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Piccola ombra

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Diluc si accostò alla finestra della propria camera osservando la pioggia battente scivolare lungo i vetri. Un temporale così forte era inusuale per quella stagione, più spesso battuta da venti gelidi e sbuffi di neve. Sussultò quando un lampo squarciò il cielo. Gli occhi guizzarono lungo le vigne della tenuta, scandagliando attentamente lo spazio tra i filari.
C'era qualcosa di sinistro in quella notte tempestosa, una sorta di presagio che aleggiava tra il rombo dei tuoni e lo scrosciare dell'acqua.
Aguzzò la vista, rifiutandosi di staccarsi dalla finestra anche quando suo padre lo richiamò.
"É ora di andare a letto, Diluc."
Crepus scostò le lenzuola, facendo un cenno al bambino, che rimase a spiare oltre i vetri. L'indice sottile puntò immediatamente verso un filare sulla destra.
"C'è una piccola ombra laggiù."
Crepus si avvicinò al figlio, guardando a propria volta la vigna.
"Non c'è niente. Dovresti riposa.." si interruppe quando un fulmine rischiarò nuovamente i filari. Fu allora che la vide. C'era una sagoma rannicchiata dietro ad un carretto, schiacciata contro le ruote e seminascosta da un cespuglio di bacche.
L'uomo balzò immediatamente indietro, raggiungendo la porta con quattro agili passi:
"Resta qui Diluc."
"Voglio accompagnarti."
"No. Non muoverti dalla tua stanza." Ordinò.
"E se fosse pericoloso?"
"Prenderò con me Kurt e Rob. Non ti preoccupare, tornerò presto" promise, prima di richiudere la porta oltre le proprie spalle.

***

Kaeya si strinse maggiormente nel mantello fradicio, sforzandosi di non tremare. Era impossibile, però, con l'acqua che gli picchiava costantemente il capo ed il fango che inzuppava i piedi nudi.
Suo padre se n'era davvero andato. Lo aveva abbandonato senza neppure salutarlo. Nessun abbraccio, nessun rimpianto o ripensamento. Si era allontanato in fretta, abbandonandolo con un doloroso promemoria:
"Sei la nostra ultima speranza."
Kaeya non si sentiva così. Non era affatto la speranza di nessuno. Era solo un bambino a cui era stato regalato un fardello troppo grosso da portare.
Si rannicchiò maggiormente contro il carro quando un tuono lo colse alla sprovvista. Si tappò le orecchie con le mani, cercando quei attenuare quei rumori.
"Fa che passi presto. Ti prego, ti prego…" non sapeva neppure a chi fossero dirette le sue suppliche. Khaenri'ah era una nazione di rinnegati: quale divinità si sarebbe mai abbassata ad ascoltare un esiliato? Sentì le lacrime condensarsi nell'unico occhio e rotolare lungo la guancia. Inspirò con il naso, sforzandosi di cancellare i singhiozzi: piangere non sarebbe servito a nulla. Era grande, ormai! Un piccolo uomo responsabile. Per questo gli era stato assegnato un compito così importante…
Un gemito malinconico gli sfuggì dalle labbra e si ritrovò a nascondere il viso tra le mani. Chi pensava di imbrogliare? Non era altro che un moccioso troppo spaventato per muoversi e combattere per la sua vita.
Sarebbe morto di freddo e di stenti se fosse rimasto lì, eppure il suo corpo si rifiutava di eseguire anche i comandi più semplici: più imponeva se gambe di stendersi e camminare, meno queste gli obbedivano.
Percepiva il torpore diffondersi lungo tutte le membra, che apparivano sempre più pesanti. Il sonno tardava ad arrivare, ma forse era meglio così: chissà se si sarebbe mai svegliato, altrimenti…
Il suono di un ramo spezzato catturò immediatamente la sua attenzione. Trasalì quando vide delle ombre allungarsi alla fioca luce di alcune lanterne.
Scappa! Si disse Corri via, ma le sue ginocchia rimasero piegate e i suoi piedi immersi nella fanghiglia.

