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Tell me a story (where we all change)

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Martino non ha appena visto un tizio con una molletta sul naso bere da una provetta di sangue, con un’aria piuttosto schifata. No. Martino sta sognando, è evidente.

Oppure l'hanno drogato con dell'aconito. Lo sanno tutti che i vampiri sono brutti come la fame e puzzano di carogna in putrefazione... Come quelli del clan di Piazza Giuochi.

Quando riaprirà quella porta, si sveglierà in camera sua. 

"Ah, sei ancora qui? Scusa, non volevo fare irruzione nel tuo laboratorio ma stavo morendo di fame." Mormora lo sconosciuto, accennando un sorriso. "Cioè, morto già lo sono ma c'avevo lo stomaco che brontolava peggio de' mi' madre quando tornavo tardi a casa. Perché le provette, ti starai chiedendo..." No, veramente no. Però non riesce a smettere di ascoltarlo. Ha una splendida voce. Profonda. Ammaliante.

"Sai com'è, no? Si cerca di mantenere un'alimentazione responsabile e sostenibile, evitando sprechi inutili di sangue che potrebbe servire a salvare qualcuno più vivo di me. Delle sacche non posso fare a meno, ovviamente, ma posso cercare di limitarne la quantità."

Ammirevole. Però ancora non gli è ben chiaro cosa gliene dovrebbe fregare a lui, dei suoi scrupoli. O perché dia per scontato che gli crederà.

"Ti presenti sempre così, quando ti beccano?" Lo interroga, invece, con una punta di curiosità.

"Ehi! Non è che succeda così di frequente... E forse sono stato io, a volermi far beccare, non credi?" Suggerisce l'altro, fingendosi sdegnato da tali ignobili illazioni. 

"Seh, come no."  Più rimane, più è probabile che diventerà la sua cena. Eppure proprio non gli va, di andarsene. Sarà per via dei suoi strani poteri? Qualcosa che sui libri viene definito 'ascendente', o roba del genere? No, non gli sembra di essere intontito. La sensazione che prova, piuttosto, è simile al giocare con il fuoco. Non tanto per il timore di scottarsi, quanto per il calore che sente nel vederlo così a suo agio. 

"Che uomo di poca fede... Comunque sì: perché mentire? Potresti anche chiamare la sicurezza, e raccontare ciò che ti ho appena detto ma chi ti darebbe ascolto? " In effetti, non ha tutti i torti. Anzi.  "Inoltre ho imparato, nel corso degli anni, che spesso chi non mi prende per matto quando gli faccio delle piazzate del genere non è del tutto umano."

Non gli piace la piega che sta prendendo la conversazione. Non finisce mai bene, quando viene fuori la verità sulla sua natura. Gli è stato insegnato a essere guardingo al riguardo, tanto dai suoi genitori quanto dai suoi amici. Eva, probabilmente, lo sbranerebbe se sapesse che se ne sta qui a chiacchierare con uno che un'intuizione ce l'ha avuta.

Non ne ha vergogna - quella l'ha riservata, per anni, a un altro dettaglio che lo contraddistingue, uno che l'ha portato ad allontanare tutti... per poi scoprire che loro non ci davano alcun peso! - però non ne discute volentieri con gente che non conosce. Se si spargesse la voce pretenderebbero la costante presenza di un supervisore, mentre lavora. Esigerebbero che Spera gli faccia da garante, e qualsiasi suo passo falso - non che conti di farne, per carità - ricadrebbe sugli altri. È la prassi, niente di personale… ma sarebbe una vera seccatura. Tutto qui.

"Potrei essere semplicemente uno che ne ha viste così tante da non farsi più stupire da nulla. O un appassionato di quelli come te." Gli fa subito notare, mantenendo la calma.

"Quest'ultima opzione la escluderei, non mi pari proprio il tipo."  Commenta, squadrandolo da capo a piedi. "Però sulla prima non posso discutere, hai ragione. Ti porgo le mie più sentite scuse." Sentitissime, con quella faccia da schiaffi. Come no. “Altre domande? Perché se no, ne avrei una io.”

