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L'amore conta (Conosci un altro modo per fregar la morte?)

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L'atrio dell'ospedale è pieno di movimento: ci sono pazienti appena arrivati, infermieri che si godono la pausa e medici che marciano spediti con le cartelle cliniche tra le mani. Novella sale gli ultimi gradini e ne varca la soglia quasi di corsa, e solo una volta dentro si permette di tirare il respiro, guardarsi intorno e cercare qualcosa o qualcuno che le sembri familiare. Alla fine si decide a recuperare il telefono dalla tasca del cappotto, e scarabocchia in fretta un messaggio per Francesco come lui le ha raccomandato di fare.

Sono arrivata, ti aspetto qui.

Nell'altra tasca ci sono i guanti, che ha dimenticato di infilare quando è scesa dalla macchina; e ora ha le mani rigide, intirizzite da un marzo che sembra ancora il febbraio che era fino a poco fa e contratte per averle tenute chiuse a pugno per troppo tempo, strette attorno a un fazzoletto stropicciato e alla speranza di rivedere Giuliano vivo. Solo quando quella speranza è diventata certezza è riuscita a lasciar andare la tensione e ha cominciato a sentire meno freddo - e sì che al freddo, ormai, è abituata da anni.

Faceva freddo in Scozia quando è arrivata lì la prima volta, e faceva freddo anche quando ha deciso di restarci; non tanto da farle rimpiangere la sua scelta ma abbastanza da farle sentire la mancanza del calore che si era lasciata dietro, persino in quella terra dove affondano metà delle sue radici, dove aveva pensato di poter finalmente trovare se stessa. Sente ancora quella mancanza, ogni tanto. La sente di giorno quando guarda il cielo di Edimburgo e si ferma a studiare la forma delle nuvole, e pensa che forse più tardi pioverà. La sente di notte quando si accoccola contro il petto di Xander, cullata dal suo battito quieto che sembra scandire il tempo che passa ad aspettarla.

Novella ha smesso da un pezzo di aspettare la vita, dal giorno in cui ha fatto la valigia ed è andata via per costuirsene una nuova.

Si è chiesta più di una volta che effetto le avrebbe fatto rivedere Francesco, sentendosi quasi in colpa per quel pensiero che continuava a strisciarle nella mente e a distoglierla almeno per qualche attimo da quello di Giuliano; e alla fine lo ha accantonato in un angolo senza darsi una risposta, senza decidere come avrebbe dovuto comportarsi o cosa sarebbe stato giusto fare. Prima si sarebbe semplicemente detta che non aveva importanza, che tanto non l'avrebbe mai rivisto, e avrebbe seppellito i ricordi nel lavoro o in un bicchiere di qualcosa di forte. Non in una sigaretta, quella non più, perché poi sarebbe stato peggio.

Francesco è sempre stato la sua questione irrisolta, la porta che ha provato in ogni modo a chiudersi alle spalle senza mai riuscirci del tutto.

Ma questo era prima. Prima che lui la chiamasse, prima che lei sentisse la sua voce tremare nel dirle non sappiamo se si sveglierà e capire che in quel tremito c'era una richiesta inespressa, la stessa che sua nonna ha continuato a rivolgerle per anni: un invito silenzioso a tornare a casa. Francesco non se n'è nemmeno accorto, probabilmente, non fino a quando lei non gli ha risposto arrivo, e allora ha cercato di dirle che non era necessario, che non era costretta a farlo se non voleva. A Novella è venuto da ridere, di se stessa prima ancora che di lui, e si è limitata a questo perché Francesco ha sempre saputo leggere nelle sue risate come nelle sue lacrime, e capire quello che c'era dentro anche senza che lei glielo dicesse.

Sei tu. È Giuliano. Avete bisogno di me, dove altro dovrei essere?

La risposta che non è riuscita a darsi la trova nell'emozione che le allarga il cuore non appena lo intravede da lontano, non appena anche lui si accorge di lei e accelera il passo per raggiungerla. Non ci riesce a restare ferma, o a chiedersi se sia la cosa giusta o meno: gli corre incontro con il telefono ancora stretto in una mano, e mentre la sua figura si fa più vicina e più chiara si accorge che anche lui tiene in mano il suo, e anche se non c'è nulla di particolarmente strano le viene da sorridere senza una ragione. È come se avessero gettato un filo per riuscire a ritrovarsi, e stringessero entrambi tra le dita una delle estremità.

