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Mare

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«Mamma, che cos’è il mare?»
«Un posto orribile. Desolato, buio, sporco. Non devi andarci, Kaeya. Non devi andarci mai.»

***

Quella primavera era insolitamente calda.
Da quasi un mese che non cadeva neppure una goccia di pioggia e Crepus Ragnvindr osservava preoccupato le sue viti. Era ancora presto per il raccolto, naturalmente, ma ottenere una buona e costante irrigazione era fondamentale per la maturazione e la succosità degli acini. Avrebbe dovuto studiare un nuovo sistema per innaffiare correttamente le piante, soprattutto quelle che ancora stentavano a crescere.
L’uomo oltrepassò uno dei filari, slacciandosi i primi bottoni della camicia e rimboccandosi le maniche sui gomiti. La siccità degli ultimi giorni stava davvero diventando insopportabile ed era decisamente fuori stagione. L’unica nota positiva, naturalmente, riguardava l’imminenza del compleanno di Diluc. Aveva già un’idea su come avrebbero festeggiato!. Avrebbe accompagnato i figli a Falcon Coast, lungo una delle spiagge. Una giornata al mare, d’altronde, avrebbe giovato a due bambini così pieni di energia. Era sicuro che Diluc avrebbe apprezzato, così come Kaeya…
Non sapeva molto di quel ragazzino, di recente capitato alla tenuta. Lo aveva accolto durante una piovosa notte di inizio inverno. Il padre di Kaeya lo aveva abbandonato nella vigna e al piccolo non era rimasto altro da fare che accettare l’ospitalità di un estraneo e sperare che il genitore venisse presto a riprenderlo; naturalmente, quest’ultimo era scomparso e a nulla erano valse le ricerche che il magnate aveva intrapreso. Forse, era stato meglio così: Diluc aveva guadagnato un fratello e Kaeya l’affetto di una vera famiglia, che mai l’avrebbe scacciato o lasciato solo. Quei due, inoltre, si completavano: era come se fossero nati per sostenersi a vicenda, per essere due parti di uno stesso insieme, come il giorno e la notte. L’allegria e la spensieratezza di Diluc si mescolavano perfettamente ai silenzi timidi e malinconici di Kaeya, mitigandoli e spazzandoli poi via.
Annuì, fermamente convinto della propria idea: ai fratelli sarebbe piaciuta una scampagnata al mare, anche se fuori stagione. Gliene avrebbe parlato a cena, quella stessa sera.

***

Diluc balzò immediatamente sulla sedia, facendo leva con le mani sul bordo del tavolo, per sporgersi verso il padre:
«Davvero? Ci porterete al mare?»
«Così ho detto» acconsentì il genitore.
«è fantastico! Sarà il più bel compleanno di sempre» Diluc si allungò verso il fratello «Sarà bellissimo! Non ci siamo mai andati in questa stagione, perché di solito fa ancora troppo freddo, ma… beh, quest’anno sarà diverso. Sei mai stato al mare, Kaeya?»
Il fratello scosse il capo e le ciocche blu ciondolarono per un attimo davanti al viso attonito:
«Mai, no…»
«Ti piacerà, vedrai! Basta che tu non ne beva l’acqua… altrimenti, beh...» strizzò l’occhio all’amico «…lo vedrai.»

***

Kaeya non riuscì a chiudere occhio quella notte. Fissò il soffitto sino alle prime luci dell’alba. L’idea del mare lo terrorizzava, semplicemente. Perché Diluc e Crepus erano così entusiasti? Non conoscevano i pericoli di quel posto? Forse avrebbe dovuto metterli in guardia, ma… da cosa esattamente? Sua madre non ne aveva mai parlato. Si era solo raccomandata di stare lontano dalle spiagge, di non andarci mai. Si era immaginato che tra i flutti scuri albergassero dei mostri cannibali, che si nutrivano di passanti incauti, ma l’ultimo avvertimento di Diluc lo aveva messo in allarme.
“Basta che tu non beva l’acqua” aveva detto.
Perché? Cosa sarebbe successo, altrimenti?
Forse si sarebbe trasformato in un mostro. In un Mago dell’Abisso, magari. Era così che nascevano quelle creature? Erano persone assetate che avevano ceduto ad un sorso di mare e si erano risvegliate in creature malvage e prive di scrupoli.
Spiò verso il fratello, ancora addormentato e avvolto solo da un sottile lenzuolo di cotone bianco. Scivolò giù dal letto, attraversando in fretta la stanza e cercando di sgusciare delicatamente sotto la coperta. Si rannicchiò contro la vicina schiena. La sua delicatezza, tuttavia, non impedì all’altro di svegliarsi prontamente:
«Brutto sogno, Kaeya?» gli sussurrò Diluc, voltandosi e cingendogli le spalle.
«Non voglio diventare un mostro…»
«Cosa? Perché dovresti?» Sentì delle mani calde accarezzargli le guance «Non diventerai un mostro, Kaeya… non lascerò che accada.»
«E se succedesse?»
«Rimarrai comunque mio amico.»
«Anche se fossi brutto come un Hilichurl?»
Sentì il rosso ridacchiare piano:
«Già, esattamente. Non ti abbandonerò mai, te lo prometto.»

