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Yourselves through my eyes

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Crescita. Responsabilità. Fiducia. C'aveva messo in mezzo pure l'indipendenza, fin da subito, con una faccia tosta che m'aveva fatto alzare gli occhi al cielo. Come se trasferirsi nella casa in cui sono cresciuta lo traghettasse di diritto nell'età adulta. Sì, d'accordo, aveva già vent'anni e non era più un bambino... Ma ai miei occhi, in fondo, lo resterà per sempre.

Perfino se - e quando, ma soprattutto se - ne avesse di suoi. Sinceramente, vi dirò, vivo benissimo anche senza diventare nonna. Nina, con cui sono rimasta amica nonostante i nostri figli si siano lasciati ormai più di un decennio fa, fatica a crederci. Mi mostra continuamente le foto di Maddi e della sua nipotina, sperando di cogliermi in fallo ed esclamare “AH-HA! Lo sapevo che era tutta invidia e ne vuoi anche tu!”
Ma anche no, seppure io sia sicura che Niccolò sarebbe un ottimo padre.

Comunque, torniamo al discorso convivenza.
L’ho sempre saputo, che erano bei paroloni e il fine ultimo è sempre stato portarci anche Martino. Fin dagli inizi, l’aveva coinvolto nel trasloco e nell'ammodernamento dei locali così tanto da rendermi impossibile non sospettare che puntassero ad andarci a vivere insieme.
Non mi sorpresi affatto, quindi, quando uscì la questione.
Non credevo che fossero pronti a compiere quel passo - e mi sbagliavo: tengo incrociate le dita che sia lo stesso per questo matrimonio, di cui io non capisco assolutamente la necessità - ma era pur vero che esprimere la mia opinione non sarebbe servito a nulla: non ci avrebbe ripensato, anzi. Rischiavo soltanto di venir accusata di non comprendere la profondità dei sentimenti che lo legano al suo ragazzo. Esattamente come ora mi direbbe che è molto triste che io veda il matrimonio soltanto come un contratto tra due persone, da stipulare soltanto quando c’è di mezzo la prole. Altrimenti, di alternative per essere considerato un parente prossimo senza sposarsi ormai ce ne sono… e potrei aver chiesto a Gioele di illustrarle a nostro figlio. Un buco nell'acqua, visto che siamo qui a sentirli scambiarsi le promesse. Vabbè, peccato. Valeva la pena tentare, no?

"Ne sei proprio sicuro?" Gli domandai quella sera, proprio come avevo fatto quando gli ho consegnato le chiavi dell'appartamento, cercando di non far trasparire né la mia preoccupazione né tantomeno il mio scetticismo. L’aveva visto partire sull’onda dell’entusiasmo tante di quelle volte, da essere perfettamente conscia che i miei tentativi di essere realista sarebbero stati interpretati come cinismo. Se non altro, spesso c’era il suo ragazzo a tenerlo ancorato a terra…  Ovviamente, tuttavia, pure lui era ancora poco più che adolescente e non mi potevo certo aspettare che non volesse coronare il sogno di non avere genitori tra i piedi. 

"Sicurissimo." Ribadì, con fermezza, stringendo la mano di Martino. "Ce la posso fare, ma'... Ce la possiamo fare."

Improvvisamente, mi tornò in mente quello che spesso sentivo mia madre dire quando chiacchierava con la gente e si toccava l'argomento figli 'ehhh, quant'è difficile vederli fare i tuoi stessi sbagli e rassegnarti che finché non ci sbattono la faccia non imparano...'
Allora ero convinta che no, quando avrei avuto un figlio o una figlia miei, la mia esperienza di vita sarebbe servita a qualcosa. Che illusa.

Stava a Niccolò e Martino, a loro soltanto, capire se un passo del genere fosse prematuro o meno. E se si fosse trattato di un errore di valutazione, avrebbero evitato di trascinare avanti per cinque o dieci anni una storia che funzionava proprio perché ognuno continuava ad avere i suoi spazi e ci si vedeva nei ritagli di tempo. Non li contavo neanche più, i fidanzamenti che erano finiti nel giro di qualche mese di convivenza…

