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Brise

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Se avesse pianificato la sua incursione avrebbe certamente dubitato del portare un chitarra acustica alta come suo nipote dentro un ospedale senza farsi beccare. Non avrebbe saputo dire perché, ma credeva non fosse uno di quegli oggetti che potessero girare fra i reparti senza almeno un’infermiera in menopausa scontrosa a rimbrottarti. Ma per fortuna aveva preso la decisione di andare al Tokyo General Hospital con una chitarra nella custodia a spalla soltanto un paio d’ore prima, e non aveva certo avuto il tempo di pianificare qualcosa. L’aria della sala d’attesa era fresca e asettica, un balsamo dopo l’arsura soffocante dell’asfalto incendiato. Koji odiava gli ospedali come chiunque, e questo vuol dire che in realtà non li odiava davvero, ma quella parola si adattava benissimo al rimescolamento intestinale che gli provocava dover entrare dalle porte automatiche. Forse avrebbe dovuto dire che lo metteva a disagio, ma poi nessuno avrebbe compreso la vastità di tale disagio.

 

Anche in quel momento si sentiva a disagio, con le pantofole del reparto ai piedi troppo lunghi. Le dita gli penzolavano fuori come sacchetti di ossa, gli sembravano fragilissime. Aveva letto da qualche parte che la mascella umana avrebbe la forza di staccare una falange con un morso, ma che il cervello glielo impedisce per autoconservazione. Probabilmente avrebbe dovuto portare dei fiori, ma non sapeva come ci si comportasse in certi casi. Che fiori si portavano? Lui non conosceva il linguaggio dei fiori, poteva insultare qualcuno senza volerlo o, peggio, augurar loro la morte anziché la guarigione. Non se la sentiva di fare un tale passo nel vuoto, specialmente con dita così fragili e sottili. Perché gli esseri umani dovevano avere dita dei piedi tanto brutte e gibbose? Ma forse soltanto le sue lo erano, non passava molto tempo a osservare i piedi delle persone.

 

Quando l’infermiera gli venne incontro non disse nulla della chitarra poggiata sulla sedia affianco. Sgambettò sul pavimento luccicante, un sorriso ancora più luminoso dei neon stampato in faccia. Aveva un fila di penne ordinate per altezza nel taschino azzurro. “Se vuole può entrare, ha un’oretta prima che il turno delle visite finisca”. Koji si alzò e lesse il cartellino di sfuggita. Aveva un bel nome, gli ideogrammi ben scelti e facili da scrivere.

 

Lo portò lungo un corridoio vuoto e lo lasciò di fronte a una camera.

 

“Toc toc”

 

C’erano due letti, ma soltanto uno era occupato. Vide delle gambe muoversi appena sotto il lenzuolo e un comodino pieno di cianfrusaglie sparse. Fece un altro passo e il viso stupito di Satoru lo salutò come solo lui sapeva fare: corrucciandosi. Ormai era abituato alle sue occhiatacce.

 

“Sono felice anche io di vederti, sto molto bene grazie, il tempo è bello e gli uccelli cinguettano”

 

Si sedette sul letto accanto al suo, quello perfettamente rifatto e candido e si mise una sigaretta in bocca, più per abitudine che per reale desiderio.
Se possibile il viso di Satoru si corrucciò ancor di più. Si tirò un po’ su a sedere nel letto, aiutandosi con le braccia. Koji non si alzò a sprimacciargli i cuscini.

 

“Cosa ci fai qua?”

 

Sospirò. “Ho detto: io sto molto bene e c’è bel tempo. Tu che mi dici?”

 

Non gli avevano messo un camice o altre cose del genere, ma aveva addosso una maglietta larga e slavata di un vecchio tour degli X Japan che gli cadeva addosso in modo malsano.

 

“Benissimo, volevo prendermi una vacanza rigenerante e qua avevano delle buone tariffe”

 

“Il cibo deve far schifo però”

 

“Non si può avere tutto”

 

Satoru si aggiustò ancora sul materasso, trovando una posizione comoda che gli permettesse di star seduto. La flebo nel braccio non lo aiutava.

 

“Magari la prossima volta potresti portarmi il tuo bruttissimo curry. E’ stranamente delizioso” nonostante la fronte aggrottata, la bocca gli si schiuse in un sorriso leggerissimo. Allora Koji si alzò e andò ad abbassare un po’ la tapparella automatica, mettendo la stanza in penombra. Satoru chiuse gli occhi e inspirò, prima di riaprirli.

