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Say Goodbye Hollywood

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A volte si rifugiavano nella soffitta comune del palazzo, dove Fabrizio teneva nascosta la sua chitarra ed Ermal la sua voce. Soltanto lassù, lontani dai pianti e dalle grida e dai piatti che volavano, si sentiva libero di cantare. Era il suo momento preferito della giornata, quelle volte in cui poteva accadere. Quando loro madre era troppo stremata per non far altro che dormire, o era finalmente sobria e usciva a lavorare. Fabrizio strimpellava, ed Ermal provava a cantare; a volte cercava di convincere suo fratello a cantare con lui, ma non sempre ci riusciva. Un peccato.

La musica era il filo che li univa, più del loro continuo deteriorarsi in quella vita. Ed Ermal sperava non fosse così sottile come sembrava: suo fratello sorrideva solo quando lo accompagnava alla chitarra, o canticchiava sommessamente una delle loro canzoni mai finite; di giorno era sempre corrucciato, arrabbiato col mondo – con lui? – o troppo impegnato a combatterlo, e di notte, per quanto il sonno lo facesse sembrare sereno, Ermal riusciva comunque a distinguere sul suo volto le leggere rughette di quei tormenti che non lo lasciavano andare neanche mentre dormiva. Le vedeva bene, scostandogli appena i capelli dagli occhi. Fili sottili, come la ragnatela che Ermal pensava li tenesse uniti, lui e Fabrizio. Erano fratelli, condividevano lo stesso odio da parte della stessa madre, la stessa vita schifosa in un vicolo cieco. Cosa avrebbe potuto cambiare le cose?

Nulla, si rispondeva Ermal. Sentendosi in colpa per trovare rassicurante quel pensiero. Se Fabrizio se ne fosse andato come desiderava, tutti i fili che li avevano tenuti uniti da sempre si sarebbero spezzati uno ad uno, ed anche la musica avrebbe smesso di essere un’effimera rete di salvataggio.

Ermal avrebbe voluto andare con lui.

Egoista, si diceva, i pianti di sua madre di nuovo nelle orecchie. E poi, Fabrizio non l’avrebbe neppure voluto con sé. Sarebbe stato una palla al piede. Era un filo sporgente dalla cucitura di una manica, che suo fratello non avrebbe potuto strapparsi via senza conseguenze, senza sfilacciare l’intero tessuto.

Era confortante, quel pensiero.

Ma Fabrizio avrebbe potuto reciderlo con le forbici affilate di una fuga segreta, nella notte, come un ladro, e questo pensiero bastava a gettare Ermal nel panico, e a farlo stringere al fratello che seguitava a dormire, disperando di avere realmente dei fili resistenti a tenerli cuciti l’uno all’altro.