A convincermi definitivamente, comunque, furono mio marito e una mia collega.
Lui, facendomi giustamente notare che non se poteva più di 'sti due che stavano attaccati come ventose l'uno all'altro tutte le volte che ti giravi.
E la mia collega che se n’era uscita con un 'non dovresti assecondare tutte le pazzie di tuo figlio', quando non era manco con lei che stavo parlando.
Proprio non l’era andata giù che non l’avessi ringraziata per quel ‘magari è solo confuso, così non lo aiuti’ quando m’era capitato di chiedere consiglio alle mie amiche - e quella maledetta s’era infiltrata al nostro aperitivo, come tendeva a fare spesso: puntava un collega e ci stava appiccicata peggio di una cozza allo scoglio, e in quel periodo aveva preso di mira me - su come far tornare Nico a concentrarsi su qualcosa che esulasse dalla sfera amorosa. Sì, lo so che ci sarebbe anche quell'altra ma permettete che io preferisca non immaginarmi mio figlio in certi contesti…sebbene sia stata io stessa a sedermi sul divano con lui e spiegargli l’importanza di essere un amante gentile e attento, a insistere forse un po’ troppo sulla “sacralità” dell’atto, spaventata com'ero da quella ‘promiscuità’ che avevo letto tra i possibili sintomi della sua malattia.
Ne ho fatti di errori, a tal proposito. Psicoanalizzare Niccolò ogni minuto, cercando sempre avvisaglie di una crisi. Invalidare ciò che provava, come se l’ingigantire i sentimenti li rendesse meno reali. Caricare un peso troppo grande sulle spalle di Maddalena.
Fortunatamente, Martino si è opposto con decisione al diventare il guardiano di Nico. O peggio, il suo badante. Anche a costo di darmi l’impressione che del mio bambino non gliene importasse niente.

Cosa ne sapeva, quella, di mio genero?
Cosa ne sapeva di com'era sbocciato mio figlio da quando l’aveva incontrato, di come avessero imparato insieme ad affrontare il mondo combattendo con le unghie e con i denti - ma senza perdere la tenerezza che li contraddistingue - capendo che non c’è nulla al di fuori della loro portata. Non che non sarebbero stati capaci di arrivarci da soli, sono in grado di fare qualsiasi cosa se ci si mettono d’impegno, ma troppo spesso se lo dimenticano…
Ma forse l’avrei dovuta ringraziare, perché mi ha ricordato che gente dalla mentalità bigotta la puoi trovare ovunque. Troppo spesso la si associa a una bassa istruzione, all'abitare in una piccola città e invece la puoi trovare perfino in gente con tre lauree e un master e vive nel cuore pulsante di una metropoli.
Che magari si professa pure di sinistra e liquiderebbe chi ha provato a pestare Martino come ‘fascistelli omofobi’. Quanto avrei voluto denunciarli, quegli stronzi. Lui, però, era stato categorico: intendeva lasciarsi la vicenda alle spalle. Per di più, era sicuro che se non li avesse accusati di aggressione anche loro avrebbero chiuso un occhio sulla schiena spaccata - guardate, avrei voluto esserci io lì per dargli manforte - da Incanti.

“Okay, allora. L’accordo è sempre lo stesso: finché gli studi proseguono in modo proficuo, non ti devi preoccupare di trovare un lavoro per pagare le bollette. Ovviamente nulla ti impedisce di farlo, ma preferirei saperti concentrato sull’Università. Perciò mi auguro che questa convivenza non finisca per distrarti troppo…” Era stata l’unica raccomandazione che avrei voluto fare a entrambi. Niccolò, però, non era stato soddisfatto della mia arrendevolezza. Probabilmente l’aveva presa come un ‘con i matti non ci si può ragionare’.

“Tutto qui? Pensavo ti saresti messa a dire che è troppo presto, che siamo troppo giovani per sapere quel che facciamo e troppo inesperti per affrontare questa avventura...  ”

“E cosa otterrei, dicendotelo? Nulla. Magari peggiorerei pure le cose. Insinuerei dubbi che tu non t’eri manco posto, minando la tua autostima... Senti, sei grande ormai, mica devi chiedermi il permesso o a cercare la mia approvazione. Lo stesso vale per te, Martino, qualora tua madre non fosse d’accordo. Gliene hai già parlato?” Aveva scosso la testa, e gli avevo perciò proposto di organizzare quanto prima una cena a casa nostra, dove comunicare la decisione a Teresa. Avrebbe probabilmente pensato che si trattasse di uno scherzo, di primo impatto, ma si sarebbe resa conto anche lei che concretamente non poteva far nulla per impedire che andassero a vivere insieme.
E poi, s’ero d’accordo perfino io… Lo so che mi ha a lungo considerato come la ‘consuocera iper-critica’, quella per cui nessuno è mai abbastanza per il suo piccolo e che allo stesso tempo lo schiaccia con il peso delle sue aspettative, quella che lo controlla a vista tanto da risultare asfissiante. Ma non l’ha cresciuto lei, non sa com’è stato svegliarsi e non avere idea di dove fosse finito. Temere che avesse fatto qualche gesto estremo. Sentirlo parlare di sé come se fosse un incapace, un peso per me e suo padre, e non meritasse di vivere.
Ne sono al corrente perché ne abbiamo parlato, ci siamo ormai chiarite tempo fa. Ed ora son sinceramente contenta per lei, di vederla rifarsi una vita. E pure che concordi con me sull’inutilità del matrimonio, lo confesso.

