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I think the Earth changed the day we met

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Aveva cominciato quel viaggio con tutte le buone intenzioni del mondo: a quanto gli avevano detto suo padre era un bravo mercante e per quando la passione di Francis non fosse il commercio – per quanto Francis non fosse nemmeno lontanamente un mercante – pensa di dovergli almeno quello.

Era stato fortunato per tutta la sua vita: cresciuto a casa Brionia fino ai dieci anni e da lì passato a casa Camelia, seguendo la via che già da quando era piccolo gli era prospettata. Sua madre era una adepta di Casa Brionia ma tutti –  adepti e adepte e perfino il priore – sapevano che il suo destino sarebbe stato quello: Camelia.

Alcuni gli invidiavano la perfezione che già in così giovane età permeava i tratti del suo viso, dalla lucentezza dei suoi capelli – fili d'oro alla luce del sole – alla sinuosità e la flessibilità simile alla forma di un giunco del suo corpo. I fianchi sottili e la curva perfetta delle sue natiche, le labbra piene e gli occhi grandi e sorridenti.

Alcuni ancora lo invidiavo così tanto da tentare più e più volte di rovinare la sua bellezza – non era nulla di nuovo all'interno delle varie case, ma nessuno era ancora riuscito a fare qualcosa in proposito. Con scarsi risultati, fortunatamente, grazie anche alla sua costante gentilezza e tranquillità, con le quali Francis era riuscito a conquistarsi le simpatie – e dunque anche l'aiuto – della maggioranza degli adepti della sua Casa.

C'era qualcosa in lui che riusciva ad attrarre tutti, dai bambini gli adulti, dagli adepti scontrosi a quelli allegri e sorridenti come lui. C'era qualcosa in lui che riusciva a conciliare i pensieri, perfino quelli più pesanti, di tutti.

Francis sorrideva e lasciava che gli altri gli si avvicinassero e rimanessero con lui, non trovando niente di più bello al mondo che la costante compagnia delle persone. Se c'era una cosa, una cosa soltanto che non apprezzava quella era rimanere da solo.

Al compimento della maggiore età era stato consacrato a Naamah insieme a tutti gli altri novizi e da lì al primo patrono il passo era stato breve.

In ben poco tempo per tutta la città di Elua si era sparsa la voce della stupenda bellezza del giovane adepto di casa Camelia – con grande gioia del priore e del tesoriere –, attirando il fiore della nobiltà angeline e facendo progredire velocemente la marque di Francis. Dopo solo due anni sulla sua schiena spiccava la semplice ed elegante figura di un giglio, splendido rappresentante di tutto ciò che era Francis.

Il suo ultimo patrono – il più generoso, tra l'altro – aveva chiesto con così tanta insistenza di poterlo rivedere ancora una volta, nonostante la marque ormai fosse terminata, che Francis non aveva proprio saputo dire di no.

Il Conte Arnaud, ambasciatore di Terre d'Ange a Tiberium, godeva dei favori del re e aveva una sterminata conoscenza di ogni singolo diplomatico straniero in patria e al di fuori di essa; così quando aveva saputo che Francis conosceva non solo l'Albano ma anche l'Eirano aveva deciso che come ultimo dono patronale gli avrebbe offerto la possibilità di uscire dalla Corte dei Fiori Notturni per dedicarsi a qualcosa di suo.

«Volete dire che non sono stato soddisfacente nelle arti amatorie, mio signore?» aveva sussurrato Francis con il solito, disarmante sorriso, facendo arrossire violentemente il conte.

Gli aveva spiegato che no, assolutamente non era stato così, anzi, ma che un giovane che imparava da solo, senza l'aiuto di nessuno due lingue così complesse e conosciute da pochi, basandosi soltanto sui testi che era riuscito a trovare aveva un dono troppo prezioso per essere sprecato. La propensione per le lingue, l'ovvia intelligenza che dimostrava, la cortesia e la finezza apprese a Camelia e perché no, anche le arti amatorie avrebbero potuto portare a molto di più che una vita all’interno della Corte della Notte.

E l'avevano fatto, oh se l'avevano fatto: Francis aveva continuato a studiare, aggiungendo all'elenco delle sue conoscenze – oltre all'Angeline e al Caerdicci – anche l'Elleno e qualche rudimento di Skaldico, e ben presto il Conte l'aveva fatto chiamare, presentandogli una lunga schiera di politici, diplomatici e uomini di corte che egli riteneva essere utili conoscenze.

Francis aveva cominciato a viaggiare, prima a seguito del Conte poi in altre spedizioni diplomatiche come scriba fino a quel momento.

Gli avevano proposto un lungo viaggio che sarebbe cominciato in Alba e che poi sarebbe continuato in Eire. Un viaggio commerciale, niente di più – non aveva ancora lo status sociale per viaggiare davvero come un ambasciatore del Re per missioni diplomatiche e non l'avrebbe avuto probabilmente fino a quando non avesse preso come compagno uno tra i tanti nobili che avevano messo gli occhi su di lui. Ma andava bene così: recarsi in Eire per un primo tentativo di aprire i commerci anche con quella nazione era già una grande passo avanti per lui e-- forse avrebbe potuto portare, in caso di riuscita, ad un aumento della considerazione della sua persona, senza il bisogno di dover sposare uno qualsiasi di quei nobili che, per quanto ricchi e facoltosi, non erano mai nemmeno riusciti a farlo ridere davvero.