“In effetti…” Vorrebbe sapere il perché della molletta, la ragione di quell’espressione nauseata mentre beveva. Finora è sempre stato convinto che andassero pazzi per il sangue, senza eccezioni. Magari, però, nemmeno in casi come questi si possono fare generalizzazioni. Che ne abbia bisogno per sopravvivere non significa che per forza gli piaccia, no?

‘Tipo me con qualsiasi bevanda analcolica, tesoro.’

Gli direbbe Filo, se fosse qui.

Porta la mano al naso, senza nemmeno accorgersene, facendo intuire cosa stesse per chiedergli.

“Ah, questa? Sembrerà assurdo, lo so… Sono andato in cura per questo mio disturbo, che si è andato a sommare agli altri già non indifferenti che avevo…” Lo anticipa, infatti, con un tono allegro che stride con quanto gli sta confessando. Ormai ci avrà fatto l'abitudine, suppone. Fingere di non dar peso a ciò che si dice è un’ottima strategia per risparmiarsi la pietà altrui; Martino ne sa qualcosa. “A farla breve: detesto il sangue. Mi disgusta oltre ogni limite: non riesco a sopportarne la sensazione, l’odore, la sensazione tattile, nemmeno la vista. Quando però stai con una persona che pensa di sapere cosa sia meglio per te, non ti è concesso di andartene in pace, ed eccomi qui. Sarà anche che, da medico, non poteva arrendersi all'idea di perdermi lasciando qualcosa di intentato… Almeno, però, si occupava della cucina e di rendermi le cose più facili. Non sai che manicaretti, che mi preparava.”

“Oi, non guardare me! Non ho nessuna intenzione di diventare il tuo nuovo chef!” Esclama, alquanto imbarazzato. Perché, ad essere onesti, già s’immagina a casa di ‘sto qui con solo un grembiule addosso e lui pronto sulla tavola. Fantasia anche realizzabile, volendo -  non è mai stato insicuro, sotto quell’aspetto: non c’è nessuno che non sia alla sua portata, piuttosto il contrario - ma ben poco igienica. E pure alquanto prematura visto che questo ancora parla dell’ex con tanta nostalgia. Chissà com’è finita, tra loro. Non può certo indagare al riguardo, nel caso ci fossero di mezzo battute di caccia e palettate nel cuore… Può darsi che l’allontanamento sia stato volontario e pacifico, naturalmente. Meglio non rischiare, però.

“Allora, quale sarebbe la tua domanda?”

“Com’è che ti chiami?” Ah già, non si sono ancora nemmeno presentati.

“Martino, e tu saresti?”

“Nico. Niccolò, in realtà, ma quasi nessuno mi chiama così. Be’, s’è fatta ‘na certa. Avrai da fare, e non voglio trattenerti oltre.” Ma come, è già venuta l’ora di salutarsi?

“In realtà no.” Ammette, tranquillamente. “Il mio turno è appena finito, quindi stavo per tornare a casa e andare a dormire. Ora però dovrò inventarmi qualcosa per giustificare la sparizione delle provette…” Le infrange tutte al suolo, con grande sorpresa di Niccolò. Gli si illuminano gli occhi, come se dopo tanto tempo avesse finalmente incontrato qualcuno sulla sua stessa lunghezza d’onda. Un’anima affine.  “Puoi farmi compagnia ancora per un po’, se ti va, mentre pulisco… A meno che tu non voglia trovare qualcun altro a cui raccontare vita, morte e miracoli?”

“Nah, mi accontenterò di te… Marti.” Annuncia Nico, dopo averci pensato un po’ su.

“Quale onore. Non t’aspettare che io dopo t’inviti a casa mia per sdebitarmi, però. Non son mica nato ieri.” Lo provoca, recuperando scopa e paletta dal ripostiglio più vicino.

“Ma no, figurati. Ti pare che io ti prenda per un tale sprovveduto?” Assolutamente sì, ma gli farà rimangiare certe insinuazioni. Ci può contare!

Ancora non sa bene che piega prenderà questa serata, non ha nemmeno ben chiaro che piega vorrebbe che prendesse. Niccolò lo intriga. Lo confonde.

Ma per la prima volta, dopo tanto tempo, non vede l’ora di scoprirlo.