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Amelia tirò il nastro di tessuto poco alla volta mentre la tapparella scendeva e la sua camera da letto si oscurava. Quante volte aveva fatto quel gesto, e ora a casa di Seb e Ricky sarebbe stato sufficiente premere un pulsante per far precipitare una stanza nel buio.

Ricordava l’eccitazione che l’aveva pervasa quando aveva messo piede in quella casa per la prima volta. Era uno degli appartamenti che i suoi avevano comprato, nell’ottica per cui il miglior modo per investire i soldi è sul mattone, e che quando liberi erano a disposizione sua e di suo fratello per muovere i loro primi passi fuori dalla casa genitoriale.

Così per lei l’università aveva voluto dire correre –con entusiasmo– fuori casa e fare la vita indipendente, da adulta.

Salvo rendersi conto che non era stata davvero abbastanza adulta da vivere da sola. Non che i suoi glielo avessero fatto pesare mai, e questo l’aveva aiutata a prendere quel riassestamento per il verso giusto e rimettersi in carreggiata senza grossi strascichi di inadeguatezza.

E ora si trovava a chiudere quella casa, per lasciarla a un coinquilino che i suoi stavano già cercando.

«Di là è tutto a posto». Dalla porta, Riccardo la riscosse dai suoi pensieri. «Come procede di qua?»

Amelia gettò un’occhiata oltre la spalla, le mani ancora strette al nastro della tapparella nonostante fosse arrivata al fondo.

Riccardo dovette cogliere qualcosa, perché aggirò il letto e la raggiunse davanti alla finestra. Le avvolse le braccia intorno alla vita e la attirò contro il suo petto, circondandola col suo profumo fresco.

«Ehi, vuoi parlarne?»

Amelia lasciò il nastro e si abbandonò nell’abbraccio di Riccardo, le mani sui suoi avambracci. 

«Sono contenta di venire da voi» mormorò, la voce stranamente sommessa. «Non so che mi prende».

Riccardo strofinò la guancia contro la sua. «Sentimenti diversi possono coesistere, non c’è niente di strano. È stata la prima casa in cui hai vissuto da sola, vero?»

Amelia annuì. «Sono qui da dieci anni».

«È tanto. È normale che ti senta triste di lasciarla, anche se sei felice di dove stai andando ora».

Le parole di Riccardo suonavano vere, giuste. Quel che aveva avuto sulla punta della lingua, ma non era riuscita a formulare. Si sentiva un po’ in colpa a non aver fretta di lasciarsi tutto alle spalle e correre verso la sua nuova vita.

Mai avrebbe creduto di chiudere questa casa per andare a vivere con ben due uomini che amava. E dire che lei scriveva per vivere e per respirare, immaginava personaggi e relazioni dal nulla –o quasi– e ci costruiva su storie.

Riccardo la tenne stretta senza dire altro, il suo respiro che le accarezzava il collo, il calore del suo corpo contro la schiena, della guancia rasata contro la sua. Le ricordava che non c’era nulla di male in quel che provava, che ci sarebbe stato sempre qualcuno a supportarla.

La sua famiglia, le sue amiche, i suoi nuovi compagni. 

Era fortunata.

«Ehi, vi siete persi sul viale dei ricordi?»

La voce di Seb fu l’unico preavviso che Amelia ricevette prima che le sue braccia si stringessero intorno a loro, premendola ancora di più contro Riccardo.

«Ecco qui, anche le mie coccole» disse Seb, schioccando un bacio sulla guancia di Riccardo e poi sulla testa di Amelia. «Dite tutto a papi Sebastiano».

«Ma se non hai nemmeno un osso paterno tu» rise lei, però strinse una mano intorno al suo braccio, per quanto possibile visto il muscolo teso sotto le sue dita. Era caldo anche lui e quello era di gran conforto, anche in piena estate.

Rimasero così ancora qualche istante, Amelia non aveva idea di quanto. Però, quando sciolsero l’abbraccio e si rimisero in moto per recuperare le ultime borse, il suo umore era ben diverso.

Si era liberata dell’ultima traccia di tristezza nel modo migliore.

Quando uscirono sul pianerottolo e lei girò la chiave nella toppa, era pronta.

A chiudere una fase della sua vita e aprirne un’altra.

Con Sebastiano e Riccardo.