 

Era una delegazione di pochi uomini, il minimo necessario per non correre rischi e riuscire possibilmente a portare in patria un risultato. Il viaggio era stato tranquillo e senza problemi fino ed oltre all'approdo in Alba: erano stati accolti con la dovuta cortesia e aiutati il più possibile.

Si erano procurati le cavalcature adatte a trasportare loro e quello che avevano portato da Terre d’Ange e il passo successivo era stato trovare una guida.

La prima volta che aveva posato gli occhi su di lui Francis era rimasto colpito dall'aspetto particolarmente esotico che Arthur Kirkland presentava: la barba sfatta e i tatuaggi blu che ricoprivano le braccia e il viso – e a quanto ne sapeva Francis anche tutto il resto del corpo – erano tanto lontani da quello che aveva visto non solo in Terre d'Ange ma anche in Caerdicca Unitas e perfino in Aragonia da farlo risultare terribilmente strano ai loro occhi. Nemmeno il suo fisico in effetti aiutava a cancellare quell'impressione: le spalle larghe e le braccia muscolose unite a tutto il resto contribuivano anzi ad aumentarla.

Francis l'aveva trovato bello nella sua esoticità.

L'avevano presentato agli angeline come la guida più esperta di tutta Alba: avrebbe potuto condurli nei territori più a nord del paese e farli passare poi in Eire senza il minimo problema. Era cresciuto in quei territori e, così avevano assicurato, non li avrebbe mai e poi mai ingannati. Arthur Kirkland era un uomo d'onore.

 

Arthur Kirkland era tanto un uomo d'onore quanto un uomo profondamente silenzioso e taciturno: dopo due settimane di viaggio nessuno provava più a coinvolgerlo oltre il necessario, né quando si fermavano per accamparsi e dormire né quando cavalcavano tutti insieme verso nord, tra boschi e foreste così fitti da far perdere la cognizione delle ore, né quando si lanciavano al galoppo sulle verdi colline che lasciavano tutta la compagnia a bocca aperta.

Dopo le poche parole necessarie ad illustrare il paesaggio intorno a loro o quanto mancasse ad arrivare in un qualche posto dove fermarsi, Arthur taceva e si limitava a fissare davanti a sé o a fissare Francis per la maggior parte del tempo.

L'Angeline sente costantemente quello sguardo penetrante su di sé da più di un mese e se in un primo momento aveva creduto si trattasse di interesse – interesse smentito dopo la sesta volta che aveva provato a parlargli, ricevendo in cambio un silenzio ostinato – ora non sa più cosa pensare.

«Lo straniero ti desidera» Francis sposta lo sguardo sull'unica donna della compagnia – una nobildonna Angeline con una sterminata esperienza in trattative commerciali – esibendosi in un sorriso caldo e apparentemente spensierato.

«Voi dite, mia signora?» risponde mantenendo fermo quel sorriso con il quale tenta di mantenersi abbastanza distaccato da non mostrare interesse riguardo a quella particolare faccenda.

La nobildonna ride in tutta risposta, probabilmente intuendo alla perfezione che cosa ci sia dietro a quel sorriso spensierato e leggero: «non avete visto come vi guarda?»

«Temo di essere stato più occupato a cavalcare e a godermi il meraviglioso panorama» sorride di nuovo Francis, abbracciando con un ampio gesto della mano le colline verdi che li circondano e il mare che si intravede in lontananza; «è un paesaggio che non abbiamo l’occasione di vedere spesso in Terre d’Ange e voglio cercare di ricordarlo il più possibile quando saremo tornati».

«Io invece ho osservato molto la nostra guida e specialmente il modo in cui ti guarda quando tu non guardi lui e puoi credermi, ti desidera» la donna non sembra intenzionata a cedere e quelle parole concludono un discorso che Francis si affretta a lasciar cadere, chiudendo in un angolo della mente quella conversazione che di nuovo è riuscita a gettare il seme del dubbio in lui.

Arthur non è affatto privo di fascino – un fascino barbaro, certo, con i tatuaggi blu e i tratti rozzi di uno straniero non baciato dalla grazia di Elua e dei suoi compagni, ma pur sempre fascino – ed è fin troppo tempo, soprattutto per i canoni di Francis, che non si abbandona al calore di un corpo umano, eppure— se quel desiderio esiste davvero la guida non sembra affatto intenzionata a cedere o a mostrarlo anche solo in minima parte.

 

Succede durante la prima notte di permanenza ad Emain Macha, quella che gli Angeline considerano immediatamente come la capitale di Eire, governata da due fratelli che agli occhi di Francis non potrebbero sembrare più diversi.

Oishian è costantemente sorridente e allegro ed accoglie Arthur e gli Angeline come se fossero amici di vecchia data che non vede da tempo; Callum al contrario li osserva con estrema serietà e con quello che Francis riconosce immediatamente come sospetto.

