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Cominciò con la mano di Gabriele tesa, palmo verso l’alto, in una richiesta che era semplice e insormontabile allo stesso tempo. 

Prendergli la mano. 

Stringergliela. 

Trovare conforto in quel gesto dopo la loro prima scena, a cui erano giunti dopo vari incontri.

Gli altri slave che le aveva fatto conoscere Selene avevano avuto i loro rituali successivi alle scene, e non richiedevano molta partecipazione da parte di Tea. Dell’acqua, qualcosa da mangiare, un sonnellino, commentare insieme quel che avevano fatto. Nessuno voleva sesso da lei, il suo corpo era un tempio a cui loro non avevano accesso se non per venerarne l’ingresso. 

Le andava bene così. 

Quel distacco le faceva bene, era il suo rituale.

Con Gabriele, però, non era stato così. Forse per deformazione professionale, fin dal primo momento lui aveva voluto parlare. 

«Se volessi una seduta di psicoterapia, saprei prendere appuntamento con qualcuno scelto da me» gli aveva detto Tea, ma la verità era un’altra. Aveva visto cosa aveva fatto la psicoterapia a sua madre. Non voleva che nessuno psicoterapeuta avesse accesso ai suoi pensieri. 

Gabriele aveva sorriso, in quel modo che mostrava quanto fosse un gigante buono. 

«Ti ringrazio per avermi rimesso in riga, non era mia intenzione farlo. Sono qui proprio per spegnere quella parte del mio cervello, ma ho bisogno di conoscerti per potermi aprire con te, altrimenti diventa difficile far funzionare una qualsiasi scena».

Come sempre con Gabriele, lui riusciva a spiegarsi in modo che le sue difese calavano poco a poco, al punto che Tea si accorgeva a malapena di cosa era successo. E quando se ne accorgeva, non importava perché riceveva solo accettazione.

Proprio per quello, guardò quella mano tesa tanto più grande della sua e, dopo un attimo di esitazione, la prese. Ne saggiò il calore, la pelle leggermente ruvida in alcuni punti, morbida in altri. Le diede uno strano conforto toccarlo così, non si sentiva strana, impacciata, ma vulnerabile in modo piacevole.

La volta successiva fu lei a prendergli la mano e tenergliela mentre parlavano dopo la scena.

Perché non bastava la chiacchierata che la precedeva. Gabriele aveva bisogno di parlare pure dopo, e talvolta anche durante.

Tea non era abituata a parlare tanto, non come se stessa. Quando con altri slave aveva interpretato il suo ruolo di Istitutrice inflessibile o Regina impietosa, le parole erano venute fuori da una parte di lei che era sicura e allo stesso tempo inaccessibile quando non era in modalità Domme.

Ma con Gabriele, anche quando interpretava la Regina che lui voleva servire, non c’era lo stesso distacco. Più parlavano –prima, durante, dopo–, meno Tea si sentiva distaccata, remota.

E più sentiva la soddisfazione di farsi obbedire da lui. 

Forse perché sapeva cosa lui cercava. Non le azioni precise, ma quel che lui voleva provare. 

Avevano alcune dinamiche familiari in comune –per quanto i dettagli e il contesto fossero molto diversi– e la sua mente era in grado di offrirle soluzioni efficaci e molto soddisfacenti, che rispondevano ai bisogni di entrambi.

Era esilarante. 

E cercava di farglielo capire stringendogli la mano perché, per quanto parlassero, le parole non erano mai sufficienti per esprimere quel che provava.

Ma più scene aveva con Gabriele, più quella mano non bastava. 

«Perché mi hai offerto la mano?» gli chiese, una volta. Aveva imparato da lui che sapere il perché delle azioni era più efficace per trovare alternative.

Seduto sul divano girato sul fianco per guardarla, le mani unite nello spazio tra loro, Gabriele le accarezzò il dorso. 

«Perché sembravi aver bisogno di contatto umano, ma allo stesso tempo non sei abituata».

