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Aequilibrium

Work Text:

«Zenitsu, figliolo, ricorda bene che in natura tutto tende all’equilibrio. Ascolta attentamente i suoni della natura, assimilali dentro di te e forse giungerai a comprendere finalmente come utilizzare al meglio il respiro del fulmine».
Era forse una delle frasi pronunciate dal nonno che più gli erano rimaste impresse, negli anni in cui l’aveva preso come proprio discepolo e successore come pilastro del fulmine.
Zenitsu Agatsuma ricordava quel periodo non solo come uno dei più duri della sua vita, ma anche come un’oasi di pace: si era reso conto troppo tardi che tutte le difficoltà che aveva incontrato allora e delle quali si era lamentato, erano delle bazzecole in confronto a ciò che sarebbe arrivato combattendo realmente i demoni e le lune di Muzan.
Non c’era affatto paragone: sarebbe stato come comparare il giorno alla notte, la luce al buio, ma anche peggio. Muzan e i suoi erano terrificanti e spaventosamente forti.
Si trattava di esperienze opposte, solo che nella prima Zenitsu non rischiava costantemente di rimetterci la pelle: allora tutto quello che poteva preoccuparlo, tipo piagnucolare per una sbucciatura al ginocchio, non era davvero niente rispetto al dolore vero, all’essere avvelenato dai demoni ragno, all’affrontare sul campo un Kaigaku che era il migliore fra i due allievi eppure aveva smarrito la via dei suoi insegnamenti, compiendo il più elevato fra i disonori scegliendo di diventare un demone.
Se il nonno era passato a miglior vita, il responsabile era lui, era aniki. O forse entrambi.
Zenitsu avrebbe tanto voluto mostrare al nonno il suo valore prima che tutto degenerasse.
Rammentò di un episodio in particolare, legato al suo maestro Jigoro Kuwajima, precedente pilastro del fulmine, e al concetto di equilibrio.
Una mattina, all’alba, quindi molto presto, aveva dovuto seguirlo fino al fiume dalle rapide ben visibili.
Poi, Zenitsu era rimasto inebetito a guardarlo mentre lui, la solita espressione corrucciata e severa, aveva delle pietre di diverso peso, sistemandole una sopra l’altra e queste non cadevano mai.
Anche quando terminò il suo operato, il ragazzo constatò che quelle rimanevano in perfetto equilibrio, eppure lo spostamento d’aria delle correnti avrebbe dovuto rendere le due piccole torri di pietra molto fragili.
«È merito della natura, Zenitsu. Essa rende possibili anche le cose impossibili», affermò, tenendo le mani rugose eppure forti incrociate dietro la schiena leggermente curva a causa dell’età.
«Non dire più che non ce la farai. Prendi esempio dalla natura. Ascoltala attentamente e la tua determinazione non sarà affatto vana», terminò poi, addolcendo un poco l’espressione.
In effetti, se Zenitsu aveva un reale pregio, quando non si perdeva in lamentele e in proteste, era proprio il saper ascoltare i suoni.
Allora, incoraggiato, il giovane si sedette a gambe incrociate a lato del fiume e rimase a meditare profondamente, con gli occhi chiusi, le orecchie tese a captare tutti i suoni prodotti dalla natura, fino al tramonto.
Riuscì chissà come a isolarsi dal mondo che lo circondava, non sentendo alcun bisogno di mangiare.
Solo quando Zenitsu riaprì gli occhi, provò l’urgente bisogno di bere acqua e si lanciò letteralmente a raccogliere un po’ d’acqua dal fiume con la mano, attento a non caderci dentro.
E da quel momento in poi, iniziarono a succedere cose strane quando si addormentava da sveglio.
Non dimenticherà mai lo sguardo incredulo del nonno e la vista di un albero tagliato perfettamente a metà, e nemmeno la prima volta che udì di essere riuscito a padroneggiare perfettamente il primo respiro del fulmine anche se lui, Zenitsu, non ne aveva avuto la piena consapevolezza.
Questo fatto incredibile succedeva quando cadeva in uno stato di sonno apparente, perché da sveglio si comportava come al solito, anzi non riusciva a fare niente di buono.
Doveva trattarsi del collegamento atavico ed equilibrato con la natura di cui accennava il nonno: non c’era altra spiegazione logica.
Dunque, tutto quello che Zenitsu doveva fare era ottenere lo stesso equilibrio psico-fisico anche da sveglio.
Partì da questo presupposto, quando lavorò duramente e tutto da solo alla settima tecnica, quella inventata da lui stesso in persona: era la specialità con la quale si sarebbe finalmente potuto misurare alla pari con Kaigaku-senpai e con la quale avrebbe reso suo nonno finalmente orgoglioso di lui.
E a Zenitsu, sarebbe rimasto solo il rimpianto unico e irrecuperabile di non poter mostrare a Jigoro, al nonnino, i risultati finali del suo allenamento.