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In vino veritas

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Diluc balzò sul tetto accanto, facendo attenzione a non scivolare sulle tegole smussate. Da dietro la maschera spiò attentamente il profilo della città. Mondstadt era ancora immersa in un sonno profondo e l'orologio della torre aveva appena battuto due rintocchi dopo la mezzanotte.
Sedette sul bordo del cornicione, lasciando dondolare i piedi nel vuoto.
Osservò le case circostanti, con i loro contorni aguzzi che si stagliavano contro il cielo stellato. Era fortunato a poter godere di una vista simile: la luce della luna bagnava con attenzione i comignoli, che sbuffavano fumo nell'aria fredda. Si sistemò con cura il mantello nero, ben attento a proteggersi dal vento autunnale; viceversa, sarebbe stato difficile spiegare alla servitù della Dawn Winery dove si era preso un raffreddore.
Ciondolò un poco le gambe, mentre abbassava lo sguardo alle strade sottostanti. Quella notte sembrava insolitamente tranquilla…
Lungo il selciato dei vicoli non si udivano passi, né le esclamazioni rumorose di ubriachi intenti a litigare. Neppure grida o richieste di aiuto spaccavano il silenzio.
Si disse che avrebbe anche potuto abituarsi. Mondstadt non era considerata una città pericolosa, ma era sciocco fingere che non esistesse la criminalità. Niente di organizzato, ma scippi e rapine accadevano con il buio, e spesso ai danni di incauti forestieri o di bevitori accaniti, troppo alticci per potersi reggere in piedi.
Come a concretizzare quelle riflessioni, una figura barcollante attraversò il vicolo. Diluc si sporse per capire a chi appartenessero quei passi strascicati e non fu affatto sorpreso di scorgere sir Alberich appoggiarsi ad un muro e tergersi la fronte sudata.
Sbuffò amaramente: se soltanto i Cavalieri di Favonius fossero stati più efficienti, Mondstadt non avrebbe avuto bisogno dell'aiuto di Darknight Hero.
Quell'idea lo fece sorridere amaramente: odiava quel soprannome, decisamente troppo banale. Avrebbe preferito essere chiamato in modo meno scontato… o non essere chiamato affatto! Eppure, aveva finito col farci l'abitudine.
Controllò nuovamente la figura del capitano, che non pareva essersi mossa. Non sembrava affatto in forma. Forse aveva davvero esagerato con il vino, quella sera…
Sentì una leggera punta di rimorso, che si affrettò a scacciare: aveva servito personalmente l'ultimo bicchiere a Kaeya, accontentando i suoi capricci purché la smettesse di tormentarlo. Sapeva essere così irritante! Era un cliente abituale dell'Angels' Share, specie nelle sere in cui Diluc sostituiva Charles dietro al bancone. Kaeya non perdeva mai occasione di punzecchiarlo e di sfidare stupidamente la sua pazienza. Non aveva ancora capito cosa sperasse di ottenere: non erano più fratelli… non da quella fatidica notte di quattro anni prima, quando Kaeya aveva ammesso di essere una spia al soldo di Khaenri'ah e di averli ingannati per tutto il tempo. Avevano litigato e da allora il loro rapporto si era sgretolato.
Non abbiamo semplicemente litigato. si sussurrò Diluc Ho cercato di ucciderlo, è diverso…
Il rammarico, tuttavia, sparì in un lampo.
Se lo è meritato, continuò, lasciando parlare il proprio orgoglio ferito. In fondo, però, sapeva d'essere stato ingiusto. Kaeya aveva cercato più volte il perdono, ma lui glielo aveva sempre negato. Voleva prendere le distanze e rifarsi una vita lontano dall'ombra di quel traditore. Eppure, non riusciva a staccargli gli occhi di dosso: una parte di lui amava ancora il fratello, ma non riusciva ad ammetterlo. Si preoccupava per Kaeya più di quanto avrebbe voluto.
Sospirò, rimuovendo con attenzione la maschera dal viso e lasciandosi scivolare lungo la vicina grondaia. Atterrò poco lontano dal capitano di cavalleria, ancora intento a sorreggersi.
"Sei ubriaco" ringhiò, mentre l'altro gli regalava un sogghigno.
"Leggermente"
"Hai esagerato questa volta."
"Il vino era buono e l'oste... piuttosto generoso."
"Ho assecondato le richieste di un cliente rognoso, tutto qui."
Ricevette un’occhiata stanca. Kaeya si staccò dalla parete con una leggera spinta e mosse un paio di passi in avanti, come se volesse ignorarlo e andarsene. Incespicò e allungò una mano per recuperare l’equilibrio. Si appoggiò nuovamente ai ruvidi mattoni e sospirò amareggiato, tornando a guardarlo.
“Forse non avresti dovuto.”
Diluc si strinse nelle spalle. In fondo, non poteva costantemente fare da balia all’altro. Questi era ben consapevole dei propri limiti con l’alcool eppure non sembrava interessarsene. Probabilmente si sentiva invincibile oppure si credeva abbastanza abituato da poter reggere qualunque cosa. Dopo tutto, però… non avrebbe dovuto importargli così tanto: se Kaeya voleva bere fino ad avvelenarsi, non era affar suo.
Sbuffò, avvicinandosi al capitano e afferrandogli un braccio per passarlo sopra le proprie spalle; gli cinse il fianco con la mancina e lo allontanò dal muro, ben attento che non cadesse.
“Perchè ti riduci così?” chiese infine.
“Non lo so…”
“Non è vero.”
“Mi piace il vino, tutto qui…”
Scosse il capo, affatto convinto:
“Lo so, ma… non hai mai esagerato. Non così tanto, almeno.”
“è capitato qualche volta, quando…” lo sentì interrompersi. La testa blu si scosse mestamente.
“Quando…?” incalzò, mentre una risatina incerta risuonava nel vicolo.
“Quando tu non c’eri, Luc” Kaeya sospirò, storcendo le labbra in una smorfia incerta “Non ho mai avuto l’abitudine di bere tanto, hai ragione. Questo… vizio, diciamo, è soltanto una scusa. Non puoi mandarmi via da Angels’ Share finché è orario d’apertura, no? O finchè pago… Non puoi scacciarmi anche da lì, Luc. è solo un modo per rimanere un po’ con te, senza che tu lo sappia. Credi che venga soltanto per disturbarti? Perché mi diletto nel ricevere insulti e frecciatine ogni volta? Non sarai così sciocco da crederlo, vero?”
Diluc sentì improvvisamente la gola secca, stretta da un nodo di rimorso che faticava a sciogliere. Kaeya aveva appena ammesso che passava tutto quel tempo alla taverna… soltanto per vedere lui; per stare di nuovo in sua compagnia, forse immaginando uno scenario più piacevole della realtà. Si illudeva di potersi accomodare al bancone e trovare qualcosa di diverso dal solito disprezzo. Di poter, un giorno, veder crollare la freddezza con cui il proprietario riempiva silenziosamente ogni suo bicchiere, incurante degli effetti che l’alcool avrebbe prodotto. Sognava di poter tornare ai vecchi tempi, quando erano l’uno l’ombra dell’altro, sempre insieme e uniti come fratelli. Quell’idea era una pugnalata dritta al petto. La consapevolezza d’essere l’artefice dell’infelicità di Kaeya lo turbava più di quanto avrebbe voluto. Perchè Kaeya era ancora lì, nonostante tutto? Malgrado lo avesse rinnegato, avesse cercato di ucciderlo e lo avesse abbandonato senza neppure un ripensamento? Perchè si ostinava a cercare il supporto e il perdono di chi, a conti fatti, lo aveva soltanto denigrato e scacciato, calpestando ripetutamente i suoi sentimenti?
Scosse il capo per scacciare il fastidioso velo che gli offuscava la vista.
“Perchè mi dici questo?” sussurrò, quasi sperando che l’altro gli rinfacciasse ogni suo errore. Almeno sarebbe stato più facile digerire il peso di quelle rivelazioni.
“Perchè, nonostante tutto, sei ancora mio fratello… e non voglio mentirti. Non più.”
Vi era una sfumatura dolce in quelle parole: morbida, delicata e assolutamente sincera; come un giuramento silenzioso che l'altro si era imposto di rispettare.
Cosa avrebbe dovuto rispondere? Niente sarebbe stato all'altezza di quella promessa. Cercò una via d'uscita, sdrammatizzando con un semplice:
"Sei ubriaco fradicio. Non dai quello che dici."
"Ti sbagli. Sono lucido...circa."
"Bugiardo!" Soffio una risatina, mentre il capitano sollevava solennemente la mano destra.
"Beh, sai come si dice? Nel vino c’è la verità!"

