sul cavallo – che gli costò quasi un quarto della somma che aveva ricevuto in dono, Marjorie lo invitò a comprare una borraccia, un coltello da caccia e una sacca di piccole dimensioni, dicendogli che presto si sarebbero recati a una fonte d’acqua per rinfrescarsi e che fino all’arrivo alla prossima contea lo avrebbero aiutato lei e Theodora a nutrirsi.

Alla fine, tutto quello che rimase a Stiles furono ottantatre monete d’argento e cinquantasei di bronzo.

L’abilità di cavalcare gli costò altre cinque uccisioni di animali, e Stiles cominciò a sentirsi grato a Marjorie: si chiese come se la cavassero gli Inseriti nuovi che non incontravano nessuno della Confraternita della Misericordia e che dal nulla, senza averlo mai fatto nella vita reale, dovevano uccidere con armi di fortuna degli animali.

Fare una cosa simile, e soprattutto guardare gli occhi di una creatura innocente prima di toglierle la vita, ti cambiava. Era diverso di comprare la carne a un supermercato. Chi li osservava indubbiamente puntava anche a questo, a vedere come reagivano a quelle uccisioni. Si sentì disgustato.

Theodora tornò da loro con gli altri due cavalli mentre Stiles montava in sella al suo.

«Non te l’ho ancora chiesto» esordì Marjorie con tono neutrale, salendo anche lei a cavallo, «ma… sei completamente umano? Non ti ho visto reagire in maniera inumana quando sei scappato da noi».

«Sì, umano al 100%» annuì. «Voi due?» chiese curioso.

«Siamo entrambe umane, ma Theodora ha il dono di saper spostare e maneggiare i metalli».

Stiles abbozzò un sorriso furbo e stupito. «Come Magneto?»

«Più o meno. È un tipo di strega» precisò. «Qui c’è qualsiasi tipo di creatura tu possa immaginare… e qualsiasi tipo di persona» concluse con tono cupo.

«Lo sospettavo» commentò sarcastico, cominciando a seguire le due a cavallo, stando al fianco di Marjorie. Theodora si stava mantenendo poco davanti a loro: sembrava essere concentrata sull’ambiente circostante, distante da loro.

Gli avevano detto che dopo la tappa al ruscello sarebbero andati alla contea più vicina per dargli un posto dove dormire per ora, e in tutta onestà Stiles si sentiva curioso di vedere com’era organizzata lì la civiltà.

«Ti hanno mandato qui con già una missione a carico?» gli domandò. «Alcune volte lo fanno, ma il conto alla rovescia per portare tutto a termine non scatta fino a quando per la prima volta non ti rifocilli: abbiamo stimato che è l’unico vantaggio che ti danno».

«Sì» si accigliò, «ma non mi hanno detto cosa».

Lei scrollò le spalle. «Lo scopriremo quando arriveremo al ruscello. Ti invieranno un messaggio nel tuo account».

«Quarant’anni sono tanti» osservò Stiles, «dubito che agli inizi tutto fosse strutturato come una sorta di MMORPG con realtà virtuale allegata».

«Te l’ho detto: hanno proceduto per tentativi ed errori. Grazie a quello che negli anni ha raccolto la Confraternita del Drago Scarlatto, sappiamo che al principio comunicavano con gli Inseriti facendo comparire scritte incise sui tronchi d’albero o su delle pietre» gli raccontò. «Poi man mano che la tecnologia si è evoluta hanno preso ispirazione dai videogiochi».

Stiles sapeva che la domanda che stava per fare era un po’ delicata, ma tuttavia non riuscì a esimersi dal porla. «Da quanto tempo sei qui?»

Marjorie sbuffò un sorriso sarcastico, e senza guardarlo si rimboccò fino al gomito la manica sinistra; gli mostrò l’interno dell’avambraccio, dove c’era tatuato un mese e un anno.

Era lì da nove anni.