“Mamma, per favore… Guarda che sono capace di affrontare una discussione come chiunque altro!” Ecco, avevo avuto la conferma dei miei precedenti sospetti.

“Be’, magari sono io che mi son stancata di sindacare su ogni tua scelta. Che preferisco il quieto vivere, al confronto.” 

“Perché non puoi essere semplicemente contenta per me?”

‘Perché ho paura, Nico! So che sei molto più forte di quanto io t’immagini, ma ho comunque paura. Paura che tu finisca per annullarti, che tu ne esca devastato qualora dovesse finire. O che peggio accetteresti qualunque condizione, anche che lui chieda conto di tutti i tuoi spostamenti e delle persone con cui ti vedi perché proprio non riesce a fidarsi di te, pur di restare insieme… Non ti vedo costruire un futuro che non includa Martino, e ciò mi spaventa. Non puoi affidare la tua felicità a qualcun altro, è una responsabilità troppo grande.’ Avrei voluto dirgli, ma mi morsi le labbra.

“Perché ho un innato pessimismo, che purtroppo in parte ti ho trasmesso. Ma guarda che son contenta per voi, davvero. Sono sicura che sarà una lunga e felice convivenza.”

“Ah, quindi non ti metterai a discutere con papà di come la nostra sia una scelta stupida e avventata non appena uscirete da quella porta?”

“Ora pretendi troppo, Nico. Tu non passerai dieci minuti buoni a lamentarti con Martino di come tua madre non ti sostenga mai, anche se finge di farlo? Che non è assolutamente vero, comunque.”

“Vabbé lasciamo perdere.” Aveva ribattuto, invitandomi ad andarmene. Non mi feci pregare e non gliene feci una colpa. Il pensiero in bianco o nero, in cui se qualcuno non è al cento per cento dalla sua parte allora sono diventa automaticamente il nemico, è qualcosa su cui ha dovuto lavorare molto. Così come sul senso di colpa che ancora lo attanagliava per la vicenda di Luai, tanto profondo e radicato da mettere a rischio la sua relazione con Martino.

Da madre, naturalmente, m’aveva infastidito che soltanto sei mesi più tardi quel ragazzo non riuscisse ad accettare che Niccolò aveva un passato e che non era tenuto a confessarglielo. Nico l’aveva subito difeso, ovviamente, sostenendo di essere lui nel torto: non sapeva come raccontargli di Luai, di ciò che la loro tresca aveva significato per lui, senza rischiare di far sembrare le cose più serie di come in realtà non fossero state. Bah.
D’altra parte, mi aveva fatto piacere appurare che fosse pronto a troncare se necessario. Il suo amor proprio superava quello per Niccolò, e per me era qualcosa di ammirevole.

È uomo testardo, mio genero. Che non si vergogna di metterci il cuore, l’anima, in ogni cosa che fa. Che si lascia trascinare dalle proprie emozioni, negative o positive che siano. Ma ha anche dei difetti… E adoro coalizzarmi con lui per prendere un po’ in giro Nico, quando si piglia troppo sul serio.
Poteva capitargli un marito ben peggiore, al mio Niccolò, suppongo.

Non piango, non verso neanche una lacrima durante la cerimonia. In fondo sono qui solo per far felici gli sposi. Non è un pezzo di carta, a decretare la loro unione. Preferisco festeggiare gli anniversari - testimonianza del fatto che si scelgono ogni giorno, anno dopo anno - piuttosto che questa occasione in particolare.
Ma se Niccolò è importante poter dire “questo è mio marito”, lo rispetto. Non lo capisco, ma lo rispetto. E se ha bisogno che io ci sia, io ci sarò.
Sempre.