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Un cane e un trasloco

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Senjuro Rengoku si era innamorato a prima vista di quel cucciolo di akita che si trovò davanti: era semplicemente impossibile restare indifferente di fronte a tanta tenerezza e pucciosità innate!
La bestiola pelosa si fermò di fronte a lui, sopra una mattonella del pavimento, sulla quale si mise in equilibrio sulle due zampette corte.
Lui tese emozionato una mano verso il piccolo che agitò le zampine, per poi sporgersi con il musetto umido e dargli una leggera lappata sul dito.
Senjuro non riusciva a esprimere verbalmente la gioia immensa che provò in quel frangente: avere un cane era sempre stato uno dei suoi desideri più grandi e finalmente era stato accontentato.
«L’ho recuperato dalla strada prima che qualche macchina lo investisse per sbaglio», spiegò in tono calmo Muichiro Tokito, suo coetaneo e compagno di scuola. «Quindi lo terrai?» chiese, ponendosi al suo fianco.
«Sì, certo», assicurò Senjuro, annuendo energicamente. «Lo adoro, Tokito-kun, grazie».
«Meno male: non mi piace l’idea di lasciarlo in un canile», aggiunse sinceramente l’altro.
«N-no, del canile non se ne parla: ho sentito che i cani li tengono dentro una gabbia finché non arriva qualcuno ad adottarli», riferì concitato trasalendo preoccupato al solo pensiero: per tranquillizzarsi prese subito il cucciolo di akita in braccio e iniziò a accarezzarlo con tatto e gentilezza.
«Da oggi mi occupo io di questo piccolino», disse in tono dolce, «dovremo pensare a un nome. Hai qualche idea? Temo che se provo a chiederlo a mio fratello maggiore, lui sarebbe capace di dargli un nome troppo altisonante e assurdo pescato da qualche vicenda storica».
Muichiro ci pensò qualche secondo, assumendo una posa meditabonda.
«Che ne pensi di… Harutsuki?» suggerì allora, sussurrando il nome.
«Luna di primavera? Sì, è carino! Al massimo lo abbreviamo in Haru, oppure Hatsu», replicò, ispirato.
«Mi piacciono entrambi, decidi tu», convenne l’altro.
Alla fine vinse la seconda proposta, Hatsu, perché a suo parere suonava più originale ed era unico nel suo genere.
Contrariamente a quanto Senjuro pensava, non fu affatto difficile convincere i suoi a lasciarlo vivere dentro casa insieme a loro: il padre disse che andava bene purché Senjuro si prendesse seriamente l’impegno di curare il cagnolino senza mai sgarrare, mentre suo fratello lo appoggiò in pieno aggiungendo che se Senjuro era felice e tranquillo a riguardo andava tutto bene, che in caso ci avrebbe pensato lui a far sì che i futuri rimproveri del padre non fossero troppo pesanti da mandare giù.
Quella stessa notte, il ragazzo si coricò in yukata notturno pensando che ancora non lo credeva possibile, doveva essere tutto un sogno, eppure, voltando la testa di lato, l’adorabile cucciolo di Akita era ancora lì, raggomitolato a dormire su un giaciglio improvvisato con ben tre cuscini. Doveva essersi stancato dopo che avevano giocato insieme per un’oretta, correndo spensierati per le camere e fermandosi solo quando Senjuro volle impartirgli i primi insegnamenti e comandi, tipo mettersi seduto, rotolare o fare il morto.
In fondo, egli era ancora troppo piccolo per considerarsi un uomo, aveva soltanto tredici anni, andava alle scuole medie e invero doveva crescere.
Rimase fermo a fissare quel pelo color sesamo, folto e soffice, le orecchie triangolari piegate, il nasino nero e il corpicino che si sarebbe sviluppato sicuramente nei prossimi mesi.
Tuttavia, avevano ancora tutto il tempo per diventare grandi insieme.
Senjuro chiuse gli occhi dalle iridi arancioni e imitò il suo cane, sprofondando in un sogno tranquillo.