Stiles boccheggiò. «Mi dispiace» le disse con tono incerto e roco.

Lei scosse la testa. «Mi sono sempre considerata ufficialmente morta a partire dal giorno in cui mi hanno comunicato che la mia condizione non era più reversibile. Ora attendo che il mio corpo si disfi da sé».

Lui si morse un labbro dalla rabbia e dalla frustrazione. «In quanti siamo qui dentro?»

Marjorie continuò a non guardarlo, fissando davanti a sé e sospirando. «Sei certo di essere pronto a volere una risposta? Perché è un tantino… stupefacente».

«Siamo quasi mille o giù di lì?» azzardò col cuore in gola.

Lei si voltò a guardarlo dritto negli occhi. «L’ultima volta che quelli del Drago Scarlatto hanno fatto un censimento eravamo poco più di tremila e duecento».

Stiles si immobilizzò e il suo cavallo si fermò. Non respirò per un lungo secondo, restando con gli occhi spalancati verso il terreno. Marjorie si fermò a qualche passo da lui, attendendo che si riprendesse.

Quando Stiles esortò Roscoe a camminare di nuovo, Marjorie riempì con le proprie parole il suo silenzio denso di sconvolgimento.

«Lo so» gli disse senza guardarlo, «ricordo anch’io quello che ho provato la prima volta che ho saputo in quanti eravamo. Ti chiedi come abbiano fatto a rapire così tante persone, e soprattutto capisci che se siamo in così tanti e nessuno si è accorto della nostra scomparsa, vuol dire che hanno coperto davvero bene le loro tracce, che i nostri cari ci credono davvero tutti morti. E che nessuno verrà mai a cercarci».

«Avete mai provato a cercare di svegliarvi?» domandò speranzoso.

Scosse la testa. «Esistono un paio di Confraternite che cercano di continuo soluzioni, ma ancora non hanno trovato niente. E di solito chi muore non torna mai a provare a liberarci, segno che quello che dicono nel manuale che ci forniscono è vero: se muori qui, muori proprio, è la loro regola».

Stiles aggrottò la fronte. «Come si muore qui? Oltre perché il proprio corpo non regge più, intendo».

«In genere in tre modi» e cominciò a elencare stendendo un dito della mano per ogni punto elencato. «Per ferita mortale, per infezione mortale o perché loro vogliono farti morire e quindi staccano la spina».

«E le malattie?»

«Solo quelle infettive, perché il contagio è una cosa che non sono ancora riusciti a riprodurre in questa realtà virtuale. E stessa cosa per i veleni: se il tuo corpo non ha mai sperimentato un veleno mortale – anche perché a quest’ora non saresti vivo – non riesce a riprodurre qui gli effetti di un simile avvelenamento, perché non ricorda com’è essere avvelenati. Quindi» e agitò le mani come se fossero i piatti di una bilancia, «qui puoi avere la polmonite e la febbre a quaranta, perfino la diarrea, ma puoi scopare quanto vuoi senza beccarti l’AIDS o sifilide!» concluse con trionfante sarcasmo. «Ovviamente, però, stiamo tutti trattenendo il fiato per il giorno in cui riusciranno a riprodurre qui anche il contagio».

«Mi sembra logico» le ribatté sul suo stesso tono. Poi divenne serio. «Ho sperimentato più volte il siero paralizzante di un kanima: pensi che mi ritornerà utile?»

«Uhm, credo di sì» ponderò ciondolando la testa. «Ci sono dei kanima da queste parti, li hanno Inseriti prima che trovassero un padrone, ma non si trovano in nessuna delle Contee Indipendenti».

«Buono a sapersi» ironizzò. Fu in quel momento che del rumore d’acqua catturò la sua attenzione.

Marjorie lo vide all’erta e fece un cenno in avanti col mento. «Siamo vicini».