È un pensiero stupido, e Novella sa che lo è, e sa anche di essere ancora in tempo per provare a mantenere quel minimo di distanza che sarebbe prudente lasciare tra di loro; e invece quando arriva davanti a Francesco gli finisce praticamente addosso, quasi come faceva una volta quando non si vedevano per un po', quando casa non era una città o un paese ma aveva l'odore della sua pelle e la forma del suo abbraccio. Non aspettava nemmeno di averlo raggiunto, si faceva prendere al volo e gli allacciava le gambe attorno alla vita rischiando di far rovinare entrambi a terra; ma lui non si lamentava mai, e mai una volta l'ha lasciata cadere, e lei restava così più che poteva solo per godersi il momento, per ricordarsi come ci si sentisse ad appartenere a qualcosa dopo anni passati a vagare senza una meta.

E adesso c'è la stessa prontezza nel modo in cui Francesco la stringe e frena l'impeto della sua corsa, dandole di nuovo la sensazione di potersi finalmente fermare.

"Fra" sussurra, e non avrebbe potuto dire nient'altro, non avrebbe potuto salutarlo in un altro modo, a questo si è rassegnata quando due giorni fa ha riconosciuto la sua voce all'altro capo della linea. Si è pentita nel momento stesso in cui quel soprannome le è sfuggito di bocca, ma è una di quelle cose che le sono entrate dentro al punto da non riuscire a separarsene nemmeno volendo.

"Sta bene" mormora lui tra i suoi capelli, e sentirglielo dire lo rende più reale, più concreto, e scaccia gli ultimi resti dell'angoscia che l'ha consumata per ore. Non sa se Francesco stia cercando di rassicurare lei o se stesso, ma va bene comunque. Ne hanno bisogno tutti due. "Sta bene, è sveglio. Va tutto bene."

"Sì. Va tutto bene."

Faceva freddo in Scozia, e nel suo cuore ne faceva anche di più, e Novella ha dovuto imparare a bastarsi da sola, a tenersi caldo anche senza di lui. Però le braccia di Francesco sono la cosa più calda che riesca a ricordare, e quel calore non l'ha mai ritrovato da nessun'altra parte.

C'è un attimo di imbarazzo, quando lui la lascia andare, ed è una cosa strana. Non sono mai stati imbarazzati l'uno attorno all'altra: solo all'inizio, forse, quando non erano che due ragazzini e si vergognavano entrambi dei disastri che erano le loro famiglie, dei cocci che avevano disseminato loro intorno senza che potessero farci nulla. È strana l'idea di essere tornati a non conoscersi del tutto, l'idea che ci sia un pezzo intero di vita che non hanno vissuto insieme.

Poi però Novella si ricorda perché è qui, si ricorda di ciò che si sono detti al telefono. Si ricorda che Giuliano è sveglio, e sta bene, e improvvisamente sa cosa dire.

"L'hai baciato?" domanda, curvando le labbra in un sorrisetto furbo.

Francesco la fissa stralunato. "No che non l'ho -" comincia, e poi scoppia in una risata incredula che contagia anche Novella, e le allarga il cuore un altro po'. "Gli hanno appena tolto l'ossigeno!"

"Allora è il momento perfetto" ribatte lei.

Francesco scuote la testa e sorride tra sé, distogliendo lo sguardo. Novella ne approfitta per spiare il suo viso, e far combaciare l'immagine che ha davanti con quella che per tanto tempo ha conservato di lui. Francesco è cambiato, è un uomo fatto ormai, e non c'è più traccia nei suoi tratti spigolosi dell'adolescente che era; ha le guance sporcate da un'ombra di barba, piccole rughe a circondargli la bocca e gli occhi stanchi e cerchiati di chi ha aspettato per giorni - forse per anni - in bilico tra la rassegnazione e la speranza.

Lo sguardo le cade sul livido ancora fresco che si allarga tra lo zigomo e la palpebra, facendola accigliare di colpo. Lui se ne accorge, e sembra comprendere la domanda muta nella sua espressione prima ancora che lei la ponga.

"E quello?" chiede, facendosi più vicina.

