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Le Idi di Marzo

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Eve's Pov

Ci avevano detto di fuggire, di correre, usufruendo di tutto il fiato che avevamo in corpo. Senza obiezioni e senza voltarci. Vedo ancora gli occhi terrorizzati di mia madre, mentre ci forniva simili istruzioni. Era come se una parte di lei temesse che separarci in quel momento, avrebbe significato dividerci per sempre. Le sue labbra andarono a posarsi sulla mia fronte, in un gesto che pareva di pura necessità. Come se da quella vicinanza avesse voluto ricavare la forza di combattere.
"Andrà tutto bene, piccola mia..." Strinsi le dita attorno alla sua armatura in pelle e sospirai profondamente, non volendo in alcun modo separarmi da lei. Odiavo trovarmi in simili situazioni. Fu mia madre a scostarmi, nonostante dal suo linguaggio del corpo, intuì fosse provata e restia quanto me.
"Xena, devono andare..." incalzò Gabrielle, apprensione nella voce. Mi guardò e per un momento riuscì anche a sorridere. La sua mano si posò sul mio zigomo umido, fino a scivolare sulla mia spalla, che teneramente strinse.
"Ci ricongiungeremo presto." Il suo sguardo smeraldino parve velarsi di uno strato d'impotenza e profonda tristezza. Mia madre annuì.

"State attente..." Le implorai, prima di voltarmi, nonostante non volessi.

Andromeda, nonostante il suo spirito ribelle e combattivo, stava seguendo gli ordini, scortando il profeta Belur lontano dalle porte di Roma. Joxer, il nostro più caro amico, teneva il passo dietro di loro.

"Coraggio Eve, non fermarti!" Joxer s'era voltato verso di me una sola volta. Nonostante il suo tono incoraggiante, quegli occhi castani esprimevano tutt'altro; un sentimento di puro terrore e smarrimento, che fece scattare in me, un campanello d'allarme. Una consapevolezza, che non avrei potuto ignorare. "Sono dietro di te!" replicai, facendogli credere di star tenendo il suo passo. Rallentai. Poi mi fermai di colpo, senza che gli altri se ne accorgessero.

Joxer e gli altri oltrepassarono illesi le mura della città di Roma ed io riuscì a sorridere, seppur per un breve istante, lieta del fatto che almeno loro fossero riusciti a mettersi in salvo.

Tornai indietro in gran fretta.

Mia madre stava battendosi bene contro le altre guardie; non sembravano esserci grandi difficoltà, e d'altronde non ne restai stupita. Anche Gabrielle, nonostante avesse da tempo abbandonato il cammino della violenza e delle armi, riusciva a tenere testa agli altri soldati, pur non recando loro ferite mortali. Che fosse a mani nude o con della polvere urticante, riusciva a stordire e rallentare i nemici.

Un urlo sprezzante, di frustrazione, sferzò l'aria. Alzai lo sguardo, riconoscendo con mia sorpresa la voce di Callisto. La sua figura spuntava su di una piccola torre, abbastanza alta, per poter osservare l'intera scena dall'alto. Restai basita. Aveva dovuto stringere un patto con gli dei per essere lì, dato che invece, avrebbe dovuto trovarsi negli Inferi. La mia attenzione venne catturata dall'arma rotante che stringeva nella mano destra, oggetto che conoscevo fin troppo bene.

Poi fece qualcosa d'inaspettato. Mia madre riuscì a resistere solo pochi istanti, prima di crollare rovinosamente al suolo.
Callisto aveva lanciato il chakram contro di lei, colpendo il centro della sua spina dorsale. "No!"
Quel sibilo acuto riecheggiò nella mia testa in maniera straziante ed incessante.
Persi la cognizione di tutto.
La ragione, la lucidità, la calma.
Mi sentì intrappolata all'interno di una bolla piena d'acqua. Era come se una parte di me, mi fosse stata strappata via.

Gabrielle si voltò di scatto, riconoscendo la mia voce. "Eve, cosa...?" Ma quando si rese conto del mio sguardo, fisso sul corpo immobilizzato di mia madre, sbiancò. "Oh no...Xena!"