Stiles proseguì con ansia quel poco di tratto che restava da fare: stava diventando estremamente consapevole della mancanza di risorse che c’era in quel posto, di come non ci fosse l’elettricità, l’acqua corrente o il necessario per mantenere il cibo inalterato. Se non avesse incontrato le ragazze non avrebbe nemmeno avuto il denaro necessario per portare con sé dell’acqua. Non avrebbe saputo nemmeno che fare.

Quando arrivarono al ruscello, per una seconda volta Stiles restò incantato dall’ambiente: tutto intorno era quasi interamente coperto di muschio, e il suo odore era forte nell’aria, e lungo le rive dove non c’era muschio c’erano grosse pietre grigie che sbucavano dal terreno; l’acqua era molto più limpida di quanto si aspettasse e il fondale era ciottoloso; gli alberi lì nei pressi erano molto rigogliosi e rendevano l’ambiente fresco e ricco di ombra. Sembrava davvero di essere dentro lo sfondo di una fiaba.

Lasciarono i cavalli ad abbeverarsi e pascolare, e si chinarono sulla riva del ruscello per bere e riempire ognuno la propria borraccia.

Lo stomaco di Stiles, però, in risposta all’acqua brontolò per la fame; lui fece una smorfia dall’imbarazzo.

«È solo naturale» lo rassicurò Marjorie, invitandolo con grandi cenni ad andare a sedersi accanto a lei sotto un albero, «tecnicamente non mangi da giorni. Vieni qua, spizzica qualcosa prima che ti vengano i crampi». Aprì la sacca che aveva con sé e ne prese più cose avvolte in strofinacci dall’aspetto pulito.

Erano pane e quella che sembrava della carne essiccata e salata.

«È roba buona» lo informò Marjorie, porgendogliene dei pezzi dopo averli tagliati. «La carne la teniamo da parte per quando durante il viaggio non riusciamo a cacciare: è aromatizzata con delle erbe che mascherano il suo odore agli animali predatori» s’indicò il naso, «così hanno una scusa in meno per attaccarci».

Stiles assentì masticando: la carne era dura e forse un po’ troppo salata per i suoi gusti, ma doveva essere una conseguenza che faceva parte del suo processo di mantenimento, e tutto sommato era buona. Non è che poi da quelle parti potesse pretendere chissà che roba da mangiare.

Marjorie lo fissò di sottecchi, sembrò sia sospettosa che dubbiosa. «Stiles… ricordi che ti ho detto che il tuo corpo percepisce solo quello che nella vita reale finora ha percepito, vero?»

«Sì» rispose perplesso, a bocca piena.

«Vale anche per il cibo: se ti sembra per esperienza o intuito che una cosa debba avere un certo sapore, secondo i tuoi sensi avrà quel determinato sapore» scandì con attenzione.

Stiles abbassò lo sguardo verso ciò che stava mangiando; deglutì a fatica. «Anche questo è buono a sapersi» borbottò. Poi sospirò stanco, provando a cambiare discorso. «Theodora non mangia con noi?»

Lei abbozzò un ghigno furbo e gli indicò con un cenno del mento di guardarsi alle spalle. «È impegnata a procurarci la cena».

Quando si voltò restò a lungo con la fronte aggrottata a osservare la scena che gli si parò davanti.

Theodora era accovacciata su una delle pietre più grosse che c’erano lungo la riva, e stava… pescando. In modo alternativo. Molto alternativo.

Stiles prima non lo aveva notato – era stato impegnato a notare altro – ma la giubba di Theodora all’altezza della vita aveva un sacco di buchi disposti lungo la circonferenza. Al momento, da ogni buco spuntava una catena di metallo che terminava con una sorta di punta di freccia molto appuntita; ogni catena si muoveva a mezz’aria e circondava Theodora come un amichevole serpente a sonagli ai suoi ordini. Erano cinque e ogni tanto una di loro scattava in acqua e riemergeva con pesce infilzato.

