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Rose rosse per te

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Ermal ha iniziato a scoprire qualcosa in più su Fabrizio non facendo domande in giro, ma ascoltando. In questo modo, ha evitato che facessero domande a lui e che venisse a galla il motivo per cui si era rifugiato all’istituto. Forse quel posto era una prigione volontaria anche per Fabrizio.

Era sempre stato il giardiniere dell’istituto, e un tempo il cortile era persino rigoglioso ed accogliente. Negli anni si è poi ridotto allo stato attuale, un deserto di aiuole da cimitero e querce come lapidi, con solo quei brandelli di rose a rendere l’atmosfera meno lugubre – anche se non nell’opinione di Ermal.

Ad ogni modo, Fabrizio era parte integrante di quell’istituto quanto le sue pareti color sangue e il suo giardino; era lì da sempre, nessuno sapeva esattamente da quanto: era praticamente diventato uomo tra quelle mura e il cancello che le divideva dal resto del mondo, e probabilmente era malato della stessa ragione per cui le sue rose erano vizze e scolorite. Altrimenti, non avrebbe avuto motivo di rimanere. Nessuno voleva restare all’istituto più del dovuto, nonostante finissero per nascondervisi come topi nei buchi di una soffitta.

Ermal, però, era convinto che Fabrizio non fosse malato. Non aveva ombre perché non era come nessun altro lì all’istituto.

E ad Ermal piaceva stare in sua compagnia, coi suoi disegni sottobraccio e le erbe infestanti che Fabrizio, invano, cercava di estirpare. Ma quelle si ripresentavano giorno dopo giorno, proprio come i suoi incubi.

Finché Ermal non si accorgeva di quanto il sorriso gentile di Fabrizio fosse in realtà incrinato, e allora provava lo stesso desiderio di fuggire come quando sognava.

Ma non era per paura.

Ermal aveva scorto una tristezza così profonda solo nel proprio sguardo, prima che cessasse di incrociare il suo riflesso negli specchi.

E non riusciva a non pensare che quel dolore nascosto fosse la ragione per cui Fabrizio restasse trapiantato all’istituto, come le sue rose malate. E come esse, fosse altrettanto caparbio nel non darla vinta all’inevitabile, nel non lasciarsi divorare anche lui da quelle ombre che permeavano ogni cosa, persino quelle briciole di serenità che Ermal aveva appena iniziato a provare.

Ma non riusciva a trovare il coraggio di chiedergli se fosse vera l’una o l’altra cosa. Scappava sempre, Ermal, prima di aprirsi un poco di più a quelle loro chiacchiere innocenti, quasi fosse una di quelle corolle indebolite dal freddo e quindi paurose perfino del calore del sole.

Fabrizio stonava, lì in mezzo; non era un fantasma pallido come tutti loro, scolorito come le rose bianche che aveva tentato di trapiantare in un terreno più accogliente, ma la sua pelle era bruna come quella di chi avesse visto il sole e la felicità almeno una volta in vita sua. Colpiva l’occhio come il rosso delle rose piantate alla cancellata. E spaventava Ermal, più che per l’assenza di ombre sotto i suoi piedi, per la possibilità che il ragazzo che sognava continuamente potesse essere proprio lui.