Succede dopo ore e ore di festeggiamenti che Oishian ha indetto per onorare i loro ospiti, succede dopo ore passate a tradurre ogni singola parola Eirana in Angeline e l'esatto opposto, succede dopo fiumi di una qualche bevanda alcolica della quale Francis non ha bene afferrato il nome.

Succede soprattutto dopo un estenuante ballo al quale Francis ha inizialmente preso parte con gioia, salvo poi ritrovarsi ad ansimare sfinito, appoggiato al muro della grande sala dalle pareti rosse, nel tentativo di calmare i capogiri.

«Già stanco?» la voce di Arthur risuona improvvisa alle sue orecchie, da qualche parte alle spalle di Francis che nonostante lo stupore si sforza di mostrarsi tranquillo.

«Neanche un po'» risponde dunque senza perdere il sorriso, regolarizzando il più possibile il respiro e tentando di riacquistare la consueta compostezza.

«Allora balla con me» per la prima volta da quando il loro viaggio è cominciato l'Albano sorride, rivelando una luce sul volto che a Francis pare meravigliosa; «se te la senti».

A quell'ulteriore aggiunta l'Angeline si lascia sfuggire uno sbuffo altezzoso, seguito immediatamente da una risata divertita nel sentire le mani di Arthur afferrare le sue e trascinarlo in un'altra di quelle danze sfrenate che paiono piacere tanto agli Eirani.

A quella danza ne segue un'altra e un'altra ancora fino a quando Francis non è costretto ad ammettere di essere troppo stanco per continuare. Avverte da qualche parte in mezzo alla confusione della sua testa e della folla intorno a lui le braccia forti di Arthur che lo sollevano per portarlo via dalla Sala Rossa e poi più nulla se non il calore del corpo dell'Albano, la pelle nuda contro la sua e il sapore delle sue labbra.

 

Il giorno seguente si svegliano intontiti nella stessa posizione nella quale il sonno li ha colti: Francis premuto contro il petto di Arthur e stretto in un abbraccio possessivo, una gamba infilata tra quelle dell’Albano.

«Arthur…» Francis assapora il suono di quel nome sulle proprie labbra, spegnendone le ultime lettere direttamente contro il collo del compagno.

«Mh…?» risponde questi stringendolo più forte, gli occhi ancora chiusi negli ultimi attimi prima che il sonno sfugga del tutto dal proprio corpo.

«Posso chiederti perché fino a ieri sera non mi hai mai voluto parlare?» a quel punto sembra piuttosto ovvio che gli sguardi di Arthur avessero effettivamente il significato che Francis aveva inizialmente attribuito loro.

L’Albano sospira pesantemente, premendo piano la mano destra sul suo fianco e stringendolo meglio in quell’abbraccio tanto forte; «tu sei un nobile, io non sono nessuno».

A quelle parole Francis deve costringersi a reprimere una risata; «io non sono nobile, Arthur!» e se dentro di sé si chiede con stupore perché mai Arthur possa aver pensato una cosa simile non può fare a meno di sentirsi quasi lusingato di essere effettivamente riuscito a dare quell’impressione.

«… Credevo che questo fosse il vostro modo per indicare i nobili» le dita callose dell’altro percorrono con attenzione le linee scure della marque di Francis, tracciandone approssimativamente i contorni. Nel sentire quell’ulteriore spiegazione la risata cristallina di Francis risuona nella stanza, causando un lieve rossore sul viso dell’Albano.

«Quella è la mia marque, Arthur. Serve ad indicare che sono stato votato al servizio di Naamah» risponde Francis una volta riuscito a placare la risata, osservando con attenzione lo sguardo incuriosito dell’altro.

«Naamah» l’Albano ripete attentamente quell’unica parola, una luce di comprensione che si accende nei suoi occhi chiari; «ho sentito delle storie».

Francis ride di nuovo, allacciandogli le braccia al collo e finendo sopra di lui con un unico, fluido movimento. Arthur sorride – quello stesso sorriso che anche la sera precedente è riuscito a far battere più velocemente il cuore di Francis – e continua a sorridere anche nel baciarlo, mormorando qualcosa che l’Angeline non coglie subito.

«Cosa—?» chiede con un sorriso, le labbra premute contro quelle di Arthur, le mani che percorrono il muscoli scolpiti del petto e delle braccia dell’altro uomo.

«Ho detto che questo spiega molte cose» si limita a replicare l’Albano, non curandosi di nascondere quel piccolo sorriso malizioso che gli incurva le labbra.

«Come per esempio il fatto che ti ho sfiancato così tanto da non riuscire a fare altro che dormire per il resto della mattinata?» Arthur risponde a quella provocazione ribaltando le posizioni e baciandolo di nuovo con tanta di quella foga da lasciarlo completamente senza fiato.

 

Ogni notte per le tre settimane seguenti – il tempo in cui la delegazione Angeline rimane ad Emain Macha per vendere le proprie merci e discutere con i due sovrani dei possibili rapporti commerciali tra Terre d’Ange ed Eire – Arthur si infila nelle stanze di Francis, rimanendo con lui fino al mattino seguente e riempiendo quelle ore di tutto quello che all’Angeline era mancato così tanto.