***

Crepus sollevò la lampada, illuminando il fianco del carretto. Stretto tra una coppia di ruote, giaceva un ragazzino coperto da un logoro mantello da viaggio.
Una benda sudicia era avvolta attorno all' occhio destro, mente il sinistro rifletteva tristezza e paura.
"Un ladruncolo?" La voce sprezzante di Rob venne messa a tacere con un solo sguardo irritato.
"Sciocchezze!" Crepus si chinò, allungando una mano verso il piccolo "è solo un bambino" disse, rivolgendosi poi a questi "Vieni. Non ti faremo niente. Puoi fidarti" assicurò.
Sul volto del fanciullo passarono espressioni contrastanti: timore e poi indecisione. Era esausto eppure non riusciva ad affidarsi completamente. Era come un gatto spaventato, costretto a nascondersi per non essere travolto dalla tempesta.
La mano dell'imprenditore rimane tesa:
"Hai la mia parola, non ti verrà fatto alcun male. Ti portiamo solo all'asciutto. Sei affamato?"
Ottenne un leggero cenno affermativo.
"Abbiamo dell'ottima zuppa calda. O...se preferisci, del cinghiale arrostito…"
Un brontolio dello stomaco confermò ogni sospetto. Quel ragazzo era a digiuno da chissà quanto. Era un mendicante, forse? Oppure si era semplicemente perso e non era stato in grado di ritrovare la strada di casa?
Il colore della sua carnagione era davvero singolare: un ambrato davvero raro da reperire tra le strade di Mondstadt. Era un forestiero? Un giovane migrante senza alcuna compagnia?
"Senti, so che può essere difficile affidarsi a degli estranei, ma vogliamo aiutarti, niente altro" fece una pausa, spiando poi le finestre della Dawn Winery. Una piccola ombra si stagliava in controluce, al primo piano della tenuta "Ho un figlio della tua età" riattaccò "Sono sicuro che sarebbe felice di conoscerti. Ha sempre desiderato avere qualcuno con cui giocare."
Non poteva essere sicuro di quanti anni avesse il ragazzino misterioso, ma non poteva discostarsi molto dall'età di Diluc. Colse un barlume di interesse sul volto altrui e decise di ritentare "Come ti chiami?"
"Kaeya."
Considerò quella risposta un primo successo.
"Quanti anni hai?"
"Non lo so….sette o forse otto. Sì, credo siano otto…"
L'inesattezza di quelle risposte lo spinse a dubitare. Come era possibile che non conoscesse la sua età?
"Quando sei nato?"
"Non lo so."
"Non lo ricordi?"
"Credo di non averlo mai saputo…"
"Non festeggiate i compleanni?" Domandò infine, ricevendo in cambio un deciso scuotere del capo "capisco…" in realtà non comprendeva affatto. Era usanza di qualche lontano Paese o, semplicemente, quel ragazzo aveva affrontato un'infanzia sfortunata? "Facciamo così! Se verrai con noi prometto che ti organizzeremo una festa di compleanno, d'accordo? La faremo tra un paio di giorni, proprio a fine mese" concluse, osservando la speranza rianimarsi nel solo occhio blu.
"Sul serio?"
"Te lo prometto!" Passò il pollice sul petto come a sigillare quel giuramento "Croce sul cuore, visto?" Aggiunse, consapevole di dover ora affrontare un argomento molto più spinoso "Dove sono i tuoi genitori, Kaeya?"
Lo vide nuovamente rabbuiarsi:
“Papà si è allontanato. Mi ha detto di aspettarlo qui.”
“Quanto tempo è passato?”
“Non aveva ancora iniziato a piovere.”
Crepus fece mentalmente due conti: il temporale si era avvicinato al tramonto e dopo il calare del sole, le nuvole avevano cominciato a rigettare la loro acqua. Erano passate almeno tre ore da quel momento. Forse il padre del ragazzo si era perso… oppure si era imbattuto in un gruppo di Hilichurs o era caduto in un crepaccio. Avrebbe organizzato una squadra di ricerca, non appena la tempesta si fosse un po’ placata.
“Andremo a cercarlo” promise, togliendosi il cappotto per passarlo delicatamente sulle spalle del bambino. Lasciò scivolare le mani sotto alle ginocchia e alla schiena del piccolo, sollevandolo e stringendolo al petto. Lo sentì dimenarsi leggermente e poi arrendersi alla sua stretta.
Mosse un cenno in direzione dei due servitori che si affrettarono a seguirlo. Il trio tornò a scendere verso la Dawn Winery.

***

Kaeya si appoggiò al petto dell'uomo, nascondendo il viso tra le pieghe della sua camicia. Avrebbe dovuto sentirsi fiero di sé: era riuscito a mentire con disinvoltura, tanto da spingere il suo salvatore in una infruttuosa ricerca. Suo padre non sarebbe mai tornato, né si sarebbe fatto trovare. Se n'era andato, riprendendo la via per Khaenri'ah immediatamente.
Tutto era andato secondo i piani, comunque: era riuscito a farsi ospitare dai ricchi proprietari della vigna. Una volta conquistata la loro fiducia, sarebbe stato facile farsi accompagnare a Mondstadt e iniziare il proprio operato.
Arricciò le dita dei piedi, tentando di nasconderle sotto al mantello: quel pensiero lo faceva sentire così a disagio che era più facile concentrarsi sul dolore che lo scuoteva. Sentiva freddo ovunque: sulle caviglie, i polpacci e lungo la schiena. Sembrava gli entrasse fin dentro le ossa, costringendolo a rabbrividire.
"Ti farò preparare un bagno caldo e una zuppa. Ti sentirai meglio dopo.." gli disse l'uomo , azzardando un sorriso rassicurante.
Kaeya distolse prontamente l'attenzione. Chiuse il solo occhio e finse di dormire.