 

“Grazie”

 

“Sono talmente abituato al tuo caratterino che pensavo mi stessi guardando male da quando sono entrato”

 

Questa volta riuscì a strappargli una risata.

 

“Ma io ti stavo guardando male”

 

“E come mai, principino sul pisello?”

 

“Cosa vorrebbe dire? Sei il solito pervertito”

 

Koji afferrò la sedia accanto al letto e ci si sedette, con un verso di disapprovazione “Razza di ignorante, è una fiaba. La principessa va a dormire e riesce a sentire un singolo pisello sotto a una marea di ma—“

 

“Solo tu potevi conoscere una storia del genere!”

 

“Come solo io? E’ più vecchia del tuo broncio, quella storia. Un giorno ti porto il libro”

 

“No, grazie, dopo l’ultimo non voglio ripetere l’esperienza”

 

“Sei tu che non capisci il fascino di Jodorowski”

 

“Capisco che era un disagiato come te, e tanto mi basta”

 

Koji guardò verso il tavolino.

 

“Però ce l’hai qui”

 

Satoru sbuffò e distolse lo sguardo. “Ho chiesto a Taka di passare da casa a prendere qualcosa per distrarmi e quello era sul comodino” prese il bicchiere dal tavolino e si mise a bere.

 

“Taka?”

 

“Sì, perché?” si fermò col bicchiere a mezz’aria, guardandolo accigliato. Fuori il sole iniziava a tramontare, e nella stanza penetravano sottili lame dorate. Il disegno simmetrico che formavano pareva avvolgere le gambe di Satoru.

 

“Niente,” si mise a spulciare tra le riviste e i libri sul comodino “pensavo sarebbe passata Yoko”

 

Satoru si appoggiò il bicchiere contro le gambe e non disse niente per lunghi istanti. Poi voltò il viso verso quello di Koji, e disse stizzito “Yoko non ha le chiavi di casa mia”

 

“Nemmeno io”

 

Si guardarono dritti in volto.

 

Per una volta fu Satoru a distogliere lo sguardo. Lo posò sulla custodia dall’altro lato della stanza.

 

“Avete fatto le prove?”

 

“No”

 

Mentre si alzava per prenderla notò il suo sopracciglio sollevato. Tirò fuori lo strumento dalla custodia e se lo mise in grembo. Accarezzò piano le corde, come fossero il pelo di Lala, mentre la notte si scuriva. Non aveva bisogno di luce per suonare, anche se non aveva ancora imparato bene gli accordi come avrebbe voluto. Se l’era scritta tutta in testa, la sera prima. Ma quando stava per mettersi a suonare gli mancò il coraggio. Prese un panno da una tasca laterale e iniziò a pulirla.

 

Improvvisamente, la sigaretta che si era ormai messo dietro l’orecchio gli venne sfilata da due dita agili. Sollevò gli occhi e vide Satoru appoggiato col fianco al bordo della finestra aperta, le dita della mano tese. Tirò fuori l’accendino e gli si avvicinò, quasi inciampando nelle ruote della torretta della flebo.

 

“Non scatterà l’allarme?”

 

Satoru alzò un dito verso il soffitto. Non c’era alcun rilevatore. Allora impugnò lo zippo più saldamente.

 

Una volta scattata la rotellina una tenera fiamma baluginò nella penombra sempre più blu, illuminandogli le guance cesellate e la bocca carnosa, così vicina al suo pugno chiuso. Una timida fiammella, grande appena da accendere di sbieco il tabacco, abbastanza potente da baluginargli negli occhi nerissimi.

 

Si riscosse quando sentì una mano delicata posata sul collo “Perché l’hai portata?”

 

“Ti ho scritto una canzone” lo disse così, sputandolo, altrimenti non l’avrebbe detto più. La mano scivolò via dal suo collo e l’altro si girò verso la finestra, sollevando le tapparelle. Fuori il cielo era blu come l’acqua profonda del mare, coi palazzi a brillare sullo sfondo, perle spavalde impilate una sull’altra in file ordinate.

 

Satoru lo fissava, la sigaretta che si consumava. Non riuscì a capire niente di quello sguardo. Allora smise di preoccuparsi e prese la chitarra.

 

“Dici che se suono arriva qualcuno a sgridarci?”

 

Sempre ammutolito, Satoru andò alla porta e guardò fuori. Gli fece segno di procedere e poi camminò fino al bordo del letto e ci si mise sopra a gambe incrociate, attento al tubo della flebo. Allungò un braccio e gli fermò il polso. “Riesci a suonare al buio?” aveva la voce sottile, come se avesse paura di far arrivare qualcuno, come se non volesse rompere un vetro sottilissimo. Koji gli coprì la mano con la sua e, delicatamente, gliela rimise a posto, senza toccare l’ago. “Ascolta”.

