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La prima volta che Tea si imbatté in Stella, era andata in visita allo studio di Vito. Anche quella era stata una prima volta, ma Tea stava cercando di accontentare padre.

«Non trattarlo con tanta freddezza, altrimenti finirà per rivolgere il suo sguardo altrove e un’altra più sveglia di te se lo prende» le aveva detto, dopo un pranzo della domenica in cui c’era stato anche Vito, con le sue mani fastidiose e i suoi modi di trattarla come se lei fosse un pezzo di carne.

Tea non vedeva nulla di male nel lasciarlo a qualcun’altra, ma figurarsi se Ferraris senior voleva sentire qualcosa di simile. Gli faceva comodo avere un avvocato –figlio di avvocati, nipote di avvocati– in famiglia, come gli faceva comodo avere dei domestici e guardie del corpo. 

Non che avessero problemi a pagarne uno, ma un avvocato in famiglia poteva essere utile “per ogni eventualità”. Soprattutto se veniva anche lui da una famiglia bene di Torino. Tra simili ci si capiva, secondo padre.

Così, memore dei discorsi di altre donne alla club house de Le Querce, aveva pensato di fargli una visita a sorpresa in studio. E alla fine era rimasta sorpresa lei dal marmo dei pavimenti e dallo stucco veneziano delle pareti, dal bancone di legno della reception dove c’erano ben due segretarie, i capelli bruni raccolti in uno chignon e il trucco solo apparentemente acqua e sapone. 

Chiese di Vito e una di loro si alzò, con un gran sorriso.

«Chi lo cerca?» le chiese.

«La sua fidanzata, Dorotea Ferraris».

Il nome significava qualcosa per la segretaria, perché si attivò subito per chiamare Vito. 

L’altra sollevò lo sguardo dalle scartoffie che stava riorganizzando, un sopracciglio inarcato. 

«Spero stia con lui per amore, perché credo che nessuna donna si meriti un fidanzato simile» le disse, guardandola dritto negli occhi.

Tea la fissò un attimo, interdetta. A parte che nessuno le aveva mai parlato con tanta schiettezza, non era quello ad averla colpita. Non riusciva a capire bene cosa fosse stato, né ebbe il tempo di farlo: la prima segretaria tirò una manata al braccio dell’altra e, abbassata la cornetta, le annunciò che Vito l’avrebbe raggiunta nel giro di cinque minuti.

Quando Tea tornò allo studio poche settimane dopo, la segretaria schietta non c’era più, sostituita da un’altra, sempre bruna, sempre con lo chignon, sempre col finto trucco acqua e sapone.

 

.

 

La seconda volta che Tea incontrò Stella, aveva deciso di provare un nuovo salone dove era andata sua cugina Olimpia. Di solito, Tea faceva venire qualcuno da lei a farle manicure e pedicure, ma l’aria in casa era invivibile e aveva avuto una gran voglia di uscire.

Quando si era seduta sulla poltrona ed era entrata l’estetista, Tea l’aveva riconosciuta nonostante l’assenza di chignon –sostituito da una coda bassa– e il trucco ridotto al minimo.

«Ci siamo già viste» disse, quando la donna sedette allo sgabello vicino alla sua mano sinistra. 

Lo sguardo che le rivolse confermò quella sensazione, ma lei sembrava sul punto di contraddirla.

«Eri una delle segretarie allo studio di Vito, vero? Quando sono tornata non ti ho più vista».

«Perché mi sono licenziata».

Tea non era certa di come rispondere a una simile affermazione. Perciò sfoderò l’arma che la salvava sempre in qualsiasi situazione imbarazzante: l’empatia. O almeno qualcosa che provava a somigliarci.

«Mi dispiace molto» disse e occhieggiò il nome ricamato sul camice. «Stella. Bel nome».

