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Say Goodbye Hollywood

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Di tutte le cose che lo aiutavano a fuggire dalla sua grigia realtà – girovagare per la città senza meta; le prime sigarette rubate ai compagni di classe; il liquore allungato che rubacchiava a sua madre, facendo attenzione a non sottrarne troppo, o l’avrebbe scoperto e chiuso in casa per punizione, o lanciato contro la bottiglia alla peggio – la musica era ciò che ancorava Fabrizio al marciapiede freddo e sporco che era casa sua. Era la cera con cui si tappava le orecchie per non sentire i suoi stessi pianti, che colava negli interstizi da riparare, anche se era un fragilissimo palliativo, e lui lo sapeva.

Un paio di cuffie e una playlist scaricata illegalmente, e per qualche minuto – od ora – Fabrizio poteva chiudere gli occhi e fingere che fosse tutto a posto. Che sua madre non esistesse, che la sua vita fosse migliore di così, e che suo fratello non lo odiasse per essere così debole. Fabrizio glielo leggeva in ogni sguardo che gli lanciava sopra i deliri di loro madre, prima che lei tirasse la corda e Fabrizio fosse costretto ad uscire in strada per non beccarsi un altro occhio nero; Ermal non poteva essere ancora a lungo l’unico a tenere assieme i cocci della loro disperata situazione.

E per quanto Fabrizio desiderasse portarlo via da lì, che avrebbe potuto farci?

Erano ragazzini in un mondo spaventosamente troppo grande. E quel loro resistere era solo cera a tenere assieme quei cocci. E, come tale, destinata a sciogliersi.

Perciò Fabrizio si tappava le orecchie, ogni volta che poteva; accendeva la musica e si metteva a sognare, perché era tutto ciò che aveva in tasca e perché, in un’illusione tenace come la gramigna, in un futuro lontano e impossibile quella stessa musica sarebbe potuta essere la loro via d’uscita.

Ma erano ancora incollati al presente, e da qualcosa – all’apparenza – ben più saldo della cera.

C’era l’affitto da pagare, la scuola, una madre a cui tutto sommato badare per evitare di attirarsi domande dai vicini, dai passanti, e la minaccia degli assistenti sociali che avrebbero potuto dividerli. Non avevano neanche quindici anni. Pensare di fare i vagabondi era impossibile. Suo fratello era troppo caparbio per sopravvivere in strada. E lui troppo debole per poterlo proteggere.

Così andavano avanti in rottura continua, sperando che la cera con cui tenevano insieme i cocci della loro realtà avesse resistito un altro poco, almeno fino al giorno seguente.