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Rose rosse per te

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«Non ricordo altro», ammise Ermal. Come se fosse la memoria il suo problema.

Sempre lo stesso sogno, mai un differente scenario.

Una ragazza dai capelli neri.

Un ragazzo dalla pelle bruna.

E rose che non potevano nascere senza spine.

A volte Ermal seguiva la ragazza, a volte era la ragazza stessa.

Che poneva quella domanda, ed otteneva sempre la stessa risposta.

E poi Ermal si svegliava.

«Non è una questione di ciò che ricordi», aveva sentenziato il suo psicologo, prima di depennare i sonniferi dalla sua scheda medica.

«Ma non sarebbe normale fare sogni diversi, invece?»

Uscirò pazzo, era la paura di Ermal. La sua domanda inespressa. Lo psicologo gli sorrideva bonario, gli parlava dei sogni e di quanto sfuggissero alla logica, ma Ermal sapeva che si sbagliava. Non riusciva più a sopportare il profumo delle rose, d’altro canto. Non era già un segno, quello? La memoria del sogno, e tutte quelle robe. L’inconscio che bussa, avvertimenti dal profondo, istinto, tutto quello che la razionalità tiene celato sotto il tappeto quando da svegli. Forse Ermal stava ricordando qualcosa del suo passato. Ma era certo di non aver mai incontrato quei due ragazzi. Neanche prima che la sua casa finisse in fiamme.

«Se può farti stare tranquillo», gli disse lo psicologo, scribacchiando qualcosa nell’angolo del suo blocco di appunti.

Un indirizzo. Di una scuola, e non di un istituto per malati mentali.

«Hai solo bisogno di riposo, Ermal. La grande città non può dartene.»

Come se ficcarsi tra quattro mura impolverate di gesso e tutti quei busti di marmo di presidi e fondatori avrebbe potuto dare una regolata al suo cervello.

«La memoria, a volte, gioca brutti scherzi. E quello che crediamo di ricordare, è semplicemente un'immagine scelta a caso da un cervello ormai al limite.»

Scelta. Ermal non ne era sicuro. Perché mai la sua memoria avrebbe sezionato giusto un episodio che lui ricorda non fosse mai avvenuto?

Ma era stanco. Quello, sì. Tanto da accettare quell’indirizzo, e il suo trasloco l’indomani, come ultima spiaggia. Piuttosto che continuare ad annaspare in un ricordo non suo.

 

Arrivò all’istituto sotto una pioggerellina fine e un cielo di metallo. L’odore della terra non aiutò i suoi nervi a distendersi. Mentre attendeva di essere ricevuto al cancello, Ermal intravide qualcosa tra le sbarre di ferro, oltre la cancellata. Qualcosa di rosso.

Distolse lo sguardo, ma non abbastanza in fretta. E la voce di quella ragazza tornò a risuonargli nelle orecchie.

Erano cespugli di rose. Impossibile sbagliarsi.

L’attendente arrivò ad aprire il cancello, e fu come se le gambe di Ermal si mossero di loro volontà. In avanti. E senza fermarsi a controllare se quel rosso fosse realmente delle rose.