La Stella in questione non sembrava molto convinta del suo sfoggio di empatia. Be’, Tea aveva spesso la sensazione che nei suoi soliti circoli sociali funzionasse solo in superficie. Di certo, quando le dicevano “mi dispiace così tanto per tua madre, cara” lei non si sentiva davvero confortata. Anzi, si sentiva piuttosto infastidita.

«Si lavorava male?» chiese Tea, dopo qualche tempo, mentre Stella le massaggiava la mano.

La risposta che ricevette fu un silenzio pregno di diffidenza.

«Sono curiosa. Vito non mi dà la sensazione di essere granché, e poi c’è quella cosa che mi avevi detto quella volta…» Tea scrollò le spalle.

Ci fu un attimo di pausa nel massaggio e Tea non potò fare a meno di studiare meglio Stella. 

E scoprì che la scrutava come un cane preso a calci troppe volte. Aveva visto quella stessa espressione negli occhi del cane di suo nonno. 

«Non sarai stata invitata a licenziarti per quelle parole, spero».

«No» rispose infine Stella. «Ma perché, quando il tuo fidanzato ha osato toccarmi per la millesima volta, gli ho risposto male invece di svicolarmi e fingermi imbarazzata».

Tea aveva la sensazione di sapere bene in che modo avesse cercato di toccarla. Dopotutto lei stessa voleva graffiargli la faccia ogni volta che, nel metterle il braccio intorno alla vita, lui sentiva la necessità di verificare che il suo sedere fosse ancora lì. Tanto che le veniva la tentazione di assicurarsi che le palle di lui fossero al loro posto, ma evitava di farlo per non dargli l’idea che fosse interessata a farci qualcosa.

A meno che quel qualcosa non fosse stringergliele fino a farlo piangere.

«Forse è perché non gli presto abbastanza attenzione» disse Tea. Se suo padre le aveva dato quel consiglio, era perché da uomo a uomo sapevano cosa funzionava, no?

Stella emise un verso nasale. «Fidati, quel genere di uomo non lo fa perché gli mancano le attenzioni. Lo fa perché può».

Il resto del trattamento lo passarono chiacchierando di tutto e di niente, ma non tornarono più su nulla di simile a quello scambio su Vito. Un po’ le dispiaceva, perché era la prima volta che sentiva una musica diversa da quella che aveva sentito tutta la vita, e le parole di Stella avevano dato nuova linfa a una parte di sé che Tea teneva sempre a bada, sempre sotto la superficie per non attirare le attenzioni sbagliate.

Non era certa di cosa la spinse a estrarre un biglietto da visita dal portafogli e porgerglielo prima di farsi riaccompagnare alla reception. 

«Mio cugino sta rilevando un’agenzia di eventi, potrebbe aver bisogno di qualcuno» le disse. «Se ti può servire, lui ritiene Vito uno stronzo».

Stella scrutò il biglietto da visita, la fronte aggrottata, e sollevò lo sguardo su Tea.

«Perché?»

Una semplice parola, non specificava nulla, ma in qualche modo sapeva a cosa si riferiva.

«Per la tua gentilezza».

 

.

 

La terza volta che Tea vide Stella, aveva ormai rotto il fidanzamento con Vito e voleva voltare pagina. E un’ottima occasione per farlo si presentò un giorno che era a pranzo con Alessandro.

«Quanto sono felice di non dover vedere più quello stronzo ai pranzi di famiglia» disse lui, sorseggiando il suo caffè.

«Padre non è del tuo stesso parere, ma sono stufa di fare quel che fa piacere a lui. Che andasse lui a letto con Vito, così scoprono entrambi chi è davvero frigido».

Quella parola la irritava in modo viscerale. 

Da quando Tea lo aveva beccato –di proposito e in tempi diversi– mentre molestava le segretarie dello studio, Vito l’aveva usata contro di lei, come un’arma: perché non mostrava entusiasmo quando scopavano come voleva lui, perché non gli succhiava il suo uccello puzzolente quanto voleva lui, perché non lo serviva e riveriva come voleva lui.