C’è di più: da un certo punto in poi entrambi hanno cominciato ad andare oltre al semplice atto d’amore, cominciando a parlare delle proprie origini, del proprio passato e di quello che volevano dalla vita. Francis impara tutto quello che può sapere di Arthur e fa all’Albano lo stesso identico dono, raccontandogli delle proprie aspirazioni e dei propri sogni.

Si accorge piano, con il passare del tempo, che ciò che apprezza di più della sua compagnia è il fatto che Arthur riesca a farlo ridere di gusto, come mai nessuno prima è riuscito a fare.

Arthur con la sua praticità, così diverso da tutto quello che ha conosciuto a casa, Arthur con la sua schiettezza e perfino Arthur con quel suo caratteraccio che pure Francis non può fare a meno di trovare speciale e unico e bellissimo.

I loro incontri continuano anche durante il viaggio di ritorno, conditi dalle occhiate divertite degli altri Angeline quando i due si allontanano insieme senza dire nulla per nascondersi tra gli alberi e finire a fare l’amore in mezzo all’erba e alle risate roche di Arthur.

Ama a tuo piacimento, in fondo è questo quello che Francis sta facendo.

 

«Rimani con me, Francis» Arthur ha un modo di pronunciare il suo nome che riesce a divertire moltissimo l’Angeline: in quel momento è così concentrato a cogliere quella sfumatura straniera sul proprio nome da non rendersi nemmeno conto pienamente delle parole dell’altro.

«Cosa?» per questo solleva lo sguardo con un piccolo sorriso che scompare immediatamente alla vista dell’espressione incredibilmente seria di Arthur.

«Rimani con me. Qui, in Alba» la voce dell’Albano è seria tanto quanto il suo sguardo e il corpo di Francis non può fare altro che reagire fremendo con forza.

«Rimanere qui? Ma io—» prova a mormorare in qualche modo, tentando di fare chiarezza nella confusione della propria mente — tra quelle voci che bisbigliano in un rumoroso crescendo mille cose che Francis non ha dimenticato, che sa già, che avrebbe preferito scordare ancora. 

Arthur sorride piano, stringendolo meglio contro di sé e premendo le labbra contro le sue; «credo di essermi innamorato di te. Dovresti prenderti la responsabilità delle tue azioni».

Il silenzio che segue quelle parole basta a guastare l’umore apparentemente sereno di Arthur; «credevo che fosse lo stesso anche per te» il tono di voce diventa improvvisamente più duro, molto più duro di quanto Francis non vorrebbe mai sentire.

«Io-- è lo stesso, Arthur, lo sono anche io, ma—» cerca di replicare, di spiegarsi, di dare delle motivazioni a quel silenzio che è riuscito tanto facilmente ad innervosire l’altro.

«Allora perché non vuoi?» quella domanda rimane sospesa tra di loro per interi minuti fino a quando Francis non riesce a buttare fuori uno dei mille motivi per i quali quella è una pessima idea: «perché questa non è casa mia».

«Non dobbiamo rimanere qui per sempre. Possiamo tornare in Terre d’Ange tra un po’» replica immediatamente Arthur, dimostrando di essere disposto a sacrificare anche la propria patria per amore di Francis; «potremmo—»

«Questo vorrebbe dire rinunciare a tutto quello che ho costruito fino ad adesso e io—» tenta di replicare nuovamente Francis, riuscendo soltanto a far reagire ancora peggio Arthur.

«Non lo faresti per amore? Credevo che per voi fosse questo l’importante, l’amore» chiede quest’ultimo con voce atona, riuscendo a far trasparire in una singola frase tutta la delusione che sta provando, riuscendo giusto a far sentire ancora peggio Francis.

«Io..» Francis deglutisce profondamente, tentando di trovare un’alternativa, una via di fuga che potrebbe consentire entrambe le cose. Non la vede, non la vede in nessun caso: rimanere in Alba con Arthur significherebbe la fine dei propri sogni, tornare in Terre d’Ange con lui significherebbe comunque rinunciare ai propri sogni. Il suo status sociale non si sarebbe certo sollevato sposando un Albano e— e quello è tutto ciò che Francis ha sempre sognato, fin da quando era un bambino.

Lasciarsi alle spalle una vita mediocre, conquistare un titolo nobiliare e una posizione in società, essere amato e rispettato e non dover preoccuparsi di nulla se non di fare le cose che ama.

Arthur è la persona che ama e senza di lui tutte quelle cose potrebbero non valere nulla, suggerisce una voce all’interno della propria testa, forse— «rimarrò, Arthur» si decide a mormorare dopo interi minuti di silenzio durante i quali il proprio cuore è arrivato a pesare tonnellate e tonnellate.

«Ti amo, Francis!» Arthur sorride con incredibile gioia e il cuore di Francis, già diviso a metà, si spezza del tutto.

 

Un pezzo di carta sul letto sfatto la mattina della partenza della nave Angeline.

Devo tornare a casa, Arthur.

Non ti dimenticherò.

 

Sono passati mesi dal viaggio in Alba ed Eire, mesi da quando Francis è tornato indietro in fretta e furia, senza curarsi di rispettare i tempi previsti e, anzi, cercando di velocizzare il più possibile il viaggio; mesi nei quali Francis ha cercato in ogni modo di non pensare a quanto male avesse fatto, a quale enorme sbaglio avesse compiuto nell'abbandonare Arthur senza nemmeno provare a parlargli – lasciandogli soltanto poche righe e l'assillante assenza di una giustificazione per il proprio comportamento.

