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La speranza di Mondstadt

Work Text:

“Sei la nostra sola speranza”
Erano state quelle le ultime parole di suo padre, prima che scomparisse, forse per sempre.

***

«Non temere, sono sicuro che il capitano Diluc verrà a salvarci. È la nostra migliore speranza.»
Kaeya storse il naso quando sentì Huffman pronunciare quelle parole.
Odiava quel termine: speranza.
Che speranza era stata data a lui? Il destino di un intero Paese era stato poggiato sulle fragili spalle di un bambino. Gli era stata regalata una missione da portare a termine, un mantello bucato ed era stato accompagnato tra i filari di una vigna. Era stato lasciato lì a piangere, con l’unico riparo dei pampini dalla pioggia scrosciante. E tutto, naturalmente, in nome di quel curioso sentimento che sembrava legare tutti gli uomini: speranza, speranza, speranza…
Bisognava sempre appoggiarsi a qualcuno o qualcosa. Attendere fiduciosi che il destino si voltasse a sorridere, per concedere finalmente un po’ di sollievo o di felicità. Lo odiava. La sola idea che a Khaenri'ah aspettassero il suo ritorno con tante aspettative e fede, lo nauseava. Che razza di nazione può essere così disperata da lasciare il proprio futuro nelle mani di un singolo bambino? Pensavano davvero che a otto anni riuscisse a distruggere da solo l’intera Monstadt? Beh, avrebbero dovuto ricredersi! Le cose erano andate in maniera piuttosto diversa. Farsi adottare da una ricca famiglia della zona era ovviamente parte del piano, ma… tutto il resto? Si era sinceramente affezionato ai Ragnvindr: gli avevano donato una nuova vita, delle nuove possibilità e… speranza. Erano stati gentili sin da subito, accogliendolo e trattandolo sempre come uno di famiglia e non come un mendicante ritrovato per sbaglio tra le viti della tenuta. Era cresciuto al fianco di persone oneste, intelligenti e affettuose. Se a Khaenri'ah si aspettavano ancora che li tradisse, beh… avrebbero dovuto trovarsi rapidamente un nuovo prescelto. Non intendeva più essere la pedina di un gioco tanto macchinoso, che non aveva fatto altro che logorarlo per tutti quegli anni.
Aveva perso il conto del tempo trascorso, ma… presto avrebbero raggiunto la soglia dei diciotto: Diluc li avrebbe compiuti il mese successivo, mentre lui avrebbe dovuto aspettare un po’ di più. A diciassette anni, Diluc era ancora il capitano dei Cavalieri di Favonius più giovane di sempre; e, senza alcun dubbio, il più in gamba.
Non era geloso del fratello, al contrario. Come avrebbe potuto? Diluc era così sincero e spontaneo! Non si tirava mai indietro e affrontava qualunque incarico con il coraggio e la decisione che lo contraddistinguevano. Era sicuro, senza mai essere spavaldo o superbo; era temerario, ma non incosciente. Sapeva valutare i rischi e pensare in anticipo alle mosse future, senza mai perdere di vista l’obiettivo. Era amato e rispettato, nonostante la sua giovanissima età. All’inizio non era stato facile: le malelingue serpeggiavano ovunque e si sussurrava che Diluc avesse ottenuto il ruolo soltanto per le amicizie altolocate del padre; ben presto, però, anche gli scettici avevano dovuto ricredersi. Quel ragazzino era formidabile: maneggiava egregiamente qualunque tipo di arma, anche se otteneva i migliori risultati imbracciando una claymore; i suoi schemi non erano mai prevedibili, legati da un filo di grande astuzia; padroneggiava perfettamente il potere della propria visione: il fuoco sembrava danzasse ad ogni suo comando, guizzando in fiamme tanto aggraziate quanto letali. Il suo talento era indiscusso ed ineguagliabile.
Come poteva essere invidioso, dunque? Diluc lo amava come fosse stato davvero suo fratello; era un amico, un confidente e una spalla su cui piangere nei momenti più bui. Kaeya sapeva di non essere altro che un’ombra alle sue spalle, eppure non se ne rammaricava. Conosceva da tempo il suo compito ed era sempre stato lì, al confine tra il buio e la luce. Tra il giorno e la notte. Diviso tra il desiderio d’essere finalmente felice e libero… e il giuramento che lo vincolava a Khaenri'ah. Non meritava l’amore di Diluc, né quello di Crepus e di tutti gli altri cittadini di Mondstadt, che gradualmente avevano imparato a conoscere ed apprezzare quel forestiero solitario e un po’ malinconico accolto dai Ragnvindr. Si era ricavato una piccola nicchia nei Cavalieri, seguendo l’esempio del fratello. Si erano arruolati assieme, fedeli alla promessa di proteggersi a vicenda. Diluc aveva fatto rapidamente carriera, ma non si era dimenticato di lui. Era sempre stato lì, pronto a prendersi cura dell’amico in qualunque occasione; senza mai rinfacciargli nulla, né facendogli pesare decisioni affrettate ed errori.
Sospirò, adagiando la schiena contro la ruvida roccia della caverna. Cercò di avvicinare le ginocchia al petto, ma la gamba sinistra protestò vigorosamente. Sussultò, poggiando la testa contro la parete fredda e spiando il soffitto con l’unico occhio.
