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Sleep well

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Klee aprì delicatamente la porta del laboratorio, aguzzando la vista per poter scrutare oltre la debole cortina di fumo che aleggiava nella stanza.
“Albedo?” chiamò con voce squillante, addentrandosi.
Aveva sempre trovato quel posto estremamente affascinante. Le pareti erano costellate di mensole ricolme di libri, rotoli di pergamena, alambicchi e provette. Vi era sempre un profumo esotico, di erbe lavorate e ingredienti misteriosi. Non conosceva davvero l’occupazione di Albedo: l’alchimista era sempre piuttosto misterioso sulle sue ricerche. Tuttavia, non rifiutava mai di vederla, neppure quando era oberato di lavoro. Trovava sempre un momento per lei, per ascoltare i suoi racconti e darle consigli.
Sussultò quando una brezza fresca le sfiorò il viso paffuto, spingendola a spiare verso la finestra. Strano… i vetri erano infranti e giacevano a terra in un mucchio di schegge scomposte.
Poco oltre, un piccolo calderone era spaccato a metà e delle macchie nere tingevano il muro vicino. La scrivania era ingombra, come sempre, ma la carta degli ultimi disegni aveva preso fuoco. Qualche fiammella danzava tra le ultime scartoffie, in attesa di spegnersi definitivamente.
Klee avanzò di qualche passo, incerta.
“Albedo?” esclamò, sventolando una manina per allontanare i residui di fumo.
Si accostò al banco da lavoro e solo allora scorse una figura riversa a terra. Le trecce bionde si erano sciolte, cadendo ai lati del viso ancora incredulo. Gli occhi erano sbarrati e sembravano fissare con insistenza il vuoto. Non vi era luce in quello sguardo, così come sulla pelle delle guance. La carnagione, solitamente di un tenuo rosato, era solcata da striature violacee che si diramavano dal rombo dipinto al centro della gola. Come rami, queste venature correvano lungo il collo, risalendo verso gli zigomi e scendendo alle spalle e al petto. I vestiti erano strappati in più punti, coperti di fuliggine e macchie scarlatte, le stesse che tingevano le labbra esangui.
“Albedo?” chiamò di nuovo, chinandosi accanto a lui e allungando una manina. Provò a scrollarlo lentamente e poi con più forza “Sono venuta a trovarti” sussurrò, mentre armeggiava per togliersi lo zainetto dalle spalle. Aprì le fibbie, frugando all’interno sino a recuperare un sacchetto di carta azzurrina. Lo sfilò con cura, tendendolo al giovane uomo.
“Ti ho portato dei biscotti. Li ho presi da Good Hunter” annunciò soddisfatta, muovendo l’involucro affinché i dolcetti producessero un rumore invitante “Sono freschissimi, appena sfornati e ancora tiepidi” assicurò, aprendo il sacchetto e accostandolo al volto cinereo “Ne vuoi uno?”
Attese invano. L’alchimista non si mosse, né le rispose. Storse il naso in una smorfia di disappunto.
“Non li vuoi? Li ho presi apposta per te!” assicurò, la voce velata di una nota malinconica. Passò le dita sugli occhi ormai spenti, abbassando cautamente le palpebre altrui “Capisco… vuoi riposare? Se sei stanco, non ti disturbo. Preferisci dormire?” chiese infine, ma senza ottenere alcuna replica.
“D’accordo” concluse, sollevandosi in punta di piedi per raggiungere il banco di lavoro “Te li lascio qui. Mangiali prima che si raffreddino del tutto” salutò, avviandosi alla porta. Si fermò, tuttavia, un istante sull’uscio “Resta lì, non ti muovere. Torno subito” assicurò, guizzando lesta nel corridoio vicino.

***

Klee aprì il proprio armadio, iniziando a rovistare tra i vestiti in disordine. Jean non sarebbe stata contenta di vedere quel caos nella sua camera, ma finché non veniva a controllare… poteva anche far finta di niente. Non aveva alcuna voglia di rassettare e, senza dubbio, ora aveva questioni più urgenti da affrontare.
“Ma ...dove l’ho messa?” si chiese con un piccolo sbuffo, gettando al suolo diversi capi d’abbigliamento: buttò alcuni dei suoi cappotti e un paio di gonne, prima di trovare ciò che cercava.
“Eccola!” ridacchiò, mentre svolgeva una pesante coperta di lana arancione. Ne saggiò la consistenza e la pesantezza, annuendo soddisfatta. Sarebbe stata più che sufficiente.
Si chiese se avesse dovuto prendere anche un cuscino. Certo, sarebbe stato difficile farlo scivolare sotto al capo dell’alchimista senza che se ne accorgesse, ma… forse poteva tornarle utile in un altro modo! Annuì soddisfatta a quell’idea, desiderosa di metterla in pratica. Avrebbe protetto il sonno di Albedo a tutti i costi.

***

Jean corse su per le scale, trafelata. Aveva sentito l’esplosione e, affacciandosi dalla finestra, aveva scorto il fumo circondare la torre dell’alchimista. Aveva abbandonato immediatamente il proprio lavoro e si era precipitata verso il laboratorio. Lisa l’aveva seguita d’appresso, cercando di sussurrarle parole di conforto.
“Starà bene, vedrai. Non è uno sprovveduto! Sarà esploso qualcosa in sua assenza!”
Nessuna delle due credeva a quelle rassicurazioni: erano sterili, prive di consistenza; entrambe sapevano che Albedo era sempre attento nel suo lavoro. Non avrebbe commesso un errore tanto sciocco come lasciare un potenziale esplosivo sul fornelletto.
Jean raggiunse il pianerottolo e piegò a sinistra, spalancando immediatamente la porta dello studio. Sentì la bocca asciugarsi, mentre un nodo le serrava la gola. Avanzò tremante verso il centro della stanza. Il corpo dello scienziato giaceva al suolo, per metà nascosto da una morbida coperta. Jean si avvicinò, stendendo una mano nel nulla.
“Klee…” esclamò, quando scorse la bambina accovacciata accanto alla figura immobile.
La fanciulla le regalò un sorriso morbido, poco prima di portarsi un dito alle labbra.
“Schht..” le sussurrò, tornando ad accarezzare i capelli biondi del giovane e cercando di intrecciarli nuovamente “Sta dormendo. Era molto stanco…”
Non riuscì a trattenere una lacrima, che si affrettò a cancellare dal viso col dorso della mancina:
“Klee…” ripeté, ma la ragazzina sembrava fermamente decisa a completare il suo lavoro.
“Deve essersi appisolato mentre lavorava. Sarà stato esausto e non si sarà accorto… è caduto in un sonno profondo ed è rotolato sotto al tavolo. Ah, ma ci ha pensato Klee a questo!” la bambina indicò un cuscino, frettolosamente legato con dello spago sotto al piano di lavoro “Vedi? Così non picchierà la testa quando si alzerà” spiegò, rimboccando meglio la coperta sulla schiena “Non voglio si faccia male… o che prenda freddo.”
Jean scosse il capo, costringendosi ad attraversare la stanza e chinandosi accanto al piccolo cavaliere. La strinse in un abbraccio, chinando il capo sulle spalle minute:
“Sei stata brava Klee…” sussurrò “Ma ora, vieni via. Ha bisogno di riposare.”
La bambina annuì, lasciandosi prendere per mano e guidare fuori dalla stanza. Si fermò, tuttavia, sulla soglia, sfoggiando un sorriso fiducioso:
“Buona notte Albedo” disse “Dormi bene.”