***

Chiaramente, il tempo passò.
Circa sei anni dopo, quando Senjuro ottenne il diploma delle superiori con un voto decente – non eccezionale quanto quello del suo fratellone geniale all’epoca, ma ugualmente buono e meritato – e scelse arbitrariamente di andare a convivere con il proprio compagno, ovviamente portò Hatsu con sé: erano troppo legati per stare separati.
Con un corpo meno esile e più energico rispetto al passato, il giovane Rengoku sbrigò il trasloco con fatica e con entusiasmo.
L’unica cosa che non era cambiata era la sua espressione, perennemente gentile sotto le sopracciglia a coda di rondine, con i capelli dalla forma assurda ereditati dai suoi parenti, insoliti poiché ricordavano una fiamma.
Muichiro si era stancato prima di lui a sistemare scatoloni e al momento sedeva sul divano con un bicchiere di tè freddo in mano e il cane accucciato ai suoi piedi: esso teneva la lingua penzoloni e il respiro affannato dopo aver corso in giro.
Hatsu appariva in forma: era massiccio, ben proporzionato e con ossatura robusta. Aveva una grande testa con una fronte ampia e occhi scuri e profondi. Labbra sottili celavano una forte dentatura, per cui era meglio non farlo arrabbiare davvero se non si voleva rischiare di spingerlo a mordere: per fortuna era di natura buona e non aveva mai morso nessuno.
Muichiro lo accarezzò sul dorso con la mano libera e poi tornò a fissare Senjuro. Possibile che non fosse stanco?
«Io direi che puoi fare una pausa, siamo a buon punto: vieni a riposare insieme a noi», parlò, alzando il tono per farsi sentire. A qualche metro di distanza, l’altro poggiò una scatolone sul tavolo della cucina, passandosi il polso sulla fronte che gocciolava per il sudore solleticandogli il viso.
«Come desiderate!» esclamò con gioia, raggiungendo i suoi tesori preziosi.
Appena si sedette accanto a Muichiro, il fedele Hatsu si alzò per mettersi velocemente di fronte a lui, portando la testolina sul suo ginocchio. Senjuro gli diede qualche coccola e Muichiro sbadigliò.
Aveva tagliato i capelli molto corti rispetto al passato, mantenendo ovviamente le ciocche bicolori: base scura e punte verde acqua.
Senza preavviso Senjuro gli scoccò un bacio sulla spalla.
«Non stavi coccolando il tuo cane?» osservò fingendosi contrariato e indifferente, anche se in fondo gli aveva fatto piacere non essere escluso dalla scenetta sentimentale.
«Se ti trascurassi, sarei un pessimo fidanzato», si giustificò, cingendogli le spalle con un braccio.
«Per tuo padre lo sei, non per me», replicò Muichiro, dandogli un buffetto affettuoso sulla guancia perché Senjuro si era fatto improvvisamente serio e dispiaciuto e non era questa la sua intenzione, affatto.
«Non mi va di parlarne», ribatté infatti e l’altro si sentì in dovere di rimediare provando a fargli il solletico, che ottenne l’effetto sperato.
Ignorato, Hatsu annusò per terra alla ricerca della sua palla. Dopo averla trovata, la riportò al suo padrone, che smise di ridere.
«Mi sa che vuole giocare al riporto», capì Senjuro.
«Vai fuori e svagati: riprendiamo la questione dopo», acconsentì Muichiro, scoccandogli un’occhiata parecchio eloquente, perché sì, le loro coccole era meglio rimandarle quando Hatsu dormiva.

 

«Cosa stai leggendo, Mui-kun? Ti ha scritto qualcuno?» s’informò un Senjuro in accappatoio una volta che ebbe finito di usare il bagno, vedendo il suo ragazzo in pigiama steso sul letto a pancia sotto, concentrato sullo schermo del suo smartphone.
«Sì, Tanjiro-senpai ti saluta: dice che la prossima estate Zenitsu-senpai sposa ufficialmente sua sorella», riferì ripescando il messaggio.
«Era scontato sarebbe successo», commentò con un lieve sorriso, felice che la determinazione di Zenitsu, che a volte lui stesso smentiva in un atteggiamento pauroso, avesse avuto infine la meglio.
Formava una bella coppia con Nezuko e meritavano tanta fortuna.
«Ho scritto anche a mio fratello gemello, ma non ha ancora risposto. Ah! Il nostro amico Genya dovrebbe tornare dal suo viaggio in Russia tra una settimana. Scrive che ci ha preso un souvenir e che ce lo porterà appena gli sarà possibile», rammentò, sempre senza staccare gli occhi dalla chat.
«Gentile da parte sua», disse e aprì l’armadio per recuperare almeno un nuovo paio di boxer.
«Già. Hatsu è a cuccia?» chiese conferma Muichiro, quando decise di aver guardato lo schermo a sufficienza.
«Certo. E inoltre non so se hai notato, ma ho chiuso la porta prima di entrare», gli fece notare Senjuro, richiudendo l’anta e ricambiando uno sguardo inconfondibilmente allusivo.
«Bravo, Senjuro, vieni qui», lo invitò nel loro nuovo letto.
Appena furono abbastanza vicini, Muichiro lo trascinò in un bacio coinvolgente, mentre nel contempo gli slacciava e sfilava l’accappatoio. Era sorprendente quanto Tokito diventasse meno timido e più disinibito quando era certo che nessuno li guardasse, e viceversa. In questo aspetto e nella gentilezza si somigliavano.
Anche senza la presenza del cane Hatsu, era più facile entrare nella sfera dell’intimità fisica.
Spostando il suo pigiama, Senjurò lo mandò in estasi solamente toccandogli le zone sensibili: allora Muichiro iniziava a sciogliersi dal piacere e riverberarono nel suo petto mille sensazioni diverse.
Prima di giungere al punto di non ritorno, però, all’improvviso, udirono il cane abbaiare da dietro la porta.
Hatsu li stava richiamando insistentemente, come se fosse accaduto qualcosa alla casa: possibile che avesse intravisto dei ladri? Già dal loro primo giorno in quell’appartamento ancora da sistemare?
Per stare tranquilli, Muichiro si risistemò e Senjuro si rivestì in tutta fretta, uscendo poi con due bastoni di bambù per andare a controllare.
Hatsu guidò il suo padrone verso una stufetta non proprio nuova e lì capirono il problema: si era sovraccaricata e al momento stava fumando. Forse se avessero tardato ad arrivare, sarebbe potuta esplodere e di conseguenza incendiare gli scatoloni con della roba ancora da uscire.
«Grazie, Hatsu! Abbiamo evitato il disastro, sei il cane migliore di tutti», lo lodò il suo padrone, grattandogli la pancia colma di pelo bianco con affetto.
Muichiro optò per farsi una doccia bollente, tanto ormai gli era passata la voglia: evidentemente era destino che quella notte si concludesse con un nulla di fatto.
Fortuna che era solo l’inizio della loro piacevole convivenza.

 

Note: Ecco una Modern!AU su una crackship che m’ispira, con il cane al centro della storia (se l’ho mantenuta safe è proprio perché volevo risaltasse più l’akita Hatsu **)