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I think the Earth changed the day we met

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Il tempio si staglia davanti a loro in tutta la sua immensità; il marmo bianco delle costruzioni brilla sotto la luce della luna, donando a quel momento un’atmosfera quasi solenne.

Arthur Kirkland, archeologo di fama internazionale, ha impiegato anni di lunghe e faticose ricerche per arrivare fin lì.

Anni di studi tra libri polverosi e frammenti di antiche pergamene, anni di ricerche sul campo e di indizi verso il ritrovamento di un’antica civiltà perduta. Anni passati a mettere insieme ogni tipo di informazione disponibile, anni passati ad organizzare spedizioni su spedizioni e ora, finalmente, tutte le sue fatiche sono state premiate.

Il tempio — la cui scoperta è il frutto del lavoro di una vita intera, ed è sua, solo sua, sua, sua, interamente sua — è davanti a lui.

La smania di portare a termine l’obiettivo di quella spedizione si unisce all’improvviso rendersi conto che può finalmente farlo — ed è soltanto il richiamo di uno dei suoi compagni che lo ferma nel bel mezzo di uno slancio verso la salita che conduce al tempio.

I successivi venti minuti passano in una discussione furiosa con il capo della spedizione. Non c’è verso di procedere: per quanto Arthur voglia andare avanti, è troppo tardi, è troppo buio, è troppo pericoloso e tutti sono troppo stanchi.

Arthur insiste, insiste, insiste ancora. Ha impiegato anni per arrivare fino a questo punto e non lascerà che qualche ora di buio lo fermi, non adesso!

Arthur insiste, insiste, insiste ancora; ma alla fine gli sguardi stanchi e preoccupati del resto del gruppo hanno la meglio. È questione di poche ore ancora. Può resistere. Può farcela.

 

Quattro ore più tardi — mentre il resto del gruppo dorme profondamente, cercando di proteggersi dal gelo della notte nelle tende — Arthur non è ancora riuscito a chiudere occhio. 

Il terreno è troppo duro, l’aria è troppo fredda, gli animali che si nascondono intorno a loro sono troppo rumorosi. Non c’è modo di riuscire a dormire.

Arthur sbuffa, rigirandosi nell’unica coperta ruvida e decisamente troppo piena di odori: non riuscirebbe a dormire in quel modo nemmeno se fosse tranquillo, figuriamoci riuscire a dormire con l’agitazione che gli scorre nelle vene.

Il tempio che ha cercato per anni è lì, a portata delle sue mani, e lui deve aspettare ancora intere ore per poter finalmente portare a compimento il lavoro di una vita?

E per cosa? Per un po’ di buio e qualche ipotetico animale pericoloso? Ridicolo! Non c’è niente di cui preoccuparsi e di certo non c’è nulla di cui avere paura.

Se tutti gli altri vogliono comportarsi come un branco di ragazzini spaventati, ben venga. Arthur Kirkland, archeologo di fama mondiale, non ha nessuna intenzione di abbassarsi ad un simile livello.

Le idee che lo colgono nel bel mezzo di quella notte — a metà tra il sonno e la veglia, in uno stato di fremente attesa — non dovrebbero essere seguite, Arthur lo sa perfettamente. Eppure c’è qualcosa che lo chiama, qualcosa dentro di lui che lo spinge a trovare il coraggio di alzarsi, infilare il suo diario di viaggio nella sacca insieme ad una torcia e poco altro, e uscire dalla tenda. Qualcosa lo sta chiamando — e Arthur ha tutte le intenzioni di rispondere.

 

I gradini del tempio luccicano sotto la luce della luna e sotto la luce della torcia che Arthur sventola in giro, cercando un modo qualsiasi per entrare. L’ingresso principale è bloccato da quella che sembra essere stata una frana che ha portato via parte della facciata e non pare esserci un altro accesso. Arthur non ha nessuna intenzione di darsi per vinto, non dopo tutto quello che ha fatto per arrivare fin lì.

Se fosse giorno e se avesse qualcuno impegnato a cercare con lui, l’operazione richiederebbe molto meno tempo. Invece passano minuti che sembrano ore prima che riesca a trovare quello che cercava.

Una fessura, grande quel tanto che basta a far passare qualcuno di non troppo grosso, nascosta dietro una colonna nel lato destro del tempio. Passarci attraverso è faticoso ma tutto quel lavoro viene premiato quando, con un ultimo sbuffo di fatica, si ritrova finalmente dentro all’oggetto delle sue ricerche.

Ad un primo sguardo il tempio appare perfettamente conservato: dall’altare in marmo bianco agli oggetti ornamentali d’oro, tempestati di pietre preziose. Dagli incredibili motivi geometrici nel marmo del pavimento ai fini dettagli delle sculture. Ed è proprio ad una di queste statue che Arthur si avvicina, come prima cosa, attratto da qualcosa di inesplicabile.

I lineamenti della donna scolpita nella pietra sono i più belli che Arthur abbia mai visto. La morbida curva delle labbra, il sorriso allo stesso tempo regale ed enigmatico; e più di ogni altra cosa, Arthur è sicuro che lo sguardo della donna sembri seguire ogni suo movimento.