 

Quella fu la prima volta in assoluto che suonò Brise davanti a qualcuno. La suonò solo per Satoru, ogni nota, ogni errore (ne fece parecchi), ogni battito del piede a tenere il ritmo. Non pensò più alle sue dita bitorzolute e alle pantofole scomode, si dimenticò della stanchezza sotto gli occhi dell’altro, si dimenticò perfino come si respirava. Dovevano sentirsi così gli attori che improvvisavano sul palco, terrorizzati ed euforici, sicuri di se e profondamente traballanti. Sapeva che fosse una bella canzone, lo sapeva con tutto se stesso, ma se non lo fosse stata? La cosa peggiore del mondo era riporre speranza e sentimenti in qualcosa per poi vederla dileggiata, misera e sola. Ma Satoru lo guardava concentrato, il luccichio di Tokyo negli occhi. Poco a poco, man mano che la melodia si ripeteva e riusciva a tenerne il tempo e a contarne le pause, prese a canticchiare. Cantava dell’ospedale, di stanze bianche e camici lindi, di solitudine e speranza, abbozzava qualche frase sulla tenerezza di un tocco, poi si fermava, aspettava e ripartiva, parole nuove, stessa desolante e malinconica speranza a colorare la stanza. Koji provava a pizzicare piano le corde, timoroso, ma man mano che Satoru lo guardava così e che cantava come solo lui sapeva fare, emozionandolo, perse ogni remora e iniziò a strimpellare con maggior forza. Non troppa, perché restava timoroso di essere interrotto, ma abbastanza da farsi sentire se qualcuno avesse aguzzato l’udito. E Satoru cantava.

 

Quando l’ultima nota stemperò piano, Koji si fermò. La chitarra gli scivolò di nuovo in grembo. Dopo interminabili minuti di silenzio Satoru gli chiese se avesse un’altra sigaretta.

 

“Vuoi svenire un’altra volta?”

 

“A cosa pensavi quando l’hai scritta?” domandò accigliato, guardando il vuoto.

 

Koji sospirò “Non l’ho scritta davvero, l’ho solo pensata”

 

“Cosa?”

 

Fece spallucce.

 

“Hai scritto tutto in testa e basta? Non l’hai buttata giù?”

 

“No l’ho solo suonata stanotte”

 

“Beh, devi scriverla”

 

“Ti piace?”

 

“Sempre a caccia di complimenti” lo disse sorridendo e Koji sorrise a sua volta. Si alzò e rimise l’acustica a posto.

 

“Quanto devi rimanere ancora qui?”

 

Satoru si guardò il braccio.

 

“Dicono qualche giorno. Non essendo la prima volta vogliono fare qualche esame”

 

Annuì in silenzio e si voltò per uscire.

 

“Koji”

 

Satoru era ancora seduto in penombra, il braccio della flebo steso che riluceva pallido.

 

“La prossima volta portamela su una cassetta”

 

***

 

E così aveva fatto.

 

Ci aveva messo un’eternità a registrarla, aveva consumato un numero di cassette di cui si vergognava, e per scrivere il titolo sull’etichetta si era sbavato la mano di pennarello nero. Ma ce l’aveva in tasca, al sicuro.

 

Miracolosamente si era pure ricordato il mangianastri.

 

“Sei l’unico che preferisce ancora queste zozzerie ai cd” aveva esordito entrando nella sua stanza, salvo fermarsi come un sasso ai piedi di un burrone.

 

Yoko si alzò dalla sedia e tossicchiò.

 

“Be’ allora, io vado. Chiama se hai bisogno”

 

Scosse piano la piccola mano curata e, senza guardare Koji in faccia, se ne andò.

 

Strinse più forte le dita sulla tasca che conteneva la cassetta e rimase fermo come un palo al centro della stanza.

 

“Forse dovrei essere io quello ad andarsene”

 

“Forse dovresti smetterla di fare l’idiota senza sapere nulla”

 

Alzò gli occhi su Satoru, seduto nel centro del letto, gli occhi infuocati.

 

“Sì, be’, io so solo quello che mi dici tu”

 

La rabbia nello sguardo di Satoru si smorzò un poco.

 

“Allora ascoltami adesso” poi aggiunse “L’hai portata?”

 

Koji voleva andarsene, con tutto se stesso. Il pietismo era peggio dell’indifferenza, e sapeva perfettamente che tipo di espressione aveva in faccia. Preferiva l’antagonismo schietto con cui solitamente si tagliavano superficialmente, piuttosto che quel terribile esempio di compassione, densa e oleosa.

