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Rose rosse per te

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L’istituto era una grande villa d’altri tempi riadattata per ospitare lo studentato e il personale che se ne sarebbe preso cura. Ma, per quanto enorme, le antichità che colmavano ogni angolo e le pareti rivestite dal colore del sangue rendevano quell’ambiente di riposo e raccoglimento in realtà cupo ed opprimente.

Le lunghe e pesanti tende erano quasi sempre tirate davanti alle finestre: troppa luce innervosiva gli studenti – i pazienti, in realtà – più sensibili; eppure, non una sola volta il sole s’era azzardato a bucare la coperta di nuvole che pareva perennemente distesa sopra quel posto sperduto, quasi a volerlo celare dal resto del mondo, persino dal cielo.

Non c’era luce, lì. Soltanto una continua ombra soffusa che permeava tutto quanto. Ed Ermal non si sentiva né più riposato, né più al sicuro di quanto non lo fosse normalmente.

Anche nella sua stanza c’erano quei lunghi tendaggi alle finestre, così spessi e pesanti che gli facevano passare ogni voglia di scostarli anche solo un poco per far passare un filo di luce in più, o per sbirciare fuori in cortile. Ermal non le scostava comunque, per timore di scoprire che quel rosso che lo aveva accolto al suo arrivo era realmente di quei fiori che ossessionavano i suoi sogni.

I professori non lo sforzavano ad uscire all’aria aperta, anche se Ermal sospettava l’avrebbero fatto presto.

Aveva iniziato a prendere l’abitudine di rintanarsi in una delle poltrone color vinaccia della biblioteca antica. Celato dagli alti scaffali e dalle ombre che essi stendevano, protettivi e silenti, Ermal cercava di trasferire almeno su carta le sue visioni, un disegno impreciso dopo l’altro, nel vano tentativo di cogliere un qualche significato a lui ancora ignoto, o anche soltanto di liberarsi un poco di quel peso.

 

Qualcuno aveva lasciato il portone aperto, ed entrarono gli effluvi della terra umida e un debolissimo sentore di fiori.

Ermal abbandonò la matita e il suo blocco da disegno.

Come in un raptus, corse via dalla biblioteca, improvvisamente desideroso di una boccata d’aria che non fosse di polvere e semibuio.

Il cielo era immancabilmente nuvoloso, l’aria fredda e gravida d’ozono: avrebbe piovuto in serata, Ermal ne era certo. Stringendosi nel suo maglioncino, si incamminò lentamente, come a tentativi, quasi avesse dimenticato come mettere un piede avanti all’altro o che il terreno su cui li poggiava fosse solido e sicuro.

Il bosco oltre il cancello, nonostante l’assenza di sole, riusciva ad allungare la sua ombra fin quasi in cortile, sfiorando le fontane di pietra senz’acqua, le querce e le aiuole, queste ultime prive di alcun fiore.

Ermal si guardò intorno, tutt’a un tratto preso dall’affanno. Non c’erano fiori. Eppure, quel profumo persisteva ancora.

Prese a costeggiare le mura della scuola, la ghiaia che scricchiolava sotto i suoi passi.

In fondo al cortile, c’era un vecchio capanno che Ermal non aveva visto prima. Poteva anche essere apparso sul momento.

Un uomo, di spalle, capelli scarmigliati e in maniche di camicia, stava scavando nel terreno per trapiantare dei germogli in boccio.

Rose bianche. Il loro profumo, benché non ancora aperte, era stordente.

Ermal non perse tempo a chiedere all’uomo chi fosse, né perché le sue braccia – scoperte dalla camicia, arrotolata fin sopra i gomiti – non fossero pallide come la pelle di chiunque nell’istituto, lui compreso; corse di nuovo dentro, ché un particolare lo aveva reso seppure più inquieto: quell’uomo non aveva un’ombra.