Nemmeno lui – se ne rende conto qualche mese dopo essere tornato a casa, passeggiando per le vie della città e passando proprio davanti al tempio di Naamah – riesce a capire per quale motivo sia finito a prendere quella decisione: da quando la possibilità di essere ricco e potente e conosciuto per lui importavano più dell'amore? Più delle persone?

Ha abbandonato la felicità, conosciuta in poco tempo e in altrettanto poco persa, per qualcosa che non è neppure certo di riuscire a raggiungere, nemmeno impegnandosi per tutta la sua vita, nemmeno facendo enormi sacrifici, nemmeno buttando via la certezza di essere amato.

E se anche riuscisse a raggiungere quelli che sono i suoi obbiettivi da tutta una vita, come potrebbe essere sicuro di vivere per sempre felice? Felice del lusso senza amore, felice del potere senza nessuno con cui condividere la propria vita? Sarebbe stato davvero così sbagliato voler passare la vita con un uomo non nobile, non ricco, non potente? Con un uomo normale che però lo amava davvero e desiderava soltanto stare insieme a lui?

La passeggiata avrebbe dovuto distrarlo e aiutarlo a pensare a qualcosa che non fosse il senso di colpa e la netta sensazione di aver sbagliato ogni singola cosa; nulla di tutto ciò avviene e Francis continua a camminare per le vie, sempre più lontano da casa, sempre più perso e confuso.

Ama a tuo piacimento è quello che gli hanno sempre detto, dal primo giorno della sua vita su questa terra; la sensazione di aver non solo sbagliato ma anche disobbedito all’unico desiderio di Elua per loro brucia più di ogni altro errore mai commesso.

 

Il pugno di Arthur si abbatte con violenza sul tavolo di legno già scheggiato, facendolo sobbalzare bruscamente e sollevando il velo di polvere che si è raccolto sul mobile durante la assenza del proprietario; mesi, mesi passati nei boschi e nelle foreste a vagare da solo, evitando la compagnia di qualsiasi altro essere umano – non sopporta nemmeno la sua stessa presenza, figuriamoci quella di qualcun altro.

Mesi, mesi passati nei boschi e nelle foreste del Nord nel vano tentativo di non pensare, nell'assurdo tentativo di dimenticare Francis e tutto quello che era stato. Dimenticare soltanto poche settimane, in fondo, non sarebbe dovuta essere un'impresa così difficoltosa; dimenticare soltanto poche settimane di finta felicità, trascorse ad illudersi che una puttana avrebbe potuto accettare di vivere con lui una vita semplice e di certo non sfarzosa come quella che desiderava, immersa tra i doni dei suoi patroni e il lusso sfrenato che di certo non avrebbe potuto trovare con lui. Illuso, non era stato altro che un illuso e Francis non l’ha ritenuto degno nemmeno di una singola, misera, fottutissima spiegazione.

Qualsiasi cosa faccia, però, qualsiasi imprecazione, insulto o maledizione mentale gli rivolga, il ricordo di Francis rimane inciso a fuoco nella propria mente: a volte si sveglia di notte con la sua risata nelle orecchie e tutto quello che riesce a fare è prendere a pugni il muro della propria stanza e ripetersi ancora e ancora e ancora quanto sia stato idiota a fidarsi di una puttana.

È stato un bene che se ne sia andato subito, questo deve pensare: avrebbe potuto rimanere ancora per molto tempo e spezzargli il cuore e farlo soffrire mille volte di più. Almeno ha avuto la decenza di andarsene prima di fargli ancora più male, almeno ha avuto la decenza di rivelarsi per quello che è prima che il cuore di Arthur si piegasse del tutto a lui.

 

Ama a tuo piacimento, questo aveva detto Francis; per qualche motivo Arthur non riesce nemmeno a ridere dell’evidente bugia che si cela in quelle parole.


Pointe des Soeurs si trova in Azzalle ed è il luogo più vicino ad Alba in tutta la regione nord-orientale di Terre d’Ange: nei mesi primaverili ed estivi o nelle giornate di particolare bel tempo si dice che sia possibile vedere con estrema facilità la terra straniera e che sembri ancora meno distante di quanto già non sia.

Francis ha sempre sentito voci simili ma non ha mai avuto la possibilità di verificare con i propri occhi, così quando si ritrova sul punto più alto di una delle scogliere per le quali Pointe des Soeurs è particolarmente apprezzato — e non saprebbe come dare torto ai poeti di Terre d’Ange dopo aver visto la maestosità di quei luoghi — in quella giornata primaverile nella quale il sole splende e nel cielo e all’orizzonte non c’è una singola nuvola non può fare a meno di sorridere nel rendersi conto che le voci sono vere e che sforzandosi giusto un poco al di là del mare è possibile vedere la terra che Francis ha avuto la possibilità di ammirare per mesi e mesi.

Un sorriso amaro spunta sulle labbra dell’Angeline mentre quei pensieri si rincorrono nella propria mente: è difficile non pensare a Arthur in queste circostanze e la verità è che il motivo principale del suo viaggio fino a Pointe des Soeurs riguarda proprio l’Albano.