Marjorie sorrise divertita dell’espressione di Stiles. «Le porta nascoste sotto la divisa, avvolte attorno alla vita in modo lento. Sono quasi a tutti gli effetti i suoi animaletti domestici».

Stiles abbassò il tono della voce. «Se mi è lecito chiederlo… perché non parla

Lei sospirò diventando seria quanto dispiaciuta. «Ha fatto voto di non parlare più. Tutti noi qui abbiamo alle spalle delle vite particolari e delle esperienze particolari, dove "particolari" a volte è un eufemismo» sorrise sarcastica. «Ed è per questo che siamo stati selezionati dagli Osservatori, perché siamo particolari. Io sono fortunata, mi hanno preso solo perché la mia famiglia da decenni intreccia il proprio sangue con quello dei licantropi – pur essendo dei cacciatori abbiamo sempre avuto legami stretti con questa specie – ma Theodora… diciamo che gli Osservatori sono rimasti affascinati da tutt’altro tipo di dettaglio particolare della sua vita, rispetto al mio».

«Che dettaglio?» le domandò, perplesso quanto incuriosito.

Marjorie mandò giù l’ultimo boccone di pane, fissandolo negli occhi inespressiva. «E tu?» deviò il discorso. «Secondo te, per quale dettaglio sei stato scelto?»

Scrollò le spalle. «Il branco a cui appartengo è molto giovane e multi specie… forse perché il mio migliore amico è un Alpha Originale?» ipotizzò dubbioso.

Lei fece cenno di no con la testa. «Avrebbero preso lui, non te. E non penso che sia perché fai parte di un branco multi specie: qui ne abbiamo tanti come te. Tipo me».

«Non capisco cosa mai avranno visto di "speciale" in me, allora» sbuffò torcendo il naso.

Lei lo guardò come se stesse riflettendo sulle opzioni. «Sei capace di fare qualcosa di particolare? Ti è successo qualcosa di particolare?»

Stiles deglutì a stento. «Sono stato posseduto da uno spirito oscuro».

Lei sospirò come se nulla fosse. «Ok, allora abbiamo trovato il motivo per cui ti hanno preso».

Lui però ne fu scettico. «Come può essere l’essere stato posseduto una cosa più importante di essere un Alpha Originale?»

«Theodora è qui perché è stata posseduta» sottolineò. «Hai idea di quanto dal punto di vista psicologico possa essere intrigante osservare il comportamento di una persona sopravvissuta?» disse con una certa amara ironia. «Quello che vi è successo ha cambiato la vostra vita, l’ha capovolta e messa a soqquadro. Le vostre priorità, soprattutto, sono cambiate».

Stiles deglutì di nuovo a fatica. «Quindi mi pungoleranno di continuo per vedere come reagisco?»

«Può darsi» considerò atona, osservando Theodora con uno sguardo che trasudava senso di protezione. «O magari hanno in serbo per te qualcos’altro: dipende anche da che tipo di spirito sei stato posseduto».

«Era un trickster. Millenario» scandì a sguardo basso, serrando la mascella.

«Quello di Theodora era uno legato alla natura, pieno di vendette che non gli appartenevano. È una lunga storia» tagliò corto, agitando una mano e chiudendo così il discorso. «Il punto è che in genere loro si divertono molto a osservare il comportamento di gente come voi. Non abbiamo una precisa idea di cosa se ne fanno dei dati che raccolgono in questo caso specifico, ma scoprirai di non essere l’unico da queste parti ad avere avuto a che fare con spiriti oscuri».

«Magra consolazione» biascicò sarcastico.

Lei scrollò le spalle. «Forza, controlla se hai ricevuto della posta» lo esortò spiccia.

Stiles sospirò stanco e si preparò al peggio: cosa lo avrebbero costretto a fare gli Osservatori, tanto per cominciare?

"Sei stato Inserito insieme a un’altra persona che conosci. Dovete incontrarvi entro il secondo tramonto a partire da oggi, o entrambi verrete espulsi dall’Eden".