***

Kaeya spostò l'attenzione dalla volta stellata alla città sottostante. Essere il capitano dei Cavalieri di Favonius aveva i suoi indubbi vantaggi, come poter accedere ai camminamenti delle mura a qualsiasi ora. Diluc si era seduto sulla cima quadrata del merlo, indubbiamente più scomoda ed esposta alla brezza serale; lui invece si era acciambellato tra due rialzi, poggiando la testa contro il polpaccio altrui. Una mano guantata gli accarezzava gentilmente le ciocche, con fare protettivo e rassicurante. Serrò le palpebre per un istante, ricordando tutte le volte in cui Diluc lo aveva difeso, salvato e consolato. Avrebbe dato qualunque cosa per poter recuperare quei tempi spensierati e felici.
Non essere assurdo, il passato non può rivivere così, si disse, spiando sottecchi l’altro Questa tregua non durerà. Domani tornerà ad odiarti.
Quasi gli avesse letto nel pensiero, Diluc ruppe il silenzio:
“Non ti odio” disse, il tono malinconico e distante.
Kaeya sussultò, senza nascondere lo stupore. Scosse il capo, tacendo e godendosi invece la quiete nuovamente scesa, ora più leggera e dolce.
Lo sguardo blu vagò sui tetti spigolosi, sui profili delle case e sulle poche finestre ancora illuminate. Mondstadt dormiva sonni sereni, certa di essere sorvegliata e protetta. A tratti, lungo le vie di udiva il clangore ritmico delle armature dei soldati o il sussurrare di qualche cittadino curioso, in cerca del leggendario Darknight Hero.
Inspirò a fondo, incrociando le gambe sotto di sé e sporgendosi leggermente verso est. Il sole iniziava il suo quotidiano risveglio, indorando la cima innevata di Dragonspine. Presto la città si sarebbe rianimata: il profumo del pane fresco sarebbe corso lungo le strade, accompagno dal clangore del fabbro e dal tubare dei piccioni accovacciati sul ponte. Il colore degli stendardi si sarebbe mescolato a quello dei fiori e da Good Hunter si sarebbe formata una piccola fila per la colazione.
Fissò quasi con affetto le prime imposte aprirsi timidamente e le porte schiudersi per accogliere il nuovo giorno. Sorrise al cogliere il lontano canto di un galletto un po' stonato. Sollevò, infine, lo sguardo al fratello: notò le iridi rosse particolarmente incuriosite.
"Devi rientrare alla Dawn Winery?" Chiese, ma senza ottenere risposta.
"La ami molto, non è vero?"
Kaeya annuì, tornando a spiare il profilo della città:
"Sì, Luc. Questa è casa mia."