La realtà dei fatti è che Francis non ha la minima idea del perché abbia deciso di fare una cosa simile — mollare ogni cosa nelle mani di amici e conoscenti e recarsi fin lì senza un motivo apparente, senza un piano, senza sapere che cosa fare: non è che abbia davvero qualche possibilità di rivedere Arthur, senza contare che non dovrebbe nemmeno più pensarci.

Sta per sposarsi: ha accettato il corteggiamento e la successiva proposta di un nobile Angeline che l’ha sempre trattato con tutto il rispetto che Francis ha sempre desiderato. È bello, nobile, ricco, gentile, capace di trattarlo come ha sempre voluto, capace di apprezzare tutte le doti di Francis e non soltanto quanto sia bravo e capace tra le lenzuola.

Francis sa che dovrebbe essere felice, entusiasta e riconoscente della fortuna che ha avuto nella propria vita; sa che dovrebbe correre tra le braccia del proprio promesso sposo e non pensare mai più a niente altro se non al proprio radioso futuro con un posto a corte e una splendida casa.

Mille pensieri simili — su quanto sia stupido e insensato quello che sta facendo, su quanto avrebbe fatto meglio a rimanere a casa e continuare i preparativi per il matrimonio — vorticano nella sua mente, costringendolo a ritrarsi di qualche passo dall’orlo della scogliera per l’improvvisa paura che quella sensazione di nausea e vuoto sotto ai piedi possa farlo cadere.

Francis si ritrova a sollevare lo sguardo dal mare sotto di lui e dalle onde che si infrangono contro gli scogli soltanto per vedere in lontananza una nave Albana avvicinarsi sempre di più alle coste Angeline; sente distintamente il proprio cuore perdere cinque o sei battiti di fila e non sa davvero spiegarsi perché dentro di sé sente il desiderio bruciante di correre fino al porto e aspettare che la nave attracchi per vedere chi trasporta.

«Stai cercando di dirmi qualcosa?» bisbiglia tra sé e sé, rivolgendo lo sguardo sul ciondolo di ametista — lo stesso colore dei suoi occhi — che il suo promesso sposo gli ha regalato pochi giorni prima; lo stomaco si contorce in una morsa carica di aspettativa mentre il vento soffia tra gli alberi e ne scuote le cime, scompigliandogli i capelli e portando nell’aria una voce che Francis è certo di sentire ed è sicuro di non essersi immaginato.

Vai, ha detto quella voce, e Francis è troppo folle, troppo credente, troppo speranzoso per non credere che quello non sia Elua in persona; troppo innamorato per non credere che quella possa essere la voce di Naamah alla quale è stato consacrato e alla quale è certo di aver fatto un torto.

Vai, e mentre Francis corre giù lungo la stradina che porta alla città e al porto è sicuro di sentire di nuovo quella singola parola nel vento; il cuore gli batte all’impazzata ed è certo di aver quasi spaventato diversi abitanti di Pointe des Soeurs, specialmente nel momento in cui si ferma di scatto proprio davanti all’acqua e alle navi ormeggiate e tenta di riprendere fiato nonostante l’evidente carenza di capacità dei propri polmoni.

Non passa molto tempo prima che la nave giunga a destinazione e tra le grida e gli ordini del comandante della nave riesca ad attraccare al porto: Francis scruta ansiosamente gli uomini che pian piano scendono dalla passerella e spariscono nelle vie della città, trasalendo ad ogni minima possibilità — ogni colore che lo ricordi, ogni uomo che gli somigli — che tra di loro possa esserci anche quell’unica persona che desidera rivedere.

Dentro di sé si ripete continuamente che si tratta soltanto di volerlo rivedere per mettere in chiaro le cose, per spiegargli perché se ne sia andato, per dargli almeno una spiegazione e per ammettere che sì, è stato uno stronzo e non avrebbe mai dovuto farlo. Dentro di sé si ripete che se Arthur è davvero su quella nave si limiterà a spiegargli perché ha fatto una cosa simile e che poi tornerà a casa dal proprio promesso sposo, non ci penserà mai più, non vorrà mai più vederlo e la sua vita tornerà ad essere il sogno meraviglioso che ha sempre desiderato e finalmente ha ottenuto.

Arthur però non scende dalla nave e pian piano — mentre le ore passano e il cielo imbrunisce e copre le case della cittadina di ombra e oscurità — Francis si rende conto che le sue speranze erano i sogni di un ragazzino.

Mentre cavalca per tornare a casa — la Città di Elua è casa sua, non una qualche foresta sperduta di Alba; la Città di Elua con i suoi infiniti vicoli e i profumi e i rumori e le persone che conosce da una vita e il suo futuro marito e la corte e i nobili e il re e la regina del paese che ama — il pensiero di Arthur torna per l’ennesima volta alla sua mente e per quanto Francis si sforzi di cacciarlo, di dimenticarlo, di passare sopra all’errore più grosso della sua vita mascherandolo come un successo e un’incredibile felicità, rimane lì a tormentarlo per tutto il resto del viaggio.

