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«Alexa, sono a casa».

Abat-jour e piantana nel salotto si accesero per dargli il benvenuto. Gabriele si richiuse la porta alle spalle e sospirò, fermo nell’ingresso con il cappotto addosso e la ventiquattrore ancora in mano. 

Era stata una giornata intensa, con pazienti che andavano a toccare parti ancora tenere di lui che erano in lenta guarigione, da anni ormai. Aveva bisogno di staccare, ma non aveva in programma nulla per quella serata, né con Dorotea né con Elia. Forse non era stata una buona idea.

Mentre appendeva sciarpa e cappotto all’attaccapanni, suonò il cellulare.

La speranza di una chiamata a sorpresa –da Elia, magari– gli diede una botta di adrenalina. Non del tutto inaspettata. Quelle giornate gli facevano venir voglia di un po’ di trattamento rude, proprio del tipo che gli proponeva Elia. Solo dopo aver purgato via quei sentimenti sarebbe stato in grado di servire Dorotea come la Regina che era.

Ma quando sfilò il cellulare dalla ventiquattrore, era un altro Dom a chiamarlo.

Nessuno dei suoi.

«Sebastiano, non mi aspettavo una chiamata da te» disse a mo’ di saluto.

«Lo so, lo so, ma ho un sogno da sottoporti».

Non aveva bisogno di guardare l’orologio per trovare strano l’orario in cui Sebastiano sosteneva di avere un sogno. Poteva anche riferirsi alla notte precedente e si era deciso a chiedere solo in quel momento.

Gabriele ascoltava spesso i sogni degli amici, ma anche di gente a caso appena venivano a sapere che era uno psicologo. Avevano tutti quest’idea che lui potesse interpretare i loro sogni, così, su due piedi.

L’idea era sbagliata per svariate ragioni, ma le principali erano due: primo, che non c’erano interpretazioni univoche per i sogni, dipendeva tutto dalla singola persona, le esperienze e il suo panorama mentale; secondo, che lui non interpretava i sogni, ma doveva essere il sognatore a farlo, altrimenti il messaggio dell’incoscio non serviva a niente.

Dorotea lo accusava sempre di essere un buono e non aveva torto, perché Gabriele rispose: «Dimmi pure».

Si sfilò le scarpe e le sistemò sotto la panca dell’ingresso, per poi procedere scalzo sul parquet del suo appartamento.

«Secondo te, cosa vuol dire se uno sogna di farsi incaprettare, frustare e poi vietare l’orgasmo da uno conosciuto giusto il giorno prima?»

Quello non era proprio un sogno, il che fu sufficiente a fargli suonare il primo campanello d’allarme.

Poi dall’altro capo del telefono provenne un «Sebastiano Leone, io ti strozzo!» molto femminile, seguito da una risata nell’auricolare, e non ci furono più dubbi.

«Stai leggendo il nuovo romanzo di Amelia?» 

Gabriele accese la luce della cucina, per poi prendere un bicchiere e versarsi dell’acqua, mentre sentiva colluttazioni e risate dall’altro capo del telefono. Nel casino, era certo di sentire anche Riccardo che esortava entrambi alla calma. 

Simpatizzava molto per lui in quel momento.

«Scusalo, Gabri, è un idiota e non capisce che si tratta di una prima bozza» disse Amelia, che doveva essersi impossessata del cellulare. «Lo so che è troppo ovvio, ma dovevo buttare giù quel che volevo dire e al secondo giro lo sistemo. Non rabbrividire troppo, non voglio sminuire il tuo lavoro».

Gabriele si ritrovò a sorridere. «Non penso che un sogno troppo ovvio lo sminuisca. Sappi che se vuoi una mano a sistemarlo, posso darti un parere quando sarai pronta a condividerlo».

Silenzio dall’altro capo del telefono. 

«Tu sei un tesoro e non dovresti, perché Sebastiano ti ha disturbato a questo orario assurdo. Se tra qualche settimana sarai ancora dello stesso parere, sarò disposta ad approfittare dell’offerta».

«Conosco Sebastiano ormai, non me la prendo per queste sue maldestre dimostrazioni d’affetto» disse Gabriele, portando il bicchiere alle labbra. «Ma la mia offerta rimane valida».

«Grazie mille, Gabri. Scusa per il disturbo e buona serata».

Ricambiò il saluto e spense lo schermo del cellulare, per bersi in santa pace il suo bicchiere d’acqua. Un attimo per reidratarsi e rilassarsi, e gli sarebbe venuta un’idea per la cena. Anche se era così stanco da non aver voglia di mangiare, ma doveva farlo e lo avrebbe fatto.

Il tempo di cambiarsi e rinfrescarsi in bagno, che suonò il campanello.

Doveva essere qualche vicino, perché le uniche persone che potevano visitarlo a quell’ora avevano la chiave.

Però, quando aprì, si trovò davanti proprio Elia e Dorotea. 

«Un uccellino ci ha detto che sei appena arrivato a casa e sei distrutto» disse Elia e sollevò un sacchetto che emanava l’inconfondibile odore di cucina cinese. 

«Un uccellino…?»

Dorotea sollevò il telefono. «La domotica è un’invenzione meravigliosa».

«Ci vuoi far entrare o intendi rimanere a stomaco vuoto?»

Gabriele si spostò di lato per farli passare e li seguì con lo sguardo mentre entravano in casa come Attila e mettevano fine alla solitudine della serata.

Al diavolo la solitudine! 

Era stanco sì, ma non voleva starsene da solo. 

Dorotea ed Elia erano arrivati al momento giusto. Richiuse la porta e li raggiunse in cucina.

All’improvviso aveva di nuovo fame.