Basito, lesse il messaggio a voce alta.

«Vi vogliono insieme» ponderò Marjorie, riflettendo con sguardo vago mentre stendeva le gambe davanti a sé e incrociava le caviglie. «O pacchetto unico da due elementi, o niente».

Stiles si morse il labbro, frustrato. «Hanno preso Scott» sentenziò sicuro. «L’Alpha Originale di cui parlavo» chiarì, quando vide che lei lo stava fissando con aria interrogativa.

Marjorie scosse la testa. «Non esserne così tanto certo. Tu e lui siete minorenni?»

«Sì».

«E vivete ancora con i vostri genitori?»

«Sì».

«E quando ti hanno preso eri da solo?

«Sì».

«Allora non credo proprio. Eliminare così di colpo due minorenni a distanza ravvicinata avrebbe destato troppi sospetti» gli fece notare. «Per prendervi avrebbero dovuto inscenare due morti diverse nel giro di qualche settimana, e in più è risaputo che i genitori non si danno pace se un figlio muore giovane: avrebbero avuto alle calcagna troppa gente con la voglia di investigare e capire come potesse essere successa una cosa simile».

Stiles deglutì a stento pensando a suo padre. «Ma se non è una persona interna al branco…»

Marjorie aprì il proprio account personale, iniziò a muovere le dita come se stesse scorrendo una lista. «Sarà qualcuno di esterno: siete un branco di gente sovrannaturale, ne avrete incontrate di altre persone come voi nella vostra vita, no? Avranno preso qualche vostra conoscenza, rapendolo in modo diverso dal tuo» ipotizzò, con lo sguardo sullo schermo; aveva la fronte aggrottata, da come muoveva gli occhi doveva stare leggendo veloce qualcosa.

«Non capisco come possano pensare che sia facile trovare qualcuno, che non sai nemmeno chi è, in un posto in un cui non sei neanche mai stato!» sbottò Stiles, passandosi le mani sul volto. «Voglio dire, è…»

Si fermò sentendo il respiro mozzarsi in gola, perché se si parlava di rapire, conosceva qualcuno che era scomparso di recente…

«Derek…» mormorò, atono e incredulo.

Al suo fianco, Marjorie si sbatté forte una mano sulla coscia, trionfante. «Ah! Derek! Derek Hale! A circa una giornata di cammino da qui! Trovato!» Poi, non sentendolo aggiungere una sola parola, si voltò perplessa verso di lui. «È lui il Derek che hai appena nominato, giusto? Derek Hale» scandì bene.

Stiles boccheggiò sentendosi impallidire, non sapeva nemmeno cosa chiederle prima. «Da quanto tempo è qui? Come avete fatto a trovarlo?!»

Lei indicò con un cenno vago lo schermo. «Siobhán, una mia consorella, mi ha mandato un messaggio riportandomi l’Inserito che lei e Diego hanno trovato oggi, cioè questo Derek che a quanto pare conosci. Vedi» gli spiegò, «in questo periodo del mese noi della Misericordia pattugliamo in modo fitto la foresta, perché gli Osservatori rilasciano un sacco di Inseriti in questi giorni e di solito lo fanno sempre qui fra gli alberi… è per questo che io e Theodora ti abbiamo trovato, eravamo qui di proposito».

«È solo che non capisco… perché Derek?» borbottò incredulo.

Marjorie si accigliò. «E io non capisco perché stai reagendo così: questo Derek è una persona pericolosa? Se è così devi farcelo sapere: devo avvertire i miei confratelli e proteggere la mia gente».

Lui scosse la testa sorridendo isterico. «È brusco e fa scelte spesso avventate e sbagliate, ma è uno dei buoni, non uno dei cattivi».

«Allora che c’è?» incalzò un po’ spazientita.

«Derek finora ha avuto una vita di merda!»