 

Ma non era mai stato il tipo di uomo che si fermava prima del precipizio, aveva sempre preferito cadere e scoprire cosa c’era sul fondo. Allora tirò fuori la cassetta e la infilò nel mangianastri.

 

Satoru si alzò dal letto, i movimenti ancora claudicanti per colpa della torretta della flebo, e mise l’apparecchio tra le lenzuola. Poi, quando le prime note risuonarono, un po’ attutite dalle coperte leggere, prese la mano di Koji e lo portò vicino alla finestra. Il panorama era lo stesso della sera prima, il buio precoce dell’inverno a nascondere i loro pensieri. Questa volta una lampada era accesa, accanto al letto, e proiettava un timido cono di luce alle spalle di Koji.

 

Satoru lo guardò, la luce fioca ad ammantargli il volto di un alone dorato, gli mise il braccio senza flebo attorno al collo, e iniziò a muovere i piedi a destra e a sinistra. Lo spazio tra il letto e la finestra era angusto, e i loro movimenti erano resi ancora più difficoltosi dalla flebo, ma riuscirono comunque a muovere qualche piccolo passo, uno attaccato all’altro, i respiri mescolati. Koji non aveva il coraggio di sbattere le palpebre, voleva imprimersi ogni singolo istante in testa come una fotografia. Satoru era tra le sue braccia, a guardarlo come se avesse acceso il sole. Gli sorrise ed improvvisamente gli sembrò di avere otto anni, di star facendo qualcosa di proibito e bellissimo, di sincero e perfetto. Tenne quel ragazzo tra le braccia mentre ballavano scoordinati e claudicanti, la luce della lampada il loro riflettore. Se solo avessero avuto otto anni avrebbero potuto nascondersi sotto le lenzuola, ignorare qualsiasi adulto e dimenticarsi che esisteva il domani, l’attimo successivo a questo, un respiro che ora non si poteva ancora respirare. Chiuse gli occhi e poggiò la fronte contro la sua, e ballarono ben oltre la fine della canzone, mentre il nastro si riavvolgeva lesto, senza fermarsi per instanti lunghi come piccole eternità.

 

A un certo punto sentì che Satoru si fermava, e aprì gli occhi.

 

“Mi hai scritto una canzone”

 

Koji annuì.

 

“Nonostante Yoko”

 

Scosse le spalle. L’altro si sedette sul letto, incrociando le gambe, allora Koji si sedette sulla sedia di plastica davanti a lui e gli mise una mano su una caviglia pallida.

 

“Mi vuoi ancora?”

 

Alzò gli occhi e vide che Satoru lo guardava con occhi brillanti.

 

“Non ti ho forse scritto una canzone?”

 

Riuscì a farlo ridere, anche se brevemente. Sentì una mano posarsi sulla sua.

 

“Credevo di poter essere felice con lei, e invece è finita che ho reso infelici ben tre persone”

 

Koji non disse nulla. Non pensava di poterlo influenzare su una decisione simile, non Satoru, ma non voleva coprirsi di ridicolo un’altra volta.

 

“Che ne dici se quando esco di qui andiamo a cena?”

 

“Mi sembra un’ottima idea”

 

“E da lì…”

 

“E da lì ti porto a casa e…”

 

“Sei un cretino”

 

Si misero a ridere assieme, più leggeri.

 

“Quando parlerai a Yoko?”

 

“Le ho già parlato, prima di stare male. Ci siamo lasciati da un paio di settimane”

 

“Volevi aspettare ancora tanto per dirmelo?”

 

“Non ero sicuro tu fossi ancora disposto a provarci”

 

“Non ti ho scopato per mesi perché non avevo nulla da fare”

 

“Avere un bel culo non vuol dire poter assurgere istantaneamente al rango di partner, sai?”

 

“Per un culo come il tuo un uomo farebbe di tutto”

 

“Anche per un cazzo come il tuo”

 

“Be’, grazie”

 

Risero di nuovo e poi Satoru si chinò e lo baciò piano, una sola volta. Appena si tirò via Koji lo rincorse, catturandogli la bocca ancora e ancora, finché non finirono a ridere come due ragazzini tra gli innumerevoli baci, il mangianastri dimenticato tra le lenzuola e il nastro che, ormai fermo, risaltava da sotto la chiusura di plastica. Il titolo si leggeva perfettamente, benché sbavato: Non può cantarla nessuno tranne te (ma sul disco chiamiamola Brise).