Actions

Work Header

Just a nightmare

Work Text:

Diluc alzò lo sguardo al cogliere quel fastidioso sibilo. Smontò immediatamente dalla cassetta, balzando a terra. Spinse con forza lo sportello della carrozza, richiudendolo in faccia all’unico passeggero.
«Restate dentro padre!» intimò, scrutando la strada e poi tornando a perlustrare il cielo, semicoperto dalla volta del bosco.
Avevano da poco lasciato Mondstadt, lasciandosi alle spalle i cancelli della città e la baldoria di Angels’ Share. Le lancette segnavano la mezzanotte quando lui e il genitore avevano salutato i presenti, troppo stanchi per proseguire la festa in suo onore. Crepus aveva promesso che avrebbe pagato per tutti, persino per chi avesse deciso di trattenersi oltre l’orario consueto di chiusura. Kaeya aveva colto l’occasione al volo, deciso a consumare un ultimo giro di drink prima di rientrare in caserma per il turno di guardia.
Dopo un breve tratto a piedi, che li aveva condotti alle soglie cittadine, padre e figlio avevano recuperato la loro vettura. Diluc era montato sul sedile del cocchiere, agguantando le redini e aspettando solo che Crepus prendesse posto nello scompartimento, per poi spronare i cavalli ad un leggero trotto.
Si erano allontanati lungo le strade sterrate che dalla capitale conducevano nella campagna circostante. Avevano piegato all’altezza di Springvale, superando il villaggio per poi addentrarsi nella foresta vicina. Era lì che aveva sentito, per la prima volta, quel rumore: una sorta di folata fredda, accompagnata da un fischio lontano. Inizialmente non vi aveva fatto caso, proseguendo semplicemente il cammino. Tuttavia, il suono sembrava farsi più prossimo ad ogni passo. Diveniva sempre più insistente e vicino. Pareva provenire dall’alto, direttamente dalle nubi che a tratti decoravano il cielo stellato. Infine, aveva fermato il calesse, deciso a vederci chiaro.
Sguainò la claymore, soppesandone il peso familiare sul palmo delle mani. Strinse l’impugnatura, cogliendo il calore sfrigolare lungo la lama. Permise al tepore di diffondere lungo l’arma, senza tuttavia incendiarla. Quello spadone era già così un ottimo deterrente per briganti e malintenzionati. Difficilmente avrebbe dovuto ricorrere alla Visione.
Eppure… c’era qualcosa di sinistro in quel sibilo costante, che continuava a schiaffeggiare la quiete del bosco. Diluc si fece attento: l’intera foresta era immersa in un silenzio pesante ed innaturale. Non si udiva lo stridio degli uccelli notturni, né il frinire degli insetti. Le lucciole erano come scomparse. Persino gli alberi si rifiutavano di scrollare le fronde alla brezza serale. C’era un errore di fondo, ma non riusciva a capire da dove arrivasse. Quella quiete era anormala e fasulla.
Mosse lo sguardo ai cespugli che lo circondavano, schioccando le labbra asciutte prima di pronunciare:
«Chi c’è?»
Gli rispose soltanto il frusciare delle foglie verdeggianti.
«Vi avverto, non intendo sottostare ai vostri stupidi giochi. Sono il capitano Diluc Ragnvindr. Vi ordino di mostrarvi»
In cuor suo, sapeva che quelle parole sarebbero cadute nel nulla. Nessun brigante si sarebbe consegnato spontaneamente ad un Cavaliere di Favonius, a meno che non fosse un disperato o un completo inetto. Sperò tuttavia che bastassero per scoraggiare eventuali assalitori.
Il sibilo tornò a farsi sentire, come una risata sprezzante.
Piccolo, piccolo…
«Fatti vedere, vigliacco!» ringhiò.
Così giovane, così temerario e stupido. Piccolo e stupido.
Era la voce maschile terribilmente familiare. Non aveva una reale provenienza e sembrava giungere da ogni direzione. Diluc si guardò attorno, sperando di trovare il colpevole, ma ricevette soltanto un altro ghignare sordo.
«Dove sei?»
Ovunque. Io riempio la tua vita. Sono un passo avanti e uno dietro di te. Sono al tuo fianco e sono contemporaneamente lontano. Sono dove non puoi raggiungermi, Diluc. Altrove e a casa tua. Nei tuoi sogni e nella tua realtà.
«Chi sei?»
Non hai bisogno di saperlo. Mi conosci.
«Diluc!»
L’urgenza nella voce del padre lo costrinse a voltarsi. Crepus aveva spalancato lo sportello ed era rovinato al suolo, tra le ruote della carrozza. Il terreno umido sporcava i suoi vestiti e si mescolava alle striature cremisi che grondavano dal naso, dalle orecchie, dalla bocca e dagli occhi. Le labbra stavano rapidamente diventando bluastre, mentre il corpo era scosso da spasmi incontrollati.
«Padre!» Diluc abbandonò l’arma, gettandosi immediatamente al fianco del genitore. Cercò di sorreggerlo, sbottonandogli l’elegante blusa per permettergli di respirare adeguatamente. Il fiato, tuttavia, si era fatto corto e superficiale; sulla cute pallida erano rapidamente comparse delle macchie violacee. Il viso sembrava avvizzito, come fosse disidratato e screpolato.
«Padre!» chiamò nuovamente «Cosa ti succede?»
La mano rinsecchita di Crepus si sollevò, con uno sforzo sovrumano. L’indice tremante puntò verso l’interno della vettura, prima di richiudersi a pugno.
Diluc aguzzò la vista, faticando a scorgere una sagoma raggomitolata sul sedile. Vide l’ombra erigersi poco dopo, mentre le lunghe spire scorrevano sul velluto porpora dei sedili. Il ventre ambrato della creatura era contornato da lucide scaglie azzurre. Il muso affilato era rivolto in sua direzione, e una lingua biforcuta guizzava a tratti dalle fauci. L’occhio destro era mancante: l’orbita destra era completamente vuota, ma il serpente non sembrava rammaricarsene troppo.
«Tu! Che hai fatto?» gridò Diluc, sorreggendo il corpo di Crepus ormai esanime.
La voce riecheggiò nuovamente, perforandogli i timpani e penetrandogli a fondo nel cranio:
Soltanto il mio dovere.