***

Falcon Coast distava mezza giornata di calesse. Mastro Crepus aveva insistito per partire all’alba, così che fossero a destinazione entro mezzogiorno. Nessun imprevisto aveva ritardato il loro viaggio, se non una piccola buca che aveva rischiato di spaccare il mozzo di una ruota. Fortunatamente, il carro aveva retto ed il viaggio era poi proseguito senza ulteriori intoppi.
Kaeya osservò Diluc calciare immediatamente via le scarpe, non appena raggiunsero la spiaggia; il festeggiato balzò immediatamente a terra, prendendo a correre verso il bagnasciuga.
«Mastro Crepus!» esclamò Kaeya, indicando il fratello al padre adottivo.
«Si?»
«Diluc è… insomma, non è pericoloso lasciarlo andare da solo?»
«No, perché dovrebbe? È un ragazzo coscienzioso e sa nuotare piuttosto bene. A proposito, dovremo insegnarlo anche a te, prima o poi… quando te la sentirai, d’accordo?»
«Ma il mare…»
«è calmo, vedi? Piatto come una tavola. Inoltre, l’acqua è poco profonda a riva…» l’uomo lo afferrò sotto le ascelle e lo depositò a terra, regalandogli una spintarella affettuosa «Raggiungilo, su…»
Kaeya si mosse a disagio, quando gli stivaletti affondarono nella sabbia morbida. Era un terreno soffice, ma che rendeva instabile ogni suo passo. Guardò con terrore i granelli gialli, temendo quasi di vedervi spuntare una mano pronta a trascinarlo giù, nelle viscere del sottosuolo. Affrettò il passo, cercando di raggiungere Diluc che, nel frattempo, si era spogliato della camicia e dei calzini, buttandosi in acqua con i soli pantaloncini addosso.
Si avvicinò alla riva, osservando la spuma delle piccole onde infrangersi a poca distanza dai suoi piedi. Cosa sarebbe successo se l’avesse toccata? Se avesse sfiorato quella schiuma bianca… sarebbe mutato in un Mago dell’Abisso? Diluc non sembrava affatto risentirne, però: nuotava nell’acqua chiara come fosse un pesce, con bracciate vigorose e decise. Percorreva sempre lo stesso tratto, girandosi e muovendosi avanti e indietro. Però… perché non si trasformava in qualche creatura spaventosa? Forse… semplicemente perché era una brava persona, a differenza sua. Si strinse una mano al petto, aggrappandosi alla propria camicia. Sentì un nodo salirgli in gola e delle lacrime sgorgare dal suo unico occhio stellato. Tirò su col naso, tentando di soffocare i singhiozzi. Aveva paura e non riusciva a nasconderlo; il ricordo delle parole di sua madre lo avvolgeva completamente.
“Un posto orribile. Desolato, buio, sporco. Non devi andarci, Kaeya. Non devi andarci mai.”
Eppure, ora era proprio lì, sulle rive di quell’immenso specchio d’acqua, che non sembrava così minaccioso. Ma probabilmente il mare amava solo le persone buone e leali… e lui non lo era. Un gemito gli sfuggì dalle labbra e questo bastò per richiamare l’attenzione del fratello adottivo. Vide Diluc scivolare in sua direzione con ampie bracciate e poi guizzare rapido fuori dai flutti.
«Va tutto bene?»
Una mano gentile si posò sulla sua spalla. Era bagnata e i rivoli penetrarono immediatamente la stoffa della sua camicia. Ma c’era qualcosa di più… una sensazione secca, quasi ruvida a contatto con la propria pelle. Guardò il volto dell’amico confuso e preoccupato.
«Io…» balbettò, ma la voce altrui coprì la sua incertezza.
«Hai paura del mare, Kaeya?»
Scosse il capo, cercando di aggrapparsi al proprio fragile orgoglio. Non voleva che Diluc lo credesse un codardo. Al contrario, desiderava mostrarsi forte e audace proprio come il fratello. Tuttavia, questi non gli credette neppure per un istante:
«Lo capisco. Anche a me non piaceva, prima che imparassi a nuotare… ma vedi… qui l’acqua è bassa e se stai vicino alla riva, non ti accadrà nulla.»
«E se diventassi un mostro? Se bevessi l’acqua del mare e mi trasformassi in un Hilichurl?»
Vide Diluc scoppiare a ridere e dondolare frettolosamente il capo; le ciocche rosse spruzzarono gocce da tutte le parti:
«Non dire assurdità! L’acqua del mare è solo… salata! Per questo ti ho consigliato di non berla.»
Batté le palpebre perplesso. Quasi deluso, in effetti:
«Tutto qui?» chiese in un soffio.
Sì, era davvero tutto lì. Il mare non nascondeva alcun mistero drammatico, né aveva il potere di modificare le persone.
«è solo acqua» spiegò Diluc, aiutandolo a togliersi gli scarponcini e le calze.
Il fratello lo prese per mano e lo accompagnò sino al bagnasciuga. Lentamente, con dolcezza, mosse i primi passi tra le basse onde e lo trascinò con sé. Kaeya rabbrividì quando sentì la sabbia infilarsi subdola tra le dita dei suoi piedi e turbinare leggera accanto alle caviglie; sospirò quando percepì la temperatura fredda dell’acqua e quando, infine, riuscì ad abituarsi. Camminò ancora, sino ad immergere i polpacci. Rimase saldamente aggrappato al braccio dell’amico, alternando l’attenzione tra il suo volto sereno e le basse onde che gli solleticavano le gambe.
«Non lasciarmi cadere» sussurrò in una piccola preghiera.
«Non preoccuparti, non ti lascio» Diluc lo strinse affettuosamente, mormorandogli in un orecchio una semplice promessa «Affronteremo questa cosa insieme, come sempre. Sono qui accanto a te, Kaeya… e ci sarò sempre.»