No, Tea non aveva alcuna nostalgia di Vito. Come le aveva detto Stella, quella prima volta, si meritava di meglio di un uomo che suo padre aveva scelto per la famiglia. E che molestava altre donne semplicemente perché poteva. 

«C’è un nuovo locale che ho scoperto e, secondo me, potrebbe fare al caso tuo» le disse Sandro, rigirando la tazzina sul piattino. «Hai presente quella serie di libri che è uscita di recente, col miliardario a cui piacciono giochi erotici estremi e la povera innocente che lo farà innamorare?»

Certo che lo aveva presente, alla club house non si parlava di altro. Aveva provato anche lei a leggerlo e aveva chiuso in fretta, infastidita dal trovarsi nella testa di una che era peggio di lei quanto a conoscenza di sé.

«Un locale a tema, quindi?»

Aveva proprio voglia di uscire con suo cugino, dopo quegli anni di Vito e i suoi amici irritanti. 

«Diciamo così. Se ti può incuriosire l’idea».

«Se posso essere io frustare la gente, sì».

E così aveva messo per la prima volta piede al Satin con Sandro. Quella sera si erano vestiti in maniera casual – per quanto potessero essere casual lui con un completo blu elettrico e lei un abito rosso e fasciante e décolleté nere con suola rossa ai piedi–, ma la gente che incrociarono all’ingresso del Satin non sembrava proprio avere lo stesso tipo di abbigliamento.

«C’è un dresscode che mi son persa?» chiese Tea, guardandosi intorno. 

«Sì, ma noi andiamo bene così. Tu soprattutto» disse Sandro e sulla porta diede il suo nome. «Lei è nuova. Ho parlato io con Sebastiano».

Il buttafuori li fece passare e Tea seguì Sandro verso lo spogliatoio.

«Hai trovato quel che cercavi?»

La voce femminile che parlò era familiare, molto familiare.

Tea si voltò e si trovò davanti Stella, vestita con una tuta attillata nera e stivali di pelle al ginocchio, i capelli raccolti in una coda alta. Tutto in lei, dalla postura al suo sguardo, trasmetteva sicurezza di sé e completa padronanza dell’ambiente che la circondava.

Quella sicurezza non vacillò nemmeno quando incontrò il suo sguardo e la riconobbe. 

«O forse lei ha trovato quel che cercava» disse Stella. «Ci rivediamo…?»

Aveva senso che dopo tutto quel tempo si fosse dimenticata del suo nome, così Tea aprì la bocca per ricordarla ma Sandro le posò una mano sul braccio.

«Se vuoi qui puoi farti chiamare in un modo diverso, anche se non vuoi partecipare ai giochi» le disse. «Lei, per esempio, nella Scena è nota come Mistress Selene».

«Oh no, per me Dorotea va bene» disse lei e sorrise a Stella. «Tea per gli amici».

Stella annuì e lanciò un’occhiata a Sandro. «L’avrei fatta andare prima a un munch».

«Ora che ha mollato quello stronzo, ho pensato che le potrebbe piacere cosa vedrà qui. Un munch non le darebbe davvero l’idea».

Era molto curiosa di scoprire come si fossero conosciuti, se Stella avesse approfittato del biglietto da visita, se ci fosse una conoscenza molto profonda tra loro, e molte altre cose. Ma avrebbe tempestato Sandro di domande a serata finita. 

Ora voleva solo vedere cosa aveva da offrirle quel mondo.

«Dal look, ho la sensazione che quel che fa Selene potrebbe interessarmi» disse Tea.

Stella la scrutò, con una vena di scetticismo mista a una cauta speranza. 

«Dici così perché non hai idea delle infinite possibilità al di fuori di me». Lanciò un’occhiata a Sandro e poi tornò a guardare Tea. «Se volette seguirmi, tra poco ho uno spettacolo».

Ma Stella aveva fatto male i conti. 

Perché a fine serata, Tea uscì dal Satin con una certezza: c’era spazio per lei in quel mondo.