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Say Goodbye Hollywood

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Sua madre lanciò via la bottiglia di vino. Finì contro il muro, vetri che schizzarono ovunque, una macchia rossastra enorme a colare sulla parete.

«Vattene! Lasciaci in pace!»

Fabrizio era indietreggiato; era lui che sua madre aveva cercato di colpire.

«Sei ubriaca», le disse, una mera constatazione. «Di nuovo.»

Sua madre scoppiò a piangere, china sul tavolo ingombro di robaccia. Sarebbe stata questione di secondi prima che si fiondasse ad abbracciare Ermal. Odiava entrambi, ma era sempre il figlio minore che andava a consolare.

Ermal era fermo sulla sedia, una statua di sale, irrigidite persino le dita con cui stringeva ancora la penna. Stava finendo i compiti, quando sua madre era impazzita. Non una rarità, a casa loro.

Fabrizio voleva portarlo via. Tirarlo per un braccio, spingerlo fuori di casa e trascinare entrambi via da quel posto che puzzava di chiuso, di tristezza e adesso anche di vino scadente. Ma non ebbe le forze di farlo. Come sempre.

Era coraggioso soltanto in sogno. Coraggioso abbastanza da voltare le spalle a sua madre, abbandonandola una volta e per tutte nella sua miseria e nella sua rabbia ingiusta.

Nella realtà, Fabrizio la amava ancora da non riuscire a toglierle per sempre l’unica persona cui lei dimostrava ancora un po’ d’amore.

«Gli assomigli così tanto.»

Ma era con disprezzo che sua madre gli rivolgeva quelle parole. Suo padre li aveva abbandonati entrambi in mezzo alla strada, non appena lei gli aveva detto di essere incinta. E di non sapere se fosse figlio suo. Il padre di Ermal, invece, l’aveva amata, anche solo per un poco. Per questo, sua madre s’addolciva nel rivolgergli quelle parole che Fabrizio aveva imparato a odiare. Assieme a un padre dal volto ignoto, ma che senza ombra di dubbio poteva rivedere nel proprio.

Ed Ermal era più gentile di lui. Meno debole di lui. E non aveva, già da bambino, il volto di uno che dalla vita è stato preso a calci. Con occhi che parevano voler sbranare ogni gesto d’affetto o gentilezza. Forse era per la sua faccia, pensava Fabrizio, che sua madre lo odiava, e lui la odiava a sua volta. Avrebbe poi pianto da solo, nascosto da qualche parte dove né lei, né suo fratello lo avrebbero trovato.

Ma Ermal, incurante dei singhiozzi di loro madre, lo stava guardando.

Suo fratello aveva sempre avuto due occhi infiniti, simili a specchi d’acqua profonda o pozzi bui e senza fine. Che chissà quale mostruosità potevano celare. Fabrizio era sempre stato l’unico in grado di leggervi dentro.

Resta, gli stavano dicendo. Aiutami, lo avrebbero supplicato – Ermal non supplicava mai, né quando a scuola gli tiravano i capelli, perché come quelli di una femmina, perché sua madre era un’operaia ubriacona; né quando loro madre era così presa dai fumi del vino che finiva per picchiare anche lui.

Fabrizio lo capì senza che gli dicesse nulla. Era sempre stato così, tra loro due. Ed era inquietante.

Invece se ne andò in camera sua, calpestando schegge di vetro e lo sterile dolore di sua madre.