Le successive due ore sono spese in un’attenta analisi di ogni singola superficie ed oggetto presente nel tempio; i disegni nel suo taccuino si accumulano uno dopo l’altro, pieni come al solito di annotazioni e osservazioni del momento. Arthur è certo di essere morto ed essere arrivato in Paradiso.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

La voce torna a farsi sentire mentre Arthur sta cercando di ritrarre ogni singolo dettaglio del capitello ornamentale di una colonna: un sussurro, un bisbiglio alle sue spalle che lo costringe a voltarsi di scatto e a guardarsi intorno, pensando che forse qualcun altro della spedizione si sia svegliato e abbia notato la sua assenza. O che sia stato colto dalla stessa curiosità e necessità che hanno colto anche lui. 

Alle sue spalle non c’è nulla, però, nulla se non il tempio vuoto e gli spifferi freddi.

Nel momento stesso in cui Arthur torna a concentrarsi sui suoi schizzi, la voce si fa sentire di nuovo: un sussurro, un bisbiglio alle sue spalle più caldo del precedente, più vicino. Per la seconda volta Arthur si gira di scatto e per la seconda volta alle sue spalle non c’è nessuno.

«C’è qualcuno?» chiede inutilmente, con una punta di fastidio nella voce. Non ha nessuna intenzione di farsi interrompere durante il suo momento da qualcuno che con tutta probabilità vuole soltanto fargli uno scherzo di cattivo gusto.

Sa perfettamente di non essere simpatico alla maggior parte dei membri della spedizione — non che gli sia interessato particolarmente di risultare simpatico a qualcuno. Lui è lì per un unico motivo e tutto il resto non ha nessuna importanza.

È possibile, però, che qualcuno abbia deciso di tentare di infastidirlo? Se Arthur avesse una lato che pensa positivo, si sforzerebbe di convincersi che non sia possibile. La verità è che non ha nessun lato del genere, e quella è l’unica spiegazione possibile.

«Non so chi sei ma farai meglio a smetterla con questo scherzo idiota» sibila a mezza voce, non avendo cuore di disturbare la pace e il silenzio che regnano nel tempio; «e vieni fuori, chiunque tu sia!»

Ma per l’ennesima volta non arriva nessuna risposta.

«Fai come ti pare. Se pensi che mi lascerò spaventare da qualche bisbiglio, ti sbagli di grosso» borbotta Arthur, abbassando lo sguardo sul taccuino e tornando a scarabocchiare. I dettagli di quell’architrave devono essere raffigurati con molta più precisione e lui non ha certo tempo da perdere in certe baggianate.

Ignorare la voce che continua a bisbigliare qualcosa che non riesce nemmeno a capire diventa sempre più difficile, ma Arthur si sforza con tutto se stesso di non dare soddisfazione a chiunque stia cercando di farlo impazzire.

Si sposta di colonna in colonna, di nicchia in nicchia — impegnato a trascrivere e a ritrarre ogni singolo dettaglio —, tentando di escludere dalla sua testa la voce. Ma la voce lo chiama ancora e ancora e ancora e diventa sempre più forte e sembra acquietarsi soltanto quando, alla fine, Arthur si avvicina all’altare centrale.

Lo schizzo dell’altare richiede molta più attenzione rispetto a tutto il resto, specialmente quando nota un’iscrizione mezza nascosta sul lato destro. La successiva mezz’ora è spesa nel tentativo di decifrare quello che riesce a capire della scritta — il che è particolarmente difficile per via dello stato in cui l’incisione è ridotta.

La voce è sparita del tutto, anche dai suoi pensieri: è troppo impegnato a tentare in ogni modo di grattare via secoli e secoli di sporcizia, inginocchiato sull’altare per essere alla stessa altezza dell’iscrizione. La brillante idea di usare le unghie non sembra aver funzionato — come non sembra funzionare l’altrettanto brillante idea di utilizzare un angolo del taccuino. L’unica alternativa rimasta è tirare fuori il coltellino che, fortunatamente, si è ricordato di prendere con sé.

Uno, due, tre tentativi di grattare via le incrostazioni con la punta del coltello sono già abbastanza perché Arthur cominci ad intravedere qualcosa. Dai suoi studi sulla lingua autoctona riesce a capire soltanto qualche parola: si parla di una donna e di una bellezza divina e di una maledizione? Nessuno esce dal tempio o una cosa del genere. Forse l’uomo è lo stesso della statua? E la maledizione deve essere sicuramente una di quelle sciocche superstizioni indigene.

Arthur continua a grattare, sicuro che tutto sarà più chiaro una volta ripulita per bene l’incisione. Ed è quando ormai è giunto all’ultima parola che il coltello slitta sul marmo e incide un taglio profondo sul palmo della sua mano.

Arthur impreca ad alta voce, balzando in piedi e cercando qualcosa con cui tamponare il sangue che esce copioso e che sta già cominciando a sporcare il taccuino — taccuino che viene prontamente gettato a terra, proprio per evitare un disastro.