Francesco si volta e abbassa la testa per lasciarsi esaminare. "Lorenzo" dice soltanto, e questo no, non è cambiato: c'è ancora un mondo, un universo intero, nel modo in cui Francesco pronuncia quel nome. Nel modo in cui quasi lo sussurra, come si fa con le preghiere o con le bestemmie. "Te l'ho detto che era incazzato."

Novella piega le labbra in una smorfia che somiglia più a un altro sorriso. "Gliene hai dato uno più forte, almeno?"

"Ho paura di no."

Lei ride di nuovo. Non è una cattiva notizia, dopotutto: le avrebbe fatto piacere sapere che Lorenzo si è preso un pugno in faccia, ma forse gliene fa ancora di più sapere che Francesco si è trattenuto dal darlo. E comunque sa anche che in quel momento avevano tutti e due di meglio da fare.

Le ha dato una bella sensazione il fatto che al telefono Francesco l'abbia ammesso così apertamente, e probabilmente nessuno dei due si aspettava che succedesse; ci hanno sempre danzato intorno, a quello che aveva con Lorenzo e prima ancora con Giuliano, parlandone solo lo stretto indispensabile nonostante Novella lo sapesse, e Francesco sapesse che lei lo sapeva. Stringe le labbra al pensiero che se l'avesse fatto prima, se avesse guardato in faccia la situazione tra loro quattro senza nascondersi dietro i sottintesi, magari le cose sarebbero andate in un altro modo. Magari, se anche non fossero riusciti a farle funzionare, avrebbero potuto almeno lasciarsi meglio.

Francesco una volta le ha detto che dev'esserci una qualche maledizione che pende sulla sua famiglia, perché in un modo o nell'altro i Pazzi finiscono sempre per desiderare ciò che appartiene ai Medici, e anche se quando l'ha condivisa con lei non era che una considerazione ironica alla fine si è rivelata persino più vera di quanto entrambi potessero immaginare. La maledizione di Francesco è quella di ritrovarsi costantemente nell'orbita di Lorenzo e Giuliano, e la maledizione di Novella è quella di aver previsto la traiettoria di quell'orbita prima ancora che potessero farlo loro.

"E Clarice?" domanda Francesco d'improvviso. "Non sei venuta con lei?"

Novella annuisce. "È rimasta fuori ad aspettare Bianca e sua madre."

Le sfugge un sorriso lieve, in cui si mescolano divertimento e gratitudine. Incontrare Clarice è stato inaspettato, bizzarro, ma molto più piacevole del previsto. È la persona più diversa da Novella che si potrebbe immaginare - nessuna donna che abbia sposato Lorenzo Medici avrebbe potuto assomigliarle troppo, del resto - e per un paio di lunghi e imbarazzanti minuti non si sono scambiate che convenevoli. Quando poi l'ha sentita parlare di quanto stesse pregando per Giuliano, di quanto sperasse di essere ascoltata da qualcuno, lassù, Novella deve aver fatto una faccia tale che Clarice, inaspettatamente, è scoppiata in un risolino. Tu non sei credente, vero?, le ha domandato, ma l'ha fatto con una tale naturalezza, una tale mancanza di qualsiasi giudizio nella voce, che a Novella è stata immediatamente più simpatica.

Poi, mentre stava sistemando la valigia nella sua auto, è arrivata la telefonata di Lorenzo; e Clarice è stata la prima con cui Novella ha potuto condividere il sollievo, le lacrime e i sorrisi. Hanno parlato un po' di più, da quel momento - niente di troppo intimo, ma è difficile non avere almeno una storia da raccontare quando si tratta di Giuliano. E poi Novella ha smesso di parlare e Clarice ha rispettato il suo silenzio, i suoi tempi, e quando sono arrivate le ha offerto la possibilità di incontrare Francesco da sola.

Le ha dato l'impressione di una persona genuinamente buona, ma nient'affatto sciocca. Clarice ha un'empatia istintiva per quelli che incontra, e sa leggere tra le righe. Per questo Novella le è grata.

"Ha detto di andare noi, intanto."

Francesco sorride a sua volta, e accenna con lo sguardo verso gli ascensori. "Allora andiamo. Andiamo da Giuliano."

Parlano di cose banali, mentre salgono fino al piano dove si trova il reparto: com'è stato il volo, quella perturbazione che l'ha fatto tardare, se c'era traffico per strada. Non l'avrebbero fatto una volta, non in un momento del genere, ma forse è da qui che ha senso ricominciare. Dalle cose piccole, dalla quotidianità.

