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Rose rosse per te

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Quelle rose bianche erano vecchie, malate: i boccioli esposti al freddo perenne di quel cortile avevano già iniziato a raggrinzirsi, e quei pochi petali che avevano avuto il coraggio di aprirsi erano venati da striature come la pelle di un vecchio macchiata dall’età.

Eppure, Fabrizio si prendeva cura anche di quelle.

Ermal aveva trovato il coraggio di parlargli uno o due giorni dopo la sua fuga in biblioteca, per chiedergli perché proprio le rose. Perché non ci fosse altro fiore o arbusto nelle aiuole di quel giardino.

Fabrizio gli aveva risposto che non lo sapeva, che lui era soltanto il giardiniere dell’istituto, e che forse aveva qualcosa a che fare con la simmetria dei loro petali. E gli aveva sorriso, come un uomo sorriderebbe a un ragazzino problematico – ma era sincero, lui, ed Ermal capì perché fosse l’unico a non gettare lunghe ombre come qualunque cosa in quel posto dannato.

I suoi occhi – erano la prima fonte di luce che Ermal vedeva da che si era andato a rinchiudere in quella gabbia. Ed erano spaventosi, proprio perché stridevano con la cupezza ovattata di tutto il resto che li circondava.

Eppure, Ermal sentiva che gli piacevano, quegli occhi. Avevano qualcosa di rassicurante forse proprio perché non erano morti come qualunque altra cosa in quel posto. Lui compreso – ancora vivo, solo perché in attesa dell’ultimo respiro.

Ma Fabrizio non vedeva nulla di morto, in quel posto: né i suoi abitanti, né quei fiori. Di cui continuava a prendersi cura, nonostante attecchissero alla terra umida soltanto per sfiorire e morire. Proprio come i ragazzi che andavano a rinchiudersi in quell’istituto.

«Non mi fanno pena», disse a Ermal, credendo che pensasse questo di lui.

Fabrizio aveva una visione tutta sua del mondo.

«Anche una rosa malata può continuare a fiorire.»

E il loro profumo, nonostante i petali avvizziti, era fresco e persistente.

Ermal, in un certo senso, capì.

Vedere la bellezza laddove c’erano crepe. Il riflesso della luce sui cocci di bottiglia. L’odore delle rose in boccioli prossimi a marcire. Era poetico, era ammaliante. E distorto.

Fabrizio strideva, in un posto come quello. Ma Ermal non glielo disse.

Non gli disse più nulla, per un po’. Temeva che Fabrizio si sarebbe stancato di lui e delle sue sciocche domande, e che sarebbe quindi sparito. O peggio.

Avrebbe finito per entrare nei suoi incubi, e se così fosse stato, Ermal sentiva che non sarebbe mai riuscito a guarire.