***

Kaeya sgusciò silenzioso nella camera del fratello. Si mosse in punta di piedi, raggiungendo il bordo del letto. Si accostò al materasso, spalancò le braccia e si lasciò cadere a peso morto sull’amico ancora addormentato.
«Sveglia!» esclamò, ritrovandosi in un attimo a sbattere la faccia contro il cuscino. Diluc lo inchiodò sotto di sé, piantandogli un ginocchio nella schiena e bloccandogli le mani in una morsa rabbiosa «Mhf… Luc!» biascicò, cercando di spostare la faccia dal guanciale.
«Oh… sei tu…»
L’altro lo lasciò immediatamente andare, permettendogli di rialzarsi. Kaeya sbuffò, sistemando la camicia da notte spiegazzata e incrociando le lunghe gambe sotto di sé. Sgranchì il collo e si massaggiò i polsi, senza nascondere una smorfia perplessa.
«Certo che sono io! Chi ti aspettavi fosse?»
«Nessuno…»
«E allora perché hai reagito così?»
«Deformazione professionale.»
Non riuscì a trattenere una risata a quell’affermazione. Finì di rassettare le ciocche scure, legandole nella consueta coda, prima di sospirare con una punta leggera di invidia:
«Come fai ad essere così reattivo al mattino? Diamine, io ci metto ore per svegliarmi…» confermò quelle parole con un leggero sbadiglio, prima di domandare «Allora? Pronto per il grande giorno?»
Diluc parve quasi turbato. Gli occhi rossi si erano incollati alle larghe finestre, dove i raggi del sole filtravano oltre le sottili tende di lino. Gli passò una mano davanti al viso, come a rompere quell’ipnosi.
«Luc? Va tutto bene?» chiese, schioccando le dita per richiamare l’attenzione altrui.
«Sì, scusami…»
«Non ho mai visto nessuno così triste il giorno del suo compleanno…» continuò, piegando il capo per spiare sotto la zazzera spettinata «Diciotto anni e già con la paura di invecchiare?» ironizzò, allungando la mancina ad acciuffare una ciocca rossa «Uh, vedo dei capelli bianchi qui!»
Il fratello gli schiaffeggiò le dita.
«Fottiti Kae…» fu la pronta replica, accompagnata da un sorriso distratto.
«Mi vuoi dire cosa c’è che non va? O pensi di tenere il broncio tutto il giorno?»
Diluc raccolse le gambe al petto, poggiando la schiena contro il muro adiacente. Le dita dei piedi si arricciarono nervosamente sulla stoffa delle lenzuola, mentre poggiava il mento sulle ginocchia.
«Soltanto un brutto sogno…»
«Ti va di raccontarmelo?»
Il festeggiato sospirò pesantemente, senza mai riportare l’attenzione sul fratello adottivo. Il suo sguardo si incollò nuovamente al nulla.
«Stavamo rientrando dopo la festa ad Angels’ Share. Tu eri rimasto in città… lungo il tragitto ho sentito dei sibili misteriosi. Mi sono fermato per controllare la strada, ma non ho visto nessuno. Solo… a un certo punto, mio padre è sceso dalla carrozza ed è crollato a terra. Era…» si interruppe, come a cercare le parole adatte. L’immagine di Crepus morente era ancora così vivida nella sua mente che faticava a staccarsene «C’erano tracce viola sul suo corpo; perdeva sangue dal naso e dalla bocca. Sembrava… come se si stesse asciugando dall’interno. La pelle si stava disidratando e rinsecchendo. Ho controllato dentro la carrozza e c’era…» s’arrestò di nuovo, infine spostando lo sguardo sul fratello.
Soppesò le ciocche blu che ricadevano sull’occhio destro, coperto da una benda scura. Scrutò la carnagione ambrata sottolineare la bocca sottile; si aspettò quasi di veder sgusciare da questa una lingua biforcuta. Invece si mosse solo per pronunciare un incerto:
«Luc?»
«Un serpente lo ha avvelenato. È morto tra le mie braccia.»
«Cos’è successo poi?»
«Non lo so. Un idiota mi ha svegliato.»
Kaeya cercò di rimanere serio, di combattere il sorriso che gli stava spuntando sulle labbra. Alla fine, si abbandonò ad una risata nervosa:
«Dovresti essermi grato, fratello. Quel sogno era un vero schifo.»
«E se fosse un avvertimento?»
Aggrottò la fronte, evidentemente stupito da quell’idea. Si affrettò a scacciarla:
«Non essere sciocco. Era solo un sogno.»
«Forse non dovremmo andare ad Angels’ Share questa sera. Dovremmo restare a casa, non credi? Insomma… non è poi un evento così importante. La gente compie gli anni tutti i giorni.»
Scosse immediatamente il capo, cancellando con un gesto secco quei dubbi:
«Beh, ma tu non sei una persona qualunque. Sei Diluc Ragnvindr! Il più giovane capitano dei Cavalieri di Favonius… e anche il più promettente. L’intera Mondstadt non aspetta altro che festeggiare il suo eroe. Non vorrai privare noi comuni mortali di un tale privilegio, vero?» ironizzò, mimando un falso inchino. Ricevette immediatamente un pugno su una spalla, ma finse di non badarvi «Non ti facevo una persona superstiziosa, Luc…»
«Non è una questione di superstizione!»
«Ah, no? Ti stai lasciano influenzare da un sogno stupido.»
«Magari è Barbatos che mi invia…»
«Cosa?!» Kaeya sbuffò, incrociando le braccia al petto «Credi che non abbia di meglio da fare che intrufolarsi nei tuoi sogni, e rovinarti il compleanno con sciocche fantasie?»
«Se fosse un presagio? Un triste presagio che dovremmo ascoltare?»
Aveva sentito abbastanza. Non rispose, scivolando giù dal letto e tornando a poggiare i piedi sulle fredde assi del pavimento.
«Torno subito» sentenziò, scoccando un’occhiata minacciosa al fratello «Non muoverti da lì!»

