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The Sanremo Horror Glee Show - Volume 0

Chapter Text

 

Entrano nel suo ufficio che la riunione è finita da un quarto d’ora e la loro chiacchierata è durata meno a lungo del previsto.

Ermal non fa in tempo ad accendere le luci, ma riesce almeno a chiudersi dietro la porta. Prima che Fabrizio ce lo sbatta contro, baciandolo come se non avesse fatto né desiderato altro nella vita.

L’aria gli manca, gli gira la testa. Ermal si tiene avvinghiato allo stupido maglione verdastro che Fabrizio indossa, standogli aggrappato come se ne andasse della sua vita. L’ultima volta che gliel’ha visto addosso, Fabrizio era con un piede su un autobus, e gli aveva lasciato la sua chitarra. Che Ermal aveva prontamente fatto sparire, non sopportandone la vista. Da allora non ha più ascoltato cantautorato. E adesso ha fatto svanire tutti i suoi propositi, leggeri come semi di tarassaco. E per cosa?

«Non ti ho mai dimenticato», gli soffia Fabrizio all’orecchio, sulle labbra, sul collo, tra un bacio e l’altro, tra un’ustione e l’altra da cui Ermal non desidera altro che farsi sciogliere. «Mai. Non t’ho dimenticato mai.»

Gli sfila via quel maledetto maglione. Un ricordo doloroso in meno. Si lascia spogliare della camicia, e mentre Fabrizio lo fa, gli sente tremare le mani.

Hai paura? Allora non sono il solo…

Lo attira a sé per riprendere quella cascata di baci, lava che aspettava di sgorgare da troppo tempo. Ed è meraviglioso, lasciarsi andare così. Quasi fossero ancora quei ragazzini che si nascondevano in un’aula dismessa.

Fabrizio rinuncia a sciogliergli il cravattino, usandolo piuttosto come guinzaglio per tirarselo dietro, e cadere entrambi sul divanetto.

Un pensiero più urgente frena la voglia di Ermal di fargliela pagare. «Un secondo», gli mormora a fior di labbra, prima di alzarsi e nascondere il sorrisetto per la sua faccia sorpresa e un po’ delusa. Va alla sua scrivania, al cassetto di cui nasconde la chiave sotto il blocco dei post-it.

Fabrizio stringe gli occhi, probabilmente per mettere a fuoco cosa Ermal stia stringendo in mano. E ride. «Fare pure il prof di educazione sessuale ha i suoi vantaggi, eh?»

«Sì, se sai usarli», gli concede Ermal, e gli lancia noncurante il profilattico.

Il resto dei vestiti viene via con nettamente più calma. E baci molto più lenti.

Ermal fa sdraiare Fabrizio su quel divanetto scomodo, respingendo con tutte le sue forze i ricordi delle battute stupide dei suoi alunni, il banale cliché di un amplesso nello studio dello psicologo della scuola.

Fabrizio lo abbraccia, ed è un nido caldo e morbido da cui Ermal vorrebbe non uscire più. Sente le sue dita percorrergli la schiena, e rabbrividisce, inghiottendo sospiri.

Gli è mancato. Così tanto da provare un sollievo dolcissimo.

Delle sue scarse lezioni sull’argomento riproduzione, i suoi alunni si annoiano a sentir parlare di consenso, malattie trasmissibili e contraccettivi. Vogliono sapere il come si fa, il cosa si prova, tutte cose che i porno usa-e-getta e le storielle da carta straccia non ti insegnano. Ma, anche se volesse, Ermal non riuscirebbe a spiegare cosa si prova. In questo momento, sa solo che è perfetto. Che è come trovarsi in bilico sul precipizio più in alto del mondo, finché non avrà trovato il coraggio di buttarsi.

Nel suo abbraccio, Fabrizio gli mormora una sola altra cosa. «Ti sei scopato pure lei, alla fine?»

Ermal sbatte gli occhi, neanche si fosse appena svegliato da un lunghissimo sonno. «Lei chi?»

Fabrizio sorride, e le labbra di Ermal si curvano di loro spontanea volontà. Ha sentito ciò che voleva sentire. Adesso è ora di buttarsi in quel precipizio. In un gorgo che gli cattura e li mischia fino a non sapere, sentire più la differenza tra lui e l’altro. Ed è perfetto.

Riprendono fiato ancora abbracciati, sfiniti, col sudore che inizia a gelare loro la pelle.

«Bizio...» La voce di Ermal è un sussurro arrochito. Gli fa male la gola. Ma non gli importa se qualche bidello ritardatario lo abbia sentito gridare.

Fabrizio gli stampa un bacetto in fronte, tra i ricci sformati, prima di rispondergli. «Dimmi.»

«Te l’ho detto che nel mio ufficio ci sono le telecamere?»