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Il leone e la farfalla

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Lo incontrò per la prima volta in un anonimo pomeriggio d'autunno, quando ancora niente – e soprattutto nessuno – era in grado di sorprenderlo.

Si perse per un attimo – solo e soltanto per un attimo – nella contemplazione di quei lineamenti sinuosi e delicati che andavano a comporre una figura elegante ed effimera, a tratti irraggiungibile.

Pareva come se osservarla troppo la consumasse, facendola sfumare nel vento timido che sussurrava parole sconosciute e impercettibili.

Mai avrebbe immaginato che quel candore sarebbe presto diventato il punto cruciale della sua esistenza, la sua scarlatta ossessione dilaniata dalla purezza della neve.

Aveva ancora tanto da imparare, tanto da assaporare, tanto da patire.
Ancora non comprendeva che il suo smisurato ego era stato preso di mira da una bufera di fiocchi bianchi ognuno diverso dall'altro – tanti quante le emozioni che avrebbe provato a causa sua in un anno travagliato.

Ancora non sapeva che proprio per questo il mondo si sarebbe presto capovolto e avrebbe iniziato a girare al contrario, spingendolo violentemente da un dirupo troppo alto e troppo pericoloso anche solo da osservare in lontananza.

E sarebbe caduto, Kuga.
Sarebbe caduto e nessuno gli avrebbe teso la mano nel disperato tentativo di salvarlo, perché lui stesso avrebbe tentato di rialzarsi da solo e con le proprie misere forze.

Perché Eishi Tsukasa sarebbe stato il primo.
Il primo e forse l'unico.
Era destino, avrebbe poi pensato Kuga con lo scorrere ineluttabile delle stagioni. Era destino incontrare un muro insormontabile che sbriciolasse il mio mastodontico ego tra le mani, lasciando solo una lieve traccia di polvere maledetta dissolversi nell'aria.

Mentre con una strafottenza colossale firmava la propria condanna proferendo quelle parole che lo avrebbero segnato a vita – «Non me ne frega niente di star qui a far discorsi pallosi per conoscerci meglio. Non c'è nessuno di voi senpai che che voglia sfidarmi in una Food War?» – un piccolo ragno, un po' in lontananza, tesseva indisturbato la propria tela.

Intrecciava, univa, sfilava, dilaniava.

Kuga si era inspiegabilmente unito a Eishi come il magnete costantemente attratto dal ferro.
E Tsukasa lo avrebbe dilaniato con una maschera di gentilezza – quel dannato sorriso – che celava una spietatezza disumana.

Era destino, avrebbe poi ripetuto Kuga, mentre il cuore grondava ragnatele sfilacciate.