Actions

Work Header

Chapter Text

Tea ricordava l’effetto che le aveva fatto scoprire gli anelli ai capezzoli di Elia. 

«Non credo tu li abbia messi lì solo per estetica» gli aveva detto, mentre la sua mente partiva per la tangente.

«Se fai la brava, ti permetto di giocarci» era stata la risposta di lui, ma era mancata la solita convinzione dietro la nota di sfida. 

Tempo dopo Tea aveva capito perché. 

Se per lei rispondere alle provocazioni di Elia era come scacciare una mosca fastidiosa, per lui era come riaffermare a se stesso quella certezza che aveva avuto per lungo tempo: Elia Gastaldo era un Dom e non si sarebbe inginocchiato davanti a nessuno.

Peccato che, quando aveva definito quella massima, non avesse ancora incontrato lei. 

A parte le loro dispute verbali dei primi tempi, Tea era fiera che lui avesse deciso di inginocchiarsi proprio per lei. Non era stata un’impresa semplice, per quanto lei non avesse vacillato un attimo, né avesse mai dubitato le proprie inclinazioni. Le aveva soffocate abbastanza a lungo da sapere di non poter richiudere più il vaso di Pandora: lo aveva scoperchiato quando aveva chiesto al primo slave di rivolgersi a lei come “mia Regina”.

Però aveva capito da subito le esitazioni di Elia, per questo lo rispettava.

E anche per questo, quando dal gioielliere le cadde l’occhio su due anellini d’oro ebbe un’idea e la commissionò seduta stante.

Due settimane dopo, entrò nel negozio di moto di Elia, un pacchettino nella borsa, i tacchi che ticchettavano sul pavimento in graniglia. 

«Buongiorno, è qui per una moto?» la salutò lui da dietro il tavolo, un sorriso divertito che tirava agli angoli della bocca. 

Impossibile non notare la barba di un giorno che gli copriva il mento.

«Ti sei svegliato pigro oggi, per presentarti con tanta sciatteria?»

Elia si alzò e aggirò il tavolo, agganciando i pollici nei passanti dei jeans neri. «Pensavo di farmela per stasera, così da essere liscio come il sedere di un bambino».

«Ugh, non parlarmi di bambini». 

Gli porse la mano e lui la prese nella sua, tatuata fino alle falangi su cui c’era scritto “RIDE” –accompagnato da “HARD” sulla sinistra. Era un gran tamarro. Ma quei tatuaggi e quelli che gli ricoprivano le braccia smuovevano sempre qualcosa in lei.

Elia le baciò il dorso, e la barba le graffiò con gentilezza la pelle. «Un giorno mi farai compagnia come babysitter delle mie nipoti e vedrai come sarai ancora più convinta a evitarli».

Tea rise piano e, approfittandone per sfilare la mano dalla sua, gli portò i capelli dietro un orecchio. 

«Non sono qui solo per il tuo finissimo senso dell’umorismo» gli disse e infilò la mano nella borsa, per poi estrarne il cofanetto. «Ho qualcosa per il mio cavaliere preferito».

Elia lo prese, lanciandole un’occhiata fugace. «Sono il tuo unico cavaliere».

«Certo, ma potevi anche non essere il mio preferito».

Con un sorriso sulle labbra, lui aprì il cofanetto e inarcò le sopracciglia.

«Non sono certo di cosa sto vedendo».

Fu la volta di Tea di sorridere. Gli posò una mano sulla spalla sinistra, il pollice vicino alla O di “DOMINA” tatuato appena sul petto, sotto le clavicole. La canotta nera che indossava lasciava intravedere la parte superiore della scritta.

«Un pensierino» gli disse e lasciò scivolare la mano sul pettorale tonico, fino a incontrare l’anellino infilato nell’areola. «Per stasera».

«Mai visto piercing d’oro in vita mia».

«Ovvio che no. Quelli li ho fatti fare su misura».

Elia la guardò, con un’intensità e una fame tali che Tea ebbe la conferma di aver avuto l’idea giusta. 

Voleva quasi baciarlo. 

Ma quella tensione tra loro era così palpabile, che era meglio lasciarla crescere e ingrossarsi ancora. Dopotutto, aveva passato i giorni migliori della sua vita quando avevano lasciato esplodere anni di tensione. 

Poteva pazientare ancora qualche ora.

«Potrei dire che non so come ringraziarti, ma mentirei» disse lui, la voce arrochita.

Tea mosse un passo indietro, prima di fare qualche gesto inconsulto.

«Non temere. Ti farò sapere in dettaglio come ringraziarmi.

«Stasera».