Dopo qualche minuto Arthur non ha ancora trovato nulla con cui fermare il sangue ed è con un ringhio frustrato che sbatte la mano ferita sull’altare, innervosito da quell’ulteriore inghippo e dall’inutile perdita di tempo per colpa della quale è costretto a fermarsi.

Nell’esatto istante in cui Arthur scosta la mano dal marmo, la terra sotto ai suoi piedi comincia a tremare così forte da farlo cadere. Le pareti del tempio si scuotono e traballano come se stessero per frantumarsi da un momento all’altro e enormi crepe si aprono sul pavimento. Arthur reprime un’imprecazione, costretto a saltare di lato per evitare una brutta fine; il taccuino giace sull’altare e lui non ha nessuna intenzione di lasciarlo lì, non dopo tutto il lavoro e la fatica delle ultime settimane. Non sarà certo un piccolo terremoto a fermarlo.

Eppure il piccolo terremoto sembra crescere di intensità ad ogni istante che passa, rendendogli quasi impossibile anche soltanto pensare di avvicinarsi all’altare: Arthur è costretto a chinarsi per evitare la caduta di alcuni detriti e, immediatamente dopo, costretto a lanciarsi di lato per non finire nella voragine appena apertasi nel pavimento.

La situazione è più complicata di quanto vorrebbe ma questo non basta di certo a farlo desistere: gli inglesi non desistono, si ripete mentalmente come una sorta di mantra, gli inglesi non desistono e hanno successo in tutto quello che fanno.

È in quel preciso momento che la voce torna a farsi sentire, questa volta più forte e più chiara, abbastanza perché riesca a distinguere alcune parole: «vieni avanti, viaggiatore».

«Chi parla? Chi sei?» chiede con un accenno di panico nella voce — perché quella voce ha qualcosa di strano, perché quella voce non appartiene di certo a nessuno che conosca. Perché Arthur non è un uomo religioso, ma quella voce sembra tutto tranne che umana.

«Vieni avanti, viaggiatore» ripete la voce misteriosa, e nell’esatto momento in cui l’eco delle parole si spegne, il pavimento trema di nuovo, sbalzando Arthur in avanti e facendolo cadere a terra; «vieni da me».

«Chi sei?» ripete Arthur, cercando di mascherare il più possibile la sensazione di panico che monta dentro di lui; non ha la più pallida idea di quello che stia succedendo e per quanto si sforzi di non farlo, c’è una parte della sua mente che continua con insistenza a tornare su un’unica parola. Maledizione.

Il sussurro suadente della voce si fa sentire di nuovo: «vieni da me, viaggiatore». Arthur non può fare altro che avanzare verso l’altare — nonostante si stia sforzando in ogni modo, la voce sembra avere un potere che lui non sa spiegare. Le gambe avanzano contro la sua volontà e in men che non si dica si ritrova ai piedi dell’altare. 

Davanti a lui — e Arthur non trova un modo migliore di spiegare cosa stia succedendo — l’aria brilla. Un raggio di luce che non dovrebbe essere presente, irrompe da una delle fessure nel muro e una figura evanescente prende lentamente forma.

Arthur vorrebbe fare di nuovo la stessa domanda, chiedere di nuovo chi o cosa sia la persona davanti a lui, da dove venga quella voce, come faccia a sentirla in quel modo. Dalla sua gola non esce neanche un singolo suono, però, impedendogli di porre qualsiasi domanda.

«Vieni da me, viaggiatore» ripete per l’ennesima volta la voce suadente, ormai incarnata nella figura di una donna perfino più bella della sua raffigurazione della statua. Non ha mai visto una donna così splendida — e nel momento esatto in cui quegli occhi così incredibilmente blu incontrano i suoi, Arthur sa con certezza assoluta che non riuscirà mai più ad andarsene.

Non è un’esagerazione e di certo non è un modo per dire che Arthur ha rinunciato a lottare contro qualsiasi cosa stia succedendo: nel momento esatto in cui incontra lo sguardo dell’altra donna, la sua mente ha già accettato con rassegnazione il proprio destino.

Arthur ci prova in tutti i modi: si sforza di muovere le gambe che sembrano come ancorate al marmo, si sforza di girare la testa e di smettere di guardare quella donna, si sforza di chiudere gli occhi, di dire qualcosa, di pensare ad un modo per sfuggire. Niente di quello che prova a fare ha importanza.

Rimanere nel tempio per sempre è un’idea così allettante. Rimanere nel tempio per sempre, rimanere con Lui per sempre, infondo cosa c’è là fuori, cosa c’è di interessante? Di più interessante che passare il resto dell’eternità lì? Niente? Eternità. Per sempre. Lì.

È solo in quel momento che si rende conto di cosa significava davvero la frase incisa sull’altare. Nessuno esce da quel tempio, e la morte non ha niente a che vedere con questo.

«Vieni da me, viaggiatore» sono le ultime parole che sente, prima che tutto si faccia buio.

 

 

«Sei felice qui con me, non è vero?»

«Non potrei essere più felice di così».

«Era esattamente quello che volevo sentirti dire».