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«Hai chiesto a Tea?»

Elia spense la sigaretta nel posacenere davanti alla porta d’ingresso di Pins&Needles e lanciò un’occhiataccia a Gabri. «Ti sembro il tipo da farlo alle sue spalle? Le ho chiesto pure se andava bene la posizione, ma non le ho parlato del soggetto».

«È in quel senso che vuoi farle una sorpresa».

«Esatto». 

All’inizio della loro conoscenza, Elia aveva pensato che Tea lo guardasse dall’alto in basso anche per i suoi tatuaggi, salvo poi venire a sapere che lei invece li gradiva –e molto. Quella era stata la scoperta che aveva rimesso in ordine molti pezzi del puzzle che non quadravano. E visto che quella nuova svolta nella sua vita era tutta dovuta a lei, farsene uno nuovo e metterci dentro anche qualcosa per Tea era una delle idee migliori che gli fosse venuta da qualche anno a questa parte.

Non vedeva l’ora di godersi la sua reazione quando l’avrebbe visto. 

Ma non avrebbe avuto nulla da mostrarle finché fossero rimasti davanti allo studio a fissarsi l’ombelico.

«E ora entriamo, vuoi?» Diede una gomitata scherzosa al fianco di Gabri. «Sembri quasi tu quello che deve farsi bucare la pelle dagli aghi».

«Non ho mai messo piede in uno studio di tatuaggi».

«E piercing. Dovresti farti un Prince Albert per i tuoi Dom».

I quasi due metri di altezza avrebbero dovuto rendere Gabri minaccioso, ma qualsiasi prima impressione simile sarebbe crollata a causa delle espressioni del suo viso. Come quella che aveva in quell’istante: un po’ terrorizzata, decisamente nauseata.

Non aveva dubbi che lui stesse immaginando cosa volesse dire farsi forare il suo preziosissimo uccello. Ma non gli aveva spiegato in cosa consistesse il Prince Albert solo per provocarlo meglio. Elia per primo ogni tanto ci pensava, salvo ripensarci un attimo dopo nel ricordarsi i contro molto pratici. 

Per ora gli anelli ai capezzoli sembravano fare il loro dovere dal punto di vista ludico. 

«Bon, andiamo» disse Elia e aprì la porta del Pins&Needles.

Nella saletta d’ingresso, piccola e dalle vetrate tappezzate di foto e disegni, la proprietaria li accolse masticando un chicles. «Elia. Hai portato compagnia».

«Sabri» la salutò con due baci sulle guance. «Purtroppo non sono riuscito a convincerlo a sottoporsi alle tue dolci cure».

Sabrina squadrò Gabri dalla testa ai piedi, all’apparenza per nulla colpita da lui. 

Dal suo canto, Gabri sorrise e le porse la mano. «Gabriele».

«Immaginavo» gli disse, ricambiando la stretta. «Se volete seguirmi di là, è tutto pronto».

 

. 

 

«Guarda chi si rivede, dopo tre settimane».

Il benvenuto di Tea dal salotto non faceva ben sperare. Per chiunque fosse stato fuori dalla loro dinamica, ovvio. 

«Il tatuaggio doveva guarire» disse Elia, lasciando la giacca sull’appendiabiti. Tolse gli anfibi e li posizionò vicino alle décolleté rosso scuro di lei.

«Non vedo perché nel frattempo non potessimo vederci, nemmeno per parlare di persona».

Elia entrò nel salotto, ma lei continuò a dargli le spalle dal divano, un braccio che spuntava con le dita intorno al gambo di un bicchiere di vino. 

«Avevo le mie buone ragioni».

Girò intorno al divano, con calma, pur sapendo che lei non si sarebbe voltata con la fretta di vederlo. Poteva divertirsi quanto voleva a provocarla, ma Tea era difficile da far scattare. E quello era il bello.

Si fermò davanti a lei sul tappeto, ancora in piedi, e Tea puntò subito gli occhi sulla novità.

«Addirittura in camicia» disse lei. «Per fortuna non hai tagliato i capelli, altrimenti non ti avrei riconosciuto, dopo tutto questo tempo».

Elia ghignò e incontrò il suo sguardo finto annoiato, le labbra rosse in una linea obliqua, i capelli biondi senza un ciuffo fuori posto. Aveva sempre detestato quell’aria di superiorità di cui si ammantava, senza sapere che si trattava di una maschera accuratamente costruita per proteggere l’interno morbido e tenero. 

«Dovevo pur preparare bene la sorpresa».

E con quelle parole, si inginocchiò davanti a lei. 

Tea inarcò un sopracciglio, ma non commentò, nemmeno quando lui prese a sbottonarsi la camicia. Dal basso, perché non si dicesse che non sapeva tenere alta l’attenzione. 

«Lo sai che dovresti portare una canottiera sotto la camicia?» disse Tea.

Lei lo seguì con lo sguardo mentre, un bottone alla volta, arrivava al colletto. Quelle poche volte che aveva indossato le camicie, non lo aveva mai chiuso, ma questa volta lo aveva fatto. Non c’era molto di diverso dall’avere un collare. Era per quello che prima non lo aveva sopportato: era stato stranamente confortante.

Elia si liberò della camicia e la lasciò cadere a terra.

Gli occhi di Tea seguirono in ogni dettaglio la scritta che copriva lo spazio sotto le clavicole, unendo i tatuaggi che gli decoravano entrambe le spalle e le braccia. 

«Domina?» disse lei, arricciando poi un angolo della bocca in un sorrisetto. «Sei proprio un tamarro».

Ma in quel piccolo sorriso e quelle parole di scherno –fintissimo– Elia leggeva la verità. 

Era molto colpita dal gesto.

E infatti passò le ore successive a dimostrarglielo.