***

Kaeya fu di parola e tornò in pochi minuti. Scrutò verso il fratello, accostandosi e tendendogli un pacchetto, avvolto in una carta azzurrina.
«Buon compleanno!» esordì, lanciando il dono direttamente tra le braccia altrui.
Diluc si rigirò l’oggetto tra le mani, solleticando il nastro con i polpastrelli:
«Posso aprirlo?»
«No. Te l’ho dato perché tu lo guardi intensamente tutto il giorno…»
«Kaeya…»
«Certo che puoi aprirlo!» soffiò il fratello «Che razza di domanda è? Solo… avrei voluto dartelo questa sera, ma immagino che non ci sia niente di meglio di un bel regalo per scacciare i brutti pensieri, no?» si interruppe, una nota incerta a tingere la voce «Beh… non so se possa definirsi bello, in effetti, ma…» schioccò le labbra, allungando prontamente la mancina «Ripensandoci, è un’idea stupida. Ridammelo! Ti comprerò qualcosa nel pomeriggio…»
Cercò di rimpadronirsi del pacchetto, che Diluc spostò immediatamente fuori dalla sua portata.
«Niente affatto. Lo aprirò immediatamente…» fu la risposta, il fiocco che già cadeva libero sulle coperte.
«è davvero una sciocchezza, Luc…»
Kaeya provò una sincera punta di imbarazzo quando l’amico scartò l’album e lo fissò a lungo in silenzio, sfogliandolo con attenzione. Su ogni pagina era incollato un disegno, che Diluc riconobbe come propri. Era una raccolta dei disegni che aveva regalato a Kaeya da quando si erano incontrati sino ad oggi. C’erano scarabocchi infantili accostati a semplici frasi colorate; vi erano schizzi a matita e veri e propri ritratti. L’ultimo raffigurava proprio il fratello intento a sonnecchiare all’ombra di un vecchio fico, la testa scura appoggiata sulle ginocchia di Crepus. Ricordava perfettamente quando lo aveva disegnato: non più tardi di due settimane prima, quando il padre li aveva arruolati forzatamente per dei lavori alla vigna.
Oltre vi erano delle pagine bianche, accompagnate da un biglietto.

La storia continua! Non smettere di disegnarla.
Buon compleanno!

K.

«Ti piace?» Kaeya produsse un pigolio incerto.
Diluc non gli rispose. Appoggiò l’album sul comodino e si limitò a gettargli le braccia al collo, chinando il capo sulla sua spalla e mormorando un semplice:
«Ti voglio bene Kaeya… Sei il miglior fratello di sempre!»

***

Diluc sbatté la porta della camera, chiudendosi dentro a chiave. Barcollò verso la scrivania, incerto e ancora stordito dagli eventi di quel giorno. Un senso di vuoto e di disperazione gli scavava nel petto, battendo all’unisono con il cuore ancora spaventato. I capelli rossi erano completamente in disordine e gli abiti macchiati di terra e di sangue. Sangue che non gli apparteneva. Sangue di due persone diverse: quello di suo padre e quello del traditore. Striature cremisi adornavano i polsini della camicia, i pantaloni e la sua pelle candida; correvano sul volto fino al mento, dove si mescolavano alle gocce di pioggia.
Serrò i pugni, incurante delle unghie che si conficcavano nei palmi. Si morse con forza il labbro inferiore, lasciandosi sfuggire un solo singhiozzo. Aveva perso tutto, ma non avrebbe pianto. Non avrebbe pianto per suo padre perché – ne era certo – Crepus non l’avrebbe mai voluto. Non avrebbe pianto per suo fratello perché quella viscida serpe non meritava neppure una lacrima.
Si sfilò la giacca, adagiandola sulla spalliera della sedia e trascinandola vicino al caminetto. Richiamò il potere dalla Visione e sfiorò la legna adagiata sul fondo. Permise alle fiamme di incendiarli e alimentò il fuoco con dei nuovi ciocchi. Permise al calore di asciugare i vestiti.
Lo sguardo si incollò allo scrittoio, là dove aveva dimenticato il primo regalo di quella giornata. Allungò le dita, aprendo delicatamente la copertina. Sfogliò le pagine, una ad una. Osservò delle gocce cadere sui fogli e confondersi con i colori.
È pioggia. Non sono lacrime. Si disse, sfregandosi gli occhi col dorso della mancina.
Infine, chiuse l’album e lo strinse a sé. Lo cullò tra le mani ancora macchiate di sangue e polvere. Tornò sui propri passi, fermandosi davanti al caminetto. Aprì le braccia e lasciò cadere l’album.
Sorrise amaro quando le fiamme lo ringraziarono di quel dono, divorando i ricordi con un leggero crepitio.