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C’era un elfo di troppo nel suo bosco. 

Ne aveva visto le tracce sul terreno, ma soprattutto nel Tocco della Dea che spariva dal tronco degli alberi su cui aveva deciso di arrampicarsi.

Quella pianta era il suo orgoglio, il segno che il bosco che Fabiana guardava con tanta cura era gradito alla Dea. Se gli elfi non ne avevano nei loro boschi, non dovevano rubarlo agli altri.

Gli avrebbe dato una lezione memorabile.

Perciò, quando l’elfo tornò, le trappole erano disposte e lei in agguato per la prima che fosse scattata.

Uno schianto e un urlo. 

Ecco il segnale che aspettava.

Fabiana corse nella direzione in cui aveva sentito quei rumori, la spada che sbatteva contro il fianco, l’arco stretto in una mano, tre frecce nell’altra. Raggiunse una radura dove un elfo biondo penzolava a testa in giù, appeso per la caviglia all’albero che voleva derubare del Tocco della Dea.

«Cosa abbiamo qui» disse lei, uscendo dai cespugli. «Un ladruncolo colto con le mani nel sacco».

«Perdonami, guardaboschi, non pensavo di fare del male».

Aveva una voce piacevole e un aspetto attraente a corredo, il che non era insolito per gli elfi. Avevano tutto il necessario per meglio rimbambire e fregare i mortali come lei.

Ma Fabiana non aveva intenzione di farsi fregare, no. Semmai il contrario.

«E come mai? Per voi elfi non esiste la proprietà privata?»

«Il Dono della Dea non appartiene a nessuno» disse lui. «È blasfemia trattarlo come proprietà privata».

«Be’, si dà il caso che sia merito mio se la Dea ha deciso di farlo fiorire qui».

Fabiana si avvicinò all’elfo e lo studiò. La tunica si era alzata, la camicia si era sfilata dalle braghe, e questo non le rivelava solo lo stomaco tonico, ma soprattutto che non aveva armi. Nemmeno un coltellino per tagliare il Tocco della Dea. Il che spiegava il modo pulito in cui la prelevava, senza lasciare gambi tagliuzzati o la corteccia dell’ospite danneggiata. Prendeva tutta la pianta, la sfilava in qualche modo con quelle sue dita da ladruncolo. 

Si era aspettata qualcuno di più agguerrito, a dirla tutta.

Ripose le frecce nella faretra al fianco e si passò l’arco sotto braccio, per recuperare della corda dalla cintura.

«Non si può rubare il Tocco della Dea dai boschi della Regina Dorotea» disse e gli passò la corda intorno ai polsi. «Devo portarti a giudizio alla capitale».

Strinse un nodo e tirò la corda verso l’alto, costringendolo a piegare i gomiti fino a portare le mani dietro la testa. Gli avvolse anche le cosce con la corda per impedirgli di correre via, e solo allora si allontanò per tranciare la fune a cui era appeso.

L’elfo cadde a terra con un tonfo e un grugnito.

Fabiana tornò da lui, liberò le corde e lo costrinse in ginocchio.

«Ti prego, non portarmi alla capitale» disse lui, sollevando gli occhi azzurri verso di lei. «Lo so cosa fate a quelli come me».

«E cosa hai sentito?»

«Ci riducete in schiavitù».

Fabiana scoppiò a ridere. «Vi piace pensarvi migliori di noi, eh? Per spiegarvi perché alcuni dei vostri non tornano».

«Vuoi forse negare che ci sono alcuni di noi che servono a corte?»

«Non è quello che voglio dire. Ma che, dopo aver scontato la pena, sono lì per loro scelta e sono molto felici della fortuna che gli è capitata».

Lui corrugò la fronte. 

«Il Tocco della Dea aiuta la nostra magia così come la vostra. A corte ce n’è ovunque, il suo polline riempie l’aria e lo rende un ambiente perfetto per noi come per voi».

«È un ricatto, allora».

«No, se vogliono andarsene possono, e pure con una pianta per loro».

L’elfo non sembrava molto convinto. 

Be’, peggio per lui. 

Fabiana non aveva tutto il giorno. Doveva bloccarlo e poi contattare al più presto la guardia reale perché venisse a prenderselo. 

Passò alle sue spalle e gli avvolse la corda intorno alle caviglie, mettendo di nuovo le braccia in trazione. L’elfo si agitò, ma le corde non gli permisero gran movimenti.

«Cosa stai facendo?»

«Preparo un pacchetto per la guardia reale».

«Ti prego, no».

Fabiana tornò davanti a lui. «Prepara le tue preghiere per la Regina».

«Piuttosto prendimi tu come schiavo».

«Come devo dirti che non abbiamo schiavi. Non so che storie vi inventiate voi–».

«Tuo servitore, allora. Permettimi di servirti nel tuo lavoro di guardaboschi e non ruberò più un Dono di Dea».

«Se avessi avuto bisogno di un aiutante, avrei esposto un annuncio nei villaggi qua vicino».

«Ho detto servitore. Ti aiuterò col bosco di giorno, e di notte ti farò compagnia… in altro modo».

Ah, ecco. Fabiana incrociò le braccia sul petto e batté la punta di un piede per terra. 

«E poi ti chiedi perché i tuoi simili rimangano a corte» gli disse. «Guarda tu come ti affretti a offrirti a me».

«Il modo in cui mi hai legato» disse lui e abbassò gli occhi, «è molto stimolante».

Fabiana fu praticamente costretta a seguire la direzione del suo sguardo. Per vedere che tra le cosce aperte c’era un rigonfiamento che prima non c’era stato.

«Guarda un po’ te il ladruncolo elfico». Gli afferrò il mento e lo costrinse a sollevare la testa per guardarla. «Cosa dovrei pensare? Che eri qui nella speranza di farti catturare?»

La sua lingua dardeggiò fuori per umettargli le labbra. Nei suoi occhi c’era qualcosa… qualcosa che lo tradiva. Non aveva del tutto torto. Ma c’era ancora un dettaglio che le sfuggiva.

«Come ti chiami?» gli chiese.

«Maurizio».

«D’accordo, Maurizio, sarai il mio servitore finché ti reputerò utile ai miei bisogni».

E finché non avesse scoperto tutti i suoi sporchi segreti elfici. 

Una notte alla volta.