 

Appena arrivato a casa Francis lascia il proprio cavallo — esausto dopo quel viaggio troppo lungo e troppo stancante per essere affrontato in poche ore — esausto nelle mani esperte dello scudiero prima di entrare nell’edificio e prepararsi per il bagno caldo che non vedeva l’ora di poter fare.

Si lascia scivolare nell’acqua bollente, immergendosi fino al naso e lasciando che la calma e la serenità provino — e riescano, almeno in parte — a riportare la calma nel proprio cuore.

Arthur si sarà già dimenticato di lui: sono passati quasi tre anni ed è stato lui ad andarsene, a lasciarlo senza nemmeno una spiegazione. Arthur l’avrà odiato per mesi e mesi e in un punto imprecisato di quei tre anni avrà trovato un’altra persona con cui stare, una persona che potesse amarlo anche senza la promessa di terre e gioielli preziosi e vestiti nuovi ogni giorno.

Il sospiro stanco di Francis rimane sospeso nella stanza troppo a lungo, abbastanza perché Francis si riscuota e si odi ancora di più per i pensieri che sta facendo: sa perfettamente di essere vanesio, sa perfettamente di desiderare un’infinità di cose materiali delle quali potrebbe tranquillamente fare a meno, sa perfettamente che molte persone potrebbero pensare male di lui per questo e non gli è mai importato assolutamente nulla, non ci ha mai visto nulla di male.

E ora? Ora basta un selvaggio uomo abituato a vivere in mezzo alle foreste per mandare in crisi anni e anni di sogni e desideri e certezze? No, Francis non può lasciare che tutta la sua vita venga rovinata dal ricordo di una persona che ha amato — ha amato, non lo ama più, l’ha dimenticato; non è così? Sì, l’ha dimenticato, deve averlo dimenticato, deve per forza averlo dimenticato — e per la quale avrebbe potuto sacrificare tutto quello che ha ora.

Si sforza di ricordare gli innumerevoli vantaggi del suo futuro matrimonio, quelli che si ripete ogni singolo giorno per riuscire ad imprimerli non solo nella propria testa ma anche nel proprio cuore; si sforza di ricordare i motivi per i quali dovrebbe essere follemente innamorato del proprio futuro marito, i suoi pregi, le sue qualità, la sua bellezza.

Qualcuno bussa alla porta della stanza e bisbigliando per l’ora tarda lo informa della presenza di qualcuno che desidera parlare con lui: Francis non ha idea di chi possa essere ma a casa Camelia gli è stato insegnato a non far mai aspettare un ospite e in pochi minuti, avvolto in una morbida vestaglia finemente intessuta e con i capelli ancora umidi, si accinge ad aprire la porta di casa.

La prima cosa che vede è un lampo di capelli biondi, seguito subito dopo da delle spalle coperte da intricati tatuaggi blu e mentre il suo cuore sembra fermarsi e i polmoni smettono di fornire aria al suo corpo Francis non può fare altro che aggrapparsi in qualche modo alla porta e cercare sostegno nella solidità che le proprie gambe si rifiutano di dargli.

Arthur lo guarda intensamente senza dire nulla, scandagliando tutto il corpo dell’Angeline dai capelli alla punta dei piedi, felice di constatare che in tre anni Francis è rimasto splendido come la prima volta che l’ha visto; «ho impiegato un mese intero per riuscire a trovarti» mormora con quella voce che Francis ricorda anche troppo bene e che è ancora capace di farlo fremere come le prime volte che l’ha sentita.

«Mi stavi cercando?» riesce a bisbigliare dopo qualche minuto in cui la sua bocca si rifiuta di formare le parole e di farle uscire dalla gola; «credevo—»

«Che ti odiassi? Ti ho odiato, Francis» lo interrompe Arthur con un tono di voce e uno sguardo che riescono ad esprimere alla perfezione quel sentimento di disprezzo che Francis è certo l’Albano provi nei suoi confronti; «ti ho odiato per quello che mi hai fatto e questo non mi ha impedito di continuare ad amarti come facevo tre anni fa».

Quelle poche parole hanno il potere di riuscire di nuovo a far mancare il fiato di Francis che ancora non riesce a parlare e ancora ha bisogno di un sostengo per essere certo di rimanere saldo sulle proprie gambe: è possibile che Arthur non lo odi? È possibile che stia dicendo la verità e che lo ami ancora dopo tutto quello che gli ha fatto?

«Ti prego non.. non dirmi queste cose, non posso sentirle, non posso ascoltarti e—» cerca di interromperlo e allo stesso tempo tenta di frenare i pensieri speranzosi e terribilmente folli che si susseguono senza sosta dentro di lui.

«Perché stai per sposarti? L’ho sentito dire» ma Arthur non gli lascia la possibilità di finire la frase e lo costringe per l’ennesima volta a fremere di dolore e sorpresa per quelle parole; «se sei davvero innamorato di quel nobile che vuoi sposare basta che tu me lo dica».

«Che cosa..?» tenta di chiedere Francis, più confuso di quanto già non fosse, ricercando lo sguardo duro e allo stesso tempo sofferente di Arthur.