«Non fare movimenti bruschi» lo ammonì Huffman «La tua caviglia è slogata, forse rotta. Dobbiamo aspettare i rinforzi e poi ti porteremo immediatamente da un guaritore.»
Annuì leggermente, spostando l’attenzione sull’ingresso della grotta. Il maltempo non si era attenuato: un violento temporale li aveva sorpresi su uno degli impervi sentieri di Stormbearer Mountains, costringendoli a cercare rapidamente un riparo. La visibilità si era ridotta quasi allo zero e un gruppetto di Hilichurls li aveva costretti a battere in ritirata. Aveva provato a guidare la compagnia al sicuro, cercando un nascondiglio sul fianco di una montagna, ma era scivolato in un crepaccio. Huffman e i suoi uomini si erano adoperati per respingere gli assalti degli Hilichurls e recuperarlo dal fondo del burrone. Dopo una mezz’ora abbondante di sforzi, erano riusciti a raggiungerlo. La tempesta, tuttavia, si era intensificata in una manciata di minuti. Tornare in città era impossibile in quelle condizioni, così Huffman aveva trovato un anfratto dove potersi riparare. Lo avevano depositato lontano dall’ingresso, all’asciutto. Miles lo aveva controllato e si era detto ottimista: oltre a qualche livido e graffio, soltanto la caviglia sinistra sembrava malmessa. Altri due cavalieri avevano riportato ferite di lieve entità: Otto aveva un braccio rotto, schiacciato da una clava nemica; Lawrence era stato colpito alla coscia da una freccia e, sebbene non fosse in pericolo di vita, il taglio bruciava e sanguinava.
«Ehi…» Huffman lo richiamò battendogli una spalla «Non fare quella faccia. Verranno a prenderci. Tuo fratello sa dove siamo. Quando non ci vedrà rientrare, manderà una squadra a cercarci.»
«Lo so» sussurrò, una nota amara nella voce «Mi dispiace, ho rovinato tutto. Era una semplice ricognizione e guarda in che guaio siamo finiti. Se fossi stato più attento…»
Non aveva notato il crepaccio, ma come avrebbe potuto? La pioggia aveva reso impossibile vedere a più di qualche metro di distanza… e affidarsi ad un solo occhio in quelle condizioni non era semplice. Aveva messo un piede in fallo ed era scivolato.
«Non ha importanza. Stiamo bene, siamo al riparo e il capitano ci troverà presto.»
«Oh, non ne dubito…» soffiò una risata nervosa. Se ben conosceva Diluc, non vedendoli rientrare si sarebbe messo in marcia la sera stessa. Avrebbe cavalcato tutta la notte e avrebbe raggiunto Stormbearer Mountains già alle prime luci dell’alba «è la nostra migliore speranza, no?» sbottò, pentendosi immediatamente di quell’uscita sarcastica.
L’altro, tuttavia, non diede segno d’averla colta:
«Senza dubbio.»
Già… La speranza di Mondstadt. Il giovane capitano in cui tutti, cittadini e cavalieri, riponevano le loro aspettative. Diluc sembrava essere a suo agio in quel ruolo, ma lui avrebbe voluto soltanto strappargli di dosso quella responsabilità. Avrebbe preferito vederlo libero da ogni pressione, da quella silenziosa richiesta generalizzata: aiutaci Diluc, salvaci Diluc. Possibile che il mondo non potesse andare avanti senza gravare i suoi guai sulle spalle di un ragazzo di diciassette anni? Un sorriso acido gli bagnò le labbra a quel pensiero. Suo fratello era davvero un ingenuo, se non notava ciò… o forse era solo troppo altruista e coraggioso per tirarsi indietro.
Piegò il capo, lasciando che l’unico occhio incrociasse lo scrosciare della pioggia.
Non venire Diluc, pregò silenziosamente. Non venire per me, per i cavalieri, per la gente di Mondstadt. Nessuno di noi ti merita realmente. Scappa! Non lo vedi? È una trappola. Non lasciare che ti prendano.
Sei la persona migliore che conosca, Diluc… non venire. Voltaci le spalle, almeno per una volta. Vivi davvero secondo ciò che desideri e non per compiere i desideri altrui. Davvero non hai mai voluto essere niente altro che questo? Essere cavalieri era il nostro sogno da bambini, ma… ora mi accorgo che la realtà è un po’ diversa. A volte vorrei poter tornare indietro e cancellare con una spugna i miei errori, uno per uno. E i tuoi errori… anche se sono sicuramente più leggeri, più ingenui e senza alcuna colpa. È un po’ diverso per me… mi chiedo se mai riuscirò a parlartene, Diluc. Mi domando… cosa farai, quando te lo dirò? Quando spezzerò questa illusione del fratello prediletto, dell’amico, del compagno sempre al tuo fianco, allora… cosa farai?
Non passa giorno in cui non vi pensi. Non sai quanto sia difficile alzarsi ogni giorno, guardarsi allo specchio e vedere il volto meschino di un traditore; di un lupo travestito da pecora. A volte mi chiedo se sia davvero reale ciò che sento… se il calore che provo standoti accanto sia soltanto l’ennesima illusione di una mente spezzata, oppure se sia genuino. Se il mio affetto per te e per Crepus sia immacolato, come quello che voi provate per me. Se la fiducia che nutro per voi sia concreta…e non sia soltanto una fantasia. Cosa c’è di vero, in tutto ciò? Non lo so. Non so rispondere.
Posso solo sperare che nulla cambi, e niente distrugga questa nicchia che mi sono scavato: un angolo di felicità, un posto dove sentirmi protetto e amato. Cosa posso fare, se non aggrapparmi a questa parola:
speranza.