«E dov’è la novità?» gesticolò indicando l’ambiente circostante. «Qui tutti abbiamo avuto o stiamo avendo una vita di merda» commentò pacata quanto convinta.

Stiles non smise di ridere isterico. «È solo che… non penso che Derek si meriti anche questo?» concluse incerto.

Lei scrollò le spalle. «Nessuno di noi si merita questo. Allora, com’è questo Derek? Di cosa devo avvisare Siobhán?» Le sue dita tornarono sullo schermo.

Stiles la fissò assottigliando lo sguardo, scettico. «Per caso Siobhán adesso sta interrogando Derek su di me come tu stai facendo con me su di lui?»

«Ovvio» gli rispose senza battere ciglio. «Dobbiamo confrontare le informazioni che ci date, verificare che persone siete: non vi conosciamo, siete appena arrivati qui, e noi dobbiamo proteggere la nostra gente» sottolineò decisa.

Stiles si passò una mano sulla fronte, stanco. «Comprensibile» sospirò. «Derek è più vecchio di me di circa sei-sette anni».

«E quanti anni hai tu di preciso?»

«Diciassette. Lui è uno degli unici tre elementi rimasti di un grande branco che per decenni ha vissuto nella mia città – Beacon Hills, California» proseguì a informarla. «Per un po’ è stato un alpha, poi il suo branco si è… disfatto» deglutì a fatica, scegliendo di fornire di proposito a Marjorie meno dettagli possibili, anche perché quelli erano fatti di Derek, non suoi, «e lui ha rinunciato al suo stato di alpha per guarire sua sorella minore, che stava morendo». Spero che quest’ultimo fatto riuscisse a colpire abbastanza Marjorie da convincerla che Derek non fosse un assassino. La vide inarcare un sopracciglio continuando a digitare quello che forse era il riassunto di ciò che le stava raccontando.

«È molto raro che un alpha sia disposto a rinunciare al proprio stato» commentò asciutta.

«Derek è una calamita per fatti rari e tragici» le replicò sullo stesso tono. La osservò leggere qualcosa. «Che dice Siobhán?»

Marjorie chiuse con un gesto secco il proprio account. «Derek le ha riferito pressappoco le stesse cose che tu ci hai detto su di te».

Stiles scrollò le spalle. «Io e Derek veniamo in pace, abbiamo già le nostre rogne».

Lei scrollò di nuovo le spalle. «Devo proteggere la mia gente» ribadì.

Lui roteò gli occhi. «Io e Derek non siamo dei serial killer psicopatici».

Marjorie gli rivolse un’occhiata scettica. «Chi ti dice che fra di noi non ci siano serial killer non psicopatici?»

Stiles di riflesso si strinse nelle spalle, indietreggiando inconsciamente contro un tronco d’albero. «Si può essere dei serial killer non psicopatici?»

Marjorie gli replicò sorridendo compiaciuta e cantilenando. «Qualcuno qui lo è».

«Beh, uhm» si schiarì la voce, notando di sottecchi come Theodora stesse sorridendo fra sé e sé – quasi ghignava. «Anch’io da posseduto ho ucciso delle persone. E non sono psicopatico».

«Robetta» sospirò stanca. «Non sai proprio con chi stai parlando».

Osservò Theodora radunare delle pietre e dei rami secchi, sembrò armeggiare per preparare un fuoco. «Già, non so proprio chi siete e dove sono di preciso» mugugnò.

Marjorie gli diede delle pacche consolatorie sul braccio. «Tranquillo, ragazzino: domani incontrerai il tuo Derek e poi potrete essere confusi in due. Sarà più divertente!» Non aiutò il fatto che il suo tono fu sarcastico.

Sospirò esausto delle proprie preoccupazioni e decise di svuotare per un po’ la mente guardando come Marjorie puliva i pesci mentre Theodora preparava una piccola pentola.

Il suo stomaco brontolò di nuovo per la fame. Beh, almeno una parte di lui era carica di aspettativa per qualcosa.