«Dimmi che sei innamorato di lui e che mi hai dimenticato. Dimmi che vuoi passare la tua vita con lui, che non mi ami più e che non ti importa di me» sbotta Arthur senza più riuscire a mantenere la calma, prendendo Francis per le spalle e stringendolo con forza; «dimmi che non mi ami più e permettimi di dimenticarti! Non potrò dimenticarti fino a quando non mi dirai che non mi ami!»

Il tempo sembra fermarsi mentre i battiti del cuore di Francis rallentano e la sua mente riesce a vedere con chiarezza le due strade — le stesse due strade che ha già visto tre anni fa — del suo ipotetico futuro: da una parte ci sono gli agi e i lussi di un marito nobile, di una posizione a corte, di una vita passata nel paese che ama e che è stato casa sua da sempre; dall’altra c’è una vita di incertezze al fianco di uno straniero tanto diverso da lui, una vita priva delle cose che ha sognato per tanto tempo, della sua bella casa piena di vestiti e oggetti inutili.

Da una parte c’è il resto della sua vita al fianco di una persona che non ama e non ha mai amato; dall’altra c’è il resto della sua vita al fianco dell’unica persona che sia riuscita a farlo sentire speciale e diverso da qualsiasi altro Angeline.

«Arthur—» mormora mentre per la prima volta vede con incredibile nitidezza quelle due strade e nella sua mente ci sono ben pochi dubbi su quale delle due debba prendere; «tu mi ami ancora?»

«Credi che sarei venuto fin qui se non fosse così?» il dolore nella sua voce è fin troppo palpabile e Francis sa di non poter resistere nemmeno un secondo di più.

«Non lo amo. Non lo amo, non lo amerò mai, non ti ho dimenticato e non riuscirei mai a farlo—» ma di nuovo — e improvvisamente gli tornano alla mente mille ricordi di quanto a Arthur piacesse interromperlo e vederlo arrabbiarsi e infastidirsi per questo — Arthur lo ferma e lo stringe con troppa forza per le spalle.

«Non mentirmi, non prendermi mai più in giro» il tono di voce dell’Albano riesce quasi a fargli paura e Francis è costretto a prendere qualche secondo per tranquillizzarsi e riuscire a mettere insieme una risposta che valga la pena di essere ascoltata.

«Ho sbagliato una volta, Arthur, non sarò così stupido da rovinare la mia felicità una seconda volta» bisbiglia contro le labbra dell’altro prima di baciarlo — e gioire con tutto il corpo e la mente quando Arthur lo prende tra le braccia e ricambia il bacio, premendolo contro la porta e stringendolo a sé con tutta la forza che ha in corpo.

«Non lasciarmi mai più» mormora Arthur dopo qualche istante, premendo la fronte contro quella dell’altro, ricacciando indietro le lacrime che premono per uscire; Francis lo stringe tra le braccia sottili e lo conduce dentro casa, lasciando che quella notte spazzi via tre anni di dolore e reciproca mancanza.

 

«Cos’hai intenzione di fare?» bisbiglia Francis da qualche parte contro il petto di Arthur, felice di sentire come il proprio corpo risponda quasi automaticamente alle carezze dell’altro — le sue mani sono ancora ruvide e callose come le ricordava, la sensazione che prova nel sentirle contro la propria pelle è la stessa che ha amato anni fa e che ha cercato di ricordare per troppo tempo.

«Intendi cosa ho intenzione di fare riguardo a noi due?» domanda Arthur dopo qualche secondo di silenzio, stringendo le labbra nel vedere Francis rannicchiarsi meglio contro di lui e annuire piano; «non lo so, credo dipenda da te. Per quanto mi riguarda, finché mi prometti di rimanere insieme a me, sono disposto anche a rimanere qui». 

Francis rimane in silenzio per interi minuti, riuscendo quasi a far preoccupare Arthur —  e se ci stesse ripensando? Se avesse già cambiato idea? Se avesse deciso che in fondo la sicurezza e la stabilità sono meglio? — prima di sistemarsi meglio contro il petto dell’Albano e ricercare il suo sguardo: «partiamo».

«Partiamo?» domanda Arthur senza capire dove Francis voglia arrivare con quell’unica parola che alle sue orecchie suona tanto enigmatica.

«Partiamo. Andiamo via, esploriamo i paesi che non abbiamo mai visto» Francis si tira a sedere con un lampo di improvvisa eccitazione negli occhi, costringendo Arthur a seguirlo e a stringerlo tra le braccia; «andiamo dove vogliamo andare, torniamo a casa quando vogliamo tornare».

«Credevo che volessi—» cerca di intervenire Arthur, giusto mezzo secondo prima di essere interrotto dal bacio nel quale Francis lo coinvolge e che finisce per farli ricadere sul letto.

«Voglio stare con te. Voglio viaggiare» mormora l’Angeline contro le labbra dell’altro, ridendo con goia quando anche Arthur si apre in un sorriso felice; «finché sono con te non mi importa del resto. Possiamo fare tutto quello che vogliamo».

 

Francis e Arthur passano il resto della notte a fare l’amore e a ridere come due ragazzini e tutto quello a cui riesce a pensare Francis è che mai più, mai più si lascerà sfuggire la felicità che sta provando ora; ama a tuo piacimento è la frase che le loro voci sussurrano tra un bacio e l’altro e finalmente Francis è certo di aver compiuto il volere di Naamah.