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The Sanremo Horror Glee Show - Volume 0

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Niccolò non è un grande fan del calcio – o meglio, lo è in funzione dei derby e dei mondiali.

Quindi non avrebbe ragione di gironzolare nel cortile della scuola, approfittando di un’ora buca, diretto al campetto, giusto?

La squadra del liceo si sta allenando. E lo spilungone dal naso lungo, lo stronzo che gli ha fregato il posto di capoclasse ed ha avuto la somma sfortuna di iscriversi al suo stesso corso di canto, è in posizione sulla linea di tiro per calciare un rigore.

Niccolò si avvicina alle panchine, curioso solo per scacciare la noia. L’aula di canto è chiusa a chiave, e non è potuto intrufolarsi a prendere la chitarra che il professor Moro ha lasciato lì dentro. E Niccolò non ha nessuna voglia di tener dietro a quello di cui blaterano i suoi compagni di classe, tra classifiche di un fantacalcio cui lui non partecipa e puntate di talent show che gli hanno francamente rotto le palle.

C’è una ragazza, seduta alle panchine – no, correzione: è un ragazzo, l’occhialuto col caschetto biondo alla Carrà. Non si è espresso granché a lezione di canto, se non per lamentarsi del fatto che non vanno d’accordo, ma erano tutti concordi su questo punto, e dunque Niccolò non l’ha ancora inquadrato come irritante.

Si siede accanto a lui. «Chi sta vincendo?», gli chiede.

Quello fa spallucce.

Lo spilungone calcia la palla, la spedisce dritta nell’angolo della rete che si gonfia, e il biondino cogli occhiali si anima all’improvviso, alzandosi in piedi, battendo le mani e lasciandosi persino andare a un fischio.

E Niccolò inizia a farsi due conti. «Ti piace il calcio?»

«No», gli risponde quello, tornando a sedersi.

«Manco a me», replica Niccolò. Che non si è lasciato sfuggire il mezzo sorriso che lo spilungone ha rivolto alle panchine mentre tornava in gioco.

Però ti piace lui… «So’ venuto qua perché in classe c’è casino», aggiunge, senza un motivo preciso.

«Io perché non sopporto i miei compagni», replica l’occhialuto, ma la sua erre moscia incrina il contegno che vuole imprimere alla sua voce.

Niccolò, inaspettatamente, sorride. Ha appena deciso che quel tizio gli è simpatico.

«Mi chiamo Niccolò», gli dice, offrendogli una mano.

L’occhialuto la stringe. «Bilal», risponde, ricambiando anche il sorriso.

Si rimettono a guardare la partita.

«Bilal?»

«Sì?»

«Posso chiamarti Billy?»

«Assolutamente no.»