Gabrielle parve perdere il controllo. Raccolse una lancia, appartenuta ad uno dei caduti e trafisse un uomo in pieno petto, che aveva tentato di avvicinarsi a me, per colpirmi alle spalle. Non riuscì a reagire; ero pietrificata. Il cammino dell'amore, della bontà, che da lì a qualche tempo Gabrielle aveva deciso di intraprendere, pareva non avere alcun tipo di senso ormai. Neppure per me. Ora scorreva nuovamente sangue sulle sue mani. "Xena!" la sua voce uscì come una supplica. "Xena alzati, dobbiamo andar via!" Raccolse la spada di quel soldato e come una furia s'avventò contro gli altri nemici, iniziando un inesorabile spargimento di sangue.

"Non posso...E' la mia spina dorsale." ansimò, tentando ugualmente di fare qualcosa. Ogni qualvolta si poggiava sui gomiti per sollevarsi, scivolava nuovamente col viso sul terreno.

Con un calcio, Gabrielle atterrò un soldato e senza indugiare un singolo momento si sedette a cavalcioni su di lui. La spada ben impugnata nella mano destra, menò colpi a ripetizione sul volto e sul petto dell'uomo, senza alcuna pietà, anche quando ormai non era più necessario continuare a pugnalarlo. Mia madre riuscì a muovere la testa e dal suo sguardo, compresi fosse scossa da un nuovo senso di colpa.
Gabrielle aveva abbandonato il cammino dell'amore a causa sua, diventando un assassina.

"Gabrielle, no! Basta!" Le sue urla disperate riecheggiarono nella mia testa in maniera confusa, come se in quel momento mi trovassi a metri e metri di distanza.

Senza indugiare oltre, raggiunsi mia madre. Non badai al suo sguardo di disapprovazione, di paura innanzitutto, quando scivolai davanti a lei, facendo schiantare le mie ginocchia al suolo terroso. Le sollevai il viso con delicatezza e le mie dita s'inumidirono delle sue stesse lacrime.

Strinse gli occhi in due fessure. "Perché sei qui? Avresti dovuto ascoltarmi!"

Portai tremante, l'indice della mano destra sulle sue labbra nel tentativo di calmare la sua agitazione.

"Madre... sta tranquilla. Adesso dobbiamo andar via, tieniti a me, coraggio..." la supplicai, ma la sua sofferenza era troppo atroce per permetterle anche il minimo movimento. E quando provai a sollevarla, mi pietrificai. Un sibilo di dolore la fece gridare e stringere gli occhi così forte, che il suo viso cambiò colore. Strinse con forza le dita attorno le mie braccia, ma io non provai alcun dolore fisico, che non fosse lo specchio riflesso del suo. "Mi dispiace..." singhiozzai. "Cosa posso fare...?" La sostenni, cercando di sfiorarla il meno possibile per paura di farle del male.

Un soldato arrivò alle mie spalle e mia madre sgranò gli occhi.

"Attenta!"

Dovetti agire in fretta, dunque mi alzai di scatto e lo colpì con la lama di mia madre, colma di rabbia e frustrazione. L'uomo gemette di dolore e s'inginocchiò, barcollante.
Gabrielle intanto s'era immobilizzata. Fissava la sua mano oramai tinta di rosso, e il sangue del nemico, dei suoi nemici, che scorreva liberamente da quell'arma alle sue braccia.
"No....Cosa ho fatto?"
Fece scivolare il pugnale a terra, e subito dopo, altri soldati ci accerchiarono, con le spade sguainate.

Tornai ad inginocchiarmi accanto a mia madre e non osai muovermi da lì. Strinsi gli occhi e altre lacrime inondarono il mio viso, dato che l'unico suono che riuscivo a percepire era il respiro di lei sconnesso e in affanno.

Mi chinai e le mie labbra si posarono sulla sua fronte. Ora ero io ad essere disperata, a necessitare di lei, per resistere.

"Perdonami..."

Avevo preso la mia decisione e non l'avrei cambiata per nessuna ragione. Se fossi dovuta morire, sarei morta a modo mio.