Quando le porte si riaprono Francesco le indica la direzione giusta. Sembra conoscere già bene questo posto, e le viene da domandarsi quanto tempo ci abbia passato; da quanto fosse qui, prima di chiamarla, e quante delle ultime ore abbiano visto passare insieme, lui e Lorenzo, mentre aspettavano che Giuliano riaprisse gli occhi. A Francesco gli ospedali non piacciono, e Novella se lo ricorda. Per questo le viene spontaneo continuare a parlare.

"Sono partita talmente di corsa che ho avvisato i nonni all'ultimo momento. Meno male che mi hanno detto di non farmi problemi, che tanto la mia stanza c'è sempre."

"Quindi resti da loro stanotte?"

Novella annuisce, e per un secondo quasi rimpiange di avere già dei programmi. L'idea di rivedere i nonni la riempie di gioia come ogni volta, ma improvvisamente pensa che sarebbe bello, stare più tempo con Francesco. Sarebbe complicato, e sarebbe rischioso, ma sarebbe bello. "Tu stai sempre a casa di tuo zio?" domanda, per distogliere la mente da quel pensiero.

"No. Non ci sto più da un pezzo, in realtà. Quando Guglielmo si è sposato me ne sono andato anch'io."

Francesco inspira profondamente, e Novella intuisce che dev'esserci di più dietro, ma non chiede. Non sa cosa provi Francesco in questo momento nei confronti di Jacopo - perché è chiaro che è lui il problema, è sempre stato lui - o quanto possa fargli bene parlarne, e in ogni caso lei ha sempre cercato di tenerlo il più lontano possibile da quell'uomo, dall'influenza cattiva e velenosa che aveva su qualunque cosa toccasse. La solleva sapere che se ne sia andato da quella casa, che almeno quel legame sia stato reciso anni fa, e può solo sperare che adesso suo zio non riesca più a fargli del male.

"Allora ti sarai abituato alle gioie di vivere da solo, ormai" scherza, cercando di alleggerire i toni. "Io ci ho messo un po'."

Francesco sorride appena, ma c'è qualcosa di forzato in quel sorriso, di poco naturale. "Sì" conferma. "Sto bene lì, mi piace." Esita per un attimo, come se temesse di dire troppo, di far scivolare la conversazione su un terreno troppo impervio. "E' solo che adesso c'è troppo silenzio."

Il suo sguardo si perde in lontananza, verso il fondo del corridoio, come se fosse comparso d'improvviso qualcosa di interessante da guardare. Ma è evidente che non c'è nulla: è evidente che Francesco sta guardando qualcosa che non esiste, che è solo nella sua testa. Che persino casa sua, quando era lì da solo con il pensiero di suo zio morto e di Giuliano che avrebbe potuto esserlo, era diventata un luogo ostile, un castello degli orrori che gli faceva paura invece di dargli rifugio.

Novella lo afferra per un braccio prima ancora di rendersene conto, lo fa voltare verso di lei per poterlo vedere in viso. Francesco sussulta, sbatte le palpebre e la guarda sorpreso, ma non le oppone resistenza. "Dovevi chiamarmi prima" mormora lei, preoccupata, e d'istinto solleva una mano e gliela appoggia contro la guancia.

Si pente di averlo fatto un istante più tardi, per la stessa ragione per cui si è pentita di aver ricominciato a chiamarlo come faceva una volta, la stessa per cui si era giurata di non rivederlo più e per cui restare con lui stanotte sarebbe rischioso. Perchè adesso Francesco la sta guardando con una tenerezza impacciata negli occhi che è tanto familiare da sentirla pizzicare sulla pelle e dietro gli occhi, e Novella quasi si aspetta che le baci il palmo come ogni volta che le sue mani erano troppo fredde, che la abbracci di nuovo senza una vera ragione.

"In realtà chiamarti non è stata un'idea mia" ammette lui alla fine, abbassando lo sguardo.

Novella ne resta abbastanza sorpresa da decidersi a spezzare quel contatto imprevisto, registrando in un angolo della mente la sensazione del calore che le scivola via dalle dita. "E di chi, allora?" domanda, sinceramente curiosa.

La risposta gliela danno di nuovo gli occhi di Francesco che si perdono oltre le sue spalle, invitandola a voltarsi con un cenno lieve della testa.

"Lorenzo" ripete.