***

Crepus gli versò un liquido rosso scuro.
“Succo d’uva?” gli domandò.
Kaeya fissò il bicchiere innanzi a sè, tentennando nel prenderlo. Lo accostò al viso, annusando il delicato aroma che la bevanda emanava.
Si azzardò ad assaggiarne una goccia, prima di concedersi una lunga sorsata.
Sorrise soddisfatto al sentirne l’intenso sapore. Si percepivano tutte le sfumature dei chicchi più maturi. A Khaenri'ah non vi era nulla di simile.
“è buono” sussurrò, tendendo nuovamente il bicchiere.
Crepus lo rabboccò e gli lasciò la caraffa:
“Puoi prenderne quanto ne vuoi. Stai meglio?”
Annuì frettolosamente.
“Sì, grazie. Anche se… la camicia da notte punge un pochino…”
Vide l’uomo scoppiare in una sonora risata.
“Possiamo chiedere alla servitù di trovare qualcosa di più adatto!”
“No, no!” alzò immediatamente le mani, sulla difensiva “Non voglio arrecare altro disturbo, io… va benissimo così. Mi avete lavato, vestito e nutrito… non desidero mancarvi di rispetto. Avete già fatto tantissimo per me!”
“Non preoccuparti, Kaeya. Se qualcosa non fosse di tuo gradimento, ti prego di dirmelo, d’accordo? Faremo il possibile per rendere la tua permanenza qui confortevole.” Crepus si avvicinò, prendendogli una mano “Ti prometto che troveremo tuo padre.”
No, non ce la farete, avrebbe voluto urlare Mio padre se n’è andato per sempre. Non tornerà mai più. Non cambierà idea, non verrà a prendermi perché a lui non importa nulla di me! Gli interessa solo di Khaenri’ah. Io soltanto una pedina.
“Grazie” rispose invece, mimando poi un piccolo sbadiglio “Sono un po’ stanco…” si guardò attorno, indicando poi il sofà “Posso riposare?”
“Non sul divano. Ho fatto preparare una stanza per te, al piano di sopra.” gli tese una mano “Vieni. Ti accompagno.”

***

Diluc si rigirò nel letto per l’ennesima volta. Non riusciva davvero a prendere sonno. Il nuovo ospite lo emozionava e non intendeva aspettare il mattino per incontrarlo.
Calciò via le coperte, poggiando silenziosamente i piedi nudi sul pavimento. Scivolò rapido verso la porta, sporgendosi dall’uscio per controllare il corridoio. Nessuno in vista, nemmeno della servitù. La tenuta era immersa in una profonda quiete. Si spostò verso la camera adiacente, solitamente riservata agli ospiti.
Schiuse la soglia e sgattaiolò all’interno. Il silenzio era rotto da sottili singhiozzi provenienti da un mucchio di aggrovigliate lenzuola.
Si avvicinò, sedendosi delicatamente sul bordo del materasso.
“Perchè piangi, piccola ombra?” chiese, osservando un volto timido fare capolino.
“Come?” la voce del bambino era insicura e quasi tremante.
“Ho detto: perché piangi?”
“Mi mancano i miei genitori”
“Non preoccuparti! Papà ha detto che li troverà. Mantiene sempre le sue promesse, sai?”
Vide l’altro annuire piano, ma con poca convinzione.
Decise di ritentare:
“Hai un nome, piccola ombra?”
“Kaeya... “ una pausa incerta “Perché mi chiami così?”
“Oh… perché ti ho visto dalla finestra accucciato sotto al carretto. Non capivo cosa fossi…” tese una mano aspettando che l’altro la stringesse “Mi chiamo Diluc Ragnvindr, lieto di conoscerti!”
“Piacere…”
“Rimarrai qui molto, Kaeya?”
Lo scorse rannicchiarsi ancora sotto le coperte e borbottare amaramente:
“Non… non lo so. Non voglio darvi disturbo. Se non vuoi che stia qui… posso sempre andare via.”
“Che?!” Diluc sgranò gli occhi. Non aveva assolutamente intenzione di scacciare il nuovo ospite “Non voglio che te ne vada. Perché dovrei? Sono… felice che tu sia qui.”
“Felice?”
“Io… beh, non avrai avuto modo di notarlo, ma non ci sono bambini qui. Solo… adulti. Sono tutti gentili con me, ma non ho nessuno con cui giocare. Sarebbe fantastico se tu rimanessi” esclamò con decisione “Potremmo giocare tutti i giorni e… esplorare i dintorni della tenuta! D’estate potremmo andare a nuotare al lago e… visitare Mondstadt! Ti piacerà, vedrai…”
“D’accordo…” un timido sorriso apparve sul volto del nuovo arrivato “Se lo desideri tanto, resterò.”
Diluc si slanciò in avanti; afferrò entrambe le mani di Kaeya, mentre un’espressione di gioia e sollievo gli indorava il volto:
“Rimani, ti prego!” aggiunse, con un risolino leggero “Rimani per sempre!”