«Che deduzione. Sono stata fidanzata per anni e non mi sono tenuta vergine per il matrimonio, sai, bisognava testare la mercanzia». 

In quelle parole sentì l’eco della voce di Vito e la infastidì. 

«E gli slave prima di te non hanno usato la lingua solo per lucidarmi gli stivali, né per chiacchierare quanto te».

Gabriele sorrise. «Lo sai anche tu che non è la stessa cosa».

«Certo, parliamo di un pene e di qualche lingua contro o dentro i miei genitali».

«Per come ne parli, non vedo grossa differenza con una visita ginecologica».

Tea lo scrutò, indecisa su dove volesse arrivare. Nonostante le ore passate a parlare e i momenti di intimità, davanti a quel commento si trovava di fronte a un muro. Ed era un muro tutto dentro la sua mente.

«Qualcuno ti ha mai tenuto la mano come te la tengo io?» chiese lui, per nulla scoraggiato.

«La tata di sicuro, quando mi portava in giro».

«Più un guinzaglio, che altro».

Messa così era triste. «Qualche girotondo con i miei cugini devo pur averlo fatto».

«Ma non lo ricordi con certezza».

«Stai cercando di psicanalizzarmi?»

Gabriele portò la mano libera al cuore. «Non è mia intenzione. Ma stiamo esplorando la risposta alla tua domanda di prima, è naturale che finiamo in discorsi dal sapore di psicanalisi. Se vuoi, ci fermiamo qui».

Tea gli strinse la mano. La sola possibilità di trovarsi in una seduta psicanalitica a sua insaputa la disturbava, ma lui le stava offrendo una via di uscita. E lei si stava scoprendo affamata di risposte. 

Voleva capire questa sua teoria su di lei e il contatto umano.

Andava a solleticare insicurezze che credeva di aver messo a tacere nel calarsi definitivamente nei panni di Domme.

«Andiamo avanti. Ho bisogno di contatto umano, ma non sono abituata».

Il sorriso che le rivolse Gabriele a quel punto la fece sentire come la persona migliore sulla faccia della Terra. Coraggiosa, indomita.

«Da quel che mi hai raccontato in questi mesi, tuo padre non era granché affettuoso, tua madre non stava abbastanza bene per esserlo, i tuoi fratelli sono figli degli stessi genitori. Hai mai ricevuto un abbraccio? Un bacio sulla guancia per puro affetto?»

Tea abbassò lo sguardo sulle loro mani, l’entità di quelle parole che le pesava addosso come un macigno. Non aveva sperimentato granché come gesti di affetto nella sua famiglia, per quanto a casa di alcuni amichetti delle elementari avesse visto scene ben diverse e le aveva trovate fastidiose.

Ora si chiedeva se quel fastidio non avesse avuto un significato ben diverso.

«Credo di non sbagliare» disse Gabriele, con tono sommesso.

Tea gli lanciò un’occhiata sottecchi. «Pensi di potermelo insegnare?»

«Cosa?»

«Ad abbracciare».

Il sorriso di Gabriele tremò, come la sua voce nel fargli quella richiesta. E un attimo dopo, Tea si trovò circondata dalle sue braccia, premuta contro il calore del suo petto, il maglione che odorava di ammorbidente e del suo profumo speziato. 

Premette la guancia sulla spalla di Gabriele, il naso strofinò contro il colletto della camicia.

Forse doveva abbracciarlo a sua volta? Gli avvolse le braccia intorno alla vita e si sistemò meglio contro di lui, mentre lo sentiva respirare contro il suo petto.

Era imbarazzante. Era strano. Era… piacevole?

«Mi dispiace che debba essere io a farlo, ma è un onore» le disse lui, il respiro che le accarezzava i capelli.

Tea non rispose. Si trovava di nuovo a corto di parole per esprimere quel che provava.

Così, continuò ad abbracciarlo.